Latest Posts

«Obbligo di istruzione nell'apprendistato. 126 mila ragioni per essere contrari», di Fabrizio Dacrema e Anna Teselli

La nuova legge in materia di lavoro, nota per l’introduzione di norme sull’arbitrato che aggirano l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, rende anche possibile assolvere l’obbligo di istruzione nei percorsi di apprendistato. I sostenitori di questa norma, il Ministro Sacconi in testa, la giustificano come una chance data a quei 126.000 ragazzi in età compresa tra i 14 e i 17 anni (5,4%, per la precisione 125.853 su un totale di 2.326.298) che nell’anno scolastico e formativo 2008/09, secondo l’ultimo Rapporto Isfol, risultano fuori da ogni tipo di percorso di istruzione e formazione. Questi ragazzi, sulla base delle leggi vigenti, dovrebbero assolvere all’obbligo di istruzione fino a 16 anni e per questa ragione non potrebbero lavorare (anche l’età minima per l’accesso al lavoro è stata innalzata a 16 anni dalla stessa legge che ha innalzato l’obbligo di istruzione): da 16 a 18 anni dovrebbero invece essere inseriti in un percorso formativo.
Siamo di fronte ad un problema grave di dispersione scolastica e formativa che vede il nostro paese fortemente in ritardo rispetto agli standard europei, ma la risposta data dalla legge appena approvata è sbagliata, demagogica e regressiva.
L’apprendistato non è lo strumento adatto per realizzare percorsi idonei a raggiungere gli obiettivi formativi previsti a conclusione dell’obbligo di istruzione, esistono altri e più efficaci interventi per contrastare la dispersione scolastica. Questa misura invece contribuisce a vanificare il processo di cambiamento della scuola necessario per rendere effettivo l’innalzamento dell’obbligo di istruzione a 16 anni.
Vediamo le ragioni.

Gli obiettivi dell’obbligo di istruzione non sono compatibili con un rapporto di lavoro

L’obbligo di istruzione e l’età minima di accesso al lavoro sono stati innalzati a 16 anni con l’obiettivo di far conseguire a tutti i giovani italiani – non uno di meno – la padronanza delle competenze chiave di cittadinanza, traguardo considerato dall’Unione Europea indispensabile per continuare ad apprendere per tutta la vita e quindi per essere cittadini consapevoli e lavoratori occupabili.
Il nuovo obbligo di istruzione è inoltre finalizzato al conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il 18° anno di età: in questo modo si assolve il diritto/dovere all’istruzione e alla formazione introdotta dalla riforma Moratti (nel 1999 il centro sinistra aveva già introdotto l’obbligo formativo fino a 18 anni, mentre l’obbligo scolastico era fino a 15 anni).
Le competenze chiave di cittadinanza (imparare ad imparare, progettare, comunicare, collaborare a partecipare, agire in modo autonomo e responsabile, risolvere problemi, individuare collegamenti e relazioni, acquisire e interpretare l’informazione) sono riferite a quattro assi culturali (dei linguaggi, matematico, scientifico–tecnologico, storico-sociale) che si articolano in abilità/capacità e conoscenze.
Le sopra descritte competenze possono essere raggiunte attraverso diversi percorsi, ma a condizione che essi siano integralmente educativi, nell’ambito dei quali sono da valorizzare anche quelli basati sull’integrazione/alternanza tra scuola e lavoro.
Siamo invece convinti che il contratto di apprendistato sia un ambito inadeguato per realizzare percorsi finalizzati all’acquisizione delle competenze chiave di cittadinanza.
Innanzitutto perché il sistema produttivo italiano è per oltre il 90% dei casi costituito da piccole imprese quasi sempre prive di capacità formativa, perché non dotate degli spazi, delle strutture e delle competenze adeguate, a partire dalla presenza di tutor formati e competenti. Proprio perché siamo consapevoli del valore formativo del lavoro e del ruolo essenziale svolto dall’apprendimento informale, riteniamo si debbano evitare le generalizzazioni e le semplificazioni. L’apprendimento che avviene in assetto lavorativo – in una situazione dove il fine è la produzione e non l’apprendimento – non può che essere prevalentemente di tipo tecnico-professionale. Di conseguenza la formazione finalizzata ai saperi di base e trasversali delle competenze chiave di cittadinanza dovrà prevedere un monte ore di formazione esterna molto consistente, cioè un periodo molto ampio in cui l’apprendista benché retribuito non lavora. Quando i vincoli di formazione esterna sono consistenti, si abbassano le convenienze degli imprenditori ad assumere giovani con il contratto di apprendistato, nonostante gli sgravi contributivi e la possibilità di sotto inquadrare di due livelli gli apprendisti.

L’apprendistato per i minori in formazione è fallito

Questo spiega perché fino ad oggi l’apprendistato per l’espletamento del diritto dovere di istruzione e formazione, introdotto dal 2003 dalla legge 30, non è mai stato regolamentato e quindi non è operativo, perché privo dell’accordo tra Ministeri (Lavoro e Istruzione) e Regioni. I minori possono quindi essere assunti in apprendistato solo nell’ambito del quadro normativo che fa capo alla Legge !96/97 – per l’assolvimento dell’obbligo formativo erano state fissate almeno 240 ore di formazione obbligatoria esterna – e gli imprenditori sono decisamente poco propensi ad assumere minori che, pur avendo assolto all’obbligo di istruzione, devono ancora espletare il diritto dovere all’istruzione e alla formazione fino a 18 anni. Infatti i dati di fonte Inps segnalano circa 50.000 minori assunti con contratto di apprendistato per gli anni 2006 e 2007 e dati di fonte regionale indicano in soli 37.000 i minori apprendisti nel 2006. Disastrosi poi i dati sulla partecipazione alle attività di formazione esterna: nel 2006 solo 8.800 minori apprendisti hanno partecipato alla formazione esterna e nel 2007 sono addirittura scesi a 6.500.
L’unica forma di apprendistato che gli imprenditori hanno utilizzato in modo consistente è quello professionalizzante, riservato ai giovani con più di 18 anni, e anche in questo caso l’hanno trasformato in un comodo modo di ridurre il costo del lavoro, incassando la prevista decontribuzione ed evadendo in massa l’obbligo della formazione per gli apprendisti (solo il 19% degli apprendisti, secondo i dati Isfol, ha partecipato alla prevista attività formativa).
E’ evidente che queste contraddizioni, che rendono difficile realizzare un contratto di apprendistato finalizzato al conseguimento delle competenze tecnico-professionali connesse ad una qualifica, diventano ostacoli insormontabili nell’ipotesi di un contratto di apprendistato in cui si assolve all’obbligo di istruzione.

Come combattere la dispersione scolastica

Invece di far tornare indietro il paese abbassando di nuovo l’età minima di accesso al lavoro a 15 anni (cosa per altro non introdotta dalla nuova legge), è più utile mettere in campo iniziative efficaci per contrastare la dispersione scolastica e fare in modo che i 126.000 ragazzi, oggi fuori da ogni percorso formativo, raggiungano le competenze chiave di cittadinanza previste dall’obbligo di istruzione e acquisiscano successivamente almeno una qualifica professionale.
Di certo quindi la nostra critica all’assolvimento dell’obbligo di istruzione nell’apprendistato non vuole essere in alcun modo un tentativo di sfuggire alla questione della dispersione scolastico-formativa che è da diversi anni, anche se con alterne fortune, al centro dell’agenda politica e del dibattito teorico.
In Italia, infatti, la dimensione del fenomeno è alquanto rilevante rispetto agli altri Paesi europei e dell’area Ocse, ed è centrale operare per un abbassamento deciso del livello di dispersione: il tasso di abbandoni precoci è al 2007del 19,7% in Italia di contro ad una media europea pari al 14,8% e decisamente lontano dal benchmark stabilito dall’Unione Europea pari al 10% . Nei fatti, quindi, fino ad oggi numerose sono risultate le difficoltà di inserire ogni studente in un percorso di istruzione, o di formazione, o di apprendistato e di monitorarne l’esperienza. Tra le cause, ad esempio: l’eterogeneità dell’offerta di formazione professionale tra le varie Regioni, o anche i tutt’altro che scontati tentativi di far dialogare il sistema dell’istruzione con quella della formazione o ancora l’assenza di strumenti capaci di creare coordinamento tra i percorsi tradizionali di apprendimento e quelli legati ad una diretta sperimentazione nei circuiti produttivi. Nei fatti, quindi, la riforma partita nel 1999 sull’obbligo formativo, modificata ed integrata dalla successiva – n. 53 del 2003 – sul diritto all’istruzione e formazione e correlativo dovere, che ha puntato a mantenere nel circuito della formazione, intesa in senso ampio, tutti gli individui fino al compimento del 18° anno di età, non è ancora riuscita ad incidere significativamente sul fenomeno della dispersione proprio per coloro cui maggiormente si rivolge, ovvero i ragazzi che hanno tra i 15 e i 17 anni.

Le forme della dispersione dei 15-17enni

Il primo passo, a nostro avviso, per individuare in modo efficace delle strategie di intervento per arginare questa dispersione di potenzialità dei giovani a causa dei processi di selezione e mortalità scolatica è proprio approfondire le caratteristiche e le condizioni che sono alla base di questi percorsi di dispersione. Che forme assume la dispersione dei 15-17 enni italiani? Proviamo ad evidenziarne alcuni tratti principali .
a) In modo meccanico, dispersione può significare l’effettivo ‘abbandono senza ritorno’ dal circuito scolastico-formativo, ovvero quell’esperienza specifica di uscita definitiva dal sistema dell’istruzione e della formazione, talvolta anche con il mancato raggiungimento di un titolo formale, di cui spesso le stesse istituzioni pubbliche possono perdere traccia.
b) In modo differito, la dispersione può racchiudere quell’insieme di eventi, quali le bocciature, la frequenza discontinua, periodi ricorrenti di assenza, bassi rendimenti ed accumulo di esperienze di fallimento, che facilitano la composizione di percorsi di rallentamento progressivo e di interruzioni provvisorie del rapporto con il sistema scolastico-formativo.
c) In modo occulto, la dispersione può rappresentare un’inadeguata maturazione di competenze spendibili sul piano della realizzazione personale e del proseguimento di un percorso formativo e/o di inserimento lavorativo pure a fronte dell’acquisizione di un titolo di studio. Tale esperienza matura spesso all’interno di percorsi caratterizzati da un generale disinteresse o disagio scolastico, non intercettato o in ogni caso non concretamente recuperato.
d) Spesso poi la dispersione è legata a condizioni di esclusione sociale che caratterizzano specifiche culture socio-economiche territoriali e alcuni sistemi valoriali delle famiglie. In tal senso la dispersione, oltre ad essere un fenomeno strettamente connesso alle tematiche formative, è allo stesso tempo parte e/o causa dei processi di inserimento/marginalizzazione che tendono a riprodurre eredità familiari e sociali, piuttosto che a far maturare fenomeni di mobilità sociale intergenerazionale anche attraverso esiti scolastici positivi .

Le discontinuità della scuola causano dispersione

Il rischio dispersione poi non è omogeneo rispetto ai diversi ordini e tipologie di istruzione/formazione, ma ricalca alcune soluzioni di continuità tipiche del nostro sistema educativo e formativo, che assumono nei percorsi individuali la forma di eventi potenzialmente critici. La prima di queste discontinuità è il salto formativo tra l’istruzione dell’obbligo e quella superiore, esemplificata nei noti tassi di non ammissione alle classi successive quasi quadruplicati tra la scuola secondaria di I grado e quella di II grado e negli altrettanti noti tassi di ripetenza più che duplicati; così come risultano triplicate le percentuali dei ragazzi che interrompono il percorso di studi. Una conferma ulteriore di tale salto formativo è data dai picchi degli indicatori di insuccesso riscontrabili al primo anno di scuola secondaria di II grado. Una seconda discontinuità riguarda le differenze di successo/insuccesso formativo che caratterizzano all’interno delle stesso canale dell’istruzione la formazione liceale da quella tecnico-professionale: in quest’ultimo caso infatti si registrano i picchi più rilevanti di difficoltà e disagio e corrispondenti valori elevati di interruzione/dispersione. Infine la formazione professionale: come emerso da numerose ricerche condotte anche dall’Ires, questo canale educativo è spesso per i ragazzi un approdo difficile e di seconda istanza. Di fatto arrivano spesso alla formazione professionale quei ragazzi con percorsi precedenti nel canale dell’istruzione segmentati e discontinui: è un tipo di formazione che, seppure spesso viene riconosciuta dai ragazzi stessi a loro misura, costituisce una via di uscita di secondo livello da precedenti esperienze segnate da difficoltà ed insuccessi e quindi tende a connotarsi come una sorta di formazione di ‘serie b’.

Come contrastare la dispersione: le anagrafi degli studenti

Per contrastare la dispersione occorre innanzitutto adottare strumenti adeguati di conoscenza del fenomeno: è ancora assente un sistema integrato a livello nazionale in grado di rilevare i dati in modo sistematico e continuo, monitorando insieme le informazioni relative ad istruzione, formazione professionale ed apprendistato. L’effettivo funzionamento delle anagrafi degli studenti è indispensabile per raccogliere un flusso sufficiente di dati e informazioni sui percorsi scolastici e formativi al fine di conoscere il fenomeno della dispersione e pervenire alla tracciabilità dei percorsi. Per poter operare nella lotta all’evasione dell’obbligo occorre essere in grado di intercettare i ragazzi che non vanno a scuola e di proporgli azioni di orientamento e rimotivazione finalizzati al rientro nell’istruzione o nella formazione. Occorrono per questo anagrafi degli studenti funzionanti e servizi di orientamento in ogni territorio.
Le cose, purtroppo, non stanno così. A livello regionale, solo 10 tra le 21 Regioni dispongono di un’anagrafe sull’obbligo formativo : un quadro piuttosto pesante che vede la maggioranza dei territori nella concreta impossibilità di individuare che evade l’obbligo scolastico e quello formativo. A questo si aggiunge una forte frammentazione dei servizi di orientamento, spesso non in grado di intervenire tempestivamente con colloqui, azioni recupero e orientamento, tutoraggi.
Il governo se fosse effettivamente preoccupato dei 126.000 ragazzi dispersi dovrebbe aprire tavoli di confronto con le istituzioni locali (Regione, Enti Locali, Amministrazione Scolastica, Centri per l’Impiego), in particolare con le Province viste le loro competenze in materia, per dare l’impulso centrale necessario a:
? avviare un percorso che conduca alla costituzione di anagrafi degli studenti costantemente aggiornate, capaci di individuare i soggetti che evadono l’obbligo di istruzione e formazione attraverso l’incrocio dei dati con le anagrafi generali;
? realizzare il coordinamento dei servizi di orientamento in modo da assicurare ai giovani che hanno abbandonato la scuola colloqui e azioni di orientamento, rimotivazione, accompagnamento;
? per attivare interventi ad hoc e di prevenzione della dispersione.

Come contrastare la dispersione: cambiare il sistema educativo italiano

Il secondo campo di intervento deve mettere in campo una strategia di intervento multidimensionale e sul lungo periodo a partire da una prima parola d’ordine: ‘differenziare l’offerta educativa e di formazione’ nella consapevolezza che differenti sono le intelligenze, le motivazioni e le attitudini e che quindi altrettanto tali devono essere le proposte di percorsi di istruzione/formazione ai vari livelli, nazionale e regionale. Partire da qui significherebbe riuscire a superare la storica impostazione ‘gentiliana-crociana’ del nostro sistema educativo che ha standardizzato da una parte un percorso educativo di prima scelta legato all’istruzione liceale, dall’altra un filone formativo di seconda scelta centrato sullo sviluppo di competenze tecnico-professionali. Significherebbe inoltre tenere conto delle differenti condizioni di partenza dei ragazzi segnate dai diversi contesti familiari e territoriali di appartenenza.
Una seconda parola d’ordine è ‘rendere flessibile l’offerta educativa e di formazione’, operare quindi una trasformazione funzionale dell’offerta educativa da parte delle istituzioni, consentendo ad un’offerta che si è storicamente costituita per segmenti specifici di ri-articolarsi in un sistema capace di mettere in comunicazione contenuti, metodi, attività trasversali, modalità gestionali, risorse umane e finanziarie, così da garantire quei gradi di flessibilità per entrare ed uscire dai percorsi, una delle modalità principali di contenimento della dispersione.
Il riordino Gelmini della secondaria superiore si muove invece in una direzione opposta: destruttura l’obbligo di istruzione, non trasforma il biennio iniziale obbligatorio in senso unitario e orientativo, conferma la canalizzazione precoce a 14 anni, rende praticamente impossibili i passaggi tra i diversi percorsi, rafforzando le discontinuità tra i cicli di istruzione. Non realizza inoltre un percorso continuo e progressivo dei curricula dai 3 ai 16 anni. Tutto questo, in un quadro di pesanti tagli che impoveriscono e irrigidiscono l’offerta formativa, impedendo proprio tutte quelle forme di individualizzazione dei percorsi e quelle metodologie didattiche attive che nelle migliori esperienze si sono rilevate lo strumento più efficace per promuovere il successo formativo di tutti.
Insomma, se si guarda ai dati reali e alle storie concrete dei ragazzi, fuori da ogni logica di propaganda e di semplificazione populistica, emerge con evidenza che, nel campo della lotta alla dispersione, il mix dei provvedimenti Gelmini (obbligo di istruzione anche nell’apprendistato e riordino delle superiori) va esattamente in direzione contraria a quello che servirebbe ai 126.000 ragazzi oggi espulsi dal sistema educativo italiano.
da ScuolaOggi, 26.3.2010

“Bene la Sicar ma il governo continua a negare la crisi”

Soddisfazione dell’on. Ghizzoni per l’esito della vertenza ma preoccupazione per il futuro

La deputata carpigiana Manuela Ghizzoni, che in più di un’occasione è intervenuta nel corso della vertenza della Sicar, incontrando anche proprietà e lavoratori in lotta, esprime la propria soddisfazione per la conclusione della vicenda ma sottolinea le preoccupazioni per il futuro.

“Finalmente – dichiara la parlamentare del Pd – e grazie al ‘Patto per attraversare la crisi’ siglato nella primavera del 2009 tra Regione Emilia-Romagna, Associazioni d’Impresa e Sindacati, è stato possibile trovare una prima soluzione positiva alla complessa vicenda della Sicar di Carpi con la previsione della Cigs per altri sei mesi, la mobilità con incentivi e altre misure accolte con favore dai lavoratori.

Resta la preoccupazione per il futuro – aggiunge Ghizzoni – perché molte imprese, come accaduto per la Sicar , stanno raggiungendo il termine di utilizzo degli ammortizzatori e il ricorso a quelli in deroga della Regione è ancora l’unica strada possibile per continuare a garantire tutele ai lavoratori. Penso ad esempio alla Steton e alle altre aziende del territorio e della provincia.

Le istituzioni locali e la Regione fanno la loro parte – prosegue la parlamentare democratica – purtroppo la crisi è devastante e tutt’altro che alle nostre spalle. In tutti i Paesi si sono messe in campo politiche anticicliche tranne che nel nostro mentre è necessario mettere mano ad un piano organico di riforma e di prolungamento degli ammortizzatori sociali. Su questo punto i deputati di maggioranza e di opposizione si sono detti tutti d’accordo: ma il Governo, per il tramite del ministro Sacconi, ha opposto il suo netto e irresponsabile rifiuto.

Mentre la Regione Emilia Romagna ha affrontato la difficile situazione occupazionale e produttiva con un piano anticrisi da 520 milioni di Euro, per tutelare i lavoratori e l’attività delle imprese – conclude l’on. Ghizzoni – il Governo ha messo la testa sotto la sabbia come gli struzzi, negando la crisi. Al contrario è urgente allungare al più presto il periodo di cassa integrazione ordinaria da 12 a 18 mesi, come chiedono sindacati ed imprenditori”.

******

«Sicar, vertenza chiusa Cigs per altri sei mesi e mobilità con incentivi», di Cesare Pradella
Accordo con i sindacati per 39 dipendenti
BOCCATA d’ossigeno per i dipendenti della ditta Sicar (nella foto) di Carpi di via Lama, azienda produttrice di macchine per la lavorazione del legno. Un accordo tra proprietà, Associazione industriali e sindacati, è stato raggiunto lunedì in sede regionale dopo 50 ore di sciopero. In base ad esso, 42 dei 66 dipendenti dello stabilimento potranno contare su altri sei mesi di cassa integrazione straordinaria in deroga a decorrere dal 23 marzo. Al termine dei sei mesi se ne potranno richiedere altri sei sempre utilizzando il ’patto per attraversare la crisi’ siglato tra Regione, Associazione industriali e sindacati.
L’ACCORDO raggiunto prevede la riduzione del numero degli esuberi da 42 a 39, previsti in un primo tempo e, durante il periodo di cassa integrazione, vi sarà la possibilità di accedere alla mobilità volontaria con un incentivo all’esodo di 7.500 euro a persona, di cui 3mila ad aprile e 4.500 al momento della cessazione del rapporto di lavoro.
AD ARRICCHIRE l’ammontare della cassa integrazione, i dipendenti riceveranno una quota mensile di mille euro come anticipazione del tfr e della indennità per mancato preavviso.
L’azienda dal canto suo sanerà il mancato versamento dei contributi dal 2007 riprendendo a versare quelli correnti e ad integrare quelli non onorati in precedenza.
Il ‘caso’ Sicar non è l’unico in provincia, e a Modena come a Carpi, sono altre le aziende in difficoltà, come la Steton, nella quale è in corso una vertenza sindacale analoga e che, sulla base della intesa alla Sicar, oltre agli ammortizzatori sociali ordinari, i dipendenti potranno beneficiare dei nuovi ammortizzatori previsti dalla Regione in deroga a quelli previsti dalla legge.
SODDISFAZIONE per l’accordo raggiunto è stata espressa dalla Fiom-Cgil che ricorda di avere organizzato e animato sin dal 31 dicembre scorso un presidio permanente di lavoratori davanti ai cancelli dell’azienda di via Lama e di avere coinvolto attorno alla vertenza istituzioni, partiti, associazioni.
dal Resto del Carlino

"Il pericolo", di Mario Pirani

Correva l´anno 1952 e Roma venne chiamata ad eleggere il suo Consiglio comunale. Erano elezioni normali. La guerra era finita da sette anni, nel 1947 si era ricominciato a votare.
La Costituzione era stata approvata con l´unità di tutti i partiti antifascisti, che nel 1948 si erano divisi e contrapposti: a sinistra i comunisti e i socialisti, al centro-destra la Dc e i partiti laici minori (social-democratici, repubblicani e liberali). Tra questi due schieramenti, divisi anche sul piano internazionale, gli uni con l´Urss, gli altri, orientati dall´America e dal Patto Atlantico, si svolgeva il confronto. Un confronto anche asperrimo ma che mai superò i limiti della convivenza democratica. All´estrema destra, fuori di quello che si chiamava l´«arco costituzionale», i monarchici e l´Msi che allora si richiamava apertamente al fascismo repubblichino di Salò avevano un diritto di tribuna in Parlamento e nel Paese, ma non potevano aspirare a tornare al governo poiché rappresentavano esplicitamente quei valori politici, o, meglio, quei disvalori (tirannia, guerra, monarchia, razzismo) , da cui gli italiani si erano liberati solo qualche anno prima. Questo il contesto in cui Pio XII lanciò la cosiddetta «operazione Sturzo», dal nome del fondatore del vecchio partito popolare (la Dc degli anni Venti) incaricato di presentarla. Un´operazione che, in nome della salvezza di Roma dal pericolo comunista, proponeva l´alleanza della Dc con gli ultimi cascami della monarchia e del peggior fascismo. A capo del governo e del partito cattolico vi era Alcide De Gasperi, un grande statista che stava ricostruendo l´Italia, aveva respinto i comunisti all´opposizione e garantito l´alleanza permanente tra la Dc e i partiti laici. De Gasperi respinse il suggerimento vaticano e papa Pacelli adirato non volle mai più riceverlo. Ma se De Gasperi avesse accettato l´invito di papa Pacelli egli, non solo, avrebbe smentito l´opera sua, ma non avrebbe neppure realizzato tutte le tappe seguenti che videro, sempre nel quadro democratico, la vittoria dei partiti che si opponevano al comunismo, fino alla caduta del muro di Berlino.
Quell´episodio è ricordato ancor oggi, almeno dagli storici, perché simboleggia il permanere di una volontà intrusiva del Vaticano nelle vicende interne del nostro Paese, una pulsione che il più delle volte è stata assecondata a sproposito, con danni per lo stesso mondo cattolico, attraverso lo sbandieramento di minacce evocate ad arte e del tutto irreali. Per questo la discesa in campo della Conferenza episcopale a qualche giorno dalle elezioni regionali, richiama lo spirito dell´iniziativa pacelliana di 58 anni orsono. Tra parentesi vale la pena ricordare che nel 1952 i comunisti erano contrari ad ogni rivendicazione del divorzio e dell´aborto ed espellevano dal partito gli omosessuali, a riprova che gli anatemi vaticani sono quasi sempre strumentali e niente affatto legati a valori perenni. Resta il riflesso automatico di una Gerarchia che non ha ancora elaborato la fine della Questione romana e vorrebbe oggi scomunicare Emma Bonino come nel 1870 scomunicò il Corpo dei Bersaglieri dopo la carica di Porta Pia. Una Gerarchia pronta ad accodarsi al pluridivorziato Cavaliere delle «veline», alla Lega anti immigranti dei respingimenti in mare, a chi specula sui terremotati , pur di riaffermare un dominio, puramente simbolico, sui cittadini del Lazio, come se fossero ancora sudditi dello Stato della Chiesa.
L´irruzione vaticana ha, inoltre, forzato il significato di elezioni che, malgrado tutto, avrebbero dovuto rimanere amministrative e decidere sulla sanità e sulle altre voci del bilancio regionale. Se non è stato così non è certo per responsabilità del centro sinistra e della sua candidata alla Presidenza del Lazio che fa bene a ricordare come nell´opera che sarà chiamata a svolgere, se vincerà, non verrà certo chiamata ad occuparsi della legge sull´aborto, approvata, comunque, dall´80% degli italiani, tra cui, per sua esplicita ammissione, anche dalla candidata della Destra, Renata Polverini.
Oltre al Lazio ha acquistato, peraltro, una valenza nazionale anche il voto del Piemonte, non per l´exploit di volgarità berlusconiana contro Mercedes Bresso, quanto per il significato che acquisterebbe una vittoria della Lega e del razzismo nella Regione che ha fatto l´unità d´Italia. Una responsabilità non da poco per gli elettori piemontesi.
In questa situazione fra due giorni gli italiani si recheranno alle urne. La torsione impressa alla campagna elettorale dalla gerarchia ecclesiastica e dalle violenze verbali di Berlusconi dovrebbero aver convinto gli elettori di centrosinistra del danno gravissimo che arrecherebbe un loro più o meno corposo astensionismo. In gioco non vi sono solo i governi regionali ma la difesa di quel che resta del laicismo e dei valori costituzionali. Rossana Rossanda ha spiegato ieri sul Manifesto perché voterà per Emma Bonino, anche se sa bene trattarsi di una liberista di ferro. Analogo il discorso anche per Mercedes Bresso e per gli altri candidati di centro sinistra. La posta è diventata più alta del governo delle singole Regioni.
La Repubblica 26.03.10

Regionali, Parlano i candidati del centrosinistra

Pubblichiamo di seguito, regione per regione, le interviste realizzate da l’Unità ai candidati governatori del centrosinistra

Emilia-Romagna – Vasco Errani: «Coesione sociale e innovazione, così sfidiamo la crisi», di Gigi Marcucci
Noi non vogliamo vincere a tavolino. Mi auguro, come è successo per la Polverini, che il Tar possa risolvere la questione sorta anche in Lombardia, nel pieno rispetto delle regole». Vasco Errani, presidente della Regione Emilia-Romagna e candidato dal centrosinistra alla terza riconferma, segue sul Televideo l’evoluzione del pasticcio elettorale sorto con la presentazione delle liste. Respinge l’ipotesi di barattare le elezioni a Bologna, necessarie dopo le dimissioni del sindaco Flavio Delbono, travolto da un’inchiesta giudiziaria, con lo stravolgimento delle norme. «Bologna è un’altra storia: bisogna decidere se con un atto di responsabilità di tutte le forze politiche, si decide di dare ai cittadini la possibilità di eleggere il loro sindaco». Niente a che fare con la questione delle liste, dove ci sono «regole e scadenze» che evidentemente non sono state rispettate. Poi Errani torna alla sua campagna elettorale, ai tentativi d’assalto alla «regione rossa» lanciati da Lega e Pdl.

Questa è diventata una regione contendibile? C’è stato un indebolimento del modello emiliano?
«Io ho sempre detto che tutte le volte che si va ad elezioni è una prova vera, non ci sono riserve in cui potersi riparare. Però sono convinto che in questa regione, per le scelte che abbiamo fatto, per le grandi innovazioni che stiamo portando avanti in tutti i settori, si possa prevedere un buon risultato. Guardiamo a queste elezioni con serenità. Il modello emiliano viene di solito proposto come un’idea statica. L’Emilia-Romagna è un motore di questo Paese, fa politiche di segno diverso da quelle che fa il governo. Non c’è indagine, studio, rilevazione che non ci collochi in una posizione di eccellenza a livello europeo».

Come spiega i successi raccolti dalla Lega tra Piacenza e Reggio Emilia?
«La Lega investe su sentimenti di paura, di incertezza che in una società che cambia ci sono. Ma il dato più significativo è che la Lega è azionista di riferimento del governo Berlusconi e rispetto alle scelte di questa regione – ad esempio, territorio, piano energetico, federalismo – attua politiche in controtendenza. Siamo noi oggi che possiamo dire alla Lega che si è romanizzata».

Molte paure sono indotte dalla crisi: come ha influito su questa regione? Se ne esce come ci siamo entrati oppure ci sono politiche da riconsiderare?
«Da una crisi così profonda si esce cambiando, perché è il mondo a cambiare. Noi abbiamo guardato in faccia la crisi, non siamo tra quelli che si nascondono dietro un dito. La crisi in una regione così proiettata all’export ha un peso significativo. Ma qui per attraversare la crisi abbiamo fatto un patto con le imprese, le loro associazioni, i sindacati, che ha messo al centro l’idea della coesione sociale. Abbiamo dato risposte a migliaia di lavoratori e alle loro famiglie. Poi puntiamo sull’economia della conoscenza, con grandi investimenti in ricerca e nell’innovazione, sul biomedicale, le nanotecnologie e sulle energie ecocompatibili».

Anche da qui il vostro no al nucleare?
«Alla crisi si danno due risposte. Il governo propone i Tremonti bond, il nucleare e nessuna politica industriale. Sul versante opposto c’è l’Emilia-Romagna, con il suo sforzo per l’innovazione, i finanziamenti alle piccole imprese e l’attenzione alle energie rinnovabili».

La Cgil bolognese ha parlato di «politica debole» che ha espresso la giunta Delbono.
«La Regione ce l’ha un progetto, è quello di lavorare su innovazione e coesione sociale e su politiche che siano in grado di rafforzare il grande valore dell’Emilia-Romagna, la capacità di tenere insieme l’economia e la società, la comunità che si fa carico dei più deboli, che risponde a problemi di redistribuzione del reddito e di uguaglianza. Penso ad esempio alla scelta straordinaria fatta sulla non autosufficienza: 415 milioni nel 2010, l’Italia attraverso la finanziaria ne investirà 400».

Il sindacato osservava però che una politica debole può inciampare anche in incidenti come quello di Delbono, che certo non ha contribuito a tenere alta la considerazione che i cittadini hanno della politica.
«Il caso Delbono ha avuto un peso che non abbiamo sottovalutato. Delbono stesso ha fatto una scelta di grande responsabilità e ha detto: prima di tutto viene la città. Questo segna nei comportamenti reali la differenza reale tra noi e la destra».

Abbiamo visto come Delbono ha imboccato una via di uscita da questa situazione. Il problema è: come ci si è entrati? «Delbono ha riconosciuto le sue leggerezze. Esistono le responsabilità dell’amministrazione e quelle delle persone. Delbono facendo quella scelta ha dimostrato di assumersi consapevolmente delle responsabilità».

L’Udc in Emilia Romagna corre da sola, in altre è vostra alleata. Qui è il fiero avversario o l’alleato del Pd che non si vede?
«Io mi fido della forza mia e della mia coalizione. L’Udc ha fatto una scelta autonoma che rispetto. Le coalizioni in questa elezione sono chiare e senza alcuna confusione. L’Udc ha fatto una scelta sul piano nazionale per la quale si è caratterizzata in molte regioni autonomamente perché ha il suo progetto politico. Questo va rispettato da parte di tutti. Ciò non toglie che ci sia un confronto anche duro tra noi e l’Udc».

PIEMONTE: MERCEDES BRESSO (CENTROSINISTRA+UDC) CONTRO ROBERTO COTA (LEGA -PDL)
Le Regionali a l’Unità: il Forum con Mercedes Bresso: guarda

LIGURIA: CLAUDIO BURLANDO (CENTROSINISTRA+UDC) CONTRO SANDRO BIASOTTI (PDL-LEGA)
Burlando: «Il nostro welfare ha salvato molti posti di lavoro», di Maria Zegarelli

LOMBARDIA: FILIPPO PENATI (CENTROSINISTRA) CONTRO ROBERTO FORMIGONI (PDL-LEGA)
Penati: «Milano sarà l’epicentro del rinnovamento», di Laura Matteucci

VENETO: GIUSEPPE BORTOLUSSI (CENTROSINISTRA) CONTRO LUCA ZAIA (LEGA-PDL)
Bortolussi, il capo degli arigiani sfida Zaia puntando sulle energie alternative, di Toni Jop

TOSCANA: ENRICO ROSSI (CENTROSINISTRA) CONTRO MONICA FAENZI (PDL-LEGA)
Enrico Rossi: «La mia priorità sono le infrastrutture», di Osvaldo Sabato

MARCHE: GIANMARIO SPACCA (PD-IDV-UDC) CONTRO ERMINIO MARINELLI (PDL-LEGA)
Il governatore Spacca: «Le Marche crescono, l’alleanza con l’Udc è la strada giusta», di Maria Zegarelli

UMBRIA: CATIUSCIA MARINI (CENTROSINISTRA) CONTRO FIAMMETTA MODENA (PDL-LEGA)
Quattro donne per l’Umbria il video-forum de l’Unità: guarda

LAZIO: EMMA BONINO (CENTROSINISTRA) CONTRO RENATA POLVERINI (PDL-UDC-LA DESTRA)
Il video-forum con Emma Bonino: guarda

CAMPANIA: VINCENZO DE LUCA (CENTROSINISTRA) CONTRO STEFANO CALDORO (PDL-UDC)
La Salerno «verde» di De Luca di Pietro Spataro

PUGLIA: NICHI VENDOLA (CENTROSINISTRA) CONTRO ROCCO PALESE (PDL)
Vendola: «Il premier vuole depistare e parla al basso ventre» di Pietro Spataro

L’Unità 26.03.10

Al centro il lavoro

Torino, 5.15 ai cancelli della Fiat a Mirafiori. Inizia all’alba l’ultima giornata di campagna elettorale di Bersani che ha incontrato gli operai in entrata alle carrozzerie: “Voglio chiudere qui la campagna elettorale per segnalare cosa abbiamo fatto: non c’è stato luogo, città, regione nella quale non siamo andati, ogni giorno, davanti a una fabbrica, in un quartiere popolare, a incontri con i lavoratori perché voglio che il lavoro torni al centro della nostra discussione pubblica. La crisi non è passata, oggi siamo davanti a una grande fabbrica ma potremmo essere davanti a laboratori artigianali, aziende agricole: dobbiamo reagire con una politica economica che dia lavoro, fare investimenti, mettere un pò di soldi in tasca alla gente”.
Purtroppo la crisi economica non è finita: “Ne abbiamo ancora un bel pezzo davanti e spero che dopo le elezioni arrivi un segnale affinché si parli di problemi veri, ne abbiamo un sacco. Dal risultato del voto mi aspetto un incoraggiamento a che le politica torni a occuparsi di lavoro, di temi sociali, e sento che questo tema viene capito. Come Pd in questi anni abbiamo passato una fase difficile, però sento la possibilità di un’inversione di tendenza, che arrivi una spinta a dire troviamo una strada per cambiare le cose”.

Il segretario del Pd ha inoltre ricordato che “in questo paese c’è ancora un caso Fiat, per questo bisogna che si apra un negoziato nazionale, che il governo trovi il modo di portare al tavolo l’azienda e le organizzazioni sindacali per sapere cosa si vuol fare perchè non può esssere che Fiat presenti il suo piano al mercato il prossimo 21 aprile e il governo non ne sappia niente”. Bersani chiede dunque un tavolo negoziale prima del 21 aprile: “Noi non possiamo diventare la cenerentola della produzione d’auto dove produciamo soltanto il 30% di ciò che compriamo. Noi dobbiamo avere assolutamente un negoziato nazionale sull’evoluzione delle cose Fiat che stanno cambiando in modo strutturale e strategico”.

Per quanto riguarda invece in particolare il futuro dello stabilimento di Mirafiori, Mercedes Bresso ha prospettato una soluzione incoraggiante, spiegando che ieri ha incontrato l’ad della Fiat Sergio Marchionne: “Non solo – ha detto la presidente della Regione – ci ha dato la rassicurazione che Mirafiori per la Fiat resta essenziale, il cuore progettuale dell’azienda, ma ci ha dato anche la disponibilità a collaborare sul piano della ricerca e dell’innovazione, per la realizzazione dell’auto del futuro proprio a Torino”. Si tratterebbe cioè della prima auto a motore ibrido, termico-elettrico.

Alle Regionali il lader del PD si aspetta “un’inversione di tendenza rispetto ad anni nei quali abbiamo preso batoste, mi aspetto di conquistare la maggioranza delle Regioni in palio. Berlusconi è nervoso perchè percepisce un problema e cerca di scansarlo, ha difficoltà a parlare davvero di quel che ha fatto il governo del “fare”», ha detto Bersani. Berlusconi ha difficoltà a rispondere, si fa presto a dire governo del fare, ma precisamente cosa si è fatto? – ha chiesto Bersani – ed è nervoso perchè fino a un paio di mesi fa pensava che saremmo stati all’angolo, confinati in una riserva indiana di 3-4 Regioni e che per tre anni avrebbe avuto delle praterie davanti, ma le cose non stanno così”.
Cesare Damiano,capogruppo Pd in commissione Lavoro della Camera era anche lui ai cancelli della Fiat Mirafiori: “Il confronto con i lavoratori e con le imprese non è un fatto episodico ma una costante della nostra azione politica. Ci battiamo in parlamento e nel paese per costringere il governo ad una svolta radicale.
Le nostre priorità sono una nuova politica industriale che aiuti il paese ad imboccare la strada della ripresa, ammortizzatori sociali universali; una diminuzione della pressione fiscale sui redditi da lavoro dipendente e sulle pensioni che migliori il potere d’acquisto delle famiglie e rilanci i consumi. Il PD segue con attenzione tutte le situazioni di crisi industriale e occupazionale: in questo contesto assume rilevanza la presentazione, prevista
per il prossimo 21 aprile, del piano della Fiat.
Non vogliamo inseguire le varie voci giornalistiche ma chiediamo all’azienda di garantire una crescita produttiva nel nostro paese, l’aumento dei modelli da assegnare ai vari stabilimenti, come via maestra per garantire l’occupazione. Il governo non si deve limitare ad inseguire le situazioni, ma decidere di sostenere i fattori di innovazione dei settori strategici della
nostra economia”.

www.partitodemocratico.it

"E il Pdl copia il modello Lega", di Giovanni Cerruti

Non solo i voti. Anche le parole, anche le cerimonie, perfino le liturgie pagane della politica. Lega e Pdl, con le elezioni sempre più vicine, si confondono e magari confondono. Per diventare primo partito del Nord, come Bossi crede e spera, deve rosicchiare consensi al Pdl. E Berlusconi, che vuol resistere, finisce sul copia&incolla delle invenzioni e dei linguaggi leghisti. Gli stessi, e non solo lui, che per anni ha deriso.

Buon ultimo, dopo una marcia iniziata 14 anni fa, è arrivato il «gazebo», quello che aveva rimpiazzato la «gabina elettorale», con la g, alla lombarda. Obbedendo all’ordine di Bossi, scendendo dal Po a Venezia, il 15 settembre 1996 i leghisti erano entrati per la prima volta nei «gazebo» per decidere la nascita della loro Padania. Un anno più tardi per votare il Parlamento del Nord, preso in affitto dalle parti di Mantova.

Folklore, battute, risate. E adesso non c’è giorno, non c’è intervista senza il gazebo. Berlusconi ci vuol mandare i cittadini «che dovranno decidere se vogliono il Premier o il Presidente della Repubblica eletto dal popolo». Per i leghisti è la rivincita del gazebo, e il Cavaliere nemmeno s’immagina la gioia. Roberto Calderoli non si è trattenuto: «I gazebo li abbiamo inventati noi, e l’originale è sempre meglio della copia».

Attenzione, perché questo finale di frase è lo stesso usato da Gianfranco Fini, il Presidente della Camera. Vede un Pdl sempre più simile alla Lega, e appunto: l’originale è meglio della copia. Marketing politico sbagliato, voti che scivoleranno verso la Lega, l’originale? «Questo lo vedremo lunedì – risponde Roberto Maroni -, però è vero che nel linguaggio della politica stanno sfogliando il nostro vocabolario. Ci copiano, e non solo quello».

Perché poi ci sarebbe il giuramento, quello dei candidati Governatori a Roma che recitano la formuletta accanto a Berlusconi. Roba vecchia pure questa, per la Lega. La prima volta, a Pontida, era stata nel 1990, dopo le elezioni regionali. Vent’anni fa, mica ieri. Quando Bossi era già lì ad inventare la sua politica e il Cavaliere era l’imprenditore di successo che voleva tutti davanti alle sue tv. E non dentro i gazebo.
La Stampa 26.03.10

"Gli esiliati della tv", di Curzio Maltese

Lo Zimbabwe televisivo nel quale ci ha precipitato l’ossessione del premier ha toccato nella settimana elettorale il massimo di squallore. Alla vigilia del voto, i principali tg pubblici e privati, ormai entrambi di Berlusconi, sembravano cinegiornali dell’Istituto Luce.
La ponderatissima Autorità si è vista costretta a multare per centomila euro il Tg1 e il Tg5 a causa dell’evidente sproporzione di spazi dedicati al partito del premier rispetto all’opposizione. In crisi nei sondaggi, incapace ormai di riempire le piazze reali, Berlusconi ha deciso di occupare per intero la piazza mediatica, con un vero e proprio golpe televisivo. Per arrivare a questo risultato, ha dovuto stravolgere le regole come mai in precedenza, con una complicità strisciante della corte. La par condicio è stata tirata come un elastico fino a esplodere nella censura totale dei programmi scomodi. La natura mollemente governativa del Tg1 è stata geneticamente mutata fino a trasformarlo in una specie di supplemento video dei pieghevoli elettorali. Una vergogna mai toccata in mezzo secolo di Rai. Il principale telegiornale pubblico usato come un manganello contro la metà del Paese che non vota Berlusconi e che pure paga il canone, gli stipendi dei giornalisti galoppini e ora anche le salate multe procurate dalla loro mancanza di dignità professionale. Per tutte queste vicende, del resto, Berlusconi è indagato dalle procure per concussione e minacce.

Il tocco finale di grottesco è arrivato ieri sera con lapuntata di Annozero costretta all’esilio sul web e sul satellite. La serata del Paladozza è stata bella e gioiosa, a parte qualche caduta di stile, ma rischia di essere consolatoria. Non basta qualche ora d’aria per evadere da questo carcere televisivo. È meglio non farsi illusioni su un rapido ritorno alla normalità, dopo le elezioni. Sia pure alla strana, anomala normalità del panorama dell’informazione italiana. C’è un disegno disperato ma preciso dietro l’occupazione governativa della piazza mediatica. La solita voglia autoritaria di arrivare allo stato d’eccezione permanente. La tentazione di cambiare il patto fra i cittadini, la Costituzione stessa, a colpi di gazebo e di televisione. L’ultimo, ma minaccioso, colpo di coda di un populismo ormai al capolinea.
La Repubblica 26.03.10

******

“Chiuso per Elezioni, gli ascolti perduti dalla Rai”, di Francesco Siliato

La cancellazione di Annozero, Ballarò e Porta a Porta fa perdere alla concessionaria pubblica milioni di spettatori certificati da Auditel, e una buona dose di credibilità. Dall’inizio della stagione alla data di chiusura forzata, Annozero ha prodotto un ascolto medio di cinque milioni di persone con una quota d’ascolto del 20 per cento.

In seguito alla cancellazione del programma di Michele Santoro da parte del CdA Rai, la seconda rete ha trasmesso, il primo giovedì La carica dei 101, la cui quota d’ascolto, 9,7% è inferiore di oltre la metà a quella di Annozero; la settimana successiva ha proseguito nell’offerta bambini con Le Cronache di Narnia, share 11,6%. Dopo tre settimane la Rai al posto di Annozero ha programmato trasmissioni di propaganda elettorale, conferenze poco attraenti, che hanno prodotto appena 770mila spettatori, per uno share del 2,8 per cento.
Il passaggio dal dibattito animato alla conferenza è così traumatico che gli stessi pubblici della politica rifuggono dal programma. Annozero viene seguito per almeno un minuto da circa 14milioni di persone, il programma elettorale si è fermato a 6,4 milioni, oltre sette milioni non hanno neppure provato a vedere la conferenza e quelli che lo hanno fatto hanno cambiato canale molto velocemente.

Anche per Ballarò valgono le stesse considerazioni, da un ascolto medio stagionale di quattro milioni, share 15,5%, si passa ai due milioni delle due puntate sulla dittatura fascista (share 7,5%) ai 718mila del programma di propaganda elettorale. Le 80 puntate di Porta a Porta, andate in onda prima della chiusura, hanno un ascolto medio stagionale di 1,3 milioni per uno share del 16,7% e anche in questo caso la Rai perde ascolti, la cancellazione del talk show fa infatti scendere gli ascolti a 835mila individui per una quota del 9,7 per cento.
Il Sole 24 Ore 25.03.10