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"Il lessico del Governatore", di Alberto Statera

Quando ha pronunciato le parole «macelleria sociale» si è capito che anche Mario Draghi sa unire la passione alla freddezza dell´analisi, come era avvenuto con Carli, Baffi e Ciampi. L´espressione di origine sindacale, per la quale si adontò Lamberto Dini quando da ministro del Tesoro varò la prima riforma pensionistica, a saper leggere, non è neanche la più forte nel congelatore del lessico draghiano. Ieri per ventidue volte, salvo errore, il governatore ha scandito la parola «crisi» e, come in un crescendo linguistico inedito nei consessi internazionali che abitualmente calca, «collasso», «esplosivo», «catastrofe», «insopportabile», «azzardo morale», «stress», «brutale», «relazioni corruttive», «criminalità».
Crisi e azzardo morale, forse la coniugazione di un richiamo non dichiarato, nel deserto di citazioni, al faro governatoriale di Luigi Einaudi che della crisi degli anni Trenta sottolineava per l´appunto l´aspetto morale: «Come si può pretendere che la crisi sia un incanto e che col manovrare qualche commutatore cartaceo l´incanto svanisca, quando tuttodì si è testimoni della verità del contrario?». Per cui il rituale di Palazzo Koch quest´anno più che nelle Considerazioni finali è rituale nei commenti, che piegano le parole alle esigenze di chi le legge. «Riconosciuta la bontà dell´azione di governo», chiosa il premier stretto nella morsa di una manovra che terremota come mai la sua maggioranza, con il Fedele Confalonieri che vi legge addirittura una benefica pioggia di «fiducia» nell´esecutivo e il ministro Sacconi dà tutti per «promossi», mentre Emma Marcegaglia dichiara di essere con Draghi sulla stessa linea, quella che non più di quattro giorni fa fece infuriare il Cavaliere all´Auditorium della Musica con una serie infinita di «non basta» confindustriali e con il plateale rifiuto della presidente e dell´assemblea di una poltrona ministeriale.
Sì, la manovra di Tremonti, causa di uno psicodramma politico manicomiale tuttora in corso, era inevitabile, bisognava agire. Ma fin qui la «limitazione del danno» della crisi, stimabile in due punti di Pil, è dovuta per metà alla politica monetaria, per un quarto agli stabilizzatori automatici inclusi nel bilancio pubblico e soltanto per mezzo punto alle decisioni del governo. Due punti di Pil equivalgono più o meno ai 30 miliardi di Iva evasa ogni anno, che fa degli evasori fiscali gli autori della «macelleria sociale», «espressione rozza, ma efficace», si giustifica il governatore. Se quei miliardi fossero pagati avremmo il rapporto debito-Pil tra i più bassi d´Europa, ma i nostri «macellai» – si può ragionevolmente ricavare dalle parole del governatore – li ricompensiamo con uno scudo fiscale di generosità che non ha l´eguale al mondo.
I costi dell´evasione fiscale, insieme a quelli della corruzione, sono «insopportabili» e rendono difficile il rilancio della crescita, il mantra che pervade le parole del governatore, insieme a quello delle riforme strutturali, di cui non si vede traccia, mentre le restrizioni di bilancio «incidono sulle prospettive a breve di ripresa dell´economia italiana». E´ il tempo di un´«ardua sfida collettiva» sul piano delle riforme strutturali, come quella affrontata quando l´Italia appena unita entrò nel consesso europeo con il 75 per cento di analfabeti, avverte Draghi con un evidente riferimento alla Lega di Bossi, che contesta le celebrazioni unitarie, cui chiede di non affossare la solidarietà nazionale.
Ma è ancora a braccio, con un po´ di passione che rende meno «criptico» il testo istituzionale, che il governatore stoppa la Lega sulla strategia di conquista delle Fondazioni bancarie attraverso gli enti locali che ne sono azionisti, annunciata da Bossi, dai suoi nuovi governatori e – presumibilmente – avallata dal ministro dell´Economia. Con il quale sono note le incomprensioni di Bankitalia già emerse – oltre che su molto altro – sull´istituzione della Banca del Mezzogiorno. Sarebbe come un ritorno agli anni Settanta e Ottanta, quando gli amministratori delle banche venivano nominati nelle segreterie della Dc e del Psi da funzionari dei rispettivi partiti. «Non credo sia nell´interesse di nessuno, nemmeno delle Fondazioni – dice il governatore a braccio per sciogliere la sua stessa cripticità – tornare a quando la maggioranza di turno nominava gli amministratori e indicava anche i clienti di riguardo». Altro che «promozione», come la chiama Sacconi, di un paese «pig», che contribuisce a impiombare la candidatura di Draghi al vertice della Bce. Cultore di Einaudi, il governatore, pur con tutto l´ottimismo possibile della ragione, avrebbe potuto, nel solco citatorio dei suoi predecessori, ripetere una frase einaudiana che conosce benissimo: «Gran fracasso di rovine attorno a chi fece in grande furia di debiti».

La Repubblica 01.06.10

Manovra, Pd: condanna a morte della cultura italiana, sarà opposizione dura

De Biasi e Ghizzoni (PD): stralcio lista enti? Si parla comunque di tagli. “Sarà opposizione dura in parlamento e nel paese: non consentiremo la morte della cultura italiana”. L’annunciano le deputate democratiche della Commissione Cultura della Camera Emilia De Biasi e Manuela Ghizzoni che si domandano con “quale coraggio il governo, e il Ministro Bondi, taglieranno un bilancio davvero assai magro, visto che per la cultura si spende lo 0,3% del PIL, in un paese, l’Italia, che possiede il 52% del patrimonio artistico mondiale, con eccellenze di straordinario valore nel campo dell’arte, dei beni culturali e ambientali, dello spettacolo- Lo stralcio – proseguono – dalla manovra della lista nera degli enti culturali da tagliare è sicuramente un atto importante, quasi di buon senso, se di buonsenso si può parlare di fronte allo scempio di risorse che hanno fatto grande il nostro paese. E tuttavia è una goccia nel mare, se è vero che toccherà a Bondi decidere come e dove tagliare. A chi toccherà questa volta? A istituti culturali di prestigio, alla musica, al teatro, ai musei? Che ne sarà dell’archeologia, della tutela dei beni culturali e ambientali? Venderanno il Colosseo a qualche gonzo di passaggio? Privatizzeranno il privatizzabile per fare cassa? Noi non lo consentiremo. Ci sono altri modi per uscire dalla crisi. Per esempio far pagare le tasse agli evasori, o far fruttare l’immenso patrimonio culturale, invece di considerarlo un inutile fardello di cui disfarsi il prima possibile. Per fare il Ministro della cultura ci vuole amore e volontà di difendere il bene comune che si amministra. Che credibilità può avere un Ministro come Bondi che un giorno sì e l’altro pure attacca i lavoratori della cultura, e poi si indigna se Tremonti gli taglia il bilancio?”.

Un attacco ingiustificato

Israele attacca nave con aiuti umanitari a bordo: 19 morti. Bersani: “Israele deve rispondere alla comunità internazionale di quello che è successo”. Fassino: “Il gravissimo assalto alle navi delle Ong è gravido di conseguenze negative per il processo di pace in Medio Oriente e rischia di neutralizzare ogni sforzo da parte della comunità internazionale”
Israele attacca. La marina e gli elicotteri israeliani hanno assaltato la nave turca della Freedom Flotilla con a bordo volontari delle ong internazionali diretti verso la Striscia per portare aiuti umanitari ai palestinesi. Il bilancio è tragico: 19 morti. Un gesto ingiustificato e spropositato motivato da dichiarazioni molto paradossali: per il governo di Netanyahu l’attività dei pacifisti era una “provocazione premeditata. Abbiamo trovato armi a bordo e sono stati feriti i nostri soldati”.

La Ue ha aperto un’inchiesta dopo la protesta diplomatica in molti Paesi. Dal canto suo Israele si è chiusa in un silenzio assordante chiedendo il rimpatrio immediato dei suoi cittadini dalla Turchia.
Dal Ministero degli Esteri italiano arrivano notizie rassicuranti: “Non risultano italiani tra vittime”

Per Pier Luigi Bersani, “l’assalto alle navi delle Ong è un fatto di assoluta gravità. Israele deve rispondere alla comunità internazionale di quello che è successo. Il sangue versato soffoca le prospettive di pace e minaccia di accendere i fuochi della tensione e dell’odio. Il risarcimento di un fatto così grave può essere ricercato solo, da parte del governo Netanyahu, in un gesto di pace coraggioso, visibile e sincero, un gesto che fino ad oggi non ha saputo né voluto fare”.

Dello stesso parere anche Rosy Bindi, presidente dell’Assembla Nazionale del Pd. “Un atto di forza irresponsabile e ingiustificabile, che rischia di innescare una nuova ondata di violenze. Siamo profondamente colpiti e turbati da quanto è avvenuto questa notte in acque internazionali”.

“L’assalto israeliano al convoglio pacifista diretto a Gaza per portare aiuti alla popolazione palestinese appare una risposta del tutto sproporzionata. La comunità internazionale, a cominciare dall’Europa e dalle Nazioni Unite deve far sentire con forza e autorevolezza la propria voce perché a Gaza siano riaperte le frontiere, comprese quelle egiziane, e si metta fine all’embargo che sta provocando gravi sofferenze alla popolazione civili”.

“Un attacco ingiustificato, un episodio luttuoso gravissimo che rischia di innescare una nuova spirale di violenza e sofferenza in Medio Oriente e di rendere vani gli sforzi profusi in questi mesi dalla comunità internazionale per riaprire la strada ai negoziati di pace”. Così a nome del Pd, Piero Fassino ha stigmatizzato l’assalto israeliano alla flottiglia pacifista diretta a Gaza, esprimendo dolore per le vittime e solidarietà alle loro famiglie. “E’ sempre più evidente – ha aggiunto Fassino – che il tempo non lavora per la pace e che ogni dilazione innesca soltanto nuovi conflitti. Per questo è tempo che il governo Netanyahu abbandoni ambiguità e reticenze e accetti di negoziare davvero una pace che sia soddisfacente e sicura per palestinesi e israeliani”.

Alessandro Maran vicepresidente dei deputati del PD ha espresso sconcerto e dolore per l’attacco alla Freedom Flotilia diretta a Gaza nel quale sono morti 19 pacifisti. “Il governo italiano si faccia interprete dell’esigenza di garantire i flussi di aiuti umanitari diretti verso Gara e ancor prima si attivi con il governo Netanyahu perché Israele abbandoni reticenze e ambiguità e accetti di negoziare una vera pace con i palestinesi. Il gravissimo assalto alle navi delle Ong, infatti, è gravido di conseguenze negative per il processo di pace in Medio Oriente e rischia di neutralizzare ogni sforzo da parte della comunità internazionale”

“Dalle prime notizie – ha continuato Maran – i 700 passeggeri delle sei navi organizzate da 40 Organizzazioni non governative, trasportavano diecimila tonnellate di aiuti umanitari, presidi medici e case prefabbricate. Il ministro degli Esteri Frattini,. nell’accertare lo stato di salute dei nostri connazionali presenti, spieghi in Parlamento come sono andati i fatti e se l’assalto sia avvenuto in acque internazionali”.

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Intanto le conseguenze dell’attacco non si sono fatte mancare. Israele ha aggiunto benzina sul fuoco dichiarando “siamo stati attaccati, abbiamo agito per legittima difesa”. Netanyahu continua nella difesa ad oltranza del suo operato ribadendo che a bordo della nave erano presenti elementi legati al terrorismo internazionale.

Intanto sono in corso scontri a Istanbul davanti all’ambasciata israeliana.

A.Dra

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Tagli alla scuola, “Il quadro è drammatico”

E’ quanto sostengono i parlamentari modenesi del Pd che questa mattina hanno incontrato dirigenti scolastici e amministratori della nostra provincia. Tagliati 34 docenti alle elementari, taglio del tempo prolungato anche nelle seconde e terze classi delle medie, cancellati 128 docenti e dimezzate le ore di laboratorio alle superiori, ridotte le ore nelle scuole tecniche e professionali, più che dimezzato il personale insegnante – si passa da 15 a 7 docenti – al Centro Territoriale permanente di Modena. Emerge un “quadro drammatico” dal resoconto dei parlamentari modenesi del Pd che questa mattina hanno incontrato dirigenti scolastici e amministratori della nostra provincia. I tagli decisi dal governo già con la prima finanziaria del governo Berlusconi cominciano a far sentire i loro effetti – spiegano i parlamentari – e a questi si aggiungeranno presto quelli della manovra da 24 miliardi.

Complessivamente in provincia di Modena verranno a mancare 213 docenti, oltre la metà nella sola scuola superiore e delle 50 richieste di classi a tempo pieno avanzate in tutta la provincia ne verranno concesse solo 12.

“La distribuzione dei docenti è centralizzata – spiega la senatrice Mariangela Bastico – e non tiene conto delle reali esigenze delle autonomie scolastiche mentre occorrerebbe seguire un criterio opposto e svincolare dalla burocrazia ministeriale l’assegnazione dei docenti che, per legge, andrebbe attribuita alle regioni”.

“All’Istituto tecnico Fermi – spiega l’on. Giulio Santagata – i tagli del governo si scaricano tutti sui laboratori. Macchinari per un valore di 500 mila euro rischiano di rimanere inutilizzati e c’è un dimezzamento delle ore di materie tecnico-scientifiche”.

Stessa situazione al liceo scientifico Wiligelmo. “Anche qui vengono a mancare le ore di laboratorio – dice l’on. Ricardo Franco Levi – e questo cambia completamente la metodologia di insegnamento. Si torna indietro di 30 anni. La mancanza di risorse avrà come conseguenza, tra l’altro, che il progetto di messa in rete della biblioteca d’istituto con le altre biblioteche cittadine dovrà essere messo da parte. E i laboratori d’informatica resteranno senza computer”.

“All’Istituto Cavazzi di Pavullo – spiega l’on. Ivano Miglioli – devono ancora avere dallo Stato 350 mila euro per spese di funzionamento della scuola. Soldi che probabilmente non vedranno mai. E a questi si aggiungono oggi tagli ulteriori. Il che vuol dire non solo mettere in difficoltà le scuole ma pregiudicare il futuro delle nuove generazioni”.

Ma il record del credito vantato dalle scuole modenesi nei confronti dello Stato spetta all’istituto Galileo di Mirandola con mezzo milione di euro, un miliardo di vecchie lire.

“All’Istituto professionale Vallauri di Carpi – racconta l’on. Manuela Ghizzoni – il corso di moda è stato completamente stravolto. Cancellato il profilo dello stilista creativo, la riforma punta ora a formare una figura da inserire nel processo produttivo di cui però il nostro territorio non ha bisogno poiché la produzione è decentrata. E viene del tutto cancellata la cosiddetta 3° area di formazione, ovvero quella dove avveniva lo scambio tra mondo della scuola e mondo delle imprese. Quindi – conclude la parlamentare modenese – la Gelmini mente quando dice che con questa riforma si avvicina la scuola al mondo del lavoro”.

Governo nel marasma

“Cosa ha approvato il consiglio dei ministri? Fuori da ogni regola il governo è nel marasma”. La dichiarazione del segretario del PD, Pier Luigi Bersani, rende l’idea del tutti contro tutti nel Governo che vara la manovra da 24 miliardi. Bondi che si lamenta sul taglio di 232 enti: “Sono stato esautorato” e Italo Bocchino che risponde: “Allora qualcosa non va”. L’abolizione delle Province stoppata da Umberto Bossi in difesa di Bergamo, ma silente sull’evidente pietra tombale data al federalismo da una stretta di 13 miliardi sul Patto di Stabilità, le ore di attesa al Quirinale per vedere la firma di Berlusconi sul testo della manovra, le misure anti-evasione ripristinate assieme al nuovo condono sulle case fantasma e oggi i giornali raccontano di un Tremonti isolato, con Gianni Letta che riscrive la manovra…

Continua Bersani: “Se Bondi non ha visto un dispositivo lungo tre pagine che distrugge metà delle istituzioni e delle fondazioni della cultura italiana, si può sapere che cosa ha approvato il Consiglio dei Ministri? Se l’approvazione è avvenuta “ salvo intese” Bondi si è dunque inteso con Tremonti? E se non è così, lo ripeto, che cosa ha mai approvato il Consiglio dei Ministri? Siamo
evidentemente fuori da ogni regola, oltre che da ogni logica. Con tutta evidenza abbiamo un governo nel marasma”.

“Dopo due anni, finalmente, il Ministro Bondi è stato folgorato sulla via di Damasco ed ha scoperto il suo ruolo di garante e di promotore della cultura italiana. Peccato che il suo scatto d’orgoglio ( e di responsabilità) di fronte alla ‘manovra dei misteri’, che fa scendere come una mannaia la scure dei tagli dissennati anche sulle politiche culturali, arriva quando, di fatto, c’è ormai poco da tagliare”. o dice Giovanna Melandri deputata Pd. “Fino ad oggi di fronte al persistente e sistematico svuotamento dei fondi relativi ai beni ed alle attività culturali – aggiunge -, nessuno ha raccolto gli allarmi lanciati dall’opposizione come dagli operatori del settore. Bondi ha davvero capito la drammaticità del momento o sta solo giocando da sponda con il collega del tesoro? Noi speriamo che il ministro Tremonti lo ascolti e ci auguriamo che la cultura italiana non subisca quest’ultima e ulteriore umiliazione dal governo Berlusconi.”

Già, Bondi si sente imbarazzato per quella lista che, per restare solo alla letteratura, cancella i nomi di Dante Alighieri ed Alberto Moravia, passando per Alessandro Manzoni e Giovanni Verga, per approdare a Cesare Pavese e Mario Soldati. Non ha pietá la lista dei 232 istituti, fondazioni ed enti culturali finita nel mirino dell’ultima finanziaria e guarda con indifferenza al patrimonio letterario come a quello dello spettacolo, mettendo ad esempio in discussione il festival dei due mondi di Spoleto a venti giorni dal via e la Quadriennale. Tanto che in molti, a partire dalla Fondazione Rossini di Pesaro si appellano al presidente Napolitano.

Eppure nel sito del Ministero dei beni culturali si legge: “Gli Istituti Culturali rappresentano un settore di particolare rilevanza per la Direzione Generale per le Biblioteche, gli Istituti Culturali e il Diritto d’Autore, in virtú della loro importanza quali significativi centri di studio, di approfondimento e di promozione culturale. Costituiscono centri di ricerca e di promozione culturale e rappresentano elementi essenziali di pluralismo culturale”. E segue l’elenco in cui figurano quasi tutti i nomi inseriti nell’allegato della finanziaria. E’ quindi comprensibile che Bondi dica: Molti degli enti che figurano in quell’elenco vanno soppressi, ma alcuni come il Centro sperimentale di cinematografia, la Triennale di Milano, il Vittoriale, non possono in nessun modo essere considerati lussi. Avrei voluto decidere insieme: il ministero non doveva essere esautorato. Ora mi metterò al lavoro con i miei collaboratori per capire quali di quegli enti sono eccellenze e quali sono inutili. Ma la scelta va fatta insieme”. Intanto si chiude la società dantesca italiana di Firenze, fondata nel 1888 a Palazzo Vecchio e che ebbe tra i suoi fondatori Carducci, Chiarini, Cantú, Nencioni e molti altri.
C’è l’Associazione fondo Alberto Moravia, voluta dalle sorelle, da Carmen Llera e Dacia Maraini dopo la sua scomparsa. C’è la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, istituto di valore internazionale.. C’è l’Istituto di studi manzoniani di Milano, l’Ente nazionale Giovanni Boccaccio, e il centro nazionale studi Leopardiani, per non parlare della Fondazione Verga e dell’Istituto studi pirandelliani. E via le fondazioni intestate a Gramsci, De Gasperi, Ugo Spirito, Don Sturzo, Einaudi.

“Si risparmia qualche milione di euro sugli enti culturali quando però piú soldi vengono spesi dallo Stato per sorreggere un sistema che con la cultura non ha nulla a che vedere. E’ una vergogna!”. Chi l’ha detto? Stefania Craxi, sottosegretario agli Esteri e parlamentare del Pdl, protestando per la cancellazione della fondazione intestata al padre, l’ex segretario del Psi Bettino Craxi.
Non c’è che dire governo in confusione.

Filippo Penati, capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani ribadisce: “L’avevamo detto fin dall’inizio: questa manovra è iniqua, depressiva e rischia di non ottenere nemmeno i risultati sperati per fronteggiare efficacemente questa crisi. Se ne stanno accorgendo anche dentro al governo.
Prima i ministri hanno firmato delle misure in bianco e ora si accorgono che i tagli sono fatti a casaccio e che colpiscono tutti i cittadini. In questa situazione di confusione e di rissa dal governo viene, in più, anche il tentativo di scaricare le proprie responsabilità sulle istituzioni. Ha ragione Bersani la manovra è dannosa e il governo, anche in questa occasione, al posto di cercare confronti ha puntato su scorciatoie e ora vuole andare avanti con prove di forza.”

Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni economiche del gruppo del Pd della Camera nota come “a distanza di quattro giorni assistiamo alla scomparsa e all’immediata ricomparsa delle Province e di enti vari, mentre rimane chiaro solo che i tagli sono, ancora una volta, sulla pelle dei più deboli e che privilegiati e boiardi di Stato rimangono intoccabili. Gli interventi a favore dello sviluppo per Tremonti possono aspettare, mentre è evidente che i così detti tagli alle Regioni si trasformeranno in nuova pressione fiscale, già aumentata in questi due anni di governo Berlusconi. Quanto devono ancora aspettare le Camere per avere il vero testo della manovra voluta da Tremonti?”. Sperimao poco, certo è che sono necessari interventi strutturali per liberare il lavoro dipendente e le piccole imprese dall’eccessiva pressione fiscale, aumentata con il governo Berlusconi dal 42,9% al 43,2%, e da quella burocratica, ripartendo con liberalizzazioni come quelle varate da Bersani, che ieri ha riproposto in un’intervista al Corriere della Sera come sarebbe intervenuto il PD: con riforme che incidono sulla pubblica amministrazione. Ha detto il segretario del PD: “Spostiamo il carico su rendite, ricchezze ed evasione e alleggeriamolo su imprese, lavoro e
famiglie. Quanto alla pubblica amministrazione ci vogliono piani industriali, se ad esempio si abolisce il pubblico registro automobilistico ottieni dei risultati. Se fai dei proclami sui
fannulloni i risultati non ci sono. Berlusconi dice che non ha aumentato le tasse. Che senso ha quando in termini di minori servizi ho dei tagli alle retribuzioni e tutto finirà addosso alle tasche dei redditi medi e bassi? Oppure quando non dai più un’occhiata a quel che fanno le
assicurazioni, al prezzo della benzina o alle farmacie?”. Ed ha ammonito: “Dobbiamo chiederci perché si fa la manovra. Non può passare in cavalleria, è il frutto amaro di 2 anni di politica economica sbagliata. Ora bombardano i redditi medi e bassi e non risolvono il problema dei
conti pubblici, per cui tra un anno, o anche meno, saremo da capo a dodici?”

Davide Zoggia, della segreteria del Pd, responsabile Enti locali è lapidario: “Con questa manovra finanziaria, il federalismo fiscale non si farà mai. Non si getta nessuna base per l’autonomia dei territori, anzi li si penalizza in una visione centralistica e gli affida il compito di meri esattori in nome e per conto dello Stato, che in tal modo rinuncia esso stesso a svolgere controlli e verifiche. Il federalismo fiscale allo stato attuale costa, secondo i calcoli di autorevoli studi di ricerca, 130 miliardi di euro e questa manovra, se non verrà modificata radicalmente, ne segna la fine
politica”. Concetto su cui torna Massimo D’Alema: “La manovra finanziaria sarà un disastro, e si colpisce sempre da una parte sola”.
Visitando una scuola elementare al Villaggio prenestino nell’ambito di una iniziativa del Pd sulla scuola, il presidente del Copasir ha sottolineato che è un errore “fare tagli lineari e tagliare i trasferimenti alle Regioni e agli enti locali perché avranno effetti pesanti. Si dà l’impressione di togliere i soldi ai politici ma in realtà si riducono i soldi per le Regioni e di conseguenza per trasporti e servizi”.
E sempre Bersani a Sky Tg 24 parla dei tagli alle regioni: “Hanno l’istruzione, i servizi sociali, i trasporti… si dá la pistola agli enti locali perché sparino loro”.

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"Cultura e università, i dubbi di Napolitano", di Federico Geremicca

Salvo imprevedibili colpi di scena, il Quirinale firmerà già nella giornata di oggi il decreto sulla manovra economica trasmesso al Colle sabato e modificato – dopo il varo di martedì in Consiglio dei ministri – fino (e forse oltre…) all’ultimo minuto utile. Ieri la presidenza della Repubblica ha trasmesso al governo alcune osservazioni «su delimitati aspetti di sostenibilità giuridica e istituzionale del provvedimento» e a tarda ora gli uffici del Quirinale hanno ricevuto dal governo chiarimenti e approfondimenti.
I rilievi del Colle – che non può intervenire nel merito delle scelte effettuate, essendo queste di esclusiva responsabilità dell’esecutivo – si erano mossi lungo tre direttive: alcune osservazioni circa formulazioni tecnico-giuridiche da chiarire meglio; l’invito a riesaminare i tagli indiscriminati ai danni di istituti di cultura, di ricerca e di decine di Fondazioni; l’invito a ponderare con cura la riduzione di finanziamenti al mondo dell’università e della ricerca, con particolare attenzione ai giovani e alla loro formazione.
Nell’esame della manovra sottopostagli dal governo per la firma, il Capo dello Stato – sottolineano ambienti del Quirinale – si era mosso seguendo i principi dettati dalla Costituzione e tenendo presente il suo mandato di rappresentante e garante dell’unità nazionale: il che vuol dire – lasciando da parte espressioni gergali – che deve aver ravvisato in alcune delle misure proposte dal governo il rischio di acuire differenze economiche e sociali già presenti nel Paese.
Nessuna delle osservazioni avanzate dal Colle conteneva indicazioni dirette o nominali circa il come e il dove intervenire. Ma, a proposito delle Fondazioni e degli istituti storici o di ricerca, è stato fatto notare come non possano essere sottoposti a identico trattamento istituti benemeriti e internazionalmente riconosciuti e – magari – Fondazioni e centri sorti, per dire, in vista di anniversari ormai celebrati e superati. Allo stesso modo, si è osservato come la conferma o addirittura l’ulteriore riduzione dei fondi a disposizione delle università e della ricerca, sia scelta che vada in netta controtendenza rispetto agli orientamenti (e agli investimenti) dei maggiori Paesi europei. Ed è un tema, questo, assai caro a Giorgio Napolitano, che infatti lo ha più volte affrontato nel corso degli ultimi mesi.
Il Quirinale ha saputo a tarda ora se e come queste osservazioni sono state raccolte dal governo (che sarebbe già al lavoro su alcune delle questioni poste), essendo appunto l’esecutivo ad avere l’esclusiva responsabilità della scelta finale. Al Colle, però, si fa notare come alcuni degli interventi suggeriti riguardino questioni al centro del dibattito (e dello scontro) politico già apertosi appena noti i contenuti della manovra. Fuor di metafora: le questioni poste dal ministro Bondi circa il taglio indiscriminato a Fondazioni e istituti di ricerca possono ora essere forse affrontate dal ministro Tremonti sapendo che anche il Quirinale ha più di una perplessità circa le scelte compiute.
Nessuna osservazione dal Colle, invece, rispetto alla forte polemica sollevata dal mondo della magistratura nei confronti della manovra o nei riguardi della protesta delle associazioni ambientaliste circa l’emersione delle costruzioni non accatastate (provvedimento che non potrebbe esser considerato alla stregua di un condono edilizio).
Stavolta, dunque, la moral suasion del Capo dello Stato ha potuto essere esercitata senza i duri e laceranti bracci di ferro che hanno di frequente segnato, in passato, i rapporti tra il Quirinale e Palazzo Chigi. La speranza, naturalmente, è che si possa aprire un capitolo nuovo tra i due presidenti (ed è questo il forte auspicio del Colle) ma non è detto che questo possa davvero accadere. Ci sono in vista, infatti, altri provvedimenti e altre leggi (a cominciare da quella sulle intercettazioni) rispetto alle quali le riserve e le perplessità del Quirinale sono note da settimane.
Il governo ne è a conoscenza, e la speranza è che ne tenga conto per tempo. L’alternativa rischia di esser quella di un nuovo scontro tra i Palazzi. E stavolta potrebbe trattarsi di uno scontro assai aspro e dagli esiti come sempre imprevedibili
La Stampa 31.05.10