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"Siena: Ateneo nel caos. Tagli ai contratti rischiano di saltare esami e lauree", di Augusto Mattioli

Eppure abbiamo lavorato bene. È davvero un peccato, al di là degli aspetti che ci riguardano, che venga rovinata molta della qualità che in questo ateneo abbiamo raggiunto con il nostro lavoro». È molto amareggiata e non lo nasconde la collaboratrice linguistica svizzera che da anni ha un contratto con l’università di Siena. I vertici dell’ateneo, da molto tempo in una condizione finanziaria decisamente preoccupante, hanno messo in discussione la parte accessoria del contratto della quarantina dei collaboratori linguistici firmato nel 2006 e scaduto a fine anno 2009. Il motivo addotto, secondo quanto riferiscono gli interessati e i sindacalisti, è semplice e schiacciante: mancata copertura finanziaria. Da qui la decisione del rettore Silvano Focardi di rivolgersi alla Procura della Repubblica di Siena ipotizzando irregolarità nello stesso contratto da cui scaturirebbe la conseguenza di un danno erariale. La questione è stata discussa per ore ieri sera dal cda dell’ateneo senese. E alla fine si è deciso, con 12 voti a favore e un astenuto (hanno votato 13 su 26) di eliminare la parte accessoria. Taglio che metterà in difficoltà i collaboratori linguistici che si vedranno così decurtare in maniera consistente le loro entrate. Attualmente i loro compensi variano dai 24 ai 38 mila euro lordi all’ anno. Con il taglio ci saranno per tutti quindici mila euro lordi, più meno 700 euro al mese. Netti. Una prospettiva cui i lavoratori dell’ateneo, che tra l’altro è nel bel mezzo della campagna elettorale per l’elezione del nuovo rettore (carica per la quale si candida ancora l’attuale, Silvano Focardi), si ribellano annunciandolo stato di agitazione. Che potrebbe anche sfociare in uno sciopero. Non ci sta proprio Marco Jacoboni, sindacalista della Cgil: «Fino a quanto hanno validità i contratti integrativi? Qui stanno attaccando i diritti delle persone. La Cgil tutela i collaboratori linguistici e se i vertici dell’ ateneo hanno preso questa decisione di tagliare vorrà dire che ricorreremo al giudice del lavoro. Come Cgil nazionale stiamo anche pensando di fare una vertenza nazionale contro l’università di Siena per comportamento antisindacale perché attacca e compromette la validità di questi contratti. Non si può continuare a difendere i diritti dei lavoratori andando sempre dal giudice del lavoro. Un contratto scaduto è valido fino a quando non c’è quello nuovo». Il rischio è che, se il rettore Focardi e il direttore amministrativo Antonio Barretta, decideranno di andare avanti, i collaboratori decidano bloccare la didattica e di astenersi dal fare esami che tra le sedi dell’ateneo di Siena, Arezzo e Grosseto dovrebbero vedere impegnati 1900 studenti. In questo quadro, potrebbero saltare anche alcune lauree. La qualità dell’ateneo, che ha puntato molto sulla internazionalizzazione, potrebbe subire un duro colpo.
L’Unità 04.05.10

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Pisa RICERCATORI IN RIVOLTA «Prepensionamenti forzati L’Università vuole cacciarci» , di Gabriele Masiero
Guerra a colpi di carte bollate tra i ricercatori “anziani” dell’Università di Pisa e il consiglio d’amministrazione dell’ateneo. La delibera del cda che dispone «il prepensionamento volontario del personale docente e ricercatore, nonché con il prepensionamento dei ricercatori e degli assistenti del ruolo a esaurimento che hanno maturato 40 anni di anzianità contributiva ai fini pensionistici » fa esplodere la polemica proprio con i ricercatori, in un primo momento esclusi dal provvedimento di prepensionamento incentivato e che ora definiscono «un licenziamento unilaterale ». «E pensare – spiegano dalla sezione pisana dell’Andu, l’associazione dei docenti universitari – che inizialmente l’università di Pisa aveva espresso contrarietà alla legge 133, ora non solo applica quella legge, malo fa anche nella maniera sbagliata ». Lo scontro è sull’adesione volontaria al prepensionamento. Secondo il cda dell’ateneo, coloro che hanno scelto di andarsene volontariamente sono troppo pochi. Da qui, si legge in una nota del cda, «la necessità del ricorso anche al prepensionamento per legge». «È infatti prevalsa – spiega il cda – la consapevolezza che questo era l’unico strumento per perseguire gli obiettivi sia di mantenere al di sotto del90%il rapporto tra spese fisse di personale e Fondo di finanziamento ordinario, sia di reperire risorse per il reclutamento di nuovo personale. La delibera ha infatti previsto che tutte le economie che ne derivano siano impegnate nell’assunzione di ricercatori, personale tecnico- amministrativo e eventualmente personale docente». Dura la replica dei ricercatori. «Riteniamo – spiega l’Andu – che quella spiegazione sia solo un pretesto per procedere ai licenziamenti ». Le lettere di prepensionamento sono già partite e riguarderebbero un numero compreso tra 48 e 55 ricercatori con oltre 40 anni di anzianità. Ma quello che non è piaciuto è il mancato confronto tra le parti. «È una scelta unilaterale che danneggia prima di tutto la ricerca – affermano i ricercatori – perché riteniamo che non ci saranno nuove assunzioni, ma danneggia anche l’università perché dà il via a una serie di ricorsi. A Siena invece l’ufficio legale dell’ateneo ha recepitouna nota legale dei ricercatori sulla stessa questione, a dimostrazione che l’interpretazione data da Pisanon è l’unica possibile.AMessina e Salerno, addirittura, i ricercatori hanno fatto ricorso al Tar del Lazio… ».
L’Unità 04.05.10

"Ancora un decreto fantasma sugli organici: attacco al tempo pieno nella scuola primaria ma i conti non tornano neppure nelle superiori", di Osvaldo Roman

Con la Circolare ministeriale n. 37 del 13 aprile 2010, a tutt’oggi ancora non disponibile sul sito internet del MIUR, dovrebbe essere stato inviato agli Uffici periferici dell’Amministrazione scolastica lo schema di decreto interministeriale concernente la determinazione degli organici del personale docente per l’anno scolastico 2010-2011. Sulla base del predetto schema di Decreto, non ancora esistente in quanto non registrato dalla Corte dei Conti e non pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale, come già accaduto nello scorso anno scolastico in questi giorni si stanno definendo oltre 10mila decreti regionali, provinciali, e scolastici di fatto privi di valore giuridico in quanto emanati in assenza dell’atto fondamentale che riguarda la definizione dell’organico nazionale. Tale anomala situazione rischia di ripetere uno scenario già verificatosi per la definizione degli organici dell’anno scolastico 2009-2010. Infatti il TAR del Lazio reclama ancora, da quasi un anno, la pubblicazione del relativo Decreto interministeriale ritenendosi impossibilitato a decidere sul richiesto annullamento di un atto che, pur non esistendo giuridicamente, ha tuttavia causato la soppressione di 42 mila posti e il licenziamento di alcune decine di migliaia di insegnanti.

Attualmente per quanto riguarda le scuole secondarie superiori la suddetta Circolare e il suddetto schema di decreto operano illegittimamente anche perché i relativi Regolamenti non hanno ancora completato il loro iter e non risultano quindi ancora in vigore.(Tab-a)

In tutta Italia gli UU.SS.PP. sulla base dei loro, così mal concepiti, decreti provinciali hanno comunicato alle scuole le relative dotazioni organiche. Risulta (si veda la Circolare dell’U.S.P. di Roma) che per la scuola primaria facendo riferimento a quanto indicato a pag. 9 della Circolare n.37, contrariamente alle precedenti assicurazioni governative, si è di fatto iniziata la riduzione delle autorizzazione delle classi a tempo pieno. Infatti tale riduzione viene richiesta come compensazione dell’utilizzo dell’orario risultante dalla soppressione delle compresenze, che, solo se non altrimenti impiegate, dovrebbero essere utilizzate, non si capisce come, per continuare l’esistenza della classe o delle classi a tempo pieno altrimenti soppresse. Non è assolutamente chiaro sotto quale profilo didattico, educativo ed economico si ritenga giustificabile la previsione di un orario scolastico di 40 ore settimanali sostenuto da un collettivo di 10 docenti (utilizzando 4 ore di compresenza di ciascuno!).

La riduzione di 8.709 posti dell’organico nella scuola primaria è determinata, oltre che dall’eliminazione di 4.500 posti di specialista per l’inglese e dall’aumento del numero di alunni per classe, anche dal calcolo dell’organico, per le seconde classi, facendo riferimento, come per le prime a 27ore settimanali per classe,(numero classi secondeX27:22). L’anno precedente(2009-10) il numero dei posti per le seconde classi si otteneva moltiplicando il numero delle medesime per 30 e dividendo per 22. In tal modo si realizza una riduzione di organico di oltre 4.000 unità

L’anno successivo 2011-12 toccherà alle terze per concorrere al raggiungimento degli 87 mila posti-docente complessivi da ridurre. Ma poi si proseguirà con lo stesso metodo anche per le classi quarte e quinte negli anni successivi.

Al TAR del Lazio(che ignora il valore delle Relazioni tecniche che accompagnano le leggi di spesa proposte dal Governo), ma anche al Consiglio di Stato e alla Corte dei Conti questa circostanza non è apparsa come la chiara dimostrazione che il Regolamento sul primo ciclo, in difformità allo stesso Piano programmatico, che non prevedeva l’eliminazione delle compresenze nel tempo pieno, non fornisce una puntuale attuazione dell’art.64 della legge 133/08. Ciò perché quella legge si poneva l’obiettivo di ridurre l’organico docente di 87mila posti al fine di aumentare di una unità il rapporto studenti /insegnanti( da 8,9 a 9,9). L’art.64 non si poneva l’obiettivo di ridurre l’organico di 100mila, posti! Tanti saranno nel 2014 se si considera pure l’analogo trascinamento delle riduzioni che si produrranno, oltre il 2012, anche nella scuola secondaria superiore. Nella sola scuola primaria stando al Piano programmatico le riduzioni di organico nel triennio dovrebbero essere le seguenti:

2009-10:-13.060 posti;2010-11:- 8.707 posti;2011-12: (circa)-8500 posti.

Questa eccedenza nei tagli dimostra che non solo l’art.64 non prevedeva l’eliminazione delle compresenze da tutto il tempo pieno ma che non si prevedeva neppure la generalizzata abolizione dei TEAM e la loro sostituzione con il “maestro unico”. Al riguardo si deve segnalare la singolare circostanza rappresentata dal fatto che ad oggi in Italia non esiste un maestro (dicasi uno) con un orario, di 24ore di lezioni settimanali, corrispondente a quanto stabilito dall’art.4 della legge 169/08!

Peraltro a tutt’oggi non risultano ancora disponibili i dati ufficiali dell’anno scolastico 2009-10, relativi alla reale configurazione del numero di classi a tempo pieno o con orari da 30 a 39 ore settimanali, con o senza mensa. Non si riesce quindi ancora a sapere cosa effettivamente significava quel comunicato ministeriale del 10 settembre 2009 in cui si sosteneva che per l’anno 2009-10 le classi di tempo pieno nella scuola primaria sarebbero aumentate dell’8% (in realtà 6,38%!) passando dalle 34.317 del 2008-09 alle 36.508 di quest’anno.

Si tratta di sapere, dato che nell’anno scolastico 2008-09, stando agli ultimi dati ufficiali resi noti dal Miur, a livello nazionale (Tab.b) il 26,7% degli studenti seguiva corsi di 40 ore a tempo pieno il 68% corsi a 28-39 ore e il 4,2% corsi di 27 ore, quale sia il reale numero degli studenti che nell’anno in corso, in conseguenza dei provvedimenti governativi, non frequentano più moduli con orari da 31 a 39 ore con mensa o senza mensa.

Il mese prossimo, con la conoscenza dei dati relativi all’anno in corso, scopriremo quanti degli studenti che godevano di un orario prolungato, da 31 a 39 ore settimanali, sono stati espropriati di tale servizio.

Intanto però la descritta gestione degli organici per il 2010-11 prevede una diminuzione certa del numero delle classi a tempo pieno violando le stesse disposizioni regolamentari!

Da Scuola Oggi 04.05.10

"Il lavoro secondo Berlusconi", di Cesare Damiano

Il lavoro sotto attacco. È l’allarme rimbalzato da più parti durante le celebrazioni, appena concluse, di questo Primo Maggio 2010. La crisi economica ha già cancellato 700mila posti di lavoro. Altre centinaia di migliaia spariranno quest’anno e la ripresa, quando arriverà, non produrrà alcun beneficio sul piano occupazionale ancora per molto tempo. Tra i disoccupati aumenta la quota di quanti sono in cerca di un impiego da almeno dodici mesi. Significa che decine di migliaia di persone hanno già esaurito, o stanno per esaurire, il periodo coperto dall’indennità di disoccupazione e si ritroveranno senza tutele.
Una situazione drammatica, aggravata dall’azione del governo Berlusconi. Il centrodestra, a parole, continua a promettere interventi di sostegno a quanti si trovano in difficoltà; nel concreto cerca di cogliere l’occasione offerta dalla crisi, e dall’oggettiva debolezza dei lavoratori, per rendere il lavoro ancor più flessibile e precario, per ridurre le tutele e mettere nell’angolo – dividendolo – il sindacato.
Sono i fatti a parlare. Dopo aver perseguito con sistematicità l’eliminazione dei provvedimenti introdotti dal governo Prodi in materia di sicurezza, stabilizzazione del lavoro e lotta al lavoro nero, in questi ultimi mesi il governo ha impresso un’accelerazione alla sua azione demolitrice.
Con il “collegato lavoro”, oltre ad introdurre un concetto di rappresentatività territoriale del sindacato, destinato a produrre forme di dumping sociale, si è reso possibile con l’arbitrato secondo equità derogare alle normative di legge e di contratto che regolano il rapporto di lavoro. Solo grazie al Pd, mercoledì scorso alla Camera è stato approvato un emendamento che ha introdotto la libertà di scelta – da parte del lavoratore – tra ricorso all’arbitrato o alla magistratura ordinaria. Un passo avanti importante, che si aggiunge all’esclusione della tutela dell’articolo 18 dagli ambiti di competenza dell’arbitrato, resa possibile grazie all’intervento del Presidente della Repubblica.
Anche sulle questioni di più immediata urgenza sociale il governo ha mostrato il suo vero volto. Proprio martedì il centrodestra ha detto no all’estensione da 12 a 18 mesi della cassa integrazione ordinaria. E ha detto no al fondo per il pagamento degli stipendi arretrati a favore di quanti, dipendendo da aziende in difficoltà ma non formalmente in crisi, sono senza tutele. Alibi, la mancanza di coperture. Quelle risorse che non mancano se si tratta di non far pagare l’Ici ai cittadini più ricchi.
Il lavoro è uno dei valori fondamentali della nostra Costituzione. Il governo Berlusconi-Lega l’ha tradito. Il Pd continuerà la sua battaglia per invertire la rotta imboccata dall’esecutivo con un’azione forte in Parlamento e nel Paese.

L’Unità 03.05.10

Libertà di stampa, Italia sempre più in basso

Il dossier di Reporter senza frontiere. L’Italia scivola al 49esimo posto. Rsf accusa Berlusconi: controlla tutte le tv e “ha moltiplicato gli attacchi alla libertà di stampa”. Tutti i nemici dei media: dalla mafia al ddl intercettazioni. L’Italia scivola dal 44esimo al 49esimo posto per la libertà di stampa nel mondo, dopo Argentina, Spagna, Francia, Cile, Slovenia e Costa Rica, ma prima di Bulgaria, Brasile e Croazia. E’ quanto si evince dal rapporto annuale diffuso da Reporter senza frontiere (Rsf) nella giornata mondiale della libertà di stampa.

“I giornalisti in Italia affrontano quotidianamente la peggiore condizione lavorativa di tutta l’Unione europea”, denuncia Rsf. Secondo il rapporto l’Italia è “l’unico paese al mondo nel quale il presidente del Consiglio controlla direttamente la quasi totalità delle reti televisive nazionali: da una parte i tre canali della tv di Stato Rai (…) e dall’altra il più grande gruppo radiotelevisivo privato (tre canali nazionali, oltre a diversi giornali e a un network radiofonico)”. Un atto d’accusa nei confronti di Silvio Berlusconi, che negli ultimi mesi – denuncia sempre Rsf – “ha moltiplicato le pressioni sull’informazione e gli attacchi alla libertà di stampa. Il premier italiano – prosegue Reporter senza frontiere – non tollera le inchieste della stampa libera sugli intrecci tra la sua vita privata e la sua funzione pubblica e per questo ha reclamato risarcimenti milionari da due quotidiani nazionali e querelato altri quotidiani francesi e britannici”. Secondo l’organizzazione, “il premier e i suoi consiglieri cercano, inoltre, di influenzare la scelta dei giornalisti a cui verrà affidata la conduzione di alcune trasmissioni politiche e, in altri casi, mettono in campo minacce dirette nei confronti di giornalisti ritenuti scomodi”.

La “criminalità mafiosa italiana” è inoltre uno dei 40 Nemici della libertà di stampa in tutto il mondo. “I commercianti, gli imprenditori e i magistrati italiani non solo le uniche vittime delle organizzazioni criminali come Cosa nostra, la Camorra, la ‘Ndrangheta e la Sacra corona unita – scrive Rsf nel suo rapporto -. Giornalisti e scrittori italiani sono, anch’essi nella loro linea di mira, dato che espongono al pubblico le loro azioni”. Rsf cita lo scrittore Roberto Saviano, “costretto a vivere sotto protezione di polizia permanente”, il giornalista Lirio Abbate dell’Ansa di Palermo e Rosaria Capacchione, cronista del Mattino di Napoli che “da oltre 20 anni segue e denuncia i crimini della Camorra”. Alle organizzazioni mafiose e criminali italiane fanno compagnia diversi capi di Stato di repubbliche ex-sovietiche, tra cui il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, o di regimi dittatoriali come la Corea del Nord, l’Iran e Myanmar. Numerose anche le organizzazioni terroristiche o paramilitari, dalle Farc in Colombia all’Eta spagnola, alle milizie private filippine.

Altre decine di giornalisti italiani “subiscono minacce e attacchi quotidiani (come l’auto o la porta di casa date alle fiamme). A Ravenna e Ivrea – prosegue Rsf – due giornalisti sono stati aggrediti fisicamente dai protagonisti dei loro articoli (il primo dall’imputato di un processo e il secondo per aver criticato alcuni lavori pubblici nel centro storico di un paese). Un nuovo fenomeno, infine, è quello delle minacce a giornalisti che si occupano di calcio da parte di gruppi ultra di alcune tifoserie, il più delle volte espresse con cori o con striscioni. Tutti episodi che “rappresentano serie violazioni della libertà di stampa e mettono in evidenza ancora di più che, oggi in Italia, esiste un grave problema di rapporto tra politica, verità e informazione”.

Il ddl intercettazioni
A questi episodi si aggiunge “l’ultimo grave rischio per la libertà di stampa: quello rappresentato dal disegno di legge sulle intercettazioni che il Senato si appresta a votare, dopo essere stato approvato dalla Camera a giugno”. Rsf ricorda che “oggi la legge italiana prevede che tutti gli atti d’indagine, compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria, siano coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari. Il nuovo disegno di legge, invece, vieta di pubblicare qualsiasi atto (comprese e intercettazioni), anche per riassunto (oggi invece è consentito), fino alla chiusura indagini. Il divieto di pubblicazione è esteso a tutta la attività degli inquirenti, quindi anche ad arresti, sequestri o perquisizioni, dei quali non si potrà più dare notizia. E’ vietata sempre, invece, la pubblicazione di atti o di conversazioni o flussi di comunicazioni di cui sia stata ordinata la distruzione”. Per l’associazione, “se questa legge passasse i giornalisti, di fatto, non potrebbero più scrivere nulla circa i reati e le indagini della magistratura fino a chiusura delle indagini (da sei mesi a oltre un anno). Chi viola il segreto rischia il carcere fino a sei mesi, oltre a pesanti sanzioni. Come pena accessoria c’è anche la possibile sospensione dall’attività giornalistica per tre mesi. Pesanti multe sono previste anche per gli editori”.

Il monopolio tv
Rsf ricorda che la tv, in generale, rimane la principale fonte di informazione per oltre l’80% della popolazione e, in molti casi, è addirittura l’unica fonte. “In questo scenario – prosegue il rapporto – la tv attira altissime percentuali delle risorse pubblicitarie, cosa permessa da una legge che porta il nome del ministro Gasparri (che ha fatto parte del governo Berlusconi) che ha di fatto annullato qualsiasi limite di antitrust rispetto alle quote di raccolta. L’istituto privato Nielsen, inoltre, ha certificato come nei primi mesi del 2009, quando si è riflettuta la crisi anche sul mondo dei media, sia aumentato l’esodo di inserzionisti pubblicitari verso i canali tv nazionali, soprattutto verso quelli di proprietà della famiglia Berlusconi. Tutto questo limita le risorse per la maggior parte dei giornali e delle radio italiane, indebolendone l’autonomia e impoverendone la qualità”.

www.rassegna.it

"In ogni prima due studenti in più", di Francesca Barbieri e Chiara Bussi

Meno classi, ma più affollate. Ma anche meno tempo da passare sui banchi. Sono queste le uniche certezze dei presidi alle prese con il rompicapo della riforma delle scuole superiori che parte a settembre. Archiviata la partita delle iscrizioni per le famiglie dei circa 550mila ragazzi di terza media, ora la palla passa nel campo dei dirigenti: solo cinque mesi di tempo per incastrare tutti i tasselli mancanti del puzzle della riforma approvata a metà marzo e non ancora pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale (almeno fino a giovedi scorso).
L`agenda è fitta: bisogna definire i nuovi programmi sulla base della riduzione dell`orario, scegliere i libri di testo e distribuire le cattedre, garantendo la qualità dell`insegnamento.
Non nasconde la sua preoccupazione Roberto Tripodi, preside dell`Iti Volta di Palermo, che riassume i nodi ancora da sciogliere:
«Il primo problema è l`aumento del numero minimo di alunni, poi bisogna pensare all`orario, che per quanto ci riguarda passerà da 36 a 32 ore, e rischia di penalizzare le ore di laboratorio: un vero e proprio terremoto, insomma, non ci sono informazioni, le cose si scoprono giorno per giorno». Per tutti il punto di partenza sarà il calcolo delle nuove iscrizioni – le scuole avevano tempo fino a venerdì scorso per inviarle al ministero -, che servirà per misurare il gradimento dei ragazzi, ma soprattutto per definire il corpo docente e le classi.

Mentre gli organici dei docenti subiscono una sforbiciata entrano a regime i nuovi parametri per la formazione delle classi: le prime saranno costituite di regola con 27 alunni (e non più con 25) fino a un massimo di 30.
È anche prevista una deroga che in particolari situazioni – consente di aumentare o diminuire il numero fino al 10 per cento.
La misura non raccoglie consensi tra i docenti. «Con le aule affollate -l amentaGigliola Corduas,presidente Fnism, Federazione nazionale degli insegnanti – sarà impossibile coniugare la qualità con il numero elevato di presenze e mettere in pratica la riforma». E del resto l`aumento di studenti nelle prime si ripercuote “a cascata”: più banchi anche nelle classi intermedie che saranno accorpate se il numero minimo degli studenti scenderà sotto 22, mentre il vecchio parametro era 20.

La riforma fissa anche un tetto massimo di 30-32 ore per l`orario settimanale (35 solo per l`istruzione artistica), mentre secondo le vecchie regole si poteva arrivare fino a 40 ore negli istituti professionali.

Nei licei il quadro orario ridotto riguarda solo le prime, mentre nei tecnici e nei professionali anche le classi successive. Con la sforbiciata rischiano così di saltare alcune ore di insegnamento, come le sperimentazioni sulla seconda lingua straniera nei licei, o i laboratori nei professionali.

«Su sette prime classi – conferma Lucia Iannuzzi, dirigente del liceo scientifico Piero Gobetti di Torino – non sappiamo se riusciremo a garantirne due di sperimentazione bilingue, come negli anni scorsi: i programmi sono troppo restrittivi e le lingue sono le materie più penalizzate». Una soluzione l`hanno trovata al liceo scientifico Marconi di Parma, dove il collegio docenti ha deliberato di salvaguardare il quadro orario delle materie fondamentali (italiano, matematica, scienze e inglese), riducendo invece le ore di disegno, educazione fisica e latino «per assicurare una prima classe bilingue – spiega la vicepreside VivianaMenoni – e tre con informatica potenziata su nove sezioni totali».

Nei percorsi tecnici, in quelli professionali e nel nuovo indirìzzo scientifico senza latino, la riduzione dell`orario andrà a colpire in prevalenza le esercitazioni di laboratorio. «Allo scientifico tecnologico, che diventerà scienze applicate – spiega Antonio Schietroma, dirigente dell`Albert Einstein di Roma – abbiamo in media dieci ore alla settimana di laboratori di chimica, fisica e biologia. Nel nuovo piano orario non ne è indicata nemmeno una». Per i tecnici è i professionali il taglio delle ore riguarda anche le classi successive alla prima: secondo una bozza del provvedimento non ancora varato del Miur sulla riduzione del piano orario, ad esempio, negli istituti tecnici industriali verranno perse due ore di laboratorio meccanico tecnologico alla setti- mana in seconda.

Un aspetto che preoccupa il segretario generale della Flc Cgil Mimmo Pantaleo: «L`idea laboratoriale è innovativa, il fatto che vengano tagliate ore di esercitazioni ci allontana da altri paesi europei». Una carta da giocare potrebbe essere offerta dal margine di flessibilità nella gestione del 20% dei curricoli prevista dalla riforma Gelmini. Anche su questo punto però le scuole aspettano di ricevere indicazioni precise dal ministero. «I margini di autonomia – sottolinea Massimo Di Menna, segretario generale di Uil scuola – sono ampi, ma ci sono vincoli burocratici e di spesa che di fatto legano le mani ai presidi». Lo confermano i diretti interessati:
«Si può esercitare la flessibilità purché non dia luogo a esuberi e questa è la difficoltà maggiore, perché per aumentare le ore di laboratorio bisogna ridurne altre per rispettare il tetto fissato dalla riforma».
Al di là di orari, griglie da completare e cattedre da assegnare, un`altra grande sfida sarà quella dell`aggiornamento delle competenze dei docenti. Un aspetto ritenuto fondamentale da sette genitori su dieci, stando a un`indagine appena pubblicata dall`Isae. E lo conferma anche Giorgio Rembado, presidente Associazione nazionale presidi:

«È impensabile cambiare gli indirizzi di studio della scuola superiore – conclude – senza un adeguato periodo di formazione degli insegnanti».

Il Sole 24 Ore 03.05.10

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“Partire in affanno è quasi una scelta obbligata”, di Luigi Illiano

Che sarebbe stata una corsa contro il tempo era chiaro. Non bisognava essere esperti di politica scolastica per sapere che la riforma delle superiori era lo scoglio contro il quale da decenni si infrangevano annunci di cambiamenti “rivoluzionari” dei governi di qualsiasi colore politico. Non a caso, l’impianto attuale è fermo, di fatto, alla riforma Gentile che risale al 1923.

La probabilità che accadesse anche questa volta era molto forte, tanto che il ministro Mariastella Gelmini lo scorso anno era già stata costretta a rinviare di 12 mesi il varo di nuovi licei e istituti tecnici e professionali. Tanti gli ostacoli da superare, troppi i tasselli da incastrare, poi mediare con l’ostilità di pezzi del sindacato, la contrarietà sotterranea di parte della burocrazia ministeriale (che teme di perdere potere) e con le Regioni, spesso in contrapposizione. In concreto, il passato ha insegnato che decidere di partire con la riforma solo quando tutto sarebbe risultato “a posto” equivaleva, purtroppo, a non decollare mai. Sarà stato anche per questo che il ministro Gelmini alla fine ha scelto di tirare dritto, di andare avanti nonostante la quasi certezza di forzare i tempi, di arrivare col fiato corto al debutto del nuovo secondo ciclo. Ben sapendo che il mosaico avrebbe avuto dei pezzi mancanti, da aggiungere all’ultimo momento.

Oggi, a poco più di un mese dalla chiusura dell’anno scolastico non ci sono ancora i programmi definitivi – ufficiali – delle nuove superiori. Programmi che stanno alla base della stesura e dell’adozione dei libri di testo e che avrebbero consentito alle famiglie di scegliere con un’adeguata conoscenza il corso di studi superiori per i propri figli. Inoltre, slittano al 2011 le nuove classi di concorso e non si conoscono nel dettaglio i tagli di ore nelle classi seconde, terze e quarte. A condizionare non poco il riordino ci sono gli obblighi di risparmio imposti dalla manovra triennale 2009/12 varata dall’Economia (che si tradurrà nel taglio complessivo di 87.400 cattedre in tutte le scuole), mentre a settembre entrerà a regime l’aumento del numero massimo di alunni per classe, quote che finora avevano risparmiato alcune scuole.

La mancanza di chiarezza e di indicazioni dettagliate e ufficiali complica molto il lavoro delle scuole e dei presidi in particolare. Ma, evidentemente, è il prezzo che Gelmini ha messo in conto pur di tagliare il traguardo della riforma. Garantendo poi, così come ha più volte detto, che ci saranno fondi adeguati e molti aggiustamenti arriveranno verificando il riordino sul campo. C’è da augurarsi che sia così. Altrimenti, anche la tenacia del ministro potrebbe non bastare.

Il Sole 24 Ore 03.05.10

"Malinconie tedesche", di Barbara Spinelli

Con il passare delle settimane, si è diffusa un’opinione malevola sulla Germania di Angela Merkel e sul suo modo di affrontare la crisi greca. Se ci sono state tante esitanti lentezze nel decidere, se l’aiuto di cui Atene ha bisogno è passato in due settimane da 45 miliardi di euro a oltre 100, se altri Paesi barcollano (Portogallo, Spagna) è perché il governo tedesco non sarebbe capace né di sguardo lungo, né di mosse rapide. Perché dipenderebbe dai sondaggi d’opinione, e si sentirebbe molto più minacciato dall’imminente voto in Renania-Westphalia che dal crollo di Atene e perfino d’Europa. Angela Merkel non avrebbe la stoffa di un grande leader che trascina, convince i connazionali, pensa in grande come seppero farlo Adenauer, Brandt, Kohl.

Impaurita dalla crisi, e dalla prospettiva di finire nel gorgo assieme ai più deboli dell’Unione, il Cancelliere ha infine preso la decisione di soccorrere Atene e di prendere in mano il destino dell’euro. Ma lo ha fatto con fatica, quasi a malincuore, pensando e dicendo che in fondo fu sbagliato imbarcare nell’euro Paesi poco affidabili. Una sorta di malinconia minaccia di sommergere i governanti tedeschi, fatta di paura dell’impopolarità, di diffidenza istintiva verso il mondo esterno, e di quella singolare forma d’orgoglio che li spinge a rifiutare, in Europa, l’esercizio di una guida politica decisa. Il cancelliere Schmidt lo ripeteva spesso, con l’altezzosa modestia che lo caratterizzava: «Geopoliticamente pesiamo e vogliamo pesare quanto la Svizzera». La storia della doppia crisi greca ed europea è, al contempo, la storia della difficile uscita della Germania dalla malinconia. Della lenta, insicura gestazione di un Paese che accetta di guidare l’uscita dalla crisi ricominciando a credere nell’Europa.

Non è un’impresa semplice, perché la malinconia ha radici possenti e antiche. In parte è un’accidia comune a molti europei: di continuo, l’Unione li costringe a toccare con mano il doppio limite che essa fissa alla sovranità degli Stati e alla sovranità del voto popolare, quindi alle democrazie nazionali. In parte è un’accidia specifica che suscita nei tedeschi il desiderio di ritrarsi, di occuparsi prioritariamente dell’ordine in casa propria. Non tutte le critiche mosse alla Merkel sono errate, in questo quadro. Spesse volte il breve termine e i sondaggi sono per lei più importanti della visione lunga: due terzi dei tedeschi osteggiano i salvataggi di Paesi in difficoltà, e questo conta nel suo giudizio. A ciò si aggiunga un senso di superiorità morale mal dissimulato: nei giornali come nei discorsi politici, i Paesi deficitari sono chiamati peccatori, e peccato è il nome dato all’indisciplina di bilancio. Intanto cresce in Germania la stanchezza d’Europa: non è irrilevante che il Cancelliere, provenendo dall’Est tedesco, sogni come altri europei orientali (come il ceco Vaclav Klaus ad esempio) una sovranità nazionale che si condivide avaramente. Alcuni difetti tedeschi sono difetti di molti politici europei: la fiducia nei mercati e nelle agenzie di rating non pare diminuita, malgrado la crisi del 2007-2009. Altri difetti sono tedeschi: fra questi la nostalgia del marco, non estinta.

Ma la Germania è anche un Paese che ha appreso l’arte di uscire dai malesseri scommettendo prima di altri sull’Europa e sulla limitazione delle sovranità. I suoi politici più sapienti hanno sempre saputo che nessuno spleen nazionale è superabile, se non si va alle sue radici e non lo si combatte con la costruzione europea. Non stupisce che chi in questi giorni ha più lavorato in questa direzione sia un uomo politico che contribuì alla nascita dell’euro, dopo la caduta del Muro: Wolfgang Schäuble, per anni considerato il delfino di Kohl, oggi ministro delle Finanze, medita da decenni sulle paure tedesche e su come queste paure possono, attraverso l’Unione, equilibrarsi e calmarsi.

Vale dunque la pena risalire indietro nel tempo, se si vuol capire la Germania, e rievocare il cammino della moneta unica. Un cammino iniziato prima della riunificazione. L’appello del partito democristiano all’unione monetaria risale al 1984. Nel 1988, il deputato Cdu Gero Pfennig annuncia: «I francesi hanno cominciato una trattativa con noi: la sicurezza militare contro la sicurezza monetaria». Dopo l’89 il progetto si affina, e se l’euro vede la luce lo si deve a Kohl e al francese Mitterrand: alla loro tenacia, alla resistenza che ambedue oppongono a tutti coloro che temono il sacrificio delle monete nazionali.

Il sacrificio era duro soprattutto per la Germania, uscita dall’ultima guerra con una sovranità dimezzata, con un Paese diviso, con lo sguardo del mondo puntato non sempre benevolmente sulla sua nascente democrazia. Il marco era divenuto lungo gli anni l’equivalente della bandiera classica, che i tedeschi non potevano e non volevano più sventolare con la baldanza di prima. Il patriottismo si condensò nell’icona del marco. Un patriottismo non autarchico, ma assai fiero della propria forza.

Si può dunque immaginare cosa rappresentò, per la nazione tedesca, rinunciare nel 1999 alla sovranità monetaria. La riunificazione divenne legittima grazie a questa rinuncia, e Mitterrand non esitò a presentarla come laccio che imbrigliava il nuovo colosso tedesco. Una visione che la classe dirigente tedesca accettò, ma a denti stretti. Una parte della socialdemocrazia scalpitava. La Banca centrale tedesca resistette fino all’ultimo.

È il motivo per cui i più europeisti in Germania, da Kohl a Schäuble, puntarono sulla moneta unica ma vollero completarla con un potere politico europeo. L’euro non doveva essere che un inizio: proprio perché la rinuncia al marco era stata una tribolazione, e perché in caso di crisi future avrebbe potuto suscitare nei tedeschi risentimenti e disillusioni, i governanti tedeschi si aspettavano dall’amicizia con Mitterrand qualcosa di più fortemente europeo: una democratizzazione delle sue istituzioni, un potere più vasto dell’Unione. Il massaggio era chiaro: una moneta senza Stato poteva affermarsi, ma alla lunga non avrebbe dato né pace ai tedeschi, né stabilità all’Europa. L’euro aveva un difetto grave: era visto come un armonioso approdo finale. Quello che allora pareva impensabile – la bancarotta di uno Stato – non era contemplato, così come non era contemplato l’esplodere nei tedeschi del risentimento. La moneta senza politica fa oggi fallimento.

Fu in quell’epoca, nel 1994, che Schäuble elaborò un piano assieme a Karl Lamers, consigliere di politica estera. In esso si preconizzava l’istituzione, accanto all’euro, di un’unione politica ristretta e potente. In particolare, Berlino proponeva a Parigi la messa in comune delle forze militari, in modo che anche la spada, oltre che la moneta, divenisse sovrannazionale. «In nessun caso siamo disposti ad accettare che la nave più lenta arresti lo sviluppo dell’Unione», disse Kohl in difesa del piano. Nel testo Schäuble scriveva: «Difendere se stessi è il nocciolo duro di qualsiasi sovranità. Questo deve valere per gli Stati dell’Unione europea: solo in comunità essi possono mantenere la propria sovranità».

Il piano Schäuble-Lamers fallì per colpa della Francia. La risposta di Balladur, premier conservatore di Mitterrand, fu negativa. Sarkozy, allora portavoce del governo, accusò i tedeschi di «inaudita brutalità» verso i Paesi non invitati nel «nucleo stretto». Non era la prima volta che Parigi bloccava sul nascere un progresso decisivo dell’Unione. Era già accaduto quando venne affossata, nel 1954, la Comunità europea di difesa.

Qui hanno la loro radice le nuove ansie della Germania, le sue nuove diffidenze verso l’Europa. Qui la forza frenante che s’impersona nella sua Corte Costituzionale. Qui la scarsa leadership europea che esercita Angela Merkel. Perché la vecchia scommessa di Schäuble riprenda il suo cammino occorre non solo che la Germania ricominci a pensare l’Unione, ma che tutta l’Europa – Parigi in testa – ripensi se stessa e le difficoltà tedesche. Le grandi crisi sono l’occasione perché questo possa accadere.
La Stampa 03.05.10

"Contro il decreto Bondi l’orchestra di Santa Cecilia suona gratis per protesta", di L.D.F.

«È una bellissima idea informarci così di quello che succede», esclama un’abbonata nel foyer dell’auditorium di Roma mentre ascolta l’orchestra di Santa Cecilia che. gratuitamente, esegue la Settima di Beethoven. E conclude: «Siamo con la nostra orchestra, con la nostra storia». È il modo per rispondere al ministro Bondi che ha definito irresponsabili i musicisti che hanno indetto lo sciopero contro il suo decreto, che commissaria di fatto le più grandi istituzioni musicali come Scala, Maggio o San Carlo. Il pubblico è numeroso. «Accogliere e informare correttamente la gente: facciamo l’opposto di quanto dice il ministro», spiega il violoncellista Francesco Storino. E anche oggi e domani l’orchestra suonerà gratuitamente dalle 16 in poi. «Eravamo venuti per uno spettacolo per bambini, è bello che abbiano fatto questo», dice un padre di famiglia. Applausi e urla di approvazione per ogni pezzo: «Da vecchio orchestrale spiega Gregorio Mazzarese dico che quando scioperavamo in passato la gente si lamentava, stavolta sono tutti con noi». La protesta ha già un simbolo, un fiocchetto giallo: vuol dire portatore sano di cultura. E tutta l’Accademia si è unita alla protesta, l’orchestra giovanile e infantile ha suonato con la sinfonica, c’erano funzionari e dirigenti, il presidente Bruno Cagli al pubblico ha detto: «Siamo qui per la nostra dignità, l’eccellenza la decreta il pubblico».

L’Unità 03.05.10