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Esportazioni, mai così male dal 1970

Nel 2009, le esportazioni italiane sono crollate del 20,7% e le importazioni del 22%, rispetto al 2008. Lo comunica l’Istat, aggiungendo che si tratta dei peggiori dati sui flussi commerciali dal 1970, ovvero da quando esistono le serie storiche. Nel 2009 il saldo commerciale è stato quindi negativo per 4.109 milioni di euro, con una netta riduzione del passivo di 11.478 milioni di euro rilevato nel 2008. Considerando il mese di dicembre 2009 rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, le esportazioni sono diminuite dell’1,9% e le importazioni del 3%.

Su base tendenziale il saldo commerciale è risultato così negativo per 123 milioni di euro, inferiore a quello pari a 415 milioni di euro dello stesso mese del 2008. Si tratta, fa notare l’Istat, di dati che segnano una «ripresa» a confronto con i precedenti. Rispetto a novembre, i dati destagionalizzati relativi all’interscambio complessivo presentano a dicembre 2009 un incremento sia per le esportazioni sia per le importazioni con tassi di crescita pari rispettivamente al 4,4% e dall’1,6%. Negli ultimi tre mesi, a confronto con il trimestre precedente, i dati destagionalizzati mostrano una flessione dello 0,2% per le esportazioni e una crescita del 2,4% per le importazioni.

Riguardo ai settori di attività economica, nel complesso nel 2009, rispetto all’anno precedente, per le esportazioni si registra una flessione in tutti i raggruppamenti, particolarmente rilevante per l’energia. Anche le importazioni segnano riduzioni generalizzate, significative soprattutto per energia, prodotti intermedi e beni strumentali. Per quanto concerne i minerali energetici, nel 2009 le importazione di petrolio greggio rappresentano l’8,2% del totale dei flussi in entrata (il 10,6% nel 2008), mentre l’importazione di gas naturale pesano per il 5,9% (il 6% nel 2008). Nel 2009 il saldo della bilancia commerciale al netto di petrolio greggio e gas naturale è positivo per 36,7% miliardi di euro, in diminuzione rispetto all’attivo di 49,9 miliardi di euro registrato nell’anno precedente.
La Stampa 15.02.10

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Crollano import ed export. Il 2009 l’anno peggiore dal 1970

Nel 2009 la bilancia commerciale ha accusato un deficit di 4,109 miliardi, “con una netta riduzione del passivo rispetto agli 11,478 miliardi del 2008”. Lo rende noto l’Istat, specificando che le esportazioni sono calate del 20,7%, le importazioni del 22%: i dati peggiori dal 1970. A dicembre la bilancia commerciale ha registrato un deficit di 123 milioni, inferiore ai 415 milioni del dicembre 2008. Nel 2009 il saldo della bilancia commerciale coi Paesi Ue è negativo per 1,791 miliardi, “in forte peggioramento rispetto all’attivo di 9,942 miliardi registrato nel 2008”. Le esportazioni sono calate del 22,5%, le importazioni del 17,8%. Si tratta dei dati peggiori dal 1993. A dicembre gli scambi con l’Ue hanno fatto segnare un deficit di 1,396 miliardi.
Il Sole 24 Ore 15.02.10

"L'illusione dell'onnipotenza", di Massimo Giannini

Prima accecato dai suoi deliri di onnipotenza e poi tradito dalla sua stessa tracotanza, il governissimo Berlusconi-Bertolaso prepara un’indecorosa ritirata. L’insano progetto della Protezione civile Spa, con ogni probabilità, non si farà più. Lo lasciano intendere le flautate ma imbarazzate parole di Gianni Letta. Lo confermano quelle meno paludate di Paolo Bonaiuti. Il decreto legge 90/2008 che trasforma la struttura pubblica creata per fronteggiare le grandi emergenze in una società per azioni di natura privatistica sarà riscritto radicalmente alla Camera. In subordine, sarà approvato a Montecitorio, ma poi sarà abbandonato su un binario morto al Senato.

Nel turbine di uno scandalo nello scandalo (il disossamento di un pezzo dello Stato, nel cuore di una Tangentopoli di appalti truccati, costi gonfiati e favori sessuali prestati) arriva finalmente una buona notizia. Il Leviatano delle Spa pubbliche non nascerà. Il nuovo “mostro” che privatizza le istituzioni, con il finto pretesto delle emergenze e la pratica incontrollata delle ordinanze, muore prima ancora di essere nato. Merito della denuncia di questo giornale, che per primo ha acceso i riflettori sul tentativo del governo, neanche troppo strisciante, di sospendere ancora una volta le garanzie costituzionali e le procedure legali, per trasformare il Paese in un gigantesco “cantiere” autonomo che lavora in deroga permanente a tutte le regole e le normative vigenti. Merito della reazione determinata di una parte delle opposizioni, che ha dato battaglia in Parlamento. Merito dell’indignazione spontanea di tanti cittadini, a partire dagli oltre 30 mila che in un solo giorno hanno aderito all’appello di “Repubblica”, per confermare che c’è almeno un pezzo d’Italia pronta, in nome del senso civico e del dissenso democratico, a resistere alle forzature populiste e autoritarie del potere berlusconiano.

Ora il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha un bel dire che nel centrodestra nessuno pensava di “trasformare la Protezione civile in una spa”, e che si voleva dotare l’organismo finora guidato da Bertolaso di “uno strumento ulteriore, aggiuntivo”. Il centrodestra, in realtà, aveva in mente esattamente questo: un modello di amministrazione della cosa pubblica, gestita da mani fidate per conto di Palazzo Chigi. Il piano prevedeva prima la nascita della Protezione civile Spa, con budget iniziale stimato in 1 miliardo 607 milioni. Poi, per partenogenesi, anche la Difesa Servizi Spa, con un portafoglio di opere calcolabile in 3-5 miliardi. E così via. In un regime di palese sospensione dei controlli ordinari. E in un quadro di palese violazione della sentenza numero 466 della Consulta, che nel ’93 stabilì l’imprescindibilità costituzionale del controllo della magistratura contabile su tutti gli atti di una Spa nella quale il potere pubblico detenga la maggioranza.
Questo disegno (ancora una volta tecnicamente “eversivo”, nel solco di quella “rivoluzione istituzionale” propria del berlusconismo) si infrange nella rete micidiale del malaffare che lo stesso sistema tende a riprodurre. Una colossale ragnatela di inchieste vere e di complotti inventati, di intercettazioni e di pedinamenti, di autentiche satrapie e di false fisioterapie. Sembra di leggere “L’incanto del lotto 49”. Con una sola, decisiva differenza. Nell’irrealtà virtuale raccontata da Thomas Pynchon erano i cittadini ad aver creato, con il “Trystero”, un sistema di comunicazione che ingannava il governo. Nella realtà fattuale costruita da Berlusconi è il governo ad aver creato un sistema di gestione che danneggia la democrazia. Ma almeno stavolta non ha funzionato. Qualcuno li ha sorpresi con le mani nella gelatina.

La Repubblica 15.02.10

"Quando la disoccupazione uccide", di Leo Sansoni

Con la Grande recessione la disoccupazione è tornata ad aumentare e miete vittime soprattutto tra i cinquantenni e i giovani. La cassa integrazione regge, ma il 2010 è buio anche perché manca un progetto di politica industriale contro il declino, per assicurare un futuro competitivo al sistema produttivo. Il governo Berlusconi annuncia piani obsoleti di centrali nucleari che nessuna regione vuole mentre gli Usa e la Germania investono sulle nuove tecnologie e sull’economia verde
La disperazione della disoccupazione può provocare perfino omicidi e suicidi. Silvano Condotti, 55 anni, ex autista di scuolabus del comune di Montecatini Terme, era sconvolto da quando era stato licenziato nel 2004. Il 21 gennaio, poco prima delle 16, andò in municipio e trovò Giovanna Piattelli, 59 anni, dirigente del comune che considerava la responsabile del suo licenziamento. Gli sparò un solo colpo di pistola alla testa, mortale. Più tardi, circondato a casa dagli agenti della squadra mobile di Pistoia, ritirò fuori la sua calibro 45 e si suicidò: un unico colpo diretto al volto.
Nella notte tra l’11 e il 12 febbraio Emanuele Vacca, operaio, appena 28 anni, ha preso una corda e si è impiccato dopo essere stato messo in mobilità dalla Tecnodrink, rimasta senza commesse. Si è ucciso a Vinovo, Torino, proprio nel magazzino della piccola azienda nella quale aveva lavorato con orgoglio per 4 anni. Era sconvolto dall’idea di rimanere disoccupato.
Leggendo i giornali sono decine, centinaia, i casi di disperazione, di disoccupati che cercano la morte e, molte volte, la trovano. Scorrendo le pagine dei quotidiani si scoprono i drammi umani di chi perde il lavoro, tragedie di solito nascoste dietro le aride cifre delle statistiche.
La Grande recessione internazionale, scoppiata nel 2008 negli Stati Uniti a causa dei mutui immobiliari speculativi, si è allargata a macchia d’olio e da quasi due anni sta provocando pesantissimi danni anche in Italia. I disoccupati, a dicembre 2009, sono saliti a 2.138.000, più 392.000 rispetto allo stesso mese del 2008. Il tasso di disoccupazione è aumentato all’8,5%, più 1,5% rispetto al dicembre 2008. Il tasso di disoccupazione giovanile è schizzato al 26,2%, più 3% rispetto a dicembre di due anni fa. Il Pil (Prodotto interno lordo) l’anno scorso è sprofondato del 4,9% e la produzione industriale è crollata di quasi il 20%. Si tratta della peggiore crisi patita dall’Italia dal 1971.
Mentre le “tigri” dell’Asia hanno superato la recessione (il Pil in Cina è tornato a crescere a livelli boom del 10% l’anno), gli Usa hanno cominciato a vedere dei spiragli di ripresa, l’Italia adesso “sta uscendo dalla crisi con un tasso di crescita bassa, ai minimi europei”, ha avvertito sabato Mario Draghi. “Per una crescita sostenuta servono riforme strutturali”, ha ripetuto il governatore della Banca d’Italia. Gli analisti stimano un aggravamento della disoccupazione al 9-10% nel 2010. Un progetto anti-declino manca.

Gli operai della Fiat e dell’Alcoa scioperano e scendono in piazza. I primi contestano l’abbandono da parte del Lingotto dello stabilimento di Termini Imprese (Sicilia), giudicato dall’azienda non competitivo; e i lavoratori della multinazionale dell’alluminio protestano contro la minacciata chiusura degli impianti di Porto Vesme (Sardegna) e Fusina (Veneto). Gli operai bloccano le strade, protestano davanti alla Camera, salgono sulle gru e sui tetti delle fabbriche per impedirne la chiusura.
Sono i segni drammatici di una crisi strutturale, che investe anche settori un tempo trainanti del made in Italy: tessile-abbigliamento, calzature, mobilio, elettrodomestici, meccanica. Sono in difficoltà perfino realtà forti come i distretti industriali della Lombardia, del triveneto, delle Marche, dell’Emilia-Romagna. Giulio Tremonti si è limitato a garantire la tenuta dei conti pubblici, anche con mezzi discutibili come lo scudo fiscale per far rientrare in Italia i capitali esportati illegalmente all’estero. Il ministro dell’Economia ha sostenuto la necessità di garantire “la coesione sociale. Il pagamento di stipendi, pensioni, cassa integrazione e sanità”.
C’è riuscito, bisogna dargliene atto. Così l’Italia non ha fatto la fine della Grecia, della Spagna, del Portogallo e dell’Irlanda, paesi con il deficit pubblico (soprattutto Atene) sull’orlo del collasso. Ma non basta. Il governo Berlusconi non ha un progetto di politica industriale sul quale puntare per uscire dalla crisi ed assicurare al paese una strategia di sviluppo. Non è stato elaborato alcun progetto industriale, da presentare ai sindacati, per assicurare competitività al sistema produttivo italiano che sta perdendo colpi. Anche dalle opposizioni o c’è il silenzio o la semplice contestazione di singoli provvedimenti del governo.

Cosa fare? Basterebbe guardarsi un po’ attorno per farsi venire qualche idea. La Germania è un paese con un alto costo del lavoro, ma è tra i maggiori paesi esportatori del mondo per la qualità e l’alta tecnologia dei suoi prodotti. La Repubblica federale tedesca ha investito miliardi di euro in ricerca ed oggi, anche nelle energie alternative, è all’avanguardia. Il 19% dell’energia elettrica prodotta da Berlino proviene dal sole, eppure per gran parte dell’anno le giornate in Germania (al contrario dell’Italia) sono nuvolose e piovose. Nel nostro paese, invece, Silvio Berlusconi propone di risolvere il problema dell’energia costruendo una serie di centrali nucleari. Peccato che questi impianti atomici siano molto costosi, tecnologicamente superati e con il rebus delle scorie radioattive da smaltire non si sa come. Non a caso gli stessi candidati del centrodestra alle elezioni regionali del 28-29 marzo hanno replicato al presidente del Consiglio: nel nostro territorio non ospiteremo alcuna centrale nucleare.

Barack Obama ha deciso di puntare proprio sulle nuove tecnologie verdi per riconvertire il sistema industriale americano. Il presidente degli Stati Uniti ha capito che Washington può conservare la sua leadership mondiale solo assumendo la supremazia (un po’ come è successo per l’informatica) nelle nuove tecnologie industriali rispettose dell’ambiente. Non a caso Barack Obama ha scelto la Fiat per il salvataggio della Chrysler, perché il gruppo automobilistico torinese ha messo a punto dei motori (tipo il multiair) d’avanguardia: riducono i consumi di combustibile del 10%, aumentano la potenza del 10% e abbattono drasticamente le emissioni inquinanti.

Non solo. Sergio Marchionne produrrà negli Usa le auto con i motori elettrici e non in Italia. Una stranezza solo apparente. La scelta dell’amministratore delegato della Fiat non è causale. La Casa Bianca gli ha chiesto di produrre negli Usa i motori elettrici ed ha stanziato, anche per questo motivo, miliardi di dollari in favore della Chrysler. Gli Stati Uniti hanno un progetto di politica industriale, l’Italia no. “Noi competiamo con Detroit, ma Roma non può competere con Washington”, disse quarant’anni fa Gianni Agnelli. Forse oggi la situazione è peggiorata. Facciamo fatica a competere nell’Unione Europea anche con Berlino e Parigi.
Da Aprileonline

Binetti lascia il Pd. "Sogno il grande centro". Bersani: sono dispiaciuto

Dopo un lunghissimo tira e molla, un annuncio durato mesi, alla fine Paola Binetti, la deputata teodem al centro di mille polemiche sui diritti civili, ha deciso di lasciare il Pd. Non seguirà Rutelli, l’uomo che l’aveva convinta a scendere in politica e che l’aveva portata nella Margherita, nella nuova avventura dell’Api. Ha scelto l’Udc di Casini, come prima di lei avevano fatto due “compagni” di tante battaglie come Enzo Carra e Dorina Bianchi.

Binetti ha annunciato la sua decisione con un’intervista al Corriere della Sera. Mercoledì la presentazione ufficiale con la “nuova maglia” in una conferenza stampa con Rocco Buttiglione. “Il Pd ha fallito, Bersani è un rappresentante illuminato dei vecchi Ds ma non è mai stato il leader della sintesi coi cattolici”, spiega Binetti. A motivare lo strappo ha certamente contribuito la decisione del Pd di candidare Emma Bonibo nel Lazio.” Io volevo restarci, nel Pd, ma vista l’insistita e menzognera tendenza a dimostrare che tra la cultura cattolica e quella radicale non ci sono differenze, restare non ha più senso. Come posso stare in un partito dove si prova ogni giorno a delegittimarmi? Dove si afferma che le mie idee non contano niente?”. La Binetti accusa Bersani di aver lasciato a Pannella “la guida del treno democratico, i radicali sono la locomotiva e il Pd attacca i vagoni…”.E si augura la sconfitta elettorale della Bonino: “Mi auguro con tutto il cuore che non vinca, Bersani ha sottovalutato la capacità di reazione del mondo cattolico”.

il suo obiettivo, ora, è costruire una nuova Dc, reclutando cattolici da entrambi gli schieramenti. Pensa a un “partito del 15-20%, si appella ai cattolccii del Pd, da Fioroni a Marini, da Franceschini a Bachelet. “Mi auguro che vengano via, loro e tutti quelli che si sentono a disagio nel Pd. I tempi per un grande centro sono maturi. Per la cultura cattolica non c’è più spazio nel Pd, Bersani ha fatto un partito che somiglia ai socialisti spagnoli”.

Non mancano le reazioni, e neppure le polemiche. A partire dalla standing ovation con cui la notizia è stata salutata al congresso dell’Arcigay. E Bersani dice: “So che a qualcuno potrà sembrare strano, ma lo dico sinceramente: l’allontanamento dell’onorevole Binetti è quello che mi dispiace di più. Non posso, ovviamente, condividere le sue motivazioni, in particolare a proposito della candidatura di Emma Bonino». Mi interessa tuttavia discutere un punto più di fondo delle argomentazioni dell’onorevole Binetti -prosegue Bersani- Aspettare dal segretario del Pd la garanzia della sintesi tra diverse culture, lascia immaginare un’idea di partito a stanze comunicanti ma separate, con qualcuno che regola il traffico, o amministra un condominio. Io credo invece che la sintesi richieda uno sforzo più generoso e profondo. Credo che questo sforzo debba avvenire sul terreno esigente dell’autonomia e della specifica responsabilità della politica in vista del bene comune». «Un’autonomia ed una responsabilità -ha sottolineato Bersani- che trovano la loro nobiltà più spesso negli interrogativi che nelle certezze della coscienza. Forse questo è il punto che ci divide e ci addolora, ma che aiuta a capire meglio la grande e appassionante sfida che il Pd ha deciso di mettersi davanti».

«Credo di poter dire, anche a nome della maggioranza dei credenti che restano nel Pd, tutta l’amarezza per una scelta personale che merita rispetto ma che non può essere condivisa», commenta Pier Luigi Castagnetti. «L’uscita della Binetti – afferma il presidente della Giunta per le autorizzazioni della Camera – è “una grave perdita per il Pd. Lo dico a ragion veduta anche se so che probabilmente altri non condividono. Le qualità morali e intellettuali di Paola hanno consentito in questi anni di rendere veramente importante il dialogo e il pluralismo culturale dentro il partito”. “So bene che la sua non è una decisione improvvisata – prosegue Castagnetti – anzi è frutto di un percorso anche di sofferenza umana, così come è stata quella di Carra e Lusetti. Comprendo ma non condivido. La presenza dei credenti in politica può manifestarsi infatti – spiega Castagnetti – all’interno di piccole enclave di testimonianza valoriale oppure può nutrire l’ambizione di rendere gli stessi valori incisivi e influenti all’interno di grandi partiti che muovono la storia”. “È l’eterno dilemma dei cattolici – aggiunge Castagnetti – io sono convinto insieme a tantissimi altri, che nel Pd sia possibile vivere questa seconda opzione, sia possibile cioè cercare punti di convergenza con altri filoni culturali senza compromessi insostenibili con la propria coscienza. Non si può certo sostenere – conclude Castagnetti – che oggi in questo partito ci sia chiusura al dialogo o peggio coartazione della propria coscienza”.

“Prima di Castagnetti, che con disappunto sento parlare ‘a nome della maggioranza dei credenti che restano nel Pd’, a dover manifestare amarezza per l’uscita di Paola Binetti dal partito dovrebbero essere i democratici tutti non perchè credenti ma perchè democratici», dice Arturo Parisi. «La sua uscita – prosegue Parisi – segnala infatti il fallimento della sua scommessa personale ma anche l’incapacità del partito di farsi luogo di confronto tra persone e di sintesi al servizio della decisione politica. L’amarezza che manifestiamo oggi è tuttavia figlia della amarezza che non abbiamo manifestato ieri per il modo in cui Paola Binetti è entrata e ha partecipato alla vita del partito. Non è in forza della sua ricca umanità e della profondità delle sue convinzioni che Paola Binetti ha infatti preso parte da protagonista al confronto politico, ma in nome di una etichetta confessionale, i Teo-dem, che con la sua adesione le è stata costruita addosso con una irresponsabilità che mi auguro almeno in parte inconsapevole delle sue gravi conseguenze”.

«Rispetto la scelta della Binetti anche se non è la mia scelta. Quello che trovo più preoccupante è che questo lungo stillicidio di abbandoni del Pd venga accompagnato troppe volte da un silenzio gelido e burocratico dello stato maggiore del partito», dice Marco Follini.

«È assolutamente condivisibile e rispettabilissima la scelta della Binetti di abbandonare il Partito Democratico, del resto solo gli stolti non cambiano mai idea. Ma se vuole essere davvero coerente, per poterlo fare, la Binetti deve dimettersi da tutti i mandati ricevuti, incluso quello di parlamentare, con i voti del Partito Democratico”, incalza roberto Calderoli. “Nella prossima riforma costituzionale bisognerà inserire l’impossibilità per chi viene eletto con i voti di un partito di potersene andare, mantenendo una carica che ha ottenuto con i voti di elettori di un partito che ha abbandonato, perchè questo esige la coerenza”.
L’Unità 14.02.10

Bersani: "Ma perché siamo l'unico Paese Ocse che non ha una tassa sui grandi patrimoni?"

“Io non chiedo una tassa patrimoniale, non sono d’accordo. Mi aspetto però che qualcuno mi spieghi perché siamo l’unico Paese dell’Ocse che non ha una tassa sui grandi patrimoni? Tremonti ci spieghi perché”. Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani nel suo intervento di chiusura al Manifutura Festival organizzato dal Nens, il Centro studi Nuova Economia Nuova Società di Pisa. Parlando più in generale di fisco, Bersani ha aggiunto che “bisogna semplificare il sistema e riordinare anche la discussione in materia”. Dal governo, ha proseguito, “arrivano sparate sempre diverse, del tipo ‘togliamo l’Irap o tagliamo le aliquote’ e poi non succede niente. Bisogna fare un’operazione di semplificazione, in particolare per quanto riguarda le piccole e medie imprese: l’obiettivo è di mettere un pò di soldi nelle loro tasche”.

Le soluzioni, secondo il numero uno del Pd, sono cinque o sei: “O rinviare la manovra sul Tfr, o agendo sugli adempimenti fiscali, oppure lavorando sui pagamenti da parte della pubblica amministrazione, perché le imprese sono in una grave situazione di difficoltà di liquidità”.

L’Italia ha una ripresa debole e più lenta degli altri Paesi europei perché – ha proseguito il segretario del Pd – “la crisi si è saldata a problemi strutturali antichi e li ha aggravati. Questo non significa che non possiamo rimontare e accelerare la crescita, ma significa che accelerare e darsi un orizzonte non viene da sé non facendo nulla”. Un piano anti-crisi serve a stimolare l’economia, anche perché “si esce dalla crisi quando si torna al punto in cui si era prima, cioè al 2006”, in tempi brevi. Per questo “si dovrebbe correre più velocemente”. E’ necessario “stare attenti al tema economico e sociale: da quando è cominciata la crisi ci sono 6-700mila lavoratori in meno, con un milione di persone che ha usufruito degli ammortizzatori sociali”.

Per l’immediato, ha continuato Bersani, “ci sono rischi: siamo in una fase di avvitamento con disoccupazione, stagnazione, crisi della finanza pubblica”. Sul lungo periodo invece “il rischio è di un rimpicciolimento della base produttiva del Paese”. “L’esito di questa crisi – ha aggiunto il leader democratico – non tutto è nelle nostre mani, ma ciò non ci esenta dal fare qualcosa per dare stimolo alla ripresa e affrontare i problemi strutturali”.

Ed è per questo che serve un piano anticrisi nazionale. “Nel 2010 – ha sottolineato il segretario Pd – rispetto allo scorso anno avremmo un 12% in meno di investimenti. Non si può non fare niente, serve un grande piano di piccole opere e un piano di economia verde. Le piccole opere partono in tempi brevi, le grandi vanno bene ma richiedono i loro tempi”. Bersani ha inoltre chiesto interventi per le famiglie numerose e un piano Paese di politica industriale”.
La Repubblica 14.02.10

«Un DDL e qualche esercizio di ermetismo», di Alfio Mastropaolo

Preceduto da un micidiale e prolungato fuoco di preparazione – da un protratta campagna mediatica che ha rappresentato come drammatica la condizione dell’Università italiana –, da qualche frettoloso intervento di riforma delle procedure concorsuali e di sfoltimento dell’offerta didattica, nonché da un drastico taglio dei trasferimenti agli atenei, destinato ad accentuarsi nei prossimi due anni, il Ministro Gelmini ha alfine depositato al Senato il promesso Ddl di riforma.
Preceduto da un micidiale e prolungato fuoco di preparazione – da un protratta campagna mediatica che ha rappresentato come drammatica la condizione dell’Università italiana –, da qualche frettoloso intervento di riforma delle procedure concorsuali e di sfoltimento dell’offerta didattica, nonché da un drastico taglio dei trasferimenti agli atenei, destinato ad accentuarsi nei prossimi due anni, il Ministro Gelmini ha alfine depositato al Senato il promesso Ddl di riforma dedicato a “Governance, reclutamento e stato giuridico dei docenti, diritto allo studio”.

Si tratta, va detto in partenza, di un documento dir poco criptico, ove si promettono alcune cose, poche, a leggerle così, condivisibili, altre rischiose, qualcuna già a prima vista terribile, molte confuse. Quel che perciò soprattutto conta è che il testo, come ogni testo che si rispetti, si fonda anche sul non testo, sul non scritto e sul semplicemente evocato, che in questo caso sembra essere la parte essenziale del testo, la quale, tutto lascia supporre, discende dalle prime mosse di tutta la partita.

Detto altrimenti: i punti più delicati, quelli che decideranno del destino del sistema universitario pubblico, si prevede di affidarli al governo, che potrà disporre a suo piacimento. Ciò non impedisce tuttavia di estrapolare dalle premesse e di concludere, provvisoriamente, che la riforma promette poco di buono. Limitiamoci a qualche punto, mettendo da canto ciò che si dice a proposito del diritto allo che è troppo poco e troppo vago anche solo per venire evocato.

In primis la governance, che è tema apertamente riconosciuto dal titolo stesso Ddl. Non manca qualche spunto interessante, anche perché la conduzione attuale è lenta e macchinosa. Le università sono fatte di repubbliche separate, che si ritrovano ufficialmente in Senato accademico e che lì negoziano. È ragionevole che ciascuna facoltà conduca una politica dell’insegnamento autonoma – incurante di sovrapposizioni – e una politica autonoma del personale, sottoutilizzando in un corso di laurea docenti che sarebbero preziosi in un altro? Che si istituisca un vero luogo di coordinamento e di governo è indispensabile.

Comunque, poiché le parole contano, una modesta nota terminologica. Cosa sia la governance lo sa molto poco anche chi su di essa s’interroga da anni. Ognuno la definisce a modo suo. Una delle cose più certe – pur non certissima – è che la governance coinvolge gli stake-holders, ossia gli interessati. Quella prefigurata nel Ddl, in realtà, li coinvolge ben poco. In pari tempo, se l’università ha bisogno di qualcosa è di governo e non di governance. Gli interessi ci sono fin troppo. Manca la sintesi, che è propria del governo. Approssimativo nel linguaggio, che sintesi suggerisce il Ddl?

La scelta fondamentale è d’imprimere una configurazione monocratica alla guida degli atenei. Non è però azzardato supporre che ciò corrisponda più allo spirito del tempo che a un qualche ragionamento consapevole dello stato delle università. Con gli stereotipi che corrono, immaginare che il Rettore possa essere condizionato da un qualche organo rappresentativo significherebbe smentire la filosofia che da vent’anni si prova a imprimere – e in parte già si è imposta – alle istituzioni democratiche del paese. Ma è, dopotutto, l’uomo solo al comando non è che un fatto simbolico. Il Rettore dovrà essere eletto e lo sarà, come sempre succede, in cambio di qualcosa. Avrà bisogno di collaboratori, poiché non si governa in solitudine, e da essi sarà condizionato. Forse non si sono sperimentati abbastanza i danni del leaderismo manageriale all’italiana – primo fra tutti il passaggio da un regime in cui almeno una parte delle negoziazioni si svolgeva pubblicamente a un regime in cui le negoziazioni sono state quasi del tutto clandestinizzate – perché si rinunci a infettare un altro pezzo del paese?

Per migliorare la cosiddetta governance il Ddl propone inoltre di ridurre a comitati ristretti Consiglio d’amministrazione e Senato accademico, di cui è prevista l’elezione con procedure incerte e con un tasso di democraticità molto basso. Sappiamo i numeri del primo (11 membri, compresi Rettore e due rappresentanti degli studenti) e del secondo. Sappiamo che il Rettore potrebbe – ma anche non potrebbe, dipenderà dagli Statuti – nominare i membri del primo, non è detto in che modo e con quali criteri selezionati. Sappiamo che i docenti eleggeranno i due terzi del Senato, ma non chi designerà il restante terzo (che non è poco), di cui non è precisato se debba essere di estrazione accademica o meno. In sostanza, si restringe e si complica, ma anche s’imbroglia: vanificando il condivisibile principio di un’università più aperta all’esterno. Ma non sarebbe più semplice dire che il Cda è composto non di generiche personalità della cultura, che non rappresentano se non se stessi, bensì di quote prefissate di rappresentanti, per esempio, delle amministrazioni locali e dei finanziatori privati, del Ministero, di insigni personalità della cultura scelte da qualcuno con procedura trasparente (vietati, si spera, i politici on the way out) e magari da una rappresentanza dei docenti un po’ più larga che non il singolo Rettore? Del pari, se è assai opportuno snellire il Cda, ridurre a 11 i suoi membri significa unicamente delegare di fatto una gran quantità di competenze al personale non docente. Il quale al momento è impreparato allo scopo. Non illudiamoci che basti ribattezzare direttore generale l’attuale direttore amministrativo per risolvere il problema

Suscita dubbi anche la preminenza accordata al Cda rispetto al Senato. Va bene porre un freno alle non poche bizzarie dei Senati, i quali sono tavolo di negoziazione tra i presidi di facoltà, con qualche figura di contorno. I presidi rappresentano la didattica, che dopo l’introduzione del 3+2 è cresciuta in maniera abnorme, e la didattica ha sopraffatto la ricerca. Nondimeno, sottoporre l’intera vita universitaria a chi controlla i cordoni della borsa (ma che, stando al Ddl, non necessariamente sarà ben esperto in fatto d’insegnamento e ricerca), riconoscendo al Senato un ruolo meramente consultivo, non è una gran trovata. Anche se difficilmente porteranno utili, vi sono attività (d’insegnamento e di ricerca) che un’università degna di questo nome dovrebbe comunque garantire. Se invece valesse solo il criterio della redditività, ci sono ampi settori disciplinari che verrebbero forzati a chiudere.

Coerentemente con quanto si è appena detto, appare a prima vista interessante lo spostamento dell’asse tra dipartimenti e facoltà previsto dal Ddl. In linea di principio, la didattica universitaria si distingue da ogni altro tipo di alta formazione perché fondata sulla ricerca. Supponiamo che in università le disponibilità finanziarie consentano di continuare a far ricerca (che peraltro il Ddl non nomina mai) e che il modello che il governo ha in mente non sia un grande diplomificio pubblico a basso costo in attesa che cresca il businnes dei diplomifici privati low cost. Che in tal caso siano le sedi della ricerca a orientare l’insegnamento e il reclutamento è un riconoscimento più che condivisibile. Resta tuttavia da vedere quali dipartimenti ci ammannirà il governo. Il Ddl è di nuovo nebuloso. Prevede che debbano raccogliere un numero minimo di studiosi. Ma il tetto massimo resta misterioso. Se si immagina di riorganizzare l’università in un numero ridottissimo di megastrutture, difficili da governare e giocoforza eterogenee, dove inevitabilmente si riproporrebbero i vizi imputati alle facoltà e dove unicamente ricerca e didattica seguitino si facciano più da vicino la forca, difficile è intendere quale possa essere il guadagno.

Non molto c’è da dire sul regime concorsuale previsto dal Ddl per reclutare i docenti. Uno vale l’altro. Dipende dalla moralità – quindi dalla cultura – di chi lo applica, che è specchio, anche se non esclusivo, della mondo circostante. L’università rispecchia il paese. Anzi, chi abbia una qualche familiarità col mondo della politica, l’università è un pochino meglio. Anche il più ferreo sistema di regole e di incentivi – valutazione compresa – può essere aggirato. In astratto, quello previsto dal Ddl non pare affatto male: l’idoneità nazionale può essere buona cosa, dopo gli eccessi del localismo: in buona parte dettati dall’autonomia di bilancio delle università. Il problema, stavolta, sono le idoneità aperte. O si stabiliscono ferree soglie per conseguirla, e si nomina una robusta autorità di vigilanza, o si mette un tetto alle idoneità conseguibili in un dato settore disciplinare. Il sospetto, estrapolabile dalle mosse precedenti del governo, è che si vogliano liberalizzare le idoneità e porre rigidi vincoli finanziari agli atenei, su cui si scaricheranno pressioni e frustrazioni degli aspiranti. I professori di ruolo verrebbero nominati localmente, in funzione delle risorse disponibili. Per il resto, si sopperirà al fabbisogno tramite il precariato, che non è né garanzia di efficienza, né tanto meno di moralità.

Già, la precarizzazione del personale, che di sicuro non manca. Stando al disegno di legge ci saranno gli ordinari (cui si concede qualche piccolo omaggio simbolico), gli associati, i ricercatori a tempo determinato, anzi a scadenza, i docenti a contratto: quelli provenienti dagli enti di ricerca e quelli reclutati a titolo individuale, a seguito di procedure concorsuali verosimilmente non diverse da quelle apparentemente in vigore (gli avvisi pubblici e le decisioni frettolose da Consigli di facoltà ipertrofici e sovraccarichi di competenze).

C’è poi il capitolo valutazione:. Sul principio è difficile non concordare. Più dubbia è l’applicazione, su cui nulla di attendibile si dice nel Ddl, salvo sanzioni per chi sia mal valutato. Forse, dopo i tanti esperimenti condotti in questi anni (tra cui quello pregevole del Civr), qualche dettaglio in più sarebbe stato auspicabile. Non si possono invece non condividere le sanzioni previste per i docenti. Che un docente che non fa ricerca e non insegna vada escluso dalle commissioni che selezionano gli altri docenti è il minimo. È ovvio anche penalizzarlo sul piano retributivo: non sarebbe anzi neanche male contemplare in casi estremi il licenziamento. Più discutibili sono i meccanismi premiali e punitivi nell’attribuzione delle risorse agli atenei. Le università sono un servizio pubblico. Se le loro disponibilità si riducono, si riduce la qualità del servizio. Chi ne paga le conseguenze sono gli studenti e il territorio su cui gravitano. A parte l’esigenza, già evocata, di non fare di tutt’erba un fascio – le Università sono composite – sarebbe semmai opportuno incidere sulle retribuzioni dei docenti e prevedere la possibilità di commissariare atenei e dipartimenti che non soddisfino gli standard minimi.

Buona è anche l’idea di ridimensionare la dispersione del sistema universitario (provocata, sia chiaro, da volgarissime convenienze politiche), incentivando sistemi regionali. Si sono creati troppi atenei, necessariamente o mal attrezzati di servizi, laboratori, biblioteche, o con servizi sottoutilizzati. Non si vede perché atenei contigui non possano adottare una qualche divisione del lavoro. I corsi senza studenti sono stati uno scandalo, frutto di una sgangherata autonomia concessa dalla politica (governo e parlamento) agli atenei, che l’hanno utilizzata in maniera non meno sgangherata. Lo scandalo è stato rimosso tramite i requisiti minimi e altri criteri. Ma sarebbe auspicabile anche una maggior flessibilità nell’impiego del personale. Vi sono facoltà che abbondano di docenti in un dato settore disciplinare, che però non possono essere agevolmente utilizzati da altre facoltà del medesimo ateneo che ne abbiano bisogno. Bene: se si rompessero le paratie tra facoltà, dipartimenti e pure tra atenei vicini non solo si risparmierebbe qualcosa e si utilizzerebbe più razionalmente il personale, ma agli studenti si offrirebbe forse una didattica di miglior qualità.

Non tutto dunque è da buttare nel Ddl. Le università pubbliche e i loro docenti non sono affatto entusiasti della presente situazione, checché ne dicano i loro nemici. Ne discutono da anni e, senza dubbio, patiscono della mancanza di adeguati stimoli a migliorare. Il governo ha dopotutto fatto quel che normalmente si fa in questi casi. Ha captato le idee che circolano nell’aria. Purtroppo ha selezionato tali idee alla luce dei propri pregiudizi e dei propri fini, che è difficile ritenere simpatetici verso l’Università pubblica.

Chi al momento ci guadagna? A prima vista, le gerarchie accademiche si indeboliscono in sede di reclutamento, ma già il Ddl suggerisce loro come riorganizzarsi. In conclusione pareggiano. Chi potrebbe guadagnarci sono i professionisti del governo accademico, ovvero gli universitari più propensi a professionalizzarsi nel ricoprire i compiti direttivi nei Cda e nei Senati accademici. La competizione per diventare Rettore diverrà più accanita e così anche quella per le cariche accademiche, che dovrebbero ridursi. Questo significa che qualcuno ci si dedicherà con molto più impegno e a comandare non saranno i docenti scientificamente più credibili.

Ci perdono, già adesso, i giovani. Ci perdono gli studenti, ai quali il Ddl fa vaghe promesse di sostegno, ma che prevedibilmente pagheranno il declino dell’università pubblica, malamente compensato da una possibile crescita delle università private, dove però quelle scadenti sono già più numerose di quelle, diciamo, di qualità. Gli studenti saranno anche penalizzati da una didattica impoverita dalla moltiplicazione dei docenti a contratto e dal declino della ricerca. E ci perderanno i giovani studiosi. I quali potrebbero salutare con favore procedure di reclutamento più universalistiche (e un pizzico meno localistiche), ma ai quali è soprattutto garantita una protratta anticamera nel precariato.

In attesa di altre mosse, un punto è comunque certo. Che il governo sta risparmiando qualche soldo, a spese dell’università e della ricerca, ma anche del paese: il declino è economico, è civile, è morale. Colpire la cultura e la ricerca può solo aggravare la situazione. Al contempo, il governo prosegue con una vecchia e pessima abitudine dell’ultimo decennio, aggiungendoci solo un’aggravante: che è il disprezzo. Una volta di più – ma stavolta con più rozzezza – la politica evita un confronto pubblico con il mondo dell’università. Salvo interagire con questa o quella lobby, con questo o quel docente amico, con la Crui, ecc. È un gran peccato. Riformare l’università contro l’università, anzi volendo punirla, è la più sicura garanzia di fallimento. C’è qualche motivo di ritenere (un commercialistica ci ha messo lo zampino?) che il fallimento sia deliberatamente programmato.
da www.nelmerito.com

«Il Giornale contro Errani. "Non mi lascio intimorire"», di Andrea Bonzi

Si avvicinano le elezioni, e la destra ci prova coi dossier, rilanciati da «Il Giornale». Inoltre, la Bernini (Pdl) chiama in causa Errani «responsabile politico» del caso Delbono. La replica: «La mia forza è che sono onesto».

Con l’avvicinarsi delle elezioni regionali, si intensifica l’attacco del centrodestra a Vasco Errani. Sull’onda del Cinzia-gate che ha travolto l’ormai ex sindaco di Bologna, Flavio Delbono, il Pdl prova a coinvolgere l’attuale presidente della Regione (ricandidato dal Centrosinistra) con l’obiettivo di trarne un vantaggio alle urne. Secca la replica di Errani: «Non mifaccio intimorire, la mia forza è che sono una persona onesta».
Intanto, Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, dopo aver parlato con Berlusconi in persona della necessità di accelerare la data delle elezioni amministrative di Bologna, ieri ha anche telefonato al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che gli avrebbe assicurato «grande attenzione sul tema». Lo sforzo dei centristi, che puntano a votare a ottobre, li allontana (momentaneamente?) da una destra che, in barba al rischio di paralisi della città, preferisce continuare con l’esaltazione dell’arrivo del commissario.

L’attacco al presidente Errani arriva dalle colonne de «Il Giornale» della famiglia Berlusconi, che ieri ha pubblicato un articolo riportando le parole di Giovanni Donigaglia, ex numero uno della Coopcostruttori di Argenta, colosso delle coop “rosse” travolta da un clamoroso crac finanziario e fallita nel 2003 lasciando un buco di un milione e 700mila euro e oltre 3.000 soci truffati.
Un crollo per il quale Donigaglia è stato rinviato a giudizio nello scorso dicembre con l’accusa di banca rotta e associazione a deliquere insieme ad altri 13 dirigenti della cooperativa (la prossima udienza è prevista per marzo).
Il manager su «Il Giornale» parla di cinque agende (risalenti al periodo 1985-1995) sequestrate dai Carabinieri di Comacchio a Vittorio Savini, arrestato nel ‘95 con Donigaglia e altre tre persone per corruzione e turbativa d’asta nell’inchiesta «Laguna pulita». In questi fogli, l’ex numero uno della coop Argenta, ha trovato delle annotazioni, per altro abbastanza vaghe. Date e nomi come «il 17 roba a Vasco», «roba piscina Vasco», risalenti all’89, quando Errani era segretario del Pci di Ravenna. «Sarà quel Vasco?», si chiede in un “catenaccio” il Giornale. E se anche fosse? In mattinata,
poi, era stata la parlamentare e candidata del Pdl alle Regionali, Anna Maria Bernini, a cercare l’affondo, collegando il caso Delbono (per anni vice di Errani) alla corsa per le Regionali: «Più che di questione morale parlerei di questione politica e certamente, da questo punto di vista, c’è la responsabilità di Errani. Se non sapeva cosa succedesse nella sua giunta, abbiamo un grosso problema».

LA REPLICA DI ERRANI
Due bordate a cui Errani replica in maniera ferma e decisa. «Ancora una volta il Giornale della famiglia Berlusconi tenta di gettari fango e sospetti su di me. È un classico – contrattacca il presidente -. La mia risposta è semplice: non mi faccio intimorire. La mia forza è che sono onesto. Questa è la verità». Non è finita, perché il governatore mostra di voler andare fino in fondo: «Se qualcuno pensa di avere un qualsiasi motivo per contraddire questa verità – continua Errani – , allora deve fare una sola cosa, vada alla Procura della Repubblica.
Non ho nessuno scheletro nell’armadio, si accomodi pure». Alcune settimane fa, all’analogo attacco de «Il Giornale» sul caso «Terremerse», lo stesso Errani aveva portato tutte le “carte” alla magistratura per provare la propria trasparenza.

da Unità/Bologna