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"Dall'emergenza al pasticcio", di Massimo Giannini
Vandalismo istituzionale, dilettantismo politico, avventurismo comunicazionale. C´è tutto il peggio possibile, nel cortocircuito innescato dal governo con il pacchetto-farsa da 24 miliardi che doveva scongiurare il rischio «di finire come la Grecia».
Tutto ciò che è accaduto e sta tuttora accadendo, tra il Quirinale, Palazzo Chigi e Via XX settembre, è un inedito assoluto e allucinante nella storia repubblicana. Non si era mai visto un decreto legge approvato «salvo intese» il martedì, che balla fino a venerdì tra misure che entrano nel testo la mattina e escono la sera, indiscrezioni su tagli di spesa che trovi scritte di giorno e scompaiono di notte: misure e tagli che incidono sulla carne viva di milioni di persone, perché riguardano i loro stipendi, le loro pensioni, le loro liquidazioni. Non si era mai visto un provvedimento «urgente» che viene inoltrato alla presidenza della Repubblica solo il sabato, accompagnato dall´ennesimo sbrego costituzionale inferto dal premier, che parla strumentalmente di un testo da lui non ancora firmato «in attesa del parere del Colle»: anche l´ultimo degli studenti di giurisprudenza sa bene che i decreti legge arrivano con la firma obbligatoria del presidente del Consiglio al Capo dello Stato, chiamato in causa dalla Costituzione per esaminarli e controfirmarli. Non si era mai visto un articolato-monstre, ritenuto «vitale» per tranquillizzare i mercati, così ricco di forzature tecnico-giuridiche e di contraddizioni normativo-contenutistiche da costringere il presidente della Repubblica a prendersi l´intero weekend per formulare i suoi rilievi e le sue osservazioni: con il risultato paradossale che oggi, alla riapertura dei mercati, l´Italia si presenta senza la manovra in Gazzetta ufficiale, e dunque ancora esposta alle incognite di un possibile lunedì nero per la sua Borsa e per il suo debito sovrano.
Questo masochistico autodafè non si può certo addebitare a Giorgio Napolitano. Il Capo dello Stato ha fatto solo il suo dovere. Il testo che gli è arrivato sul tavolo lo ha costretto a interventi di metodo e di merito, sulle materie più disparate che il decreto coinvolgeva e coinvolge: dal condono edilizio alle retribuzioni dei magistrati. Per non parlare del grottesco «taglio delle province», fantasma di un´opera buffa che il governo ha demagogicamente propagandato, ma poi non ha avuto la coerenza di mandare effettivamente in onda. Restavano in campo rilievi su altre due materie costituzionalmente sensibili: le risorse pubbliche disponibili per l´istruzione e la ricerca, e la difesa di enti culturali importanti per la conservazione della memoria storica di questa Repubblica. Oggi si capirà se il recepimento di questi rilievi da parte del governo è stato sufficiente o meno a soddisfare le modifiche richieste dal Quirinale.
Le colpe, mai come in questa occasione, sono tutte interne al governo. Un governo che non ha saputo spiegare al Paese il perché di una manovra così improvvisa e pesante, varata in tre giorni, senza nessuna verifica preventiva sulle necessità politiche interne alla maggioranza e sulle compatibilità economiche interne al bilancio. Un governo che annaspa nel vuoto, precipitando nell´ormai palese frattura tra Giulio Tremonti da una parte e il resto dei ministri dall´altra, con un Berlusconi del tutto incapace di fare sintesi. A sua volta stinto e sbiadito in un caleidoscopio di immagini, dove appare di volta in volta ora come «commissario» del gabinetto di guerra, ora come «commissariato» dal superministro del Tesoro. Ormai non è più tempo di retroscena giornalistici, ipocritamente smentiti nelle conferenze stampa di regime. Ormai il conflitto è sulla scena, e i protagonisti lo combattono in campo aperto. Non più solo Berlusconi e Tremonti, ma persino il cardinalizio Letta e il quieto Bondi sono lì, a battagliare nel tutti contro tutti di queste ore. Il sottosegretario di Palazzo Chigi come unico referente nella trattativa con il Colle, dalla quale viene tagliato fuori proprio Tremonti. Il ministro della Cultura come inusuale capofila dell´ala forzista e finiana che non ne può più dello strapotere di quello che fu, fino a poche settimane fa, l´intoccabile «Giulietto dei miracoli».
Siamo davvero ai limiti della legalità costituzionale, e ben oltre quelli della decenza politica. E in questo spettacolo inverecondo offerto non solo all´opinione pubblica nazionale, ma all´intera comunità internazionale, si dilapida anche l´unica «qualità» riconoscibile di questa manovra, cioè la sua apparente «quantità».
Fino a martedì scorso avevamo il dubbio che i 24 miliardi previsti, per l´iniquità dei sacrifici, l´episodicità dei risparmi di spesa e l´aleatorietà dell´evasione recuperata, non bastassero a mettere l´Italia al sicuro. Ora ne abbiamo l´assoluta certezza.
Purtroppo, davanti a questa vergogna la Commissione europea e gli operatori di mercato avranno buon gioco a non fidarsi di un governo tanto confuso e diviso.
Parafrasando Mussolini, il Cavaliere si è lamentato perché «non ha potere». Con tutta evidenza, il problema dell´Italia è che invece il potere ce l´ha eccome, ma sa usarlo solo per interessi personali, mai per quelli nazionali.
La Repubblica 31.05.10
Il blocco tocca 254.000 lavoratori
Si va precisando la portata della manovra finanziaria. Secondo la Flc-Cgil il blocco dell’anzianità, previsto dalla manovra 2010 per i prossimi tre anni, toccherà 254.000 lavoratori nel comparto della conoscenza tra insegnanti e personale tecnico e amministrativo.
In pratica, nota la Flc, la carriera del personale viene allungata di tre anni per legge, e si traduce in minori entrate. Ad esempio un collaboratore scolastico neo assunto, che guadagna 14.900 lordi l’anno, per effetto del blocco ne perde 290 euro; un docente di scuola elementare a metà carriera, con uno stipendio di 23.000, ne perde 1.878; un docente di scuola superiore con 34 anni di servizio, che guadagna 32.000 euro, perde 1.560 euro l’anno.
Tuttoscuola 31.05.10
"La ricerca italiana? Come la tela di Penelope" , di Umberto Guidoni*
Nella sua accorata lettera al Presidente Napolitano, Tommaso Maccacaro rivendica con fierezza il ruolo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) – di cui è presidente – nell’ambito della scienza italiana ed internazionale e sottolinea l’importanza di finanziare la ricerca per rilanciare il paese proprio in un momento di crisi: «… Non siamo considerati per ciò che produciamo ma solo per quanto costiamo, in un esercizio aritmetico di “più” e “meno” che prescinde dal valore e dal merito come se fossimo solo una spesa e non un investimento… ». Il disprezzo di questo governo per la scienza è sotto gli occhi di tutti, non dobbiamo meravigliarci troppo che un commercialista, che conosce la partita doppia assai più che l’astrofisica, voglia tagliare con la scure le spese che considera superflue. Ecco, quindi, la decisione di inserire l’Istituto Nazionale di Astrofisica tra gli enti inutili e di accorparlo al Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), per risparmiare risorse ed aumentare l’efficienza. Quante volte abbiamo sentito questo ritornello da questa maggioranza fustigatrice degli sprechi e dei carrozzoni clientelari. Peccato che solo cinque anni fa, lo stesso governo, con lo stesso ministro Tremonti, aveva stabilito che l’INAF assorbisse gli istituti del CNR che si occupavano di astronomia e astrofisica. Nel 2005, con il decreto Moratti, l’INAF subiva una profonda trasformazione, transitando dal comparto Università a quello degli Enti di Ricerca. «Una riforma», fu detto allora «che ha il grande pregio di unificare nello stesso ente tutta l’astrofisica italiana non universitaria ». Ecco il volto vero del «governo del fare» che, per soddisfare il proprio «attivismo bulimico », fa e poi disfa quello che ha realizzato, come se si trattasse della tela di Penelope. A farne le spese sono le istituzioni scientifiche in perenne fibrillazione. Tra ristrutturazioni, riforme, tagli agli investimenti pubblici e agli organici, la scienza italiana e ridotta alla mera sopravvivenza. Enti come l’Istituto Nazionale di Astrofisica, che godono di un prestigio internazionale grazie alla professionalità e all’abnegazione dei ricercatori, molti dei quali precari, rischiano addirittura di sparire. Un paese che non investe nella scienza e sui propri giovani è un paese che ha smesso di guardare al futuro. Nel dopoguerra la politica ebbe la lungimiranza di impegnare risorse pubbliche nel sapere e nella ricerca, elementi che contribuirono a realizzare il miracolo italiano. Oggi il governo Berlusconi sacrifica il futuro per ragioni di cassa. Con queste premesse, quale Italia lasciamo ai nostri figli?
*ASTRONAUTA – RESPONSABILE RICERCA SeL
L’Unità 31.05.10
"L'attacco a cultura e bellezza", di Salvatore Settis
Prosegue alacremente il cantiere di smontaggio dello Stato. Sotto l’etichetta di “federalismo demaniale”, passano a Regioni ed enti locali 19.005 unità del demanio dello Stato, per un valore nominale di oltre tre miliardi.
Mente Calderoli quando afferma (La Padania, 7 maggio) che i beni trasferiti «demaniali sono e demaniali resteranno». Il demanio non è una forma di proprietà, ma servizio pubblico nell´interesse generale di tutti i cittadini, per questo è inalienabile. Al contrario, i beni trasferiti possono essere «anche alienati per produrre ricchezza a beneficio delle collettività territoriali», o saranno versati in fondi immobiliari di proprietà privata; la legge incoraggia anzi i Comuni a produrre varianti urbanistiche che ne consentano non solo la mercificazione, ma la cementificazione, sigillata e garantita dai ricorrenti condoni edilizi (l´ultimo disegno di legge, presentato dal Pdl, sana con un sol colpo di spugna tutti i reati contro il paesaggio e l´ambiente commessi o da commettersi entro il 31 dicembre 2010).
La manovra Tremonti, approvata sulla parola e senza il testo finale da un Consiglio dei ministri assai ubbidiente, aggraverà lo stato delle finanze locali, strangolando ulteriormente Comuni Province e Regioni. Il taglio previsto, quasi 15 miliardi nel biennio 2011-12 (4 miliardi ai soli Comuni), obbligherà i Comuni ad alienare l´alienabile, e a concedere licenze di edificazione a occhi chiusi, pur di incassare gli oneri di urbanizzazione, un tributo che, contro la ratio originaria della norma Bucalossi (1977), si può ora utilizzare nella spesa corrente per qualsiasi finalità. Ai sacrifici richiesti ai cittadini (basti ricordare la riduzione imposta al Servizio sanitario nazionale: 418 milioni nel 2011, 1.132 milioni dal 2012 in poi) si aggiungerà dunque l´ecatombe delle nostre città, del nostro paesaggio. Le disposizioni in materia di conferenze di servizi (art. 49 della bozza), che riprendono il disegno di legge Brunetta-Calderoli sulla cosiddetta “semplificazione della pubblica amministrazione”, vanificano gli argini posti dal Codice dei Beni Culturali. Secondo la nuova norma, ogni volta che il Codice richiede l´autorizzazione di interventi edilizi che incidano sul paesaggio, «il Soprintendente si esprime in via definitiva in sede di conferenza di servizi in ordine a tutti i provvedimenti di sua competenza»; la sua eventuale assenza dalla conferenza dei servizi equivale al pieno consenso del Soprintendente.
Viene in tal modo riesumato e radicalizzato il principio del silenzio-assenso, un istituto che sin dalla legge 241 del 1990 non può applicarsi «agli atti e procedimenti riguardanti il patrimonio culturale e paesaggistico», come ribadito più volte, dalla legge 537 del 1993 alla legge 80 del 2005 (governo Berlusconi). Invano il ministero dei Beni Culturali, che aveva ottenuto la soppressione di analoghe norme almeno due volte (nella Finanziaria 2008 e nell´abortito decreto-legge sul “piano casa”), ha richiamato il governo al rispetto della legge. Ma la tutela del paesaggio imposta dall´art. 9 della Costituzione richiede che, in una materia così sensibile, il previsto giudizio di compatibilità degli interventi edilizi con il valore culturale del bene venga formulato espressamente e dopo attenta valutazione: il silenzio o l´inerzia non può in alcun modo sostituire l´attivo esercizio della tutela, che l´art. 9 della Costituzione pone fra i principi fondamentali dello Stato. Lo ha espressamente dichiarato la Corte Costituzionale in almeno cinque sentenze: in questa materia «il silenzio dell´Amministrazione preposta non può avere valore di assenso» (sentenza nr. 404 del 1997). Il silenzio-assenso, nato per tutelare il cittadino contro l´inerzia della pubblica amministrazione, non può diventare un trucco per eludere la legge col sigillo di una norma anticostituzionale.
Ma c´è di peggio, e lo ha ben visto Eugenio Scalfari (Repubblica, 30 maggio), che ha lucidamente disegnato la «prospettiva raccapricciante» di un´Italia a due velocità: «Federalismo al Nord e accentuazione del centralismo statale al Sud». La “manovra Tremonti” è anche troppo esplicita: prevede (art. 43 della bozza) che «nel Meridione d´Italia possono essere istituite zone a burocrazia zero». Burocrazia zero significa che per tutte le nuove «iniziative produttive» (non meglio definite) ogni procedimento amministrativo di qualsiasi natura viene «adottato esclusivamente dal Prefetto ovvero dal Commissario di Governo», e diventa operativo dopo 30 giorni. Non senza raccapriccio, immaginiamo dunque, domani o dopodomani, un´Italia con il Nord governato dalla Lega e il Sud dai gauleiter della Lega.
Sotto la maschera bugiarda di un federalismo democratico, nuove forme di centralismo spuntano per ogni dove. Definanziando decine di istituti culturali (cito fra gli altri la gloriosa Scuola archeologica di Atene, a Napoli l´Istituto Croce e quello di Studi Filosofici, e così via), la manovra Tremonti sottrae ogni possibile finanziamento futuro di queste istituzioni al ministero dei Beni Culturali, e ne sposta la responsabilità alle Finanze e a Palazzo Chigi: una forma di commissariamento che espande ed esaspera, per contrappasso, quello che i Beni Culturali hanno fatto, dando Pompei a un commissario della Protezione Civile senza la minima competenza archeologica. Le centinaia di pensionamenti dell´alta burocrazia ministeriale, propiziati se non imposti dalla stretta pensionistica della manovra, decapitando numerosi uffici in tutto il Paese, favoriranno inevitabilmente un continuo ridisegnarsi delle competenze, in cui il diktat del ministero delle Finanze avrà sempre più peso, e agli altri ministri non resterà che rassegnarsi al silenzio-assenso.
Se tutto questo fosse fatto, come vuole la party line diffusa anche in quella che fu la sinistra, per contrastare la crisi e avviare la ripresa, potremmo provare a farcene una ragione. Ma incombe su questa interpretazione più d´un sospetto. Perché la devastazione del paesaggio e l´offesa alla Costituzione dovrebbero alleviare la crisi economica? Che cosa guadagna in coesione e in forza economica il Paese col “commissariare” l´intero Sud, riducendolo a una colonia a “burocrazia zero”, cioè governata dai prefetti? Perché, se le casse sono vuote al punto da dover ridurre i finanziamenti alla sanità (mettendo in forse il diritto alla salute garantito dall´art. 32 della Costituzione), dovremmo ostinarci a voler costruire il ponte sullo Stretto? Il «tesoretto di Giulio», come qualche leghista ha affettuosamente chiamato i risparmi che la manovra dovrebbe mettere da parte, non servirà proprio a promuovere un federalismo i cui costi nessuno si attarda a calcolare? Lo smontaggio dello Stato serve ad assicurare la stabilità della moneta e il benessere dei cittadini, o ad accelerare la disgregazione del Paese voluta dalla Lega e dai suoi complici d´ogni colore, a velocizzare il saccheggio del territorio e la spartizione del bottino?
La Repubblica 31.05.10
«A tagliare così sono capaci anche i bambini»
Bersani in ‘un’intervista al Corriere della Sera annuncia: “Il Pd dirà no a questa manovra, governo contro ogni logica costituzionale. Non c’è una politica economica, fanno come un sarto che per due anni sbaglia il vestito, le correzioni non bastano”. E a Skytg24 spiega: “Bruxelles ci chiede i conti a posto, ma dal governo non c’è chiarezza” (Video).
fonte Intervista di Maria Teresa Meli – Corriere della Sera
Il segretario del Pd non ha dubbi: il suo partito voterà «no» alla manovra. Di più, Pier Luigi Bersani accusa Tremonti di aver avuto un atteggiamento schizofrenico in politica economica e punta l’indice contro il premier e il ministro dell’Economia, che hanno agito «fuori da ogni logica costituzionale».
Onorevole Bersani, il Partito democratico accusa il governo Berlusconi di non aver fatto una manovra strutturale.«Prima di parlare di questo dobbiamo chiederci perché si fa la manovra. Non può passare in cavalleria il fatto che essa sia il frutto amaro di due anni di politica economica sbagliata».
Beh, veramente è l’Europa che chiede a tutti i Paesi di mettere i conti a posto, non è una sortita di Berlusconi e Tremonti.«L’Europa fa bene a chiedere di mettere i conti a posto. Ma se non li abbiamo a posto è totale responsabilità del governo. Al contrario degli altri governi europei quello italiano non ha speso nulla né per stimolare l’economia, né per salvare le banche. Per quale motivo ora dobbiamo fare un’altra manovra? Ha detto che andava tutto bene, ci ha raccontato un sacco di frottole e ha aumentato la spesa corrente, diminuito gli investimenti, abbassato la crescita, consentito minori entrate fiscali e non ha fatto nessuna riforma. Questo è il punto da cui partire: quello che hanno raccontato loro presentandoci questa manovra è un insulto alla verità».
Tornando al merito della manovra economica varata dal governo, qual è il suo giudizio, onorevole Bersani?«Tornando al merito, questa manovra bombarda i redditi medi e bassi, ma non risolve il problema dei conti pubblici, per cui tra un anno, o anche meno, saremo da capo a dodici».
Quali riforme strutturali avreste introdotto voi?«La riforma del fisco, le liberalizzazioni, riforme che incidano sulla pubblica amministrazione ».
Può fare degli esempi concreti, tanto perché si capisca, altrimenti, come sempre nella politica, si rischia di perdersi nelle parole?«Prima di tutto spostare il carico su rendite, ricchezze ed evasione e alleggerirlo su imprese, lavoro e famiglie. Quanto alla pubblica amministrazione ci vogliono piani industriali, se ad esempio si abolisce il pubblico registro automobilistico ottieni dei risultati. Se fai dei proclami sui fannulloni i risultati non ci sono».
Il presidente del Consiglio sostiene che però il suo governo, nonostante la manovra, ha mantenuto la parola data e non ha aumentato le tasse.«Che senso ha dire queste cose quando in termini di minori servizi ho dei tagli alle retribuzioni e tutto finirà addosso alle tasche dei redditi medi e bassi? Oppure quando non dai più un’occhiata a quel che fanno le assicurazioni, al prezzo della benzina o alle farmacie? La verità è che questo governo non ha mai avuto una politica economica, ma solo una politica di bilancio che è cosa assai diversa. Anche un bambino è capace di fare i tagli lineari».
La manovra economica del governo Berlusconi «toglie» anche alle Regioni e agli enti locali. Il giudizio del suo partito su questa operazione?«È un’operazione che si rivelerà o una catastrofe o un’illusione. Vuol dire togliere soldi all’istruzione, alla formazione professionale, ai servizi sociali, alle piccole imprese e ai trasporti. Uno che ha i redditi di Berlusconi non avrà niente di cui preoccuparsi ».
Altro capitolo cruciale, le pensioni. Non sarebbe ora di allungare l’età pensionabile, o non si può dire perché si teme il giudizio degli elettori?«Il vero problema è un altro: c’è un’intera generazione che rischia di non avere una pensione dignitosa. Bisogna rivedere il sistema e, a parità di costi, impostare le cose per ottenere che anche questa gente abbia una pensione dignitosa in futuro».
A questo punto, onorevole Bersani, visto i giudizi che ha dato finora, sembra inutile chiederle se vi asterrete sulla manovra.
«Quando un sarto per due anni sbaglia il vestito noi non ci aspettiamo che con delle correzioni, anche positive, il vestito possa andar bene. Certo, in Parlamento presenteremo le nostre correzioni, partendo dall’idea di ottenere delle risorse dai redditi da capitale finanziario e utilizzarle per detassazioni finalizzate all’assunzione di giovani a tempo indeterminato e di potenziare gli strumenti della lotta contro l’evasione ».
Si è capito: no, no e ancora no. Però anche Tremonti dice di voler potenziare la lotta all’evasione.«Figuriamoci: questo è un governo che ha fatto un condono fiscale vergognoso, tassando solo il cinque per cento chi doveva pagarne il 40. Non avremmo avuto la manovra se avessero fatto le cose per bene. E, a proposito di condoni, vogliamo parlare di quello edilizio che hanno intenzione di fare?».
Il Partito democratico discuterà questa manovra con le forze sociali? Sono già previsti degli incontri, delle iniziative?«Prima dobbiamo veder bene la manovra. Le carte sono state cambiate tante volte e solo alla fine le hanno portate alla firma del presidente della Repubblica. Nessuno finora ha mai saputo bene chi ha fatto la manovra, che cosa veramente è stato varato in Consiglio dei ministri. È una vergogna, è una roba fuori da ogni logica costituzionale. È solo spiegabile con le loro risse interne e con le loro lotte di potere».
Lei è molto duro con Tremonti, eppure il ministro dell’Economia sembra non dispiacere a una parte della sinistra.«C’è stato un po’ di conformismo attorno alle manovre tremontiane. Un errore. Il ministro dell’Economia fa mostra di avere una filosofia cosmica catastrofista e poi segue le indicazioni ottimistiche, azzurrine come il cielo che fa da sfondo alle sue conferenze stampa, di Berlusconi. È una sorta di dissociazione schizofrenica».
Tra un po’ comincerà il solito tormentone, lei è pronto, segretario? Tutti le chiederanno se il Partito democratico aderirà o meno allo sciopero generale della Cgil e alla manifestazione del 12 giugno.
«Noi faremo come sempre. Andiamo alle nostre manifestazioni. Quanto a quelle organizzate da altri, se hanno delle piattaforme coerenti con i nostri programmi, allora i dirigenti e i militanti del Partito democratico saranno presenti».
www.partitodemocratico.it
"Stesso sangue stessi diritti. Braccianti indiani in piazza", di Roberto Rossi
Stesso sangue, stessi diritti”. Tra piazza della Libertà e largo caduti di Nassirya, in una Latina deserta e indifferente, davanti al tetro palazzo della Prefettura e sotto un cielo coperto e afoso, per la prima volta nel nostro Paese la rappresentanza di un’intera comunità di immigrati, quasi tutti indiani e braccianti agricoli, ha scioperato e manifestato. Lo ha fatto per reclamare giustizia, dignità e, come recitava, lo striscione di apertura “stessi diritti” degli italiani. Lo ha fatto, sotto le insegne della Flai-Cgil, in modo ordinato e pacifico, per far capire a una città intera, e forse anche a una nazione che ignora o, peggio, tollera la loro condizione, di non volere mai più essere, come cantavano durante la marcia, “schiavi” o “animali”ma“delle persone normali”. Eppure sciopero per “i nuovi cittadini”, come si definiscono, è una parola che ancora spaventa. Dei 500 presenti ieri in piazza, ci spiega Vicky, un giovane Sikh tra gli artefici della manifestazione, solo una fetta, circa il 70%, ha veramente incrociato le braccia. Il resto ha lavorato nei campi la mattina, come tutti i giorni, ad eccezione della domenica per pochi euro. “Il mio datore di lavoro mi ha fatto un contratto di otto euro l’ora – racconta Sing Amarg, in un italiano incerto – ma poi ne ricevo tre”. Ed fortunato, altri arrivano a due, qualcuno fatica invece per 80 centesimi. Sono quelli più ricattabili, con il permesso di soggiorno scaduto o nelle mani di uno dei proprietari delle trentamila aziende della zona, delle quali solo un terzo denunciate regolarmente. Per questo la parola sciopero incute timore. In verità non solo agli immigrati indiani – settemila regolari, il doppio, forse il triplo, a seconda della stagione, senza permesso di soggiorno – ma anche a chi gestisce e sfrutta questo immenso traffico di uomini. Alcuni segnali sono stati eloquenti. Il primo, spiega Giovanni Gioia della Flai-Cgil locale, sono le retate effettuate dalla Polizia nei vari borghi che costellano l’agro pontino: “Otto solo negli ultimi giorni”. Una frequenza sospetta in una zona che tollera gli immigrati e che dal loro sfruttamento ricava il 19% del produzione locale. Il secondo un articolo, uscito a ridosso della manifestazione nelle pagine di Latina Oggi. Nel quale i Comitati agricoli riuniti, e cioè gli agricoltori della zona, criticavano fortemente il corteo mettendo anche in guardia dal parteciparvi. “E invece, nonostante le intimidazioni, è stata una scommessa vinta” ha detto il segretario generale della Flai-Cgil Stefania Crogi. “Da oggi – ha aggiunto ClaudioDeBerardino segretario Cgil Lazio – nessuno potrà più dire di non sapere, di non conoscere. Da oggi tutti sanno e tutti conoscono”. Anche la Prefettura, e cioè il governo. Alla quale sono state avanzate delle richieste ben precise. Come la creazione di un osservatorio permanente e un tavolo di discussione con i sindacati. Se questo riuscirà ad arginare o circoscrivere un fenomeno, come quello dello sfruttamento degli immigrati, meglio se irregolari, è tutto da vedere. Ieri i 500 hannosfilato tra l’indifferenza generale. Questo perché Latina e provincia vivono di lavoro irregolare. In genere sono le mafie, come la Camorra o la ‘ndragheta, qui fortissime, che alimentano il sommerso, ultimamente, invece, è stata anche la crisi. Che, nella zona, sta mietendo molte più vittime che altrove. Nonè un case se a Latina e dintorni è presente un tasso di disoccupazione del 27%, cioè quasi tre volte superiore a quello nazionale. Molte fabbriche stanno chiudendo. L’ultima è la multinazionale francese Nexans (che produce cavi ad alta e media tensione). Dal primo giugno manderà a casa 300 operai. Che ieri hanno sfilato proprio accanto ai braccianti agricoli indiani. Come ricordava lo striscione: “Stesso sangue, stessi diritti”.
L’Unità 30.05.10
