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"Cinquan’anni dopo un’altra rivoluzione", di Miriam Mafai

Se la potestà sul proprio corpo è il primo riconoscimento della libertà di ognuno di noi, nel caso della donna questa libertà va declinata anche come potestà sulla propria capacità di riproduzione. E infatti, la storia della libertà della donna, nel nostro come in altri paesi europei, conosce, nell´ultimo scorcio del secolo passato, una importante accelerazione grazie a scoperte scientifiche che affidano a lei, a ogni singola donna, la possibilità/il diritto al controllo della propria fecondità. A queste scoperte scientifiche faranno seguito, grazie all´intervento e alla crescita di importanti movimenti femminili, i provvedimenti legislativi, che nel nostro come in altri paesi occidentali, ne riconoscono questo nuovissimo diritto, esercitato in piena coscienza e autonomia morale.
Risale al 1960 la scoperta, e l´adozione in molti paesi occidentali della pillola Pincus (detta «la pillola» per antonomasia) che per la prima volta darà alla donna la possibilità di controllare la propria fecondità. Ma ci vorranno più di dieci anni perché quella pillola, grazie a una sentenza delle Corte Costituzionale, venga considerata legale e finalmente messa in vendita in Italia.
L´ultimo scorcio del secolo passato conosce una serie di conquiste del movimento delle donne e un affermarsi, sia pure contrastato, del principio della laicità dello Stato e quindi del diritto di ognuno (e di ognuna) di noi di disporre del proprio corpo.
Ma questo principio, della dignità morale della donna, della sua capacità di assumere in piena responsabilità le decisioni che la riguardano continua ad essere messo in discussione dalla Chiesa, come dimostra anche la più recente vicenda della Ru486.
Anche in questo caso, come nella lontana vicenda del 1960, si tratta di una pillola. Ci vollero allora circa dieci anni perché quella pillola anticoncezionale venisse messa in commercio. E per anni, in Italia, è stata impedita l´adozione di un´altra pillola, la Ru486, che, già adottata in tutta Europa da tempo, consente l´aborto farmacologico, senza il ricorso all´intervento chirurgico.
Ora, qualunque donna che abbia deciso di ricorrere all´aborto (per ragioni che solo a lei appartengono) se interpellata dirà, probabilmente, che preferisce l´aborto farmacologico a quello chirurgico. Ma pare che sia propria la relativa «facilità» di questo intervento a indignare molti uomini di Chiesa, evidentemente convinti che la sofferenza per la rinuncia a un figlio sia misurabile solo dal dolore provocato dai ferri che ti entrano in pancia e non dal fatto che a quel figlio hai dovuto rinunciare.
Le ragioni che dalle gerarchie vaticane e da alcuni parlamentari cattolici sono state portate per impedire l´adozione della Ru486 sono a dir poco risibili. Finalmente, dopo anni di polemiche, di dibattiti, di resistenze, la pillola entrerà da oggi in Italia. E nelle prossime settimane le donne che lo vorranno potranno abortire assumendo una pillola, anziché sdraiandosi sul tavolo operatorio. Non diremo che è una vittoria delle donne. Sarebbe una vittoria non dover mai rinunciare a una vita che portiamo in grembo. Ma finché questo non sarà possibile, è giusto che ogni donna scelga, in piena autonomia, quale procedura adottare. Il corpo è suo, dopotutto. Anche se questo non le viene ancora riconosciuto dalle autorità del Vaticano.
La Repubblica 30.03.10

Pierluigi ora punta sul modello Liguria "L´Udc non basta, alleanze larghe", di Umberto Rosso

E ora, tutti dentro. Il modello piazza del Popolo, il palco dell´ultima manifestazione animato dalla nuova union sacrè, alla quale aggiungere un altro ospite: Pier Ferdinando Casini. Tutti insieme appassionatamente per mandare a casa il Cavaliere. La lezione delle regionali, anche trepidando ancora per la Bonino e Bresso, per gli uomini di Bersani c´è già. Enrico Letta, il numero due del Pd, l´ha spiegata e illustrata più o meno così, mentre lo stato maggiore del partito ragiona sul dopo-voto. Abbiamo vinto in posti dove in campo siamo scesi con schemi di gioco opposti. Nelle Marche attacco a tre punte, Pd-Udc-Idv, e niente sinistra. In Puglia, al contrario, dentro i rossi di Vendola e fuori i centristi. Ma la ricetta migliore, la tempesta perfetta per liberarsi del centrodestra l´hanno, secondo il vicesegretario del Pd, concepita a Genova: «Claudio Burlando ce l´ha rifatta portando dentro sinistra e centristi, dipietristi e grillini». E´ il modello Liguria che vince, ingloba e tiene insieme, e che tira di più al Nazareno. Senza i brividi lasciati nelle ossa da Lazio e Piemonte. Le batoste di Calabria e Campania. Del resto, allearsi con Casini da solo? «Non ci possiamo legarci mani e piedi a Pier, tiene ma non decolla», conteggiano gli uomini del segretario scorrendo le performances dell´Udc. Si riparte da Di Pietro, allora? «Ottima prova, la sua. Ma un Pd al carro giustizialista e anti-Colle non va da nessuna parte e non lo vedrete». Portato a casa un risultato, superata la grande paura e messa quasi al sicuro la sua segreteria – in attesa delle conseguenze innescate dall´esito delle battaglie di Roma e Torino – Bersani comincia già a pensare al Pd che verrà. «L´atmosfera è di unità, ci siamo ritrovati tutti quanti a seguire passo passo l´andamento del voto, da D´Alema e a Veltroni – ricostruisce Fioroni – ma certo un po´ di problemi da affrontare e risolvere li abbiamo di fronte».
Tabelle e conti, in tanti del popolo pd non sono andati a votare perfino nel cuore antico della sinistra, Emilia o Marche. I grillini, che colpiscono il Pd, ancora in Emilia o in Piemonte. Ma poi, soprattutto, è la conta sul peso vero del partito che tiene banco. «Attorno al 25 per cento, e quindi sotto il dato delle europee», quantificano quelli di Area democratica, l´opposizione guidata da Franceschini, segretario che dovette lasciare la poltrona proprio per quel risultato. «Balle», taglia corto Migliavacca, capo dell´organizzazione, vanno sommati i voti delle liste civiche del presidente collegate ai democratici. Snocciola le cifre: partito che va avanti, si lascia alle spalle il tonfo del 26 per cento dell´anno scorso. Crisi in Emilia? Falso: Pd è «avanti di due punti». In Umbria di tre. Almeno un punto sopra in Lombardia, Liguria, Piemonte. Solo che i veltroniani tutta questa aria da «inversione di tendenza», come la chiama il segretario, non la sentono soffiare. «Io penso che il Pd – dice Walter Verini, braccio destro dell´ex segretario – adesso deve puntare tutte le carte nel ritrovare il rapporto con i cittadini. Le alleanze vengono dopo». Quel tutti insieme, praticato nel voto e che adesso si profila ancora più ampio, agli uomini di Veltroni continua a non piacere. E con Lazio e Piemonte nelle mani del centrodestra, sembrano pronti a riaprire le ostilità. Lo scenario in quel caso sarebbe, spiegano, un paese diviso in tre: il nord alla Lega, al centrosinistra ridotto nell´Italia appenninica, e nel sud la destra del Pdl, ad eccezione della Puglia dove portabandiera è un governatore che «il Pd all´inizio non voleva».
Per capire se davvero è passata “a nuttata” del Pd, come nel caminetto riunito al Nazareno al gran completo qualcuno l´ha chiamata, ancora ci sarà da soffrire. Lazio e Piemonte che ballano sul filo. Fanno la differenza. Fuori, nella battaglia con il Cavaliere, ma anche. Ma fino a ad un certo punto, per Enrico Letta. «Certo, aspettiamo, incrociamo le dita e speriamo. Però, alla fin fine, là vinciamo o perdiamo per una manciata di voti. Il quadro e le tendenze non cambiano. E per me, già ora, già così, le cose si stanno mettendo bene».
La Repubblica 30.03.10

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Bersani conferma 7 regioni e annuncia “Possiamo diventare il primo partito” . “Siamo oltre il 28%, abbiamo invertito la tendenza” , di Giovanna Casadio
La Bindi: in Calabria ci siamo fatti male da soli e in Campania non abbiamo reagito
Fiato sospeso per la Bonino, amarezza per il Piemonte Tutti i big riuniti al largo del Nazareno
Il risultato c´è. Il Pd vince la maggioranza delle Regioni al voto: 7 su 13. E potrebbe diventare il primo partito in queste elezioni. Fino a tarda sera la partita in Piemonte e nel Lazio è al fotofinish. Comunque, per Pierluigi Bersani vale un dato su tutti: «Torniamo a vincere. Abbiamo invertito la tendenza. Venivamo dalla sconfitta alle regionali della Sardegna e dell´Abruzzo, ora incassiamo la vittoria». Per festeggiare in realtà, ci sarebbe voluto il successo di Emma Bonino nel Lazio. In largo del Nazareno, la sede del Pd, ci sperano fino all´ultimo. E il boccone particolarmente amaro è consegnare il Piemonte alla Lega, tenuto conto che è «una sconfitta senza alibi – commenta Ermete Realacci – poiché c´era l´alleanza strategica con l´Udc di Casini e il Nord è praticamente tutto nelle mani del centrodestra, con la sola eccezione della Liguria». Però il partito cresce. Secondo le proiezioni avrebbe raggiunto complessivamente «il 28,54% dei consensi mentre il Pdl è tra il 26 e il 27 per cento, perdendo dieci punti rispetto alle europee». La speranza è il sorpasso.
Bersani rinvia a oggi i commenti ufficiali, aspettando il quadro completo. I big, tutti insieme al partito, si riuniscono nella stanza del segretario, poi si spostano in quella di Maurizio Migliavacca, il coordinatore organizzativo dove arrivano in continuazione e alla spicciolata i dati delle sezioni-campione. Ci sono Rosy Bindi, Enrico Letta, Dario Franceschini, Piero Fassino, Livia Turco, Anna Finocchiaro, poi Franco Marini, Beppe Fioroni e anche Walter Veltroni e Massimo D´Alema, gli eterni rivali. Bersani insiste sul punto politico: «Tremonti diceva che saremmo diventati un partito appenninico, che l´avremmo cioè spuntata solo nelle tradizionali roccaforti rosse – Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche – invece è stato il Pdl a prendersi una lezione, la nostra è una bella vittoria».
Quel paio di punti in più rispetto al 26,13% ottenuto alle europee, per i Democratici fanno in effetti la differenza. La resa dei conti interna nel partito sarebbe infatti ripartita da lì, se ci fosse stato un sostanziale stallo e una incapacità espansiva. La minoranza di Franceschini, Veltroni e Fioroni era già sul piede di guerra. Migliavacca analizza: «Il Pd avanza di 2-3 punti rispetto alle europee anche considerando i voti andati alle liste dei presidenti; in Emilia è cresciuto di 2 punti, in Toscana di 4, in Umbria di 3 e in Lombardia di un punto e mezzo e se in Piemonte e nel Lazio è leggermente sotto, la lista di Mercedes Bresso ha ottenuto il 6 %». In Calabria tuttavia, la débacle di Agazio Loiero porta con sé anche un crollo della lista Pd. Bindi è franca sulle sconfitte democratiche di Campania e Calabria: «In Campania non abbiamo avuto la forza di reagire come dovevamo. Abbiamo pagato i nostri errori, se avessimo reagito avremmo tenuto anche in Campania. In Calabria ci siamo fatti male da soli». E sulla Puglia, dove Nichi Vendola è stato ricandidato solo dopo avere stravinto le primarie e contro D´Alema, la presidente: «È andata bene, siamo molto contenti».
Non mancano gli affondi della minoranza. Fioroni è tutt´altro che tenero: «Non possiamo fare finta che per il Pd non ci sia un problema. Nessuno vuole mettere in discussione la leadership di Bersani, però l´astensionismo che è quasi raddoppiato, il fenomeno Grillo che in Emilia raggiunge il 7%, il trionfo della Lega che cannibalizza il Pdl, non possono non farci riflettere». Ottimista Franco Marini: «Mi pare che il periodo della crisi del Pd l´abbiamo superato, con soddisfazione registro che abbiamo tenuto il partito su un binario solido». Già da oggi tuttavia saranno molte le questioni aperte, a cominciare dal peso della strategia delle alleanze e della rotta in particolare con l´Udc.
La Repubblica 30.10.03

"Errani: conferma chiara e il 2005 era irripetibile", di Andrea Bonzi

Vince, Vasco Errani. E si riconferma presidente dell’Emilia-Romagna. Un risultato mai in bilico, quello della regione “rossa” per eccellenza: Errani è sempre stato in vantaggio.
Ma non può essere ignorato il crollo dei consensi per il candidato del Centrosinistra. Il 51,9% che è bastato a “regolare” l’avversario principale, Anna Maria Bernini (Pdl-Lega Nord), inchiodata sul 37%, è infatti inferiore di oltre 10 punti a quella con cui Errani vinse cinque anni fa (62,73%). Il presidente confermato si presenta in viale Aldo Moro alle 18.20, quando ormai il risultato è chiaro. Davanti alle telecamere è rilassato, Errani.
«Nel 2005 c’era un’altra fase politica – risponde ai cronisti che gli chiedono conto del gap di consensi rispetto a un lustro fa – il risultato è chiaro, politicamente molto netto, la distanza col Centrodestra ampia. La conferma del Centrosinistra è chiara». E la campagna «fatta sulle cose concrete» ha pagato, osserva. Poi, certo l’analisi del voto la faremo con la massima attenzione» continua Errani che rivendica di aver detto «per tempo che la situazione politica era fortemente mutata» e che l’exploit di cinque anni fa non era ripetibile. Tuttavia, «rispetto alle Europee del 2009, il Centrosinistra tiene». E il dato sull’astensione, che vede un calo dell’8,5% dei votanti? «Ci stimola a lavorare di più sui programmi», aggiunge Errani. Che poi chiarisce che alla giunta comincerà a lavorare «al ritorno dalle vacanze», e lo farà in completa autonomia («I nomi che leggerete sui giornali sono privi di fondamento», anticipa).
L’Unità Bologna 30.03.10

"Scuola, riforma anti-immigrati", di Marina Boscaino

Il maggior ritardo si accumula alle superiori con il 24,4% degli italiani, cui si contrappone il 71,8% degli stranieri E non a caso questa legge colpisce ferocemente l’istruzione professionale. La storia che sto per raccontare potrebbe rafforzare le convinzioni di Gelmini, Cota e chi in questi anni ha lavorato, attraverso una serie di proposte indecenti, ad una (dis)integrazione del tessuto sociale e del mandato inclusivo della scuola della Repubblica. Spero, viceversa, che chi la leggerà si trovi d’accordo con me. “Semplificazione”, una delle parole-chiave della “riforma”, sbandierata per giustificare i tagli di 140.000 posti di lavoro e di ore di lezione, sapere, cittadinanza, socialità, inclusione e per assecondare il bisogno di certezze di una parte della nostra società, rappresenta il criterio più inopportuno da riferire a un progetto di scuola. La scuola, semmai, se davvero si investisse culturalmente su di essa, sarebbe da “complessificare”, per renderla più adatta di quanto non sia ad accogliere il senso della diversità e della complessità, le cifre dell’oggi. Complessificare la scuola significherebbe renderla più adatta a rappresentare il punto di partenza per sperare in integrazione sociale non subalterna di tutte e di tutti. In particolare per gli alunni stranieri, che sono passati dai 13.712 (a. s. 1999/00) ai 118.977 (2007/8) e che sono l’oggetto di un’inchiesta – L’integrazione dei ragazzi stranieri alle superiori – pubblicata da “Animazione Sociale” del Gruppo Abele di Luigi Ciotti. I minori rappresentano 1/5 di tutti i migranti: nel 2009 erano 862.453, con un trend di aumento di 100.000 unità l’anno. Occorrerà fare presto e sensatamente i conti con questi dati.
Le nazionalità presenti nella scuola italiana sono ben 191: percorsi, viaggi, storie differenti, tutte caratterizzate dallo snodo cruciale che è la migrazione e la fatica esistenziale che essa comporta. L’energia indispensabile per un riadattamento in una realtà sconosciuta, con una lingua a volte incomprensibile, modelli culturali estranei, sovente indifferenza ai saperi e al saper fare già acquisito, che vengono confinati, come il senso della vita altra, quella del “prima”. L’identikit dei più “vulnerabili”: nati all’estero e giunti da noi dopo i 10 anni; arrivano ad anno scolastico già avviato; provengono dal contesto africano; maschi. L’esperienza scolastica non è facilissima: i ragazzi italiani in ritardo sono l’11,6% della popolazione scolastica, quelli migranti il 42,5%. Il maggior ritardo si accumula proprio nella scuola superiore, con il 24,4% degli italiani, cui si contrappone il 71,8% dei ragazzi stranieri. Il 40,7% dei giovani migranti sono inseriti nell’istruzione professionale, il 37,6% in quella tecnica; le rispettive percentuali degli italiani sono 19,9% e 35%: troppo evidente ancora una volta come nel nostro Paese la scuola media abbia rinunciato a qualsiasi funzione orientativa e traghetti destini socialmente determinati nei vari segmenti delle superiori – quando ci si arriva. Appare perfettamente coerente che la “riforma” colpisca nella maniera più feroce proprio l’istruzione professionale, svuotandola ulteriormente di qualsiasi funzione acculturante, a vantaggio di una dinamica meramente addestrativa: creazione di manodopera digiuna di cittadinanza, nella miope e triste visione del mondo che caratterizza il progetto. Il dossier racconta anche illuminate esperienze felici. Ma molto più spesso integrazione – tra retorica e pratica – è diventata parola svuotata di significato, con una normativa di riferimento poco conosciuta o attuata solo in parte. Le classi-ghetto non sono state solo la macabra proposta del leghista Cota, ma rappresentano una realtà organizzativa per venire incontro alla visione ottusa e xenofoba dello straniero ostacolo ai processi di apprendimento degli altri, nati dalla parte “giusta” del mondo.
I numeri sono impressionanti. Ma ancor più le storie, gli occhi, i traumi, i sogni di ragazzi che potrebbero essere i nostri figli. Rispondere ai loro legittimi bisogni è un’emergenza assoluta. Loro, invece, non sono un’emergenza, alla quale far fronte con soluzioni improvvisate o con proposte che violino Costituzione e buon senso. Sono la nostra realtà. Occorrono investimenti – e consistenti – su questa importante e nuova dimensione della nostra identità socio-culturale. Occorre individuare strategie didattiche e di relazione, tempi diversi, aperture ed interrelazione tra apporti e contributi ugualmente significativi. Occorre la scuola dell’art. 3. Lontana mille miglia dalle classi ponte, dalla quota del 30%, dalle impronte ai bimbi rom. Dalla mistificazione di una “semplificazione” che non è altro che asfittico disinvestimento che il tempo si occuperà di dimostrare incivile.
Il Fatto 30.03.10

"Berlusconi batte il non voto", di Federico Geremicca

E così, nonostante l’astensione che avrebbe dovuto penalizzarlo, le inchieste che lo riguardano, l’esclusione della sua lista nella provincia di Roma ed una certa stanchezza nell’azione del governo, Silvio Berlusconi – un po’ a sorpresa rispetto alle ultimissime previsioni – ha largamente vinto anche questa tornata elettorale. Governava in due sole Regioni (rispetto alle 11 del centrosinistra) e da oggi ne amministra sei.

Conferma, come da pronostico, Lombardia e Veneto; guadagna, come scontato da settimane, Campania e Calabria; ma soprattutto conquista il Lazio – nonostante l’assenza di liste Pdl nella capitale – ed espugna il Piemonte, che da oggi diventa una Regione a trazione leghista.

Il Pd perde ma non frana, confermandosi partito-guida in sette Regioni. All’opposto, il Pdl mette nel carniere quattro nuovi governi regionali, ma ottiene un deludente risultato come partito, arretrando non solo rispetto alle europee di un anno fa ma anche alle elezioni regionali del 2005. E se i risultati dei due maggiori partiti in campo sono in qualche modo in chiaroscuro – e si prestano a esser dunque letti in maniera diversa (in ossequio alla nota filosofia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto) – su un dato non sono possibili divagazioni: e il dato è l’avanzata – l’ennesima – della Lega di Umberto Bossi.

Il fatto che il «partito padano» non abbia sorpassato in queste elezioni il Popolo della libertà, è circostanza francamente marginale. Quel che infatti conta sul serio sono le percentuali bulgare raggiunte in Veneto, l’ulteriore crescita in Lombardia, l’insediamento con consenso crescente in Emilia (il Carroccio è il primo partito perfino nel Comune natale di Bersani…) e soprattutto il fatto che, con un proprio candidato, abbia portato il centrodestra alla conquista del Piemonte. Il partito di Bossi governa ora due tra le più importanti e popolose Regioni del Nord, è già ben insediato alla guida di centinaia di amministrazioni e ora si accinge a chiedere il governo di Milano, e forse non solo di Milano. La lunga marcia dei lumbard dunque prosegue: e in assenza di risposte chiare e forti da parte della politica «romana», non si vede cosa possa fermarla.

E non è solo il radicalismo leghista a uscir premiato dalle urne. Se si guarda infatti a quel che accade nell’altra metà del campo, è possibile osservare un fenomeno analogo. Il «partito giustizialista» di Antonio Di Pietro, infatti, non esce ridimensionato dal voto e, anzi, importa a livello regionale le alte percentuali raggiunte un anno fa alle elezioni europee; le liste «fai da te» messe in campo da Beppe Grillo vanno quasi ovunque oltre il 3%, con punte di oltre il 6% in Emilia; e non può esser senza significato il risultato importante (e senz’altro inatteso) ottenuto da un candidato «radicale» come Nichi Vendola in Puglia e il successo sfiorato da Emma Bonino nel Lazio. Del resto, non si capisce come possa destare sorpresa il fatto che, dopo un anno di pesante crisi economica e con i partiti tradizionali impegnati in furibonde risse su tutt’altro (dalle escort ai processi brevi e alle intercettazioni), oltre la metà degli italiani abbia deciso di non votare o di sostenere forze estreme o radicali.

E al di là di chi ha vinto di più o di chi ha perso di meno, è questa la scoraggiante fotografia che il voto di ieri consegna alle classi dirigenti del Paese: il livello di sopportazione, il livello di guardia, non è lontano. E se l’altissima percentuale di astensioni ne è una spia, sarebbe errato non considerarne un effetto anche quel 20% di consensi distribuiti tra partiti estremi (come la Lega) e movimenti radicali quasi personali (Di Pietro e Grillo). Chi ha memoria, infatti, non può non ricordare come la Prima Repubblica – al di là delle successive inchieste giudiziarie – cominciò a scricchiolare proprio sotto l’incalzare del fenomeno leghista…

E’ giusto, dunque, interrogarsi sul tipo di risposta che sapranno dare a questo evidente disagio i due partiti maggiori, e le dinamiche che il risultato elettorale potrebbe avviare tanto nella coalizione di governo quanto nel fronte dell’opposizione. Ipotizzare una crescita dell’ipoteca leghista sull’esecutivo è fin troppo ovvio: ciò che è ancora difficile da immaginare, invece, è il tipo di risposta che arriverà da Silvio Berlusconi. Così come nient’affatto scontate sono le mosse che deciderà di compiere Gianfranco Fini, sempre più insofferente verso l’ «egemonia» leghista sul governo e segnalato – un giorno sì e l’altro pure – come ormai in uscita dal Pdl. Dopo questo voto, insomma, molto potrebbe cambiare: e onestamente, alla luce di quanto visto negli ultimi mesi, sarebbe davvero opportuno che molto cambiasse…
La Stampa 30.03.10

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“Il referendum del Cavaliere”, di MASSIMO GIANNINI

NON servono i tortuosi giri di parole in uso nella Prima Repubblica. Appannato dagli scandali privati, ossessionato dai guai giudiziari, logorato da due anni di non-governo del Paese, Silvio Berlusconi è riuscito in qualche modo a vincere anche queste regionali. Lo ha fatto nell’unico modo che conosce, dall’epifanica “discesa in campo” del ’94: trasformando la contesa elettorale in un altro, esiziale “referendum” sulla sua persona. Lo aveva detto lui stesso, alla vigilia di un test di medio-termine al quale si avvicinava con una ragionevole preoccupazione: “Il voto regionale è politico”. Ha avuto ragione lui.

Non ha certo ripetuto il plebiscito del 13 aprile 2008, di cui anzi ha dilapidato tanta parte dei consensi. Il suo partito ha perso centinaia di migliaia di voti, sfiorando il 27% nelle regioni in cui si è votato: 4,5 punti in meno rispetto alle regionali del 2005, e addirittura 7 punti in meno rispetto alle politiche 2008. Quasi un tracollo, per il “partito del predellino”, l'”amalgama mal riuscito” nel quale il co-fondatore Gianfranco Fini sopravvive con crescente imbarazzo. Ma pur con tutto il travaglio mediatico di questi ultimi due mesi, e con l’evidente affanno politico di questi due anni, il Cavaliere ha comunque vinto il referendum. Suo malgrado, verrebbe da dire.

Grazie alla Lega ha blindato il Nord, espugnando il Piemonte e spopolando in Veneto. Nonostante il malaffare e il Cosentino-gate ha fatto il pieno anche al Sud, strappando con margini bulgari la Campania e la Calabria. E a dispetto del basso profilo della Polverini e dell’assenza del simbolo alla provincia di Roma, ha conquistato anche il Centro, battendo nel Lazio un avversario di caratura nazionale come Emma Bonino. Al centrosinistra restano le briciole. A settentrione il piccolo presidio della Liguria di Burlando, nel Mezzogiorno la sorprendente enclave della Puglia di Vendola, e in mezzo il solito insediamento appenninico del vecchio Pci, dall’Emilia alla Toscana, dall’Umbria alle Marche.

Questo voto si può leggere in molti modi diversi. Si può decrittare in termini di milioni di cittadini “amministrati” da ciascuno dei due schieramenti. Oppure secondo la valenza “strategica” e politica delle singole regioni in cui hanno vinto l’uno o l’altro dei due poli. Oppure, ancora, in base alle “bandierine” piantate su ognuna delle 13 regioni in cui si è votato. Da qualunque punto di vista lo si osservi, il voto ci consegna un’Italia che vede la maggior parte dei cittadini governati anche a livello locale dal centrodestra, che è sbilanciata a vantaggio del centrodestra in tutte le principali macro-regioni, e che anche in termini di “bandierine” piantate sul territorio fotografa un centrodestra in forte recupero, dall’11 a 2 da cui si partiva al 7 a 6 a cui si è arrivati.

Per il governo è un risultato che va al di là di tutte le aspettative. Berlusconi ha pagato un tributo altissimo all’astensionismo, che si è avvicinato ai livelli francesi. Almeno un milione e mezzo di italiani non si è turato il naso dentro l’urna, ma ha preferito andarsene a respirare altrove. È un segnale chiaro di insoddisfazione verso la maggioranza. Ma lo è allo stesso modo anche per l’opposizione, che non ha beneficiato di alcun travaso di flussi elettorali, ma viceversa ha pagato a suo volta un dazio pesante al non voto. Ora si discuterà a lungo su questo crollo oggettivo dell’affluenza, sulle inevitabili riflessioni alle quali sarà chiamato l’intero ceto politico verboso, rissoso e inconcludente, sulla ricorrente pulsione antipolitica che ha nutrito il successo delle derive grilliste ed estremiste.

Ma per il centrodestra e per l’intero Paese il dato politico più clamoroso non è questo. È invece il trionfo della Lega, che ha compiuto la sua ennesima metamorfosi. Con la sorprendente vittoria piemontese il Carroccio ha sfondato un’immaginaria “linea del Ticino”, ridisegnando il paesaggio politico della nazione. In Lombardia non c’è stato il “sorpasso”, ma il “pareggio” dei voti con il Pdl ha un valore enorme, se si pensa che alle regionali del 2005 i lumbard avevano meno della metà dei voti dell’allora Cdl. Se a questo successo si sommano il trionfo di Zaia in Veneto e quello di Cota in Piemonte, e poi la pervasiva e costante “infiltrazione” lungo il confine tosco-emiliano, l’esito è inequivocabile.

Un centrodestra a trazione leghista quasi integrale ha messo in cassaforte tutto il Nord. Quello più dinamico e più capace di coiniugare localismo culturale e globalismo economico. Di fronte a questo risultato così netto il pur prezioso “avamposto” conservato dal centrosinistra in Liguria è davvero poca cosa. Da ieri è nata davvero la “Padania”, che non è più un’astrazione ideologica partorita dalla mente fertile del Senatur, ma è già una formazione geografica scolpita nel perimetro delle regioni più ricche e produttive del Paese, e dunque una realizzazione politica perseguita e infine perfezionata da una classe dirigente totalmente immersa e integrata nel territorio.

Una nuova generazione di dirigenti leghisti ha cambiato l’abito politico di un partito che è sempre meno di lotta e sempre più di governo. La camicia verde si indossa ormai sotto la grisaglia grigia: nelle cerimonie pagane tra le valli alpine come nei consigli d’amministrazione delle fondazioni bancarie. In pochi anni siamo passati dall’illusione di una Lega “costola della sinistra” al paradosso di un Pdl “costola della Lega”. Tutto questo, a dispetto delle dichiarazioni rassicuranti di Bossi, non potrà non avere effetti sull’equilibrio interno alla maggioranza, dalla richiesta di nuovi ministeri nell’eventuale rimpasto alla pretesa di candidare un leghista alle prossime comunali di Milano. Ma gli effetti riguarderanno forse l’intero sistema politico. Chi ne vuole una prova, legga le parole di Zaia: “Con questi risultati il bipolarismo è finito”.

Per il centrosinistra, in chiave speculare, il dato politico più doloroso riguarda non solo la perdita del Piemonte al Nord, ma anche la bruciante sconfitta al foto-finish nel Lazio. Erano considerate da tutti le regioni chiave di questa tornata, e il Pd le ha cedute tutte e due. È una realtà su cui di dovrà ragionare a fondo. Soprattutto nel Lazio, dove alla candidatura della Bonino il centrosinistra è arrivato con un percorso a dir poco avventuroso, e il Pd si è acconciato più per necessità che per convinzione. Ha pagato anche questo, nell’urna, oltre all’anatema dei vescovi che, a tre giorni dalle elezioni, deve aver giocato un ruolo ancora una volta cruciale per le scelte di molti moderati, evidentemente non ancora “cattolici adulti”. E poi c’è lo schianto in due roccaforti del Sud, la Calabria e soprattutto la Campania, dove non è bastato candidare uno “sceriffo” come De Luca per cancellare troppi anni di sfrontato strapotere del vicerè Bassolino.

Ora il Pd cerca nelle pieghe del voto qualche motivo di conforto. E in parte, legittimamente, lo trova. Il risultato dei “democrats” a livello nazionale non è disprezzabile: nel voto di lista oscilla tra il 26 e il 28%, insidia il primato al Pdl, e se segna una caduta forte rispetto al 34,1% delle politiche del 2008 riflette una flessione di appena un punto rispetto alle europee del 2009. Ma il “partito riformista di massa”, se pure tiene, non fa breccia nel cuore degli elettori che vogliono resistere al berlusconismo. Lo prova l’astensionismo, che ha eroso i consensi del Pd anche nei luoghi in cui il risultato non era in discussione (Emilia, Marche e Umbria) dove Errani, Spacca e Marini hanno vinto con percentuali molto più basse rispetto alle precedenti tornate elettorali.

Ma lo prova, oltre alla performance di Di Pietro, anche l’exploit delle liste di Grillo, dove si sono presentate come in Emilia e in Lombardia. Un’emorragia grave, che la radicalizzazione della linea politica voluta da Bersani negli ultimi giorni di campagna elettorale non è bastata ad arginare. Non solo. Anche dove ha vinto, come in Puglia o in Liguria, il Pd deve ringraziare soprattutto l’Udc, che nonostante un risultato nell’insieme negativo per le ambizioni terzaforziste di Casini ha comunque drenato voti preziosi al centrodestra con le candidature di disturbo della Poli Bortone e di Biasotti. Per Bersani, e per la sua leadership, si impone un ripensamento profondo delle strategie: sia sul profilo del partito, sia sul fronte delle alleanze.

Ci sarà tempo per il regolamento dei conti, nel centrodestra come nel centrosinistra. Ma quello che importa, adesso, è capire come sarà riempito l’abisso che separa il Paese dalla fine di questa turbinosa legislatura. “Questo voto non cambierà nulla per il governo”, aveva annunciato Berlusconi. Più che una previsione, una maledizione. Vengono i brividi, a immaginare altri tre anni come i due che sono appena trascorsi. C’è da sperare che la vittoria della Lega sia foriera di qualche novità positiva. È stato Bossi a dire che dopo il voto occorrerà ritessere il filo del dialogo tra i poli, tranciato di netto dalle intemerate del Cavaliere. Ed è stato Bossi a dire che adesso è lui “l’arbitro delle riforme”. L’Italia, insomma, è nelle mani del Senatur. Il futuro prossimo del Paese dipende da un capo che, fino a qualche anno fa, predicava la secessione, urinava sul Tricolore e imprecava contro Roma Ladrona. Oggi rappresenta invece il nuovo “fattore di stabilità” di questo centrodestra, scosso dalle spallate destabilizzanti e dalle sfuriate eversive del Cavaliere. Persino questo estremo paradosso, ci riserva il lento e carsico declino della leadership berlusconiana.
m.giannini@repubblica.it
La Repubblica 30.03.10

"La Gelmini cancella la Resistenza", di Alessandra Ricciardi

Il consigliere del ministro, Max Bruschi: non è una scelta politica, possiamo precisarlo. Semplicemente non c’è. Nei nuovi programmi di storia che si studieranno dal prossimo anno nei licei non si parla di Resistenza. Così come antifascismo e Liberazione non sono neanche citati. Il buco è al quinto anno, dedicato allo studio dell’epoca contemporanea, dall’analisi delle premesse della I guerra mondiale fino ai nostri giorni. La nuova articolazione, spiegano dal dicastero di viale Trastevere, è stata dettata dalla necessità di evitare che succedesse, come spesso è successo, che non si arrivasse neanche a fare la II guerra mondiale. Troppo poco, ecco perché la commissione per la storia, presieduta da Sergio Belardinelli, ha deciso di assegnare un intero anno di studi al Novecento. Nella formulazione dei temi fondamentali, le indicazioni nazionali precisano che «non potranno essere tralasciati i seguenti nuclei tematici»: l’inizio della società di massa…«il nazismo, la shoah e gli altri genocidi del XX secolo, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda (il confronto ideologico tra democrazia e comunismo), l’aspirazione alla costruzione di un sistema mondiale pacifico (l’Onu), la formazione e le tappe dell’Italia repubblicana».

Si passa poi alla formazione dell’Unione europea e agli Usa, «potenza egemone, tra keynesismo e neoliberismo», senza tralasciare «il rapporto tra intellettuali e potere politico», da affrontare in modo interdisciplinare. A differenza dei vecchi programmi, parole come antifascismo, Resistenza, Liberazione sono sparite. «Nessuna operazione di rimozione», dice a ItaliaOggi Max Bruschi, consigliere del ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, e presidente della cabina di regia sulle indicazioni nazionali dei licei. «I programmi hanno individuato alcuni nuclei fondamentali lasciando grande libertà alle scuole, ai docenti. Quando parliamo di seconda guerra mondiale e della costruzione dell’Italia repubblicana per noi è evidente che è inclusa la Resistenza». Eppure sulla Shoah, per esempio, si precisa che lo studio deve ricomprendere anche gli altri genocidi, una precisazione che manifesta una sensibilità storica e politica sui cui non si è disposti ad affidarsi all’autonomia e alla bravura dei docenti. «La Shoah è un unicum, poi ci sono altri genocidi su cui non si può far finta di niente. Ciò non toglie, sull’altro fronte, che la Resistenza è un valore imprescindibile, mai pensato di declassarla». Il punto è che un elenco di fatti significativi di un periodo può facilmente essere accusato di parzialità se non li cita tutti. «Il nostro non è un elenco esaustivo e prescrittivo, abbiamo solo indicato macrotemi», dice Bruschi. Che nega che possa esserci il rischio che la Liberazione finisca per essere liquidata in due righe e la lotta partigiana magari in una nota. «Che esagerazione, non c’è nessun rischio di questo tipo. Ma se il fatto che nei programmi non c’è la parola Resistenza è un problema, allora… possiamo sempre reinserirla», ribatte. I programmi infatti non sono ancora definitivi. Genitori, insegnanti e associazioni possono dire la loro alla Gelmini sul forum dell’Indire. C’è tempo fino al 22 di aprile.

Italia Oggi 30.03.10

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“Anpi: una vergogna, vogliono eliminarci”, di Alessandra Ricciardi

Non è revisionismo, ma confusionismo storico. Protesteremo, protesteremo con il ministro Gelmini, innanzitutto. E coinvolgeremo tutti a tutti i livelli, politici, sindacalisti, storici, perché si rimedi a un grave errore, una vergogna». Al telefono dalla sua casa romana, il 91enne Massimo Rendina, medaglia d’oro della Guerra contro il nazifascismo, presidente dell’Anpi di Roma, l’associazione nazionale partigiani d’Italia, ha l’indignazione appassionata di quando era partigiano a Torino. Eppure dal ministero assicurano che non c’è stata nessuna volontà politica di cancellare la Resistenza o la Liberazione non citandole espressamente nei programmi di storia… «È una dimenticanza pericolosa. C’è il tentativo, da un po’ di tempo, di rimuovere il nostro passato, la cui conoscenza è già così flebile. Si vuole mettere tutto sullo stesso piano, tutti colpevoli e tutti innocenti, i ragazzi partigiani e i repubblichini di Salò, senza così far capire come è nata l’identità democratica dell’Italia». E ricorda come, ministro della pubblica istruzione Rosa Russo Iervolino, «ci fu il primo riferimento diretto nei programmi di storia al fascismo, l’antifascismo e alla Resistenza. Il ministro Berlinguer poi lo chiarì con una circolare. Tornare indietro è un errore dal punto di vista culturale e politico, una lesione alla memoria storica del paese». C’è chi rivendica la necessità di riscrivere la storia di quegli anni dolorosi, di mettere in luce gli errori e i delitti commessi da una parte e dall’altra. «Ma glissare sulla Resistenza, con la scusa che tanto è compresa tra le tappe dell’Italia repubblicana, farla finire magari in una nota a piè di pagina di un libro di testo, non è revisionismo, è confusionismo», ribatte Rendina, «io vado in giro nelle scuole, i ragazzi non sanno nulla… Non c’è bisogno di confondere le acque, non gli facciamo un buon servizio».

Italia Oggi 30.03.10

"La Grande Padania all´orizzonte tra Berlusconi e il fido Tremonti", di Alberto Statera

Da oggi il torvo presagio dell´anonimo sull´elezione di Zaia, che il suo predecessore berlusconiano Giancarlo Galan considera, con molti altri, tra i peggiori ministri dell´Agricoltura che l´Italia repubblicana abbia mai avuto, diventa un dato politico da analizzare senza gli occhiali della finzione letteraria, incrociandolo con il risultato piemontese ottenuto da Roberto Cota contro Mercedes Bresso e con il successo leghista sopra e sotto il Po. In Umbria e persino in Emilia Romagna, tradizionali enclave rosse.
«La volpe infida che era pronta a far razzia nel nostro pollaio», come disse una volta Umberto Bossi di Silvio Berlusconi, prima di conquistare la golden share che da due anni esercita sul governo di Roma, ha perso ieri la partita del Lombardo-Veneto, consegnandolo a una valanga di voti e ai primi governatori leghisti nella storia d´Italia. I quali promettono di trasformare le bianche praterie parrocchiali che furono calcate dal moderatismo democristiano dei Rumor e dei Bisaglia, e persino lo strapotere della famiglia capitalistica regnante di Torino, nella trincea avanzata del neofeudalesimo leghista, fatto di localismo e protezionismo, di paure e plebeismo semplificatorio che vede l´insidia somma nella società globalizzata.
Dopo il voto di ieri nulla sarà comunque come prima nel calcolo dei pesi tra la potenza del partito mediatico del premier e la radicata forza plebea che si è fatta «imprenditore della paura», come la definisce Sergio Frigo, autore di un libro intitolato «Caro Zaia, vorrei essere leghista ma proprio non ci riesco». «Nel Pdl – avverte subito di prima sera il prosindaco di Treviso Giancarlo Gentilini, che notoriamente non ha peli sulla lingua, nei primi festeggiamenti a Fontane di Villorba – comincia la notte dei lunghi coltelli. E chi comanda (Berlusconi, ndr) non ha gli attributi per fronteggiarla». Berlusconi non ha più gli attributi, secondo i vertici carismatici del popolo leghista.
Veneto, Piemonte, Lombardia, Liguria: il quadrilatero bossiano comincia a saldarsi, più o meno sorretto da tanti voti, in un progetto federalista (?) fortemente perseguito attraverso la messa in scena quotidiana del partito di lotta e di governo capace di semplificare la complessità, di ridurre il mondo all´angusto territorio comunale o regionale, al prosecco e alla soppressa, al dialetto, come simboli di identità sacri e irrinunciabili, prodromici di un federalismo sempre annunciato e forse mai realizzato. Che comunque viene dopo la famiglia nella mitologia del nord leghista, come dimostra Bossi che dedica i primi pensieri della vittoria, anzi tutta la vittoria, non alla memoria di Cattaneo, ma al figlio Sirio e all´altro, il maggiore, Renzo, quella «trota» primo degli eletti – guarda un po´ – in quel di Brescia. Anche il senatùr tiene famiglia, come nella migliore tradizione partenopea.
Ma la misura della «notte dei lunghi coltelli» annunciata nella maggioranza di governo dal prosindaco trevigiano è lo scenario realistico del voto regionale di ieri che legittimerà la Lega a rafforzare il peso della sua golden share nel declino del berlusconismo. Zaia ha già annunciato che sarà lui a imporre dazi sulle importazioni cinesi, che introdurrà il voto di fiducia nel regolamento regionale per muoversi con la stessa disinvoltura di cui dispone il Capo del governo nelle votazioni a Montecitorio, cui è facile prevedere che darà qualche dispiacere. Una secessione di fatto, morbida, elettorale, già lungamente annunciata, nonostante lo stop and go continuo della Lega rispetto alla sacralità dell´Italia unita, autorizzata da Berlusconi, che, secondo Galan, ha già scelto: al Nord comanda il Carroccio, che non tarderà non solo a chiedere Milano, protestando Letizia Moratti che scade l´anno prossimo, ma perseguirà un progetto non solo territoriale, ma nazionale. Di cui potrà farsi portatore, indotto anche dal suo progetto personale, il più autorevole ministro del governo in carica, Giulio Tremonti.
Il quale della strategia di lotta e di governo bossiana è stato fin qui un protagonista quasi silente ma significativo, nel suo progetto di premiership.
Fratelli d´Italia, fratelli coltelli. Da domani l´Italia berlusconiana fa i conti con l´Italia nordista di Zaia e di Cota.
La Repubblica 30.03.10