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"Napolitano sospende la firma del decreto per lo spettacolo", di Marcella Ciarnelli

Per ora il presidente della Repubblica non ha firmato il decreto legge che interviene in materia di «spettacolo e attività culturali» che è arrivato al Quirinale nella tarda serata del 23 aprile dopo essere stato approvato dal Consiglio dei ministri del giorno 16. Dopo aver esaminato attentamente il decreto, i cui contenuti sono di esclusiva responsabilità del governo, il Capo dello Stato ha deciso di segnalare al ministro per i Beni e le attività culturali, Sandro Bondi «osservazioni di carattere tecnico-giuridico e specifiche richieste di chiarimenti sul testo inviatogli per l’emanazione» è scritto in una nota del Quirinale. Sono state molte le richieste arrivate in questi giorni a Napolitano di non firmare il decreto.

Anche durante la visita alla Scala per la celebrazione del 25 aprile i lavoratori avevano ripetuto la richiesta al Capo dello Stato che a loro, come a tutti gli altri che gli avevano avanzato analoga richiesta compreso i 7.607 artisti che gli hanno inviato una lettera aperta, aveva spiegato i termini dettati dalla Costituzione per un suo intervento. Che non è mancato. Ed è proprio nella sospensione della firma in attesa di risposte alla richiesta di chiarimenti e alle osservazioni. Il Capo dello Stato, si legge poi nella nota, «ha preso nello stesso tempo atto positivamente dell’impegno manifestatogli dal ministro a incontrare sollecitamente le organizzazioni sindacali ed a prestare la massima attenzione alle preoccupazioni emerse e alle proposte dei gruppi parlamentari».

In questi giorni ma anche «nel corso dell’iter di conversione» il che fa intendere che, una volta ricevuti i chiarimenti, il decreto legge sarà emanato. I punti più discussi sono quelli dell’autonomia gestionale delle fondazioni lirico-sinfoniche e le questioni relative agli istituti mutualistici degli operatori dello spettacolo. «Leggerò con attenzione le osservazioni del presidente» ha detto il ministro Bondi. Alla luce del rinvio il Pd ha chiesto «l’azzeramento» del testo e la ripresa del confronto con le parti interessate. «Dopo la scelta certamente saggia e ponderata del Presidente della Repubblica di fermare il decreto legge in materia di spettacolo e di fondazione sinfoniche – affermano Matteo Orfini,responsabile Cultura della segreteria del Pd, Vincenzo Vita, senatore, Emilia De Biasi, deputato-ci auguriamo che il ministro Bondi ripensi seriamente al suo iniziale proposito. Abbiamo già da giorni espresso insieme alle altre forze dell’opposizione e in sintonia con la Cgil una fortissima contrarietà al decreto legge, nella forma e nel contenuto conosciuto.

Non è mai troppo tardi. Si azzeri la situazione e si ricominci il confronto». Anche L’Italia dei Valori con Fabio Giambrone ha espresso «apprezzamento» per la decisione di Napolitano. La sua decisione il presidente l’ha comunicata al ministro Giulio Tremonti che si è recato al Colle anche per illustrare anche le iniziative dell’Italia per arginare la crisi economica che è esplosa in Grecia ma che coinvolge l’Europa. Su questa materia nel Consiglio dei ministri della prossima settimana il governo ha annunciato un decreto.

L’Unità 29.04.10

La Camera dice sì al ddl lavoro. Il testo ora passa al Senato

La Camera ha approvato il collegato lavoro. I sì al ddl sono stati 259, i no 214 e 35 gli astenuti. Il testo ora passa al Senato. Il ddl era stato rinviato alle Camere dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che aveva chiesto correzioni su due punti in particolare: l’arbitrato e i risarcimenti per le cause di lavoro legate all’amianto.
Sul primo punto, il governo è stato battuto ieri su un emendamento del Pd che ha fissato al momento del licenziamento, e non più alla firma del contratto, la possibilità per il lavoratore di optare per l’arbitrato anzichè per la giustizia ordinaria. La modifica potrebbe essere corretta a Palazzo Madama.

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Di seguito riportiamo la dichiarazione di voto contrario appena formulata dall’On Cesare Damiano
alla Camera dei Deputati

Signor Presidente, con questo intervento, voglio annunciare e motivare il voto contrario del Partito Democratico sul disegno di legge atto Camera n. 1441-quater-E, che era stato rinviato alle Camere dal Presidente della Repubblica.
Come è già stato ricordato, ci troviamo di fronte ad un iter estremamente travagliato: siamo, infatti, alla quinta lettura. Come Partito Democratico – insieme agli altri partiti dell’opposizione – possiamo dire che tutto ciò poteva essere evitato, se la maggioranza avesse considerato i nostri emendamenti, che risolvevano certamente, e nel profondo, i quesiti avanzati dal Presidente della Repubblica.
Egli ha concentrato la sua attenzione su cinque articoli (gli articoli 20, 30, 31, 32 e 50), ma ha osservato, a ragion veduta, che questo provvedimento è estremamente eterogeneo e rappresenta in questo caso – ed è l’ennesima volta – un modo di legiferare che va respinto. A questa Camera va ricordato che il provvedimento nasce con 9 articoli e si conclude con ben 50 articoli.
Noi pensiamo che sicuramente, grazie all’intervento del Presidente della Repubblica, alcuni passi avanti si siano compiuti. Da questo punto di vista, vorrei concentrare la mia attenzione sul problema dell’arbitrato, che è stato l’oggetto del contendere più vistoso, anche se ovviamente non vanno sottovalutati gli altri articoli, a partire dall’articolo 20, che riguarda il tema dell’esposizione all’amianto sul naviglio militare; è questo il tema oggetto di una risoluzione che ci è stata proposta e sul quale abbiamo espresso un voto contrario, perché non risolve – a nostro modo di vedere – contemporaneamente la questione del risarcimento e quella dell’intervento di penalizzazione e di responsabilità.
Per quanto riguarda l’arbitrato, certamente alcuni passi avanti sono stati compiuti all’articolo 31 rispetto al testo votato dal Senato, che conteneva delle questioni assolutamente ambigue e per alcuni versi persino aberranti. È stato risolto un punto, quello relativo all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: c’era il sospetto – non immotivato – che il testo di legge fosse addirittura difforme da quell’avviso comune siglato dalle parti sociali – esclusa la CGIL – che, invece, esplicitava l’esigenza di tenere fuori dall’arbitrato secondo equità una materia così delicata come quella del licenziamento e del mantenimento del rapporto di lavoro.
Ora viene esplicitato – il Presidente della Repubblica su questo punto ha fatto una specifica notazione – che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, per fortuna, viene ovviamente escluso, ma noi vogliamo fare un’osservazione. Lo ricordo ancora una volta: il Partito Democratico non è contro l’arbitrato, noi siamo contro l’arbitrato secondo equità che affida ad un giudice, quindi a un terzo, la potestà di derogare dalle leggi e dai contratti. Abbiamo detto fin dall’inizio che non si tratta di circoscrivere il tema all’articolo 18, per quanto questo tema sia simbolicamente rilevante, perché con l’arbitrato secondo equità si possono in qualche modo manomettere i diritti, le tutele e gli standard contrattuali che si riferiscono all’insieme delle prestazioni di lavoro, ai temi dell’orario, del salario, degli straordinari e della professionalità delle persone.
Il secondo passo avanti che è stato compiuto è sicuramente quello sulla clausola compromissoria. A questo riguardo, l’aberrazione della norma precedente era quella per cui si pretendeva addirittura che fosse sottoscritta all’atto dell’assunzione, in momento nel quale i nuovi ingressi nel mercato del lavoro sono per l’80 per cento rapporti a tempo determinato e nel momento di maggiore debolezza del lavoratore nei confronti dell’imprenditore. Di quale libertà si sarebbe trattato? Di nessuna, si sarebbe trattato, in fondo, di un obbligo mascherato da una possibilità di scelta, pertanto la clausola compromissoria è stata spostata avanti in un momento successivo al periodo di prova.
Tutto questo non è sufficiente, a nostro avviso, per dire che siamo nella direzione giusta. C’è stato, però, ieri un evento importante: abbiamo fatto approvare l’emendamento a firma del sottoscritto 31.33 che chiarisce un punto fondamentale che qui si cerca di sminuire, cioè che le controverse che vengono trattate sono quelle insorte. Ciò significa che con l’approvazione questo emendamento siamo di fronte ad una re-interpretazione della norma che chiarisce la libertà del lavoratore di poter scegliere tra ricorso all’arbitro e ricorso alla magistratura ordinaria.
So bene – l’ho sentito adesso dall’onorevole Fedriga – che si vuole dare un’altra interpretazione. Si cerca addirittura di spiegare che, attraverso gli ordini del giorno, una formula estremamente inconsueta, si chiariscono le norme di legge. Mi sembra, onorevole Fedriga, che ciò non possa essere possibile. A tal riguardo, do lettura di quanto è stato dichiarato ieri.
Ieri, l’onorevole Fedriga, per non fare approvare questo emendamento (che è stato approvato) ha detto: «approvando l’emendamento Damiano 31.33 la disposizione contenuta nell’articolo non avrebbe nel concreto alcun tipo di effetto, perché si tornerebbe quasi alla situazione attuale. Si avrebbe la possibilità di scelta di ricorrere ad arbitrato soltanto nel sorgere della controversia e non, invece, un accordo preventivo, con l’esplicita volontà del datore di lavoro e del lavoratore (…)». Ha ragione l’onorevole Fedriga: è proprio così.
Allo stesso modo, ciò è stato confermato successivamente dall’onorevole Pelino nella giornata di ieri: «Se invece cambiamo l’attuale espressione con la parola »insorte«», che è quella che abbiamo approvato, «diamo qualcosa già per scontato, e quindi la clausola compromissoria perde il suo significato».
È questa la corretta interpretazione che dobbiamo dare e che diamo di questa norma: siamo di fronte al fatto che, con l’approvazione di quell’emendamento del Partito Democratico, si compie un altro passo avanti (sicuramente non ancora sufficiente) che interpreta meglio la possibilità di libera scelta del lavoratore; non lascia assolutamente adito ad alcuna confusione di carattere interpretativo e sicuramente va nella direzione auspicata dal Presidente della Repubblica.
Infine, per confermare il voto contrario su questo disegno di legge, a mio avviso non possiamo dimenticare non solo i voti contrari sugli altri articoli evidenziati dalla Presidenza della Repubblica, ma soprattutto il fatto che ci troviamo di fronte a questioni che in questa sede non sono state più discusse. Penso al fatto che il collegato sul lavoro – e lo voglio ricordare ancora una volta -contiene norme estremamente pericolose, le quali introducono un concetto di rappresentatività territoriale del sindacato (per il momento, per quanto riguarda il settore marittimo e le commissioni di conciliazione). Tuttavia, se questa norma subdola dovesse diventare norma generale, dobbiamo sapere che si sta minando la base costitutiva del sindacalismo confederale e si va verso la costituzione di sindacati di comodo, i quali portano ad accordi-pirata, ad accordi sottocosto e al dumping sociale. Poi non ci lamentiamo se in questo Paese assistiamo a situazioni in cui si pretende di retribuire il lavoro con 2 euro all’ora, perché questa è la direzione di marcia.
Concludo, signor Presidente. Allo stesso modo non va dimenticato che, oltre a questo, nel collegato sul lavoro si reintroducono norme cancellate con il voto di 5 milioni di lavoratori nel referendum sul protocollo del 2007, come lo staff leasing o l’estensione del job on call, che, al di là delle parole dette dal Governo, reintroducono un concetto di precarietà del lavoro.
In conclusione, anche noi siamo d’accordo – come ha ricordato l’onorevole Fedriga – sul fatto che tra il lavoratore e l’imprenditore non vi è un conflitto in sé. Dobbiamo cercare la via del dialogo, ma sicuramente la via del dialogo, del confronto, della contrattazione e dell’accordo passa attraverso il fatto che il confronto è tra eguali. Il diritto del lavoro in Italia riconosce la debolezza del lavoratore di fronte all’imprenditore e, purtroppo, queste norme vanno nella stessa direzione di impedire ulteriormente che vi sia un rafforzamento delle tutele del lavoro, indebolendo il lavoro stesso nei confronti dell’impresa.
Tutto ciò sicuramente non aiuta la via del dialogo, ma apre la via del conflitto ed è per questo motivo che, convintamente, il gruppo del Partito Democratico voterà contro questo provvedimento (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

La voragine ellenica

La bancarotta greca rischia di trascinare con sé le economie deboli dell’Europa. Il Fmi aumenta di 10 miliardi l’aiuto finanziario. Fassina:”Se il governo presenterà, come annuncia, un decreto per 5,5 mld di euro il Pd lo sosterrà in Parlamento”. La Grecia è sull’orlo di una crisi senza precedenti. Ma ciò che fa ancora più male è l’effetto che la sua bancarotta potrà avere sulle economie europee e sulla stessa Italia. L’incertezza domina sulle strategie di salvataggio da intraprendere sull’onda del declassamento del rating di Atene e Lisbona, con l’euro al suo minino storico da un anno e con le Borse europee in segno negativo. Intanto il Fmi potrebbe aumentare di altri 10 miliardi di euro il suo aiuto straordinario.

L’emergenza ha spinto i leader dell’Eurozona ad aprire la possibilità di un vertice straordinario per il prossimo 10 maggio a Bruxelles: del resto i soccorsi necessari per la Grecia ammonterebbero a ben 70 miliardi, ovvero 25 miliardi in più rispetto al pacchetto organizzato dall’Unione europea e il Fmi. Gli interessi sul debito sono saliti oltre il 10% e lo spread sui bond è schizzato sopra gli 800 punti base.

Oltre la Manica, il Financial Times ha fatto sapere che il Fmi potrebbe sbloccare un aiuto finanziario supplementare alla Grecia di 10 miliardi di euro, sotto forma di prestito triennale, per un totale complessivo di 25 miliardi. Tutto questo per far fronte al pericolo che il debito pubblico ellenico vada definitivamente fuori controllo entro il 19 maggio, data di scadenza di una tranche di rimborsi di titoli di Stato greci per 9 miliardi di euro.

Una prima conseguenza della crisi greca è stato il ritorno alla ribalta dei detrattori del Euro che hanno rifatto sentire la voce grossa. Tra questi c’è il presidente della Repubblica Ceca, Vaclav Klaus che dalle pagine del quotidiano tedesco Frankfurter Allegemeine Zeitung ha dichiarato che “la vera causa di questa tragedia non è la politica razionale o irrazionale della Grecia, ma è l’euro”. In Italia, il primo ad abbaiare contro la luna è stato il leader della Lega Umberto Bossi che ha ribadito il suo cavallo di battaglia della domenica: “serve il federalismo fiscale altrimenti l’Italia fa la fine della Grecia, è assolutamente necessario”. Peccato solo che la Lega nei giorni feriali si dimentichi a casa il federalismo per poi ricordarsene durante le feste o alla vigilia delle elezioni.

Per Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro della segreteria nazionale del Pd, “se ancora qualcuno, in particolare a Berlino, aveva dubbi, la giornata di oggi dovrebbe avere chiarito che la crisi greca ha implicazioni sistemiche. L’UE deve intervenire, il vertice straordinario dell’eurogruppo non può attendere il 10 maggio, sono necessarie scelte immediate, il fattore tempo è decisivo. Gli aiuti finanziari vanno garantiti subito. Se il governo presenterà, come annuncia, un decreto per 5,5 mld di euro il Pd lo sosterrà in Parlamento”.

“I governi smettano di guardarsi l’ombelico e intervengano subito per salvare la Grecia e l’Europa”. Lo ha dichiarato il vicepresidente vicario del Parlamento europeo, Gianni Pittella. ”L’Europa intervenga con rapidità in aiuto di Atene per frenare l’accentuarsi di un pericoloso conflitto sociale in Grecia e per evitare danni maggiori all’architettura monetaria comunitaria minacciata dal rischio di un effetto contagio a quei Paesi con economie caratterizzate da un basso livello di competitività e da un elevato debito” ha ribadito Pittella, che sottolinea come questo sia “un intervento necessario anche per porre un freno ad una chiara attività speculativa messa in essere dai mercati ai danni dell’euro”.

“E’ sconcertante – ha stigmatizzato il parlamentare europeo del Pd – vedere come la stabilita della Moneta unica sia alla merce’ dei giudizi delle agenzie di rating che meriterebbero molta meno credibilità, considerati i clamorosi errori i cui sono incorsi in passato con i loro giudizi. Il presidente Van Rumpey dimostri tutte le sue capacità di convincimento sulla Germania per far quadrare il
cerchio considerato che più si tarda ad intervenire più, con il peggiorare della situazione, lievita il costo del salvataggio greco”.

A.Dra

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Breve cronologia della crisi ellenica

Il passaggio è stato rapido ma non indolore: dalla crisi finanziaria alla crisi economica, dalla crisi economica a quella dei debiti pubblici. L’onda si allunga, drammatica e inquietante. Non è una sorpresa, sono mesi ormai che i Governi si indebitano per tenere a galla le proprie economie. Ma in Grecia, la situazione è sfuggita di mano e si sta aggravando sempre di più.
La crisi d’insolvenza della Grecia è diventata nelle ultime due settimane una crisi di liquidità, infatti sono schizzati verso l’alto i rendimenti dei titoli di stato e il Governo greco fatica sempre più a trovare qualcuno disposto a comprarli ed è costretto ad offrire tassi vicini al 10%. Quando si pagano interessi così alti su un debito pari al 125 % del Prodotto Interno Lordo, è praticamente impossibile stabilizzare il rapporto fra debito pubblico e PIL. Per farlo bisognerebbe varare una manovra correttiva, più tasse e meno spese e sperare che in questo contesto l’economia non crolli.

Inoltre, con una crisi di liquidità di tale portata, non basta più assicurare i mercati finanziari sul fatto che ci sarà un intervento esterno, è necessario che questo intervento si manifesti subito, per evitare che la Grecia si collochi in una spirale esplosiva. Accanto alla fuga dai titoli nelle ultime settimane si è tra l’altro generata anche una fuga dai depositi bancari, con capitali frettolosamente trasferiti all’estero nel timore di un’uscita della Grecia dall’euro.

Fino a un mese fa la Grecia pagava il 6% sul debito pubblico e l’Europa poteva limitarsi a fornire prestiti con agevolazioni del 3% sui tassi di interesse del mercato, ma con l’aggravarsi della crisi sono di fatto quasi raddoppiati anche i costi del salvataggio. Adesso è diventata una vera e propria corsa contro il tempo, in quanto la Grecia deve rimborsare entro il 19 maggio “obbligazioni dell’ordine di nove miliardi di euro”, con condizioni di prestito sul mercato proibitive.

È questo l’allarme del Ministro delle Finanze di Atene, Georges Papaconstantinou. Il Ministro ha informato il Premier Papandreou e quindi il Parlamento sui suoi contatti a Washington con il Fondo monetario internazionale ed ha spiegato che i negoziati con l’Ue stanno proseguendo in vista di un accordo che prevedrà “un quadro triennale”di interventi, riforme ma anche di aiuti internazionali. Papaconstantinou ha aggiunto che Italia, Francia, Olanda e Spagna sono già pronte a fare la loro parte per aiutare la Grecia nel quadro del meccanismo di sostegno anche se resta il veto tedesco posto dal Ministro degli Esteri Guido Westerwelle, che sostiene l’opposizione di Berlino ad aiuti finanziari non ricambiati da un progetto di riduzione del deficit da parte di Atene. Ma intanto una nuova ondata di scioperi e proteste investe il Paese contro la decisione del Governo di ricorrere agli aiuti Ue-Fmi.

Jean Claude Trichet, Presidente della Banca Centrale Europea e Olli Rehn, Commissario europeo ai problemi economici, in occasione del dibattito con i parlamentari europei sulla situazione delle finanze pubbliche nella zona euro, hanno accolto la sollecitazione venuta dall’intervento del Vicepresidente Vicario del Palamento europeo Gianni Pittella sulla necessità di affrontare rapidamente il problema della scarsa governante economica. ”Come ho ricordato in aula – evidenzia Pittella – una reale guida comune dell’economia deve garantire una politica per la crescita, gli strumenti finanziari adeguati per sostenerla, ed una politica per la gestione delle emergenze. “Bisogna avere il coraggio di introdurre gli Eurobond – prosegue l’europarlamentare – al fine di avere risorse dalle quali attingere per rilanciare gli investimenti strategici, e riflettere sull’istituzione di un Fondo monetario europeo per dotarci di uno strumento utile alla gestione delle emergenze e ad affrontare il generale problema del deterioramento delle finanze pubbliche di numerosi Paesi europei”. ”E’ necessario – considera Pittella – che l’Ue dia una risposta concreta e convincente alla Grecia; sarebbe paradossale se si discutessero strategie di medio periodo, pur ambiziose e importanti come Europa 2020, e non si riuscisse a battere un colpo sulla drammatica emergenza delle finanze pubbliche greche”.

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"Chi fa la festa allo Statuto dei lavoratori?", di Alfonso Gianni

Quest’anno ricorrono il centenario della Confindustria e il quarantennale dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Dati i rapporti di forza attualmente esistenti, è lecito temere che il padronato cercherà di fare la festa allo Statuto dei diritti dei lavoratori. Le avvisaglie ci sono tutte, non solo nei comportamenti confindustriali, ma anche negli atti e nei propositi del governo. Quest’ultimo aveva tentato di ritornare all’assalto dell’articolo 18, procedendo con passi felpati e a fari spenti. Per fortuna qualcuno alla fine se ne è accorto, malgrado la disattenzione durata quasi due anni. La materia del licenziamento è stata espunta dal nuovo testo uscito dalla commissione Lavoro della Camera, ma questo resta del tutto insufficiente per rispondere positivamente ai rilievi mossi nel puntuale e puntuto messaggio con il quale il Presidente della Repubblica aveva rinviato il testo al legislatore. La rinuncia forzata al giudice non diventa meno incostituzionale se si esclude il licenziamento, poiché la Costituzione stabilisce che «tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi» e questi possono riguardare qualunque tipo di controversia sorta nel rapporto di lavoro. Né lo spostamento di tale rinuncia dal momento della stipulazione del contratto di lavoro al superamento del periodo di prova è sufficiente per porre il lavoratore al riparo da ogni ricatto, permanendo la sua condizione di maggiore debolezza rispetto alla controparte. Il ministro Sacconi ha già annunciato un «nuovo statuto dei lavoratori» che sostituirà la legge 300. Non basterà scavare trincee. Bisogna dotarsi di una proposta contraria ma altrettanto ambiziosa. La presentazione da parte di esponenti del Partito democratico di una proposta di legge sul contratto unico di ingresso (raccogliendo un’idea di Tito Boeri) non mi pare però sufficiente. Da un lato, essa testimonia della fine di un’illusione sull’uso della flessibilità,ampiamente coltivata nella sinistra mentre a milioni crescevano i precari, e quindi riapre positivamente la discussione, anche sul salario minimo. Dall’altro lato va rilevato che la sospensione della tutela reale contro i licenziamenti (cioè il diritto alla reintegra) per tre anni appare un periodo troppo e inutilmente lungo; la mancata soppressione delle esistenti figure di lavoro precarie un controsenso; la determinazione di una soglia stipendiale per decidere chi ha un rapporto di lavoro a progetto e chi no, un assurdo. Perché allora non tornare alla proposta che venne elaborata dalla Cgil, che con più coerenza e rigore si proponeva la ricomposizione del mondo del lavoro, smascherando il finto lavoro autonomo in base alla natura del rapporto di lavoro e non alla misura della sua retribuzione?

L’Unità 29.04.10

Torna il Lodo Alfano

Dichiarato illegittimo, torna il provvedimento di scudo giudiziario nei confronti di Berlusconi. Questa volta a rimetterci restano i Presidenti di Camera e Senato. A pochi giorni dalla lite con Fini sembra difficile parlare di casualità. Orlando: ”L’annuncio di oggi segna ulteriormente la distanza tra l’agenda del governo e della maggioranza e i veri problemi del servizio giustizia e del Paese”. “Dialogo per le riforme condivise”: una frase senza senso o il solito spot pubblicitario? No nulla di questo, bensì l’ennesima ammissione di una colossale menzogna portata avanti dal fallimentare governo Berlusconi. Il Lodo Alfano, bocciato dalla Corte Costituzionale per illegittimità, esce dalla porta e ritorna dalla finestra. Un nuovo ddl, questa volta di natura costituzionale sebbene non vada ad intaccare minimamente la Costituzione, sarà presentato ad horas dalla maggioranza con le firme del capogruppo Maurizio Gasparri e del vicario Gaetano Quagliariello.

Morale della favola, un nuovo testo di legge fatto di soli tre articoli riproporrà lo scudo giudiziario nei confronti del presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio e i ministri. Ironia della sorte è la concomitanza del nuovo disegno con l’esclusione “dell’immunità” temporanea per i Presidenti di Camera e Senato. Forse che i rapporti tra Berlusconi e Fini hanno avuto qualunque ripercussione nella stesura della normativa??? La giustificazione addotta ricalca invece l’obiezione della Corte Costituzionale secondo cui lo scudo giudiziario esteso alla seconda e terza carica dello Stato, doveva essere esteso anche ai parlamentari.

Tecnicamente il ddl prevede che il procedimento giudiziario vada comunque avanti. Il magistrato dovrà comunicare alla Camera di appartenenza (Senato o Camera) del parlamentare o del ministro l’avvio del processo. A questo punto, la Camera avrà 90 giorni di tempo per decidere se accogliere la richiesta o disporre la sospensione del processo fino al termine del mandato.
Il ddl prevede che sarà il Senato, nel caso di un ministro tecnico, la Camera di riferimento per la decisione.

Un primo commento alla nuova pensata ad personam della maggioranza di governo è arrivato da Andrea Orlando, presidente del Forum Giustizia del Pd. “Altro che riforme, sul terreno della giustizia la maggioranza e il governo mostrano le loro vere intenzioni e annunciano che, dopo l’indegno capitolo della legge sulle intercettazioni, si aprirà quello della riproposizione del Lodo Alfano. La verità è che la maggioranza non riesce ad andare oltre gli interventi finalizzati a risolvere i problemi del premier e dei suoi amici, intanto le carceri esplodono, la giustizia civile è al collasso, le risorse e il personale per il funzionamento del servizio civile sono ampiamente al di sotto delle necessità minime. L’annuncio di oggi segna ulteriormente la distanza tra l’agenda del governo e della maggioranza e i veri problemi del servizio giustizia e del Paese”.

A.Dra
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"Con quali risorse si riconosce il merito?", di Fabrizio Dacrema e Gianni Gandola

La politica scolastica di questo governo, a parte i tagli (questi sì reali!), è costellata di annunci.
Affermazioni e proclami cui quasi sempre non seguono fatti concreti. Da tempo il ministro Gelmini va parlando di valorizzazione del “merito” e di riconoscimento della carriera degli insegnanti. Tema tra l’altro oggi largamente condiviso, almeno in linea di principio. Ma il problema concreto che si pone è: con quali risorse, sulla base di quali stanziamenti si compensano i docenti “capaci e meritevoli”? E, prima ancora, in base a quali criteri e modalità costoro vengono individuati? Com’è noto, sulla questione delicata della carriera dei docenti esiste da tempo una proposta di legge, quella dell’on. Aprea, che per il momento non ha ancora fatto passi avanti. Per altro, una sua approvazione provocherebbe uno scontro frontale con le organizzazioni sindacali perché, superando la contrattazione su una questione centrale come la progressione di carriera, rappresenterebbe un ritorno il ritorno allo stato giuridico dell’insegnante.
Non dimentichiamo che la contrattualizzazione del rapporto di lavoro pubblico, insegnanti compresi, è stata una delle scelte decisive compiute dai governi degli anni novanta per modernizzare il paese e condurci nell’Unione Europea.

Il controllo politico unilaterale, parlamentare e governativo, del rapporto di lavoro degli insegnanti non ha mai dato buona prova di sé in Italia: contratti scaduti per anni quasi sempre rinnovati prima delle elezioni, regolazione del lavoro rigida e arcaica, tempi lunghi e incerti per ogni cambiamento anche di scarsa rilevanza, attenzione dei politici più rivolta al consenso della categoria che all’interesse generale del funzionamento del servizio (Ministri come Cirino Pomicino apparivano ai sindacati confederali più sindacalisti corporativi degli stessi sindacati autonomi). È inoltre più coerente alla valorizzazione dell’autonomia professionale degli insegnanti una regolazione contrattuale, e quindi bilaterale e trasparente del rapporto di lavoro, piuttosto dell’imposizione unilaterale di norme stabilite da politici nazionali o regionali.

Ma ammettiamo pure, per un momento, che, per via contrattuale o legislativa, si arrivi ad una
definizione dei diversi livelli di progressione della carriera fra i docenti. Il punto da chiarire resta
sempre: con quali risorse finanziarie si intende retribuirli?

L’art. 64 della legge 133/2008 prevede che il 30% dei risparmi derivanti dalle riduzioni di organico
venga destinato “ad incrementare le risorse contrattuali stanziate per le iniziative dirette alla
valorizzazione ed allo sviluppo professionale della carriera del personale della Scuola”. Si parla di
“incremento”, cioè di risorse che dovrebbero aggiungersi a quelle ordinarie, da destinare – pare – soltanto ai docenti. A decorrere dal 2012, dal risparmio previsto di 3.188 milioni dovrebbe derivare una disponibilità annua di circa 1.000 milioni per la valorizzazione professionale dei docenti.

Ad oggi non ci sono le risorse per rinnovare il contratto nazionale del comparto scuola la cui nuova vigenza è 2010 – 2013. Il contratto è quindi già ampiamente scaduto, ma il governo si è ben guardato dallo stanziare le risorse necessarie per il rinnovo nella legge finanziaria. Si è solo limitato a corrispondere un aumento di circa otto euro medi lordi per tutti i comparti pubblici a titolo di indennità di vacanza contrattuale, senza lasciar intravedere alcun impegno nel reperire ulteriori risorse per i rinnovi contrattuali e quindi per aprire le trattative. È opportuno ricordare che le richieste di risorse adeguate per il rinnovo contrattuale e della conferma dei diritti contrattuali sono state alla base dello sciopero della Flc Cgil dell’11 dicembre scorso.

Finché il governo non scioglierà questo nodo non usciremo dal regno delle parole in libertà. Senzale risorse necessarie per il rinnovo del contratto ordinario non si possono avviare trattative sulle carriere professionali. Se tutti non ottengono aumenti stipendiali almeno sufficienti a recuperare l’inflazione reale, non è possibile attribuire ad una parte aumenti legati al merito.

Se non ci fossero le risorse per la difesa del potere d’acquisto di tutti gli operatori o se fossero insufficienti, la domanda legittima è: come verrà utilizzata questa disponibilità?

Ricordiamo che nel 1999 il ministro Berlinguer, aveva messo a disposizione una somma cospicua che avrebbe dovuto consentire un premio individuale annuo, permanente, pari a 6 milioni di lire (più di 3mila euro attuali). Questo come risultato degli esiti del famoso “concorsone”. Tutto poi finì con la caduta del concorsone e dello stesso ministro. E da allora non se ne fece più nulla, almeno per quanto riguarda il merito. Si trattava comunque, in quel caso, di risorse aggiuntive a quelle per la contrattazione ordinaria.

E’ evidente che ora se la disponibilità prevista – quel 30% dei risparmi – dovesse rientrare all’interno delle risorse contrattuali per tutti, allora poco o nulla rimarrebbe per il riconoscimento
del merito. E ancora una volta alle parole non corrisponderebbero i fatti. Insomma la coperta è corta e la Gelmini rischia di rimanere scoperta, da una parte o dall’altra. Il Governo si assuma in modo trasparente le proprie responsabilità, eviti l’ennesima litania sulle inesistenti resistenze conservatrici dei sindacati o sulla divisione tra sindacati buoni e cattivi. Su questo punto le posizioni sindacali sono molto simili – unanimi sulla pre-condizione della difesa del potere d’acquisto per tutti – e tutti sono favorevoli alla valorizzazione e carriere professionale della
funzione docente.

La Flc Cgil ha già presentato una piattaforma, sulla quale ha consultato i lavoratori, che prevede tre piste di lavoro per la valorizzazione del lavoro docente:
– impegno orario e degli incarichi aggiuntivi (forme di orario potenziato per attività frontali e per attività funzionali e/o formazione);

– impegni connessi al lavoro d’aula (esperienza, formazione, progettazione, innovazione, ricerca, produzione materiali, esiti degli alunni, …). La valutazione del lavoro d’aula dovrà salvaguardare l’autonomia professionale ed essere determinata sulla base di criteri trasparenti. Rimane aperto il tema di “chi valuta”, ma si accetta la valutazione del lavoro docente;

– contesti lavorativi disagiati (scuole a rischio individuate sulla base dei dati sulla dispersione e/o della presenza degli stranieri superiori ad una certa percentuale), prevedendo un tempo di permanenza per garantire stabilità dei progetti e continuità didattica.

Anche sul fronte politico non ci sono ostacoli all’introduzione di aumenti retributivi legati al merito, a differenza del centrodestra che nel 2000 si schierò contro il coraggioso tentativo di Berlinguer, il centro sinistra vede con favore questa innovazione così lungamente attesa. In una recente intervista l’on. Giovanni Bachelet, presidente del Forum Istruzione del Partito democratico, esprime un giudizio favorevole sull’introduzione di una parte della retribuzione docente legata “alla quantità e alla qualità dell’impegno didattico profuso”. Ritiene necessaria un’ampia discussione per individuare le modalità della valutazione, suggerisce l’utilizzo di più indicatori e soggetti valutatori, (fra questi anche il dirigente scolastico ma non in un ruolo preponderante perché – secondo Bachelet – “il lavoro fianco a fianco può introdurre rilevanti distorsioni emotive o, in altri casiconflitti di interesse forieri di valutazioni professionalmente non attendibili”). Considera fondamentale il coinvolgimento degli insegnanti e delle loro organizzazioni di rappresentanza sindacali e professionali.

Il Ministro Gelmini scopra le sue carte, spieghi se dispone di risorse effettivamente aggiuntive per le carriere professionali e se vuole trattare con i sindacati che rappresentano gli insegnanti. Il tempodella propaganda è finito.

ScuolaOggi 29.04.10

«Caro Napolitano, aiuta noi attori a difendere i nostri diritti»

Gli oltre 450 artisti aderenti al Gruppo «Artisti 7607» e le rappresentanze di base del Teatro
dell’Opera di Roma chiedono al presidente Napolitano di non firmare il decreto legge di riforma delle Fondazioni liriche.
Ill.mo Signor Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, siamo un gruppo di oltre 450 artisti e le scriviamo perché crediamo che il diritto e la speranza di rendere più giusto ilmondoin cui viviamo non siano valori in cui riconoscersi solo nelle opere teatrali, musicali o cinematografiche che interpretiamo, ma azioni concrete e atti di responsabilità da applicare alla realtà che ci circonda. Le scriviamo a proposito dell’Imaie. L’Imaie è l’Istituto privato mutualistico per la difesa dei diritti degli artisti interpreti esecutori e ha il compito di distribuire i soldi che la legge ci riconosce per il lavoro che svolgiamo. Ad oggi i titolari di questo diritto sono circa 70.000 e i soldi non ancora distribuiti sono 120 milioni di euro. Cifre importanti. In questi giorni il governo le sottoporrà un decreto legge recante «Disposizioni urgenti in materia di spettacolo ed attività culturali» che contiene, all’Art. 6, una disposizione per istituire una «Nuova IMAIE». Tale decisione, da noi non condivisa, viene indicata come unica soluzione
per redimere una situazione venutasi a creare per una«cattiva gestione dell’Ente».
Ad oggi siamo ancora in attesa dei risultati di un’ inchiesta giudiziaria e facciamo i conti con una estinzione che di colpo e senza poter vedere le carte è diventata fallimentare.
Ma non basta: a pochi giorni dall’udienza del Tar che si deve esprimere nel merito sulla legittimità dell’estinzione voluta dal Prefetto, ci troviamo davanti ad un atto d’urgenza.
Il provvedimento, posto alla Sua firma, scongiurerebbe la prossima pronuncia del Tar Lazio, impedendo di verificare la sussistenza del presupposto su cui si fonda lo stesso decreto-legge e cancellerebbe le responsabilità sulla precedente gestione dell’Ente.
In tutti questi anni gli unici ad aver subito un danno sono stati gli artisti che sono stati privati dei loro diritti e del pagamento dei compensi che a loro spettano. La presentazione di tale decreto prevede la costituzione di un «nuovo istituto privato» ma sotto il controllo di tre ministeri.
Non le sembra una forzatura volerlo chiamare ancora istituto privato?
In questo contesto è nato un gruppo, «Artisti7607», che prende il nome dallo Statuto Sociale Europeo degli Artisti: siamo in 450,un numero
che può sembrare esiguo ma che se messo in relazione alla disgregazione e alla rassegnazione della nostra categoria, suona come una vittoria del dialogo e della partecipazione.
Abbiamo chiesto e continuiamo a chiedere di essere ascoltati dalle istituzioni perché, essendo i titolari del diritto che questo istituto deve tutelare e dopo mesi di studio e di attività, crediamo di poter dare il nostro contributo per la rinascita dell’ente.
Come risposta abbiamo ricevuto solo il silenzio dei sindacati, del Ministro Bondi e del capo di gabinetto Salvo Nastasi.
Quello che le chiediamo è di non firmare l’Art 6 del decreto perché, come leggerà, nulla viene detto su chi saranno i soggetti che dovranno amministrare i nostri soldi e gestire i nostri diritti. Nulla sul come, sul quandoe soprattutto da chi verrà redatto lo Statuto della «Nuova Imaie » cioè la costituzione della nostra «casa». Nessuna garanzia al riguardo. Non vorremmo che dietro la logica «dell’emergenza» vengano prese decisioni irreversibili per il futuro del nostro Istituto.
Vorremmo avere la possibilità di conoscere la verità sulle responsabilità di chi fino adesso ha governato l’Istituto per impedire che si continui a danneggiare una categoria fatta di persone note e molte altre sconosciute al grande pubblico che pagano in termini di sopravvivenza
una scelta di vita. Vorremmo che la partecipazione e l’interessamento di così tanti artisti fosse salutata con gioia e non ostacolata. Continuiamo a credere che il dialogo tra i cittadini e le istituzioni sia necessario e possibile.
Per questo contiamo sulla Sua ttenzione e restiamo in fiduciosa attesa.
Con profondo rispetto
Artisti7607
Primi firmatari:
NERI MARCORÈ
ELIO GERMANO
CLAUDIO SANTAMARIA
ALESSANDRO RICECI
CINZIA MASCOLI
CARMEN GIARDINA
DUSKA BISCONTI
DANIELA GIORDANO
GUALTIERO BURZI
PACO RECONTI
ROBERTO PISCHIUTTA (PIVIO)

L’Unità 28.04.10