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"La rabbia dell'Ispesl: soppressi e censurati", di Roberto Ciccarelli

La rimozione dell’appello contro la chiusura dell’Istituto per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (Ispesl) dal sito ufficiale dell’ente ha lasciato tra i ricercatori più di una preoccupazione. Quelli che ieri in Piazza del Popolo attendevano l’arrivo del corteo della Cgil si sentivano «soppressi e censurati». Altri ragionavano sul fatto che se fino all’8 giugno l’appello ha raccolto quasi diecimila firme, allora la soppressione di questo ente ha prodotto qualche effetto. Da qualche ora l’appello in questione può essere comunque sottoscritto sul sito ispesl.altervista.org.

Unica in Europa, a parte la Svezia, l’Italia ha deciso di privarsi di un ente autonomo di ricerca commissariato da due anni perché in attesa della nomina del nuovo presidente. Il clamore di questa decisione è almeno pari all’irrisorietà del risparmio previsto. Secondo la relazione tecnica che accompagna la manovra finanziaria si tratterebbe di 426.248 euro, a fronte dei costi per la mancanza prevenzione sui luoghi di lavoro che ammontano al 3 per cento del Pil.

«C’era da aspettarselo», ha detto qualcuno a mezza voce. Negli ultimi mesi in molti si sono resi conto che l’Ispesl sarebbe stato accorpato all’Inail. Prima il decreto legislativo 81/2008, poi il disegno di legge 1167 sul riordino degli enti. Infine la manovra di Tremonti che ha reso realtà l’ombra del sospetto tenuta lontana. Privarsi di un istituto che attrae 18 milioni di euro dai fondi europei e produce ricerche per il contenimento dei rischi nelle imprese per un introito annuo di 32 milioni di euro, potrebbe sembrare insensato se non rispondesse ad una logica che porta dritti alla costruzione di un nuovo conflitto d’interessi. Presto l’Inail sarà un ente assicurativo che, con una mano, pagherà gli indennizzi per le malattie professionali e, con l’altra mano, gestirà i criteri scientifici con i quali stabilire quali malattie dovranno essere indennizzate.

Quello che il governo ha tutto l’interesse di cancellare con un incurante tratto di penna risponde dunque ad una ben precisa razionalità. A parere dei ricercatori ormai riuniti attorno al cronista, la lotta contro gli “sprechi” e la retorica “anti-casta” ha assunto un segno politico completamente diverso. Sostengono che l’intenzione sia quella di negare la funzione di una ricerca che, al momento, è auto-finanziata e libera lo Stato dai costi degli oltre 500 ricercatori precari impegnati per una buona metà nei 36 dipartimenti territoriali che raccordano il tessuto produttivo locale con gli organi di controllo della sicurezza sul lavoro.

Certo, l’Inail sembra avere dato rassicurazioni sulla conservazione di tale funzione, così come hanno fatto il ministero dei Trasporti per l’Istituto nazionale per studi ed esperienze di architettura navale (Insean) e il ministero dell’Economia per l’Istituto di studi e analisi economica (Isae). Ma in nessuno di questi casi alla ricerca verrà lasciata un’autonomia organizzativa che, in fondo, è l’unica garanzia per evitare i conflitti d’interesse. Uno su tutti, quello che opporrà l’ex-Isae, che l’altro ieri non ha pubblicato per protesta le previsioni sulla produzione industriale, e il ministero dell’Economia. Anche in questo caso, la retorica dei tagli viene dissolta dall’entità dei risparmi. La soppressione dell’Isae, ente più piccolo dell’Ispesl, farà risparmiare allo Stato la bellezza di 137 mila euro. L’obiettivo della protesta resta quello dell’integrazione di questi enti nel Cnr (o nell’Istituto superiore di sanità nel caso dell’Ispesl).

La ragionevolezza delle proprie argomentazioni non lascia tuttavia tranquilli i ricercatori. Nella loro accorata difesa dell’autonomia della ricerca spunta quasi sempre il riflesso di una disillusione o, forse, di un realismo che serve a sostenere la loro opposizione. L’impressione è che però non basti ad addomesticare la determinazione usata dal governo nello smontaggio pezzo dopo pezzo della ricerca mediante sotto-finanziamenti o brutali soppressioni. L’idea di fondo che traspare in queste ed altre operazioni è che, se serve, la ricerca può essere acquistata all’estero. Le professionalità che esistono e che producono valore possono essere disperse.

Il cinismo, non dichiarato ma ampiamente percepito, di questa posizione preconcetta continua ad abbattersi sui più giovani. Attorno a loro, come spesso è accaduto negli ultimi anni, si raccoglie a piene mani la solidarietà dei più anziani che lavorano a tempo indeterminato. All’Ispesl pensano che i contratti a progetto in scadenza a fine mese possano essere rinnovati di un altro semestre. Ma per il dopo il testo della manovra parla chiaro. Non saranno possibili stabilizzazioni. Ci saranno trattative, verranno proposti emendamenti, si apriranno tavoli e consultazioni, ma nessuno ancora ieri sapeva dire quanti ragazzi saranno salvati.

Il Manifesto 13.06.10

2 Commenti

  1. Patirzia Bartalucci dice

    Vi è da aggiungere che tutti i paesi che in questo momento di crisi economica internazionale riescono ad avere una crescita del prodotto interno lordo(PIL) pari a circa il 10% (Cina, India ecc) sono quelli che investono maggiormente in ricerca. Basti pensare che la Cina investe in ricerca in termini assoluti pressapoco quanto gli USA. Solo nil nostro governo non comprende che la ricerca è il punto di forza del progresso economico e sviluppo di questo paese? Ci vuole percaso obnubilare con calcio e veline?

  2. Antonio dice

    A quanto scritto, manca un altro particolare.
    Nel Dlgs 81/2008 così come modificato dal D.Lgs 106/2009, si fa riferimento diretto all’ISPESL diverse volte come organo di vigilanza.
    Ad esempio, all’Art. 71, comma 11 si trova che il datore di lavoro ha l’obbligo di sottoporre le attrezzature di lavoro riportate nell’All. VII a verifiche periodiche di cui la prima viene effettuata dall’ISPESL.
    Non è possibile sopprimere un istituto senza contestualmente modificare le leggi che fanno riferimento allo stesso.
    Attualmente è palese un “buco” normativo in materia di sicurezza.
    Nel caso specifico, esiste un obbligo per il datore di lavoro che non può essere rispettato perchè…manca l’istituto.

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