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Intervista a Tullio de Mauro: «L'Italia e la cultura? Separati in casa», di Francesco Erbani

Tullio De Mauro intervistato da Francesco Erbani punta il dito contro la classe politica. I nostri ministri stanno lentamente distruggendo la ricerca, l’insegnamento, l’università

Che ne è della cultura degli italiani? Qualcuno afferma che, tra i Paesi avanzati, il nostro, nonostante le buone performance economiche, sia penalizzato da una sostanziale arretratezza culturale. Rispetto alla media europea l’Italia ha una delle percentuali più basse di diplomatie laureati, soprattutto nelle materie scientifiche. Da noi si leggono meno libri e giornali. Per non parlare dello scarso numero di biblioteche pubbliche. Preoccupazione destanoi livelli di analfabetismo, magari, come si dice, «di ritorno».
La spesa per la ricerca è, in percentuale rispetto al prodotto interno lordo, quasi la metà della media europea. Il numero dei ricercatori sul totale delle persone impiegate è uno dei più bassi d’Europa e la loro etàtra le più alte. Insomma, più di un motivo per non essere ottimisti. Richiama questi dati Francesco Erbani nella prefazione alla nuova edizionedi un libro-intervista con Tullio De Mauro: La cultura degli Italiani (Laterza, pp. 278, euro 12,00).

L’EMERGENZA ITALIANA
Uscito per la prima volta cinque anni fa, il libro non aveva mancato di far discutere. Anche perché, di contro al pessimismo delle analisi correnti, pur senza nascondersi i problemi, De Mauro nel riflettere sullo stato della cultura nel nostro Paese, puntava a una definizione più ampia di questo concetto, per superare le accezioni troppo chiuse in ambito umanistico-letterario o peraltri versi troppo specialistiche. Detto questo, lo studioso puntava il dito contro quella che a suo avviso rappresentava la vera emergenza culturale in Italia: la disattenzione della nostra classe politica nei confronti della cultura stessa. Ora,a cinque anni di distanza, gli autori hanno provato ad aggiornare quelle riflessioni. Nella nuova edizione viene riproposto integralmente il testo del 2004, al quale è stato aggiunto un nuovo capitolo finale, inteso sia come verifica delle ipotesi formulate nella prima parte del volume sia come proposta di una sorta di osservatorio permanente sullo stato della cultura in Italia. La domanda di fondo che si pongono gli autori è se l’Italia sia o no una nazione culturalmente arretrata. De Mauro evidenzia i punti diforza e quelli di debolezza della culturanazionale, mostrando come la dimensione culturale debba essere considerata parte integrante anche del benessere materiale di una comunità. Le forme del benessere produttivo sono a rischio di perdita se ad esse la classe dirigente non fac orrispondere un’adeguata attenzione ai temi della scuola, della ricerca, della formazione, dell’università, della lettura.

DA PRODI ALLA GELMINI
Eppure le scelte degli opposti schieramenti politici negli ultimi anni sembrano essersi mosse in tutt’altra direzione. In questa parte dell’analisi (contenuta nel nuovo capitolo) De Mauro non fa sconti a nessuno: «Se si vuole prestare una logica d’insieme ai provvedimenti dei ministri Gelmini e Tremonti in queste materie, la logica sembra essere quella di una progressiva, rapida destrutturazione dell’apparato pubblico di ricerca e di insegnamento. Ma anche il Prodi bis è statoun’amara delusione per chi sperava che promovesse un rilancio della ricerca e delle spese per questa, per le università e le scuole». A sottolineare queste cose si rischia di essere tacciati di fare della retorica disfattista. Eppure chi lavora nella scuola e nell’università sa come oggi la situazione sia a dir poco drammatica, anzi proprio tragica, per la mancanza di fondi per le cose più essenziali: mancano i soldi per pagare i supplenti, per comprare la carta delle fotocopie, per acquistare nuovi libri e attrezzature, per la messa a norma degli edifici. Se interpellassimo il Ministero dell’Istruzione, ci direbbero che non è vero niente e che stiamo facendo dell’inutile allarmismo. Forse si potrà ingannare in parte l’opinione pubblica, ma chi sta nel mondo dell’istruzione in prima persona e tutti i giorni (insegnanti, ricercatori, studenti, genitori) conosce bene la realtà.

TAGLI ALLE RISORSE
Che senso ha varare una riforma per la quale anziché investire nuove risorse si tagliano quelle chec’erano prima? Questa bella, densa intervista di Erbani a De Mauro aiuta a porre tali scottanti questioni in un più ampio contesto, fatto di disattenzioni e irresponsabilità da parte di chi, governandoil Paese, dovrebbe essere chiamato a perseguire sagge prospettive di lungo periodo, anziché asfittici disegni utili solo a far quadrare i conti della serva. Con un prevedibile e forse irreversibile danno per il futuro del nostro Paese.

da L’Unità

«Le emozioni, la ragione e la realtà», di Mario Calabresi

La distanza tra la parte razionale e quella emotiva del cervello certi giorni appare immensa e insormontabile. Soprattutto se una parte dei cittadini, dei giornalisti e dei politici usa soltanto la prima e una parte consistente degli elettori invece va alle urne guidata dalla seconda.

Ieri mattina le analisi del voto e del successo della Lega, che in cinque anni ha raddoppiato i suoi consensi, parlavano di federalismo, di protesta e di voglia di rottura. Le motivazioni di chi ha scelto il partito di Umberto Bossi appaiono invece completamente diverse e si richiudevano in tre parole: serenità, normalità, sicurezza.

Questa distanza di percezione e interpretazione ci racconta che anche in Italia politici e analisti fanno riferimento solo ad una parte della nostra mente, quella più fredda, razionale e calcolatrice, cadendo così in errore e restando spiazzati di fronte ai risultati elettorali. Prima delle ultime presidenziali americane, Drew Westen, noto professore di psicologia e consulente politico, lo ha spiegato in un libro di successo. I conservatori, sostiene, sanno fin dai tempi di Nixon e poi di Reagan che la politica è soprattutto una «questione di racconto».

I progressisti, aggiunge Westen, hanno perso elezioni a ripetizione concentrandosi solo su questioni astratte e razionali, che non chiamano mai in causa cuore e pancia. Un candidato emergente di nome Barack Obama ha preso appunti e mettendo a frutto la lezione di Westen è riuscito a trasformare le tematiche più «cerebrali» in una «narrativa» capace di coinvolgere i suoi concittadini. E ha vinto.

I leader della Lega probabilmente non conoscono il professore americano, ma istintivamente ne hanno messo in pratica gli insegnamenti, mentre gli esponenti del centrosinistra, pur guardando ad Obama come a un esempio mitico, ripetono regolarmente gli errori storici dei democratici americani.

Il successo della Lega non penso sia figlio delle battaglie sul federalismo, o almeno non in modo preponderante in questa fase, ma nasce dalla voglia di dare il consenso a una formazione politica che viene vissuta come più prossima, più vicina e che parla un linguaggio di certo assai semplificato ma diretto e comprensibile. Difficile ignorare che i toni e le battaglie contro gli immigrati e l’integrazione hanno creato apprensioni e disagio in molti, così come appare irritante una semplificazione della realtà che tende ad identificare il diverso come ostile, ma leggere la vittoria di Bossi come uno scivolamento del Paese nel razzismo sarebbe ingannevole e non spiegherebbe cosa è successo.

La risposta alle politiche leghiste non può ridursi alla demonizzazione e a un nuovo allarme per la calata dei barbari, ma dovrebbe partire da un impegno reale sul territorio. La sede della Lega a Torino, il luogo dove è stata festeggiata la conquista del Piemonte, si trova a Barriera di Milano, in una delle periferie più difficili della città e gli arredi si limitano a foto di militanti sui muri e ad una serie di sedie di plastica verde. La piccola carovana leghista che dopo le due del mattino si è spostata in una deserta piazza Castello, per festeggiare la presa del potere, appariva fuori posto nel centro della città sabauda. Ma questa è sembrata essere la sua forza.

La prima volta che ho incontrato Roberto Cota gli ho chiesto di spiegarmi quali erano le prospettive politiche della Lega in Piemonte e lui mi ha risposto parlandomi per un quarto d’ora sui danni della grandine. Mi sembrava un marziano, ma i risultati della Lega nelle campagne del Cuneese come in quelle del Veneto ci dicono che anche lì c’era uno spazio vuoto che da tempo aspettava di essere riempito.

La teoria del cervello emotivo calza alla perfezione anche con Berlusconi: dopo un anno di scandali, feste dei diciott’anni, escort, processi, leggi ad personam, scontri sulla televisione, è riuscito a tenere in piedi la sua maggioranza e a portarla ad un’altra vittoria. Ha visto un calo dei suoi voti, ma la politica di alleanze che ha messo in piedi 16 anni fa – con la Lega al Nord, con gli eredi della Dc e dell’Msi al Sud – ancora regge e il suo potere di seduzione non si è esaurito. Non è certo tutto merito suo, ma anche della stanchezza di un elettorato che non vede maggioranze o progetti alternativi capaci di spingere ad un cambio di direzione.

La mancata sconfitta di Berlusconi, date le evidenze degli ultimi dieci mesi, dovrebbe allora farci pensare che quei temi che domenica scorsa Barbara Spinelli ci indicava come cruciali – le regole, la legalità, l’indipendenza dell’informazione e i diritti – siano inutili e non efficaci? Non rispondano a esigenze fondamentali? Nient’affatto, dovrebbero far parte del dna dei giornali, delle forze politiche, dovrebbero essere lo sfondo condiviso di una democrazia e sarebbe troppo pericoloso ignorarli. Ma forse dovremmo convincerci, una volta per tutte, che non possono essere i temi esclusivi di un programma elettorale e che da soli non sono capaci di dare la vittoria. La differenza la fanno la capacità di intercettare i bisogni, i desideri e le paure degli elettori e, facendosene carico, dare risposte concrete in un quadro che abbia come riferimento proprio le regole, la legalità e la separazione dei poteri.

Non si può pensare che una battaglia, per quanto corretta e incisiva, sulle firme, sui timbri o sulle procedure di presentazione delle schede sia capace di invertire il risultato di un’elezione, di rispondere ai bisogni dei cittadini.

L’avanzamento della Lega anche in Emilia e in Toscana ce lo ricorda, così come lo sottolineano gli inaspettati successi delle Liste Grillo. Mercedes Bresso – lo ha candidamente confessato l’altra notte di fronte alle telecamere – non immaginava neppure che potessero conquistare un voto. Non era la sola: i giornalisti al completo (noi compresi) le avevano sottovalutate nella stessa misura.

Ma non sarebbe stato impossibile capirlo: sarebbe bastato leggere con attenzione i giornali che produciamo ogni giorno. Non le pagine politiche ma quelle di società, ambiente e costume, dove parliamo degli italiani che si muovono in bicicletta, che chiedono più piste ciclabili, più verde e aria pulita per i loro figli, che si preoccupano per l’effetto serra, che comprano equo e solidale, che riducono i consumi di carne, fanno attenzione a non sprecare acqua e usano Internet e i social network. Nessuna delle forze politiche tradizionali si è però preoccupata di intercettarli, di dare loro rappresentanza, tranne un comico che, non per caso, è stato premiato.

da www.lastampa.it

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«Operai, artigiani, imprese. Nell’urna la secessione dei produttori del Nord», di di Rinaldo Gianola

«Questo voto assomiglia a una secessione economica…». Giuseppe Berta, storico dell’industria, docente all’Università Bocconi di Milano ha appena finito di commentare i risultati elettorali con un suo collega. Le cartine del voto pubblicate dai giornali indicano il monocolore della destra, in larga parte leghista, dal Piemonte al Veneto passando per la Lombardia. Di cosa stiamo parlando? In sintesi di oltre 19 milioni di abitanti, oltre il 30% del prodotto interno lordo, almeno un terzo dell’export e degli occupati, la più alta concentrazione industriale e di servizi avanzati. «Queste regioni sono qualche cosa a parte dal resto del Paese e se vado al Sud la distanza è violenta, ci troviamo in un altro paese: c’è una diversa regolazione sociale, un diverso circuito economico, una diversa misura della ricchezza» commenta Berta il quale ricorda «quando nel 1992-93 guardavamo al successo della Lega sull’onda di Tangentopoli con un misto di sbigottito stupore e di divertimento snobistico, mentre Bossi oggi detta l’agenda politica e pone le condizioni del vincitore, vuole fare il sindaco di Milano perchè cerca il potere vero, nelle banche, nelle istituzioni e non per ripetere l’esperienza un po’ folkloristica di Formentini».

Da Cuneo, la “Provincia Granda”, fino a Treviso, dagli allevatori e agricoltori alle piccole imprese, agli artigiani, fino agli operai delle fabbriche bergamasche, oggi la politica fa i conti con un bastione solido, un blocco sociale che si fa sentire e decide nell’area più ricca del Paese. E che inizia ad avere una presenza importante anche nelle provincie dell’Emilia Romagna. La Lega misura la sua credibilità sul territorio, non solo alimentando vergognose campagne xenofobe, ma proponendosi come interlocutore politico del disagio, della paura, della protesta sociale, offrendo agli elettori anche un ceto di amministratori capaci.
Massimo Calearo, industriale di Vicenza, parlamentare eletto nel pd passato poi con il frazionista Rutelli, assicura di averlo sempre detto: «Gli operai e le piccole imprese, gli artigiani hanno votato Lega e lo faranno fino a quando non ci sarà un interlocutore credibile. Avevano ragione Cacciari e Chiamparino a insistere sul pd federato, un partito con una forte leadership al Nord e calibrato regione per regione, ma nessuno li ha ascoltati, a Roma pensano sempre di essere più bravi e così si perde».

L’industriale osserva: «I veneti sono più moderati della Lega, non hanno intenzione di seguire l’estremismo dei longobardi, ma nessuno gli ha presentato una scelta alternativa. Gli operai e gli imprenditori hanno votato Lega per paura: paura di perdere il posto, di perdere l’azienda, paura della crisi. Il pd ha sbagliato tutto, ha proposto come candidato una figura minore, il direttore del centro studi degli artigiani di Mestre. Doveva puntare su un personaggio forte come Laura Puppato di Montebelluna».
Il pd al Nord aveva sperato di poter raccogliere il malcoltento, la delusione di lavoratori e imprese colpiti drammaticamente dalla crisi, senza interventi adeguati da parte del governo sostenuto da Bossi e sodali. Ma operai e piccole imprese si sono ritrovati nel voto perchè si sentono sulla stessa barca. E poi, al Nord, i temi della sicurezza, dello straniero, della paura sono stati ancora dominanti. A Coccaglio, il comune tristemente famoso per l’iniziativa leghista White Chrystmas, la Lega ha superato il 40%; a Rovato, un centro del bresciano dove un marocchino aveva violentato una ragazza, Bossi ha toccato il 42%.

Damiano Galletti, operaio della Beretta in Val Trompia, è il segretario della Camera del lavoro di Brescia (110mila iscritti), ecco la sua analisi:«Il risultato della Lega non è una grande sorpresa qui, anche se ci aspettavamo che gli effetti della crisi e la delusione per l’azione insufficiente della destra potessero dare più ossigeno al centrosinistra. Ma la Lega ha giocato molto sulla questione sicurezza e di fronte alle fabbriche spesso portava la sua solidarietà come se non fosse al governo. A Brescia la crisi ha colpito duro: 100mila lavoratori sono interessati alla Cig su 350mila addetti dell’industria. Il 12 marzo lo sciopero generale della Cgil ha avuto un grande successo, c’erano anche gli operai leghisti in piazza, ma non hanno cambiato voto». Come mai? «Il pd ha battuto qualche colpo, ma ci vuole tempo e impegno dopo anni di assenza. I lavoratori sono pronti a cambiare. Dopo il successo della sinistra in Francia gli operai dell’Iveco hanno scritto un documento in cui chiedevano di unificare tutte le forze di sinistra su un programma di governo».

La realtà, per la sinistra e anche per il sindacato, è dura e impegnativa. L’analisi di Gianpiero Cantoni, milanese, senatore pdl, ex presidente della Bnl, è dolorosa: «Le regioni trainanti dell’economia, le più avanzate, le più industrializzate sono saldamente in mano al centro destra».

da www.unita.it

«Prodi preoccupato chiede facce nuove "A 71 anni il più giovane sembro io"», di Marco Marozzi

L’ex premier: “Ridare al cittadino la capacità di contare”. “Nei comuni, dove il rapporto è più diretto, teniamo”

“E’ stata dura”. Un nubifragio. Poi l’arcobaleno. Bologna accoglie così il ritorno di Romano Prodi. Professore, si sente Noè, votato ancora a salvare l’arca del centrosinistra? “Per l’amor di Dio. Sono arrivato che pioveva da matti. La mia esperienza politica è finita. Servono giovani. Ho 71 anni e ogni tanto rischiano di farmi sentire un ragazzo. Io al massimo ho cercato di dare una mano, mica sono quello che se ne va sull’Aventino. Certo è stata dura e adesso c’è tanto lavoro da fare”.

Non si riferisce alle durezze del cielo l’ex premier che due volte su due ha sconfitto Berlusconi alle urne. Guarda alle difficoltà terrene del centrosinistra, persino nella “sua” Emilia-Romagna, sempre meno rossa, meno di altre in Italia. Il Professore venerdì ha voluto chiudere la campagna elettorale a fianco di Vasco Errani, il governatore confermato per la terza volta, pur perdendo oltre il 10 per cento e che è riuscito a trascinare in Consiglio regionale un listino composto – escluso il bersaniano segretario del Pd – da funzionari di un centrosinistra sognato e ancor più pesantemente segnato. Quando a Bologna tutti gli uomini di partito sono stati bocciati. Ed è stata amarissima la festa di piazza di ieri sera con un pugno di fedelissimi travolti da un diluvio. Proprio mentre Prodi tornava in città dopo due giorni di vacanza a Roma con moglie, quattro nipoti, due figli, due nuore, una in attesa del Prodino n.5.

Turista non per caso, via da tutto, attento a tutto. Preoccupatissimo per le regioni del Nord più vicino al resto d’Europa andate in blocco al centrodestra. Fino all’ultimo Prodi ha sperato in Mercedes Bresso. E nel miracolo Emma Bonino “che ha fatto tutto quel che poteva” in una Roma, in un Lazio in cui la Chiesa ha inciso fino all’ultimo. Il Professore non vuole fare dichiarazioni, teme che “qualsiasi cosa” alimenti tensioni.

Sarà, come sempre, al fianco dell’amato Pierluigi Bersani. Rifiuta il ruolo che in strada continuano a chiudergli di presentarsi come il solito salvatore. Pensa a come muoversi, parteciperà con qualche uscita ponderata alla riflessione del Pd. “I partiti sono essenziali ma lo è anche il loro rinnovamento” è la sua linea. La preoccupazione è che il confronto continui tutto interno, senza coinvolgere un’opinione pubblica “che rifiuta sempre più i giochi chiusi dei partiti”. “Anche se tirare sassi contro i partiti è diventato un esercizio largamente condiviso, non ho mai visto funzionare una democrazia senza un ruolo forte e attivo dei partiti politici”.

Il ragionamento va ben oltre il semplice rinnovamento. Riguarda una società cambiata, anche nella vecchia Emilia-Romagna in cui sono esplose la Lega e Grillo. I giovani, i ceti nuovi non votano Pd. Una riflessione su cui si giocano il futuro Errani (e lui è il primo a riconoscerlo) e il partito. Attentissimo ad ogni rapporto, ha telefonato all’ex premier anche Maurizio Cevenini, recordman della Regione, oltre 19 mila preferenze, bolognese sopportato dal suo Pd e che va a cercare voti allo stadio, nelle strade, alle feste, ai matrimoni, onnipresente in ogni angolo.

“Bisogna ridare al cittadino la fiducia, la capacità di contare. Nella vita quotidiana di partiti che di vita quotidiana ne hanno sempre meno e nel momento del voto” dice Prodi. “Non è un caso che in ogni competizione elettorale si moltiplichino le lamentele sulle candidature a cui i cittadini sono chiamati a dare il proprio voto”. “Dove il rapporto è più diretto, nei Comuni, teniamo, vinciamo” ragiona, guardando a Lecco, Lodi, Venezia. L’importante è capire che “le risposte non possono venire da questa destra”. “La sfida è su riforme che interessano tutti, capaci di dare ai giovani una nuova speranza. La povertà che sta dilagando, la differenza fra il costo del lavoro e quanto il lavoratore prende davvero, la scuola, l’università, la ricerca, la drammatica qualità della vita di molte delle nostre città, soprattutto nel Sud”.

da www.repubblica.it

"Un decreto troppo evasivo", di Silvia Giannini e Maria Cecilia Guerra

Giusto in tempo per le elezioni regionali, è stato varato il decreto incentivi di cui si parlava da mesi. Si tratta di 420 milioni in totale, ma 150 milioni rappresentano un diverso utilizzo di fondi già stanziati. I nuovi 270 milioni dovrebbero arrivare da norme antievasione. Entrate, dunque, incerte per loro natura. Il decreto è poi una somma di microinterventi, distribuiti a vari settori, che difficilmente solleciteranno nuova domanda. Nel complesso, un decreto senza personalità, poco utile sul piano economico, con costi di attuazione da non sottovalutare.

E alla fine il decreto incentivi di cui tanto si era parlato in questi mesi ha preso forma … appena in tempo per le elezioni regionali.

LA COPERTURA DEL DECRETO

Sul sito del ministero dello Sviluppo le cifre del decreto sono così sintetizzate: 300 milioni di incentivi al consumo; 70 milioni di sgravi fiscali per il tessile; 50 milioni per cantieristica e aerospazio. Per un totale quindi di 420 milioni.
Attenzione, però, perché dei 420 milioni, più di un terzo (150 milioni) rappresentano un diverso utilizzo di fondi che erano comunque già stati stanziati: 100 milioni vengono dal Fondo finanza d’impresa, introdotto con la Finanziaria per il 2007, 50 milioni vengono da una riduzione delle risorse che avrebbero dovuto finanziare i crediti di imposta a favore della ricerca. Quindi i “nuovi” milioni sono solo 270.
Da dove vengono? Per l’ennesima volta, dalle maggiori entrate che il governo prevede di incassare con le norme antievasione contenute nei primi articoli del decreto.
Le entrate che derivano dalla lotta all’evasione sono però, per loro natura, incerte nel “se” e nel “quanto” e non dovrebbero essere utilizzate per finanziare spese certe. La Corte dei Conti ha più volte ribadito il concetto, da ultimo con riferimento ai 6 miliardi di entrate da lotta all’evasione previsto dalla manovra estiva del 2009 (legge 102), sottolineando anche che i frutti della lotta all’evasione non sono neppure facilmente verificabili a consuntivo, e ciò rende questo tipo di copertura non trasparente.
Una parte dei 270 milioni dovrebbe venire dal contrasto alle frodi carosello, rese famose dal recente caso che ha coinvolto Fastweb e Telecom. Contrasto meritevole, ma molto timido. Viene infatti introdotto l’obbligo di comunicare gli elenchi clienti e fornitori per le sole transazioni con operatori economici domiciliati in paesi della black list. Ma si sa che la società “cartiera”, che gioca un ruolo cruciale in quelle frodi (perché è l’impresa che acquista dall’estero senza versare l’Iva, l’addebita al suo acquirente che può così detrarla e subito dopo scompare) è spesso un’impresa nazionale e la stessa frode carosello avviene spesso coinvolgendo paesi Ue, o comunque senza la presenza di “paradisi fiscali”. Sarebbe stato molto meglio, per contrastare tutte le frodi carosello e più in generale l’evasione dell’Iva, se questo stesso governo non avesse abolito, già dal 2008, l’obbligo introdotto dal governo precedente di comunicare per via telematica l’elenco clienti fornitori relativo a tutte le transazioni.

INCENTIVI A CHI?

Il piatto forte del nuovo decreto sono i 300 milioni che vanno a costituire il “Fondo per il sostegno alla domanda finalizzata a obiettivi di efficienza energetica eco-compatibilità e di miglioramento della sicurezza sul lavoro”. Il nome stesso del Fondo riconferma le caratteristiche che il nuovo decreto anticrisi condivide con i precedenti: troppe poche risorse per troppi obiettivi; per poter dire che sono tante le cose che sono state “fatte” e per cercare di raggiungere la più ampia clientela possibile. 300 milioni divisi fra dieci settori e diciannove tipologie di beni: dalle cucine componibili, alle gru per l’edilizia, dai motori nautici alle lavastoviglie, dai rimorchi ai motorini ecologici, dalle cappe climatizzate alla nuova attivazione di banda larga (vedi tabella).
I contributi che il singolo acquirente potrà ottenere non sono necessariamente piccoli, per quanto quasi sempre soggetti a un duplice tetto: una percentuale della spesa (generalmente compresa fra il 10 e il 20 per cento) e un limite assoluto. Ma accedere al contributo sarà un po’ come vincere a una lotteria. L’estrazione a sorte parte il 6 aprile. Meglio mettersi subito in coda all’apertura del negozio prescelto. Il venditore dovrà verificare presso le Poste italiane che i fondi destinati a quel particolare acquisto non siano ancora esauriti e quindi concedere lo sconto al contribuente, nell’attesa di essere a sua volta rimborsato. Solo chi arriva prima otterrà lo sconto. Per i beni acquistati dalle famiglie i fondi andranno esauriti in pochi giorni. Degli sconti godranno come al solito i più informati, o i più furbi, quelli cioè che si stanno già muovendo in questi giorni per accordarsi in anticipo con il proprio venditore. Perché l’acquisto in molti casi non è affatto semplice. (1) Sono comunque escluse di fatto le giovani coppie, o i figli grandi che vogliono mettere su casa, perché lo sconto è concesso solo se si prova che il nuovo bene ne sostituisce uno di livello energetico inferiore, opportunamente rottamato secondo le regole vigenti (rottamazione che deve essere documentata dal venditore).
Quanto costerà questa operazione? Poste italiane dovrà costituire un call center, attrezzarsi per potere gestire telematicamente una mole molto rilevante di informazioni. Dovrà infatti essere in grado di controllare che il beneficio non sia concesso due volte allo stesso soggetto e che le domande che arrivano prima siano accolte per prime. Dovrà provvedere all’erogazione dei contributi. Lo farà gratis? Il decreto legge e il decreto attuativo non dicono nulla sulla copertura di questi costi. Sarà trovata a valere sui 300 milioni?
I 70 milioni riservati al settore tessile, per la realizzazione di campionari, verranno distribuiti invece sotto forma di deduzioni fiscali di cui si potrà godere solo nel 2011, al momento cioè del versamento a saldo. Ancora non si sa come verrà effettuato il razionamento. Non sarà certo un’operazione facile: l’agevolazione interessa infatti tutte le spese sostenute nell’esercizio successivo al 31 dicembre 2009, riguarda quindi anche spese compiute prima dell’emanazione del decreto (strano, per un incentivo!).
Ai ministri dello Sviluppo economico, dell’Economia e dell’Ambiente è infine affidato il compito di stabilire i criteri per la ripartizione dei 50 milioni che provengono dal Fondo finanza delle imprese e che andranno a favore della realizzazione di piattaforme navali e per gli interventi di alta tecnologia aeronautica.

UNO SPOT ELETTORALE

Che gli incentivi messi in campo possano promuovere la crescita del Pil è arduo da sostenere, così come non è facile definire “politica economica” la somma di microinterventi, distribuiti affannosamente, nel corso del tempo, ora a questo ora a quel settore, che in molti casi non solleciteranno nuova domanda, ma solo anticipazioni di spese comunque programmate.
Nel complesso, un decreto senza personalità, poco utile sul piano economico, con costi di attuazione da non sottovalutare. Poco di più di uno spot per la campagna elettorale.

qui la tabella per la distribuzione del fondo
(1) Ad esempio, la sostituzione di una cucina in uso con una cucina componibile con elettrodomestici a incasso ad alta efficienza energetica è sottoposta a sette diversi requisiti, che ne garantiscano, giustamente, la eco compatibilità, ma che rendono la scelta e gli adempimenti a essa funzionali tutt’altro che semplici: e intanto il tempo passa e lo sconto se lo prende qualcun altro.
www.lavoce.info

Domus aurea, Pd: Bondi, Alemanno e Marchetti arrivano in ritardo. Ghizzoni: serviva il crollo per intervenire sull'abbandono del monumento?

“Bondi, Alemanno e il commissario governativo Luciano Marchetti arrivano ancora una volta in ritardo. Sembra quasi che serviva il crollo della volta della domus aurea per porre l’attenzione sullo stato di degrado e abbandono di un monumento di così grande importanza. Ma d’altronde a furia di disinvestire e raschiare il barile questi sono i risultati.E’ l’ora che Bondi faccia autocritica e si metta a lavorare per un ministero finora lasciato ad un inesorabile destino d’abbandono”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

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Domus Aurea, cede parte del soffitto. Bondi: “Un piano straordinario per Roma”.

Una grossa voragine di 20 metri si è aperta in viale Serapide sopra l’edificio
Da domani via ai lavori di restauro, ma è polemica sui fondi per il patrimonio
Una grossa voragine si è aperta questa mattina, intorno alle 10, in viale Serapide, nel parco di Colle Oppio, dove sono in corso degli scavi archeologici. La voragine è larga almeno venti metri e si è aperta sopra il soffitto di una galleria della Domus Aurea, l’edificio voluto da Nerone dopo l’incendio che nel 64 dopo Cristo distrusse gran parte di Roma. Il crollo ha interessato 60 metri quadri della volta di una delle gallerie Traianee che si trovano all’interno del complesso conosciuta come la ‘Quindicesima stanza’. Lo smottamento del terreno ha coinvolto circa 130 metri quadrati dell’intera area archeologica.

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Piero Meloni, tecnico della Protezione civile del Comune, spiega che “il crollo è stato causato dall’eccesso di pioggia che ha reso instabile il terreno sottostante”. La volta che ha ceduto si trovava nell’area di Colle Oppio accessibile al pubblico. “Ora – aggiunge Meloni – i vigili del fuoco metteranno in sicurezza l’area anche per evitare che le piogge possano entrare nella voragine”. La protezione civile sta inviando 300 sacchetti di sabbia a protezione dell’apertura.

I lavori di consolidamento inizieranno domani, assicura il commissario per la messa in sicurezza della Domus Aurea, Luciano Marchetti. Mentre il ministro per i Beni Culturali, Sandro Bondi (che ha visitato l’area insieme a al sindaco Gianni Alemanno, al direttore generale per i Beni Storico Aristici ed Etno – Antropologici del Mibac Roberto Cecchi) lancia l’idea di un piano straordinario di intevento. “Sono preoccupato – dice il ministro – abbiamo fondi ragguardevoli e questo episodio può indicare al governo che ci vorrebbe un piano straordinario per salvaguardare il patrimonio storico del paese soprattutto quello di Roma”. Per intervenire saranno destinati 2,5 milioni di euro, originariamente destinati per un intervento su un ambiente della Domus Aurea. Se necessario, nuove risorse saranno messe a disposizione del commissario. Checchi ha ricordato che la somma complessiva per l’area archeologica di Roma e Ostia Antica ammonta a 32 milioni di euro. Di questi 20 milioni sono già stati impiegati.

Non è la prima volta che si assiste al crollo di parte del soffitto. Nel 2001, dopo due anni di apertura seguiti a venti di lavori, le piogge e l’umidità causarono il crollo dei mattoni della volta della Sala Ottagona dovuto alle infiltrazioni. Acqua che non ha mai smesso di preoccupare gli esperti. Nel 2005, dopo che le infiltrazioni stavano erodendo la malta che lega le strutture murarie, con il rischio di caduta per affreschi e intonaci, la Domus Aurea è stata di nuovo chiusa. Nel 2009 si è partiti con un nuovo piano di intervento per impermeabilizzare tutta l’area e riqualificare la zona di Colle Oppio. Il nuovo cantiere è stato avviato e avrebbe dovuto portare, entro due anni, alla riapertura completa dell’antica villa dell’imperatore Nerone.

Antonello Vodret, direttore tecnico della Domus Aurea, parla di “situazione tipica dell’area Domus Aurea, ci sono stati già crolli in passato”, dice. Ma spiega: “Questo però è il più consistente degli ultimi 50 anni. Potrebbe essere avvenuto per l’appesantimento del terreno dovuto alle infiltrazioni d’acqua. l’area delle gallerie non è impermeabilizzata. Ogni giorno si verificano piccoli cedimenti, ma crolli così non si possono prevedere”. A questo punto i tempi della riapertura si allungano. Lo dice chiaramente il sovintendente ai beni archeologici, Giuseppe Proietti: ”Si tratta certamente di un danno importante che allungherà i tempi di riapertura. Procederemo alla rimozione del materiale e, quindi, al consolidamento degli ambienti ripristinando così la loro idoneita”’.

Il sovrintendente comunale ai Beni culturali, Umberto Broccoli, dopo il sopralluogo al cantiere è tranquillo. “Né allarme né gravità – dice – sono monumenti di duemila anni, anzi quello in questione è un arco di 1900 anni fa.
Il danno non inciderà sulla riapertura: “Per fortuna siamo intervenuti subito”, assicura. Broccoli stima che per ripristinare l’area della galleria Traianea “serviranno circa 800mila euro”.

La situazione, eprò, è molto delicata. “Al crollo di oggi potrebbero seguirne altri anche nell’immediato”, avverte il commissario straordinario per la Domus Aurea, Luciano Marchetti, che definisce la situazione “di grandissimo allarme”. E sottolinea: “A questo punto basta andare avanti a pezzi, il progetto c’è, ci sono pure gli appalti, serve un finanziamento definitivo e bisogna avviare tutti i lavori subito”. Marchetti sottolinea che il crollo di questa mattina non ha interessato la Domus vera e propria bensì “un pezzo di uno dei voltoni delle sostruzioni delle Terme traianee, realizzate quando è stata in parte abbattuta la Domus”. Un primo lotto di lavori è stato già finanziato con 2 milioni di euro. Per mettere in sicurezza tutto, però, spiega Marchetti, servono circa 10 milioni di euro.

Ed è sulla mancanza di fondi che si concentrano le polemiche. “Siamo molto rattristati e colpiti – dice Ilaria Borletti Buitoni, presidente del Fai, Fondo ambiente italiano – si tratta di uno dei monumenti più significativi di Roma e dell’Italia. Un danno che ancora una volta sottolinea il gravissimo problema di mancanza di finanziamenti e di personale dedicato alla tutela e alla conservazione dei nostri beni artistici e architettonici, anche dei più importanti. In Italia – spiega – la cifra destinata dallo Stato ai Beni culturali, attualmente lo 0.28% del Bilancio, è infinitamente più bassa rispetto agli altri Paesi Europei, come la Francia, la Germania e il Portogallo, nonostante il patrimonio artistico dell’Italia sia enormemente ricco e grandioso”.

Un patrimonio fragile che avrebbe bisogno di continue manutenzioni. Ma gli interventi scarseggiano e il motivo è sempre lo stesso: mancanza di fondi. Questa la situazione del patrimonio archeologico della capitale, un tesoro inestimabile ma estremamente vulnerabile. Oltre alla Domus Aurea, interessata da un lungo restauro, riaperta al pubblico poi richiusa, ad essere a rischio sono le Terme di Traiano con la Cisterna delle Sette Sale, le varie esedre traianee ed il Criptoportico. Vengono considerate a rischio e bisognose di interventi di consolidamento il Foro Romano, che si estende fra il Campidoglio e il Palatino. In particolare il Palatino è particolarmente fragile e nel 2001, in occasione dei festeggiamenti per lo scudetto della Roma, alcuni tifosi si arrampicarono sulle strutture archeologiche danneggiandole e causando il distacco di alcuni pezzi. Tra I bisognosi di interventi anche il Colosseo, per il quale Alemanno ha di recente annunciato un intervento che inizierà entro il 2010 e avrà uno sponsor. Delicata la situazione delle Mura Aureliane che oggi sono state interessate da un piccolo distacco ma che nell’aprile del 2001 crollarono per un tratto di ben venti metri. Particolarmente delicata è anche la situazione degli acquedotti, nella zona a sud di Roma, alle Capannelle. Sorvegliati speciali sono gli acquedotti Claudio, Felice e la Villa dei Sette Bassi.

Si riparte da qui

All’indomani del risultato elettorale, Pier Luigi Bersani traccia un bilancio per il PD e per l’intera coalizione. Il segretario del Pd ribadisce in conferenza stampa che serve “un’analisi più attenta e veritiera dei risultati, considerando che all’inizio di gennaio nessuno era disposto a scommettere che il centrosinistra conquistasse 7 regioni su 13. Dopo questo appuntamento elettorale non intendo cantare vittoria ma neanche accettare una descrizione dei fatti che assomiglia a una sconfitta nostra e del centrosinistra. Chiedo un’analisi attenta e un interpretazione più veritiera. Il divario tra le coalizioni si è ridotto di 3 punti. Bisogna riprendere la costruzione di un campo alternativo al centrodestra nel solco basato sulla costruzione di un PD sempre più popolare radicato nei bisogni di lavoro, imprese, famiglie e sulla costruzione di un’alternativa che dia sbocco credibile alle esigenze di rinnovamento della politica”. E sul nord contrasta una delle analisi già fatte: “Non c’è un nostro arretramento al Nord, in Piemonte abbiamo perso per 9mila voti, è come prendere un palo al 95esimo. La vulgata che il Pd non sia nel Nord è sbagliata: chi l’avrebbe detto che avremmo vinto al primo turno a Lecco e Venezia contro Castelli e Brunetta?

Insomma nel voto c’è il segno di “un’inversione di tendenza. Come coalizione, rispetto al dato delle europee abbiamo avuto ovunque un nostro avanzamento. A gennaio nessuno scommetteva che avremmo vinto in 7 regioni su 13. Con il quadro di alleanze di allora potevamo giocarci 3-4 regioni, e invece ne abbiamo vinte 7 e altre due ce le siamo contese, in Piemonte con un palo al 95esimo e nel Lazio, dove ci separano 77mila voti. Nel Lazio il nostro schieramento avanza di 4-5 punti rispetto al 2009, in Campania di 6 punti, in Lombardia di 3, nelle Marche di 7, in Emilia di un punto e in Toscana di 3,5. C’è stato un dimezzamento della distanza tra noi e il centrodestra rispetto al 2009: erano 6 punti nel 2009 e ora sono 3, e parlo del centrosinistra classico, senza l’Udc. L’insieme dei dati regionali dà ragione del fatto di fondo: se guardiamo i dati di coalizione dalle europee ad oggi abbiamo sostanzialmente un dimezzamento delle distanze dal centrodestra. È questo – aggiunge – che mi fa dire che c’è un segno di inversione di tendenza”.

Anche l’astensionismo non è letto come semplice protesta: “C’è un pezzo largo di società che non si sente rappresentato dalla politica ed esprime una domanda implicita e urgente di cambiamento verso una politica più semplice, concreta e onesta”.

Quanto al Pd, Bersani spiega: “Avanziamo di circa un punto rispetto a tutti gli altri partiti alle europee, c’è solo la Lega Nord che avanza dello 0,9 per cento e tra le due coalizioni il divario si è ridotto di 3 punti”.
Bersani non nasconde che per il centrosinistra il quadro è comunque “complicato, ma nelle comunali battiamo al primo turno ministri o viceministri, anche al primo turno. A L’Aquila perdiamo la provincia ma vinciamo nettamente nel Comune colpito dal terremoto e negli altri comuni del cratere. Certamente c’è una difficoltà generale, anche nostra – ammette – che però non può oscurare questo elemento di tenuta rispetto alle europee”.

Non è mancata, da parte di Bersani, un’analisi sul boom del Carroccio: “Il voto alla Lega è un voto contro Berlusconi. Al Nord, gli elettori del centrodestra hanno un bello sfogatoio, credono di votare contro Berlusconi e votano Bossi. Probabilmente lo fanno perché pensano che a un certo punto la Lega si smarcherà. Ma mi sembra chiaro che quello è un voto contro il presidente del Consiglio”.

Leggendo i dati degli ultimi 5 anni è difficile dar torto a Bersani che vede il Pd di oggi più in salute delle europee.
Bisogna considerare la frammentazione delle liste connaturata alle regionali, il travaso di voti dai partiti verso le liste dei candidati governatori, le spinte localistiche, l’appeal dei candidati e il calo dei votanti. Neanche un confronto omogeneo in termini matematici regge con il voto del 2005, distantissimo politicamente, dato che il Pd neanche esisteva, e la partecipazione al voto fu del 72%, contro il 64% dell’ultima tornata.
Quale sarà adesso il comportamento dell’opposizione nei confronti del governo? “Chi governa ha la responsabilità di dire che strada vuole prendere – risponde ancora Bersani. – Ogni tavolo che affronta problemi vicini ai cittadini ci vedrà seduti per affrontare . Altrimenti faremo una ferma opposizione. Se si vuole intraprendere un cammino di svolta per indicare soluzioni vere agli italiani noi ci siamo. Se invece si vuole parlare di problemi lontani dai cittadini, noi denunceremo questo tipo di impostazione». Il segretario Pd però annuncia battaglia qualora la maggioranza forzi la mano su una riforma presidenzialista. «Se ci sarà una forzatura, sappiamo che il meccanismo prevede anche una consultazione popolare». Si vada in Parlamento, non temiamo la discussione sui temi istituzionali». E l’idea di consultare i gazebo lanciata da Berlusconi? «Non so cosa ne sappiano…».

“Nel Lazio nessuno ci avrebbe portato più avanti di Emma Bonino. Non credo affatto che ci abbia portato a incomprensioni con i cattolici. Non ho nulla da rimproverarmi, i numeri del voto dimostrano anche che c’è stata una sua affermazione personale oltre i partiti. Nel Lazio siamo partiti 5 punti e siamo arrivati al pelo, a Roma il centrosinistra ha un vantaggio significativo e questo ci consente di guardare in modo positivo alle prossime comunal”. . Nessun rimpianto neppure sulla scelta di De Luca in Campania: “Ha avuto un successo rilevante, c’era un distacco molto ampio. De Luca non è stata una scelta del passato, non credo che avremmo fatto meglio con altri candidati”.

Il boom di Grillo? «Lì dentro c’è un’ esigenza di civismo, anche se abbiamo idee molto diverse su rifiuti e infrastrutture. Ci sono fasce giovanili moderne che chiedono civismo, un’esigenza con cui dobbiamo confrontarci, l’idea di una politica più semplice, concreta e pulita. Detto questo i dati del Piemonte parlano chiaro, e me ne dispiace molto”.

“La vittoria dopo le primarie in Puglia? Io ho sempre pensato che Vendola sia una delle personalità con cui si può configurare l’offerta del centrosinistra al Paese. Io penso che il Pd -aggiunge il segretario- debba caricarsi anche di tenere aperto il cantiere ovvero essere disponibile a discutere anche con le forze che sono ora fuori dal Parlamento, a partire da Sinistra ecologia e libertà per verificare la possibilità di una convergenza strutturale”. A chi gli ha chiesto se si riferisse all’ingresso di Sel nel Pd ha detto: “No non chiedo a Vendola di entrare ma se è disponibile di lavorare insieme per un cantiere comune».

“Fronti, fronti…. si farà una discussione”, risponde Bersani a chi gli chiede se non teme, dopo il voto delle regionali, l’apertura di fronti interni. “Io ho detto cosa intendo fare- aggiunge- e cioè che si va avanti a costruire un partito che abbia un radicamento popolare. La strada è quella lì. poi le discussioni, per l’amor di Dio, le facciamo, ma noi abbiamo un dovere verso l’Italia. Ora ci occupiamo di questo. Noi abbiamo il dovere di lavorare per il PD fondato sul lavoro, il PD della Costituzione e della nuova unità della nazione”.

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Ghizzoni: “L’antifascismo e la Resistenza non si cancellano dai curricula scolastici”

L’on. Manuela Ghizzoni interviene sulle indicazioni di studio del ministero per le classi quinte.
“È gravissimo che le indicazioni di studio per i licei non prevedano esplicitamente lo studio della Resistenza e dell’Antifascismo – commenta allarmata la parlamentare Manuela Ghizzoni, riprendendo la notizia apparsa su alcuni organi di stampa – Il ministero ritiene che quando si affronta il Novecento ci si debba limitare a studiare ‘la formazione e le tappe dell’Italia repubblicana’, come se la nostra Repubblica e la nostra Costituzione fossero sbocciate dal nulla”.
“Non si può comprendere la nostra Costituzione limitandosi al confronto con la ‘Magna Carta Libertatum’ come indicano da viale Trastevere. È già di per sé sconfortante che qualcuno al ministero abbia pensato che riferimenti precisi all’Antifascismo e alla Resistenza non abbiano valore didattico, civile ed educativo– ha aggiunto Ghizzoni – ma pensare che nemmeno il Ministro ritenga che ciò abbia valore politico è allarmante”.

“Non si può replicare con una scialba nota burocratica come ha fatto il ministero alle critiche delle associazioni partigiane. Ci aspettiamo dalla Gelmini – ha concluso l’on. Ghizzoni – un chiarimento e una ferma posizione che ricordi a tutti che la nostra Repubblica e la nostra Costituzione nascono dalla Resistenza e dall’Antifascismo, perché ogni silenzio apparirebbe inevitabilmente come un avvallo a posizioni che di fatto implicano la cancellazione dello studio della storia migliore del nostro Paese”.

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Nei programmi scolastici scompare la Resistenza

Nei nuovi programmi dei licei non si fa alcun cenno esplicito alla Resistenza. Opposizione e sindacati protestano, il ministero dell’Istruzione assicura che se ne parlerà nel corso dello studio della seconda guerra mondiale. “È grave – afferma il segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo – che nelle indicazioni nazionali di storia, per l’ultimo anno dei licei, non ci sia la Resistenza che è stata uno straordinario movimento di massa contro il fascismo e che ha ispirato i contenuti della nostra Costituzione”. Nella bozza delle Indicazioni nazionali per i licei si legge che l’ultimo anno è dedicato allo studio dell’epoca contemporanea. E si precisa: “nella costruzione dei percorsi didattici non potranno essere tralasciati i seguenti nuclei tematici: l’inizio della società di massa in Occidente; l’età giolittiana; la prima guerra mondiale; le rivoluzioni russe e l’Urss da Lenin a Stalin; la crisi del dopoguerra; il fascismo; la crisi del ’29 e le sue conseguenze negli Stati Uniti e nel mondo; il nazismo; la shoah e gli altri genocidi del XX secolo; la seconda guerra mondiale; la ‘guerra fredda: il confronto ideologico tra democrazia e comunismo; l’aspirazione alla costruzione di un sistema mondiale pacifico: l’Onu; la formazione e le tappe dell’Italia repubblicana”.

La parola Resistenza non compare come pure assenti sono Antifascismo e Liberazione. “È gravissimo – afferma Manuela Ghizzoni, capogruppo in Commissione istruzione alla Camera per il Pd – che le indicazioni di studio per i licei non prevedano esplicitamente lo studio della Resistenza e dell’Antifascismo. Il ministero ritiene che quando si affronta il Novecento ci si debba limitare a studiare ‘la formazione e le tappe dell’Italia repubblicanà, come se la nostra Repubblica e la nostra Costituzione fossero sbocciate dal nulla”.”È già di per se sconfortante che qualcuno al ministero abbia pensato che riferimenti precisi all’Antifascismo e alla Resistenza non abbiano valore didattico, civile ed educativo – aggiunge – ma pensare che nemmeno il Ministro ritenga che ciò abbia valore politico è allarmante”. Ghizzoni invita quindi a un chiarimento la Gelmini “perch‚ ogni silenzio apparirebbe inevitabilmente come un avvallo a posizioni che di fatto implicano la cancellazione dello studio della storia migliore del nostro Paese”.

Da viale Trastevere una risposta è già arrivata. In una nota si assicura che è destituita di “qualsiasi fondamento” la notizia secondo la quale nei programmi scolastici sarebbe stato ridimensionato lo studio della Resistenza. “Lo studio della Resistenza è importante – dice il ministero – ed è previsto dalle nuove Indicazioni nazionali, nell’ambito della storia della seconda guerra mondiale e della nascita della Repubblica. La Resistenza dunque continuerà ad essere affrontata dagli studenti come momento significativo della storia d’Italia”. Intanto, però, il sindacato chiede di mettere nero su bianco. “Domani ci sarà un incontro specifico, presso il ministero dell’ Istruzione, sulle indicazioni nazionali dei licei e in quella sede – annuncia il leader della Flc-Cgil – chiederemo che ci sia un riferimento esplicito al valore della resistenza”.
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