Meloni e Fassina: con la crisi stanno venendo al pettine tutti i nodi di un sistema che scoraggia gli investimenti delle imprese. Il governo presenti in Parlamento una strategia di politica industriale. Pubblichiamo l’intervento di Marco Meloni, responsabile Università e Ricerca della segreteria nazionale Pd, e Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro della segreteria nazionale Pd.
A questo punto in discussione non c’è solo la perdita di competitività dell’economia italiana. A questo punto quella della ricerca in Italia è una vera e propria emergenza, che incrocia ed esaspera gli effetti della crisi economica sull’impresa e sul lavoro. Sono 25 i tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo Economico che coinvolgono decine, centinaia o migliaia di ricercatori. Se un numero ormai impressionante di grandi gruppi industriali ad alta tecnologia – ultima in ordine di tempo Glaxo – decide di dismettere i propri investimenti in Italia è perché con la crisi stanno venendo al pettine tutti i nodi di un sistema che scoraggia gli investimenti delle imprese: assenza di politica industriale, lentezza esasperante della burocrazia, incertezza del quadro normativo, crescente illegalità. Al di là delle specificità della vicenda Glaxo, è sempre più drammaticamente evidente l’assenza di una politica industriale, di una politica per la ricerca e per’innovazione. Il governo e il ministro Scajola hanno lasciato appassire Industria 2015, sperperando i finanziamenti in Alitalia. Hanno svuotato, con il click day, i più potenti incentivi per la ricerca e l’innovazione disponibili in Europa. Hanno tagliato i finanziamenti a importanti enti di ricerca lasciando invece volare la spesa per acquisti di beni e servizi delle pubbliche amministrazioni.
Rischiamo ora di ritrovarci un esercito di ricercatori disoccupati. Nella maggior parte dei casi sono giovani brillanti e altamente specializzati che il Paese non può permettersi di sacrificare. Perderli sarebbe la conferma che l’Italia, già in coda alle classifiche internazionali per investimenti nel settore e per numero di ricercatori, ha deciso di rinunciare alla competizione sul terreno della ricerca, della tecnologia, dell’innovazione. E, dunque, di abbandonare i segmenti di lavoro specializzato a maggior valore aggiunto, quelli che, nel mercato globale, fanno sì che un Paese abbia successo o meno.
Le scelte del governo nei primi due anni di legislatura sembrano, purtroppo, rafforzare questa impressione: anziché fare come USA, Francia, Germania, che per rispondere alla crisi hanno incrementato in modo assai significativo gli investimenti in ricerca e istruzione, da noi miliardi di euro di tagli pregiudicano qualsiasi seria prospettiva di rendere questi settori più moderni, trasparenti, efficienti. E il modo – confuso, lento, senza alcuna strategia – con cui l’esecutivo affronta questo vero e proprio esodo ne è una ulteriore conferma.
Il governo presenti in Parlamento una strategia di politica industriale. Il PD farà la sua parte anche per trovare le risorse per realizzarla. I vincoli di finanza pubblica non possono giustificare l’inazione e la continua perdita di occupati. Intanto, venga ripristinato il credito di imposta per le spese in ricerca ed innovazione. Infine: ripartiamo dal capitale umano, utilizzando la riforma dell’università, per fare degli atenei italiani il cuore pulsante del sistema nazionale della ricerca.
www.partitodemocratico.it
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"Famiglie più povere e indebitate l´industria è in caduta libera", di Elena Polidori
Siamo tutti più poveri. La crisi falcidia il reddito delle famiglie italiane: quello medio, nel biennio 2006-2008, ovvero alle soglie recessione, scende del 4%; quello mensile (al netto delle imposte) si attesta intorno ai 2.679 euro. Ma una famiglia su cinque vive con meno di 1282 euro al mese e una su tre ha un debito sulle spalle. La crisi mette al tappeto anche la produzione industriale: nel 2009 l´indice accusa un calo del 17,4% rispetto all´anno prima (17,5 corretto per gli effetti di calendario). E´ il peggior risultato dal 1991.
Il primo dato arriva dalla Banca d´Italia, il secondo dall´Istat. Entrambe allarmano i sindacati e i consumatori. «Basta pezze», dichiara il leader Cisl Raffaele Bonanni, di fronte alla crisi dell´industria. «Il governo apra gli occhi e abbassi le tasse», gli fa eco Agostino Megale, commentando i contraccolpi della recessione sulle famiglie. Ma il governo cerca di minimizzare: «Confidiamo nella ripresa, pur se discontinua», assicura il ministro Maurizio Sacconi. Dalla Confindustria arriva invece una stima: a gennaio c´è un aumento della produzione dello 0,8% su dicembre, che compenserebbe il meno 0,7% congiunturale registrato a dicembre su novembre. Un altro numero significativo riguarda l´auto: la produzione industriale di autoveicoli a dicembre aumenta dell´85,1% rispetto allo stesso mese del 2008. Ma nella media dell´anno passato il calo è del 20,5% in termini grezzi e del 21,3% secondo il dato corretto per gli effetti di calendario.
Crisi e povertà: una valanga di cifre quantificano gli effetti di questo binomio. In particolare, dalla consueta indagine della Banca d´Italia sui bilanci degli italiani viene fuori che il 20% delle famiglie può disporre di meno della metà del reddito medio, ovvero di appena 1.281 euro al mese. I nuclei familiari che vivono al di sotto della soglia di povertà, sono il 13,4%. Per la cronaca: sono definite povere (in senso relativo) le famiglie con un reddito equivalente inferiore alla metà della media. Nel 2008 questa soglia risultava pari a 8.150 euro netti all´anno, cioè circa 680 al mese. L´indagine rivela anche che i più ricchi sono il 10% del totale, con un reddito mensile di 4.860 euro: da sola, questa fascia di individui, possiede il 45% dell´intera ricchezza netta delle famiglie italiane. Un livello di concentrazione invariato da quindici anni.
Un altro numero di rilievo, che è poi l´altra faccia della crisi, svela che le famiglie sono più indebitate di prima. E´ interessato al fenomeno il 27,8% dei connazionali, con un aumento del 2%. Il valore è ancora inferiore a quelli dei principali paesi industriali, in particolare nel comparto dei mutui. Non è aumentato il loro grado di vulnerabilità finanziaria, misurato dall´incidenza della rata dei prestiti per immobili sul reddito disponibile: il 17%, in linea con i dati 2006 e con gli altri partner. Se si guarda alla distribuzione geografica del calo del reddito, viene fuori che a soffrire è più il centro Italia, con un meno 4,2%. I più colpiti sono i lavoratori autonomi e gli operai. La ricchezza totale netta è pari a 153 mila euro medi.
la Repubblica 11.02,10
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Bankitalia: «In tre anni una diminuzione del 4% del reddito familiare», di Marco Ventimiglia
Vista dalla parte del governo, si tratta probabilmente dell’ennesima “scorrettezza” di Bankitalia (così l’esecutivo ha recentemente definito uno studio sulla disoccupazione reale di Via Nazionale). Vista dalla parte degli italiani, intesi come coloro che lottano ogni giorno per far quadrare i conti, si tratta invece dell’ennesima ed autorevole conferma dei gravi problemi economici a cui devono far fronte. In sintesi, costretti a vivere con meno reddito disponibile e più debiti. L’indagine triennale di Bankitalia, che si ferma al 2008 e non copre quindi tutto l’arco temporale della crisi, evidenzia comunque che le famiglie italiane sono già impelagate in una recessione simile a quella di inizio anni Novanta. E questo, come detto, senza tener conto dell’onda d’urto provocata nel 2009 dal grande aumento della disoccupazione e dalla crisi dell’economia reale. In particolare, i dati evidenziano una flessione pari al 4% del reddito medio tra il 2006 e il 2008 con quasi il 30% delle famiglie indebitate; circa una su cinque con un reddito mensile medio inferiore a 1.281 euro.
Dati che sono stati commentati da Agostino Megale, segretario confederale Cgil: «Il governo non può continuare a chiudere gli occhi mentre la maggior parte delle famiglie italiane si trova in grande difficoltà ed è costretta a indebitarsi. Vanno ridotte le tasse sul lavoro e sulle pensioni ». Lo studio di Via Nazionale mette in evidenza una riduzione dei guadagni che ha riguardato in misura maggiore i lavoratori autonomi rispetto ai dipendenti e agli individui in condizione non professionale, come i pensionati. Inoltre, la contrazione è stata maggiore per gli under 55 e in particolare per le persone conmenodi45 anni. Un altro numero interessante è quello che fotografa la ricchezza familiare netta nel 2008, data dalla somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di valore) e delle attività finanziarie (depositi, titoli di stato, azioni), al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti). Ebbene, il valore medio è di 153 mila euro. Ciò significa che dopo essere cresciuto di circa il44%dal1993 al 2006, questo valore è diminuito di circa l’1% nel biennio successivo.
SOGLIA DI POVERTÀ Riguardo la distribuzione del reddito, lo studio di Palazzo Koch mette in luce che quello da lavoro dipendente è risultato pari a 16.373 euro, con un -3,3% in termini reali rispetto al 2006. Quello da lavoro indipendente è risultato invece pari a 20.374 euro, con una diminuzione del 12,5%. Il reddito individuale medio da lavoro (autonomo e indipendente) è inferiore per le donne e al Sud e nelle Isole, mentre i laureati guadagnano quasi il doppio rispetto a coloro senza titolo di studio. Nel 2008 il reddito familiare medio, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali è risultato di 2.679 euro al mese;mail20%delle famiglie non arriva a 1.281 euro e solo il10%può vantare guadagni superiori a 4.860. Inoltre, il 10% delle famiglie più agiate possiede quasi il 45% dell’intera ricchezza netta, mentre la quota di individui con reddito al di sotto della soglia di povertà risulta pari al 13,4%.
L’Unità 11.02.10
"Nasce il par silentium", di Michele Ainis
Lì per lì, saluti la notizia con un respiro di sollievo: per un mese intero, prima delle elezioni regionali, niente risse fra i politici in tv. Niente liturgie in politichese.
Niente talk show in prima serata dove il ministro di turno s’esibisce come una rockstar. Diciamolo, negli ultimi tempi ne avevamo fatto indigestione. Ma nel caso di specie la quarantena non dipende dalla legge dell’Auditel, bensì da quella sulla par condicio. O meglio dall’ultima paradossale applicazione che ne ha dettato la commissione di Vigilanza sulla Rai.
Per la precisione, i paradossi sono tre. Primo: l’espulsione della politica dai programmi d’informazione politica. Bruno Vespa, Michele Santoro, Giovanni Floris, Lucia Annunziata potranno continuare le rispettive trasmissioni, dedicandole però ai cuori infranti o alla cucina esotica. Forse sarebbe meglio cambiare conduttore, ma questo la commissione parlamentare non lo ha mai deliberato, in Italia non c’è mica la censura.
Secondo: se c’è un momento in cui i nostri connazionali spendono qualche grammo d’interesse verso gli affari del Palazzo, quel momento coincide con una vigilia elettorale. E per dissetarli il Parlamento gli spegne la tv? O in alternativa rimpiazza il dibattito fra i candidati con le vecchie tribune politiche, con una visita guidata al museo delle cere? Se l’obiettivo è d’impinguare il già grasso astensionismo elettorale, coraggio, siamo sulla buona strada.
Terzo: che ne sarà di Matrix, che ne sarà degli altri approfondimenti politici che vanno in onda sulle reti private? Cambiando rete cambia pure lo sceriffo, che nella fattispecie indossa la stella dell’Autorità per le telecomunicazioni. Siccome è improbabile che quest’ultima ripeta virgola per virgola l’editto della Vigilanza Rai (è o non è un’autorità «indipendente»?), alla fine della giostra avremo due regimi, dove nel primo è vietato ciò che nel secondo viene consentito. Ma per viaggiare da un regime all’altro non serve il passaporto, basta il telecomando. Un po’ di zapping e l’editto della Vigilanza Rai avrà l’unico effetto di far precipitare gli ascolti della Rai.
Questi tre ossimori sono figli a loro volta d’un quarto paradosso, in Italia il più antico e persistente. È il paradosso delle regole: senza, la libertà non può attecchire, perché gira subito in licenza, e la licenza in prepotenza, autoritarismo, arbitrio; ma troppe regole s’elidono a vicenda, e in ultimo uccidono la stessa libertà che dovrebbero salvare. Ecco, le regole. Nel preambolo del regolamento battezzato dalla commissione di Vigilanza sulla Rai vengono enumerate 10 leggi nazionali, 6 leggi regionali, una convenzione e 3 atti d’indirizzo. Quello stesso testo sviluppa 13 articoli, 451 righe, 5.350 parole. Manca una norma sui colpi di tosse e gli starnuti in tv, ma prima o poi ci arriveremo.
Nulla d’inedito, la stessa armatura normativa inchioda tutti gli ambiti della nostra vita pubblica e privata. Ma nel caso della libertà d’informazione il suo effetto è ancora più nefasto. Perché un’informazione addomesticata è in realtà un’informazione negata. Perché il pluralismo va piuttosto garantito con una severa disciplina antitrust e con una Rai non lottizzata dai partiti. Infine, certo: perché la par condicio si è rivelata una iattura. Varata nel 1995 dal governo Dini, non ha mai assicurato l’equal time fra i candidati come succede negli Usa, trasformandosi viceversa in un fattore d’opacità nell’avventura elettorale. Sarebbe il caso di sostituirla con regole più duttili, più sobrie, più rispettose della libertà d’informazione. Anche se proprio adesso la par condicio ha generato il suo frutto maturo: il par silentium.
La Stampa 11.02.10
"Riordino della scuola superiore", di Giovanni Sedioli*
C’era un grande bisogno di riforma della scuola superiore, ma non di “questa” riforma. Le riforme servono a collegare gli ordinamenti, il governo dei processi, i risultati attesi, le metodologie e strumentazioni didattiche, le stesse politiche del personale con le nuove attese sociali, con le trasformazioni culturali in essere, con i cambiamenti avvenuti nel rapporto tra soggetti istituzionali e non, con i pesi assunti dai vari interlocutori nella definizione dei percorsi di vita dei cittadini, non solo dei bambini e degli adolescenti. Insomma, le riforme devono dare corpo ad una “idea di scuola” in cui i cittadini sappiano identificare il loro ruolo ed il loro interesse ed in cui le istituzioni e gli altri soggetti coinvolti trovino la motivazione per investire risorse e idee.
Forse è ingeneroso dire “nulla di tutto questo” si trova nel riordino del Governo (positiva, ad esempio, la riduzione degli indirizzi e l’impostazione dei curricula per competenze-abilità-conoscenze), ma il “motore primo” di questa riforma non pulsa in sintonia con quanto prima detto. Senza negare che, almeno per alcuni aspetti, l’avvio era stato promettente, riferendoci all’intenso lavoro preparatorio svolto per gli istituti tecnici e professionali, ora fortemente impoverito dalle scelte effettuate, tanto da rendere contraddittori i dispositivi previsti rispetto ai principi affermati.
La lettura di “taglio” economico-finanziario come logica primaria è sicuramente riscontrabile. Non vogliamo alludere semplicemente alla riduzione di orario, su cui si potrebbe discutere in una logica che veda la scuola come protagonista “educativo” anche al di fuori dell’orario rigorosamente programmato, ma al fatto che questa si associa alla drastica riduzione delle risorse, finanziarie e umane, indispensabili per iniziative autonome delle scuole: l’associazione di questi due dati porta inevitabilmente ad un “taglio funzionale” a causa del quale l’attività formativa viene compressa e qualitativamente compromessa. Clamorosa, in questo senso, la riduzione delle compresenze dei docenti negli istituti tecnici, pur a fronte della affermazione che la didattica laboratoriale è alla base di quegli istituti. Siamo quindi in piena continuità con scelte già compiute dall’attuale Governo: riduzione lineare di docenti e non docenti, tagli di fondi, perfino per le pulizie. Con buona pace della qualità della scuola.
Ma gravi sono le pecche anche di carattere generale: manca un impianto culturale unitario dei tre segmenti soggetti a riforma. Un tentativo di lettura identitaria dei Tecnici (il lavoro, le tecnologie, i linguaggi) e dei Professionali (il lavoro, la prestazione) è presente ma non compiuta, quindi prevalentemente dichiarata, proprio per i tagli intervenuti; per i Licei, appare invece del tutto assente un principio identitario. E anche la struttura dei tre segmenti è incoerente con alcuni elementi già definiti dalla normativa previgente per quel che riguarda il biennio iniziale. Le norme sull’innalzamento dell’obbligo di istruzione prevedono, infatti, che al termine dei primi due anni delle superiori (o dei primi due anni nel sistema di istruzione e formazione professionale) tutti gli studenti debbano acquisire alcune competenze “irrinunciabili”, individuate su quattro assi culturali. La struttura ora proposta, pur migliorativa rispetto alla prima versione dei regolamenti, non appare avere risolto compiutamente il problema, perché conferma un contesto formativo in cui i passaggi da un sistema ad un altro saranno ostici.
Il rischio evidente è che venga confermata, al di là delle affermazioni di valorizzazione della cultura tecnica e del lavoro, la attuale stratificazione sociale delle frequenze nei vari ordini di scuola, facendo venir meno un possibile importante elemento di innovazione. Se si tiene conto, inoltre, della annunciata volontà di abbassare la pratica dell’apprendistato al 15° anno di età, ricomprendendola in più fra le modalità per assolvere l’obbligo di istruzione, si concretizza qualcosa di più di un sospetto su una volontà di negare la funzione generalista della educazione dei giovani, rimandando le fasce più deboli ad esperienze che, nella situazione attuale, sarebbero inevitabilmente riduttive sul piano della costruzione culturale e della personalità. A livello dell’obbligo di istruzione, bisogna lavorare di più sul tema della realizzazione di un qualificato sistema IFP, piuttosto che pensare ad improbabili scorciatoie che realizzerebbero di fatto, nella situazione attuale, nuovi canali di esclusione sociale.
La indisponibilità del testo definitivo dei regolamenti impedisce altre importanti valutazioni, ma sicuramente saranno da interpretare alcune questioni relative ai Professionali; non vi è stata, infatti, da parte del Ministero la volontà di chiarire il rapporto fra competenze di Stato e Regioni sul tema delle qualifiche professionali né il senso da dare alla sussidiarietà, richiamata dalla versione precedente del regolamento, attraverso la quale gli IPS potrebbero svolgere un ruolo complementare rispetto alla IFP, al fine del rilascio delle qualifiche e dei diplomi professionali. Si avvia la riforma con incertezze sui percorsi che rischiano di danneggiare la funzionalità degli Istituti e le prospettive di chi le frequenta.
Più in generale, si può evidenziare una persistente sottovalutazione del ruolo delle Regioni da parte del Ministero. In particolare, il ritardo nella definizione delle norme compromette di fatto i poteri delle Regioni in ambito di programmazione dell’offerta e della rete formativa; in Emilia-Romagna, sono stati predisposti criteri e strumenti condivisi per ridurre al minimo gli effetti legati a questo dato, confermando atteggiamenti di responsabilità che evitino danni all’utenza ed alle scuole, ma si deve segnalare un atteggiamento che mette in difficoltà la volontà della Regione di potenziare, non compromettere, la qualità della scuola.
Non da ultimo vi è il tema dei tempi di applicazione del riordino: va sottolineato che, ad oggi, la nuova norma non è ancora compiutamente visibile e che mancano comunque atti di legittimazione. Anche volendo procedere “come se” fosse tutto chiaro, tenuto conto che le iscrizioni devono essere effettuate entro il 26 marzo, siamo di fronte ad un tempo troppo ristretto perché le scuole possano svolgere al meglio le funzioni di orientamento e le famiglie possano compiere scelte meditate. E’ un problema che il Ministero ha trascurato, così come non sono avviate le necessarie fasi di aggiornamento per i docenti. Una fretta che danneggerà la qualità del sistema e che dà corpo alla logica della priorità data ai tagli.
Infine, una nota sul tema della autonomia: l’innalzamento delle quote di autonomia è certamente un passo avanti, ma va fatta chiarezza sul rapporto fra queste quote e la disponibilità degli “organici”. Certo è che va ribadito che l’autonomia richiede una forte sponda collaborativa da parte dei territori, che la RER è impegnata ad estendere e rafforzare, ma richiede anche la certezza di risorse proprie delle scuole.
*Assessore alla Scuola, Formazione, Università e Lavoro Regione Emilia Romagna
Archeologia, Pd: Cda Soprintendenza Roma manda in fumo 1 milione di euro.Ghizzoni: incapacità amministrative ricadono sui lavoratori del settore
“A seguito delle decisioni prese nel consiglio di amministrazione di ieri, la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma rischia di mandare in fumo quasi un milione di euro di fondi già impegnati per il 2009 in contratti, affidamenti e collaborazioni esterne”. Lo rende noto la capogruppo nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, che aggiunge: “la trasparenza degli affidamenti nella pubblica amministrazione è una priorità assoluta ma eventuali dubbi del CdA dovevano essere sollevati per tempo e non all’ultimo momento. Qualora confermati, i ritardi e le esitazioni del Soprintendente e del Direttore Amministrativo determineranno certamente effetti negativi sulla tutela e sulla salvaguardia del patrimonio archeologico di Roma, nonchè sulle attività di catalogo e di studio. E’ ancor più grave che tale incapacità di spesa avvenga in tempi di grave crisi per i bilanci e per coloro che lavorano nel settore. E’ inammissibile che il prezzo di eventuali inefficienze sia pagato dai collaboratori che, preventivi firmati alla mano, dovranno rinunciare agli incarichi, alcuni dei quali già avviati, rimanendo così beffati. Il patrimonio archeologico e i professionisti archeologi esterni, già penalizzati dalla mancanza di riconoscimento e da forme contrattuali inique, non possono pagare il prezzo dell’incapacità di misurasi con le nuove regole di trasparenza. Su tutto questo presenteremo una interrogazione per avere i più che necessari chiarimenti”.
Camera dei Deputati: Governo battuto su emendamento DDL agroalimentare
Nuova battuta d’arresto del governo in Aula alla Camera. Governo e maggioranza sono ‘andati sotto’, sono stati cioe’ battuti sulla votazione ad un emendamento presentato dall’Udc sul disegno di legge per il rafforzamento della competitivita’ del settore agroalimentare.
L’emendamento e’ stato approvato con 244 voti contro 235.
La comunicazione del voto e’ stata salutata da un grande applauso dai banchi dell’opposizione. Numerose e vistose le assenze tra i banchi della maggioranza.
"Nucleare: via libera al decreto legislativo sui siti delle centrali", di Nicoletta Cottone
Via libera del Consiglio dei ministri al decreto legislativo sul nucleare. Il provvedimento disciplina la localizzazione, la realizzazione e l’esercizio di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi. Il provvedimento detta le regole per individuare i siti e assicura incentivi sotto forma di sgravi sulla spesa energetica, ma anche sulle imposte, alle popolazioni che accoglieranno le centrali. Sono anche previste campagne informative. Il decreto, ha detto il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola, «si caratterizza per la trasparenza e il rispetto assoluto della sicurezza delle persone e dell’ambiente». Scajola ha sottolineato che «individuato il percorso per il riavvio del nucleare, i primi lavori nei cantieri partiranno dal 2013 e la produzione di energia elettrica dal 2020».
Il Governo, dunque, preme l’acceleratore sul piano di ritorno in Italia dell’energia nucleare, puntando su un percorso condiviso con le amministrazioni locali. Il provvedimento, che era stato esaminato in via preliminare dal Consiglio dei ministri del 22 dicembre, ha ricevuto il via libera delle commissioni parlamentari competenti e ha registrato il parere positivo anche del Consiglio di stato sebbene con osservazioni recepite nel decreto approvato dal Cdm.
All’appello manca però il parere della conferenza unificata che il governo acquisirà in un momento successivo essendosi avvalso della decretazione di urgenza, che consente la consultazione successiva della conferenza. E quello delle regioni è un fronte molto caldo. Lo scorso Consiglio dei ministri il Governo, infatti, ha deciso di impugnare dinanzi alla Corte Costituzionale le leggi regionali di Puglia, Campania e Basilicata che impediscono l’installazione di impianti nucleari nei loro territori. In realtà, però, il no al piano nucleare è venuto, anche se non per via normativa, da quasi tutte le regioni tranne la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia e il Veneto, sull’onda dei ricorsi alla Corte Costituzionale presentati da 11 amministrazioni (Basilicata, Calabria, Emilia Romagna, Umbria, Lazio, Puglia, Liguria, Marche, Piemonte, Molise e Toscana), che hanno rilevato profili di incostituzionalità nelle procedure previste per la definizione dei siti e per i processi autorizzativi delle centrali. Altre 4 (Veneto, Campania, Sardegna e Sicilia), hanno dato il loro sostegno. In Sicilia, per esempio, l’assemblea regionale ha detto no al nucleare con un ordine del giorno, approvato all’unanimità, con l’appoggio anche del governatore Raffaele Lombardo.
Il Sole 24 Ore 10.02.10
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Approvata localizzazione siti. Il via libera dal governo.
Il Consiglio dei Ministri passa il decreto legislativo sulla realizzazione e l’esercizio delle centrali. Scajola: “Lavori al via nel 2013 nel rispetto assoluto della sicurezza”. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo sulla disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell’esercizio di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché misure compensative e campagne informative al pubblico. Ad annunciarlo è il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli.
Si tratta di un passo centrale per il rientro – deciso dal governo – dell’italia tra i paesi dotati di impianti nucleari per la produzione di energia elettrica. Lo schema di dlgs aveva avuto un primo via libera lo scorso 22 dicembre. Il consiglio dei ministri, cominciato alle 9 a palazzo Chigi con all’ordine del giorno anche altri argomenti, in realtà al momento è sospeso e riprenderà alle 13.
I primi lavori nei cantieri potranno iniziare nel 2013 e la produzione di energia elettro-nucleare nel 2020. “Il provvedimento – ha sottolineato il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola – si caratterizza per due aspetti: la trasparenza e il rispetto assoluto della sicurezza delle persone e dell’ambiente. La trasparenza vuol dire il coinvolgimento della popolazione e delle istituzioni in tutte le fasi decisionali, di cui verrà continuamente data evidenza. Con il secondo aspetto i nuovi impianti saranno tenuti a rispettare i più elevati criteri di sicurezza relativi alla tutela della salute della popolazione e alla protezione dell’ambiente. Tale assoluto rispetto sarà sottoposto a rigorosa valutazione”.
Il governo con il provvedimento approvato oggi ha definito il quadro normativo di riferimento per i soggetti che intenderanno realizzare i nuovi impianti nucleari. “Con la prossima nascita dell’Agenzia per la sicurezza nucleare e la predisposizione della strategia nucleare, gli operatori potranno proporre i siti per la realizzazione degli impianti e presentare i progetti per le relative autorizzazioni – si legge in una nota -. Il decreto definisce criteri generali, procedure, vincoli e benefici per la realizzazione di impianti nucleari”.
Preoccupato il commento del presidente nazionale dei verdi Angelo Bonelli che ha detto: “Il Consiglio dei Ministri di oggi deciderà i siti nucleari, ma il governo non dirà agli italiani in quali regioni ed in quali città verranno costruite le centrali perché teme un boomerang elettorale nelle prossime elezioni. Si tratta di un atteggiamento irresponsabile e che assomiglia a una vera e propria truffa, perché i cittadini hanno il diritto di sapere se nel proprio territorio ci saranno impianti atomici”.
Il decreto. Cinque i punti principali del provvedimento licenziato a palazzo Chigi. Il decreto individua i criteri generali per l’idoneità dei territori a ospitare un impianto. Saranno le imprese interessate a indicare i siti, che dovranno rispettare le caratteristiche previste dalla normativa. Per quanto riguarda le procedure autorizzative, il “processo si basa ‘sull’autorizzazione unica’ per la realizzazione e l’esercizio di ogni singolo impianto, che prevede un massiccio coinvolgimento delle Regioni interessate”.
Le Regioni e gli enti locali. Il decreto prevede poi “la più ampia partecipazione delle Regioni, degli enti locali e delle popolazioni, anche attraverso consultazioni, sulle procedure autorizzative, sulla realizzazione, sull’esercizio e sulla disattivazione degli impianti nucleari, così come sulle misure di protezione sanitaria dei lavoratori e della popolazione e la salvaguardia dell’ambiente”.
I rimborsi. Verranno riconosciuti benefici economici per le popolazioni, le imprese e gli enti locali dei territori interessati dalla realizzazione di impianti nucleari. “Tali benefici sono a carico dei soggetti coinvolti nella costruzione e nell’esercizio degli impianti. Concretamente i benefici consentiranno la riduzione della spesa energetica dei consumatori finali del territorio interessato, della Tarsu, dell’addizionale Irpef, dell’Irpeg e dell’Ici”.
I costi. Lo smantellamento degli impianti a termine esercizio è a carico degli operatori che hanno realizzato le stesse installazioni, per il tramite di un apposito fondo. Lo smantellamento è affidato a Sogin. Il decreto prevede la creazione di un deposito nazionale realizzato in un più ampio Parco tecnologico che conterrà anche un centro di ricerca sul trattamento delle scorie nucleari.
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