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Mafia: PD, solidarietà a Marina Berlusconi per "Gomorra"

Il Pd usa l’arma dell’ironia dopo l’attacco del premier Silvio Berlusconi alla Piovra e Gomorra, che promuoverebbero la mafia nel mondo. “Solidarieta’ piena a Marina Berlusconi per aver pubblicato e promosso il libro di Roberto Saviano, Gomorra”, ha dichiarato la deputata Manuela Ghizzoni.
“L’enfasi di oggi, probabilmente legata alla richiesta di 11 anni di carcere per il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, rischia di procurare grandi problemi familiari in casa Berlusconi”, ha proseguito. “Nonostante siamo convinti che le dichiarazioni odierne del premier servano solo a distrarre l’opinione pubblica anche dai gravi problemi interni al Pdl, siamo in ogni caso davanti a un grave attacco alla liberta’ editoriale”, ha insistito, “per questo esprimiamo solidarieta’ piena al presidente della Mondadori”.

"Un mondo di sommerso", di Giuliano Rosciarelli

Il presidente dell’Istat Giovannini, in occasione di un’indagine conoscitiva avviata in Commissione alla Camera, rivela che il 12,2 per cento delle forze lavoro ha movimentato un’economia a “nero”. Specie al Sud.
Tre milioni di persone in Italia nel 2009 hanno lavorato “a nero”, senza tutele e molto spesso sotto pagati. Un esercito di invisibili pari a circa il 12,2 per cento del totale delle unità di lavoro impiegate nel paese che ha movimentato una economia sommersa nel 2006 (ultimo anno di pubblicazione delle stime) pari al 6,4% del pil. Le stime sono state indicate dal presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, in occasione di una indagine conoscitiva presso la Commissione Lavoro della Camera.

Ad avvantaggiarsi di più del lavoro non regolare, secondo una ricerca della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. che sarà pubblicata sul prossimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, sono state le imprese meridionali e in particolare quelle di piccole dimensioni, cresciute di più in numero di addetti, fatturato, propensione all’export e spesa in ricerca rispetto ai grandi aggregati industriali del sud.

L’analisi si basa su un campione di oltre 5mila aziende manifatturiere con un numero di addetti compreso tra 11 e 250, osservate per il triennio 2004-2006; periodo nel quale le imprese meridionali hanno visto aumentare il numero di addetti in misura più pronunciata rispetto al triennio precedente: da – 0,8% a + 2,6%. Il recupero però ha interessato, come detto, soprattutto le piccole e medie aziende con 11-20 addetti, passate dal -11,3% al +3,4% rispetto al triennio precedente.

In crescita anche il fatturato delle pmi meridionali, che passa, per il complesso delle imprese del campione, dal +7% del triennio 2001-2003 al +10,3% del 2004-2006. In valori assoluti, gli oltre 9 milioni di euro di fatturato medio per azienda del 2004 diventano più di 10 nel 2006. Ancora una volta sono le piccole imprese (11-20 addetti) a segnare il maggior progresso, con un aumento di oltre 12 punti percentuali nel tasso di crescita (da – 0,4% del 2001-2003 al 12% nel 2004-2006).

Situazione invece più complessa per quanto riguarda l’export. Qui per effetto della crisi dei primi anni 2000 le piccole imprese meridionali esportatrici (11-20) si sono ridotte notevolmente, passando dal 49,5% sul totale delle piccole imprese del campione nel 2003, al 30,9% nel 2006. Ma chi ha resistito è stato premiato con un vero e proprio boom del fatturato esportato, in crescita di quasi 14 punti, dal 26,2% sul proprio fatturato complessivo del 2003 al 39,9% del 2006. Anche in relazione alla produttività, le piccole imprese meridionali registrano un segno positivo: +3,4% di crescita, quasi un raddoppio del +1,8% del triennio precedente. Situazione opposta per le classi 21-50 e 51-250, rispettivamente – 5,4% (dal +14,8%del 2001-2003) e – 0,1% (contro il -2,2%).

Per la Svimez, nonostante i limiti della struttura industriale meridionale, nel periodo in questione le aziende del Sud della classe 11-20 addetti hanno quindi dimostrato una maggiore tenuta e capacità di reazione rispetto alle grandi ma segnando però un «successo legato – evidenzia il rapporto – ad una maggiore commistione con l’economia sommersa».
Da Terra News 16.04.10

Alfano blinda gli ordini. Uno schiaffo alle nuove generazioni

Alfano promette la riforma delle professioni blindando gli ordini. Bersani: “Temo il peggio. Uno schiaffo alle nuove generazioni e se sarà così, da parte nostra ci sarà solo un’opposizione dura. Da quella riforma viene un segnale regressivo per il Paese: un si salvi chi può e chi è fuori, è fuori”
Negli ultimi 9 anni, Berlusconi ha governato 7 anni. E tutto questo tempo quale riforma politica, istituzionale, costituzionale, fiscale o economica ha caratterizzato la sua attività di governo? Nessuna! Tante promesse e nessun fatto concreto. “Abbiamo attivato il Ponte sullo Stretto”! Ma se si va a Messina o San Giovanni non si trova neanche un pezzettino di questo benedetto ponte. Così è chiaro che a poca distanza dalle elezioni regionali è di nuovo tempo di riforme da conclamare. Ogni ministro presenta la sua. Alfano promette di riformare gli ordini professionali e convoca un gruppo di lavoro per stilare un nuovo Statuto.

In realtà blinda gli ordini con il pretesto di tutelare i consumatori: “la riforma – si legge in una nota del ministero – mira a contemperare la tutela dei consumatori con quella dei professionisti in un modo più efficace e profondo rispetto a quanto fatto nel recente passato, coniugando la garanzia della qualità della prestazione professionale con la equa commisurazione del compenso”.

Belle parole, poveri noi. Tutte queste occasioni di miglioramento sono già presenti nel decreto a firma Bersani-Mastella già presentato durante il governo Prodi. Tutte queste opportunità sono state già vagliate e approvate in sede europea nel decreto di recepimento della direttiva comunitaria cd. “Bolkestein” a cui il ministro Alfano, solo di facciata, sembra volersi orientare. In altre parole, se il Guardasigilli vuole riformare gli ordini professionali perché non seguire la stessa impronta data da Bersani, pochi anni fa?

La risposta viene fornita dallo stesso Alfano: “Ora ci siamo noi e la faremo”. Come a dire, facciamo quello che ci pare perché abbiamo la maggioranza e poi, almeno una riforma me la farete fare?? Ne preannuncio tante, ma almeno una avrò il diritto di farla?

La preoccupazione è tanta e non la nasconde il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani che, davanti ai cronisti, ha commentato: ”vedremo ma temo il peggio. Temo uno schiaffo alle nuove generazioni e se sarà così, da parte nostra un’opposizione dura”.

“Se è così sarà una vergogna inaccettabile, da quella riforma – ha continuato il leader democratico – viene un segnale regressivo per il Paese. Il messaggio è quello di dire si salvi chi può e chi è fuori, è fuori. Spero non sia così, ma se è così, si aspettino tutta la nostra opposizione”.

Ma sempre a dimostrare che il Pd non è solo opposizione ma, soprattutto, una forza di alternativa politica. “Il Partito democratico presenterà una propria proposta di legge quadro sulla riforma organica delle professioni intellettuali, sulla base del testo del disegno di legge Bersani-Mastella presentato dal governo Prodi la scorsa legislatura, a seguito di una fase di consultazione con tutti gli ordini, le
categorie, le associazioni e le organizzazioni sindacali interessate”. Lo hanno reso noto il responsabile Economia e Lavoro della segreteria nazionale del Pd Stefano Fassina e il presidente del Forum Giustizia, Andrea Orlando.

“Si tratta di una legge di principi per affrontare in chiave di modernizzazione temi cruciali quali il raccordo sistematico con l’istruzione universitaria, l’accesso alla professione senza vincolo di predeterminazione numerica, la disciplina per un dignitoso, efficace e remunerato tirocinio, le modalità e le forme di esercizio della professione (sulla base di quanto già introdotto con le norme di liberalizzazione di Bersani), la previsione di una forma di assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile ed infine il riconoscimento delle associazioni di esercenti attività non
regolamentate in ordini”.

I due esponenti del Pd fanno sapere che “un’apposita riunione di coordinamento con i gruppi parlamentari è stata già convocata la prossima settimana”.

“In questa riforma dell’ordinamento forense c’è una questione che ci sta particolarmente a cuore e sulla quale insisteremo moltissimo con i nostri emendamenti che è quella che riguarda i giovani
professionisti”. Lo ha detto Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato parlando con i giornalisti a Palazzo Madama. “Bisogna fare in modo che i giovani professionisti non abbiano
tutte le barriere che questo testo mette anche alla pratica forense – ha sottolineato Finocchiaro – bisogna che siano pagati quando stanno in uno studio professionale ad imparare il mestiere, occorre cioé fare in modo di promuovere l’autonomia e la dignità dei giovani professionisti. E’ una questione sulla quale continueremo ad insistere, convinti che questo può essere il principio di una serie di politiche per promuovere l’autonomia dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze”.

Per Antonio Lirosi, responsabile dei Consumatori del Pd., “quando il Ministro Alfano ha come interlocutore la Commissione Europea vota a favore in Consiglio dei Ministri (circa un mese fa) al decreto di recepimento della direttiva comunitaria cd. “Bolkestein” sui servizi che ha confermato i principi introdotti da Bersani nel 2006 su libertà tariffaria, uso dei mezzi pubblicitari e società per i liberi professionisti. Quando invece ha come interlocutore il presidente dell’OUA – l’avvocato De Tilla, che quattro anni fa scese in piazza per protestare con accanto Alemanno e Gasparri – allora lo stesso ministro promette di andare contro l’Europa abrogando le norme di liberalizzazione di Bersani a favore di giovani professionisti, che adesso vengono utilizzate addirittura come alibi da De Tilla per sostenere l’impostazione neo-corporativa del testo di riordino della professione forense in discussione al Senato”.

“Di fronte al disegno marcatamente conservatore del centrodestra trovo importante che il Pd, oltre ad esternare la propria contrarietà, inizi l’elaborazione di una propria proposta di legge di segno opposto, che recuperi il lavoro fatto al tempo delle liberalizzazioni”, così Fausto Raciti, segretario nazionale dei Giovani democratici. “In una fase di crisi economica- ha continuato Raciti – qualificare e semplificare l’accesso alle professioni è un modo per offrire una risposta a decine di migliaia di giovani. Stupisce come un governo che si proclama liberale possa essere ostaggio delle lobby più conservatrici del Paese”.

A.Dra
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L'educazione non si taglia. Più qualità nella scuola

Questa sera alle ore 21, alla festa di Santa Croce a Carpi, iniziativa con l’on Manuela Ghizzoni, l’assessore Maria Cleofe Filippi. e l’assessore provinciale Elena Malaguti, coordina il giornalista Marco Bagnoli.
“L’educazione non si taglia. Più qualità nella scuola” questo il titolo dell’iniziativa che si terrà alle ore 21, presso la festa democratica di Santa croce a Carpi (Circolo Arcobaleno).

Berlusconi contro Fini, scoppia la guerra nel PDL

In un vertice agitato il Presidente della Camera minaccia la scissione e il premier ribatte chiedendone le dimissioni mentre Schifani parla di voto anticipato. Bersani: “Hanno più problemi di quanto si dice e non si risolvono con i voti di fiducia”. Bindi: “Il successo della Lega ha innescato la crisi”. Zoggia: “Sono in crisi per il crollo di voti, il PD ora acceleri sulla sua linea”.

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, è pronto a rompere con Silvio Berlusconi e oggi se lo sono dettia quattro occhi, tanto che Fini è pronto a costituire un suo gruppo autonomo in Parlamento. Il Cavaliere avrebbe risposto chiedendo a Fini di lasciare la terza carica dello Stato in caso di rottura. Tra i tanti motivi di attrito pesa oggi molto l’eccessivo appiattimento di Berlusconi sulle posizioni del Carroccio, uscito rafforzato dall’esito delle elezioni regionali. “Quando una maggioranza si divide non resta che dare la parola agli elettori”, ha commentato il presidente del Senato Renato Schifani.

A due settimane dal voto delle regionali la crisi più grave della maggioranza fa ribadire al segretario del PD, Pier Luigi Bersani, come “il centrodestra ha più problemi di quanto dice, ed i problemi politici non si possono risolvere solo ponendo la fiducia in Parlamento”.

“La presidenza della Camera non sia nella disponibilità di Berlusconi, almeno quella, lo invito ad essere più prudente – ha aggiunto in serata al Tg2 – la destra non riesce a dirimere i suoi problemi e perciò resta tutto fermo da anni”. E elenca cosa non va: “Il distacco profondo tra le politiche del governo e i problemi economici e sociali, come le confuse prospettive di riforma evidentemente non condivise. La verità è che sui temi di fondo del paese questo è sempre stato un governo senza decisioni e che a furia di decreti i problemi non si risolvono. Così sulle riforme, sono sempre stato convinto che, a differenza di quello che si racconta in giro, il centrodestra sta producendo molte discussioni e chiacchiere ma non ha presentato alcuna proposta in Parlamento. Vuol dire che c’è un problema”.

Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del Partito Democratico critica anche lei l’analisi del voto sulle regionali: “Hanno esultato troppo presto e ora si vede quanto fragile fosse il risultato elettorale. Com’era prevedibile, il successo della Lega ha innescato la crisi della destra con il Pdl percorso da una guerra intestina.
Per Berlusconi le regionali sono state una vittoria di Pirro. Il guaio è che il paese e le istituzioni pagano le conseguenze di chi non ha senso dello Stato e pretende di legare le cariche istituzionali agli equilibri di partito”.

Enrico Letta stoppa il dialogo sulle riforme: “C’è da chiedersi come si possa impostare un dialogo serio sulle riforme se il partito di maggioranza si sta di nuovo dividendo in due. La maggioranza faccia chiarezza, altrimenti è tutta una grande presa in giro” avverte il vice segretario del PD.

Davide Zoggia, responsabile Enti locali della segreteria del Pd vede nella rottura sfiorata “la dimostrazione che il dato elettorale non è stato letto in maniera corretta.
A fronte, infatti, di una sostanziale tenuta del Pd, per la prima volta si è avuto un crollo di voti del Pdl non compensato dal voto leghista. Serve, quindi, mettere in pratica ciò che il Congresso prima e le Primarie del 25 ottobre poi hanno stabilito cambiando una linea politica che, evidentemente, non era stata considerata premiante. Occorre perciò proseguire con maggiore determinazione sulla linea tracciata da Bersani: accorciare le distanze tra le opposizioni, radicare il partito nel territorio e definirne l’identità, lanciare una sfida al governo sulle riforme istituzionali e, soprattutto, economiche e sociali, costruire cioè le condizioni per offrire un’alternativa positiva agli italiani”.

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Contratto Unico la lettera del Pd: "tutelare i precari porterà sviluppo"

Nota dei deputati PD Marianna Madìa, Ivano Miglioli, Giulio Santagata e Maria Grazia Gatti
La precarietà potrebbe essere rappresentata come un grande segno meno. Il lavoratore «meno garantito» guadagna meno, ha meno tutele su maternità, malattia, indennità di disoccupazione. La crisi lo ha colpito duramente e, come ha sintetizzato Pietro Ichino, si è trovato per strada «senza un giorno di preavviso e senza un euro di indennità». (…) E la lettera di M.M.V. su l’Unità dell’11 aprile è un esempio concreto di ciò che stiamo raccontando. (…) Abbiamo presentato insieme a un centinaio di altri deputati, e dopo approfondite discussioni con l’associazion e 20 maggio,un disegno di legge per l’istituzione di un contratto unico di inserimento formativo (Cuif). Il Cuif è una forma incentivante di accesso al lavoro che unifica e assorbe tutte le forme di lavoro precario attualmente esistenti, che prevede una prima fase di ingresso utilizzando il contratto a tempo determinato per un massimo di 36 mesi, e che rende conveniente per le aziende l’assunzione a tempo indeterminato. Su alcuni punti vorremmo soffermarci: dopo il periodo a tempo determinato, si incoraggia l’assunzione a tempo indeterminato con le piene tutele previste oggi da questo tipo di contratto (compreso l’articolo 18); il ddl prevede anche una convergenza dei diritti, delle tutele e delle opportunità nonché, gradualmente, della contribuzione per tutte le tipologie contrattuali; si semplifica il mercato del lavoro abolendo alcuni tipi di contratto proliferati con la legge 30 e rimettendo delle giuste causali – secondo la normativa europea – all’uso del contratto a termine o dei contratti a progetto; si rimette in moto il meccanismo degli incentivi (come ha detto Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera del 10 aprile, in Italia sono pochi ed inefficaci) legandoli alla formazione e incentivando la stabilità; si premia la formazione effettiva, ridando significato ai contratti a contenuto formativo. Il tema della formazione dei lavoratori è cruciale. Per il governo e il suo Ministro
del Lavoro, la precarietà delle giovani generazioni non è niente altro che «ragazzi che fanno lavoretti».
Non è così. Occorre ridare dignità al lavoro attraverso più tutele e più formazione, anche nei lavori manuali. (…) In questo modo, la lotta alla precarietà, attraverso inclusione sociale e qualificazione,puòdavvero diventare uno degli strumenti necessari per ridare sviluppo al nostro Paese.
L’Unità 14.04.10

"La resa dei conti", di Marcello Sorgi

C’è un’evidente vena di follia nella rottura annunciata ieri dopo un tempestoso incontro di due ore tra Fini e Berlusconi. Benché il clima tra i due cofondatori del Pdl si fosse deteriorato da tempo, a nessuno sembrava possibile che alla fine si spaccasse davvero il partito appena uscito vincitore dall’ultima, difficile, tornata elettorale (e in tutte quelle celebrate negli ultimi due anni). Invece è successo. La frattura è drammatica, piena di risentimenti e accompagnata da una caccia all’uomo che procede con argomenti inconfessabili, perché Fini ha annunciato di voler costituire suoi gruppi parlamentari e i berlusconiani nella notte hanno avvertito i transfughi, a uno a uno, che se lasciano il partito si ritroveranno presto fuori dal Parlamento, nel caso, per niente improbabile, di uno scioglimento.

Tra le tante ragioni di impazzimento, ce ne sono due evidenti. La prima è lo stato dei rapporti personali tra Fini e Berlusconi e tra Berlusconi e Bossi.

Da tempo il presidente della Camera si ritiene emarginato dall’asse tra il premier e il Senatùr e non ha tollerato che il progetto di riforma elettorale concordato tra i due venisse annunciato dopo un’allegra serata di canti e barzellette, per festeggiare il neo-governatore leghista del Piemonte Cota, nella villa berlusconiana di Arcore. Alla festa partecipava anche il ministro della Difesa La Russa, coordinatore, in rappresentanza dell’ex-partito di Fini, e membro del triumvirato che regge il Pdl. Ma il presidente della Camera, questo è il punto, si sente tradito, e non più garantito, dai suoi ex-colonnelli, divenuti troppo amici del Cavaliere. E vorrebbe sostituirli con suoi nuovi fedelissimi, a cominciare dal vicecapogruppo alla Camera Bocchino, controllato illegittimamente – e misteriosamente, par di capire, secondo Fini – dai servizi segreti, non si sa per ordine di chi.

La seconda ragione è politica e Berlusconi ne porta intera la responsabilità. Inaugurando, all’indomani delle elezioni, la stagione delle riforme a cui dedicare la seconda parte della legislatura, il presidente del consiglio, non del tutto consapevolmente, è come se avesse suonato il «liberi tutti». Le riforme infatti, soprattutto quelle costituzionali, richiedono un confronto largo, senza pregiudiziali, e maggioranze qualificate in Parlamento: per evitare, com’era già accaduto nel 2006 alla fine della prima legislatura di governo del centrodestra, che la Costituzione cambiata da una sola parte politica sia poi bocciata dagli elettori nel successivo referendum. Ma Berlusconi, di concordare con l’opposizione, tutta o in parte, il suo progetto riformatore, non ha alcuna voglia. E men che meno di rischiare di finire in minoranza, perché magari Fini, Bersani, e lo stesso Bossi si mettono d’accordo ai suoi danni. Di qui lo stallo in cui è precipitata, dopo i primi roboanti annunci, la Grande Riforma, e il pullulare di ogni tipo di trasversalismo e correntismo, perché in un campo che è stato dichiarato aperto tutti giocano con e contro tutti.

Ieri notte nelle file dei due eserciti regnava la più assoluta confusione. A parte la dichiarazione del presidente del Senato Schifani, che, irritando il Quirinale, ha ricordato a tutti che se una maggioranza si spacca e non è più tale si va diritti alle elezioni anticipate, nessuno era in grado di dire con certezza cosa succederà. Fini e i suoi non minacciano crisi di governo, ma è difficile che Berlusconi possa accettare il solito rappattumamento, pur di tirare avanti. Molto dipenderà dai numeri dei nuovi gruppi che il presidente della Camera sta cercando di formare. Se davvero arriveranno a cinquanta deputati e diciotto senatori, tanto per dire due cifre che venivano fatte circolare, il governo, pur formalmente in carica, sarebbe praticamente paralizzato, e l’intenzione di Berlusconi di far saltare il tavolo e andare a nuove elezioni ne uscirebbe rafforzata. Nell’enorme edificio del partito del premier, ormai è chiaro, s’è aperta una crepa. E incuranti degli elettori, che li hanno votati per farli governare, i due cofondatori, al momento, lavorano per allargarla
La Stampa 16.04.10

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“Consenso senza politica”, di MASSIMO GIANNINI

A poco più di un anno dalla sua fondazione, e a poco meno di un mese da un complicato successo elettorale sbandierato come un trionfo dell’Armata Invincibile, il Partito del Popolo della Libertà vive la sua crisi più acuta, e forse addirittura irreversibile. È ancora presto per trarre conclusioni politiche definitive dal vertice di ieri tra il presidente del Consiglio e il presidente della Camera. Da una parte, Berlusconi è uomo dalle infinite risorse. In tutti i sensi.

Soprattutto nelle condizioni più critiche, sfodera il meglio (e spesso anche il peggio) di sé. È un negoziatore a tutto campo: tra minacce mediatiche a mezzo stampa o tv e campagne acquisti a suon di poltrone o prebende, si è quasi sempre dimostrato capace di “regolare” da par suo i conflitti interni ed esterni alla sua maggioranza. Dall’altra parte, Fini è comunque uomo della destra italiana, e sbaglia o si illude chi lo sospetta in transito verso un “altrove” che, per adesso e fino a prova contraria, esiste solo nella fantasia di qualche sognatore.

Ma nel teso faccia a faccia tra i due sembra essersi consumato qualcosa di molto più profondo di un semplice strappo tattico. Siamo al confine di una vera e propria rottura politica. O forse, salvo sorprese, quel confine è stato già valicato. Si capirà meglio nelle prossime ore. Ma intanto quello che è già chiaro è il “cambio di fase”, per la maggioranza e dunque per il governo. Il confronto-scontro tra il fondatore e il co-fondatore del Pdl sancisce ciò che era evidente fin dalla nascita della loro “creatura”. Una visione inconciliabile della politica: populista e plebiscitaria per Berlusconi, pluralista e legalitaria per Fini. Un’idea incompatibile della destra: radicale e tecnicamente sediziosa per Berlusconi, laica e costituzionalmente repubblicana per Fini. Questa irriducibile distanza tra i due, emersa con assoluta chiarezza al congresso fondativo del partito, non si è mai colmata in questi lunghi mesi di “coabitazione”.

Anzi, si è estesa fino al limite più estremo. E non poteva che essere così. Dalle regionali, al di là della propaganda di regime, è uscita una coalizione totalmente squilibrata, nella quale il Pdl perde oltre due milioni di voti mentre la Lega ne ha persi “solo” 177 mila ma ha blindato il Nord. Bossi è passato immediatamente all’incasso: si è intestato la vittoria, ha preso in mano il timone delle riforme, ha prenotato la premiership per il 2013 ed ha annunciato la conquista delle banche del Nord. In pochi giorni, il Senatur ha spostato sul Carroccio l’intero asse dell’alleanza. Per Fini, che prima delle elezioni aveva ripetuto al Cavaliere “stai attento a non trasformare il Pdl in una fotocopia della Lega”, questo non poteva essere accettabile. Per ragioni politiche: lui è il co-fondatore, e vuole legittimamente pesare nelle scelte del partito di maggioranza. Per ragioni identitarie: lui è la destra nazionale, e non può tollerare che le sue radici vengano divelte tra la secessione nordista dei padani agguerriti la leghizzazione sudista dei forzitalioti pentiti. E per ragioni istituzionali: lui è la terza carica dello Stato, può svolgere un ruolo prezioso per il premier sul cammino delle riforme, e non può invece ritrovarsi fuori dal tavolo della trattativa, scalzato da un Calderoli che senza avvertire nessuno sale al Quirinale con una sua bozza di nuova Costituzione.

Era chiaro che questa corda, tesa fino al suo massimo, doveva prima o poi rompersi. Ora ci siamo. Fini è pronto a creare il suo gruppo parlamentare. Meno di un nuovo partito, ma molto più che una fondazione o una corrente. Se Berlusconi non riuscisse a ritrovare l’accordo con il suo alleato, e se l’autonomizzazione finiana andasse in porto, il Pdl sarebbe un’altra cosa, anche rispetto all'”amalgama mal riuscito” che abbiamo conosciuto finora. Nel centrodestra berlusconiano non ha mai avuto diritto di cittadinanza una concezione “altra”, rispetto a quella autoritaria e cesarista del Cavaliere. Ora questa “alterità”, per la prima volta, trova un luogo fisico, e politico, nel quale esprimersi. Con quali effetti destabilizzanti, per la maggioranza e per il governo, è facile immaginare. Anche al di là della portata numerica della “divisione” finiana in Parlamento.

Questo è il paesaggio italiano di metà legislatura. Questo è il travagliato “mid-term” berlusconiano, quello di un sovrano che regna ma non governa. Si verifica quanto avevamo più volte previsto: il grande “partito di massa dei moderati” non è mai nato. Quel progetto, per stare in piedi, aveva bisogno di una politica. E Berlusconi una vera politica non l’ha mai costruita. Ha assemblato schegge di partito, tenendole insieme con il cemento degli interessi. Questo è il risultato. Altro che “la nave va”, secondo il vecchio adagio di Craxi. Altro che tre anni di navigazione con il vento in poppa, libero dalle tempeste elettorali e sulla rotta delle grandi riforme istituzionali, come i berluscones avevano gridato con bugiarda prosopopea dopo le regionali del 28 marzo. Oggi, a meno di tre settimane da quel posticcio trionfo, persino il presidente del Senato Schifani, da sempre più realista del re, deve avvertire la corte che “quando una maggioranza si divide non resta che tornare alle urne”. Magari non si arriverà alle elezioni anticipate. Ma la “corazzata” di Berlusconi fa acqua da tutte le parti, e naviga a vista in mezzo agli scogli. Ha il consenso, ma non ha più una politica. Solo un Pd irresoluto e irresponsabile poteva pensare di offrirgli una sponda sulle riforme, rimettendo persino in discussione l’obbligatorietà dell’azione penale. Non si capisce cosa ci sia di così “dolce” a naufragare in questo mare.
La Repubblica 16.04.10