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Il sindaco leghista: «Mensa non pagata, bambini fuori dalla scuola», di Cinzia Gubbini

Neanche a pane e acqua, bensì fuori da scuola per due ore. Dove non si sa, non è questione che interessa l’amministrazione leghista di Adro. Siamo in Franciacorta, provincia di Brescia, e la guerra contro i bambini figli di famiglie che non pagano la mensa scolastica vede di nuovo protagonista un sindaco del Carroccio: Oscar Lancini. Le polemiche contro un’analoga iniziativa adottata il mese scorso a Montecchio Maggiore, nel Vicentino, dove gli alunni morosi furono sfamati con panini imbottiti e una bottiglia di acqua, non hanno intaccato i primi citadini in camicia verde. Così da stamattina 40 bambini dell’Istituto comprensivo di primo e secondo grado di via del Lazzaretto a Adro non saranno ammessi alla mensa scolastica. La circolare che è stata recapitata ai genitori – tramite bambini, che si sono visti consegnare in classe una busta chiusa di cui tutti i compagni conoscevano già il contenuto, si può immaginare la vergogna – parla chiaro: «L’organizzazione scolastica non ha nessuna possibilità e risorsa strutturale ed economica per garantire agli alunni l’assistenza e soprattutto un pasto alternativo rispetto a quello fornito dall’amministrazione comunale con il servizio della mensa scolastica». Insomma, scrive il dirigente scolastico Gianluca Cadei, la scuola non sa né come assistere, né cosa dare da mangiare ai bambini se non ci pensa chi ne ha la responsabilità, cioè il Comune. Quindi l’unica soluzione è che i figli dei morosi durante le ore dei pasti escano da scuola. Ma siccome si tratta di minorenni la circolare specifica che «dovranno essere ritirati dalla scuola alle 12,10 e riaccompagnati dai genitori alle 14,10 per le lezioni del pomeriggio». Ma come faranno i genitori che lavorano? E la mensa non è forse orario scolastico obbligatorio? Il sindaco Lancini non si fa, evidentemente, tante domande. Contro la decisione dell’amministrazione comunale di Adro si sono mossi la Caritas e lo Spi Cgil, che per stamattina annunciano un’iniziativa di protesta: volontari porteranno nella scuola di via Lazzaretto cibo, frutta e acqua per i bambini esclusi dalla mensa. Ma da quanto è trapelato, il sindaco non ha intenzione di permettere l’ingresso nelle aule scolastiche dell’associazione cattolica e del sindacato dei pensionati.
Lancini è famoso per le sue iniziative contro gli immigrati extracomunitari: anni fa mise una taglia sui clandestini, ad Adro gli extracomunitari sono sistematicamente esclusi dai bonus per le famiglie bisognose. Ma dalla guerra agli immigrati, la politica dell’amministrazione leghista sta virando velocemente verso la guerra contro tutti coloro che si trovano in difficoltà economiche e sociali. L’esempio della mensa scolastica è lampante. La maggior parte di bambini esclusi è di origine straniera, ma non sono stati risparmiati i bambini italiani. Spesso alle spalle hanno già il dramma della crisi economica e della perdita del lavoro dei genitori. Oppure solo una vita complicata, come nel caso di Ilaria Poli, la cui figlia che frequenta la quinta elementare è tra gli esclusi: «Cresco da sola tre figli – spiega – Ho sempre pagato, ma spesso in ritardo. Va anche detto però che a Adro la mensa si paga in anticipo: ti risarciscono se il bambino non frequenta». Pur avendo un reddito basso, Poli paga il massimo della retta (100 euro al mese) perché non è residente a Adro, ma in un paese vicino. In pratica sconta la volontà della giunta leghista di negare ogni supporto ai non residenti, pur essendo italianissima. Ad Adro la signora lavora, ci vive sua madre, e per questo ha iscritto sua figlia in quel Comune, pur essendo «straniera». Stamattina accompagnerà sua figlia a scuola: «Le ho parlato, ha sofferto per questa situazione. Ma a scuola andrà comunque. Non ci possono sbattere fuori».
Il Manifesto 07.04.10

"La grande riforma di Arlecchino", di Michele Ainis

Messe in archivio le elezioni, la politica ha ripreso a trastullarsi col suo gingillo preferito: le riforme costituzionali. Non è una novità, sono trent’anni che ci giriamo attorno. Nel frattempo abbiamo sfogliato tutti i petali di questa margherita, dal presidenzialismo al cancellierato, dal neoparlamentarismo al premierato. Ora è il turno del semipresidenzialismo in salsa francese, evocato a gran voce dalla Lega. Neanche questa è una prima assoluta, benché pochi ne serbino memoria. Un mercoledì di giugno del 1997 la Bicamerale di D’Alema lo scelse infatti come futuro sistema di governo, sia pure in modo alquanto accidentale. Era accaduto che i commissari della Lega, che da quattro mesi ne disertavano i lavori, si presentassero compatti al voto conclusivo, rovesciando la maggioranza favorevole alla premiership. Un’imboscata, ma alla fine tutti si dichiararono contenti, tanto per noi italiani ciò che conta è una bella targa straniera sul modello di riforma, francese o inglese fa lo stesso.

Sta di fatto che in Francia il semipresidenzialismo esprime precisi connotati. In primo luogo, nel 1958 venne imposto da De Gaulle con uno strappo costituzionale, giacché il progetto di riforma non fu mai discusso in Parlamento; ma speriamo che almeno questo ci venga risparmiato, dato che non abbiamo un’Algeria nei nostri confini, né i parà del generale Massu a rumoreggiare nelle piazze.
In secondo luogo, l’obiettivo di De Gaulle era di mettere un bavaglio alle assemblee elettive; e infatti il Parlamento francese non ha mai avuto una salute di ferro, nemmeno dopo la riforma predisposta nel 2008 dalla commissione Balladur. Per un Parlamento malaticcio com’è ormai quello italiano, il semipresidenzialismo insomma può risolversi nel colpo di grazia, quello che ti toglie il fiato in gola. In terzo luogo, e soprattutto, l’attributo più pregnante del modello francese descrive altresì il suo fattore di maggiore debolezza. La Quinta Repubblica – diceva Duverger – è infatti un’aquila a due teste, con un capo dello Stato eletto direttamente dal corpo elettorale e un Primo ministro sostenuto dalla maggioranza in Parlamento. Tutt’e due a dividersi il menu, talvolta litigando (è accaduto nei 9 anni di coabitazione fra esponenti di partiti avversi), talvolta con il secondo ridotto a maggiordomo del presidente in carica. Da qui una perenne fonte d’incertezza: non a caso in mezzo secolo di vita la Costituzione francese ha attraversato 23 revisioni.

Ma forse per i politici italiani vale di più l’unica certezza che si può comprare in Francia: la doppia poltrona. In una ci fai sedere Berlusconi, nell’altra può sempre accomodarsi Bossi. E Fini? Se il metro di giudizio è questo, più che un semipresidenzialismo servirebbe un tripresidenzialismo, un presidenzialismo al cubo. Senza dire che i modelli non si possono copiare a pezzi, questo sì, quello no. In Francia c’è una legge elettorale che contempla il doppio turno, e che a sua volta è un po’ come il cemento che tiene insieme l’edificio: prendiamo pure quella? Sempre in Francia c’è uno Stato accentrato, dove i 36 mila municipi hanno ben pochi poteri, le regioni men che meno, e dove i prefetti esprimono la voce del padrone: come si concilia questo monolite con il federalismo della Lega? Tanto varrebbe allora spingere lo sguardo verso un autentico Stato federale, gli Usa di Barack Obama. A patto d’importare tuttavia anche i poteri del Congresso americano, dove il presidente non può nemmeno metter piede. Nonché la sacralità del potere giudiziario, che può permettersi di convocare il Papa in qualità di testimone, come è stato appena chiesto al tribunale di Louisville.

No, non è un vestito d’Arlecchino l’abito che ci renderà eleganti. Né un vestito preso a prestito, perché ogni popolo ha la sua taglia, e ha pure la sua storia. La nostra racconta un’indipendenza nazionale che dura da 150 anni; tornare al rango di coloni sarebbe il modo peggiore di far festa.
La Stampa 07.04.10

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Riforme, Pd scettico ma non chiude. Bersani: «Li aspettiamo in Parlamento»

In acque già agitate dopo il voto regionale, il freno sull’acceleratore delle riforme, impresso dalla maggioranza e oggi dal ministro leghista Roberto Maroni, rischia di aprire un solco nel Partito Democratico. Sulla scia di posizioni storiche, i veltroniani, nel ritrovato protagonismo post-elettorale, aprono al semipresidenzialismo alla francese mentre l’elezione diretta del capo dello Stato non ha mai convinto gli ex popolari. Prima di cercare una quadra all’interno, però, il segretario Pier Luigi Bersani vuole capire se la maggioranza fa sul serio e per ora resta fermo sulla bozza Violante.

«L’assenza di identità» del Pd, secondo la critica del presidente della Provincia Nicola Zingaretti, passa anche dal fatto che i democratici hanno da sempre posizioni diverse su modelli istituzionali e legge elettorale, andando dal modello tedesco, caro a Massimo D’Alema, al modello “sindaco di Italia”, da sempre simbolo di un governo che decide per Walter Veltroni. I due, nella riunione del coordinamento politico, la scorsa settimana, si sarebbero trovati, però, d’accordo su un punto: il Pd non può essere pregiudizialmente contrario al presidenzialismo. Posizione sulla quale oggi i veltroniani, davanti alla proposta del ministro dell’Interno, fanno un passo avanti sulla strada del dialogo: «Se i due pezzi più ragionevoli della maggioranza – sostiene il costituzionalista Stefano Ceccanti – cioè la Lega e Fini riprendono cose dette da noi sin dall’inizio, auspico che si rifletta prima di chiudere in modo preconcetto». Anche perchè il semipresidenzialismo si accompagnerebbe al sistema elettorale del doppio turno, che è stato a lungo cavallo di battaglia dei Ds e anche di Dario Franceschini.

Bersani, dal canto suo, è pronto al confronto in Parlamento con la maggioranza. Ma prima, spiegano i suoi, «bisogna che la maggioranza ci faccia vedere le carte». «Mi pare che sul senato federale e la riduzione del numero dei parlamentari siamo tutti d’accordo. Se domani vengono in Parlamento lo facciamo: di chiacchiere ne abbiamo fin sopra i capelli». «Nella maggioranza – però – uno propone una cosa, un altro un’altra, ne ho sentite di tutte le razze». «Il Pd – è la linea del segretario – ha una sua proposta, la bozza Violante. La maggioranza faccia la sua, se hanno cambiato idea spieghino perchè, e confrontiamoci in Parlamento». Una posizione che, però, rischia di essere tacciata di immobilismo da parte della minoranza interna.

«Nella direzione del 17 o in un’altra sede – spiega un dirigente di Area Democratica – dobbiamo discutere e alla fine decidere, magari anche votando, su un modello più complesso rispetto alla bozza Violante altrimenti potremo solo aderire o rifiutare la proposta che la maggioranza metterà sul piatto».
L’Unità 07.04.10

Rossi: "Il capitalismo resta malato nuove regole o sarà la fine", di Giovanni Pons

Intervista al professore già presidente di Consob e Telecom, tra i padri della legge antitrust. “Quando si è consegnata la Borsa alle banche, si doveva sapere che non fanno beneficenza”.
Professor Guido Rossi, a un anno e mezzo dal crollo di Lehman Brothers e dal collasso del sistema finanziario globale il Congresso americano e l’Europa non hanno ancora adottato alcuna nuova regola. Si va avanti come se niente fosse? “Proprio così – sottolinea il giurista, ex presidente di Consob e Telecom – e la cosa peggiore è che viviamo ancora nell’ignoranza delle ragioni profonde della crisi e delle misure necessarie per far ripartire l’economia. Almeno però in America si è sviluppato un dibattito critico e speriamo costruttivo sul grande tema del capitalismo grazie a intellettuali come Richard Posner che dopo “Il fallimento del capitalismo” ora ha scritto “La crisi della democrazia capitalista”, sostenendo cioè che la crisi economica sta diventando una crisi della democrazia”.

Non c’è proprio alcun segnale all’orizzonte che possa far sperare in un’inversione di tendenza?
“Come al solito la produzione di nuove regole deve essere sollecitata dalla giurisprudenza. Una recentissima sentenza della Corte Suprema Usa presa all’unanimità ha riaffermato la “possibilità di contestare giudizialmente l’importo degli emolumenti quando essi risultano così eccezionalmente sproporzionati da non avere alcuna ragionevole relazione con le prestazioni reali, quando non siano stati stipulati in buona fede e siano frutto di conflitti di interesse”. È una sentenza storica che ribalta quella della Corte d’appello di Chicago del 17 maggio 2008 nella quale si sosteneva che i giudici non potevano intervenire sugli stipendi ma bisognava lasciar fare al libero mercato. La decisione, che diventerà famosa, è Jones versus Harris Associates”.

Ma anche in Europa è stato fatto qualcosa di simile, sembra sia passata l’idea che gli stipendi debbano essere approvati dalle assemblea delle società.
“I tedeschi e gli inglesi hanno stabilito per legge che compensi e bonus devono passare dall’assemblea anche se il parere di questa non è vincolante. Adesso con la sentenza della Corte Suprema americana gli emolumenti dei manager dovranno risultare più equi e per questa via si arriverà probabilmente anche a un ridimensionamento del rapporto debito-capitale delle banche. Le operazioni a debito altamente rischiose hanno infatti favorito i grandi compensi”.

In assenza di regole precise le grandi banche, anche italiane, hanno ripreso a macinare utili e i banchieri ne hanno beneficiato con stipendi e bonus a livelli molto alti. È giusto?
“A questo riguardo valgono le parole del premio Nobel Stiglitz nel suo recente volume dal titolo significativo “Free fall” (Caduta libera). Il sistema bancario nel 2009 ha prodotto profitti record e ha pagato 145 miliardi di dollari in bonus ai dipendenti, il tutto in uno scenario economico in cui aumenta la disoccupazione. Stiglitz ha anche proposto che le attività rischiose delle banche debbano rimanere separate dai depositi e dal risparmio della gente o se non altro che il tutto deve essere assolutamente trasparente e non opaco come è ora”.

Le grandi lobby finanziarie stanno ostacolando una regolamentazione di derivati, credit default swap e repos, perché altrimenti diminuirebbero le loro opportunità di guadagno…
“La lobby che più agisce in questo senso è quella legata alla banca d’affari americana Goldman Sachs che vanta affiliati sia nelle istituzioni americane sia all’estero. Non è un caso che Tim Geithner e in ultima istanza anche Obama abbiano frenato, sinora, sulle grandi riforme dei mercati finanziari. Dove sono finiti i Global Legal Standard che meno di un anno fa tutti volevano approvare?”

Forse non si vuole imparare dal passato, le borse sono tornate su, l’emergenza è finita e i bilanci pubblici appesantiti dalle perdite assorbite dai privati. Quando arriverà la prossima bolla?
“Il sistema non sarà più in grado di sopportare lo scoppio di una nuova bolla. Arrivati a questo punto il problema è ancora più profondo: è la democrazia che non sa reagire allo strapotere del sistema bancario, come sostiene Posner. Ecco perché è così necessario implementare delle regole nella finanza che non si possano aggirare e che portino maggiore trasparenza pagando il prezzo, forse, di minori profitti. È vitale per la tenuta della democrazia”.

Le banche italiane hanno sopportato meglio la crisi rispetto alle big mondiali ma anche da noi non sembra cambiato molto rispetto al passato: utili da trading e bonus generosi per i banchieri.
“Una volta terminata la falsa discussione sui sistemi di governance dualistici in Italia non sono state introdotte né regole per rendere i bilanci delle banche più aderenti alla realtà né paletti per ridurre la leva finanziaria. Le banche italiane hanno retto grazie alle Fondazioni che si sono dimostrate gli unici investitori di lungo periodo in assenza dei fondi pensione”.

Sì ma ora la politica torna a premere sulle Fondazioni, che reclamano più governance a fronte di un impegno di risorse maggiore e minori dividendi.
“Io credo che finora la politica non sia entrata in modo così clamoroso nelle vicende bancarie e che comunque anche qui bisogna piantare dei paletti. Senza regole allora diventano preminenti le lotte di potere e in Italia mi pare che ultimamente sia prevalso un potere di tipo “tribale””.

Oltre a darsi lauti stipendi i banchieri si sono recentemente dedicati a cambiare i vertici di Mediobanca e Generali.
“Credo che la giostra delle nomine non risolva i problemi alla radice. In Italia le regole valgono soltanto per le questioni “bagatellari”, mentre per quelle rilevanti vale l’eccezione alla regola e quindi il potere svincolato da tutto, che si tratti della protezione civile o della presidenza delle Generali”.

Le banche non sono riuscite a far fronte comune nemmeno nel difendere la proprietà della Borsa Italiana, a questo punto è lecito pensare che sia stato un errore privatizzarla. O no?
“Anche le privatizzazioni in Italia sono state fatte senza una cornice di regole. Così oggi abbiamo Eni ed Enel ancora controllate dal Tesoro, le ex Bin in mano alle Fondazioni che hanno garantito stabilità permettendo loro di svilupparsi, mentre quelle fatte sul mercato, come la Telecom, hanno utilizzato la leva finanziaria con il risultato che oggi, malate di eccessivo indebitamento, non possono investire per fronteggiare l’innovazione tecnologica. Quindi, quando si è consegnata la Borsa alle banche, bisognava tener conto che queste non fanno beneficenza e che al momento opportuno avrebbero potuto vendere”.

Non crede che gli unici che stanno imparando dal passato siano i cinesi, i quali stanno cercando di sgonfiare le bolle con provvedimenti che raffreddano i settori a rischio, come l’immobiliare?
“Sono d’accordo, i cinesi stanno tenendo basso il cambio dello yuan per favorire le esportazioni e al contempo sviluppare la domanda interna. Quando questa sarà sufficientemente robusta rivaluteranno la moneta favorendo le importazioni che potranno risollevare la domanda mondiale. E non bisogna dimenticare che operando in questo senso detengono già oggi gran parte del debito pubblico americano, per il 45% già in mani straniere. Credo che i cinesi abbiano capito più di altri il messaggio di Keynes: nelle fasi di crisi è meglio dare meno denaro ai ricchi e di più ai poveri, perché questi hanno una maggiore propensione al consumo e possono ricreare la domanda se si vuole ottenere la piena occupazione”.
La Repubblica 07.04.10

"La Lega ha già diviso l'Italia: a Bari c'è la Ru486 a Torino no", di Maria Zegarelli

«Noi siamo pronti, mercoledì avremo a disposizione le dieci scatole di Ru486 ordinate dalla farmacia centrale e poi valuteremo caso per caso a quali donne somministrare la pillola abortiva». Il dottor Nicola Blasi, responsabile delle interruzioni di gravidanza del Policlinico di Bari Giovanni XXIII stamattina incontrerà il direttore generale per stabilire se sarà necessario o meno il ricovero di tre giorni nella struttura ospedaliera e poi, domani procederà alle prime somministrazioni. Sono circa sette le donne che hanno chiesto di poter effettuare l’aborto farmacologico, «ma considerati i tempi lunghi in cui si è finalmente delineata questa vicenda, presumo che alcune di loro abbiano già superato le sette settimane di gravidanza entro le quali è possibile optare per la Ru486», spiega il medico. Non è affatto preoccupato dalle polemiche esplose di nuovo intorno alla pillola abortiva all’indomani delle regionali con l’annuncio dei neo governatori di Veneto e Piemonte, Zaia e Cota, di voler bloccare il farmaco nelle loro regioni. «Noi applichiamo la legge», ribadisce il medico.

In un paese che di normale ha sempre meno, dove la realtà e la sua mistificazione divengono un tutt’uno, succede che due governatori, leghisti, appena eletti dicano che per quanto li riguarda nei loro territori la legge non si applica. E così finisce per diventare un caso una regione che la legge la applica per prima, la Puglia appunto. È vero, gli stessi ministri della maggioranza di cui fanno parte i governatori, li hanno costretti a fare un passo indietro; lo stesso Umberto Bossi, gli ha ricordato che la legge va rispettata. Zaia e Cota alla fine si sono dovuti adeguare, ma intanto gli effetti si sono già fatti sentire.

Silvio Viale, ginecologo del Sant’Anna di Torino, dice che l’ordine che lui aveva fatto è stato bloccato proprio in conseguenza dell’annuncio di Cota, tanto che le donne che ne avevano chiesto la somministrazione dovranno aspettare ancora o rinunciarci se i tempi si allungheranno ulteriormente.

Nel frattempo, un gruppo di leghisti il giorno di Pasqua in via Garibaldi ad Ancona ha fatto volantinaggio con lo slogan «Ru486 omicidio fai da te». Non se li è filati nessuno e chi si è fermato lo ha fatto per dissentire. Non si placa neanche Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl al Senato: «Rattrista vedere tanta superficialità e tanta disinformazione sull’aborto. Compresi i soliti che soffrono un inguaribile complesso di inferiorità rispetto alla sinistra». Insiste: «La Ru486 non può essere usata a domicilio fuori dai vincoli posti dalla legge 194. È così difficile capire che l’interruzione di gravidanza, anche con mezzi chimici, deve avvenire in ospedale nel rispetto delle norme e soprattutto a garanzia della salute delle donne? Chi dice cose diverse vuole l’aborto fai da te gestito dalle mammane chimiche».

Tanto per chiarire le idee: la pillola si muove nei binari della 194 e non potrebbe essere altrimenti; l’aborto chirurgico prevede un ricovero in day hospital; la Ru486 può prevedere tre ingressi in ospedale (con uscita dopo alcune ore di osservazione), o il ricovero di tre giorni. Oggi il day hospital è previsto in Emilia, Puglia e in provincia di Trento, mentre nelle Marche, in Toscana, Lombardia e Veneto è previsto il ricovero. In Piemonte, fino ad ora erano previste entrambe le opzioni. Da nessuna parte è previsto il fai-da-te. «Non capisco contro chi stia blaterando il senatore Gasparri – commenta Livia Turco Pd – mi viene il sospetto che dopo l’autogol dei due governatori di centrodestra, stia cercando si spostare l’attenzione su un problema che non esiste». Si dice «sorpreso e stupito» dal dibattito italiano l’inventore della Ru486, l’ottantaduenne endocrinologo francese Etienne-Emile Baulieu.

«Come è possibile? È incredibile. Mi chiedo perché in Italia il dibattito è ancora così forte, e perché proprio ora? È un Paese democratico, si è liberi di avere opinioni diverse e poi, la scelta di usarlo è delle donne». Cota, Zaia, Gasparri, Osvaldo Napoli e Stefano Valdegamberi (consigliere regionale Udc del Veneto che chiede la revisione della legge 194). uomini a caccia delle streghe. «Per fortuna ci sono le donne che intervengono al momento giusto per correggere l’”esuberanza post-elettorale” dei maschi anche quando sono governatori», commenta Maria Ida Germontani, senatrice Pdl. In Piemonte, intanto, sono proprio le donne ad organizzarsi: l’associazione «Usciamo dal silenzio» lancia una manifestazione, il 25 aprile per difendere la libertà di scelta.
L’Unità 06.04.10

"I ragazzi poveri imparano di meno", di Emanuela Micucci

I bambini più poveri all’inizio della scuola dell’obbligo sono un anno dietro ai compagni. In particolare lo svantaggio economico ne impoverisce il linguaggio causandone un ritardo di 11,1 mesi sui coetanei provenienti dalle famiglie a reddito medio. A rivelarlo uno studio britannico sulle competenze linguistiche dei bambini inglesi nella prima infanzia, pubblicato recentemente dalla Fondazione Sutton (www.suttontrust.com). Dalla serie di test somministrata a circa 12.500 bimbi di 5 anni, tuttavia, emerge che un ambiente favorevole e una buona cura parentale possono ridurre di 9 mesi il gap di apprendimento fra classi medie e povere.

Fattori comuni

Fattori comuni nelle famiglie più disagiate influenzano lo sviluppo del linguaggio dei figli: circa la metà (47%) dei bambini che provengono da 1/5 delle famiglie più povere inglesi, infatti, sono nati da madri giovani, con meno di 25 anni di età, e il 65% non vivono con i proprio genitori biologici.

Le buone abitudini

Esistono poi buone abitudini familiari che favoriscono lo sviluppo sia fra i bambini poveri sia tra quelli benestanti. Così, avere i genitori vicini prima di andare a dormire tra i 3 e i 5 anni fa progredire di 2 mesi e mezzo lo sviluppo del linguaggio. Due mesi in caso di letture quotidiana per i figli di 3 anni. A parità età, poi, i bambini che vanno in libreria con i genitori almeno una volta al mese sono avanti di 2 mesi e mezzo sui coetanei che non la frequentano. Un potenziale di una buona genitorialità che permette di superare alcuni effetti negativi della povertà sviluppo precoce dei bambini. «I risultati dello studio sono un atto d’accusa tragico sulla società moderna», commenta Peter Lampl, presidente della Trust Sutton, «e prospettive dei nostri bambini dipendono tanto dal loro contesto familiare, non dai loro talenti individuali». Ora c’è la prova «che politiche e programmi per i bambini a basso reddito contribuiscono a ridurre i divari nella prima infanzia», afferma Jane Waldfogel, curatore dello studio, «sappiamo anche che il meglio di questi investimenti produrranno rendimenti nettamente superiori ai loro costi». Tra le 5 priorità individuate per ridurre il gap una riguarda proprio i nuovi fondi che il governo inglese guidato da Gordon Brown prevede di stanziare per estendere l’istruzione gratuita materna a 3 e 4 anni: per la Trus Suddon andrebbero reinvestiti per fornire 25 ore di scuola materna di una settimana a bimbi di 2-4 anni del 15% delle famiglie più svantaggiate, accompagnandole con programmi per i genitori.

Da ItaliaOggi 06.04.10

L'Aquila un anno dopo. Dolore e fiaccolata. Fischiato il messaggio di Berlusconi

Questa volta alle 3.32 c’èstato solo un lunghissimo silenzio, seguito da 308 rintocchi della campana delle Anime Sante: gli aquilani si sono ritrovati in tanti – oltre 25 mila – in quella piazza del Duomo dove un anno fa accorsero feriti, spaventati, addolorati per il terribile terremoto che aveva distrutto la loro città e ucciso parenti, amici, studenti venuti da lontano.

C’è stata, sì, una scossa di terremoto, alle 2:57, ma di magnitudo 2.2, ovvero niente rispetto a quella di 6.3 del 6 aprile 2009. È stata una notte diversa, illuminata da migliaia di fiaccole, candele, lumini che dalla sera prima avevano dato luce lungo le strade buie ai quattro cortei silenziosi partiti da altrettanti quartieri per raggiungere la zona rossa del centro storico. Un gesto di grande valore simbolico non solo per commemorare le vittime, ma anche per ribadire la volontà di tornare ad occupare il cuore della città e, quindi, di riappropriarsi di un’identità ferita per la lontananza forzata.

Quattro cortei – composti da giovani, anziani, alcuni con le stampelle, giovani coppie con i bambini nelle carrozzine – aperti ognuno da un gruppo di parenti delle vittime e dai vari comitati cittadini che da un anno si battono per tenere alta l’attenzione rispetto ai problemi della ricostruzione e per pungolare le autorità. Non c’è stata alcuna contestazione lungo i percorsi nè quando, tutti assiepati nella piazza principale, è stata attesa l’ora fatidica. Prima sono stati letti i nomi delle 308 vittime, poi sono seguiti i rintocchi della campana. Alla fine, in silenzio e con i ceri e le lampade ancora accesi, il ritorno a casa – per moltissimi lontano dall’Aquila – o alla Basilica di Collemaggio per la messa solenne dell’arcivescovo Giuseppe Molinari, il quale ha esortato a fare in modo che «questa notte segni l’inizio di un nuovo cammino con l’aiuto di Dio».

In formato minore, ma identica, la commemorazione ad Onna, frazione simbolo di quella scossa mortale, che ha voluto sottolineare il «nuovo cammino» posando alle 4.32, un anno e un’ora dopo il sisma, la prima pietra del centro sociale. Non ci sono state le contestazioni temute perchè, alcune ore prima, alcune persone che assistevano al consiglio comunale tenuto nella chiesa delle Anime Sante, avevano fischiato mentre veniva letto il messaggio del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

La notte è scivolata nel silenzio composto di «una bellissima e commovente fiaccolata all’insegna della pietà», come lo stesso prefetto ha rilevato, sottolineando che «la grandissima e composta partecipazione responsabilizza ancora di più le istituziuoni. Lì si è vista fino in fondo la determinazione di questo popolo».

L’anniversario è stato per gli aquilani un momento di riflessione e di dolore, ma anche l’opportunità per ribadire che «il non urlare fa parte della cultura di questa gente determinata e compatta», come hanno evidenziato alcuni cittadini ricordando che il cosiddetto «popolo delle carriole» in silenzio rimuove le macerie, ma lancia segnali forti alle istituzioni.

Ieri il premier aveva concesso una intervista al “Centro”:, difendendo l’operato di Bertolaso e dicendo: «Le risorse a disposizione sono sufficienti e sono già state rese disponibili. La ricostruzione dell’Abruzzo non ha e non avrà nulla a che vedere con gli sprechi e i ritardi del Belice, dell’Irpinia e dell’Umbria». «Gli aquilani – affermava Berlusconi – devono esser fiduciosi perchè le risorse necessarie per ricostruire L’Aquila sono già state previste nel decreto Terremoto: 8,6 miliardi di euro. E questo non era mai accaduto in passato. C’è chi infanga il lavoro fatto dal governo, ma noi abbiamo impostato la ricostruzione nei migliori dei modi”. «I miracoli li fa solo il Signore. Noi certamente abbiamo garantito uno sforzo di assistenza agli aquilani che non ha pari nella storia del nostro Paese e che è stato indicato come un modello a livello internazionale”.

Il messaggio di Napolitano Di fronte al terremoto in Abruzzo l’Italia ha saputo «unirsi» e mostrare «generosità». Lo scrive il capo dello Stato Giorgio Napolitano in un messaggio inviato alla popolazione colpita dal terremoto in Abruzzo, nel primo anniversario del sisma. «Di fronte a quei drammatici eventi, l’Italia ha saputo unirsi con esemplare slancio e generosità. L’azione di soccorso e di assistenza ha visto la mobilitazione rapida ed efficace di tutti i soggetti istituzionali e del mondo del volontariato». «Un anno fa – sottolinea Napolitano – la terra d’Abruzzo è stata colpita dal devastante terremoto che si è abbattuto su L’Aquila e sulle zone circostanti. Una tragedia che ha provocato pesanti, inconsolabili lutti e gravi sofferenze – queste ultime non ancora pienamente superate – alla popolazione, e che ha nello stesso tempo procurato danni ingenti al tessuto urbano e al prezioso patrimonio culturale e artistico di un territorio di antica civiltà».

“La Protezione civile non si perda in altre direzioni” La Protezione civile deve dedicarsi alle «calamità naturali», evitando di «perdersi in altre direzioni», sottolinea Napolitano. «La Protezione Civile – precisa – costituisce un sistema complesso – al cui vertice si colloca l’apposita struttura costituita presso la Presidenza del Consiglio dei ministri e presente anche capillarmente sul territorio – destinato ad interagire con le altre istituzioni pubbliche centrali e locali, per mobilitare e integrare tutte le energie e le competenze che occorre coinvolgere nelle situazioni di emergenza». Si tratta, sottolinea, di un «un modello organizzativo sviluppatosi e progressivamente perfezionatosi a partire dagli anni ’90, dotato di poteri eccezionali e che ha raggiunto livelli di straordinaria efficienza, riconosciuti anche a livello internazionale. Un modello che è chiamato a fronteggiare le calamità naturali e ad esse deve dedicarsi, senza perdersi in altre direzioni di intervento pubblico per ovviare alle lentezze di procedure ordinarie non ancora rinnovate e semplificate come è necessario da tempo».
L’Unità 05.04.10

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I racconti di chi è sopravvissuto: «Vogliamo verità e giustizia»
di Jolanda Bufalinitutti gli articoli dell’autore
Grazia Malatesta arriva da Vasto con la figlia Lilli, che studia architettura a Pescara: sono la mamma e la sorella di Davide. Quella notte Davide era preoccupato, dopo la scossa forte intorno alle 23, la mamma, minuta, graziosa, con grandi occhi azzurri, gli aveva detto «ti vengo a prendere, in due ore sono lì», ma lui le aveva risposto di essere stanco, di aver studiato tutto il giorno, di voler restare con gli altri. Davide, al primo anno di ingegneria gestionale , aveva quasi guadagnato tutti i crediti necessari per mantenere la borsa di studio. Arriva Gabriele Magrini, dopo essere andato «a trovare un amico al cimitero».

Gabriele è lo studente che si offrì, imbragato e sospeso da una gru, di indicare ai vigili del fuoco cosa c’era al posto di quel vuoto creatosi con il crollo nella casa dello studente: qui le stanze, i bagni, lo spazio comune … Perché nessuno dei responsabili ebbe il tempo di venire, racconta Antonietta Centofanti «Telefonai inutilmente a Luca D’Innocenzo , presidente dell’Adisu». Maddalena è la mamma di Luciana Capuano, morta insieme a Davide. «Si erano rifugiati insieme in tre, nella stessa stanza» – racconta Grazia «per darsi coraggio. Luciana, Antonella e Davide». Antonella si è miracolosamente salvata e «povera ragazza – dice Grazia – si è anche sentita in colpa per questo». Carmela Tomassetti, studentessa, aveva denunciato le crepe che si erano prodotte nel complesso una settimana prima.

Sergio Bianchi, anche lui arriva per tempo,portiamo i nostri striscioni di sempre: «Vogliamo che coloro che hanno ucciso i nostri figli siano assicurati alla giustizia». Quella appena trascorsa è la notte dell’anniversario: gli studenti sopravvissuti, i genitori, i fratelli e le sorelle, gli amici delle vittime del sisma del 2009 si raccolgono insieme a L’Aquila per guidare la fiaccolata, «momento collettivo ma privato di dolore». Sergio Bianchi è il papà di Nicola, morto nel crollo di via D’Annunzio. L’avvocato Alessandro Gamberini a nome dell’Associazione delle vittime universitarie del sisma e di federconsumatori ha presentato una memoria alla Procura dell’Aquila. «Ci sono dei protocolli precisi per il mancato allarme – spiega Bianchi – che non sono stati presi in considerazione dalla Commissione grandi rischi».

Anche Annamaria Cialente, mamma di Francesco, custode alla Casa dello studente morto insieme alla fidanzata studentessa Angela Cruciano, ritorna sul mancato allarme: «Avrebbero dovuto chiudere le strutture pubbliche, se il terremoto fosse stato di giorno nella facoltà di ingegneria, nelle scuole elementari ci sarebbe stata una strage». E’ quello che pensa Roberto Di Simone, il papà di Alessio, che proveniva da Penne , nella provincia di Pescara. Alessio era il più grande dei ragazzi rimasti uccisi, così bravo che si era guadagnato il diritto di restare alla casa dello studente anche per il tempo della specializzazione in informatica. «Il 17 febbraio – ricorda Di Simone – il professor Boschi scriveva che la situazione era tutt’altro che rassicurante. Preoccupazione non presa in considerazione dalla Commissione grandi rischi».

Tutti pensano anche allo studio prodotto dalla Abruzzo enginering, il cui palazzo ora si staglia deserto a pochi passi da ciò che resta della Casa dello studente. «Uno studio costato 5 milioni di euro e consegnato agli Enti locali – sostiene Di Simone – uUna mappatura degli edifici pubblici e di metà dei privati a rischio, con il calcolo della somma necessaria per adeguarli alle norme anti-sismiche».

Mentre scriviamo queste persone e tante altre si preparano all’appuntamento alla Fontana luminosa, attraverseranno l’unica via del centro de L’Aquila che taglia a metà la zona rossa, si fermeranno in piazza Duomo dove, alle 3e32 verranno letti i 308 nomi delle persone uccise dai crolli. «Non c’è odio in noi ma desiderio di giustizia per i nostri figli» – dice Di Simone che ha passato luglio e agosto con i tecnici che svolgevano le perizie: «Per me, ormai, è una ragione di vita agire per il bene di mio figlio e dei ragazzi che non ci sono più. Si vedeva ad occhio nudo che il cemento si disgregava, che le travi erano scavate per far passare i cavi e sttodimensionate».

«E i responsabili di quelle morti, L’Aquila deve poterli guardare in faccia». Per questo si batteranno, «mi batterò fino all’ultimo – afferma Annamaria Cialente – perché i processi non vengano spostati. Quei morti potevano essere evitati. Vogliamo sapere perché si sono sbriciolati i palazzi di via XX settembre e quelli di Pettino». «Anche se i processi fossero spostati, andrò ovunque – è l’intenzione di Roberto Di Simone – siamo molto uniti – aggiunge – anche perché ci tiene insieme l’utopia che ciò che è accaduto non accada più, che si stabiliscano norme più severe e tali da scoraggiare gli avvoltoi che si nutrono di carne umana».
L’Unità 06.04.10

"Lauree e talenti senza lavoro, Italia ultima per mobilità sociale", Luca Cifoni

Quel pezzo di carta, o meglio le competenze che ne derivano, dovrebbe essere la migliore assicurazione contro la crisi. Ma anche se gli ultimi dati sull’occupazione mostrano che, almeno nella sua fase iniziale, la crisi ha colpito soprattutto i lavoratori con un basso titolo di studio, questo non vuol dire che nel nostro Paese la situazione sia rose e fiori per chi dispone di una laurea, magari accompagnata da una solida esperienza professionale.
Anzi, alcune storiche carenze del nostro sistema formativo, unite ai limiti della struttura produttiva italiana, riescono a volte a creare il paradosso per cui le aziende non trovano le professionalità necessarie (come evidenziato ad esempio dal Rapporto di Almalaurea cui sabato Il Messaggero ha dedicato un’inchiesta), ma allo stesso tempo chi ha un curriculum di tutto rispetto incontra serie difficoltà collocarsi e soprattutto a ricollocarsi, specie se è intorno ai cinquanta.
Per capire come questo possa accadere bisogna partire da una peculiarità italiana nel panorama dei Paesi Ocse: il nostro Paese rappresenta almeno una parziale eccezione alla regola secondo cui le eccellenze sono premiate anche in termini di reddito. «In Italia – spiega Pietro Reichlin, docente di Macroeconomia alla Luiss – i salari dipendono molto dall’anzianità e tendono a premiare meno l’istruzione». Il risultato è una penalizzazione per i giovani, sui quali si scarica il peso della precarietà. Allo stesso tempo però – e particolarmente in tempi di crisi – questa situazione può ritorcersi contro le professionalità con esperienza, nel caso in cui si trovino a perdere la propria posizione: l’unica prospettiva può essere proprio la competizione sul terreno della precarietà (contratti a termine, collaborazioni non continuative).
Lo scarso premio al merito è solo l’altra faccia, o per molti aspetti anche la causa – di un fenomeno abbastanza noto empiricamente ma recentemente misurato proprio dall’Ocse: la bassa mobilità sociale che caratterizza il nostro Paese ed altre economie dell’Europa meridionale, rispetto ai Paesi nordici o, al di fuori dell’Europa, al Canada o alla Corea. Il successo professionale e il reddito dipendono in larga parte da quelli della famiglia di origine: un fenomeno che oltre ad essere frustrante per chi lo sperimenta, influenza negativamente la crescita economica. Le retribuzioni e i divari retributivi tra le diverse categorie di lavoratori tendono a persistere nel tempo, a trasmettersi di generazione in generazione: risulta così ad esempio che nel nostro Paese quasi il 50 per cento del vantaggio economico goduto dai padri ad alto reddito rispetto a quelli con stipendi modesti viene ereditato dai figli. In Danimarca, Norvegia, Finlandia, ma anche ad esempio in Canada, la percentuale è al di sotto del 20 per cento. Simmetricamente, da noi il figlio di un padre con istruzione universitaria ha oltre il cinquanta per cento di probabilità in più di accedere allo stesso titolo di studio, rispetto a chi non si è ritrovato in dote questa fortuna alla nascita.
Un’altra caratteristica del nostro mercato del lavoro è naturalmente la sua dualità, la grande divisione tra le regioni meridionali ed il Centro-Nord. Questa situazione si è tradotta storicamente, anche in tempi recenti, in ondate di migrazione, che ultimamente coinvolgono sempre di più proprio la componente più qualificata della forza lavoro, cioè, con qualche approssimazione, i laureati.
Il fenomeno è stato descritto recentemente da due ricercatori della Banca d’Italia, Sauro Mocetti e Carmine Porello, in uno studio sulla mobilità del lavoro. Dopo la fase storica dell’emigrazione da Sud a Nord, quella degli anni Cinquanta e Sessanta, la tendenza si è notevolmente attenuata fino all’inizio degli anni Novanta, quando è ripresa toccando probabilmente il culmine intorno al 2000. Poi c’è stata una nuova frenata, dovuta da una parte all’alto livello de prezzi immobiliari nel Centro-Nord, dall’altra alle trasformazioni del mercato del lavoro: la diffusione dei contratti a termine in particolare sembra aver scoraggiato molti dall’intraprendere una scelta così impegnativa.
All’interno di questo contesto però è cresciuto il peso dell’emigrazione dei laureati. Se negli anni Novanta lasciavano il Sud 7 laureati ogni 1000, tra il 2000 e il 2005 sono diventati 12. Le Regioni meridionali hanno perso nel quinquennio circa 50.000 “cervelli”, contro i 20.000 del decennio precedente.
Un ultimo fattore da considerare è la struttura produttiva del nostro Paese, che storicamente – oltre a caratterizzarsi per una grande frammentazione del tessuto imprenditoriale – è decisamente meno orientata verso i settori tecnologici. E questa è un’altra chiave dell’apparente paradosso. «Il problema può essere sia di domanda che di offerta – spiega Reichlin – da un parte c’è la scarsità di laureati in materie scientifiche, dall’altra l’offerta delle imprese che non è molto consistente».
Insomma, qualcosa che somiglia ad un circolo vizioso: i settori avanzati non hanno una massa tale da influenzare i percorsi formativi, ma chi ha produzioni di eccellenza rischia di dover cercare il capitale umano all’estero.
Il Messaggero 06.04.10