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Fassino: "Chiedo al segretario di avere coraggio", di Claudio Sardo

«Ci son momenti in cui un leader deve avere il coraggio di osare, di aprire un processo di innovazione politica, di compiere gli strappi necessari. Il momento è questo: a Bersani chiedo soprattutto di avere coraggio». Piero Passino è stato alle primarie uno dei principali sostenitori di Franceschini. Ma ora dice che «il segretario è Bersani» e che sarebbe un «grave errore» rimettere in discussione la leadership. Fassino riprende anche la metafora del «Papa straniero» per il centrosinistra: «Bersani faccia il Papa e trovi la forza di convocare un Concilio. Se non avrà paura di mettersi in cammino, vedrà che saranno in molti a condividere». E poi apprezza le riflessioni di Prodi al Messaggero: «Il partito nuovo va costruito valorizzando i territori e selezionando i gruppi dirigenti sulla base del merito e delle capacità non è possibile che il coordinamento politico resti così romano-centrico e che personalità come Chiamparino, Renzi, Rossi, Spacca o Brivio, il nuovo sindaco di Lecco, non siano parte del gruppo dirigente».

Onorevole Fassino, qual è la sua ailalisi del voto?

«Alle elezioni chiedevamo di verificare se ci fossero da un lato segni di declino del centrodestra, dall’altro potenzialità di ripresa del Pd. Ma la fotografia del voto è stata negativa. ll Pdl ha perso molti elettori evidenziando una perdita di credibilità di Berlusconi. Il successo della Lega però ha trainato il centrodestra alla vittoria nel Nord. E ciò che pùi è grave per noi il Pd non è stato percepito come un’altemativa. Nonostante la crisi di Berlusconi, il Pd non si muove dalle percentuali di un anno fa e non intercetta quella domanda forte di cambiamento della politica che si è invece indirizzata nell’astensione, nel voto alla Lega e a Grillo».

Marcare il giudizio negativo sul voto è in genere la premessa di un attacco al segretario.

«Non è il mio caso. E l’ho dimostrato in questi mesi. Ma credo che a Bersani faccia bene non chiudersi in difesa e affrontare senza minimizzare le difficoltà che questo voto ci pone davanti. Solo due anni fa guidavamo 16 Regioni su 20. Ora ne governiamo otto e al Sud come al Nord rischiamo la marginalità. Certo, il voto conferma il Pd come interprete della speranza di milioni di italiani, ma anche che il partito ha bisogno di una radicale innovazione».

Da dove iniziare? Dalla proposta di governo o dalla ristrutturazione del partito?

«Le cose si tengono. Tre sono le scelte di fondo davanti a noi. La prima è un progetto per l’italia. Non basta riproporre le cose buone fatte dai nostri governi. Va affrontato con nuova energia e nuovi linguaggi il tema del lavoro, in modo da tenere insieme il giovane precario e l’artigiano colpito dalla crisi. Dobbiamo parlare di tasse, proponendo tagli e sgravi per chi lavora e chi investe. Dobbiamo fare i conti con l’immigrazione, non per rincorrere la Lega ma per sconfiggere le paure che suscita. E dobbiamo lanciare messaggi ai figli, alle generazioni future».

Il programma prima di tutto.

«Non solo. Il Pd deve sapercostruire anche una sua proposta di sistema politico. Una proposta fondata da un lato su una nuova legge elettorale che consolidi il bipolarismo e restituisca ai cittadini il diritto di scegliere i parlamentari, dall’altro su un rapporto più equilibrato tra governo e Parlamento».

Secondo lei il Pd deve contrastare il presidenzialismo?

«La nostra proposta è la bozza Violante. Se ce ne sono altre vengano avanti ma siano credibili e serie. Per ora presidenzialismo è una parola a cui persino nel centrodestra si danno significati divers».

Ma è sulla struttura del partito che si concentra buona parte della polemica intera «È la terza grande scelta da compiere. Abbiamo fondato il partito nuovo, ora il partito nuovo va costituito. Non è possibile che a prevalere siano i personalismi locali, che le campagne elettorali siano affidate esclusivamente ai comitati dei candidati, che le antenne nella società si abbassino a tal punto da non captare i consensi per Grillo».

Prodi ha suggerito di dare al Pd una strutturaf ederale e di rinnovare così il gruppo dirigente.

«Quella di Prodi è una suggestine utile. Se lo Stato assume sempre più un assetto federale, sarebbe una contraddizinne fare un Pd centralista. Peraltro valorizzare il territorio è condizione di un radicamento. Radicare e innovare: è questo il coraggio che chiedo a Bersani, conoscendolo da tempo come persona dotata di concretezza. L’autoreferenzialità è una deriva pericolosa. Non so se serve un Papa straniero, intanto Bersani faccia il Papa ma certo i cardinali non possono essere sempre gli stessi: è tempo di far avanzare nuovi chirici».

È l’opinione di tutta la minoranza di Area democratica?
«Se Bersani imboccherà la strada dell’innovazione, se chiamerà tutti alla collaborazione, saranno in tanti a condividere. Area democratica non vuole rimettere in discussione gli equilibri del congresso. E d’altra parte in questi mesi noi della minoranza siamo stati leali e non ci siamo sottratti a responsabilità comuni. Ma proprio per questo chiedo a Bersani di non blindarsi».
Il Messaggero 14.04.10

1 Commento

  1. La Redazione dice

    da L’Unità 15.04.10

    Bersani e Franceschini più vicini «Cambiare, senza rese dei conti»
    di Simone Collini

    Una resa dei conti non converrebbe a nessuno, ma d’altra parte il Pd non può neanche continuare ad andare avanti così com’è. Su questo Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini si sono trovati d’accordo. Segretario e capogruppo del Pd hanno discusso per oltre un’ora a quattr’occhi di riforme, organizzazione del partito, temi su cui schierarsi. Ma l’incontro è servito soprattutto a preparare la Direzione di sabato. L’obiettivo è evitare sia una lacerazione tra maggioranza e minoranza che una tregua che lasci intatti tutti i nodi fin qui emersi. E il faccia a faccia di ieri sembra aver contribuito a farlo raggiungere, anche se rischia di accendere la miccia la proposta sulla giustizia avanzata da Andrea Orlando: la minoranza la contesta, 105 deputati hanno firmato (e tra loro Enrico Letta) una lettera che invece la difende. E Bersani, che non intende affatto scaricare il suo responsabile Giustizia, a un incontro col Capo dello Stato ha assicurato che il Pd è pronto a «lavorare per migliorare l’efficienza della giustizia per i cittadini». Ma i nodi principali sono altri. Bersani ha fatto sapere a Franceschini che nella relazione introduttiva, dopodomani, parlerà dell’«agenda per l’Italia», cioè le tre, quattro questioni su cui il Pd si dovrà impegnare nei prossimi mesi, a cominciare da lavoro, fisco, qualità della democrazia. Un’impostazione che piace ad Area democratica (nonostante Beppe Fioroni contesti «un partito del lavoro come il Pci degli anni 50») che durante la campagna elettorale ha contestato il troppo spazio dedicato alla discussione sulle alleanze. E se la minoranza aspetta al varco il segretario anche sull’analisi del voto, visto che quello dato a caldo è stato giudicato poco realistico, Bersani ribadirà sì che dalle urne è uscito un centrodestra più debole, ma anche che «il Pd non si è dimostrato un’alternativa credibile». E che ora è necessario un «cambiamento». Franceschini e gli altri di Area democratica, che oggi tornano a riunirsi, aspettano di vedere di quali contenuti Bersani riempirà questo cambiamento: «Il segretario non è in discussione – è la linea – ma è necessario un cambio di rotta». Nessuno pretende che Bersani evochi il Lingotto ma, per dirla con Walter Verini, «dobbiamo dimostrarci un partito utile ai cittadini, capace di offrire soluzioni, non chiuso in una discussione tra ceto politico». E l’«agenda per l’Italia» di cui Bersani ha parlato prima al Quirinale e poi nel faccia a faccia con Franceschini al Nazareno viene giudicato dalla minoranza un passo in questa direzione. UNITà SULLE RIFORME È proprio durante l’incontro con Giorno Napolitano che è venuto fuori un primo segnale dell’unità tra le diverse anime del Pd. Sul Colle per parlare di riforme sono saliti Bersani, i capigruppo Franceschini e Finocchiaro, la presidente Bindi e il vicesegretario Letta. E se nei giorni scorsi i veltroniani si erano espressi a favore del presidenzialismo, Franceschini ha stretto un accordo con Bersani sul fatto che in Parlamento il Pd sosterrà una riforma che comporti un rafforzamento dei poteri del premier e del Parlamento. Accordo siglato dopo che Bersani ha definito «non potabile» la bozza Calderoli e che Veltroni, in un precedente incontro con Franceschini, ha ammesso che pur essendo in generale favorevole al presidenzialismo ora è meglio rinunciarvi perché Berlusconi punterebbe a farsene un abito su misura. Anche sulla proposta di nuova legge elettorale, la minoranza vuole una rassicurazione da parte del segretario: niente sistema tedesco, come vorrebbe D’Alema, e collegi uninominali. Bersani ribadirà la contrarietà al «porcellum», ma è probabile che chiederà ai suoi di lavorare a una proposta di sintesi che tenga conto di tutte le posizioni.

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