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"Appalti, favori e amici lo scandalo Lunardi", di Michele Serra

NEI paesi del fu blocco sovietico la nomenklatura di partito godeva di privilegi castali: negozi riservati, case migliori, accesso facilitato a merci inaccessibili alla gente comune. Niente code, niente lunghe liste d´attesa grazie a una specie di salvacondotto perenne che permetteva ai capi di vivere in condizioni di extraterritorialità, come una specie di corpo diplomatico interno.
Noi siamo, almeno nominalmente, un Paese a economia di mercato. Ma leggendo l´intervista (ammirevole per la sincerità ai limiti del candore) che l´ex ministro Lunardi ha concesso a questo giornale, siamo costretti a mettere a fuoco una realtà molto poco sintonica con i principi che ispirano la libera competizione e le uguali condizioni di partenza tra i cittadini (principi proclamati a gran voce anche dal partito di Lunardi e di Scajola).
Si parla di ristrutturazioni offerte “a prezzo di costo” – cioè senza che l´impresa ne ricavi un solo euro – in cambio di un aiutino per acquistare terreni edificabili. Di funzionari pubblici che co-gestiscono, non si sa bene a che titolo, il sontuoso patrimonio immobiliare della Chiesa romana destinando gli alloggi agli amici e alle persone di riguardo. Di appartamenti concessi per oltre un anno in prova, senza pagare l´affitto (a meno che, citando l´ormai proverbiale battuta nonsense di Scajola, «qualcuno abbia pagato a mia insaputa»). Di pratiche edilizie risolte in Comune da “un amico”. Di favori dati e resi, di pastoie burocratiche by-passate, di occasioni d´oro riservate, di passaparola d´alto bordo che spalancano le porte di una vita agevolata. Si parla, soprattutto, del potere come moneta: un posto di comando vale, in sé, ben più di uno stipendio d´oro, se consente di ingrassare ingranaggi altrimenti rugginosi, di favorire una cordata che saprà come ricambiare.
Dei molto ricchi si dice che possono girare senza portafogli. Le recenti vicende dimostrano che non solo i ricchi, anche i potenti possono dimenticarlo a casa: i loro “pagherò” non sono monetizzabili, sono il pacchetto di attenzioni e di interessamenti che sapranno mettere sul piatto quando ci sarà l´occasione di farlo. E chi sia grato a chi non è dato sapere, perché la gratitudine, in quei paraggi e a quei livelli, è come l´uovo e la gallina.
L´ex ministro Lunardi (del quale, in uno dei disperati rigurgiti etici che ancora animano la politica, un paio di colleghi ieri chiedevano le dimissioni da parlamentare) si dice certo di poter spiegare tutto nei dettagli, carte alla mano, al magistrato di turno. Tiene a qualificarsi “persona corretta”, a distinguere tra la sua vicenda e quella di chi ha commesso reati. Glielo auguriamo, né augurarglielo ci costa più di tanto: perché non è questo il punto. Il punto, per la pubblica opinione o per quanto ne rimane, non sono i reati: quella è la patologia del sistema, è il bisturi che arriva quando non esistono rimedi meno invasivi. Il punto è la fisiologia del sistema: quella certezza del privilegio, quel convincimento di impunità, di mani libere, di circuito chiuso, che la grandinata di Tangentopoli ha appena scalfito, quasi a dimostrare che nessuna società può illudersi di mondarsi, e tanto più riformarsi, per via giudiziaria: mentalità, costume, cultura, rapporti tra le classi, natura del patto sociale, da che mondo è mondo, cambiano radicalmente solo per via politica: le scorciatoie non sono date.
Alla luce degli ultimi atti e delle ultime parole spese attorno alla “cricca”, si capisce soprattutto questo: ciò che per i cittadini normali è una tribolata corsa a ostacoli (i permessi, le code, la ricerca di una casa, e poi intronarsi di lavoro e di fatica per pagare ogni cosa, per saldare ogni debito, per dovere ma anche per dignità), per alcuni o parecchi degli uomini di governo e dei loro protetti è un tapis-roulant bene ammortizzato. Chi ci sale arriva prima e arriva meglio.
Il problema è capire quanto questa rete sia ramificata: e cioè fino a quali strati profondi della società arrivi. Il sospetto, increscioso ma ragionevole, è che grandi porzioni di società italiana siano già contaminati (ma anche: tradizionalmente contaminati) dalla cultura dei favori. Che scendendo giù giù dai palazzi romani fino agli studi da geometra di provincia, agli uffici pubblici meridionali, ai capannoni lombardi, siano milioni gli italiani che sperano di salire su quel carro o almeno di inseguirlo da presso. Che la politica come assemblaggio delle clientele, come selezione di protettori locali da spedire a Roma, sia una ingente, potente porzione della politica in toto. Un´intervista come quella di Lunardi non si concede, con così schietta eloquenza, se non si sa di vivere in un paese che ringhia al potere quando ne è escluso, ma lo asseconda con compiacimento quando può coglierne le occasioni e incassarne i dividendi.
Nessun potere è immacolato, e gli scandali politici sono, in democrazia, quasi una ricorrenza rituale. Ma la Roma piaciona e compiaciona che sortisce dagli ultimi refoli di Palazzo, quella dove una mano lava l´altra e qualche giudice sgobbone si propone il titanico compito di scovare i reati a tutto tondo dentro la matassa border-line dei favoritismi e degli omaggi al potere, è la capitale di una democrazia opaca, incerta di se stessa, molto facile a confondere i diritti con i favori. Dove il libero mercato è solo un simulacro ipocrita, tal quale il socialismo in Urss. Eventuali dimissioni di Lunardi cambierebbero appena di una sfumatura un quadro davvero fosco.

La Repubblica 15.06.10

Da Repubblica di ieri 14 giugno l’intervista all’ex Ministro Lunardi a cui fa riferimento l’articolo

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Bufera su Lunardi: “Ora si dimetta”, di Corrado ZUnino

Critico anche il Pdl: intervista agghiacciante. La procura acquisisce la registrazione
La Procura di Perugia ha acquisito l´intervista di “Repubblica” con l´ex ministro Pietro Lunardi. E ha chiesto la registrazione della lunga telefonata (oltre un´ora) alla base dell´articolo di domenica scorsa. I tre procuratori dell´inchiesta sulla Protezione civile in queste ore hanno deciso di mettere a fuoco i comportamenti dell´ingegner Lunardi che, oggi senatore del Pdl, dal 2001 al 2006 guidò il ministero delle Infrastrutture dei governi Berlusconi. I pm vogliono capire se ci sono stati passaggi di denaro o di altre utilità con l´imprenditore Diego Anemone e a Lunardi chiederanno notizie rispetto ad alcuni appalti pubblici.
Nell´intervista di domenica l´ingegnere prestato alla politica aveva raccontato con sorprendente linearità i suoi rapporti con Anemone, le magioni personali ristrutturate «a prezzo di costo», gli affitti gratis nei palazzi di proprietà del Vaticano, i favori fatti e ricevuti «come persona, non come ministro». Quindi, ha attaccato l´ex ministro Claudio Scajola e il sottosegretario alla Protezione civile, Guido Bertolaso: «Hanno fatto cose scorrette, pagheranno le conseguenze». Ieri, con una mail a “Repubblica”, Lunardi ha confermato il contenuto dell´intervista e ha voluto sottolineare: «Il signor Balducci mi fece unicamente la cortesia di segnalarmi alcune occasioni immobiliari e con il signor Anemone intercorsero rapporti di carattere assolutamente privato in momenti non sospetti».
È stata la stessa maggioranza, però, a definire le parole di Lunardi «agghiaccianti». Il portavoce nazionale della Giovane Italia, Giovanni Donzelli, ha detto: «Utilizzare il proprio ruolo pubblico per fare favori a privati e ottenere in cambio altri favori di utilità personale è la negazione della politica. Una disinvoltura inaccettabile. Noi del Pdl non chiediamo i voti agli italiani per fare favori e ricevere benefici personali». Gianmario Mariniello, direttore di Generazione Italia, associazione vicina ai finiani, è andato oltre: «Abbiamo il rammarico, dopo esserci tanto impegnati per la nascita del Pdl, di trovarci nello stesso partito in cui c´è gente che ragiona come Pietro Lunardi. In Inghilterra e negli Stati Uniti dopo un´intervista del genere uno come Lunardi verrebbe costretto, dal suo stesso partito, a rassegnare le dimissioni da parlamentare».
Dura l´opposizione. «Quelle parole fanno emergere un quadro torbido di gestione della cosa pubblica», ha sostenuto Donatella Ferranti, capogruppo della Commissione giustizia alla Camera, «negli anni in cui Lunardi è stato ministro l´imprenditore Anemone ha ottenuto importanti appalti tra cui quelli delle carceri sarde, dopo cinque anni non ancora conclusi». Ha insistito sulle dimissioni Pina Picierno, deputata Pd. E il presidente dei senatori dell´Udc, Giampiero D´Alia, ha definito raccapricciante «questa descrizione di un mondo sotterraneo che muove affari pubblici e privati».

La Repubblica 15.06.10

Sardegna e Sicilia, vince il centrosinistra

Elezioni amministrative in Sardegna: il centrosinistra conquista 6 province su 8 e vince i ballottaggi nei comuni. Anche in Sicilia vittoria a Gela, Enna e Milazzo. Bersani: “Una bella vittoria per il centrosinistra. Un en plein che non lascia discussioni”. Lai (Pd): “Da Sardegna segnale politico al Paese”. Zoggia: “ Con proposte di governo serie e concrete si vince” .
Ballottaggi vittoriosi per il Pd nelle isole maggiori. In Sardegna si tornava a votare per eleggere i Presidenti di tre Province: Cagliari, Nuoro e Ogliastra e i sindaci di quattro comuni oltre i 15.000 abitanti: Iglesias, Porto Torres, Nuoro e Sestu. E abbiamo vinto in tutti i casi.

Graziano Milia e Roberto Deriu si sono riconfermati Presidenti rispettivamente delle province di Cagliari e Nuoro.

Clamorosa è stata la rimonta di Graziano Milia nel capoluogo di regione: ha battuto il candidato della coalizione di centro destra Giuseppe Farris che aveva chiuso il primo turno in vantaggio di 13 punti. Milia ha ottenuto il 52,42 per cento dei consensi (61.785 voti)..

A Nuoro: il Presidente uscente Roberto Deriu ha sconfitto Luigi Crisponi, candidato del centro-destra con il 51,5 per cento dei consensi contro il 48,5 di Crisponi.
In Ogliastra, dopo un lungo testa a testa, Bruno Pilia, sostenuto dal centrosinistra, con il 51,41 per cento delle dei voti ha avuto la meglio su Sandro Rubiu, del centro-destra che si è fermato al 48,58 per cento.

Sul fronte delle comunali, ad Iglesias Pierluigi Carta del centrosinistra, si è riconfermato sindaco con il 50,93 per cento delle preferenze contro il 49.06 dello sfidante Paolo Fogu sostenuto dal centrodestra. Centrosinistra vincente anche a Nuoro, dove Alessandro Bianchi ha trionfato con il (55,28 per cento) mentre Paolo Manca che si è fermato al 44,71 per cento. A Porto Torres il nuovo sindaco è Luigi Beniamino Scarpa alla testa di una coalizione di centrosinistra che ha battuto il sindaco uscente Luciano Mura, sostenuto, tra l’altro, anche dal Pd, con il 54,33 per cento delle preferenze. E a Sestu Aldo Pili vince con il 51,15%.

Anche in Sicilia vittoria nei ballottaggi per i sindaci di tre comuni: Enna, Gela e Milazzo.

A Gela, Angelo Fasulo è stato eletto sindaco, appoggiato da Pd, Mpa e due liste civiche. Ha preso il posto dell’europarlamentare ex sindaco del Pd, Rosario Crocetta ottenendo il 17.224 delle preferenze, pari al 54,16% dei voti. Fasulo ha vinto per la seconda volta il ‘derby’ interno al Partito democratico che lo ha visto contrapposto al compagno di partito Lillo Speziale, Presidente dell’Antimafia regionale, appoggiato da Udc e cinque liste civiche, ha ottenuto 14.580 voti, pari al 45,84% delle preferenze.

Ad Enna, Paolo Garofalo, sostenuto dal Pd e due liste civiche, è stato eletto sindaco, Al ballottaggio ha ottenuto 7.715 preferenze, ottenendo il 58,50% dei voti. Il suo rivale, Angelo Moceri, appoggiato da Pdl, Mpa e da una lista civica, ha ottenuto 5.473 preferenze, ottenendo il 41,50% dei voti.

Carmelo Pino è il nuovo sindaco di centrosinistra di Milazzo, nel Messinese. Sostenuto da Mpa, Pd e sei liste civiche, al ballottaggio ha ottenuto 8.949 preferenze, pari al 52,04% dei voti. L’altro candidato, l’uscente Lorenzo Italiano, appoggiato da Pdl, Udc e nove liste civiche, ha ottenuto 8.248 voti, pari al 47,96% delle preferenze.

“Una bella vittoria per il centrosinistra. Un en plein che non lascia discussioni”. Così il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, ha commentato la vittoria dei candidati del Pd e del centrosinistra nelle maggiori isole.
Davide Zoggia, Responsabile enti locali del PD vede come fondamentali per le vittorie “Sia il recupero di Milia a Cagliari che la scelta degli apparentamenti a Nuoro. E la destra, partita spesso in vantaggio con i risultati del primo turno, evidentemente ha smarrito consensi e non ha convinto i sardi”.

Zoggia ha analizzato anche il dato siciliano: “Al successo in Sardegna, si aggiunge il buonissimo risultato conseguito dal Partito democratico in Sicilia, con la vittoria nei comuni. Ciò conferma da un lato della progressiva perdita di credibilità e di forza propulsiva da parte della destra e dall’altra delle enormi potenzialità che ha davanti a sè il Partito democratico”, ha concluso Zoggia, “Che quando si presenta coeso, al fianco di alleati affidabili e forte di proposte di governo concrete e serie riesce ad essere vincente. Una giornata che fa davvero ben sperare per il futuro”.

Silvio Lai, Segretario regionale del PD in Sardegna, è soddisfatto: “La Sardegna manda un segnale politico al Paese. Solo l’anno scorso il centrodestra avrebbe vinto in quasi tutte le 8 province al voto. Ma dopo un anno di governo disastroso i sardi hanno scoperto il gioco delle tre carte di Berlusconi e Cappellacci e riprendono a dare fiducia alle coalizioni di centrosinistra. E’ l’inizio da cui ripartire. Per il Pd, per il centrosinistra, è un segnale importante, un segnale di fiducia che dobbiamo far crescere e rafforzare già da subito, tutti insieme. Bisogna seguire la strada che abbiamo tracciato per queste elezioni e che i nostri elettori ci chiedono con forza di percorrere da tempo: unità nel Pd, coalizioni competitive e coese sui programmi. Queste – ha proseguito Lai – dovranno essere le nostre parole d’ordine da qui in avanti, solo così possiamo tornare ad essere credibili come alternativa e puntare a riprendere il governo della Regione. I nostri primi interlocutori dovranno essere quei tanti, troppi sardi che hanno disertato le urne. La bassa affluenza al voto è un segnale forte per tutta la politica isolana.”

Per Lai probabilmente anche le inchieste sull’eolico che hanno coinvolto il governatore Cappellacci e Denis Verdini hanno influito sul voto e sull’astensione, molto alta: “Sicuramente hanno inciso anche le ultime vicende di cronaca che hanno investito parte della politica e delle istituzioni isolane. Ma ha pesato però anche il disamore per le province, le cui funzioni vengono percepite forse poco chiaramente. Questa dovrà essere la sfida principale per gli eletti presidenti alle Province di centrosinistra: far percepire con chiarezza ai propri cittadini l’utilità reale delle province, con servizi che aiutino a migliorare la qualità della vita concreta e quotidiana, con al primo posto l’impegno per il lavoro che abbiamo scelto come nostra priorità”.

Soddisfatto dei risultati ottenuti dal Pd e dal centrosinistra in Sardegna e per l’ottimo risultato conseguito in Sicilia anche Nico Stumpo, responsabile Organizzazione del Pd. “Questa tornata elettorale segna una pesante sconfitta per la destra e premia il buon governo del centrosinistra e una politica delle alleanze che ha convinto le elettrici e gli elettori. Il centrodestra –ha commentato Stumpo – che un anno fa in Sardegna aveva vinto le regionali e che appariva in vantaggio in molte realtà al primo turno, è stato abbandonato dal suo elettorato. Il Pd è tornato competitivo con le sue proposte di governo”.

www.partitodemocratico.it

Imprese in ginocchio e l´incubo-tasse "Non abbiamo i soldi per ricominciare", di Jenner Meletti

L´AQUILA – Sui muri e sui lampioni l´Sos è ripetuto mille volte. «Manifestazione cittadina, corteo per la città. SOS: Sospensione delle tasse. Occupazione. Sostegno all´economia». Non ci sono firme, nel manifesto, con il disegno di un uomo arrabbiatissimo che grida: «…che te debbo da´?!». «Non è necessario mettere le firme – dice Luigi Fabiani, il tributarista che ha preparato la piattaforma delle richieste dell´Aquila al governo – perché c´è tutta la città. Sindacati, associazioni, commercianti, artigiani… Anche la Curia ha mandato la propria adesione». Forse qualcosa sta cambiando, nella città del terremoto. Le domeniche con le carriole hanno riportato nelle strade chiuse soprattutto i residenti nel centro storico ma domani, al corteo contro «il secondo terremoto», ci saranno pure gli aquilani delle periferie e delle frazioni, quelli del cratere e anche il vescovo Giovanni D´Ercole. «Secondo terremoto, l´abbiamo chiamato, perché il governo che vuole reintrodurre le tasse provocherà un terremoto economico». Il disastro non è solo annunciato, è già arrivato. Non ci sono i soldi per aggiustare le case B e C., quelle con pochi danni, e così una famiglia che potrebbe riparare l´appartamento con cinquemila euro è ancora in albergo a 14 mesi dal sisma. Quattromila gli aquilani in hotel e trentamila quelli ancora «assistiti»: i soldi per la «sistemazione autonoma» – piccolo contributo per chi si è trovato un appartamento in affitto – arrivano sempre in ritardo. Più pesante la situazione delle piccole imprese locali che hanno avviato i lavori di recupero: non sono state pagate e si trovano con l´acqua alla gola.
Il dottor Fabiani è naturalmente attento ai numeri. «Il ritorno delle tasse può provocare il collasso della nostra già esile economia. Porto l´esempio di un pensionato o di un dipendente, che sono le uniche figure che ancora hanno reddito e che sono in grado di spendere. Su una busta paga lorda di 2000 euro, il dipendente aveva una ritenuta del 23%, pari a 460 euro. Dopo il terremoto, questa ritenuta è stata sospesa e quindi il nostro poteva spendere 2000 euro netti. Dal 1° luglio, se il governo non cambia idea, tornerà la ritenuta di 460 euro e altri 460 verranno chiesti per recuperare i primi sei mesi del 2010. In busta paga il pensionato o dipendente avrà così 1080 euro, dai quali dovrà tagliarne circa altri 100 per restituire, 1 sessantesimo al mese, le tasse non pagate nel 2009. Ecco, questo per i soli che hanno ancora un reddito. All´Aquila ci sono poi 16 mila disoccupati e ci sono centinaia di imprese sull´orlo del fallimento. Seguo un´impresa di Scoppito che nel 2009 ha fatturato 80.000 euro per lavori di recupero e non ha ricevuto un soldo. Il titolare, proprio in questi giorni, è andato in banca a chiedere un prestito di 40.000 euro, per poter pagare i dipendenti per due o tre mesi e non chiudere i cantieri. Così non solo non ha incassato nulla ma ha fatto debiti personali. Seguo tante altre aziende: le posso solo dire che, dal giorno del terremoto, non me la sento più di presentare fatture per il mio lavoro. Come potrebbero pagarmi?».
La ricostruzione è ferma perché non ci sono risorse. E parte di quelle che ci sono vengono buttate al macero. Il sisma, ad esempio, ha distrutto o danneggiato 1600 appartamenti delle case popolari dell´Ater. L´istituto ha calcolato un danno di 100 milioni e nel luglio dell´anno scorso il governo ha stanziato la somma equivalente. Ma fino ad oggi non è arrivato nulla e l´Ater, che da mesi è pronta per gli appalti, ha potuto spendere solo i 7 milioni pagati dall´assicurazione sui condomini. É anche a causa di questi ritardi che quattromila aquilani sono ancora in hotel. «Ma gli albergatori – dice Celso Cioni, direttore della Confcommercio – non vivono certo giorni lieti. Hanno ricevuto acconti fino a dicembre, poi più nulla. Si calcola che, nella regione, abbiamo un credito di 80 milioni. Un piccolo albergo, in zona stazione, ospita sfollati nelle sue 20 camere. Ha già un credito di 500.000 euro e non sa più come fare. Ci sono poi gli hotel che non avevano ristorante e che per servire colazione, pranzo, cena ai nuovi ospiti hanno fatto un contratto con un ristorante. Così loro pagano il cibo e dallo Stato non ricevono nulla».
Riprendere il cammino non sarà facile. «In centro storico c´erano 1000 esercizi commerciali e 2000 partite Iva. Dal governo, ognuno di loro ha ricevuti 800 euro per soli tre mesi. Circa 300 esercizi sono stati “delocalizzati” in periferia, ma hanno trovato affitti da 3000 euro al mese per 100 metri quadri. Da un nostro censimento, abbiamo visto che 80 esercizi potrebbero riaprire subito, ma ci hanno spiegato che prima bisogna rifare completamente la rete del gas. Per l´acqua, la Gransasso spa ci ha raccontato che immette in rete 70 litri al secondo, più di quando nel centro c´erano tremila imprese e non la ventina di oggi. Questo significa che l´acquedotto è ridotto a un colabrodo. Non siamo ancora riusciti a sistemare gli ambulanti, che per loro natura hanno meno problemi dei commercianti fissi. Ce n´erano 120 solo in piazza Duomo, nel mercato aperto da almeno 700 anni. Li abbiamo divisi e mandati in periferia, ma come si dice all´Aquila se tagli un gatto a metà il gatto muore. Ora c´è un progetto per piazza d´Armi, finanziato con 1 milione. Speriamo che non sia troppo tardi. Le nostre imprese hanno aumentato il loro indebitamento del 40% e tante saranno espulse dal mercato del credito».
Il corteo di domani attraverserà tutta la città che – come dice il sindaco Massimo Cialente nel suo appello ai direttori di giornali – «in questo momento non c´è più». «Stamane ho saputo che sono in arrivo 36 milioni per pagare lavori già fatti per 68 milioni. Adesso devo decidere chi pagare e chi no, o dare a tutti appena la metà del dovuto. Sarò alla testa del corteo, con il gonfalone comunale. Ciò che è successo all´Aquila ha diviso l´Italia in curva sud e curva nord: da una parte chi dice che qui tutto è stato fatto e gli aquilani sono ingrati e dall´altra chi sostiene che qui non è stato fatto nulla o che tutto sbagliato. La verità è che all´Aquila l´emergenza non è finita. Ma è già stata dimenticata».

La Repubblica 15.06.10

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L´appello del sindaco dell´Aquila “La città è alle porte dell´inferno” , di Giuseppe Caporale

Cialente ai mass-media: stiamo morendo, venite e raccontate. Una lettera ai direttori delle testate giornalistiche: vi aspetto il 22 giugno
L´AQUILA – «La città sta morendo, aiutateci…». É un appello disperato quello che arriva dal sindaco dell´Aquila Massimo Cialente, 14 mesi dopo la tragedia che ha colpito l´Abruzzo.
Quasi un urlo, attraverso una lettera aperta indirizzata ai direttori delle testate giornalistiche italiane: «La situazione è drammatica dal momento che, seppure siamo riusciti in parte a costruire una città temporanea (alloggi provvisori, scuole provvisorie, aule universitarie provvisorie), l´economia è allo stremo e, soprattutto, non riesce a partire la vera ricostruzione. Abbiamo lo spettro di dover ricominciare a pagare tributi, tasse, mutui e, contemporaneamente, restituire tutti gli arretrati. Per migliaia di famiglie aquilane, e soprattutto per i lavoratori autonomi, equivarrà a spalancare le porte dell´inferno della disperazione. La ricostruzione è ferma perché non abbiamo risorse».
La stampa – chiede Cialente – non spenga i riflettori proprio adesso, «adesso che abbiamo bisogno d´aiuto. Vi chiedo di venire all´Aquila e di raccontare ciò che vedrete. Io non dirò nulla, mi limiterò ad accompagnarvi nella visita. Affinché non rimanga solo l´immagine di Obama, della consegna degli alloggi del progetto Case o delle manifestazioni di protesta. Vi prego di raccontare una città che, in questo momento, non c´è più a tutte le italiane e a tutti gli italiani. Il dramma dell´Aquila, la nostra disperazione, la ricostruzione del cratere è innanzitutto un problema del Paese».
Intanto, proprio ieri si è dimesso un componente della giunta Cialente, Giustino Masciocco, assessore comunale alle Politiche sociali. Si è dimesso per protesta contro il governo nazionale: «Fumose e lacunose norme di emergenza limitano l´attività dell´amministrazione locale, lo strapotere del governo su un territorio ‘ferito´, che cerca di rimettersi in cammino. La nostra città è stata chiusa in un recinto blindato all´interno del quale tutti noi cittadini, amministratori, politici, ci massacriamo sulla strategia da adottare per contrastare lo strapotere del governo sul nostro territorio. Siamo ostaggio di un governo – accusa l´assessore – che non ha il coraggio di affrontare con sincerità e senza faziosità la nostra situazione prendendosi, sì, i giusti meriti per quello che è stato fatto, ma con l´obbligo di riconoscere le difficoltà che ci sono sulla via della ricostruzione e sull´emergenza abitativa… Le giuste rivendicazioni dei nostri concittadini ci fanno capire che permane una fascia di popolazione che dovrebbe essere assistita con altri mezzi, risorse finanziarie ed ulteriori alloggi mai realizzati».

La Repubblica 15.06.10

Il PD di Carpi incontra una rappresentanza dei lavoratori dell’Italcarni in sciopero

“Rilanciare il tavolo provinciale proposto dal Sindaco di Carpi per risolvere la vertenza, coinvolgendo tutti i soggetti interessati e salvaguardando l’occupazione”. Ieri mattina una rappresentanza dei lavoratori dell’Italcarni, in sciopero, ha incontrato l’on. Manuela Ghizzoni e il segretario del PD di Carpi Davide Dalle Ave, i quali hanno espresso piena solidarietà ai lavoratori coinvolti nella difficile vertenza dell’azienda cooperativa.
“La crisi di Italcarni va discussa sul tavolo provinciale proposto dal Sindaco di Carpi – hanno affermato Dalle Ave e Ghizzoni a conclusione dell’incontro – e la vertenza va affrontata anche coinvolgendo altri soggetti interessati. La crisi economica è grave e non si possono trascurare le pesanti ricadute occupazionali del piano proposto da Italcarni”.
“Occorre che le parti valutino l’utilizzo di ammortizzatori alternativi alla messa in mobilità, sospendendo le ipotesi di spezzettamento delle attività produttive. Dopo la disponibilità di Legacoop a contribuire al buon esito della trattativa – ha commentato la deputata carpigiana – auspichiamo una conclusione positiva, che trovi soluzioni idonee per fronteggiare il risanamento, salvaguardando in primo luogo l’occupazione e la dignità dei lavoratori, coerentemente con i principi e i valori storici della tradizione cooperativa”.
“La presa di posizione ufficiale di Legacoop può rappresentare un elemento positivo nella direzione dell’allargamento del tavolo di discussione proposto dal Sindaco – conclude il segretario del PD di Carpi – è necessario insistere in questa direzione, con il coinvolgimento di Legacoop, per favorire un confronto sindacale in grado di portare a soluzione equilibrate e condivise”.

"Lo Sviluppo demolito", di Sergio D'Antoni

Ne hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace. Perdonerà Tremonti, ma la frase di Tacito –tanto in voga negli anni del conflitto in Vietnam – è perfetta per descrivere il trattamento che il governo riserva al ministero dello Sviluppo economico.
Nel pieno di una crisi che colpisce soprattutto le aree e le fasce deboli, il governo Berlusconi ha infatti definitivamente demolito il dicastero chiamato a varare politiche di crescita e di coesione nazionale. Il ministero è ridotto a brandelli. L’esecutivo ne ha smantellato gli organismi e prosciugato le risorse, rendendolo nei fatti una graziosa scatola vuota.
Il governo si è mosso in due direzioni. Da una parte ha tagliato per far cassa 2,5 miliardi dal fondo per lo sviluppo e il riequilibrio territoriale, raschiando il barile delle risorse nazionali destinate alla convergenza delle aree deboli. Dall’altra ha spostato alle dirette competenze della presidenza del consiglio il Dipartimento delle politiche di sviluppo, vero e proprio caveau chiamato a gestire e ad assegnare i fondi comunitari e le quote nazionali e regionali del Fas.
In questo modo non solo rinuncia a realizzare una politica di sviluppo degna di questo nome, ma mette in serio pericolo la sorte dei 27 miliardi del Fas assegnati alle regioni depresse del Sud. Fondi di esclusiva competenza delle regioni deboli e tenuti colpevolmente bloccati per due anni dal governo. Evidente la volontà di cancellare dall’agenda nazionale qualsiasi riferimento alla convergenza delle zone deboli e in particolare alla questione meridionale.
E il piano per il Mezzogiorno annunciato come imminente l’estate scorsa? A darci il quadro ci pensa Raffaele Fitto, neo-delegato al Dps, che in una recente intervista al Sole24 Ore ammette – o meglio: dichiara con orgoglio! – di dover ancora iniziare una valutazione sulle risorse disponibili. A un anno dall’annuncio di questo fantomatico piano Marshall e a due dall’insediamento a palazzo Chigi, la compagine berlusconiana afferma candidamente di essere ancora a “carissimo amico”.
Ovvio che si tratta di una missiva che non ha alcuna intenzione di inoltrare.
A dimostrarlo non è solo l’immobilismo di questo anno. È la pervicace politica antimeridionale varata fin dal primo momento da una compagine che ha sottratto dal 2008 oltre 30 miliardi dalle dotazioni nazionali destinate alle zone depresse e che oggi vara in una manovra iniqua e antisolidale, che scarica i costi delle politiche di sviluppo sulle stesse regioni sottosviluppate.
L’operazione sull’Irap che il governo ha il coraggio di spacciare per fiscalità di sviluppo non è altro che questo. In pratica, con fare pilatesco, l’esecutivo delega – bontà sua – tutti gli oneri derivanti da un eventuale abbassamento delle imposte sulle stesse regioni del Mezzogiorno, senza mettere un euro sul piatto ma anzi, come abbiamo visto, allungando le mani sulle quote regionali del Fas.
Il risultato? Le regioni del Sud non solo non saranno in grado di abbassare le imposte, ma dovranno addirittura alzarle per cercare di coprire disavanzi sanitari non compensati da alcunché. Non è uno scenario possibile, è una realtà attuale: già dall’estate Campania, Molise e Calabria saranno costrette a far pagare ai propri cittadini e ai propri imprenditori una super-addizionale Irap (+0,15%) e Irpef (+0,30%). Siamo alla vera e propria “fiscalità di svantaggio”.
In definitiva, mentre tutti i maggiori osservatori chiedono a gran voce politiche espansive, mentre il capo dello stato invoca politiche solidali di coesione nazionale ricordando giustamente che senza convergenza non può esserci crescita, il governo rinuncia a qualsiasi prospettiva di sviluppo limitandosi a tagliare ogni risorsa residua nelle zone a più alto potenziale.
«L’unico modo per salvare i fondi del Mezzogiorno – ha detto recentemente Tremonti ad alcuni cronisti che lo interrogavano sul prosciugamento del Fas – è riportare l’Italia sotto la soglia del deficit eccessivo». Una frase illuminante, traducibile in questo modo: le regioni deboli non rivedranno mai le proprie risorse in tempi di crisi. Altro che piano Sud, altro che “fase due”.
Questo esecutivo a trazione leghista fa cadere definitivamente la maschera e mostra la sua vera essenza antisociale e antimeridionale, preparandosi a far cassa ancora una volta volta sulle spalle dei più deboli, senza rendersi conto che in questo modo si condanna tutta l’Italia.

Europa Quotidiano 15.06.10

"Patriota per forza", di Massimo Gramellini

Ogni volta che qualche leghista maltratta l’inno mi torna alla memoria un episodio della primissima infanzia. Ero sugli spalti dello Stadio per un meeting di atletica, quando la banda attaccò una marcetta spiritosa. Gli spettatori si alzarono in piedi: anche mio padre, che subito imitai. Ma un ragazzino più grande di me rimase tranquillamente seduto. «E tu perché non ti alzi?», gli chiese mio padre. «C’ho un cicles attaccato al sedere». Non disse proprio «sedere». Ma di sicuro disse «cicles», la gomma da masticare. Mio padre, ex partigiano, serrò gli occhi a fessura: «E’ un bel problema, ma te lo risolvo io». Prese il bulletto per le ascelle e lo sollevò. «C’è gente che è morta perché tu potessi ascoltare in pace questo inno. Porta un po’ di rispetto, cretino!». Intorno a lui si levò un applauso caldo e solidale, che sferzò l’amor proprio del ragazzo più ancora del fervorino.

Non so se sarei capace di comportarmi come mio padre. Invece degli applausi, avrei paura di beccarmi una coltellata o un’accusa di molestie ai minori. Ma quel giorno compresi che facevo parte di una comunità e che chiunque l’avesse sfregiata con un comportamento irriguardoso avrebbe finito per provocare in me una reazione eguale e contraria. Così, pur essendo uno di quei tipici italiani che non vibrano per la parola Patria e baratterebbe l’elmo di Scipio con un inno solenne come la Marsigliese, grazie agli sforzi iconoclasti della Lega mi ritrovo da qualche tempo a indossare con orgoglio cravatte tricolori. E ieri sera, mentre De Rossi cantava in romanesco «che schiava de Romaaaaa…» poco è mancato che mi venissero i lucciconi.

La Stampa 15.06.10

"Epifani: la Fiat ci ripensi la fabbrica non è una caserma", di Roberto Mania

«Marchionne ci ripensi: non contrapponga lavoro a diritti. Pomigliano non può diventare una fabbrica-caserma. E il “piano B” sarebbe anche una sua sconfitta». Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, parla mentre, a qualche chilometro di distanza, è in corso il Comitato centrale della Fiom sul caso-Pomigliano. Sa già come andrà a finire: no alla proposta della Fiat.
Lei condivide la posizione della Fiom?
«Io dico ciò che chiede la Cgil: che si realizzi rapidamente l´investimento previsto per lo stabilimento di Pomigliano. Questo è il frutto di anni di mobilitazione nel territorio da parte dei sindacati, della Cgil, della Chiesa, delle istituzioni locali. A Napoli non c´è alternativa. Stiamo parlando di 15 mila posti di lavoro, compresi quelli dell´indotto. Un piano di queste dimensioni impone una sfida che sicuramente deve essere raccolta: quella della saturazione degli impianti e della turnazione. Su questo non dobbiamo avere timidezze. I 18 turni non sono una novità. In molte fabbriche si lavora 24 ore su 24 per sette giorni. Sappiamo che sarà un sacrificio alto per i lavoratori, perché non è facile lavorare il sabato e la domenica di notte, perché non è la stessa cosa lavorare alla catena di montaggio o stare seduti davanti a una scrivania».
Sta ragionando come se il no della Fiom fosse ininfluente. Le ricordo che Marchionne ha posto come condizione l´accordo di tutti i sindacati senza escludere di poter mantenere la produzione della Panda in Polonia.
«C´è un capitolo del documento della Fiat che apre problemi molto gravi. Riguarda la malattia e lo sciopero. Abbiamo consultato insigni giuristi e ci dicono che, senza chiarimenti e correzioni, quelle clausole appaiono illegittime o addirittura incostituzionali. Mi domando: si può sottoscrivere un accordo con questi profili di illegittimità? Questo è il punto. Conviene alla Fiat che chiede certezze uno scenario di questo tipo?».
Lei pensa che la Fiat, la Cisl e la Uil possano firmare un accordo addirittura incostituzionale? Le sembra possibile? Non sarà la vostra una forzatura interpretativa?
«Per quanto mi risulta anche i metalmeccanici di Cisl e Uil avevano sollevato i nostri stessi argomenti. Poi ha prevalso lo spirito di chiudere. Ma c´è il rischio di un fiorire di iniziative giudiziarie, se non vengono chiariti quegli aspetti, perché la nostre preoccupazioni sono molto fondate. Al primo ricorso quel piano non regge. Per questo chiedo a Marchionne un ripensamento».
La Cgil sostiene che una firma su un accordo del genere sarebbe “invalida, inefficace e inesistente”. Se è così perché intanto non la mettete?
«Rovesciamo il problema: a cosa servirebbe un sì in questo modo? A nulla. La Fiat non deve piegare i sindacati ma trovare un piano che regga. La Cgil è assolutamente disponibile a trovare soluzioni per un assenteismo che a tratti ha assunto a Pomigliano caratteristiche intollerabili. Siamo pronti e abbiamo anche le nostre proposte».
Quali?
«Ne parleremo».
Esclude che Marchionne possa applicare il “piano B” e non spostare la produzione della Panda a Pomigliano?
«Penso che alla fine possa prevalere in Marchionne il senso della forza dell´operazione Pomigliano. Ha scommesso troppo sulla Fabbrica Italia. Il “piano B” sarebbe anche una sua sconfitta. Gli chiedo di non attuarlo, ma so che il “piano B” è concretamente nelle sue mani».
Lei ha fatto tutto per arrivare a un´intesa? Possibile che la Cgil scopra i problemi sempre poco prima della firma?
«Non è così. Stiamo rincorrendo centinaia di vertenze in tutta Italia. In questo caso, mi dispiace, è mancato il rapporto tra la Cgil e la Fiom nella costruzione della soluzione».
La colpa è della Fiom?
«È un dato di fatto perché questa vicenda ha ricadute su vari settori, non solo sui lavoratori metalmeccanici».
La Fiom ha parlato di “ricatto” da parte di Marchionne. Lei userebbe la stessa parola?
«Se si intende dire che la Fiat ha tirato troppo la corda, c´è una parte di verità. L´intera verità è che la Fiat ha integralmente la possibilità di decidere. È una situazione inedita nella quale il Lingotto ragiona come una multinazionale che non ha più nulla da chiedere al governo italiano».
Se ci sarà il referendum è scontata la vittoria del sì. A quel punto la Fiom dovrà firmare?
«Deciderà la Fiom. È giusto che i lavoratori comunque dicano la loro. La Fiom deve potere dire sì o no, può chiedere il giudizio dei lavoratori, ma non può scaricare tutte le responsabilità su quest´ultimi».

La Repubblica 15.06.10

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«Rischio incostituzionalità Così qualsiasi giudice potrebbe bloccare l’intesa»

Se quella clausola viene interpretata come una rinuncia dei lavoratori al diritto allo sciopero è incostituzionale: qualunque pretore di campagna la boccerebbe come tale. Anche perché un accordo collettivo non può contenere una disposizione di quel tipo: le parti firmatarie, datore di lavoro e sindacati, non possono disporre dei diritti dei singoli costituzionalmente garantiti. Non spetta a loro. Fiat, semmai, dovrebbe far firmare a ogni singolo lavoratore quella clausola. Una scena che mi piacerebbe vedere…» Quella clausola è il punto quindici dell’accordo proposto dal Lingotto ai sindacati per restare a Pomigliano d’Arco e produrre la Panda: “Clausole integrative del contratto individuale di lavoro” si chiama. È uno dei passaggi fortemente contestati da Fiom e Cgil, perché prevederebbe sanzioni per i dipendenti che scioperano quando Fiat dice che non si può. «Se così fosse sarebbe una provocazione, e non vedo a chi potrebbe giovare», commenta Umberto Romagnoli, giuslavorista, professore emerito di Diritto del lavoro all’Università di Bologna.
Professore,più ingenerale cosa pensa di questa ipotesi di accordo per Pomigliano D’Arco? «Innanzitutto che non si può chiamare accordo. Non c’è alcuna controprestazione: l’azienda mette sul piatto solo la disponibilità a restare nello stabilimento napoletano. Chiede di aumentare all’inverosimile i ritmi di lavoro e non concede nemmeno un aumento salariale. Manon voglio parlare dei 18 turni proposti e degli straordinari chiesti ai dipendenti: è materia da medico del lavoro…Nel complesso, però, il testo mi sembra che presenti soltanto obblighi per i lavoratori e i sindacati». Un ricatto? «Violento. Anche perché di fronte alla minaccia di perdere il posto, se l’accordo dovesse essere sottoposto a refendum, sono convinto che i lavoratori voterebbero a favore. Sono con le spalle al muro. A mio avviso si sta creando un pericoloso precedente».
Cioè? «In qualunque modo dovesse finire, questa vicenda rappresenta un termine di riferimento per tutta la categoria imprenditoriale. Se prevarrà la linea Marchionne, l’Italia diventerà come la Polonia, dove oggi si produce la Panda e i lavora tori hanno pochi diritti. Se invece salterà tutto, le aziende più forti, gli imprenditori più ostinati porranno comunque condizioni sempre più drastiche per rimanere in Italia. Mi sembra che siamo arrivati a un bivio: o ci uniformiamo alle condizioni di lavoro dei Paesi in via di Sviluppo o rischiamo di perdere alcune tra le più le grosse realtà industriali del Paese. In ogni caso c’è il rischio di sfibrare il sistema industriale e il mondo del lavoro». Come si è arrivati a questo punto? «Non solo per via della crisi. È stata la globalizzazione selvaggia a portarci di fronte a questa prospettiva, inaspettata fino a qualche tempo fa: la distruzione di tanti diritti conquistati negli anni. E il paradosso è che pensavamo di poterli esportare questi diritti». Questo segna un ritorno al passato? «Chiaro. Cancella l’autunno caldo, le lotte, i diritti. Se mette insieme questa ipotesi di intesa per Pomigliano e le modifiche previste allo Statuto dei lavoratori, il quadro è completo. E il brutto è che è la politica a favorire questa deriva: si piega alle esigenze dell’economia mondiale, invece di difendere e rilanciare le cose buone conquistate nel passato. Invece di riaffermare la personalità del lavoratore o il ruolo di interlocutore privilegiato del sindacato. I rappresentanti dei lavoratori oggi sono considerati utili solo se facilitano il consenso». Rispetto a questa vicenda, come giudica le parti prese dai confederali? «A mio avviso, Bonanni e Angeletti si illudono di ottenere qualcosa mostrandosi più accondiscendenti della Cgil. Ma non otteranno niente in questo modo,se non questa prospettiva da Paesi in via di sviluppo, che purtroppo per l’Italia è una minaccia. Se fossi invece nei panni del nuovo segretario della Fiom, Maurizio Landini, rimetterei la scelta nelle mani dei lavoratori di Pomigliano. Anche se, come detto, per loro si tratta di un ricatto durissimo. Pensa che ci siano della alternative? Modelli di sviluppo diversi, che permettano di mantenere e custodire quanto è stato fatto negli anni? «Sì, certamente. Ma ci vorrebbe una visione e una volontà politica che in questo momento non riesco a vedere

L’Unità 15.06.10