attualità, politica italiana

"Secessione silenziosa", di Federico Geremicca

Naturalmente, si potrebbe anche prenderla con ironia e ammettere, per esempio, che «La gatta» – vecchia canzone di Gino Paoli – è certamente più orecchiabile dell’Inno di Mameli: anche se riesce poi difficile credere che sia per questa ragione che le autorità di Varese – alla presenza del ministro Maroni – abbiano deciso ieri di celebrare la Festa della Repubblica facendo intonare il motivetto del cantautore piuttosto che l’inno.

Ugualmente, si potrebbe considerare apprezzabile l’iniziativa del presidente della Provincia di Torino, che ha invece stabilito che da oggi la musica di sottofondo per l’attesa dei collegamenti telefonici con l’ente, sarà appunto l’Inno di Mameli: scelta apprezzabile, ma ovviamente non risolutrice di una questione della quale l’assenza di leader e ministri leghisti alle celebrazioni romane (la sfilata ai Fori ieri, la festa al Quirinale il giorno prima) è solo un ormai quasi folkloristico epifenomeno.

La questione è il solco sempre più profondo che divide il Nord dal Sud del Paese. Nei due giorni di festeggiamenti nella Capitale, il solco è stato visibilmente segnalato dalla mancata presenza di esponenti della Lega (ministri, capigruppo parlamentari e governatori di importanti regioni del Nord), ma sarebbe sbagliato non riflettere su assenze ancor più diffuse, anche se magari meno visibili: è stata una larga parte del mondo dell’imprenditoria, della politica e della cultura del Nord – infatti – a disertare le celebrazioni, rendendole qualcosa di quasi esclusivamente «romano», se non meridionale addirittura. E che tale fenomeno appaia acuito alla vigilia delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, è cosa paradossale solo all’apparenza.

Proprio gli ultimi mesi, infatti, hanno portato alla ribalta delle cronache avvenimenti che – letti con l’animo di un «cittadino del Nord» – non potevano che accrescere un sentimento che potremmo definire quasi di «secessione silenziosa». Ne citiamo due per tutti: lo spaventoso dissesto finanziario – in materia di sanità – di tutte le regioni meridionali, destinato comunque a pesare sul bilancio dell’intero Paese; e poi le imprese della «cricca»: un giro di corruzione e malaffare rispetto al quale – a differenza dell’antica Tangentopoli – il Nord può (a torto o a ragione) sentirsi del tutto estraneo. E in effetti, tra appartamenti che affacciano sul Colosseo, intercettazioni in romanesco, case a via Giulia e massaggi al «Salaria sport village» l’intera faccenda appare una perfetta rappresentazione degli andazzi nella odiata «Roma ladrona»…

Ieri il Capo dello Stato, commentando le assenze ai festeggiamenti (e in particolare quella del ministro dell’Interno) si è limitato ad un rammaricato «dovete chiedere a lui, erano stati invitati tutti». Una reazione addolorata ma serena: e consapevole cioè del fatto che – più che con bruschi richiami all’ordine – la questione vada affrontata in sede politica e con risposte politiche. Dopo tanto parlarne, per esempio, il federalismo andrebbe finalmente ricondotto nel novero delle cose concrete – e quindi da realizzare – tirandolo fuori da quella sorta di museo delle cere dove giacciono da anni i calchi dell’elezione diretta del premier, la riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione del bicameralismo perfetto e via elencando di chimera in chimera.

In assenza di risposte politiche concrete e rapide, è infatti impensabile arrestare la «secessione silenziosa» che pare in atto: e che ha già concretamente prodotto, alle ultime elezioni, la conquista da parte della Lega di importanti regioni del Nord. Senza interventi che diano il senso di un visibile cambio di rotta, anche gli sforzi unitari del Presidente della Repubblica (che sabato e domenica sarà a Torino per iniziative legate al 150° anniversario dell’Unità d’Italia) non basteranno a risolvere il problema. Che si ripresenterà, il prossimo 2 giugno, magari amplificato: e inondato da lacrime di coccodrillo che certo non commuoveranno più il «popolo del Nord».

La Stampa 03.06.10

1 Commento

  1. La Redazione dice

    dal Sole 24 Ore di oggi 3 giugno

    “Il 2 giugno leghista in un paese distratto sulle ragioni dell’unità”, di Stefano Folli

    La Lega e l’unità d’Italia. La Lega e il 2 giugno. È un tema che si ripropone ogni anno, in un gioco di sottili distinguo e di vaghe ipocrisie. Il 2010 non ha fatto eccezione. La questione è la stessa di sempre, in una sorta di di competizione tra ottimisti e pessimisti. Gli ottimisti ritengono che i rappresentanti della Lega, quali che siano state le loro pulsioni originarie, accettano oggi senza entusiasmo ma con serenità l’unità nazionale, pur chiedendo che sia aggiornata nel nuovo ordinamento federale. I pessimisti ribattono che in realtà il partito di Bossi si prepara a sabotarla, questa stessa unità, perché non crede nella nazione, ma solo nella Padania; e in tal caso il federalismo sarebbe solo il primo passo verso una secessione di fatto (e magari in futuro anche di diritto).

    Le due ipotesi si sono riproposte ieri, nel giorno della Repubblica. Scarse e secondarie le presenze leghiste alle manifestazioni ufficiali di Roma. A Varese, dove invece era presente il ministro dell’Interno Maroni, si è preferito suonare le arie di Bocelli in luogo dell’inno di Mameli. Qualche riserva, nemmeno troppo convinta, è già si pensa ad altro: alla manovra sui conti pubblici, alle intercettazioni.

    La risposta leghista a chi obietta è la solita: non ci interessano le formalità e i festeggiamenti, noi andiamo alla sostanza: dateci il federalismo e con esso una nuova «identità italiana» se volete salvare l’unità. Così il discorso è chiuso. Nel partito di Bossi non si partecipa alla festa del 2 giugno oppure si garantisce una presenza che più svogliata non si può. Del resto il leader storico, che è ministro della Repubblica in carica, poche settimane fa si era cavato d’impaccio con prontezza di riflessi. A chi gli domandava se sarebbe andato alle celebrazioni per il 150esimo dell’Unità, aveva risposto: «Non so, devo pensarci… ma forse sì, magari andrò. In fondo Napolitano mi è simpatico».

    Tutto questo permette alla Lega di continuare a giocare sul filo dell’ambiguità. Per un verso è un partito di governo che fa fronte ai suoi doveri ed è impegnato a tenere alta la bandiera federalista (a cominciare dal profilo fiscale). Per l’altro è un movimento territoriale del Nord che non ha mai rinnegato le sue origini ed è pronto a blandire le pulsioni della sua base, anche le più estreme, se si presentasse la necessità di farlo. Per ora fa capire di non credere affatto nell’unità nazionale, derubricata a vezzo di un capo di Stato cortese, ma un po’ «passatista». Non ci crede, eppure lascia correre: perché quel che conta è l’esito finale.

    La conclusione è che il 2 giugno si svolge da qualche anno a questa parte in tono minore, nonostante l’impegno del presidente della Repubblica. Anche quest’anno, il suo invito a non sottovalutare «la forza propulsiva della Costituzione» e la sua insistenza sui valori della coesione meriterebbero maggiore attenzione da parte di tutte le forze politiche. Soprattutto di quelle che, essendo diverse dalla Lega, dovrebbero attrezzarsi meglio per contrastarne l’espansionismo. Tanto più che nella visione di Napolitano c’è spazio per la riforma della Carta, purché si parta riconoscendo la sua vitalità.

    È in sostanza un richiamo al «patriottismo repubblicano» che dovrebbe essere costruito (o ricostruito) intorno a un ritrovato sentimento nazionale. Ma i partiti latitano. E quindi l’atteggiamento distratto e indifferente dei leghisti verso il 2 giugno finisce per esprimere la rassegnazione crescente del paese.

I commenti sono chiusi.