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"Bersani: Voglio che il Pd sia il partito della Costituzione", di Concita De Gregorio

Una manovra pesantissima. Un assalto costante ai diritti costituzionali, la Carta «inferno di regole». La trattativa su Pomigliano, il diritto di sciopero in gioco. Il ddl bavaglio che spunta le armi a chi indaga il crimine e mette a tacere la stampa blindato dalla fiducia. Il debito alle stelle. Ogni giorno un assalto all’architrave. Segretario Bersani, non pensa che sia venuto il momento di giocare d’attacco?
«È sempre stato il momento. Il Pd deve tirare la palla avanti. Noi diversamente da Berlusconi, pensiamo al futuro del Paese. Berlusconi pensa al suo, e non prenderà un sabbatico. Non so immaginare che questa situazione duri ancora tre anni. Siamo chiamati a dare credibilità all’alternativa adesso. Non ci serve un papa straniero. Tocca a noi, ora».

Pierluigi Bersani parla in questa intervista dell’accordo Fiat su Pomigliano, naturalmente, («Rifiuto di pensare che a questo punto non si arrivi all’intesa. In ogni caso non sarà un modello»), della manovra e dell’assalto alla Costituzione («stiamo preparando una campagna d’autunno: il Pd sarà il partito della Costituzione»), di Tremonti che studia da premier e di Fini, di primarie nel centrosinistra, di De Benedetti e di Montezemolo, di «rabbia e dolorosa sfiducia», di vecchi e di giovani, di quale sia la china da risalire.

La manifestazione di sabato ha per titolo: la manovra ingiusta. E’ la manovra oggi il cuore del problema?

«Il cuore del problema è tenere assieme i temi sul tappeto e parlare chiaro di un disegno complessivo. Siamo all’incrocio fra la questione democratica e la questione sociale. L’attrito, nella terza fase del berlusconismo, è destinato ad accentuarsi. Non vogliono pagare dazio e rilanciano messaggi di tipo populistico. Guardi alla Federalberghi: è andato per parlare delle tasse di soggiorno e ha sparato contro le regole. Non può più sostenere la narrazione dei cieli azzurri e butta la palla in corner. La manifestazione al Palazzo dello sport salderà i temi della manovra, delle intercettazioni, l’attacco alla costituzione, i diritti del lavoratori».

Cominciamo da qui, da Pomigliano.

«Non credo che nessuno, nemmeno la Fiat o Sacconi, possa pensare che un diritto costituzionale sia aggirabile da un accordo. Non abbocchiamo all’amo di chi ce la racconta così. Sacconi dice che vede un grande orizzonte fatto di deroghe ad ogni livello. Se lo sogna. La Costituzione non è derogabile. È una partita delicatissima. Mi rifiuto di pensare che giunti a questo punto non si possa arrivare ad un accordo. C’è un fatto oggettivo: siamo di fronte al primo caso in Europa di rientro della produzione esternalizzata. Ci vuole buona volontà, fantasia. Bisogna sentire la voce dei lavoratori. In ogni caso Pomigliano non sarà un modello».

C’è in ballo anche l’articolo 41 della Costituzione, la libertà d’impresa e l’interesse generale.

«Un conto è un delicato caso di contrattazione, un altro quello di chi ha gli strumenti per cambiare la Carta. Berlusconi, diversamente da Marchionne e da Landini, è lì perché ha giurato sulla Costituzione. Ha messo in moto un meccanismo di delegittimazione: fa correre l’idea che il consenso sia tutto ciò che serve, il resto è inutile. Questa l’idea sovrana. Ne deriva disprezzo per le quel che la Carta garantisce: la magistratura, la libera stampa, il presidente della Repubblica. Sono elusive della Costituzione anche le pratiche di formazione delle leggi: un uso parossistico di decreti, fiducia. Il governo zittisce il Parlamento. La sovranità appartiene al popolo, certo, che però “la esercita nei limiti e nelle forma della Costituzione”. Che non è solo memoria: ha una strada davanti».

Parliamo del Bavaglio. La destra fa propaganda dicendo che è uguale alla proposta Mastella, governo Prodi. Cosa risponde?

«Un’altra bugia delle loro. È radicalmente opposto il concetto da cui le due proposte muovono: lì, nella proposta Mastella, si diceva di responsabilizzare i magistrati e gli uffici giudiziari rispetto all’uso improprio delle intercettazioni. Evitare la fuga di notizie, la divulgazione di notizie inutili, eliminare in origine le parti non attinenti all’indagine. Affrontava il tema facendo leva sulla responsabilità dei magistrati e rinnovando loro fiducia. Questi non vogliono evitare la divulgazione delle intercettazioni ma impedire di farle, colpendo così in una volta chi indaga, chi garantisce la giustizia, la stampa».

Il Popolo viola sarà in piazza il 9. Il Pd aderisce?

«Come sempre, se la piattaforma è convincente parteciperemo. Noi abbiamo le nostre manifestazioni. Nostro compito è fare il maggiore sforzo di tenere assieme i temi. Non dimentichiamo che mentre si parla di intercettazioni questi ti tolgono 218 euro a testa agli handicappati».

Sta già parlando di manovra.

«Difatti. Un colpo alle Regioni. 11 miliardi in due anni non è il taglio delle auto blu. È una botta storica alle politiche sociali per i non autosufficienti, al sostegno alle piccole imprese, a una parte di ammortizzatori sociali e di istruzione. Come dice Burlando: ci hanno messo in mano una pistola perché spariamo noi. Anche Formigoni si ribella. Avrà effetti gravissimi, ingestibili. Poi ci sarà un ulteriore taglio sulla sanità. un milione e mezzo forse due. Poi il pubblico impiego. Diciamo chi sono queste persone: poliziotti, insegnanti, infermieri, redditi medio bassi. Non chiede un euro a chi ha le rendite. È una manovra iniqua, depressiva della crescita. Oltretutto di corto raggio: gli effetti durano otto mesi».

Non teme la rabbia sociale?

«Oggi più che rabbia vedo rassegnazione e dolorosa sfiducia».

Tremonti acclamato dagli imprenditori, studia da leader?

«Tremonti sa usare il potere che ha anche in termini di costruzione del suo profilo. In 15 anni attorno al Tesoro ha coagulato molto. La Lega, questo il punto: è la Lega che sostiene Berlusconi, non ci sarebbe Berlsuconi, oggi, senza la Lega. Il punto di sutura è quello determinante. Anche quello critico, però. La Lega non può fare tutte le parti in commedia: avrà difficoltà a far digerire quel che sta arrivando. Questa maggioranza può indebolirsi che nel suo rapporto con la Lega».

E Fini? Teme un polo costituito da Fini Casini Montezemolo?

«È una costruzione che corrisponde a un sentimento che c’è in strati moderati del centrodestra che mal sopportano l’ipoteca leghista. Ho visto toni sprezzanti nella maggioranza. Se si preoccupano loro ci dobbiamo preoccupare un po’ meno noi».
Non la preoccupa nemmeno l’avvio delle candidature per le prossime primarie del centrosinistra?

«C’è questa litania che il centrosinistra sia in cerca del comandante. Non è così. Siamo chiamati a dare credibilità all’alternativa di governo. Dobbiamo farlo noi, adesso».

Pensa alle elezioni anticipate?

«Guardo l’oggi. Non so se si voterà nel 2011 ma faccio fatica a pensare ad altri tre anni così».

Dicevamo delle primarie. Vendola è pronto, altri in pista.

«Quando si fanno accordi di coalizione si parla di primarie di coalizione. Non c’è altro da aggiungere».

Autocandidature?

«All’interno delle forze che partecipano alla coalizione».

Niente papa straniero.

«Nel 2013 sarà libero Obama, eventualmente».

Marini dice che nel Pd c’è poco Ppi

«Colgo l’aspetto positivo: verso un rafforzamento del Pd».

Al contrario, la balena spiaggiata di De Benedetti…

«Anche gli inglesi a Dunkerque sembravano spiaggiati, invece…»

Un calcio ai vecchi, ha detto Prodi.

«Fra due o tre mesi avremo in rete tutti gli amministratori del Pd: hanno in larghissima maggioranza tra 30 e 40 anni. Detto questo, siamo e resteremo in costruzione. Avremo finito il compito quando il partito sarà in mano ai nativi del Pd».
I giovani, i dirigenti e i militanti, chiedono manifestazioni unitarie e combattive. Civati propone una campagna d’estate. Per ora ha risposto Cicchitto: dice che rinuncia alle ferie d’agosto.
Batteremo di un giorno l’eroico Cicchitto. Se per stare nella società fosse sufficiente scendere tutte le settimane in piazza sarebbe facile. Bisogna prima, come si sarebbe detto una volta, aver chiara la linea: poi gestire la proposta e l’azione tra la gente. Non serve andare alla rinfusa. Ci vediamo sabato al Palazzo dello sport, da lì partiremo per la campagna d’estate. Abbiamo due mesi, a settembre lavoriamo sulle scuole: voglio che il Pd sia il partito della Costituzione a partire dalle scuole. Hanno ristretto l’offerta in qualità e quantità, siamo di fronte all’analfabetismo di ritorno. Bisogna partire da lì».

L’Unità 16.06.10

"La fabbrica che non spreca un minuto così nasce l´operaio a ciclo continuo", di Paolo Griseri

Si riducono al minimo i tempi morti, tutti i pezzi sono più vicini alla postazione, il lavoratore deve solo muovere il busto. A Pomigliano arriva la metrica del lavoro alla giapponese, con tanto di computer e tabelle cronometriche da far rispettare.
Nella giornata della tuta blu di Pomigliano saranno 25.200. Non uno di meno, non uno di più. 25.200 secondi per lavorare, per ripetere 350 volte la stessa operazione che dunque non può durare meno di 72 secondi. Perché così dice la metrica. Anche le fabbriche, come le orchestre, ce l´hanno. Sono le regole che danno il ritmo alla linea e che dunque stabiliscono l´intensità di lavoro dei singoli operai. Tutti devono, inevitabilmente, muoversi allo stesso ritmo. Una danza faticosa. Da un secolo le regole di quella danza sono al centro della contrattazione sindacale. Hanno nomi astrusi: Tmc1, Tmc2, Ergo-Uas. Il primo a imporle fu, nel 1911, un ingegnere della Pennsylvania, Frederick Taylor, che spezzettò il lavoro degli operai in decine di micro movimenti stabilendo per ciascuno un tempo massimo di svolgimento. Dalla nascita del taylorismo ad oggi lo schema è rimasto sostanzialmente lo stesso. Perché in nessun luogo come sulle linee di montaggio il tempo è denaro. Uno degli ostacoli nella trattativa sindacale su Pomigliano è stato, per molte settimane, la riduzione delle pause da 40 a 30 minuti giornalieri. Un´inezia? Per molti sì, non per le tute blu. Facciamo un esempio: sulla linea della futura Panda la differenza di 10 minuti equivale a 8,3 operazioni in più per turno, quante se ne fanno in 600 secondi. Che diventano 25 automobili in più nell´arco della giornata. In un anno quei piccoli dieci minuti sono diventati 6.650 automobili.
La metrica della linea cambia con il cambiare del prodotto ma anche con le modifiche all´organizzazione del lavoro. Un professore giapponese, Hajime Yamashina, ha adattato alla Fiat i dettami del World class manufacturing, il sistema di organizzazione del lavoro che riduce al minimo i tempi morti. Rino Mercurio, un manutentore di Mirafiori, spiega che «con il wcm tutti i pezzi sono più vicini alla postazione. Prima dovevi fare quattro passi per andare a prenderli, ora è sufficiente una torsione del busto». Passi in meno, secondi in più per lavorare sulla linea. Si chiama efficienza.
Gli uomini che organizzano la danza, da Taylor in poi, sanno che tutto si basa sul lavoro dei cronometristi. Per tradizione i «cronu», come li chiamavano gli operai torinesi di inizio Novecento, non sono mai stati molto amati. Sono in genere ex operai che si sistemano di fianco a chi lavora con l´orologio in mano e misurano il tempo necessario a svolgere un´operazione. Un tempo la regola non scritta diceva che quando arriva il cronometrista è meglio rallentare. Ma questo lo sapeva anche il cronometrista e dopo aver misurato, tagliava i tempi in una lotta infinita con i suoi ex compagni di lavoro: «Oggi nell´epoca dei computer dice Rino – i cronometristi li vedi poco. Lavorano più con le tabelle che con l´orologio».
La metrica di Pomigliano è già stata adottata a Mirafiori sulla linea della Mito. Si chiama Ergo-Uas e considera per la prima volta gli aspetti ergonomici, gli effetti dello sforzo fisico sui tempi di esecuzione: un´operazione più faticosa viene premiata con un maggior tempo di esecuzione. Si chiamano «fattori di maggiorazione»: dall´1 per cento al 13 per cento a seconda della fatica richiesta: «Ma ormai – lamenta Ugo Bolognesi, operaio di linea – le operazioni sono quasi tutte all´1 per cento. Con il sistema precedente c´era una maggiorazione standard del 5 per cento e così, nel passaggio, ci abbiamo perso». Il sistema Ergo-Uas unito alla razionalizzazione dell´ambiente di lavoro introdotto con il wcm (quello che elimina i passi per andare a prendere i pezzi) è in grado, secondo la Fiat, di fare il miracolo: di produrre 280 mila auto all´anno con una sola linea. Quasi un´auto al minuto: «Un ritmo infernale» dicono i sindacalisti. A Melfi, dove si arriva a produrre oltre 300 mila Grande Punto all´anno, le linee sono due. Con una sola linea, tutto diventa più veloce e più vulnerabile: le richieste Fiat contro l´assenteismo e gli scioperi nascono, in sostanza, dall´esigenza di garantire quella velocità. Perché la danza delle tute blu non si interrompa.

La Repubblica 16.06.10

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“E’ un’intesa che mina l’essenza della Costituzione” di Tania Groppi – costituzionalista
L’accordo proposto dalla Fiat ai sindacati per trasferire dalla Polonia a Pomigliano la produzione della Panda tocca un nervo scoperto del sistema italiano delle relazioni industriali. Ma non solo. Esso è sintomatico di una tendenza che sembra inarrestabile, volta a mettere in discussione l’essenza stessa della Costituzione italiana. L’aspetto più evidente, ovviamente, è l’impatto, sulla pelle dei lavoratori, della globalizzazione sfrenata, con la “concorrenza al ribasso” che porta con sé. Al contempo, l’intero sistema-paese viene attratto in un gorgo che, allo scopo di intercettare capitali, gli impone di ridurre quelle garanzie dei diritti sociali che rappresentano uno degli assi portanti della vigente Costituzione repubblicana. Che sia necessaria una riflessione sul futuro dello Stato sociale, nel mondo globale, non è certo una novità. Ma una cosa è cercare di esplorare vie per assicurare la compatibilità tra libero mercato e garanzia dei diritti, un’altra è, semplicemente, svuotare o stravolgere le regole esistenti. E ciò tanto che lo facciano soggetti privati (come in questo caso) o titolari del potere politico (come nella recente, e ancora aperta, vicenda dell’art. 41 Cost.). Ed è qui che la questione sociale si salda, oggi in Italia, con quella democratica. Ovvero con la necessità di difendere le regole della democrazia costituzionale. Regole che sono poste a tutela dei soggetti deboli, siano essi le minoranze politiche o i lavoratori. Quando un primo ministro dice, ripetutamente, per anni, che governare con le regole che la Costituzione impone è un inferno. Quando queste regole vengono violate ripetutamente, sia attraverso le ordinanze di necessità di urgenza, che con i decreti legge, che con i maxiemendamenti su cui si appone la fiducia, che con leggi ad personam… Quando questa è l’attitudine verso le regole della convivenza dei massimi titolari del potete politico, il rischio che anche i soggetti privati pensino di poter impunemente disattendere le regole costituzionali si fa concreto. Una Costituzione delegittimata, ridotta a un’inutile rete di lacci e lacciuoli. Una Costituzione vecchia, adatta per un’Italia che ormai non esiste più. I suoi difensori dei retrogradi parrucconi conservatori che conducono una battaglia di retroguardia. Ecco il messaggio che deve passare. Aquesto punto, ad essere messe in discussione non sono solo le singole regole costituzionali, ma la stessa essenza del patto di convivenza su cui si basa la nostra Repubblica, come Stato democratico e sociale, fin dall’articolo 1, «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Ma se così è, deve essere chiaro che la battaglia per la difesa della Costituzione e la battaglia per i diritti dei lavoratori non possono che andare di pari passo.

L’Unità 16.06.10

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“Vinceranno i sì perchè non ci sono alternative migliori”, di Roberto Giovannini

Fa un caldo afoso e tagliagambe, nella piana agricola dove sorge la fabbrica «Giambattista Vico». È quasi l’una, e cominciano ad arrivare gli operai del secondo turno, che attacca alle due di pomeriggio. Per tre giorni, dopo tanti giorni inoperosi in cassa integrazione, in 2.600 lavoreranno per produrre un po’ di Alfa 159; poi torneranno a fermarsi per un altro mese. Fuori dai cancelli dell’ingresso due c’è una piccola folla di giornalisti. Ci sono i militanti della Fiom-Cgil e dello Slai-Cobas a distribuire volantini, poi si vede anche il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero. Verso le due, poi, escono (non sono molti) quelli del primo turno, che hanno attaccato alle sei. Pigliano i volantini, sorridono un po’ imbarazzati, preferiscono allontanarsi in fretta. Questi lavoratori dovranno presto decidere che fare il giorno del referendum sull’accordo che apre la strada all’investimento della «Fiàt» e alla nuova organizzazione del lavoro su 18 turni compresa la notte. Nell’aria si sente la vittoria dei «sì», chissà con quali proporzioni. Pochi hanno voglia di parlare; i più non vogliono farsi notare, qualcuno ha paura. Agli altri diamo qui la voce.
«Certo che voto sì al referendum, ma è una dittatura – dice F., operaio del montaggio, non iscritto al sindacato – sicuramente vinceranno i sì, ma non c’è niente da fare. L’ultimo giorno di lavoro normale io l’ho fatto il 31 luglio del 2008. L’azienda ci prende per il collo, ma non ci sono alternative». Giuseppe Limoncelli è un «team leader» di una piccola squadra ed è un iscritto della Fim-Cisl. Anche lui voterà sì. «E così faranno anche molti miei compagni di lavoro. Lavorare su 18 turni e pure di notte non mi fa paura, l’ha fatto per tanti anni anche mio padre, che lavorava in ospedale, non mi pare un problema. Voglio dire: è vero che l’azienda ci ha messo spalle al mure, che è un mezzo ricatto, ma a me non mi sembrano condizioni di lavoro impossibili». V. è un operaio iscritto alla Fiom, e la vede così: «I diritti dei lavoratori non si toccano, non esiste che anni di lotte dei nostri padri spariscano così. Io voto no, mi trasferissero pure a Nola se vogliono». A Nola, a quindici chilometri, c’è un polo di logistica del gruppo Fiat. Ci lavorano in 300, tutti sindacalizzati o considerati «problematici»: gli operai Alfa lo definiscono una specie di «reparto confino». A Nola, ad esempio, ci sta mezzo Slai-Cobas, un piccolo sindacato di base. «Le organizzazioni confederali – tuona Luigi Aprea, delegato Rsu dello Slai – dimenticano che nell’assemblea del 14 maggio mille lavoratori hanno votato la nostra mozione di condanna del piano Marchionne. Il referendum? Noi diremo di non votare». «Io non ho mai fatto un giorno di malattia – dice Gerardo Attanasio – e non sono d’accordo con questa nuova organizzazione del lavoro. Mia figlia mi dice che vuole un padre vivo, presente in casa, e questi turni non vanno bene. Io voto no». G. è iscritto alla Uilm, uno dei sindacati favorevoli all’intesa, e secondo lui con la nuova organizzazione del lavoro si guadagnerà troppo poco. «Ci daranno 3.200 euro lordi all’anno in più, sono 160-180 euro in più al mese. Poco. Io non lo so che farò, ma penso che vinceranno i sì». Qui a quanto pare parlano solo i critici. C’è anche uno dell’Ugl, Mario Silvestro. «E’ tutto un trucco di Marchionne – e ce lo spiega – la Panda viene a Pomigliano perché non sono riusciti a farla altrove. Andremo avanti due anni, e poi un bel giorno la Fiat dirà: peccato, la scommessa è andata male». Uno invece straconvintissimo della bontà dell’intesa è Carmine Volpe, iscritto ed «esperto» della Uilm. «Siamo stanchi di tutte queste tarantelle – spiega – vogliamo rimboccarci le maniche e cominciare a lavorare. Questa fabbrica diventerà il fiore all’occhiello del gruppo Fiat, e sarà anche merito del sindacalismo responsabile».
A volantinare per la Fiom c’è anche Giuseppe Dinarelli, l’operaio «laureato e giovane», cui è stato attribuito un sì all’accordo. «Macché, io prima del voto del Cc Fiom ho detto: diamo un segnale di apertura, invece di “no, ma”, scriviamo “sì, a condizione che”. La Fiat non può imporci un prendere e lasciare, sarebbe un segnale per Sacconi e tutte le aziende che non aspettano altro». Ma la Fiom ha azzeccato tutte le mosse? «Beh – ammette Giuseppe – diciamo che abbiamo dato un po’ l’alibi alla Fiat di far pensare che noi eravamo contrari a tutto».

La Stampa 16.06.10

Manovra, Regioni in rivolta. Formigoni: incostituzionale

«Si carica su un figlio tutto il carico e il padre fa spallucce. Siamo di fronte ad un padre sciamannato che ha aumentato il debito pubblico ». Il giudizio di Roberto Formigoni sulla manovra del governo è tranchant: da sciamannati. Il governatore lombardo è il più duro: ma i suoi colleghi sono pronti a sostenerlo. Il fronte è compatto (a parte qualche screzio tra regioni virtuose e quelle indebitate). Per tutte le Regioni la «mannaia-Tremonti » è irricevibile, oltre che con gravi rischi di incostituzionalità. Sottrae finanziamenti senza uno straccio di consultazione. Alla faccia del federalismo. Il documento finale della riunione di ieri dei governatori è unanime: «Così com’è il testo è irricevibile – spiega il presidente Vasco Errani – e non sostenibile perché il peso dei tagli è caricato sulle Regioni per oltre il 50%». Tradotto: 4,5 miliardi nel solo 2011.
FUOCO AMICO I governatori si preparano al pressing sul Parlamento per modificare la manovra. Oggi incontreranno i capigruppo di maggioranza, seguiranno quelli delle opposizioni. Ma il governo dovrà vedersela anche con un altro fronte «interno »da cui potrebbe partire una raffica di fuoco amico. I finiani, che al senato stanno predisponendo una manovra alternativa su cui dare battaglia. Nel frattempo anche il leader Cisl Raffaele Bonanni profila l’arma dello sciopero se non saranno ritirate le misure che colpiscono la scuola. I malumori montano: alla fine pagheranno le famiglie.
FAMIGLIE I costi sono pesantissimi. Circa 17mila invalidi (down, ipovedenti, autistici) rischiano di perdere la pensione. E non solo. A spiegare gli effetti devastanti sulla vita quotidiana della gente è sempre Formigoni. La manovra«prevede il taglio di un terzo dei contributi per il trasporto pubblico locale e Trenitalia il giorno dopo ci taglierà un terzo dei treni e ridurrà di un terzo il personale», spiega il governatore lombardo. Non solo, siccome «con Trenitalia abbiamo dei contratti magari ci fa causa e la vince pure», ha aggiunto Formigoni. Il quale fa notare poi che la manovra taglia completamente i fondi per la famiglia, pari a 130 milioni. «Non erano tanti – osserva – ma vengono completamente spazzati via». E ancora. «Si dimostra così che il taglio non è alle Regioni, ma alle persone», aggiunge Claudio Martini della Toscana. «La nostra posizione è istituzionale, non segnata né da schieramenti politici nè corporativi: non stiamo tutelando le risorse delle Regioni ma dicendo che i tagli avranno ricadute pesanti sulle persone, le famiglie, le imprese», aggiunge Errani. I governatori non rigettano il rigore: chiedono tuttavia che venga distribuito in modo più equo. «Il taglio indiscriminato sulle spese regionali non è congruo nell’equilibrio del concorso dei livelli istituzionali. Perdi più- si legge nel comunicato – i tagli indiscriminati difficilmente sono applicabili e probabilmente non daranno i previsti benefici al Paese». Secondo Formigoni ci sono forti rischi di incostituzionalità , perché la manovra intacca il principio del collegamento diretto fra le funzioni conferite alle Regioni e le risorse necessarie per il loro esercizio. Inoltre «uccide il bambino nella culla», cioè il federalismo. Le Regioni chiedono infine la garanzia delle risorse per l’edilizia sanitaria, evidenziano la mancata previsione di 834 milioni per coprire l’assenza del ticket, sottolineando come una serie di patologie psichiatriche e non(tra cui la sindrome di Down) rischiano l’esclusione dell’indennità. Tra le contestazioni figura anche il mancato rispetto degli accordi sottoscritti dal governo e riguardanti i Fas, e si chiede al contempo che i risparmi che si ottengono sulla farmaceutica rimangano nell’ambito del Fondo sanitario. Una cosa comunque è certa, conclude Errani: «le Regioni non alzeranno bandiera bianca».

L’Unità 16.06.10

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Regioni in rivolta: manovra irricevibile
La manovra è «irricevibile» e il governo si sta comportando con le Regioni come il più «sciamannato» dei padri potrebbe fare con i suoi figli: «fa spallucce» davanti alle ingiustizie e alle altrui esigenze, salva se stesso e scarica sugli altri i maggiori pesi. Nel giorno in cui le Regioni scendono in campo contro i tagli della Finanziaria non vi sono distinzioni di destra o sinistra: il tavolo dei governatori è compatto, deciso a «non alzare bandiera bianca» davanti alle richieste del governo. La protesta è «istituzionale», libera da schieramenti politici, e «non è corporativa». Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni ribadisce che «siamo pronti a fare la nostra parte, ma questi tagli avranno ricadute pesanti sulle persone, le famiglie e le imprese». Così com´è, spiega, la manovra carica le Regioni di un peso superiore al 50 per cento: non è equa perché non tiene conto che le amministrazioni hanno ridotto il loro contributo al debito pubblico del 6 per cento, mentre lo Stato centrale lo ha aggravato del 10 .
Il documento finale, che parla di «manovra irricevibile che le Regioni chiedono di cambiare», porta la firma di tutti i rappresentanti (anche se in serata il friulano Tondo si è dissociato dalle dichiarazioni di Errani): non si mettono in discussione le cifre finali, ma i carichi, e si solleva il rischio di incostituzionalità, dovuto al fatto che alle regioni si conferiscono funzioni, ma si negano i fondi per il loro esercizio. Tutti i governatori vogliono ridiscuterne anche perché «non potendo aumentare le tasse, dovremmo tagliare i servizi». Molto polemico l´intervento di Roberto Formigoni, governatore della Lombardia: è lui che paragonato il governo «a un padre sciamannato», facendo notare come la manovra «spazzi via i 130 milioni di euro destinati al fondo per la famiglia e faccia sparire, nel trasporto locale, un treno ogni tre». Ma ancor più grave, ha sottolineato, è il fatto che i provvedimenti «uccidono nella culla quel federalismo di cui il paese ha ora estremo bisogno». Parole pienamente condivise dal presidente della Toscana Enrico Rossi: «Bravo Formigoni, ora il Pdl lo ascolti». Quanto alle conseguenze dei tagli, il documento unitario ne propone un primo elenco: saranno ridotti i trasporti con ripercussioni sull´occupazione e con un forte rischio di aumento delle tariffe. Stop agli incentivi alle imprese, al mercato del lavoro e all´edilizia residenziale. Ma a rischio, grazie alle «evidenti violazioni del Patto sulla salute» e alle novità introdotte sull´invalidità, l´indennità riconosciuta a tipologie psichiatriche e alla sindrome di Down.
Sale dunque l´entità dello scontro e si fa più pesante anche il braccio di ferro fra Tremonti e la maggioranza sulla possibilità di modifiche: se n´è parlato ieri sera in un vertice ad hoc dove il ministro dell´Economia ha avvertito «di non toccare i saldi, pena la sicurezza del Paese». Da ambienti vicini al governo pare che lo stesso Palazzo Chigi intenda creare una specie di coordinamento per valutare le proposte di cambiamento più «credibili». Bocciata dalle Regioni, la manovra incassa invece un «sì» dalla Commissione Ue, a patto che di «assicurare una stringente attuazione del programmato calo della spesa pubblica e di affrontare la possibile caduta delle entrate fiscali»

La Repubblica 16.05.10

"Costituzione usata come scusa", di Irene Tinagli

Al di là dello scontro quasi ideologico che si solleva ogni volta che si tocca la Costituzione, ciò che colpisce del dibattito sull’articolo 41 è la tesi che questo articolo sia ciò che ha frenato e frena la competitività italiana e che, modificandolo, l’Italia possa tornare a competere sui mercati internazionali. Ma è davvero così? E’ vero che la competitività di un Paese dipende dalla sua Carta costituzionale? Questa è la domanda che dovremmo porci in questo momento. In questa prospettiva è interessante andare a guardare le classifiche internazionali sulla competitività e scoprire che i Paesi più competitivi del mondo hanno alle spalle Costituzioni, modelli di Stato e di governo completamente diversi l’uno dall’altro.
In vetta alle classifiche troviamo infatti Paesi di tradizioni liberali e liberiste, come gli Stati Uniti.
Ma anche Paesi di tradizione social-democratica, come la Svezia e la Danimarca, così come troviamo democrazie parlamentari e presidenzialiste, Stati unitari e Stati federali, repubbliche e monarchie. Già da queste riflessioni sorge quindi più di un ragionevole dubbio. Il dubbio che forse la competitività dipenda da altri fattori. Ed infatti è così.
La competitività – che altro non è che la capacità di crescere nel lungo periodo – è legata ad altro. Si tratta chiaramente di una molteplicità di fattori, ma tre in particolare sono fondamentali: un sistema della ricerca e dell’istruzione moderno e competitivo, una pubblica amministrazione funzionale e trasparente, ed un sistema fiscale e redistributivo efficiente ed equo, che supporti il lavoro e gli investimenti. Investimenti non solo materiali ma anche e soprattutto immateriali, a partire proprio da quelli in ricerca, istruzione e formazione. E’ così che si crea un circolo virtuoso: una forza lavoro preparata e competitiva e un sistema di imprese che fa leva su tale capitale umano per generare innovazione e crescita.
Certamente mantenere questi investimenti e questo ciclo virtuoso in tempi di crisi non è facile, ma non impossibile. Basta guardare la Germania, che, pur dando alla luce una manovra finanziaria durissima con i tagli più pesanti dalla Seconda Guerra Mondiale, ha lasciato intatti tutti gli investimenti in istruzione e ricerca, dando mostra di una lungimiranza e di una prospettiva strategica invidiabili. L’Italia invece non solo ha tagliato pesantemente scuola, formazione, università e ricerca, ma non è stata nemmeno capace di portare fino in fondo alcune riforme avviate da questo stesso governo che avrebbero perlomeno dato un contributo a quei cambiamenti strutturali necessari per un eventuale reinvestimento futuro.
La riforma dell’Università è ancora ferma, rallentata non solo dai tanti emendamenti ma anche dall’evidente priorità data ad altri provvedimenti, dai vari Lodo Alfano fino all’ultimo provvedimento sulle intercettazioni, sui quali sono state spese molte più energie.
La riforma della pubblica amministrazione di Brunetta è stata in pratica mutilata dall’ultima manovra del governo che, per introdurre il blocco dei salari nel pubblico impiego, ha di fatto congelato (anche se non formalmente sospeso) tutta la parte della riforma che avrebbe introdotto un po’ di meritocrazia, valutazione e responsabilità nella pubblica amministrazione. Di riforma fiscale invece è stato quasi tabù parlare fino ad oggi. Adesso viene rispolverata, ma posta come subordinata alla più alta questione della «libertà di impresa» e alla modifica della Carta costituzionale. Creando un po’ di confusione sulle finalità di tale provvedimento, facendo quasi credere che questo articolo impedisca la creazione d’impresa. Non solo non è cosi, ma la creazione d’impresa, di per sé, non è un problema per il nostro Paese. In Italia si fa già abbastanza impresa, non a caso abbiamo una densità imprenditoriale tra le più alte d’Europa (circa 66 imprese ogni 1000 abitanti, contro 22 della Germania, 39 della Danimarca, e 40 della Francia).
Il problema delle imprese italiane è un altro: è la difficoltà di crescere avendo a che fare con una pubblica amministrazione lenta ed inefficiente, con una fiscalità complessa e penalizzante per chi davvero investe in innovazione e ricerca, e la difficoltà a trovare giovani (giovani veri, non quarantenni) preparati e ben formati sul mercato del lavoro. Questi sono i veri problemi delle imprese, e la modifica dell’articolo 41 non servirà a cambiare molto questo stato di cose. Anche la semplificazione della complessità normativa, la razionalizzazione di autorizzazioni e controlli può essere realizzata subito, senza modifiche costituzionali. D’altronde, è proprio questo governo che ha istituito il ministero per la Semplificazione normativa. Ed è proprio quel ministro, il senatore Calderoli, che pochi mesi fa si è fatto immortalare armato d’ascia e fiamma ossidrica mentre dava fuoco alle 375 mila tra leggi e regolamenti abrogati dal suo ministero. Viene naturale chiedersi come mai tra tutte quelle migliaia di leggi non ce ne fosse nemmeno una che sia servita a rendere più semplice la vita delle imprese e dei cittadini, tanto che oggi siamo ancora a parlare di normativa asfissiante.
Ecco, potremmo ripartire da lì, dal rilancio di una semplificazione normativa più mirata e selettiva, in modo da andare più incontro alle esigenze di aziende e cittadini. E da una riorganizzazione delle procedure e degli adempimenti burocratici per le imprese, per esempio realizzando in modo capillare su tutto il territorio gli sportelli unici per le attività produttive, istituiti per legge dodici anni fa ma nella realtà ancora largamente incompiuti, o, quando esistenti, raramente accompagnati dalle necessarie semplificazioni amministrative e dalla necessaria formazione del personale. Per realizzare tutto questo non è necessario creare una nuova Costituzione. Magari un nuovo ministro sì, potrebbe servire, visto che il ministro per le Attività produttive si è dimesso quasi due mesi fa e ancora non si è trovato un sostituto.
Insomma, se l’obiettivo è rilanciare la competitività del nostro Paese, investire tempo ed energie per modificare la Costituzione potrebbe non essere la strategia più efficace. Ci sono molte altre cose più incisive e fattibili subito che possono servire assai meglio a questo scopo. Se poi l’obiettivo è un altro, allora è un altro discorso.

La Stampa 16.06.10

Sanità, l´allarme dei medici statali "A rischio10.000 interventi chirurgici al giorno", di Luisa Grion

Ci saranno meno medici, un taglio all´assistenza, 10 mila interventi chirurgici in meno al giorno e più code. La manovra economica colpisce al cuore la sanità pubblica, e con questa anche i cittadini che vi fanno ricorso: a lanciare l´allarme sono gli stessi medici del servizio sanitario nazionale che con i veterinari, gli assistenti sanitari e gli amministrativi avvieranno fin da oggi un calendario di proteste delle categorie contro i tagli della Finanziaria.
Sulla carta – come promesso dal premier Berlusconi a fine maggio – non ci sono riduzioni dirette al Fondo, ma le sorprese arrivano attraverso due strade, una diretta e l´altra indiretta. La prima, spiegano , passa attraverso il blocco del turnover stabilito per l´intero settore statale e il richiesto dimezzamento dei precari. La seconda, viaggia attraverso i tagli che la Finanziaria ha messo in conto alle Regioni e quindi al welfare sul territorio. Detto in cifre il tutto si traduce in un taglio netto al numero dei medici in servizio (118 mila): il turnover permetterà che da qui ai prossimi tre anni ci sia solo una nuova assunzione a fronte di cinque uscite. «Fra questa riduzione e il richiesto dimezzamento dei contratti per i precari, entro i prossimi tre anni il servizio sanitario perderà 20 mila medici» spiega Massimo Cozza, segretario della Fp Cgil medici.
L´organizzazione, assieme alla altre del settore pubblico (Annao Assomed, Cimo-Asmd, AAroi-Emac, Fvm, Fassid, Fesmed, Anpo-Ascoti-Fials medici, Sds Snabi, Aupi,Sinafo, Fedir sanità e Sidirss) organizzerà oggi un sit-in di protesta in camice bianco davanti a Palazzo Chigi. L´intento delle categorie è far partecipe il cittadino delle conseguenze che avranno sul sistema sanitario i tagli effettuati dalla manovra. Considerata anche la seconda strada, quella dei mancati trasferimenti alle Regioni, le organizzazioni sindacali stimano una riduzione di infermieri e ospedalieri addetti al servizio territoriale di circa 60 mila unità (entro i prossimi tre anni). «Il che vuol dire – afferma Cozza – che ci sarà un taglio del 20 per cento nei servizi e nelle prestazioni offerte ai cittadini, e che quindi si allungheranno le liste d´attesa. Non solo: nel momento in cui scompariranno diversi servizi – penso a quelli che molti Comuni garantiscono agli anziani non autosufficienti – sarà matematico un maggior ricorso di massa alle strutture ospedaliere che dovranno far fronte, con meno uomini, a maggiori richieste».
Ma a subire le conseguenze dei tagli, oltre che i servizi e i tempi d´attesa, saranno anche le prestazioni chirurgiche. Sotto tiro, oltre ai medici, ci sono anche gli anestesisti. «Già oggi abbiamo carenze in organico pari a 1.500 unità – afferma Vincenzo Cartino, presidente di Aaroi-Emac, l´organizzazione di categoria che li rappresenta – fra blocco del turnover e tagli ai precari entro i prossimi tre anni ne perderemo altri 2.000. Ciò vuol dire che delle 50 mila operazioni chirurgiche che mediamente si effettuano ogni giorno in Italia, 10 mila sono destinate a saltare». Chiaramente, precisano le categorie, saranno rispettate le priorità d´emergenza: «A pagare le conseguenze, per quanto riguarda la mancanza di anestesisti, saranno in primo luogo le madri che vorranno partorire con l´epidurale, che dovremo mettere in coda davanti alle emergenze, ma anche gli interventi per l´interruzione di gravidanza» precisa Cartino. «Non dico che siamo al collasso, ma è una caduta a grandi balzi quella che ci aspetta».

La Repubblica 16.05.10

Manovra, la rivolta delle Regioni

La manovra è «irricevibile» e deve «cambiare». Lo ribadiscono i governatori, in un documento votato «all’unanimità», dopo una riunione straordinaria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome. Nessuno, ha precisato il presidente Vasco Errani, ne mette in discussione la necessità, ma i «sacrifici» devono essere «proporzionalmente suddivisi» tra i singoli comparti della pubblica amministrazione. Mentre così com’è ora «per oltre il 50% si carica sulle Regioni e non è equa», ha affermato Errani. Per le Regioni questa manovra mette a rischio i servizi alle imprese e ai cittadini oltre che minare il percorso del federalismo fiscale.

«Le Regioni – si legge nel documento – comprendono la necessità di una manovra tempestiva rispetto alla situazione economica attuale per dare risposta concreta ai mercati e all’Unione Europea sulle misure adottate dall’Italia, ritengono d’altro canto che il taglio indiscriminato sulle spese regionali non sia congruo nell’equilibrio del concorso dei singoli livelli istituzionali alla manovra, per di più i tagli indiscriminati difficilmente sono applicabili e probabilmente non daranno i previsti frutti benefici al Paese e pertanto la ritengono irricevibile».

I governatori, i quali hanno ribadito di voler fare «fino in fondo la nostra parte», hanno fatto notare di essere ancora in attesa della convocazione da parte del governo del tavolo: «La nostra posizione – ha aggiunto Errani – è tesa ad aprire un confronto serrato con il governo. È una posizione istituzionale non segnata da ragionamenti di schieramento politico e non stiamo tutelando in modo corporativo le regioni. Stiamo spiegando che i tagli avranno una ricaduta sul sistema territoriale, le famiglie e le imprese» ed «è importante che le Regioni abbiano trovato unità e condivisione».

Si smarca invece Roberto Cota, governatore del Piemonte, che, subito dopo la riunione straordinaria della conferenza delle Regioni che ha votato un documento all’unanimità contro la manovra frena le polemiche sostenendo che la manovra economica varata dal governo non mette a rischio il federalismo fiscale. «Ognuno deve fare la propria parte. – ha detto Cota – Se viene migliorata io sono contento. Ma è assurdo dire che questa manovra mette a rischio il federalismo fiscale. La manovra mette anzi in luce che il federalismo fiscale è necessario e indifferibile». Secondo Cota, «a fronte della cifra predeterminata ci sono dei margini su come i sacrifici vengono distribuiti e occorre trovare il modo per non penalizzare le Regioni virtuose e su questo il governo ha dato la propria disponibilità».

«Questa manovra va cambiata, è possibile ed è doveroso farlo», attacca Formigoni. Per il governatore della Lombardia è necessario «mantenere fermi i capisaldi» della manovra ma occorre «distribuire il carico dei sacrifici in modo proporzionale, come nelle famiglie un buon padre distribuisce il carico dei sacrifici su tutti i figli. Qui invece si carica su un figlio tutto il carico e il padre fa spallucce. Anzi, di più, siamo di fronte ad un padre sciammannato che ha aumentato il debito pubblico». Mentre le Regioni sono «figli virtuosi. Così non è sostenibile né equa e va cambiata», ha aggiunto Formigoni. Vendola è durissimo: «Lo spettro di Tremonti non è che aleggia nell’aula del Consiglio regionale della Puglia, aleggia in tutta Italia, aleggia nella vita delle famiglie più povere, nel mondo del lavoro», attacca il presidente della Regione Puglia. «Siamo dentro – ha continuato – un passaggio particolarmente drammatico e aspro, per certi versi. Una manovra economico-finanziaria che non soltanto sottrae ingenti risorse allo stato sociale e ai diritti dei cittadini, che congela il reddito di una parte del mondo del lavoro, ma che non ha nessuna idea propositiva sulla crescita. È una manovra recessiva, depressiva».

Un importante via libera alla manovra arriva invece da Bruzelles. La Commissione europea – nell’ambito della valutazione sulle misure prese da dodici Paesi della zona euro in deficit eccessivo – promuove infatti la legge di bilancio dell’Italia, sottolineando come le norme del decreto legge varato dal governo nel maggio scorso «sostengono gli sforzi di consolidamento aggiuntivi per il 2011 e 2012, che colpiscono soprattutto la spesa corrente». «Le autorità italiane – scrive ancora la Commissione Ue – stanno attuando le misure di consolidamento prese nell’estate del 2008 nel contesto del pacchetto per il periodo 2009-2011, come raccomandato dal Consiglio Ue, riducendo dunque il deficit 2010 dello 0,5% previsto». Per i servizi del commissario Ue agli affari economici e monetari, Olli Rehn, poi, «anche l’obiettivo del 5% di deficit per il 2010 è stato confermato». «Inoltre – sottolinea l’esecutivo europeo – il 25 maggio scorso il governo ha adottato un decreto legge specificando le misure che sostengono gli sforzi di consolidamento aggiuntivo per il 2011-2012, che tagliano principalmente la spesa corrente».

La Stampa 15.06.10

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«Una manovra incostituzionale. Con la Finanziaria addio federalismo», di Marco Laudonio

Possono giudicare positivamente la manovra le regioni che sostengono la maggior parte dei tagli? No, al di là del colore politico delle giunte sanno bene che si tagliano le spese di loro competenza per oltre 8 miliardi in due anni, la loro opposizione sarà durissima. Oggi tutte le regioni, di destra e sinistra hanno detto no al decreto avvisando: la Finanziaria rischia di essere incostituzionale. Perché? Intaccherebbe il principio del collegamento diretto fra le funzioni conferite alle regioni e le risorse necessarie per il loro esercizio. Lo hanno messo nero su bianco in un documento approvato all’unanimità.

Con la manovra varata dal governo “si riducono i margini della riforma del federalismo fiscale sia nel percorso istituzionale previsto sia nei fatti con tagli lineari senza nessun concetto di premialità per i comportamenti virtuosi”. È la posizione contenuta in un documento approvato all’unanimità dai presidenti delle Regioni, dopo la riunione di questa mattina sulla manovra.
I tagli contenuti nella manovra correttiva “non cadono sulle Regioni come enti, ma sui cittadini e sulle imprese – attaccano i governatori – su 4,9 miliardi relativi a trasferimenti di competenza sul trasporto pubblico locale, sul fondo per le attività produttive, sull’ambiente e sui servizi, ne vengono tagliati 4,3 miliardi”. Lo ha spiegato il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, che ha ricordato che le Regioni “vogliono partecipare a pieno titolo e vogliono fare fino in fondo la propria parte con grande senso di responsabilità”. Ma quella messa a punto dal governo «è una manovra irricevibile e insostenibile perché pesa per oltre il 50% sulle Regioni”.
Oggi sul sito della Conferenza Stato Regioni è stato pubblicato un elenco, probabilmente non esaustivo, dei servizi che i governatori saranno costretti a tagliare per via della manovra. Perché si è parlato di trasporti, di sanità, ma l’elenco è molto più lungo: mercato del lavoro, polizia amministrativa, incentivi alle imprese, protezione civile, servizio maregrafico, demanio idrico, invalidi civili, opere pubbliche, viabilità, ambiente, difesa incendi, politiche sociali, lavoro disabili, procreazione assistita, prestiti d’onore, lotta all’inquinamento, fondo affitti, fondo politiche per la famiglia, consiglieri di parità, turismo, edilizia residenziale agevolata, sostituzione autobus, fondo occupazione.

Errani ha anche spiegato che quella delle Regioni “non è una posizione corporativa o di schieramento partitico, ma è la sintesi unanime che i governatori hanno trovato. Le Regioni sono disposte a fare fino in fondo la loro parte, ma la manovra economica non è equa e i tagli avranno ricadute pesanti su persone, famiglie e imprese”.

Sul cavallo di battaglia degli sprechi per Tremonti, cioè la questione dei falsi invalidi Errani ha spiegato che «è vero che c’è stato un aumento delle invalidità ma le Regioni hanno dovuto affrontare un contenzioso gigantesco», contenzioso che nel 64,7% dei casi si è risolto a favore di chi aveva promosso il ricorso. Inoltre, Errani ha ricordato che questa competenza, delle Regioni dal 2003, è stata esercitata, fino al 2007, anche da una commissione del ministero dell’Economia che ha vagliato l’assegnazione delle invalidità e che questo compito è passato da allora all’Inps.

«C’è un rischio incostituzionalità perchè la Corte Costituzionale ha detto che ci deve essere un collegamento tra le funzioni esercitate e le risorse». Lo ha affermato il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Parole simili a quelle di Errano, governatore dell’Emilia Romagna e del PD….
I fondi per il trasporto pubblico locale, ha spiegato Formigoni, vengono ridotti «di circa 1/3. Noi abbiamo dei contratti con Trenitalia che, sapendo di questi tagli, probabilmente taglierà 1/3 dei treni e magari licenzierà 1/3 del personale». Il rischio è poi che faccia anche «causa alle Regioni e magari la vince perchè noi con Trenitalia abbiamo dei contratti di servizio». A questi tagli si aggiungono i fondi per la famiglia, ha sottolineato Formigoni, «che vengono spazzati via». «Ci vengono tolti i finanziamenti per esercitare le funzioni, ma non ci vengono tolte le competenze», ha concluso.

Sarà difficile ignorarlo se anche Roberto Formigoni lo prevede: salterà il federalismo fiscale. Eventualità che equivarrebbe di fatto alla crisi di governo, perché la Lega non accetterà di sacrificare senza adeguate contropartite il suo cavallo di battaglia per difendere i saldi della manovra.

Per il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, la reazione delle Regioni è “giustificata” perché la stretta contenuta nella manovra “è una botta storica alle politiche sociali”.

“La denuncia che arriva oggi dalla Conferenza Stato Regioni sugli effetti della manovra economica è la conferma di ciò che il Pd va dicendo da tempo, e cioè che il governo, al contrario di quanto vanno ripetendo come un disco rotto i suoi esponenti, mette le mani nelle tasche degli italiani” dichiara il responsabile Infrastrutture e Trasporti del Pd, Matteo Mauri.
“Mentre i grandi patrimoni rimangono intatti, i cittadini pagheranno in maniera indistinta i sacrifici a cui il Paese è costretto con tagli agli Enti locali che si tradurranno in più tasse e meno servizi, anche per ciò che riguarda i trasporti. Pensiamo ai milioni di pendolari sia delle
ferrovie che del trasporto pubblico locale, che da un giorno all’altro si vedranno aumentare sia le tariffe che i disagi. Il fatto poi che il presidente della Regione Lombardia abbia oggi fatto proprie le denunce dell’opposizione, adottandone parole e concetti per denunciare l’iniquità della manovra, è materia di profonda riflessione per i moderati di questo Paese. Una circostanza da cui, per il bene del Paese, trarre le dovute conseguenze”.

Antonio Misiani, segretario commissione bilancio e tesoriere del PD è beffardo: “Anche Roberto Formigoni, meglio tardi che mai, si è accorto dei disastri che la politica economica di Tremonti sta producendo nel Paese. Con una manovra così iniqua e depressiva non ci sarà alcuna ripresa e l’Italia continuerà ad essere esposta alle turbolenze dei mercati finanziari internazionali. A Formigoni rivolgiamo un invito: se crede realmente alle parole che pronuncia venga sabato prossimo alla nostra iniziativa al Palazzo dello Sport di Roma e si impegni concretamente per contrastare e cambiare questa politica”.

Renata Polverini, presidente della Regione Lazio, è del PDL ma pensa di dover tagliare i servizi primari. E denuncia come con questa manovra le Regioni saranno costrette “ad aumentare le tasse o a ridurre i servizi. Siccome le tasse non possiamo aumentarle, le Regioni avranno difficoltà a garantire i servizi”. Le Regioni, ha aggiunto, “non vogliono tirarsi fuori, ma vogliono partecipare in maniera equa a tutte le componenti della spesa pubblica”.

Regioni e Comuni hanno fatto proposte e suggerimenti per riequilibrare meglio il carico dei tagli. I governatori vorrebbero che a tutti i livelli istituzionali fosse applicata la percentuale di incidenza dell’intera manovra, pari al 3.43%: si passerebbe infatti a 15,71 miliardi per lo Stato (+65.4%); 2,20 miliardi per le Regioni a Statuto ordinario (-74,2%); 1,23 miliardi per quelle a Statuto speciale (-17,7%); 0,89 miliardi per le Province e 4,32 ai Comuni.
Dai Comuni arriva la stessa richiesta e il presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino, in un confronto con il ministro Fitto, ha ricordato che il 90 per cento dei tagli grava sulle autonomie locali: “tagliate i ministri” ha detto rivolto a Fitto.

Claudio Martini, fino alla scorsa legislatura presidente della Regione Toscana, presidente del Forum Politiche del Territorio del Partito democratico si augura che “anche i due presidente della Lega, Cota e Zaia, parlino con la stessa forza e chiarezza con cui si sono espressi Formigoni ed Errani”. Anche perché se poi le dichiarazioni sono altre, la firma di Cota è sotto il documento.

da www.partitodemocratico.it

"Alla Camera una procedura «ineccepibile» che può affondare la legge", di Stefano Folli

Com’era prevedibile, la legge sulle intercettazioni si conferma il nodo politico più insidioso per la stabilità della maggioranza. Da un lato, il presidente della Camera tende a guadagnare tempo. Può farlo in forme «ineccepibili», secondo il giudizio che lo stesso capogruppo del Pdl, Cicchitto, ha dato della lettera con cui Fini ha risposto al democratico Franceschini. Questi aveva chiesto in sostanza di approfondire il dibattito sul testo in arrivo dal Senato. Di fatto aveva suggerito un rinvio della votazione finale a dopo l’estate.
Con una certa cautela formale, ma piuttosto determinato nel merito, il presidente dell’assemblea ha accolto in parte l’argomento dell’esponente del centrosinistra. Ne deriva che l’esame della controversa legge potrebbe scivolare – senza «forzature» di alcun tipo – in coda al decreto legge sulla manovra economica, che gode dei requisiti d’urgenza. Con ciò il «sì» al provvedimento sarebbe tutt’altro che certo e potrebbe davvero scavalcare la pausa estiva.

Dall’altro lato, il nervosismo di Berlusconi è palpabile. La sua richiesta di fare presto, così da varare la legge entro luglio, è perentoria. C’è nelle parole del premier un riferimento agli accordi di maggioranza e alla posizione leale assunta nei giorni scorsi dagli stessi amici di Fini. Ma si avverte anche la crescente insicurezza del presidente del Consiglio. È evidente il suo timore di essere intrappollato nella ragnatela istituzionale, dove tutto è in apparenza «ineccepibile», ma il cui risultato finale è per lui una sconfitta politica.

L’insofferenza berlusconiana spiega molte cose. Ad esempio, spiega gli attacchi rinnovati nelle ultime settimane alla Costituzione e alle lungaggini parlamentari. È come se il premier presagisse lo scenario per lui peggiore. Non la prova di forza, per la quale si sente preparato, bensì il lento sprofondare nella palude delle procedure.

È qui che il presidente della Camera, senza in nulla tradire le intese di maggioranza, può far valere le ragioni dell’assemblea. In primo luogo perché Montecitorio non può limitarsi a ratificare le decisioni dell’altro ramo del Parlamento. Le modifiche decise a Palazzo Madama in seconda lettura sono rilevanti e ora il testo ha bisogno di trascorrere un certo tempo presso la commissione Giustizia presieduta da Giulia Bongiorno, le cui riserve sulla legge sono ben note.
In secondo luogo, l’intreccio con la manovra economica è reale e non è consigliabile, di questi tempi, dare al paese l’impressione che le intercettazioni siano più importanti dei conti pubblici. Forse si possono fare entrambe le cose attraverso un «tour de force», ma se non c’è questa volontà di affrettarsi, ed è palese che in Fini manca, il rinvio diventa un’ipotesi plausibile. Per ragioni strettamente tecniche, in grado però di produrre conseguenze politiche. Proprio ciò che Berlusconi teme.

Il rischio per lui è insomma che la Camera pretenda il rispetto puntiglioso delle prerogative che la riguardano. A costo di obbligare il centrodestra a procedere con passo lento. Non si tratta di cancellare la legge, bensì di verificarne il contenuto per correggerlo (rinviando poi il testo al Senato per un’ultima lettura) e di modulare i tempi dell’approvazione. Una strategia morbida, si potrebbe dire, astuta sul piano politico. Ma dall’esito pernicioso per gli obiettivi del presidente del Consiglio, che di questa legge ha voluto fare una bandiera che non può essere ammainata.

Il Sole 24 Ore 15.06.10