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«La biblioteca nazionale in rovina, Io me ne vado», di Laura Montanari

Firenze, l´allarme della direttrice: “Mancano i fondi, a novembre scelgo la pensione”.
Non si possono più catalogare i volumi. Non c´è il personale per i turni: verrà ridotto l´accesso al pubblico. E sono stati cancellati molti abbonamenti alle riviste

I libri non li spolverano più da quattro anni perché mancano i soldi per farlo. Per la stessa ragione hanno cancellato decine di abbonamenti a riviste e tagliato gli acquisti di volumi stranieri. Da tempo è anche sospesa la conversione del catalogo da cartaceo ad elettronico col risultato che, di sei milioni di libri, soltanto due e mezzo sono i titoli online. Gli altri si ricercano come nel secolo scorso, scorrendo a mano gli schedari. Il declino della Biblioteca Nazionale di Firenze è scritto sui muri di certi corridoi, dove l´intonaco porta ancora l´ombra delle luci al neon levate dieci anni fa. Nei magazzini di questa che è la più grande biblioteca italiana, giacciono parcheggiati 200mila volumi che aspettano di essere catalogati dal personale che non c´è perché, dei 500 dipendenti che lavoravano qui negli anni ‘90, di economia in economia, oggi ne sono rimasti 195 con un´età media che vira ai sessanta. Il 10 per cento di quella montagna di arretrato sarà smaltito grazie al finanziamento di una fondazione bancaria, il resto giacerà negli scatoloni, in attesa di nuovi benefattori. Così l´accumulo cresce: «Ci arrivano 70mila volumi l´anno e riusciamo a catalogarne 40mila» spiega la direttrice Antonia Ida Fontana. Ha appena annunciato che a fine novembre lascia, andrà in pensione: «E´ un addio amaro. Siamo così in pochi che da metà luglio saremo costretti a chiudere l´accesso al pubblico per tre pomeriggi la settimana. Non era mai successo».
La crisi di questo monumento del sapere e della nostra memoria scritta, si legge a tante voci: una, è quella degli appelli che intellettuali e visitatori ogni tanto mandano ai giornali denunciando l´emergenza. «E´ come se il ministero dei Beni culturali non si rendesse conto del valore che ha la Biblioteca Nazionale di Firenze» spiega Franco Contorbia, docente di letteratura e frequentatore dell´emeroteca. La più ricca collezione di giornali d´Europa si trova in parte in una sede decentrata, in un magazzino al Forte Belvedere dove non c´è nemmeno una sala di lettura aperta al pubblico e dove due volte la settimana un pulmino sale lassù con la lista delle richieste per prestiti o consultazioni da esaudire. «Il confronto con le analoghe biblioteche di Londra o di Parigi è mortificante – dice Paul Ginsborg, docente di Storia contemporanea, altro assiduo frequentatore della Nazionale – A Firenze appena entri nell´edificio avverti una sensazione di degrado che poi ritrovi, per esempio, nelle sedie rotte, nella stoffa che si lascia andare sulle sedute della sala consultazione». Oppure nelle infiltrazioni d´acqua della rotonda Magliabechiana, o nei pavimenti pieni di toppe dell´area della distribuzione, quattro piani di balconi circolari che il pubblico non vede e dove lo scorrimano in legno che, lungo le scale è incerottato con il nastro isolante, sembra una metafora della provvisorietà. I numeri raccontano il resto: «Dal ministero ci arrivano due milioni e mezzo di euro, erano il doppio soltanto cinque anni fa» spiega la direttrice. La Nazionale raccoglie per missione, tutto quello che viene pubblicato nel Paese: conserva quello che stampiamo, è la testimonianza del nostro passaggio, un villaggio di 6 milioni di libri sistemato su 120 chilometri di scaffali per capire le cose che abbiamo attraversato, la storia, la letteratura, le scienze, i pensieri, le mode, i linguaggi e la complessità del mondo. Eppure negli ultimi anni non riesce più a tenere il passo e catalogare tutti i libri che riceve. «E´ una cosa gravissima – aggiunge Ginsborg, – Il personale fa il possibile, ma sono sempre di meno e non c´è un passaggio generazionale: quelli che vanno in pensione hanno un patrimonio di 40 anni di conoscenza dei fondi librari, che sanno dove mettere le mani e come esaudire le richieste dei ricercatori, non lasciano eredi per via dei tagli. Hanno grosse responsabilità i governi che hanno abbandonato la biblioteca in questo modo». Qui dove sono conservati gli autografi di Galileo, lo Zibaldone di Boccaccio, i tarocchi del Mantegna, il manoscritto di Pinocchio, 600 libri d´artista (Klee, Matisse, Picasso, Chagall…) e migliaia di pezzi unici.
Altro problema, gli spazi: la biblioteca cresce di due chilometri di scaffali l´anno. L´ala nuova sarà pronta dopo l´estate e basterà per soli quattro anni, poi bisognerà avviare i cantieri in una delle vicine caserme in disuso. Intanto si tira avanti come si può, con le macchinette del caffè al posto del bar (chiuso da vent´anni) e col loggiato che dà su Santa Croce affittato, per rastrellare soldi, agli sponsor di turno, in genere per le cene del Rotary. A quelli della moda invece no: «Ci hanno detto: o rimbiancate, o per le sfilate e le feste, non ci interessa».

da La Repubblica, 2 luglio 2010

«La pazienza di Napolitano sta finendo», di Federico Geremicca

Il Presidente: «Io inascoltato. Chiari i punti critici della legge»

Un presidente della Repubblica non può dire, a proposito dei suoi rapporti con l’esecutivo, che «adesso la misura è colma». Però può farlo intendere: lasciando anche capire che, per quanto lo riguarda, l’ora dei giochini – e perfino degli inganni – è vicina alla fine. Ed è precisamente questa la via imboccata ieri da Giorgio Napolitano. Il Presidente è stanco – a proposito della Grande Guerra sulle intercettazioni – di esser più o meno preso in giro (il presidente, naturalmente, non può dirlo così: e ricorre a un più diplomatico «non sono stato ascoltato…»). E così, l’estenuante braccio di ferro tra presidenza del Consiglio e Colle ha vissuto ieri un’altra giornata aspra: stavolta, come dicevamo, per iniziativa del Quirinale stufo di esser tirato per la giacca da Berlusconi che continua a reclamare un accordo preventivo con la presidenza della Repubblica sulla legge per le intercettazioni, pena l’”andare avanti comunque”.

Non è la prima volta che il premier fa sapere di essere in attesa dell’opinione del capo dello Stato sul testo ora in discussione alla Camera (tradotto: quali cambiamenti vanno apportati alla legge per esser certi che poi il presidente della Repubblica la firmi?). E non è la prima volta che gli viene ricordato che la richiesta è inusuale e, soprattutto, non ricevibile dal Colle. Comunque sia, ieri, ricorrendo alla pazienza residua, Giorgio Napolitano (in visita a Malta) ha ricapitolato quanto al premier è già noto da tempo. Con toni, però, di inusitata durezza. Stavolta vale la pena di riportare per intero il pensiero del presidente proprio per apprezzarne la perentorietà: «I punti critici della legge approvata dal Senato risultano chiaramente dal dibattito in corso, dal dibattito già svoltosi in Commissione giustizia alla Camera, nonché da molti commenti di studiosi, sia costituzionalisti sia esperti in materia. Ovviamente – ha chiarito Napolitano – quei punti critici sono gli stessi a cui si riferiscono le preoccupazioni della presidenza della Repubblica: e ciò non si è mancato di sottolinearlo anche nei rapporti con esponenti della maggioranza e del governo. Ma non spetta a noi indicare soluzioni da adottare o modifiche da approvare».

Ragionamento non nuovo – come detto – e, comunque, chiarissimo. E affinché non restassero incertezze (più o meno interessate…) ecco la conclusione, non certo rassicurante per l’esecutivo: «Valuteremo obiettivamente se verranno apportate modifiche adeguate alle problematicità e alle criticità di quei punti che sono stati già messi in così grande evidenza. E ci riserveremo una valutazione finale nell’ambito delle nostre prerogative». Il messaggio, dunque, è inequivoco. Primo: inutile insistere nel cercare accordi preventivi col Quirinale sul testo in discussione, perché non è quello del “coautore” di leggi il ruolo riservato dalla Costituzione al capo dello Stato. Secondo: quel che va cambiato nel testo, non solo è emerso dalla discussione in Commissione giustizia alla Camera e dal parere di esperti e costituzionalisti, ma è stato per tempo sottolineato dal Quirinale «nei rapporti con esponenti della maggioranza e del governo».

Terzo: la presidenza, per rispetto del Parlamento e della Costituzione, valuterà la legge alla sua approvazione, senza pregiudizi ma anche senza sconti. Poi ci sarebbe un quarto punto, che Giorgio Napolitano non può però esplicitare ma solo lasciar intendere. E il punto in sintesi è: basta con i giochetti e le prese in giro. Berlusconi, infatti, sa da tempo quel che va e quel che non va nella legge; cambi quel che c’è da cambiare, se vuole, oppure vada avanti: ma senza chiedere “coperture” al Colle. In più, sarebbe ora di interrompere il giochino secondo il quale il governo plaude alle prese di posizione del Quirinale per poi fare tutt’altro. Uno degli ultimi casi – che ha molto infastidito il Colle – è stata la calendarizzazione della legge sulle intercettazioni per fine luglio, dopo che Napolitano aveva suggerito di lasciar campo – prima di tutto – ad una approfondita discussione sulla manovra economica: «Anche senza essere monsignor de Lapalisse è evidente che quel consiglio non è stato ascoltato, nel momento in cui sono state prese determinate decisioni a maggioranza nella conferenza dei capigruppo…».

Questo è quanto ha riservato la giornata di ieri, almeno sul fronte rovente dei rapporti tra Quirinale e palazzo Chigi. In serata Napolitano è rientrato a Roma. E non è detto che oggi non se ne risentano delle belle…

da lastampa.it

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Federico Geremicca ha ben pronosticato: oggi ci è toccano sentire quanto segue:

«Intercettazioni, Ghedini attacca il Colle. L’opposizione: “Stanno passando il segno”»
Il legale del premier: “Spetta al Parlamento decidere”. L’Idv: “Completo delirio di onnipotenza”. Bersani: “Si mettano al fresco e riflettano”. Schifani prende le distanze: “Napolitano si ascolta e non si commenta”

ROMA -” I commenti del Quirinale sono assai pregevoli, ma c’è un parlamento: spetta a quest’ultimo decidere”, perché “la valutazione del capo dello Stato non è su problemi di natura tecnica. Altrimenti dovrebbe farsi eleggere. La valutazione è sulla costituzionalità. Le ‘criticità tecniche’ esulano dalla sua competenza”. Intervistato dal Corriere della Sera, Niccolò Ghedini, responsabile giustizia Pdl e legale del premier, replica così alle affermazioni del presidente della Repubblica sul ddl intercettazioni. 1

Le parole del legale scatenano la reazione dell’opposizione. “Ghedini è in completo delirio di onnipotenza. Oggi si e’ anche messo a fare il legale della maggioranza contro il Capo dello Stato. Con o senza incarico professionale, l’avvocato Ghedini straparla ignorando le norme della Costituzione, cosi come ha dimostrato con leggi aberranti da lui elaborate e dichiarate sistematicamente incostituzionali” commenta il portavoce dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando.

“Ho letto con imbarazzo le dichiarazioni di Ghedini – dice il segretario del Pd, Pierluigi Bersani – nessuno può rivolgersi in questo modo al presidente della Repubblica, tantomeno uno che è avvocato e che dice di capire qualcosa di politica.
“Stiamo superando il segno si mettano al fresco un attimo e riflettano, perchè così non può andare”.

E sulle parole di Napolitano interviene anche il presidente del Senato, Renato Schifani che sembra prendere le distanze da Ghedini: “Napolitano non si commenta, si ascolta. Mi auguro sempre che ogni tensione si allenti facendo in modo che ci siano tempi e spazi adeguati per il dibattito su ogni provvedimento”.

da www.repubblica.it

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«La solitudine del Cavaliere», di Aldo Schiavone

Le meditate dichiarazioni del Presidente Napolitano suonano come un ultimo, grave monito per quelle forze di governo, che guidate dallo stesso Berlusconi, sembrano aver scelto la strada di uno strappo politico e istituzionale dalla portata imprevedibile, pur di realizzare un proposito che pare non intendere ragioni.

Il Presidente, doverosamente, non anticipa la sua valutazione, ma mette in guardia contro una deriva che, se non tempestivamente corretta, può portare verso un catastrofico epilogo legislativo.

Napolitano prende atto – e sarebbe difficile fare altrimenti – dei molti, troppi “punti critici” del disegno di legge così come approvato dal Senato. Punti critici che fanno di quel testo un’autentica mina. Ed è molto significativo che per la loro individuazione egli faccia riferimento a un contesto composito, che integra insieme il dibattito parlamentare, il giudizio dei giuristi, l’orientamento di una vigile opinione pubblica. È una scelta formale e sostanziale, di grande valore.

Perseguendola, il Presidente dimostra di eleggere a guida dei suoi comportamenti non la propria astratta capacità di giudizio, ma una opinione che emerge dall’intelligenza stessa del Paese, per come si manifesta nelle sedi della rappresentanza politica, della cultura del diritto, della formazione delle coscienze individuali, e di cui egli si fa interprete e portavoce. È una lezione di buona pratica costituzionale, di misura e di compostezza che dovrebbe far riflettere tutti, di questi tempi. Merita in pieno il rispetto che le dobbiamo.

Ed è importante la sintonia che ancora una volta si sta realizzando con il Presidente della Camera, che l’altro ieri aveva definito non altrimenti che un “un puntiglio” la decisione di accelerare i tempi, e di portare a tutti i costi il progetto di legge sulle intercettazioni al dibattito in aula prima dell’estate, e che ha appena ribadito la necessità, da lui fortemente avvertita, che la maggioranza si fermi a riflettere. In un periodo che si annuncia ogni giorno più carico di rischi e di pericoli, la saldatura di un asse che definirei di “lealismo costituzionale” ai vertici dello Stato è uno dei pochi elementi – ma decisivi, per fortuna – che inducono a non disperare.

C’è da chiedersi cosa stia spingendo Berlusconi verso questa inaudita forzatura. Temo che la risposta si trovi nella sua solitudine, che non può non avvertire, con sempre maggiore evidenza. Intorno a lui, tutti, anche quelli da sempre più vicini, parlano ormai altre lingue, che non capisce. Vedono cose che lui non vede. Questo non fa che aumentare la sua diffidenza, la sua impazienza, la sua voglia di rovesciare un tavolo che sente sfuggirgli sotto le mani.

E’ da tempo ormai che egli non ha più nulla da proporre al Paese, se non l’icona di un successo ormai invecchiato, che appartiene a un’altra epoca, imbalsamato nell’ossessiva ripetizione della sua messa in scena. Ma proprio l’inarrestabile declino della sua capacità di governo, spinge Berlusconi verso l’azzardo continuo dell’avventura, del sovversivismo istituzionale. Nulla gli resta più della pazienza dei forti. Ha ormai solo l’ansia febbrile di chi ogni giorno deve lottare in un mondo in cui non si riconosce. È possibile che a questo punto dei contenuti effettivi della legge gli interessi ben poco. Quello che cerca è la prova di forza, lo scatto che metta alleati e avversari in riga, che imponga l’alternativa fra se stesso e il diluvio, magari per preparare nuove elezioni.

E tanto più c’è bisogno – per fronteggiare tutto questo – di razionalità e di pacatezza. Di continuare a spiegare con calma che la legge in questione sarebbe una cattiva legge, che non risolverebbe alcun problema, ma ne creerebbe moltissimi, anche molto gravi e che – per come è formulata – comprometterebbe il diritto dei cittadini a un’informazione senza censure. Le buone leggi non nascono mai dall’arroganza di una parte sola. In esse il potere deve sciogliersi nel consenso e nell’emancipazione; la forza dei numeri nella ragione delle cose. Al di fuori c’è solo l’ombra del tiranno e della sua demagogia.

da www.repubblica.it

Manovra con sbandamento

Presentate al Senato le proposte del Pd per migliorare la manovra finanziaria. È arrivato senza proroga il momento che il governo abbandoni la sua politica di annunci e di consenso, il Paese deve rimettersi a crescere e c’è bisogno dello sforzo di tutti.

Bersani si è detto molto preoccupato per la situazione incerta che sta vivendo il Paese. “Manca un richiamo forte ad uno sforzo comune in cui chi ha di più deve dare di più, in cui bisogna anche disturbare qualcuno per riformare e tornare a crescere. C’è un’assenza di messaggio al paese, perché questo governo è impostato solo sul consenso e sugli annunci non riesce a dire una parola chiara. E allora la diciamo noi”.

Per il leader del Pd è arrivato il momento in cui se qualcuno ha il coraggio di affermare che il Pd non ha proposte è fuori dalla realtà. “E’ un’affermazione conformista e complice di quello che fa il centrodestra. Due anni fa avevamo proposto un piano per le grandi opere e di aiutare i redditi medio bassi per rilanciare l’economia. Oggi il governo propone una manovra da 24 miliardi. Se avessimo fatto come dicevamo noi, ora di questa manovra non c’era bisogno o ne serviva una più leggera”.

C’è il serio rischio che tra pochi mesi il governo sia costretto a nuove correzioni, con conseguenti “botte” per i redditi medio-bassi. “Faccio un pronostico – ha continuato Bersani -. Con le proposte del governo a ottobre rischiamo una nuova manovra perché i conti pubblici saranno a rischio. Non c’è, infatti, una sola misura di sostegno alla crescita. E poi questi governi di centrodestra non riescono mai a contenere la spesa pubblica e peraltro hanno quantificato con una certa generosità il recupero dell’evasione fiscale. Se tra sei mesi si accorgeranno che avevamo ragione noi cosa diranno quelli che ripetono che va tutto bene e che han sempre il turibolo in mano?”.

La critica che il segretario rivolge è anche per una certa stampa, osservatori e forze sociali che non hanno il coraggio di dire che la manovra è sbagliata. “C’è troppo conformismo in giro, anche qui è in gioco il tema democratico, la democrazia, il confronto, aiutano a correggere gli errori mentre questo governo tra i voti di fiducia e il controllo sull’informazione” non lascia spazio a nessuno, dentro e fuori il Parlamento.

“Da un paio d’anni a questa parte – ha continuato Bersani – c’è un atteggiamento troppo acritico da parte di giornali, commentatori, forze sociali, non lo dico perché diano ragione a noi ma per il paese, se nella manovra non ci sono investimenti per la crescita non si può dire che va bene se sei una classe dirigente responsabile devi dire che le cose non vanno senza paura che lo dica anche il Pd, anzi se preferiscono possiamo anche stare zitti, noi non pensiamo di avere i loro voti ma vorremmo che ci fosse più responsabilità verso il Paese”.

Nascondendosi dietro la svolta federalista, la manovra colpisce gli enti locali attribuendone solo oneri e tagli drastici. “La manovra – ha ribadito Bersani – dà la pistola in mano alle Regioni per spararsi l’una con l’altra. Tra l’altro oggi ripartono le tasse all’Aquila, dopo le promesse questi sono i fatti. Il governo è allo sbandamento totale, così non si può andare avanti”.

Il federalismo così come è stato impostato dalla Lega, fatto di tagli agli enti locali sarà una “botta micidiale al sistema dei servizi”. “Ho letto che oggi qualche giornale titolava con parte il federalismo. E quando arriva? La Lega non se la può cavare facendo presiedere a Bossi il consiglio dei ministri, dentro quelle misure sul federalismo non c’è niente”.

La conferenza stampa è stata introdotta dal presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro e dal senatore Paolo Giaretta relatore di minoranza della manovra finanziaria. Il presidente ha messo in chiaro subito che la posizione del Pd non contro la necessità della manovra “ma sui suoi contenuti. Questa manovra è per certi versi ingiusta, per altri recessiva. E, soprattutto, non guarda alle prospettive per le giovani generazioni”.

Per la Finocchiaro, siamo davanti ad una manovra iniqua che si poggia tutto sui tagli ai Comuni e alle Regioni. C’è il rischio che la manovra possa incidere pure sui servizi alla Sanità. “Milioni di cittadini vedranno compromessi i loro diritti di cittadinanza, diritti essenziali per le persone compromessi per i troppi tagli”.

Per Giaretta, “la manovra è positiva se equa e alla fine il Paese esce migliore. Ma in questa manovra non c’è questo spirito. Anzi è squilibrata socialmente perché chi più possede non pagherà un euro in più”.

A. Dra. per www.partitodemocratico.it

Manovra finanziaria: clicca qui per leggere le proposte del Pd

«La battaglia al malaffare», di Curzio Maltese

L’arrivo a sorpresa di Roberto Saviano è stato il momento più forte della manifestazione di ieri a piazza Navona contro la legge bavaglio.

Parole semplici, quelle dell’autore di Gomorra, senza slogan, senza retorica, come la parole di tanti giovani della rete che si sono appassionati a questa battaglia civile, di cittadini, non dei giornalisti.

Parole giuste per togliere la maschera di tutela della privacy a una legge semplicemente e indecentemente liberticida. L’unica tutela che si vuole con questa legge è la privacy del malaffare. L’unica divisione che alimenta nel Paese non è fra destra e sinistra, ma fra “le persone perbene e i banditi”. Stavolta l’appello populista, il referendum permanente che è lo stilema del berlusconismo, non funzionano, sono sospesi. Non è il popolo, alle prese con ben altri problemi, a volere una legge scudo per i corrotti contro il lavoro di magistrati e giornalisti. Non è il popolo, nemmeno di destra, a non voler più essere informato sulle case di Scajola, le mazzette di Brancher, sui favori di Dell’Utri agli amici degli amici di Dell’Utri, sulle mille altre ruberie di una classe dirigente corrotta che poi chiede sacrifici ai cittadini per uscire dalla crisi. Sono soltanto loro, i signori del malaffare, ad avere bisogno disperato di uno scudo contro la ricerca della verità, tanto da stravolgere l’agenda parlamentare per approvarlo in fretta e furia, meglio se quando i cittadini sono in vacanza.

Così agiscono appunto i ladri. Tanto più che diventa ogni giorno più difficile darla a bere alla famosa gente, nonostante tutte le loro televisioni e le legioni di giornalisti servi e contenti. È difficile convincere le istituzioni, dal Quirinale alla presidenza della Camera, perfino gli stessi parlamentari della maggioranza, dell’assoluta, quasi sacra urgenza di un’altra guerra di casta contro magistrati e giornalisti nell’Italia dilaniata da disoccupazione e sfiducia.

E’ una legge anti-italiana. Sono loro gli anti-italiani, ha detto Saviano. Diffamano l’immagine del nostro Paese all’estero, riducendola a quella di una repubblica delle banane. Per due motivi. Entrambi evidenti dalle reazioni di queste settimane. Il primo è che la classe dirigente al potere non si riconosce nel valore comune della Costituzione. Non esiste d’altra parte una democrazia al mondo dove il governo, sia di destra o di sinistra, attacchi un giorno sì e l’altro pure il patto comune. Il berlusconismo si conferma sempre di più nella sua natura eversiva, ormai apertamente anti-costituzionale. Vengono da un’altra storia, parlano un’altra lingua, hanno altri valori. Hanno altri eroi. Un mafioso assassino e trafficante d’eroina, per esempio. Scambiano l’omertà mafiosa per coraggio, così come scambiano la censura per privacy.

L’altro motivo, strettamente collegato, è che abbiamo al potere la classe dirigente più corrotta dell’Occidente e della storia repubblicana. Non sono impressioni o valutazioni politiche. Sono dati. Ai tempi di Tangentopoli si calcolava che gli italiani versassero alla corruzione politica ogni anno il valore di “un’altra finanzaria”. Oggi, secondo la Corte dei Conti, la tassa della corruzione è di sessanta miliardi all’anno, il triplo di una finanziaria.
Questi sono i fatti, che nessun bavaglio ci impedirà di continuare a raccontare. La giornata di piazza Navona è stato un passaggio di una battaglia che continuerà nelle piazze, nelle istituzioni, in Parlamento, sui giornali, sulla rete. Finché non saremo tutti rassegnati all’impunità dei banditi, oppure finché la casta non si arrenderà alle regole della democrazia.

da www.repubblica.it

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clicca qui per vedere Saviano che sul palco “Legge che tutela solo il malaffare”

«Lo scempio delle regole comincia dalla scuola. Peggio delle leggi vergogna», di Chiara Affronte

Il 24 giugno il Tar del Lazio accoglie il ricorso di 755 persone tra insegnanti e genitori contro la riforma Gelmini alle scuole superiori: i ricorrenti si appellano al tribunale amministrativo considerando illegittimi i tagli e le iscrizioni perché la riforma non ha ancora valore di legge. Il Tar sospende ogni provvedimento fino al 19 luglio, data dell’udienza in cui verrà confermata o menol’ordinanza. «Un segnale importante», il commento a caldo di Milli Virgilio, legale insieme a Corrado Mauceri dei ricorrenti. Virgilio, ex assessore alla Scuola della giunta Cofferati, incontra Nadia Urbinati, docente di Scienze Politiche alla Columbia University di NewYork. E insieme ragionano sulle motivazioni del ricorso e, ancor prima, sullo scenario politico che lo ha determinato. Entrambe partono da un assunto: «Non ci sono solo la legge-bavaglio e le leggi ad personam: con questo governo assistiamo ad una sistematica violazione delle regole democratiche di cui, ciò che si sta facendo nella scuola, è un esempio eclatante». La riforma Gelmini insomma è «un caso emblematico», per Urbinati: «Dimostra un modo di governo arbitrario», i cui «obiettivi – aggiunge Virgilio – sono esclusivamente finanziari e di bilancio». Vengono scardinati e capovolti i principi fondamentali: «La scuola viene vista come un servizio, come fosse la sanità, scavalcando completamente la sua finzione istituzionale che assicura il principio di uguaglianza tra le persone», spiega l’avvocato. Si capovolgono le regole della democrazia, e si procede per decreti, «per emergenze ». Il caso Bertolaso insegna: «Ma la scuola non è un fatto straordinario », chiarisce la politologa. Cosa è successo, dal 2008, quando è stata fatta la Finanziaria d’estate? Ricorda Virgilio: «Di quella legge di agosto, l’articolo 64 è un piccolo tassello dedicato alla scuola. Si annuncia: “Entro unanno (il 25 giugno 2009, ndr) faremo i piani dell’offerta formativa e i regolamenti”, di fatto delegando se stessi, autorizzandosi a modificare le leggi». Della serie: il Governo fa e disfa: del Parlamento chissenefrega. In questo caso, però, la cosiddetta emergenza che permette al governo di fare il decreto legge è «il risparmio», Virgilio lo ribadisce e ironizza: «Emergenza tale, che dal 2008 ancora l’operazione non è finita….». Insomma, «le circolari e i regolamenti assumono forza di legge e unsito internet dove vengono date di volta in volta le informazioni parificato al livello della Gazzetta ufficiale », sbotta l’ex assessore. Immediato il commento della politologa: «Una evidente violazione della divisione dei poteri: il governo diventa autonomo nel legiferare». I motivi del ricorso al Tar, inattaccabili per l’avvocato, sono sintetizzabili in 5 punti: 1)Il governo dichiara di voler eliminare gli “sprechi” della scuola tagliando 8miliardi di euro in 3 anni, senza preoccuparsi delle conseguenze che questo taglio ha su un’istituzione che la Costituzione individua (articolo 3-33-34) come lo strumento attraverso cui garantire il principio di uguaglianza; 2) L’uso del decreto legge è previsto dalla Costituzione solo nei casi di urgenza, ma questa operazione non è ancora conclusa, in ben due anni; 3) Il governo delega se stesso a emanare regolamenti che modificano le leggi; 4) Inoltre ha legiferato in materia di competenza regionale; 5) È stato superato il limite di scadenza del 25 giugno 2009: lo schema di decreto interministeriale firmato solo dalla Gelmini non è pubblicato in Gazzetta; 6) si sono violati i principi dell’autonomia scolastica (le iscrizioni sono state fatte su piani formativi irreali, che non si sa quali siano concretamente, non condivisi dai soggetti democraticamente previsti, ndr). In sostanza, l’obiettivo è chiaro e deve mettere tutti in guardia: «È quello dello smantellamento della scuola pubblica», concordano l’avvocato e la politologa. Un fatto che deve far tremare l’opposizione tanto quanto la legge-bavaglio, parere delle due donne: «Qui emergono tutti gli ingredienti dello stato arbitrario: colpire la scuola pubblica è colpire il diritto di cittadinanza», riflette Urbinati. Che lancia un appello all’opposizione: «Il Pd dovrebbe indire una conferenza stampa e fare di questo tema una questione nazionale. La scuola non può continuare ad essere considerata un fatto secondario nel nostro Paese dove peraltro si riscontrano nuove forme di analfabetismo. L’opposizione lanci una campagna». perché, prosegue Virgilio, «quello che il governo fa nella scuola colpisca l’opinione pubblica tanto quanto la legge- bavaglio». Questo governo, per la politologa, «non è schizofrenico, ma ha un’idea e la persegue». Il «nemico» numero uno, osserva Urbinati, «è il sociale perché loro sono figli dell’individualismo puro: i poveri fanno gli schiavi a zero diritti e vanno a Pomigliano». L’«anima liberista è una delle due anime del governo Berlusconi: la prima è quella patrimonialista che si occupa degli interessi del premier, l’altra, perseguita da Brunetta, Sacconi e Tremonti, è quella di attacco al sociale», in tutte le sue declinazioni.
da L’Unità

Bersani: "Sulle intercettazioni noi daremo battaglia, Fini sia coerente"

A Piazza Navona il PD con la stampa e la società civile che non accettano bavagli

Alla prova dei fatti, conteranno anche e soprattutto i numeri: questa l’opinione di Pier Luigi Bersani, intervenuto alla manifestazione contro il ddl intercettazioni e per la libertà di stampa organizzata a Piazza Navona a Roma dalla Fnsi. Destinatario del messaggio del leader democratico è Gianfranco Fini, che ha accettato da parte della conferenza dei Capigruppo di Montecitorio la decisione di fissare entro la fine di luglio l’esame del ddl intercettazioni in Aula e poi ha criticato l’accelerazione dei tempi,: “Ad un certo punto si arriva al dunque – ha ricordato Bersani – ci sono le parole e poi i voti. Penso sia giusto chiedere coerenza anche a chi nella maggioranza ha sollevato delle obiezioni sul testo senza ottenere risultati visibili”.

Franco Siddi, segretario Fnsi, durante il discorso che ha aperto la manifestazione di Piazza Navona contro la legge bavaglio è stato durissimo: “Oggi si inaugura la giornata della resistenza civile del 21 secolo che mai avremmo pensato di inaugurare. Non la faremo clandestinamente ma alla luce del sole ripeteremo che la libertà è un bene fondamentale, che è conoscenza, chi considera l’informazione un pericolo sarà sconfitto”.

“Questa legge ha l’unico scopo di impedire di conoscere quello che sta accadendo. Di difendere la privacy degli affari. Anzi, dei malaffari” ha rincarato Roberto Saviano dal palco della manifestazione.

Tanti gli esponenti democratici in piazza: c’erano con Bersani la Presidente dell’Assemblea nazionale Rosy Bindi, la capogruppo in Senato Anna Finocchiaro, il capogruppo alla Camera Dario Franceschini, Piero Fassino, Walter Veltroni, Paola Concia.

Bersani non ha dubbi: “Quest’estate, anche dal punto di vista politico si attendono giornate calde per la libertà dei cittadini. Come hanno più volte denunciato i magistrati, il ddl sulle intercettazioni non solo colpisce nel vivo l’efficacia delle indagini, ma lede la libertà di informazione e di conoscere da parte dei cittadini. In questo senso ci si scontra con la coscienza civile del Paese – ha concluso Bersani – si sta perdendo di vista un tema fondante come quello della legalità e, assieme ad esso, del diritto all’uguaglianza da parte di tutti i cittadini italiani”.

Non è mancato, da parte del segretario del Pd, un richiamo alla strategia del “non-ascolto” messa in atto dal centrodestra nei confronti del Capo dello Stato, il quale – a giudizio di Bersani – “ha ricordato con qualche amarezza che i suoi consigli non sono stati seguiti. Loro hanno voluto forzare calendarizzando il ddl intercettazioni. A questo punto io sono perché il ddl venga ritirato. Napolitano si aspettava delle modifiche che a dire il vero ci aspettavamo tutti”.

A giudizio di Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd, “nonostante protestino i magistrati, il procuratore nazionale antimafia Grasso, ci siano critiche anche dal Garante della privacy, l’Fnsi sia scesa in piazza, questa legge per il centrodestra si deve fare per forza e compie un’accelerazione incomprensibile. Non si tratta in questo caso di maggioranza e opposizione, si tratta della difesa dei principi costituzionali”. Per Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera, “l’ultima settimana di luglio e la prima di agosto saranno due settimane brutte per la maggioranza”, con evidente riferimento alla forzata collocazione nel calendario dei lavori di Montecitorio del ddl intercettazioni. “Questa è una battaglia – ha sottolineato l’esponente democratico – che riguarda non una parte del Paese, ma tutti gli italiani”. Sulla stessa lunghezza d’onda le parole di Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma, che ha messo in evidenza come “quello della libertà di stampa è un tema che non dovrebbe avere colore politico e in tutte le democrazie del mondo non lo ha. Oggi si sono riunite a Piazza Navona tantissime persone su un tema fondamentale come la libertà di espressione”. Da Walter Veltroni arriva la constatazione che “il Pd sta facendo tutto quello che e’ possibile fare contro questo provvedimento. Lo ha fatto al Senato e lo fara’ ancor di piu’ alla Camera”, rilevando inoltre che “il provvedimento è doppiamente sbagliato: limita l’azione della magistratura e nuoce alla libertà di stampa”. Anche Piero Fassino richiama alla coerenza i parlamentari del Pdl vicini al presidente della Camera: “Mi auguro che le riserve e le critiche che vengono da settori della maggioranza trovino il modo di manifestarsi al momento del voto sul provvedimento. “Questa manifestazione rende evidente la situazione critica che stiamo vivendo. C’è un presidente del Consiglio che pensa che la stampa debba essere al servizio del potere. È giusto essere qui – ha sottolineato l’esponente democratico – e dire no a una brutta legge che rappresenta una riduzione del diritto dei cittadini ad essere informati e una riduzione della capacità dei magistrati ad indagare”.

da www.partitodemocratico.it

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“Napolitano sul ddl intercettazioni: «Chiari i punti critici». E Schifani: «Il voto dopo l’estate»”, di Nicoletta Cottone
«I punti critici della legge sulle intercettazioni nel testo approvata dal Senato risultano chiaramente dal dibattito in corso», ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel corso della conferenza stampa al termine della sua visita di Stato a Malta, rispondendo a una domanda dei cronisti sulla manifestazione di protesta dei giornalisti in corso a Roma. Ma ha aggiunto che il Quirinale non ha il compito di formulare modifiche e che si riserva una valutazione finale nell’ambito delle prerogative proprie del Capo dello Stato.

«A noi – ha spiegato il capo dello Stato – non spetta indicare soluzioni da adottare e modifiche da apportare» ma «ci riserviamo la valutazione finale nell’ambito delle nostre prerogative». Il presidente ha poi detto che al momento giusto «valuteremo obiettivamente se verranno apportate le modifiche adeguate alla problematicità di questi punti che sono già stati messi in evidenza».

Nei giorni scorsi il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, aveva invitato le forze politiche a concentrarsi, nell’ambito dei lavori parlamentari sulla manovra economica ma, osserva oggi Giorgio Napolitano «anche senza essere monsignor de La Palisse è evidente che quel consiglio non è stato ascoltato». Napolitano ha osservato che il suo suggerimento è stato ignorato «nel momento in cui sono state prese determinate decisioni a maggioranza nella conferenza dei capigruppo». Pochi giorni fa, infatti, la capigruppo ha stabilito la calendarizzazione alla Camera del ddl sulle intercettazioni per il 29 luglio, decisione non condivisa dall’opposizione. «Io – conclude Napolitano – non ho l’abitudine di tornare sui consigli dati né di esprimere alcun giudizio se siano stati seguiti o perché non lo siano stati».

Il voto dopo l’estate. Per un’approvazione in Senato del ddl intercettazioni prima dell’estate «non ci sono i tempi tecnici»: lo ha affermato il presidente dell’assemblea di palazzo Madama Renato Schifani. «Non ci sono i tempi tecnici per un’approvazione in estate», ha detto Schifani intrattenendosi con un gruppo di giornalisti al ricevimento offerto dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia in occasione della festa nazionale del 4 luglio.

«Se dalla Camera esce nella prima settimana di agosto, il provvedimento va prima in Commissione e poi in Aula, e io non vedo spazi per un’ultima lettura perché non posso che confermare il calendario con i suoi tempi tecnici», ha spiegato il presidente del Senato sottolineando che già un mese fa i capigruppo a Palazzo Madama hanno deciso all’unanimità di iniziare la pausa estiva a partire dal 5-6 agosto. Quello sulle intercettazioni «non essendo d’altronde un decreto ha bisogno di un minimo di giacenza in Commissione pur trattandosi della quarta lettura. Il provvedimento deve avere un suo rito», ha detto Schifani.

Sul ddl intercettazioni, poi, si sono registrate nuove fibrillazioni all’interno della maggioranza. Protagonisti Gianfranco Fini e Sandro Bondi, fianco a fianco a palazzo Marini per la presentazione della Rivista di politica diretta da Alessandro Campi. Il presidente della Camera ha lanciato infatti l’ennesimo affondo contro il provvedimento. «Vogliamo fare finta di non sentire l’allarme di Pietro Grasso? Mi spieghi – ha aggiunto Fini rivolgendosi al ministro della Cultura – quale è il nesso tra la necessità di una legge che vieta le pubblicazioni e il divieto per la polizia di mettere una cimice nella macchina della moglie di un mafioso? Vogliamo fermarci a riflettere? Il tempo è galantuomo e la soluzione si trova se tutti sono in buonafede». Pronta la replica di Bondi. «Sono mesi che discutiamo il ddl, ora questo problema che poni non lo conosco, ammetto la mia ignoranza. Ma non è che se lo dice Grasso allora diventa il Vangelo».

da www.ilsole24ore.it

"Veltroni a tutto a campo da Keith Jarrett a Fantozzi. Pensando al futuro del Pd («che non è socialdemocratico»)", di Christian Rocca

Capri – Walter Veltroni è arrivato al Punta Tragara di Capri, ospite delle Conversazioni con gli scrittori angloamericani ideata da Davide Azzolini e Antonio Monda, nella sua versione di saggista, romanziere e letterato. E solo in questa veste – più alta, priva di cenni polemici, sganciata dal teatrino della politica – accetta di parlare del futuro del suo partito, dell’impossibilità di intraprendere la via socialdemocratica al rilancio del Pd.

Veltroni si trova talmente a suo agio in questi panni di interlocutore culturale della scrittrice nigeriana Chimamanda Adichie e degli altri ospiti della rassegna caprese da respingere ogni domanda del Sole 24 Ore che sia di stretta attualità politica. Non c’è verso di farlo parlare direttamente di D’Alema o di Pierluigi Bersani, dell’accordo di Pomigliano o dello stato attuale del Pd. Non vuole partecipare al chiacchiericcio giornalistico che un giorno lo dà pronto a fare coppia con Nichi Vendola alle prossime elezioni politiche e un altro segnala il raffreddamento dei rapporti tra i due possibili candidati. «Ci sono, come in un celebre fumetto di Asterix, veri seminatori di zizzania che diffondono notizie false e poi ci credono anche – dice – Non vedo né sento Vendola dal giorno in cui sono andato in Puglia per la sua campagna elettorale».

Veltroni è meno attento a fare polemica quando c’è da criticare Silvio Berlusconi e il suo governo, in particolare per il caso Brancher, ma anche perché il premier, da proprietario di Mediaset, ha assunto a interim l’incarico di ministro delle Telecomunicazioni. I giudizi sul berlusconismo applicato ovviamente sono forti: «Una tragedia morale», «abbiamo perso la capacità di indignazione», «dove siamo arrivati?».

Non si riesce a cavargli nessuna notizia sul suo futuro. Veltroni dice di trovarsi bene dove sta, a occuparsi di mafia, dei misteri d’Italia e della scuola politica che ha appena aperto, anche se sospettosamente tiene a sottolineare che i sondaggi di popolarità sembrano premiare questo suo atteggiamento pacato, distaccato e riflessivo. E’ una strategia precisa, quindi? «No, semplicemente sono fatto così – dice – Mi sottraggo, non partecipo a risse, a giochi, a duelli. Non mi sono pentito di essermi dimesso da segretario, anche se adesso si comincia ad apprezzare quel 34 per cento preso alle elezioni politiche».

Veltroni dice che gli è piaciuto il nuovo disco di Keith Jarrett con Charlie Haden, di aver appena sentito uno straordinario concerto solistico di Danilo Rea. Cita a memoria brani dei film di Fantozzi e di Stanley Kubrick, racconta episodi della vita di Fellini, di Monicelli, di Risi. Parla di calcio e televisione e letteratura. Mischia cultura alta e bassa come non saprebbe fare nessun altro leader italiano, con l’eccezione forse di Silvio Berlusconi. Si cimenta in un distillato puro di veltronismo, una categoria politica originale capace di incantare, anche se non proprio tutti. Tra i suoi, infatti, c’è chi lo accusa di essere troppo pop, effimero, leggero. «No, non sono ‘leggero’ – precisa – semmai cerco di essere lieve in un tempo pesante. Ho governato per sette anni, in una stagione di crescita per la città, una comunità di due milioni e seicentomila persone, sono stato un apprezzato ministro dei beni culturali. Ma non ho mai concepito la politica o, peggio, il potere come l’unica dimensione della mia vita. Ho dimostrato di saper fare altre cose. Ho rotto il paradigma di chi pensa che i politici non sappiano o non debbano fare altro. In realtà mi accusano proprio di questo, di saper fare altro».

Quando Veltroni torna a parlare di politica, di futuro del centrosinistra e delle battaglie intellettuali di questo secolo – di cose serie e pesanti, insomma – l’ex segretario Pd è altrettanto diretto, forse ancora più efficace nella critica ai compagni di partito che immaginano un nuovo percorso per il Pd rispetto a chi prova a buttarla in caciara: «La fine del Novecento ha fatto da spartiacque storico. Il mondo è cambiato sotto i nostri occhi con grande rapidità. Sono cambiati i soggetti sociali. Il mondo globalizzato si è trovato di fronte problemi inediti legati alla precarietà sociale e ai rapporti tra identità, culture, religioni. Sono emersi già nel Novecento temi estranei alla cultura della socialdemocrazia, come l’ecologia e il femminismo. Io credo che il Partito democratico sia nato per esprimere la ricchezza di una cultura democratica che non è né la somma delle tradizioni ex comuniste ed ex democristiane né l’assunzione tardiva di un’identità socialdemocratica che aveva un senso per i Ds, ma non più adesso. Abbiamo fatto nascere un nuovo partito perché sentivamo il bisogno di una nuova cultura. Questa cultura democratica esiste. Non va per negazione, non è democratico tutto ciò che non è socialdemocratico o popolare. La cultura democratica è storicamente solida, è una tradizione culturale forte, liberale, che ha nella storia del Partito democratico americano il riferimento più importante. Non è un caso che in questi anni di roll back della sinistra europea la vittoria più bella del centrosinistra, oltre a quella di Obama, sia stata quella del Giappone e del suo partito democratico.».

Veltroni non parla direttamente dell’elezione di D’Alema alla guida della Foundation for European Progressive Studies e del conseguente progetto di rifondazione della socialdemocrazia di cui hanno parlato i dalemiani. Ma, «con tutto il rispetto per la tradizione socialdemocratica europea», segnala che in Europa il numero dei governi di questo tipo si è ridotto: «Le identità socialdemocratiche hanno svolto una funzione importante, ma non sono più sufficienti a indicare quella originalità di pensiero politico post ideologico che oggi, dopo il 1989, finalmente può liberare le sue potenzialità senza bisogno di legittimazioni, giustificazioni e certificazioni che attenuano la sua spinta di cambiamento».

Il fondatore del Pd giudica una «fesseria» il dibattito sul partito “leggero”, più consono al modello democratico da lui immaginato al Lingotto, e su quello “pesante”, più tipicamente legato alla tradizione di un partito socialdemocratico: «Come è stato dimostrato, la nostalgia del partito degli anni Settanta è infondata, anche perché non c’è più la società degli anni Settanta. La società è cambiata, sono cambiate le forme del rapporto con la politica. Oggi la politica è un luogo di adesione più che di appartenenza. L’alternativa non è tra partito liquido e solido, ma tra partito aperto e partito chiuso. Il Pd non può prendere una strada che lo porti a negare la sua originalità. Il Pd ha una sua peculiarità. Siamo una cosa diversa rispetto ai partiti socialisti e socialdemocratici. Non so dire se migliori o peggiori, ma siamo diversi».

Questa diversità, conclude Veltroni prima di raggiungere sul palco la scrittrice nigeriana per parlare di letteratura e diritti umani, «non può essere negata, pena la messa in discussione dell’identità stessa del Pd. Nessuna persona ragionevole può pensare davvero di fare un’operazione di trasformazione della natura del Pd. Altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di fondarlo. Saremmo rimasti dove eravamo».

da www.sole24ore.it