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"Finanziaria colabrodo senza equità né crescita", di Eugenio Scalfari

Domani la manovra arriverà finalmente in Parlamento. Domani il governatore Mario Draghi leggerà la sua relazione annuale alla Banca d´Italia. Domani, alla riapertura delle Borse, si vedrà se i mercati si saranno stabilizzati o lanceranno nuovi attacchi contro i fondi sovrani e contro l´euro.
Nel frattempo la manovra ha perso per strada alcuni pezzi. La soppressione delle Province è stata per ora abbandonata. I tagli e i congelamenti stipendiali di alcune categorie, tra le quali i magistrati, sono stati attenuati.
L´opposizione parlamentare, mai consultata durante l´iter del decreto, si è incattivita. La Cgil, anch´essa platealmente ignorata, ha preannunciato lo sciopero generale per il 25 giugno. Ma l´impianto e i saldi del decreto sono quelli approvati dal Consiglio dei ministri: 24 miliardi nel biennio 2011-2012 per riportare il deficit entro la soglia del 3 per cento fissata dalla Commissione europea e dal Consiglio dei ministri dell´Unione.
Si può dunque dare un giudizio sull´insieme di questi fatti, anche se non saranno pochi gli emendamenti che il decreto subirà nel corso del dibattito parlamentare. Ma affinché il giudizio sia adeguatamente documentato occorre articolarlo sui tre obiettivi che la manovra si propone: risanamento del bilancio, equità, crescita.
La Confindustria questo giudizio l´ha già dato: positivo per quanto riguarda il risanamento del bilancio, negativo per quanto riguarda la crescita. Analogo giudizio hanno dato la Cisl e la Uil.
La Cgil è stata negativa sia sulla crescita sia sull´equità. L´Europa ha plaudito sull´abbattimento della spesa pubblica ma ha raccomandato di far di più per la crescita; identica l´opinione del Fondo monetario e dell´Ocse. La Banca centrale europea teme una crescita troppo lenta. Timori analoghi ha manifestato Draghi parlando qualche giorno fa. Ascolteremo domani la sua relazione.
Intanto la speculazione attende con le armi al piede, incoraggiata dagli articoli dell´ «Economist» e del «Financial Times». Vedremo domani se sui mercati splenderà il sole o diluvierà.
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I 24 miliardi di aggiustamento erano e sono necessari. Semmai ci si può chiedere perché tanta urgenza. Potevano esser tagliati alla fine di giugno o addirittura in settembre e il governo avrebbe avuto più tempo per studiar meglio i provvedimenti e consultare l´opposizione e tutte le parti sociali.
Se la fretta ha avuto come motivazione la difesa dei titoli emessi dal Tesoro, a nostra opinione quella motivazione è sbagliata: la manovra di riduzione della spesa non incide sulle aste dei Bot e dei Btp, come non hanno inciso sull´andamento dei titoli spagnoli gli aggiustamenti di spesa approvati dal governo di Madrid.
Comunque, forse troppo in fretta, quell´aggiustamento Tremonti doveva farlo e l´ha fatto. Le vere ragioni della fretta derivano probabilmente dalla contrapposizione politica tra lui e Berlusconi che infatti – nonostante le smentite di rito – è arrivata ormai al calor bianco e non fa presagire nulla di buono. Ma questo è un altro discorso, che si sta svolgendo tutto in stretto gergo politichese e perciò di ardua traduzione.
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Metà della manovra pesa sui dipendenti dello Stato, l´altra metà sulle Regioni e sui Comuni. Dal punto di vista geografico il peso maggiore si scaricherà sul Mezzogiorno perché la cosiddetta fiscalità di vantaggio in favore degli investimenti nel Sud è aria fritta come è aria fritta l´intero capitolo dedicato all´aumento della produttività: quando la domanda langue, l´investimento non è stimolato in misura apprezzabile e l´edilizia privata e pubblica sono ferme, la produttività resta un´aspirazione consegnata ad un improbabile e comunque lontano futuro.
Nel frattempo ci sono 2 milioni di giovani tra i 20 e i 30 anni di età che sono scomparsi dalla scena, hanno interrotto gli studi, non hanno alcuna formazione professionale, non si sono neppure iscritti negli elenchi dei disoccupati. Due milioni di fantasmi, in buona parte concentrati nel Sud e in Veneto, ai quali nessuno pensa salvo i genitori che debbono mantenerli. Una situazione assurda e inaudita, un bacino potenziale per le organizzazioni criminali come unica contropartita all´inedia.
La logica dei tagli e dei congelamenti previsti per i dipendenti pubblici è formalmente corretta: hanno avuto negli anni scorsi incrementi retributivi decisamente maggiori di quelli dei dipendenti privati e quindi possono «star fermi per un giro» per riallinearsi con i loro colleghi del privato.
Questa «fermata» si effettua tuttavia su livelli stipendiali molto bassi, pari mediamente a 1.200-1.300 euro netti mensili. Il taglio complessivo supera mediamente il 20 per cento se vi si comprendono liquidazioni e altri compensi; cioè riduce la media in prossimità dei 1.000 euro. E´ vero che di altrettanto si riduce la spesa pubblica la quale, ricordiamolo, è cresciuta dal 2007 al ritmo di 2 punti di Pil all´anno. Ma l´incremento stipendiale degli statali rappresenta solo una parte dell´aumento di spesa e neppure la parte maggiore. Forse si sarebbe dovuto operare con più incisività sul resto.
Infine un´altra motivazione, in questo caso politica: gli «statali» votano in maggioranza a sinistra. Il loro scontento non peserà se non marginalmente sul consenso raccolto dal governo. «Abbasso gli statali» è uno slogan che viaggia in tandem con quello di «Roma ladrona»: piace alla Lega e questa è una ragione in più per spiegare le scelte che il governo ha compiuto.
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L´altra metà dell´aggiustamento grava su Regioni (8 miliardi), Comuni (3 miliardi), Province (0,6 miliardi). Lo Stato riduce per 11,6 miliardi i suoi trasferimenti. Gli Enti locali vedano loro dove tagliare, grasso ce n´è. Oppure aumentino le imposte di loro competenza. O infine taglino i servizi.
Credo che grasso da tagliare effettivamente ci sia e sarà un bene se verrà eliminato. Non vorrei che crescessero i debiti con le banche. Ma potranno anche affittare o vendere i beni demaniali in corso di trasferimento. Nel complesso questa parte della manovra non sembra pessima. Colpirà più i Comuni (che hanno però meno grasso) che le Regioni.
La Lega, una volta tanto, è divisa. Alcuni pensano che il centralismo di Tremonti faccia a pugni col federalismo; altri vedono nella manovra un colpo di frusta che affretterà il federalismo fiscale. La verità non sappiamo quale sia perché il federalismo è tuttora un oggetto misterioso. Una cosa peraltro è evidente: il federalismo avrà comunque un costo e un governo senza soldi non sarà in grado di affrontarlo fino a quando il fabbisogno non si sarà stabilizzato e il deficit non sarà rientrato nelle norme europee. Perciò se ne parlerà nel 2012 se tutto va bene. Aggiungo un´osservazione a proposito di federalismo: il passaggio all´autonomia fiscale e istituzionale, se sarà effettivo e non simulato, sarà un fatto rivoluzionario e accentuerà la disparità tra Regioni efficienti e Regioni – cicala, gran parte delle quali si trovano nel Sud.
Sull´inefficienza sudista sono state ormai scritte intere biblioteche e i numeri del resto stanno a dimostrare che non si tratta di opinioni ma di fatti. Pochi ricordano tuttavia che il livello di reddito disponibile per i meridionali è meno della metà del reddito del Nord. Dunque: gestione amministrativa inefficiente, livello delle risorse bassissimo.
Come sarà finanziato nel Sud il passaggio dall´inefficienza all´efficienza? Ci sarà una diminuzione di occupati, un taglio di consulenti, un taglio di pensioni di invalidità, insomma una compressione del potere d´acquisto dei meridionali. Questo è certo. E´ anche inevitabile e necessario. Perfino utile. Ma quella è gente che si è arrangiata per sopravvivere. Chi li deve aiutare per non crepare di stenti? O debbono arruolarsi nella camorra e nella ´ndrangheta? Le donne nella prostituzione e i maschi nella malavita?
Ci vorrà dunque un trasferimento dal Nord al Sud in quella fase; sarà cospicuo e durerà per molti anni. Impegnerà le finanze pubbliche che dovranno «metter le mani nelle tasche». Di chi? Di quali contribuenti? Ci avete pensato?
Aggiungo un´altra osservazione: il nostro Sud è qualcosa di simile alla Grecia rispetto all´Europa. La speculazione lo sa. Perciò concentrerà il tiro sull´Italia in corrispondenza all´attuazione del federalismo.
Finirà nel solo modo possibile: un federalismo al Nord e un´accentuazione di centralismo statale al Sud. Italia a due velocità. Sono prospettive raccapriccianti.
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Tutto ciò detto, credo che Tremonti abbia fatto quello doveva. Molti errori, molte lacune nel risanamento del bilancio, ma l´aggiustamento ci sarà. Non al cento per cento ma almeno al 51.
Questo risanamento vuol dire che i conti non erano sani. Ci si poteva pensare prima. Molti l´avevano previsto da un pezzo. Furono insultati e chiamati anti-italiani. Tutto ciò è arcinoto e Tremonti e Berlusconi lo sanno benissimo: il fatto che continuino a insultare la sinistra nel momento stesso in cui si dimostra che la sinistra non faceva che certificare la realtà, è semplicemente vergognoso.
Ora però è il momento di dare un giudizio sulla parte della manovra riguardante la crescita economica. Ebbene non c´è assolutamente niente da dire in proposito per la semplice ragione che provvedimenti per la crescita nel decreto non ci sono. Non ce n´è neanche l´ombra. Lo stesso ministro dell´Economia, nella conferenza stampa con cui ha presentato il decreto, ha detto che la ripresa sarà molto lenta.
Bisognerebbe stimolarla, ma ci vogliono soldi che non ci sono. Ne hanno dilapidati un bel po´ nei due anni di governo ma ora la cassa è vuota, l´avanzo netto delle spese correnti è sotto zero, lo stock del debito è risalito al 117 del Pil.
Stimolare la ripresa, incrementare l´aumento del Pil, si ottiene con uno sgravio fiscale sul ceto medio, sul lavoro dipendente, sul cuneo fiscale. Per finanziarlo bisogna colpire l´evasione e i patrimoni. Non con un prelievo «una tantum» ma con un´imposta sulle cose per tassare di meno i redditi e accrescere così la domanda.
Lotta all´evasione e spostamento dell´onere tributario dalle persone alle cose per portare l´incremento del Pil dall´1 per cento almeno al 2.
Questo bisognerebbe fare. Tremonti non l´ha neppure pensato, perciò su questa questione merita uno zero. E´ sperabile che il Parlamento lo obblighi a pensarci seguendo così le indicazioni dell´Ocse, del Fmi, della Commissione europea, della Bce, della Confindustria, della Cgil, dell´opposizione parlamentare. Del Capo dello Stato. E anche dell´odiato Mario Draghi.

La Repubblica 30.05.10

«La grande disillusione», di Barbara Spinelli

A prima vista, si direbbe che due siano ormai le visioni della crisi divampata nel 2007, e dei modi di sormontarla in Italia. Da una parte c’è il film proiettato dal presidente del Consiglio per anni: la crisi è un fulmine, che non turba il cielo sereno sopra le nostre teste. La chiamano crisi, ma non è tale. Sono i giornali, le istituzioni internazionali, ad angosciarci con le loro aritmetiche cupe. Dovrebbero tacere, lasciar fare i governi. Ben diversa la visione di Tremonti, che usa metafore tutt’altro che confortanti: «La situazione non è bella. Siamo alpinisti aggrappati a una parete verticale, non possiamo traccheggiare». Tremonti vede il disastro ma anch’egli proietta un suo film, quando paragona il marasma a un videogioco. Sullo schermo irrompe un mostro, dal nulla: o lo uccidi o perisci. Non c’è sguardo lungo. Abbatti l’orco, e passi al successivo. Non c’è tempo per traccheggiare ma neppure, molto, per pensare. Inoltre il videogame puoi spegnerlo.
Così muore il reality show che Berlusconi manda in onda sin da principio: un mondo finto, chiuso. Una sorta di quartiere sigillato, inaccessibile alle ambasce delle metropoli, simile a Milano-2 costruita negli Anni 70.

In America i quartieri sono chiamati gated community, comunità corazzate da grossi cancelli, che proteggono da incursioni esterne e spesso sono dotate di circuiti televisivi stile Mediaset o Tg1, dispensatori di distrazioni. Il reality non dice il reale; lo fa. La negazione della crisi, fino all’allarme di Tremonti, è stata un ingrediente base del film berlusconiano. Anche la negazione dei mostri nascosti (mafia, suoi patti con l’anti-Stato) è ingrediente di rilievo.

Per questo non è appropriato parlare, a proposito della manovra, di sacrifici. Quello che urge da noi non sono sacrifici, ma un’autentica disintossicazione, unita a non meno urgenti operazioni verità sulla democrazia minacciata. Si tratta di uscire dallo show, di entrare nella realtà, di vederla. Si tratta di rompere con gli usi e costumi vigenti dietro le comunità transennate: il vivere alla giornata, il non guardare lontano, il non voler sapere la verità sullo Stato e su se stessi. Il compito affidatoci è una gigantesca disillusione, più che una rinuncia ai beni che avevamo. Il disilluso possedeva vizi, oltre che beni: volontariamente scelse d’illudersi. Anche Manovra è parola sciapa, che implica un guidatore e masse di guidati. Meglio parlare di un comune, benefico risvegliarsi.

In fondo l’esperienza è simile a quella traversata dal cattolicesimo, dopo lo scandalo della pedofilia. Il clero ha coperto reati atroci, e ora s’accinge a punirli. Ma il compito del risanamento spetta all’intera Chiesa, e la Chiesa non si riduce alla gerarchia: per definizione, è il popolo riunito dei fedeli. Lo spiega magistralmente, sul sito del Regno, il vicedirettore della rivista Gianfranco Brunelli. Perché l’istituzione riacquisti credibilità, deve pensarsi come parte del popolo di Dio, incorporare le vittime, parlare con loro più che a loro: non c’è esclusivamente il clero, da curare. Guarire significa concepire la Chiesa «non solo come istituzione ma come popolo di Dio»: giacché «Dio è delle vittime. Dio è nelle vittime. Là egli si è fatto sentire. Là la Chiesa lo può vedere in maniera privilegiata, poiché là sempre egli manifesta il suo Spirito (Matteo 25)».

Da secoli la Chiesa ispira regni e repubbliche, e oggi come ieri la teologia aiuta a capire, soprattutto in democrazia, il farsi della politica. Lo squasso economico mette quest’ultima a dura prova, e il rimedio anche qui non consiste nel salvare gerarchie e caste ma l’intero popolo della politica: composto di governati e governanti, fondato su sofisticati equilibri fra vari poteri che si bilanciano.

L’Italia economicamente sta meglio della Grecia (grazie al governo Prodi, essenzialmente), ma in molte cose i Paesi si somigliano. Atene è precipitata perché una classe di governanti, per anni, proiettò chimere: visse senza guardar lontano, fino a truccare – in casa, in Europa – le cifre del proprio bilancio. Lo fece per immunizzare caste, politici. Non pensò (qui è la somiglianza) che in custodia aveva tutto il popolo della politica, e in primis i poveri, le vittime, i contribuenti che pagano per gli evasori, i meno organizzati e garantiti. Epifani che annuncia scioperi anti-manovra ha comportamenti immodesti e suicidi: cos’ha dato il sindacato agli italiani, quando bocciò la vendita di Alitalia a Air France, se non più licenziati e fardelli più grevi sulle spalle dei contribuenti?

Degli aspetti tecnici della manovra si sa poco, ma ci sono elementi che fanno impressione: alcune misure sono spudoratamente copiate dal governo Prodi, abbattuto due anni fa. Restano memorabili gli insulti a Visco, stratega agguerrito dell’anti-evasione: fu dipinto come vampiro, nei videogame dell’attuale maggioranza. Ora le sue misure (tracciabilità dei redditi) sono riesumate, e Tremonti non può dar torto a quel che Visco scrive sul sito della Voce: «Se si ritiene che la riduzione dell’evasione sia utile, andrebbero reintrodotte integralmente le misure varate dal governo Prodi e subito abrogate dal governo Berlusconi».

Ma le similitudini tra Grecia e Italia sono innanzitutto politiche. In ambedue i casi, il rigore riesce a due condizioni: se la tecnica è buona, e se la democrazia ha le virtù raccomandate dall’Ocse alla finanza: correttezza, integrità, trasparenza. Per imporre rigore, infatti, i governi devono avere la legittimità etica di chi non tratta il «popolo della politica» come mezzo, ma come fine.

Sulla prima condizione si può sospendere il giudizio. Ma la seconda condizione di sicuro in Italia manca. Questo è un governo che ha passato più tempo a proteggere premier e politici dai processi, che a far politica per gli italiani. Questo è un governo cui l’ex presidente Ciampi chiede solennemente la verità sui pericoli corsi dalla democrazia nelle stragi inaugurate dall’eccidio di Falcone e Borsellino (Repubblica, 29 maggio). Questi sono giorni in cui il partito fondato da Berlusconi è sospettato di un patto con la mafia, che dopo Tangentopoli avrebbe convogliato su Forza Italia i voti di vaste aree del Sud in cambio di favori e promesse.

La crisi, come a Atene, disvela i trucchi ottimisti del film berlusconiano ma anche i suoi scantinati tenebrosi. L’evento fondamentale dei giorni scorsi è stato il discorso di Piero Grasso, mercoledì a Firenze nella commemorazione della strage dei Georgofili. Il procuratore nazionale antimafia non cita Berlusconi e Dell’Utri – non ha le prove – ma dice cose gravi: «Cosa nostra ebbe in subappalto una vera e propria strategia della tensione», e le stragi del ’92-93 volevano causare disordine per dare «la possibilità a un’entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli. Certamente Cosa Nostra, attraverso questo programma di azioni criminali, che hanno cercato d’incidere gravemente e in profondità sull’ordine pubblico, ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste». Grasso in genere è uomo prudente. Nel ’98, con altri magistrati, archiviò l’inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri ritenuti mandanti occulti del terrore mafioso.

Il procuratore disse queste verità già allora. Per motivi non chiari, il verbale rimase però nascosto. Lo dissotterrano Lo Bianco e Sandra Rizza, in un libro che uscirà il 10 giugno per Chiarelettere («L’agenda nera»). Se Grasso torna a parlarne oggi è perché ha deciso di abbandonare le autocensure. In parte perché nuovi pentiti testimoniano. In parte perché, grazie alla crisi, il Truman Show berlusconiano si sfalda. Può darsi che la bolla sopravviva un po’, come nel film di Peter Weir. Ma il «popolo della politica» difficilmente si farà persuadere ancora da miraggi e occultamenti dell’incantatore di Palazzo Grazioli. Questo non è tempo di mostri che irrompono nel videogame. Ci sono mostri da stanare, non visibili perché non programmati per esserlo. È vero: «La situazione non è bella». Che diventi, almeno, vera.

da La Stampa

«L'ultima di Tremonti: chiudere gli enti di ricerca», di Pietro Greco

Il decreto che il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha portato al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per cercare di evitare all’Italia l’epilogo della Grecia è piuttosto vasto e articolato. È un libro di 150 pagine, i cui contenuti sono stati fortemente criticati sia dalla CGIL sia dai partiti del centrosinistra.
In quelle 150 pagine, elaborate dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti e ai suoi collaboratori, ci sono varie tabelle. Una riguarda l’elenco degli enti inutili che vanno soppressi. Questo lungo elenco contiene, a sua volta, una piccola tabella che riguarda gli Enti di ricerca pubblica vigilati dal MIUR, ovvero del Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca diretto, pro tempore, del Ministro Mariastella Gelmini.
In questa piccola tabella sono elencati, in apposita colonna, gli Enti pubblici di ricerca che vengono soppressi. Si tratta, nell’ordine: della Stazione Zoologica “A. Dohrn”; dell’Istituto nazionale di ricerca metrologica (INRIM); dell’Istituto Nazionale di Alta Matematica “F. Severi” (INDAM); dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF); dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS); dell’Istituto di studi giuridici internazionali.
Che ne sarà di loro? Nella colonna a fianco sono indicate le amministrazioni che subentrano nell’esercizio dei relativi compiti ed attribuzioni. Queste amministrazioni sono due. Una, nella quale rientrano tutti gli Enti elencati tranne uno, è il Consiglio Nazionale delle Ricerche. L’eccezione è la Stazione Zoologica “A. Dohrn” di Napoli, i cui compiti ed attribuzioni passano direttamente al MIUR.
Alcune note di metodo. Nessuno ha avvisato il Consiglio Nazionale delle Ricerche dei nuovi arrivi, anche solo per averne un parere. Nessuno, a quanto pare, ha avvisato il MIUR: che da un lato si vede spostare come birilli gli Enti su cui dovrebbe vigilare e dall’altro si vede assegnare compiti e attribuzioni dirette di uno di essi.
Ma veniamo al merito. Perché questi Enti vengono soppressi? Non se ne comprende la ratio.
Non sono certo Enti inutili. L’Istituto Nazionale di Astrofisica, per esempio, è stato valutato dal CIVR (il Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca che fa capo al MIUR, dunque al governo), come il miglior Ente di ricerca in fisica che abbiamo in Italia. Valutazione di fatto confermata a livello internazionale sulla base della produzione scientifica prodotta dai suoi ricercatori. Insomma è uno dei nostri centri di ricerca di eccellenza. Perché, dunque, inutile?
Discorsi analoghi si potrebbero fare per gli altri Enti. La Stazione Zoologica “A. Dohrn” è stato il primo laboratorio di biologia marina al mondo. Attraverso i suoi ricercatori (ci riferiamo a Giuseppe Montalenti) è giunto in Italia il pensiero neodarwiniano. È stata frequentata da svariati premi Nobel. E tuttora svolge ricerca di punta. Stando al decreto la Stazione potrebbe uscirne dissolta e i suoi ricercatori potrebbero ritrovarsi al Ministero a svolgere non si sa quali lavori. Accorpandoli al CNR o, addirittura al Ministero, non c’è risparmio. I ricercatori, i tecnici e gli amministrativi non vengono licenziati. Saranno pagati con fondi pubblici da altre amministrazioni. C’è, invece, formidabile una perdita netta di efficienza. Di distruzione di competenze. Di dissoluzione di conoscenze. Nella scienza moderna le conoscenze non appartengono solo ai singoli ricercatori. Ma appartengono a un’intera comunità. Se io abolisco il CERN e diffondo i suoi ricercatori nel mondo, non conservo la capacità di produrre nuove conoscenze in fisica delle alte energie di assoluto valore. Semplicemente la perdo, anche se ogni singolo ricercatore continuerà a fare fisica.
Allo stesso modo se diffondo i ricercatori dell’INAF nel CNR non guadagno nulla in termini di nuove capacità di produrre conoscenza e rischio di perdere molto. Di più. Se accorpo al Ministero (!?) i ricercatori della Stazione Zoologica perdo sia la capacità di produrre conoscenze di valore nell’ambito della biologia marina e, col tempo, perdo anche le competenze individuali.
Insomma, come ha scritto il Presidente dell’INAF, Tommaso Maccacaro, in un accorato appello al Presidente della Repubblica, in quella tabella ci sono scelte del tutto ingiustificate, che non tengono minimamente conto del merito, che non producono risparmio alcuno e generano solo inefficienza.
Se è vero il modo in cui un paese cura la ricerca è l’indicatore principale del modo in cui quel paese cura e costruisce il proprio sviluppo culturale ed economico, allora in quel decreto – elaborato in maniera tanto dilettantesca quanto arrogante – vengono tagliate, in un colpo solo, e sparse al vento fette di futuro e fette di eccellenze.
da l’Unità

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«Manovra, addio alla ricerca», di Flavia Amabile
Soppressi 27 enti giudicati inutili anche se raccolgono premi e riconoscimenti internazionali

In due casi l’effetto è davvero straniante. Una settimana prima le agenzie annunciavano premi e riconoscimenti internazionali per il lavoro svolto. Una settimana dopo le stesse agenzie ne annunciavano la soppressione. Sono l’Inaf, Istituto Nazionale di Astrofisica e l’Ogs, Osservatorio Geofisico Sperimentale, due dei 27 enti inutili caduti sotto la scure dell’ultima manovra varata dal governo Berlusconi.

L’Inaf si era conquistata il 22 maggio i complimenti del mondo intero per aver collocato in quota la parabola da 64 metri di diametro del Sardinia Radio Telescope, un radiotelescopio unico in Europa, in grado di gareggiare con gli strumenti più sofisticati del mondo per effettuare esplorazioni del sistema solare, di Marte, Giove, Saturno e dei loro satelliti.
Qualcosa di analogo è accaduto all’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale: i ricercatori dell’istituto hanno ottenuto il 21 maggio il Best Paper Award, Earth and Space Conference 2010 per le loro ricerche innovative nella geofisica planetaria.
Ma l’elenco della lista nera degli enti è lungo. Soppresso l’Isae, Istituto di studi e analisi economica. I novantanove dipendenti risponderanno al ministero dell’Economia. Fa nulla se da un anno governo industria e sindacati avevano scelto l’istituto come l’organo indipendente per determinare l’indice dell’inflazione programmata nel calcolo degli aumenti nei contratti privati. D’ora in poi la valutazione economica sarà riservata al ministero dell’Economia e alla Confindustria che indipendenti non sono in questa materia.

Dalla manovra nasce il polo integrato per la salute e la sicurezza nel lavoro con l’accorpamento di Inail, Ispesl e Ipsema in un unico ente. Unire l’Ispesl (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza sul Lavoro) all’Inail, però, vuol dire che l’ente che studia i rischi e elabora norme per la sicurezza diventa parte dell’istituto assicurativo, cioè si trasforma in un perito di parte dell’assicurazione con un evidente conflitto di interessi e scarsa possibilità di un lavoro indipendente. «E comunque siamo in grado di autofinanziarci per oltre il 60% del contributo statale, non siamo un ente inutile», precisano in una nota i lavoratori dell’istituto.

Chiusa anche la stazione zoologica Anton Dhorn, uno dei più antichi e aggiornati enti di produzione di conoscenze sul mare. Molti altri enti – come l’Istituto Nazionale di Oceanografia o l’Istituto di Astrofisica – verranno accorpati al Cnr, il che ha scatenato confusione all’interno del Consiglio Nazionale delle Ricerche che era in procinto di far partire una riorganizzazione e ora deve rivedere i piani sul tipo di struttura da darsi.

«E’ molto chiaro il disegno del governo e di chi appoggia questa manovra: tagliare l’università, sopprimere la cultura alta, le eccellenze che hanno portato l’Italia ad essere grande nel mondo», denuncia Alberto Civica, segretario generale della Uil università, ricerca e Afam. E annuncia proteste decise.

La prossima settimana davanti a palazzo Chigi arriveranno venti carene sperimentali dell’Insean, l’istituto che ha realizzato i test per le più belle imbarcazioni italiane, da Luna Rossa a Azzurra. Attraverseranno tutta Roma nella speranza di difendere la squadra di ricercatori che lavorano per la Marina Usa, la Boeing e che una volta soppressi porterebbero alla cancellazione di 500 mila euro di spese ma anche di 5 milioni di euro di commesse l’anno.

Per un risparmio di 20 milioni di euro la manovra prevede anche lo stop ai finanziamenti a 232 istituzioni culturali come il Centro Sperimentale di Cinematografia che sta provocando una rivolta nel mondo della cultura. Lo scrittore e presidente del Centro, Francesco Alberoni, ha rivolto un appello alle più alte cariche dello Stato, da Berlusconi a Napolitano, per chiedere una marcia indietro. Il regista Carlo Lizzani, due volte docente del Centro, è d’accordo: «Il centro sperimentale è stato il cuore della rivoluzione neorealista, decidere di non finanziarlo è sconvolgente».
da La Stampa

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da l’Unità: «Via 232 istituti e enti culturali/la lista»
La manovra finanziaria prevedeil taglio dei fondi statati a 232 istituti ed enti culturali. Infatti l’art. 7 comma 22 del «Decreto legge recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica», spiega che a decreto approvato «lo Stato cessa di concorrere al finanziamento degli enti, istituti, fondazioni e altri organismi», indicati nell’elenco allegato: si tratta di 232 organismi.

L’articolo però contiene anche la realizzazione di un fondo destinato all’eventuale erogazione di contributi agli enti che ne facciano «documentata e motivata richiesta». Questo l’elenco completo:
1. Fondazione Alcide de Gasperi
2.CIME Consiglio Italiano per il Movimento Europeo
3.Centro Studi Americani
4.Associazione giovanile musicale AGIMUS
5.Ente Nazionale Assistenza Magistrale – E.N.A.M.
6.Fondazione «Guido d’Arezzo»
7.Fondazione italiana per la musica antica
8.Centro italiano di ricerche aerospaziali – CIRA SpA
9. Istituto italiano di studi germanici
10. Ente geopantologico di Pietraroia
11.Parco geominerario
12.Riserva naturale dello stato Isola di Vivara
13.Associazione italiana combattenti e reduci
14.Associazione italiana combattenti volontari antifascisti diSpagna
15.Associazione nazionale veterani e reduci garibaldini
16.Federazione italiana volontari della libertà
17.Associazione dei Cavalieri italiani del sovrano militare Ordine diMalta
18.Associazione nazionale «Nastro Verde»
19.Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria inPuglia e Lucania
20.Comitato Nazionale per il centenario della nascita di CesarePavese
21.Comitato Nazionale un secolo di Fumetto Italiano
22.Comitato Nazionale per le celebrazioni del bicentenario della nascitadi Guglielmo Massaja
23.Comitato Nazionale per le celebrazioni del bimillenario della nascitadi Vespasiano
24.Comitato Nazionale per le celebrazioni del millenario della Basilicadi Torcello
25.Comitato Nazionale «I Trattati di Roma»
26.Comitato Nazionale per le celebrazioni del quarto centenario dellamorte di Alberico Gentili
27.Comitato Nazionale per le celebrazioni del 550 anniversario dellanascita di Bernardino di Betto detto il Pinturicchio 28.Comitato Nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita diMario Soldati
29.Comitato Nazionale per le celebrazioni del bicentenario di CasaRicordi
30.Comitato Nazionale le «Autonomie Locali»
31. Allegorein
32.Accademia Medica di Roma
33.Accademia Angelica Costantiniana
34.Accademia Nazionale di Agricoltura
35.Accademia Filarmonica di Bologna
36.Associazione Naz. Funzionari Direttivi
37.Associazione per la Riforma dello Stato
38.Associazione Romana Amici della Musica – ARAM
39.Associazione Fondo Alberto Moravia
40.Associazione Liberi Scrittori Italiani
41.Associazione Don Giuseppe De Luca – Roma
42.Centro di Cultura Scientifica Alessandro Volta
43.Centro Italiano di Ricerche e Informazione, ecc. – CIRIEC
44.Centro per la Cultura d’Impresa
45.Centro di Iniziativa e Ricerca sul sistema – CIRSES
46.Fondazione Bettino Craxi
47.Fondazione Guido D’Arezzo -Arezzo
48.Fondazione Maria e Goffredo Bellonci – Roma
49.Fondazione Nazionale Carlo Collodi – Pescia
50.Fondazione Ugo Spirito – Roma
51.Istituto Accademico di Roma
52.Istituto di Studi Filosofici
53.Istituto Naz. Tostiano
54.Istituto di Storia e Arte del Lazio Meridionale – Bibl. GM Longhi
55.Istituto Domus Mazziniana – Pisa
56.Istituto Internazionale di Storia Economica Francesco Datini.Prato
57.Istituto Storico Italiano per l’Età Moderna e Contemporanea,Roma
58.Istituto Domus Galilaeana – Pisa 5
9.SocietàTarquiniense di Arte e Storia
60.Società Storia Patria Puglie
61.Società Reggiana Studi Storici
62.Società Dalmata Storia Patria
63.Società nazionale di scienze e lettere ed arti – Napoli
64.Unione Giuristi Cattolici Italiani
65.Unione internazionale degli Istituti di archeologia, Storia e Storia dell’Arte in Roma
66. Accademia degli Incamminati – Modigliana
67. Accademia dei Concordi – Rovigo
69.Accademia dei Fisiocritici – Siena
70.Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna -Bologna
71.Accademia delle Scienze di Ferrara – Ferrara
72.Accademia delle Scienze di Torino – Torino
73.Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria – Roma
74.Accademia di Studi Italo – Tedeschi – Merano
75.Accademia Etrusca di Cortona
76.Accademia delle Arti e del Disegno – Firenze.
77.Accademia Galileiana di Scienze Lettere ed Arti in Padova -Padova
78.Accademia Italiana della Cucina – Milano
79.Accademia Italiana di Scienze Forestali – Firenze
80.Accademia Lancisiana – Roma
81.Accademia Ligure di Scienze e Lettere – Genova
82.Accademia Lucchese di Scienze lettere Arti – Lucca
83.Accademia Marchigiana di Scienze Lettere e Arti – Ancona
84.Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL – Roma
85.Accademia Nazionale di San Luca – Roma
86.Accademia Nazionale di Scienze lettere e Arti di Modena -Modena
87.Accademia Nazionale di Scienze Lettere e Arti di Palermo -Palermo
88.Accademia Nazionale Virgiliana di Scienze Lettere e Arti -Mantova
89.Accademia Olimpica – Vicenza
90.Accademia Properziana del Subasio – Assisi
91.Accademia Pugliese delle Scienze – Bari
92.Accademia Raffaello – Urbino
93.Accademia Petrarca di Lettere, Arti e Scienze – Arezzo
94.Accademia Toscana di Scienze e Lettere «La Colombaria» -Firenze
95.Associazione Centro Studi Feliciano Rossitto – Ragusa
96.Associazione «Roma nel Rinascimento» – Roma
97.Associazione Malacologica Internazionale – A.M.I. – Roma
98.Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno D’Italia – Roma
99.Associazione per l’Economia della Cultura – Roma
100.Ateneo di Brescia Accademia di Scienze Lettere ed Arti – ONLUS – Brescia
101.Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo – Bergamo
102.Ateneo Veneto – Venezia
103.Biblia – ONLUS – Settimello
104.Centro «Pio Rajana» Centro di Studi per la Ricerca Letteraria Linguistica e Filologica – Roma
105.Centro Camuno di Studi Preistorici – Capo di Ponte
106.Centro di Cultura di Storia Amalfitana – Amalfi
107.Centro di Iniziativa Giuridica «Piero Calamandrei» – Roma
108.Centro di Studi sulla Cultura e l’immagine di Roma – Roma
109.Centro Internazionale di Etnostoria – Palermo
110.Centro Italiano di Studi sul Basso Medioevo Accademia Tudertina -Todi
111.Centro Studi sul Classicismo – San Gimignano
112.Centro Internazionale di Studi Rosminiani – Stresa
113.Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanesi – Napoli
114.Centro Nazionale di Studi Leopardiani – Recanati
115.Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Orientee l’Asia – Torino
116.Centro Studi Piero Gobetti – Torino
117.Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali ONLUS – Ravello
118.Ente Nazionale Giovanni Boccaccio – Firenze
119.Essmoi – Fondazione Giuseppe Emanuele e Vera Modigliani (Ente per la Storia del Socialismo e del Movimento Operaio Italiano) -Roma
120.Fondazione Domus Galilaeana – Pisa
121.Fondazione «Casa di Orian» – Ravenna
122.Fondazione Casa Buonarroti – Firenze
123.Fondazione «Biblioteca Benedetto Croce» – Napoli
124.Fondazione Centro Internazionale di Studi di Architettura «AndreaPalladio» – Vicenza
125.Fondazione «Centro Studi Filosofici di Gallarate» – Padova
126.Fondazione «Remo Orseri per la Collaborazione Culturale fra i Popoli» – Roma
127.Fondazione Accademia Musicale Chigiana – Siena
128.Fondazione Adriano Olivetti – Roma
129.Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico -Roma
130.Fondazione Arena di Verona
131.Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori – Milano
132.Fondazione Artistica Poldi Pezzoli – ONLUS – Milano
133.Fondazione Biblioteca Archivio Luigi Micheletti – Brescia
134.Fondazione Carlo Donat – Cattin – Torino
135.Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea – C.D.E.C.- ONLUS – Milano
136.Fondazione Centro Nazionale di Studi Manzoniani – Milano
137.Fondazione «Centro Sperimentale di Cinematografia» (già FondazioneScuola nazionale di cinema)
138.Fondazione Centro Studi sulla Civiltà del Tardo Medioevo – SanMiniato
139.Fondazione Civico Museo Biblioteca Attore Teatro Stabile di Genova -Genova
140.Fondazione Claudio Monteverdi – Cremona
141.Fondazione di Ricerca Istituto Carlo Cattaneo – Bologna
142.Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi -Firenze
143.Fondazione Ezio Franceschini – ONLUS – Firenze
144.Fondazione «Festival dei Due Mondi di Spoleto».
145.Fondazione Giacomo Brodolini – Roma
146.Fondazione Giangiacomo Feltrinelli – Milano
147.Fondazione Gioacchino Rossini – Pesaro
148.Fondazione Giorgio Cini – Venezia
149.Fondazione Giulio Pastore – Roma
150.Fondazione «Il Vittoriale degli Italiani» – Gardone Riviera
151.Fondazione Ing. Carlo Maurilio Lerici – Roma
152.Fondazione Istituto Gramsci – ONLUS – Roma
153.Fondazione Istituto Nazionale del Dramma Antico – Roma
154.Fondazione Istituto Nazionale Studi sul Rinascimento -Firenze
155.Fondazione Istituto Nazionale di Studi Verdiani – Parma
156.Fondazione Istituto Piemontese Antonio Gramsci – Torino
157.Fondazione Istituto Storico «Giuseppe Siotto» – Cagliari
158.Fondazione Istituto Italiano Storia della Musica – Roma
159.Fondazione «La Triennale di Milano» – Milano
160.Fondazione «La Quadriennale di Roma» – Roma
161.Fondazione Lelio e Lisli Basso – Issoco – Roma
162.Fondazione «Liberal» – Roma
163.Fondazione Lirico-sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari
164.Fondazione Luigi Einaudi – Torino
165.Fondazione Luigi Einaudi per Studi di Politica ed Economia -Roma
166.Fondazione Museo Stibbert – ONLUS – Firenze
167.Fondazione Napoli Novantanove – ONLUS – Napoli
168.Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII – Bologna
169.Fondazione Palazzo Coronini Cronberg – Gorizia
170.Fondazione Pietro Nenni – Roma
171.Fondazione Rosselli – Torino
172.Fondazione Scientifica Querini Stampalia – ONLUS – Venezia
173.Fondazione Spadolini Nuova Antologia – Firenze
174.Fondazione Stauros Italiana – San Gabriele -Isola Abruzzo delGran Sasso
175.Fondazione Studi Storici Filippo Turati – ONLUS – Firenze
176.Fondazione Ugo da Como – Lonato
177.Fondazione Ugo e Olga Levi Centro di Cultura Musicale Superiore ONLUS- Venezia
178.Fondazione Università Internazionale dell’Arte – U.I.A. -Firenze
179.Fondazione Valentino Bucchi – Roma
180.Fondazione Verga – Catania
181.Gabinetto Scientifico Letterario «G.P. Vieusseux» – Firenze
182.Giunta Centrale per gli Studi Storici – Roma
183.Istituto Abbatia Sancte Marie de Morimundo
184.Istituto Alcide Cervi – Reggio Emilia
185.Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo – Roma
186.Istituto di Studi Storici Postali – Prato
187.Istituto e Museo di Storia della Scienza – Firenze
188.Istituto Internazionale di Studi Liguri – Bordighera
189.Istituto Internazionale Jacques Maritain – Roma
190.Istituto Italiano di Numismatica – Roma
191.Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria – Firenze
192.Istituto Italiano di Studi Storici – Napoli
193.Istituto Italiano per la Storia Antica – Roma
194.Istituto Lombardo – Accademia di Scienze e Lettere – Milano
195.Istituto Luigi Sturzo – Roma
196.Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte – Roma
197.Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici – Firenze
198.Istituto Nazionale di Studi Romani – ONLUS – Roma
199.Istituto Nazionale di Urbanistica – Roma
200.Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione inItalia – Milano
201.Istituto per la Scienza dell’Amministrazione Pubblica – I.S.A.P. -Milano
202.Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano – Roma
203.Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda – ONLUS – Milano
204.Istituto per la Storia dell’Azione Cattolica e del MovimentoCattolico in Italia «Paolo VI» – Roma
205.Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia -Taranto
206.Istituto per le Ricerche di Storia Sociale e Religiosa – ONLUS -Vicenza
207.Istituto Storico Italiano per il Medioevo – Roma 2
08.Istituto Storico Lucchese – Lucca
209.Istituto Veneto Accademia di Scienze Lettere ed Arti -Venezia
210.Opera di Dante – Ravenna
211.Osservatorio Parlamentare – Roma
212.Pro Civitate Christiana – Assisi
213.Scuola Archeologica Italiana di Atene – Roma
214.Società Chimica Italiana – Roma
215.Società Dantesca Italiana – Firenze
216.Società di Studi Valdesi – Torre Pellice
217.Società Entomologica Italiana – Genova
218.Società Europea di Cultura – S.E.C.I. – Venezia
219.Società Filologica Friulana – Udine
220.Società Geografica Italiana – Roma
221.Società Internazionale di Studi Francescani – Assisi
222.Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino – ONLUS -Impruneta
223.Società Italiana di Statistica – Roma
224.Società Italiana per il Progresso delle Scienze – Roma
225.Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente – Milano
226.Unione Accademica Nazionale – Roma
227.Opera nazionale «Montessori» – Roma
228.Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo
229.Casa Militare Umberto I
230.Fondazione museo internazionale delle ceramiche di Faenza
231.Fondazione Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia «L. daVinci»
232.Centro internazionale di radiocomunicazioni mediche (CIRM)

Intercettazioni: il governo fa un passo indietro…e inciampa

A volte la toppa è peggio dello strappo. È un peccato che il Pdl non abbia dato retta a questo saggio detto popolare per evitare una brutta figura per se e l’ennesimo danno al Paese. Dopo il vergognoso ddl intercettazioni, arrivano gli emendamenti, se è possibile ancora più deleteri del testo messo a punto dalla commissione Giustizia del Senato.
11 modifiche targate Pdl e Lega e destinate, a loro modo di vedere, a placare il dissenso dell’opposizione, della società civile, della magistratura, dell’informazione e addirittura della stampa estera. Purtroppo i nuovi emendamenti non soddisfano, anzi confermano lo sbando di un governo preoccupato solo di compiacere il capo.

Nonostante qualche limatura per quanto riguarda le sanzioni alla stampa e le pubblicazioni delle intercettazioni, negli emendamenti concesse per riassunto dopo la conclusione delle indagini preliminari, rimane il nodo delle intercettazioni ambientali. Per richiederle sono ancora necessari fondati motivi di ritenere che in quel momento sia in atto un fatto criminoso. Un presupposto che di fatto le rende inutilizzabili, praticamente inesistenti.

Il Pd ha promesso ostruzionismo in aula per impedire che questo scempio diventi legge. Lunedì il gruppo dei democratici a Palazzo Madama e lunedì porterà in aula circa 160 emendamenti. Andrea Orlando, presidene del forum Giusizia, spiega: “ Gli emendamenti presentati dal Pdl al decreto intercettazioni sono un goffo tentativo di rimediare a qualche porcheria che è stata introdotta nel testo al Senato rispetto a quello della Camera sulla libertà di informazione. È poca cosa, ma quel che è peggio è che si riesce contemporaneamente a peggiorare ancora sul tema delicatissimo della restrizione delle indagini. Infatti, non solo si insiste su un impianto legislativo che pregiudica il contrasto al crimine organizzato, e di conseguenza il diritto dei cittadini alla sicurezza, ma si estende una norma già di per sé assurda, come quella che consente ai mafiosi e delinquenti di ogni risma di liberarsi dei pm non graditi nelle inchieste in corso. In questo modo, la cricca potrà cavarsela e tornare al lavoro, così come i boss potranno ricusare i magistrati sgraditi, o perlomeno rallentare di molto i processi che stanno per condurli alla condanna”.

Sempre Orlando, appena due giorni fa, nel corso della trasmissione Porta a Porta aveva dichiarato: “Il ddl Alfano non affronta un nodo di sistema sul tema giustizia: quello che dovrebbe prevedere dei filtri non alle intercettazioni, bensì alla loro pubblicazione. Nel ddl intercettazioni, ad esempio, la maggioranza non ha voluto inserire la previsione di un’udienza stralcio per far sì che le parti e il giudice si incontrino per stralciare, appunto, le intercettazioni non rilevanti”.

www.partitodemocratico.it

"Dilettanti allo sbaraglio sulla non autosufficienza", di Chiara Saraceno

Una proposta di legge affronta due temi finora trascurati nel nostro sistema di welfare: le necessità di cura delle persone non autosufficienti e la conciliazione con il lavoro remunerato. Ma la norma riesce a essere contemporaneamente vecchia, ingiusta e inefficace. Perché lo strumento scelto è il pre-pensionamento, che favorisce l’uscita dal mercato del lavoro e non la conciliazione. Perché non adotta un approccio universalista e garantisce condizioni più vantaggiose ai lavoratori pubblici. Perché scarica ancora una volta sulle famiglie l’onere del lavoro di cura.

Nella seduta del 14 maggio la Camera ha approvato quasi all’unanimità le “Norme in favore dei lavoratori che assistono familiari gravemente disabili”. (1)
Il testo, che ora passa all’esame del Senato, rappresenta la sintesi di ben quattordici proposte di legge presentate da esponenti di pressoché tutte le parti politiche. La norma affronta due temi fin qui troppo trascurati nel sistema di welfare italiano: (1) le necessità di cura delle persone non autosufficienti; (2) la conciliazione tra lavoro remunerato e cura dei familiari non autosufficienti. La soluzione proposta, tuttavia, riesce a essere insieme vecchia, ingiusta e inefficace.

UNA PROPOSTA VECCHIA E INGIUSTA…

È vecchia perché invece di promuovere la conciliazione favorisce l’uscita dal mercato del lavoro, con uno strumento, il pre-pensionamento, per altro in contrasto con tutti gli obiettivi di innalzamento dell’età del ritiro dal lavoro. Inoltre adotta un approccio non universalista, che introduce benefici diversi a seconda della situazione lavorativa e del tipo di contratto di chi presta la cura. Moltiplicando, ancora una volta, la frammentazione e complessità del sistema di welfare italiano.
È ingiusta perché garantisce condizioni molto diverse, e più vantaggiose, ai lavoratori del settore pubblico rispetto a quelli del settore privato. I dipendenti pubblici che si prendono cura di un familiare potrebbero beneficiare, dopo 35 anni di contributi, di un periodo di cinque anni di esonero anticipato dal servizio con il 70 per cento della retribuzione complessiva. Diversamente, per i lavoratori del settore privato, inclusi gli autonomi, è previsto un vero e proprio pre-pensionamento, sulla base sì di una storia contributiva più ridotta, ma a condizioni complessive molto più rigide: la lavoratrice deve avere almeno 55 anni di età (il lavoratore 60), avere almeno 20 anni di contributi e soprattutto deve aver convissuto ed essersi presa cura del familiare negli ultimi 18 anni. Aver accudito un familiare lasciandolo nella propria abitazione, per rispetto della sua vita e abitudini (come consigliano anche tutte le politiche dell’ageing in place) non conta. Anche la definizione di famigliare è più stringente: il beneficio spetta solo al coniuge, al genitore o al figlio della persona con disabilità; solo nel caso in cui questi famigliari siano impossibilitati a fornire cura, fratelli e sorelle possono usufruire del beneficio. Le norme sono ingiuste anche perché limitano il riconoscimento economico del lavoro di cura solo ai lavoratori/lavoratrici. Il costo per l’Inpdap e l’Inps di questi pre-pensionamenti alla fine andranno a carico della collettività. Il che sarebbe giusto se valesse per tutti, non solo per alcune categorie. Chi ha dovuto lasciare il lavoro proprio a motivo delle responsabilità di cura, oltre al danno ora sperimenta anche la beffa.

…MA ANCHE INEFFICACE

La norma proposta è inefficace perché, in presenza di un sistema pensionistico contributivo, rischia di avviare a una vecchiaia di ristrettezze economiche chi si pre-pensiona per continuare ad accudire un familiare. È inefficace perché scarica ancora una volta sulle famiglie (di fatto sulle donne) l’onere del lavoro di cura, senza preoccuparsi né della appropriatezza delle cure né delle disuguali risorse – umane e di altro tipo – presenti nelle famiglie. Inoltre riconosce la necessità di cura solo quando è ormai estrema. Come se la non autosufficienza si desse sempre totalmente da subito, e non si sviluppasse per lo più nel tempo, provocando domande di cura di intensità, oltre che qualità, diverse. Se poi sommiamo questo criterio a quelli di età anagrafica e contributiva, è chiaro che la legge è inefficace anche perché arriva troppo tardi, quando i giochi sono già fatti e molte lavoratrici sono state costrette a uscire dal mercato del lavoro, oppure a far ricoverare in istituto il familiare.
Da tempo si discute di trasformare l’indennità di accompagnamento per introdurre anche in Italia un sistema simile almeno a quelli tedesco o francese, finanziati da una assicurazione obbligatoria. Ove si offre una combinazione di sostegno economico e di servizi, privilegiando i servizi, su base universale e graduata a seconda del livello di dipendenza. Dove le famiglie possono scegliere in qualche misura il mix preferito di cura familiare, servizi pubblici e servizi di mercato, con l’effetto non trascurabile di creare domanda di lavoro regolare. Ma non se ne fa mai nulla, salvo qualche sanatoria per le badanti che lascia alle famiglie tutto l’onere economico e organizzativo. Per chi sta nel mercato del lavoro e insieme si fa carico di un familiare dipendente sarebbero più utili, oltre ai servizi, congedi temporanei, con contributi figurativi per non perdere l’anzianità contributiva.
È probabile che di fronte alla necessità della manovra finanziaria queste norme non arrivino mai al dibattito in Senato. Ma se davvero si volesse affrontare in modo serio il bisogno di cura delle persone non autosufficienti e dei familiari che si occupano di loro, occorrerebbe avere un atteggiamento meno dilettantesco e più attento alle circostanze concrete in cui questi bisogni si presentano.
da www.lavoce.info

(1) Il testo definitivo non è ancora disponibile, ma il testo unificato base si trova a questo indirizzo.

"Molto più di un bavaglio", di Concita De Gregorio

Quel che sta accadendo in Italia è qualcosa che riguarda il mondo intero. Si sta scrivendo una legge che impedisce il lavoro d’indagine, che favorisce le mafie, che imbavaglia la stampa. Confinarla ad una sacrosanta rivendicazione del diritto di cronaca ed accontentarsi di qualche modifica in favore di editori e giornalisti è un errore. Non si tratta solo di mantenere intatta la possibilità di raccontare crimini e malaffare: si tratta prima ancora di non impedire il lavoro di chi indaga. Lasciare la libertà di parola e limitare gli strumenti di lotta al crimine otterrebbe alla fine lo stesso risultato: silenzio. E’ una legge che mette in pericolo il Paese che ci è stato consegnato da chi ci ha preceduto a prezzo di enormi sacrifici. Abbiamo il dovere di conservarlo per chi verrà dopo di noi, il dovere di disobbedire. Fate pure la vostra legge: noi non la rispetteremo.

L’Unità 29.05.10

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“Scommessa civile”, di Goffredo Fofi

È l’ora dell’impazienza, speriamo. Diceva Camus nell’Uomo in rivolta che è «con la perdita della pazienza (…) che comincia un movimento che può estendersi a tutto ciò che veniva precedentemente accettato». Ribadiva don Milani nella famosa Lettera ai cappellani militari sull’obiezione di coscienza, che i soldati «l’obiezione l’han conosciuta troppo poco, l’obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, anche troppo». I soldati, i civili, i giornalisti… Questa era la legge, questi erano gli ordini, io non ho fatto che obbedire, assecondare, tacere: così si sono giustificati gli aguzzini del Terzo Reich e continuano a giustificarsi in tanti, nel mondo di oggi, trovando le mille scuse per non ascoltare la propria coscienza.

L’obbedienza non è più una virtù, insisteva il prete di Barbiana, sapendo bene che lo era stata e che avrebbe potuto tornare a esser tale, se intesa come obbedienza a una morale di cui si riconosce il valore, anche quando si incarna in una autorità e perfino in un gerarchia. Ma in questa società? Nella deriva del concetto stesso di responsabilità pubblica e di responsabilità privata nei confronti della collettività? Quanti possono dire di obbedire oggi a dei principi morali radicali – in una società che ha finito per sostituire la chiacchiera alla concretezza dell’azione? Gli esempi di disobbedienza civile nell’Italia berlusconiana sono rarissimi, quasi inesistenti e tante invece le scappatoie attraverso le quali il privato cittadino giustifica e accetta lo stato delle cose esistente, anche se magari gli fanno schifo. I maestri della disobbedienza civile, che è la versione morale della disobbedienza, i Thoreau Gandhi Capitini, hanno affermato che se una legge ci sembra ingiusta si ha il dovere di rifiutarla, di non accettarla, di disobbedirvi. Però non nascostamente o con la violenza, perché, insisteva Gandhi sulla scia di Thoreau, se una legge «è contemplata nei codici», i funzionari dello Stato devono farla applicare, ma se la mia coscienza mi dice che essa è ingiusta, «io devo resistere a essa in modo nonviolento» e si tratta allora di «violare la legge e di sottomettersi pacificamente all’arresto e all’imprigionamento». Disobbedire insomma non è un gioco, è un rischio. È la messa in campo di un principio di responsabilità dettato dalla mia coscienza e dalle mie persuasioni: per coerenza con i miei principi ma allo stesso tempo per compiere il mio dovere nei confronti della collettività, del suo presente e del suo futuro. (Consiglio a chi vuole avere un buon quadro delle ragioni, dei problemi e dei metodi della disobbedienza civile, il saggio di Thoreau con questo titolo edito dalla Bur e l’antologia delle Edizioni dell’asino Ribellarsi è giusto.)

La disobbedienza praticata dagli italiani oggi è raramente violenta, ma non è mai civile: cerchiamo astutamente di schivare le leggi, non le rispettiamo anche perché vediamo che a non rispettarle c’è in prima fila tutta la nostra classe dirigente, con gli eletti dal popolo, gli stessi funzionari dello Stato e perfino tanti magistrati. E allora: se tutti sono furbi e ladri (ma domani potrebbe anche essere: se tutti sono assassini o si fanno complici degli assassini) perché solo io non dovrei rubare?

Qua nessuno è fesso, si diceva in quella specie di capitale dei fessi che era ed è tornata a essere Napoli. È facile sentirsi nel giusto solo perché tutti sono nel torto, è facile gridare e denunciare e poi non far niente. È anche facile, per esempio nel caso di una legge disgustosa che imbavaglia l’informazione, chiedere una libertà alla quale non corrisponde una responsabilità, obiettare a una legge ingiusta ma guardarsi dall’obiettare ai diktat della pubblicità, delle banche, della proprietà dei giornali, dei suoi immediati rappresentanti i direttori.

La disobbedienza – e intendo chiaramente la disobbedienza civile – è una virtù delicata e che contempla molti rischi. Ma se non è questo il momento per affrontarli, allora quando? Le occasioni sono mille, e le risposte potrebbero essere tante, di singoli, di gruppi e perfino, nel caso dei giornalisti, di parti consistenti di una corporazione professionale che conta sempre meno perché si è lasciata condizionare dai poteri che hanno in mano i giornali e le tv, e insomma da chi paga. Per cominciare, si tratterebbe di dire no a questa legge scrivendo e dicendo ciò che una legge sommamente ingiusta non vuole che si dica, facendo quello che essa vieta di fare. Ma dovrebbe essere appena il primo passo, doveroso e rischioso, in un settore della società che non è certamente dei più limpidi. La disobbedienza deve diffondersi ad altri campi, e dev’essere, se vuol contribuire a modificare qualcosa, disobbedienza civile, sfida e scommessa civile a partire dal bisogno di pulizia, di onestà, di giustizia, di bellezza che è avvertito coscientemente da pochi ma forse, incoscientemente, da tanti, attraverso l’esempio e attraverso la lotta.

L’Unità 29.05.10

"Silenzio tombale sulle riforme" di Michele Ainis

C’è ancora qualcuno che se ne rammenta? Succedeva durante la prima decade d’aprile: il ministro Calderoli saliva al Colle per consegnare in anteprima al suo inquilino una bozza organica di riforma della Costituzione; il presidente Fini s’inalberava per non essere stato consultato; il presidente del Consiglio Berlusconi un po’ prendeva le distanze dal ministro, un po’ ammetteva che sì, nella bozza Calderoli c’era già – nero su bianco – un’idea condivisa dal governo; a sua volta l’opposizione un po’ difendeva la controbozza Violante, un po’ dava appuntamento alla maggioranza in Parlamento; e in Parlamento il presidente Schifani s’affrettava a prenotare l’aula del Senato per la prima lettura, per l’apertura dei cantieri. Insomma per un paio di settimane in Italia non s’è parlato che di semipresidenzialismo, riduzione dei parlamentari, Senato federale, nuovo Csm, nuova Consulta, nuova Repubblica.

E adesso? Sono volate altre sei o sette settimane, ma è come se fossero trascorsi sette secoli. Sulla scena pubblica sfilano ben altri temi: Criccopoli, la legge sulle intercettazioni, la manovra economica. L’urgenza di correggere la forma di governo non c’è più, oscurata da altre urgenze di giornata. Mille fra deputati e senatori non sono troppi, semmai sono troppe le volte in cui è stato sollevato l’argomento. E la Magna Charta per la Magna Italia? Sarà per un’altra occasione, intanto basta e avanza la nostra vecchia Carta. L’unica riforma con un po’ di benzina nel motore è la costituzionalizzazione del lodo Alfano, che giovedì è stato incardinato in commissione. Ma a fari spenti, meglio evitare che qualcuno se ne accorga.
Potremmo desumerne che le riforme costituzionali sono un tema modaiolo, come le scarpe a punta: per un po’ calzarle è obbligatorio, poi diventano out of fashion, poi tornano in voga. Oppure potremmo trarne una conferma di quanto sia effimera e nevrotica la nostra attenzione collettiva, sull’onda dei giornali che sfogliamo la mattina, e che a mezzogiorno sono già cartastraccia, buona per avvolgerci le scarpe (a punta). Ma almeno in questo caso non è colpa dei giornali: se una notizia non c’è, non puoi né sminuirla né gonfiarla. È la politica che ha spento i riflettori, lasciando le riforme al buio. Non è la prima volta, non sarà neppure l’ultima. Quanto alla società civile, in genere si sveglia per protestare contro questa o quella bozza di riforma; altrimenti dorme i sonni di Morfeo.

C’è allora una lezione che possiamo apprendere da questo silenzio, finché dura, finché di nuovo non gli subentrerà il frastuono. Correggere una Costituzione significa plasmare le basi della nostra convivenza. Serve perciò un esame di coscienza nazionale, e serve uno sforzo di lunga lena, senza calcoli tattici, senza retropensieri sull’immediato tornaconto di ciascuno. Serve insomma una tensione civile che è l’esatto opposto dell’attenzione intermittente manifestata dai partiti. È per questa specifica ragione che in Italia, dopo trent’anni da quando Craxi aprì le danze (settembre 1979), la Grande Riforma non vede mai la luce del mattino. Magari è meglio così, viste le premesse. Se ogni proposta ha come scopo di tirare uno sgambetto all’avversario, se mira unicamente a procurare un vantaggio elettorale alla parte politica che ci mette in calce la sua firma, il risultato sarà peggiorativo.

Perché è proprio questa l’esperienza che puntualmente si ripete. C’era alle viste un’elezione, quando il Senato approvò la riforma federalista dettata dal governo Amato, l’8 marzo 2001; anche se due mesi dopo le urne bocciarono l’Ulivo. C’era di nuovo un’elezione dietro l’angolo, quando il Parlamento mise un timbro sulla maxiriforma cucinata poi dal centro-destra, il 16 novembre 2005; e di nuovo la riforma portò male ai suoi padrini, i quali persero sia le elezioni sia il successivo referendum. Sarà per questo che il cicaleccio sulle riforme costituzionali si è acceso e spento a ridosso dell’ultima consultazione regionale. Quando entreremo in un’altra vigilia elettorale, i partiti torneranno a fare sul serio, e magari ne verranno a capo. Si tratterà probabilmente d’una riforma miope, con la vista corta; ma ormai ci siamo abituati.

Il Sole 24 Ore 29.05.10