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Professioni, indietro tutta "Ridateci le tariffe minime", di Paolo Baroni

I primi a mettere a segno un punto sono stati i farmacisti, poi è stata la volta dei taxisti di Roma, quindi a farsi sotto sono stati gli avvocati. Dopo il voto del 2008 ai partiti hanno fatto questo ragionamento: noi appoggiamo i progetti di riforma della nostra professione ma voi cancellate il divieto di fissare tariffe minime che ci ha imposto Bersani. E adesso che si entra nel vivo, con la riforma delle professioni che avanza in Parlamento (rischiamo una procedura d’infrazione per non avere ancora recepito una direttiva Ue del 2005) e quella sull’attività forense in avanzato stato di elaborazione, tutti gli interessati (non solo gli avvocati, ma anche ingegneri, architetti, ecc ecc.) vogliono passare all’incasso. Per giovedì prossimo il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha convocato gli Stati generali delle professioni, dando per scontato che «in cambio» della nuova legge quadro i tetti tariffari aboliti dal centrosinistra saranno reintrodotti. «Bisogna superare i trattamenti punitivi introdotti col decreto Bersani» ha detto il Guardasigilli strizzando l’occhio ad una platea di 2 milioni di persone che origina circa il 12,5% del Pil nazionale. Salvo poi frenare: ieri, dopo una levata di scudi che va dall’Antitrust ai consumatori, dal Pd alla Confindustria, Alfano ha dato un colpo al cerchio ed uno alla botte.

«Vogliamo garantire ai cittadini il servizio più affidabile e al tempo stesso dignità e prestigio dei professionisti italiani» ha detto. Se andasse in porto questa sarebbe però l’ennesima spallata al processo di apertura della nostra economia. Un colpo si spugna sulla prima «lenzuolata» di Bersani. Ma non è un mistero che le liberalizzazioni, complice la crisi economica galoppante, non siano mai entrate nell’agenda dell’attuale governo nonostante gli impegni elettorali. E così le lobby hanno trovato nuovi spazi mentre nelle retrovie in molti si sono messi al lavoro per ristabilire lo status quo: il Parlamento è stato inondato da una quarantina di proposte di legge per istituire nuovi ordini o smantellare le riforme del centrosinistra. Tra i primi a muoversi il capogruppo Pdl in Senato Maurizio Gasparri che si è subito speso per tornare a irrigimentare la distribuzione dei farmaci, mentre i taxisti di Roma hanno trovato nel sindaco Gianni Alemanno l’interlocutore ideale. Mai decollato il progetto di controllare le presenze effettive delle auto pubbliche in servizio nella capitale e via libera agli aumenti delle tariffe: gli ultimi andati in porto nelle scorse settimane. Significativo il caso delle professioni: il rapporto sul settore presentato a inizio 2009 dall’Antitrust, di fatto un monitoraggio dettagliato categoria per categoria (avvocati, notai, ingegneri, architetti, psicologi, veterinari, agronomi, ecc. ecc.) per vedere come avevano recepito le novità degli ultimi tempi, ha dato pessimi esiti. Dall’abolizione delle tariffe minime alla cancellazione del divieto di farsi pubblicità sino alla possibilità di costituire società multidisciplinari, tutti gli ordini monitorati (13) hanno fatto muro. Hanno sì modificato i loro statuti come prevedeva Bersani ma reintroducendo surrettiziamente nuovi vincoli. Si comportano ancora «come caste» sintetizzava il rapporto: refrattarie ad ogni innovazione in grado di favorire la concorrenza nei loro settori.

Per Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni, l’attuale maggioranza «sa che i professionisti sono una sua constituency molto forte, e cerca di fare per loro ciò che immagina essi vogliano. Il problema è che dietro questo comportamento c’è una forte miopia, perché di fatto l’introduzione dei minimi tariffari penalizza i giovani e gli outsider, e in ultima analisi va a ridurre l’efficienza con cui i servizi professionali vengono offerti. Per come è fatto il mondo – aggiunge – i servizi dovrebbero diventare sempre di più un nostro punto di forza: nel momento in cui giochiamo a preservarli il più possibile dalla concorrenza, è improbabile che questo accada. Non è detto che la difesa dello status quo sia, nel medio periodo, davvero nell’interesse dei professionisti». Sull’altro fronte, a cominciare da avvocati ed ingegneri, in assoluto i più agguerriti, tutte le associazioni sostengono che l’aver abolito le tariffe minime ha solamente favorito i più forti, i grandi studi legali, le grandi società di progettazione. E penalizzato i più deboli, dai giovani che cercano di accedere alle professioni agli utenti. Le associazioni dei consumatori protestano: «Non si può tornare indietro». E protesta il Pd. «Il governo antepone calcoli elettorali all’interesse del Paese» sostiene il responsabile economico Stefano Fassina. «Oggi l’Italia è fuori dall’Europa – ribatte Maria Grazia Siliquini (Pdl), relatrice alla Camera della legge sulle professioni -. Dobbiamo rimediare ai pasticci del governo Prodi ed evitare che i cittadini finiscano alla mercè di operatori abusivi». Per Mingardi «il processo di riforma non può essere un gioco a somma zero: se tu accetti di allargare le maglie degli ordini, io ti restituisco i minimi tariffari. Dovrebbe esserci un disegno coerente. Se l’obiettivo è rendere più competitivo il mondo dei servizi, il ritorno dei minimi tariffari è un passo indietro».
La Stampa 11.04.10

1 Commento

  1. La Redazione dice

    Da Repubblica di oggi 14 aprile

    “Avvocati contro avvocati la riforma scritta dai burocrati “, di ROberto Mania

    Giovani legali e consumatori: non torniamo alle tariffe minime Domani il ministro della Giustizia convoca gli Stati generali delle professioni
    Una guerra tra lobby. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha rispolverato le tariffe minime per gli avvocati, e forse anche per le altre professioni, pensando assai poco ai consumatori e molto di più alla corporazione ingiallita del Foro. Ha portato munizioni ai “professionisti” del Consiglio forense e a quel soggetto ibrido (un po´ sindacato un po´ qualch´altra cosa) che è l´Oua (l´organismo unitario dell´avvocatura), ma non alle truppe di giovani avvocati candidati ad arrabattarsi nella precarietà e rassegnati a ingrossare la nuova classe di professionisti poveri.
    L´ondata delle liberalizzazioni con annesse le famose “lenzuolate” di Bersani non è mai andata di moda tra gli avvocati. E questo è il momento della restaurazione.
    Il ministro Alfano ha convocato per domani gli Stati generali delle professioni. Non è la prima volta che accade. Diversi suoi predecessori l´hanno fatto annunciando in pompa magna – proprio come l´attuale Guardasigilli – la riforma delle professioni, per molte delle quali valgono ancora le regole scritte nella prima metà del Novecento. Bisogna avere coraggio, però, per scommettere su un risultato finale positivo perché tutti i tentativi sono rimasti incagliati (complici le lobby di turno) nei meandri del Parlamento.
    Le lobby, appunto. Che resistono indefesse alla globalizzazione e anche alla Grande crisi. Quando nel 2006 Bersani abolì l´obbligatorietà della tariffa minima fissata dal Consiglio nazionale forense con decreto del ministero di Grazia e Giustizia, si disse che avrebbe favorito l´ingresso nel mercato dei giovani avvocati potendo questi provare a competere con gli studi già affermati, giocando sui prezzi per conquistare un po´ di clientela. Il mercato, insomma. Non è andata proprio così e, soprattutto, non andrà così viste le intenzioni del ministro e dell´Ordine degli avvocati.
    Certo che i giovani legali hanno offerto le proprie prestazioni a prezzi più bassi, ma in fondo già lo facevano seppur di nascosto per non incorrere nella censura disciplinare dell´Ordine. Dice Gaetano Romano, esuberante animatore di una delle associazioni dei giovani avvocati (l´Ugai): «La Bersani non ha fatto altro che formalizzare una situazione esistente».
    Chi davvero ci ha guadagnato, allora, dall´abolizione delle tariffe minime sono stati i grandi clienti: la banche, le assicurazioni, i gruppi industriali o del terziario, gli enti pubblici come l´Inps. Lobby potenti o «il grande capitale», come le chiama Ester Perifano, avvocato di Benevento e segretaria dell´Associazione nazionale degli avvocati (l´Anf), che conta non più di 10 mila iscritti tra gli oltre 200 mila avvocati italiani. Sono quelle lobby che hanno rinegoziato i contratti e hanno «imposto» agli avvocati le tariffe forfait, inferiori di molto ai vecchi minimi, per tutte le cosiddette «cause seriali» come il recupero dei crediti o gli incidenti automobilistici. Prezzi stracciati, secondo gli avvocati.
    Ma questo doveva essere il primo passo per calmierare i prezzi e costruire un po´ alla volta il mercato e la concorrenza che, come sempre, gradualmente premia i consumatori e gli incomer, cioè i giovani. Ora si torna indietro. Anche perché il Parlamento sta esaminando una proposta per riorganizzare l´attività forense, sostanzialmente scritta dall´Ordine (il Cnf), sostenuta nelle commissioni dai tanti avvocati-parlamentari e nel governo dall´avvocato-ministro Alfano per quanto per sua stessa ammissione non abbia mai affrontato «la trincea forense». Per capire cosa pensino però quelli che nella trincea ci stanno e combattono con gli studi di tutto il mondo basta ascoltare Giovanni Lega, presidente dell´Asla, l´associazione dei grandi studi legali (120 iscritti per quasi 9 mila professionisti): «E´ una riforma da gambero. Ricorda il Gattopardo? Cambiare tutto per non cambiare nulla. E´ una riforma politica che serve al Consiglio nazionale forense, non agli avvocati». Soprattutto a quelli più giovani e neanche ai consumatori. Perché non c´è solo il ripristino della tariffa minima che l´Antitrust di Antonio Catricalà ha sempre bocciato in quanto contraria alla libera concorrenza. C´è di più. E, forse, di peggio. C´è, di nuovo, l´altolà per gli studi legali di farsi pubblicità e quello di costituire società di capitali. «Sono anacronistici divieti – commenta Riccardo Cappello, presidente dell´Agiconsul, piccola organizzazione di consulenti che aderisce alla Confindustria – che avvantaggiano chi da più tempo sta sul mercato ai danni di chi aspira ad entrarci».
    C´è tutto questo nella legge in discussione, nonostante la crisi abbia contribuito a tagliare del 30-40 per cento anche i fatturati degli studi legali e fatto scendere progressivamente il reddito medio della categoria. C´è tutto questo quando in Gran Bretagna 15 studi legali stanno pensando di quotarsi alla Borsa della City e quando internet permette di superare qualsiasi barriera territoriale. E ancora, quando sulla rete si può offrire la propria consulenza legale come ha fatto Bruno Sgromo, che si è inventato «NetWork Legale Sgromo: avvocati in pay per result». Si paga il 70 per cento del pattuito solo se si vince la causa, altrimenti la parcella si ferma al 30.
    Avvocati low cost, come quelli che per strada, da Roma a Milano, hanno aperto delle vere e proprie botteghe giuridiche per consulenze veloci, pagamenti rateizzabili, e anche il patto di quota-lite che solo a pronunciarlo fa rabbrividire le burocrazie del Consiglio, ma che non è altro che un accordo tra le parti che consente al cliente di versare al professionista una quota del risultato ottenuto vincendo la causa.
    L´Oua, come del resto il Consiglio, è contraria pure alla figura dell´avvocato-dipendente. Maurizio Di Tilla, presidente dell´organismo: «L´avvocato-dipendente non è un libero professionista. Dipende da uno studio, segue la logica dello studio. Non può essere nel “libero foro”». Eppure è una figura che altri paesi hanno riconosciuto. La Spagna per esempio. Da noi si preferisce una strada più ipocrita: quella delle partite iva, avvocati dipendenti mascherati. E allora: liberi professionisti o giovani precari? E soprattutto: così si tutela la “dignità e il decoro” della categoria in nome dei quali l´Ordine ha sospeso per due mesi un pool di avvocati monzesi rei di aver pubblicizzato le loro (basse) tariffe?

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