università | ricerca

"Riforma dell’università, no all’iper-centralismo. La proposta del PD", di Marco Meloni*

Investire in università e ricerca è una questione decisiva per il destino dell’Italia. Come dimostrano le statistiche, scontiamo un grande ritardo rispetto ai Paesi più sviluppati: siamo indietro, rispetto alla media Ue/Ocse, per numero dei laureati e dei ricercatori, investimenti per studente, rapporto docenti/studenti, internazionalizzazione. E fare dell’università il motore della mobilità sociale è un obiettivo centrale in un Paese bloccato, nel quale sempre più i giovani percepiscono che il loro futuro è collegato a valori ben diversi dalla qualificazione acquisita con lo studio.
Per questo è urgente far uscire la riforma dell’università, che entra nel vivo dell’esame parlamentare, dal ristretto circuito degli addetti ai lavori, ed entrare nel merito di una proposta che finora è stata valutata più in base agli slogan propagandistici del Governo che al suo reale contenuto.
Alla riflessione sul sistema di governo degli atenei e sul reclutamento dei docenti, su cui si sono soffermati negli ultimi tempi numerosi commenti, deve accompagnarsi quella sugli obiettivi della riforma e sui nodi strutturali del sistema. Noi chiediamo di partire dagli studenti: orientamento, diritto allo studio, residenze, welfare. E dai ricercatori: percorsi di carriera rapidi e fondati su regole chiare, e dunque docenti più giovani – abbiamo la classe docente più anziana del mondo occidentale – e di qualità. Sulla governance, più efficienza e meno autoreferenzialità, ma con regole chiare e un circuito di fiducia tra Senato e cda. E poi autonomia vera degli atenei, inserimento in legge di criteri e conseguenze della valutazione, nuove regole sulla ripartizione delle risorse ordinarie tra gli atenei, da affidare a pochi e trasparenti criteri: scelta degli studenti, valutazione di ricerca e didattica, diritto allo studio e coesione territoriale.
Più laureati e promozione degli studenti meritevoli, percorsi rapidi di selezione dei docenti, funzionamento più efficiente e risorse adeguate, dunque. Elementi centrali per far ripartire l’università, ma purtroppo del tutto carenti nel ddl Gelmini: una proposta iper-centralista, che sottopone a un reticolo inestricabile di norme e al controllo della burocrazia ministeriale ogni minimo dettaglio della vita degli atenei. Passaggi troppo macchinosi per il reclutamento e un destino di incertezza e precariato per i giovani ricercatori, mentre noi chiediamo che si attivi una fase transitoria nella quale consentire ai ricercatori (strutturati e non) che lo meritano di entrare nei ruoli. Gli studenti, poi, non esistono: secondo il Governo si dovrebbe affidare a una spa del ministero del Tesoro – ci risiamo! – la selezione dei meritevoli, senza che sia previsto un solo euro di risorse pubbliche per finanziare le borse.
Torniamo alle risorse: anche qui occorre raggiungere quantomeno la media dei Paesi europei, passando dallo 0,8 attuale all’1,3% del Pil. Sembrava pensarla così anche la Gelmini («riforme in cambio di risorse », il suo mantra nei mesi scorsi), ma si trattava, evidentemente, solo di parole, poi smentite dal Governo. Che, al contrario, sembra avere un unico obiettivo: confermare i tagli per oltre 1 miliardo (quasi il 20 per cento), che fin d’ora rendono difficilissima la vita di molti atenei, e che certamente renderanno impossibile il loro funzionamento nel 2011. Insieme a quelli alla scuola e alla ricerca, circa 10 miliardi di tagli in tre anni. Nel frattempo la Francia, ad esempio, investe 11 miliardi per l’università e 8 per la ricerca.
Il Pd ha affrontato queste questioni con una prima serie di emendamenti, presentati in Senato. Se il Governo è disposto a un intervento più serio e coraggioso, a investire realmente nell’istruzione terziaria, siamo pronti al confronto. Il tema, come ha riaffermato pochi giorni fa il presidente Napolitano, è decisivo, e costituisce uno degli interessi generali del Paese che dovrebbero stare al riparo da logiche di parte e di propaganda. Insieme, forze politiche, economiche e sociali, studenti e docenti, dobbiamo “pretendere” regole migliori e risorse adeguate al rango che il nostro Paese deve mantenere. Altrimenti continuerà a diminuire il numero dei giovani che si iscrivono all’università e dei talenti che pensano di poter fare ricerca liberamente in Italia. Sarebbe una scelta chiara, verso uno sviluppo di serie B: una prospettiva disastrosa, che forse siamo ancora in tempo per invertire.

*Responsabile Università e ricerca segreteria Pd
Il riformista 14.04.10

1 Commento

  1. La Redazione dice

    UNIVERSITA’:8 PROFESSORI A MARCEGAGLIA, INDIGNA SUA SICUMERA
    DIFENDE DDL GELMINI PERCHE’ CONSEGNA RICERCA PUBBLICA

    A ‘Stupisce e indigna la sicumera con cui la presidente di Confindustria liquida la questione dell’università e della ricerca in Italia in poche battute, sparando a zero su un mondo assai complesso che ignora e appoggiando incondizionatamente il ddl Gelmini’. A criticare apertamente Emma Marcegaglia per le dichiarazioni fatte in occasione del forum di Parma sono otto professori universitari, in un documento di cui il primo firmatario e’ Guido Alpa, docente ma anche presidente del Consiglio nazionale forense. Alla riforma Gelmini – affermano con Alpa, Alberto Burgio Alessandro Somma, Raffaele Di Raimo, Maria Rosaria Marella Luca Nivarra, Riccardo Bellofiore e Ugo Mattei – Marcegaglia ‘attribuisce la capacità di salvare l’università da se stessa, secondo il trito stereotipo dello ‘strapotere delle baronie”.’I baroni universitari – chiariscono gli otto firmatari – rappresentano una categoria ormai quasi del tutto estinta, formata per lo piú da accademici di grande levatura (e di grande potere). Ció che oggi si definisce ‘baronia’ è in realtà il sottoprodotto di pessime riforme, volute dalla politica (certo anche con il contributo di alcuni professori) che da una parte hanno consentito il proliferare delle sedi universitarie e dall’altra hanno indotto una sorta di aziendalizzazione dell’università che si manifesta ad es. nella misurazione degli insegnamenti e dei saperi in crediti .Dietro tutto questo il tentativo, nel migliore dei casi, di adeguare il sistema universitario all’evolvere del capitalismo e alle esigenze del mercato, ma soprattutto un’idea assai confusa di ció che debba essere il ruolo sociale dell’università in questo paese’. Gli otto docenti spiegano che il ddl Gelmini piace a Confindustria ‘perch‚ consegna la ricerca pubblica agli imprenditori privati consentendo loro di continuare a non investire un euro in innovazione’ E sparano a zero sulla riforma: ‘ammazza la ricerca di base e asservisce l’istruzione al mercato; ammazza l’autonomia degli atenei voluta dalla Costituzione’ ma insieme ‘sancisce lo strapotere dei rettori contro ogni principio di democrazia’; ed ‘apre l’ingresso dei cda delle università (peraltro privati di risorse da gestire) a componenti esterni, imprenditori, ma anche politici locali’.

    Inoltre ‘istituzionalizza la precarizzazione del lavoro di ricerca’. (ANSA).

I commenti sono chiusi.