cultura, memoria

«Garibaldi, da santo a quasi terrorista», di Sergio Rizzo e Gianantonio Stella

La parabola di un’icona. L’800 adorava il condottiero, ora il dileggio leghista. Sui palazzi si scriveva: «Dormì qui per due ore». E si vendeva la pasta con il suo nome .

«Così ho trasformato il Sud da terza potenza mondiale in povera colonia italiana: eravamo solo mille… ma siamo stati sufficienti ad arraffare tutto l’oro del Meridione, a smontare le industrie del Sud che davano lavoro a migliaia di operai e a trasferire queste ricchezze al misero Nord». Sono parole messe in bocca a Giuseppe Garibaldi in una cartolina della serie «Garibaldi? No grazie», con tanto di barra di traverso diffusa dai nostalgici del Regno delle due Sicilie.
Direte: questa poi! E quando mai è stato il Mezzogiorno la «terza potenza mondiale »? A metà dell’Ottocento? Davanti o dietro gli Stati Uniti? Davanti o dietro l’impero francese? Davanti o dietro l’impero britannico? E dov’erano in classifica, per dire, l’Olanda che controllava immensi possedimenti coloniali o l’impero ottomano? Uno storico sicuramente non filo-unitario come Mario Costa Cardol ricorda che «nel 1860 il Piemonte contava 803 chilometri di strade ferrate, la Lombardia 202, il Veneto 298, la Toscana 256 (…) e infine veniva l’ex regno napoletano, con 98» peraltro non al servizio dei cittadini ma dei Borboni perché potessero raggiungere più comodamente le sontuose residenze reali di Portici e Caserta? Chissenefrega: abbasso Garibaldi!

Il tentativo di trasformare il protagonista del Risorgimento che all’epoca, secondo lo storico inglese Denis Mack Smith, era «la persona più conosciuta e amata del mondo» in una specie di «delinquente, terrorista, mercenario» (definizione di uno pseudo-saggio che dilaga online) non è nuovo. Basti rileggere I napoletani al cospetto delle nazioni civili scritto da un anonimo e pubblicato senza data né luogo di stampa perché clandestino sotto il nuovo regno d’Italia: «Briganti noi, combattendo in casa nostra, difendendo i tetti paterni, e galantuomini voi, venuti qui a depredare l’altrui? Il padrone di casa è il brigante o non piuttosto voi, venuti a saccheggiare la casa?» Negli ultimi anni, però, c’è stata un’accelerazione.

Che il culto antico di Garibaldi fosse a volte esagerato fino al ridicolo, non si può negare. Il catalogo della mostra «Garibaldi nell’immaginario popolare» curato da Franco Ragazzi e Claudio Bertieri, trabocca di oggetti incredibili: caraffe garibaldine, bottiglie garibaldine, sardine garibaldine, maccheroni garibaldini, ginseng garibaldini e poi spille e poltrone, divani e fermagli, ventagli e statuette di ceramica, bottoni e fazzoletti. Per non dire dei ritratti. Dei busti. Dei monumenti equestri sparsi per le contrade del mondo. E poi film, romanzi, saggi. Nel 1970 lo studioso Anthony Campanella contò non meno di 16.141 libri dedicati all’eroe. Da allora, sarebbero almeno raddoppiati.

Uno lo ha scritto una studiosa genovese, Franca Guelfi. Si intitola «Dir bene di Garibaldi » e raccoglie 155 epigrafi sparse per l’Italia. «Altro che Che Guevara!», commenta nell’introduzione Luciano Cafagna. Alcune sono strepitose. Come quella sul Palazzo Alliata di Villafranca a Palermo: «In questa illustre casa il 27 maggio 1860 per sole due ore posò le stanche membra Giuseppe Garibaldi. Singolare prodezza fra l’immane scoppio delle micidiali armi da guerra sereno dormiva il genio sterminatore d’ogni tirannide ». O quella a Lunano, Pesaro: «Inseguito da orde straniere, sostava qui con la fedele coorte tra l’agguato e l’ansia e gli batteva accanto il cor d’Anita». O quella a Palazzo Grignani di Marsala: «In questa casa per ore sessanta fu Garibaldi, qui nel 19 luglio 1862 la prima volta tuonò o Roma o morte». O ancora quella a Colle di Gibilrossa (Palermo): «Da questa rupe rivolgendosi a Bixio diceva le fatidiche parole, Nino domani a Palermo».

L’eroe dei due mondi, ha scritto Ragazzi, «era visto dal popolo come un santo liberatore. A Palermo era considerato “parente” di Santa Rosa così come a Napoli lo divenne di San Gennaro, in una stampa popolare era raffigurato con un gesto benedicente (…) In un calendario del 1863 era elevato alla gloria degli altari, il busto-reliquiario con tanto di aureola posto su un altare fra baionette, cannoni e munizioni al posto dei ceri. L’epigrafe era vero manifesto dell’anticlericalismo: “figli d’Italia, se asciugar volete / di Venezia e di Roma il lungo pianto / poco v’importi se non canta il prete / queste son le candele, questo è il santo”».

Troppo? Certo che era troppo. Ma è troppo forte anche il passaggio dal peana al dileggio. Sostiene la storica cattolica Angela Pellicciari: «Il suo mito è stato costruito ad arte dalla Massoneria, di cui Garibaldi era illustre esponente. Come del resto il Risorgimento: un fatto massonico contro la popolazione italiana, definita oscurantista perché in stragrande maggioranza cattolica ». Tutto qui? Davvero il Risorgimento può essere liquidato, citiamo a caso Giancarlo Padula, «giornalista, scrittore e cantautore », come «una vera e propria rapina del ricco e colto, all’epoca, Meridione»? Davvero è «normale» che un uomo che perfino il burbero Indro Montanelli trattò con qualche rispetto («S’imbarcò alla chetichella e, delle personalità piemontesi, il solo Persano venne a dirgli addio. La grettezza di Vittorio Emanuele, il livore di Cavour e la meschinità di Farini gli avevano reso, in fondo, un enorme servigio. A confronto di tali ometti, egli sembrava, senza esserlo, un gigante») possa essere liquidato come uno che «si lasciò crescere i capelli perché in Sud America violentò una ragazza che gli mozzò un orecchio con un morso»?

Si è sentito di tutto, in questi anni. Di tutto. Il torinese Mario Borghezio ha tuonato che Garibaldi «è solo una montatura. Mica per altro piaceva tanto a Craxi. Era solo un esaltato innalzato dalla retorica nazionalista. Ma non valeva un’unghia di Emanuele Filiberto». Il catanese Raffaele Lombardo che «è tempo che l’intera nazione prenda coscienza del male che ci ha fatto Garibaldi: l’unità ci ha portato sottosviluppo, immigrazione, e un genocidio chiamato brigantaggio, con gli insorti impiccati, bruciati vivi e denigrati come banditi. La conquista savoiarda ha depredato le casse del Banco di Sicilia e ha impedito la nascita di uno Stato federale sotto il coordinamento di un sovrano, magari del Papa». Il bergamasco Roberto «Pota» Calderoli che certe ricorrenze risorgimentali sono «un lutto»: «L’azione di Garibaldi e dei Savoia ha fatto il male della Padania e del Mezzogiorno che stavano benissimo come stavano». E mentre il sindaco siciliano di Capo d’Orlando spaccava a martellate la targa di Piazza Garibaldi («un feroce assassino al servizio della massoneria e dei servizi inglesi») il bossiano Francesco Bricolo sparava: «Era un traditore, un mercenario, un massone, un nemico della Chiesa, un negriero, un truffatore, un ladro di bestiame e un criminale di guerra ». Quello che dicono i fanatici borbonici come lo «storico» Antonio Ciano, tabaccaio a Gaeta e fondatore del Partito del Sud, che svetta su YouTube con filmati tipo: «Il regno delle due Sicilie e le trame della massoneria », «Garibaldi: eroe o cialtrone?» «La più grande rapina della storia» e così via…

Tutte tesi che hanno sdoganato i blogger. Eccitati al punto da fare un casino pazzesco, come un certo «Salux» che su www.riflessioni.it/forum scrive: «Pio IX definì Garibaldi: “un metro cubo di letame”» No, guardi, fu il contrario. Va ben, che sarà mai… Uno dice una cosa, uno un’altra… Lo storico Mario Isnenghi sostiene che nossignori, non si può fare la storia «fai da te» e che «gli avvenimenti storici si sono svolti in una certa maniera e non in un’altra» e comunque certe tesi vanno provate? Uffa, il solito parruccone…

da www.corriere.it

3 Commenti

  1. giuliano dice

    x Rocco
    non comprendo bene le sue parole, ma se vuole mettere in dubbio la resistenza, la invito a venire dalle nostre parti (emilia-romagna, Toscana, Piemonte) e a informarsi sui tanti movimenti nati spontaneamente da nord a sud contro il fascismo e il nazismo (storia e non fantascienza), ne parlerebbe con il rispetto e con la conoscenza che questo periodo richiede.
    I “comunisti” ci hanno regalato con la loro vita, la vita che io e lei oggi viviamo con dignità e consapevolezza. I “comunisti” di allora insieme ai partigiani cattolici e a tanti giovani ragazzi e ragazze (senza l’etichetta) hanno salvato questo paese da un futuro incerto che sarebbe stato sicuramente più povero, più difficile e forse privo di quella libertà di cui usufruiamo oggi.

  2. rocco testin.......................................òotmahi.it dice

    ose sapute da sempre come la resistenza de comunisti

  3. Ubaldo Sterlicchio dice

    In seguito all’unificazione territoriale dell’Italia nel 1860, la storia del risorgimento fu scritta ed adeguata in funzione dei nuovi padroni, i Savoia.
    Il primo atto fu quello di giustificare l’invasione – avvenuta senza un motivo e senza dichiarazione di guerra – del Regno delle Due Sicilie, uno Stato in pace con tutti. A tal fine, fu inventata e propagandata la più grande menzogna risorgimentale: quella del degrado e della miseria del Sud povero ed arretrato, a differenza del Nord, in particolare il Piemonte, ricco ed evoluto.
    A questo punto, una domanda sorge spontanea: «Ma Vittorio Emanuele II e Cavour furono allora dei grandissimi fessi ad invadere e conquistare il Regno delle Due Sicilie? Furono degli autolesionisti, perché, così facendo, vennero a legarsi una simile “palla al piede” e ad accollarsi tutti nostri guai?»
    Invece non fu così. Costoro non erano né fessi, né autolesionisti, ma dei grandissimi furbacchioni!
    Al momento dell’unità d’Italia, la ricchezza dello Stato meridionale, costituita dai depositi aurei esistenti presso le banche delle Due Sicilie, era di poco inferiore a mezzo miliardo di lire-oro (443,2 milioni) ed in quantità doppia rispetto a quella di tutti gli altri Stati italiani messi assieme (per un totale di 668,4 milioni). Questi dati sono relativi al Primo Censimento Generale del neonato Regno d’Italia (Cfr. Francesco Saverio Nitti “Scienza delle Finanze”, Ed. Pierro, 1903, pag. 292).
    A ciò si aggiungeva la solidità della stessa moneta circolante, tutta in metallo pregiato (niente carta) che, per il suo valore intrinseco, non si era mai svalutata (quindi, l’inflazione, era un fenomeno sconosciuto!) nei 126 anni in cui regnò la dinastia borbonica.
    Un’altra verità storica venne sapientemente occultata dalla storiografia risorgimentalista, e cioè che, subito dopo l’unità, fu combattuta una cruenta guerra civile, con centinaia di migliaia di morti (1 milione di meridionali restarono uccisi), passata alla storia come lotta al brigantaggio.
    I Savoia hanno fatto credere di aver “liberato” il Sud dalle angherie e dalla fame. Ma dopo oltre 10 anni di dura repressione, iniziò un massiccio esodo di popolo dal Sud, ove prima erano sconosciute la disoccupazione e l’emigrazione (dall’unità ai nostri giorni, sono emigrati non meno di 26 milioni di meridionali).
    In realtà, la Sardegna dei Savoia era ben più depressa della Sicilia dei Borbone e Napoli era ben più civile e moderna di Torino.
    Tralasciando di menzionare i numerosissimi primati (in Italia e nel mondo: se ne contano più di cinquanta!), ricordiamo che, nel 1856, alla “Mostra dell’industria di Parigi”, il Regno delle Due Sicilie fu premiato quale Terza Nazione Industriale al mondo. Nessun altro Stato italiano fu menzionato (Cfr. Vittorio Gleijeses “Storia di Napoli”, Ed. Ciano, pag. 852).
    In campo tributario, l’erario napoletano era il più prosperoso d’Europa, quantunque a fronte di un sistema impositivo fiscale giudicato il più mite del continente; durante il regno dei Borbone, infatti, la pressione fiscale non venne mai accresciuta. Questo sistema tributario era regolamentato da tre sole leggi e poneva il massimo rispetto per la proprietà e l’iniziativa privata, agevolando in ogni maniera la ricchezza di ognuno e, quindi, quella generale. L’unica imposta “diretta” esistente era la fondiaria (10%), mentre imposte “indirette” erano quella sulle dogane, sui tabacchi, sul sale, sulle polveri da sparo e sulle carte da gioco (in sostanza, tutte imposte di monopolio); poi quella sul registro, quella sulla lotteria e quella sulle poste.
    Tra il 1815 ed il 1860, le aliquote di queste imposte non furono mai aumentate, né furono istituite nuove tasse. Tuttavia, le entrate erariali erano sempre in espansione.
    Come le ricchezze finanziarie del Regno della Due Sicilie erano più consistenti di quelle piemontesi, così il debito pubblico era più modesto; infatti, esso consisteva in 59,03 lire pro-capite per i meridionali, contro le 261,86 lire pro-capite per i sudditi del Regno di Piemonte (Cfr. Giacomo Savarese, “Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860”, Tipografia di Gaetano Cardamone, Napoli, 1862).
    Per questo e non per altro, i piemontesi occuparono il Regno o davvero qualcuno crede ancora alla bella favola risorgimentale? Nella drammatica situazione socio-economica in cui versiamo oggi, non l’avrebbero mai fatto: si sarebbero legati una bella palla al piede! Ma a Vittorio Emanuele II ed a Cavour – che fessi non erano (e Garibaldi fu solo un utile strumento nelle loro mani) – faceva molto gola un bel Regno, ricco ed opulento, una vera e propria California Europea; Napoli fu vista con invidia e cupidigia, in quanto appariva come una gallina dalle uova d’oro, da catturare e spogliare.
    Ma c’è di più. La politica fiscale perseguita dallo Stato unitario fu un caso di vero e proprio drenaggio di capitali che, dal Sud, andarono al Nord.
    Infatti, sentiamo cosa dice addirittura un convinto unitarista meridionale, come Giustino Fortunato, nella lettera del 2 settembre 1899 a Pasquale Villari: «L’unità d’Italia… è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura maggiore che nelle meridionali».
    Pertanto, la storia “ufficiale” andrebbe riscritta basandosi sui documenti, ma i nostri libri di scuola e la tanta letteratura risorgimentalista, questo non l’hanno fatto e non lo fanno ancora: raccontano tante balle. Le balle utili a chi invase un pacifico, tranquillo Regno, conquistò, massacrò ed ebbe poi bisogno di costruirsi una verginità di fronte alle future generazioni.
    Sempre dal Censimento Generale del Regno d’Italia del 1861 (dati ufficiali anche questi!) risulta che, nelle “Due Sicilie”, erano attivamente occupate 6.983.826 persone, pari al 76,10% della popolazione. Vale a dire che il Regno godeva decisamente di una invidiabile situazione economica, impensabile ed inarrivabile per noi meridionali di oggi, in tre parole: la piena occupazione.
    Questo risultato fu raggiunto con la grande politica di investimenti e risanamento voluta dal re Ferdinando II di Borbone.
    L’emigrazione dalle nostre terre era un fenomeno assolutamente sconosciuto; dopo l’unità d’Italia assumerà toni da “Esodo Biblico”.
    In conclusione, eravamo lo Stato più ricco d’Italia, con il più elevato livello di occupazione, il minor numero di poveri, la maggiore densità di popolazione, il maggior numero di immigrati (dal Nord Italia e dall’estero: pensate l’ironia!) e tutti occupati; la prima normativa della storia sull’immigrazione fu la legge emanata il 17 dicembre 1817 dal re Ferdinando I di Borbone. Insomma, eravamo uno dei tre Stati più potenti d’Europa, che a quei tempi significava del mondo, mentre chi ci invase ed occupò era lo Stato più povero, sull’orlo della bancarotta (ce lo riferisce il deputato piemontese Pier Carlo Boggio), talmente indebitato che i Savoia dovettero cedere (rectius: vendere) la loro terra d’origine, cioè la Savoia, alla Francia.
    Incredibile? No è la verità, a noi tutti abilmente occultata, ma soltanto la verità.
    Il tracollo del Sud nasce dopo l’unità d’Italia ed aumenta in maniera esponenziale fino ai giorni nostri, facendo fuggire i ragazzi da questa loro terra.
    Prendiamone atto una volta per tutte e, dopo aver fatto studiare loro tante sciocchezze, cominciamo a raccontare ai nostri figli la verità. La Storia deve essere maestra di vita e non di falsità! Ingannare i nostri ragazzi (come lo siamo stati noi adulti quando eravamo studenti) con queste colossali fandonie è altamente diseducativo.
    Purtroppo, anche Sergio Rizzo e Gianantonio Stella (come lo scrivente) hanno studiato la storia d’Italia adulterata e manipolata che si legge sui libri scolastici scritti dagli storici di regime (sabaudo), per avvalorare il punto di vista dei vincitori; tuttavia, non è mai troppo tardi per documentarsi su qualche buon testo più obiettivo. Ripartiamo allora dalla Storia d’Italia, ma da quella “vera”, cioè quella basata su documenti inoppugnabili, non sulle favolette inventate di sana pianta e raccontate fino alla noia, per ben 150 anni, da storiografi prezzolati e venduti al vincitore.
    Consiglieri, pertanto, oltre ai testi già menzionati, di leggere anche alcune pagine di Gramsci sulla questione meridionale (può stupire che il padre del comunismo italiano avesse una visione controcorrente degli eventi post-unitari, da lui denunciati come messa a ferro e a fuoco delle contrade meridionali e soprusi sulle masse contadine: Gramsci prima e più di altri aveva capito che l’unificazione era stata un’operazione di colonizzazione violenta del Meridione), nonché la recentissima opera di Pino Aprile, “Terroni” Ed. Piemme, 2010.
    Buona e salutare lettura!

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