attualità, politica italiana

"I burocrati del cavaliere", di Giuseppe D'Avanzo

Berlusconi ricomincia là dove s’era interrotto. Riprende il suo lavoro da Bonn, dallo spirito populista, bonapartista e anticostituzionale che ha accaldato il suo intervento al congresso del Partito Popolare Europeo. In quell’occasione, il premier denuncia due organi supremi di garanzia: la presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale. Li accusa di essere strumenti politici di parte, al servizio di un “partito dei giudici della sinistra” che avrebbe “scatenato la caccia” contro il premier. Schernisce la Costituzione. Annuncia di volerla, di “doverla” cambiare. In nome del popolo sovrano. Quel giorno, 10 dicembre 2009, diviene chiaro “il sentimento da abusivo con cui il primo ministro italiano abita le istituzioni, mentre le guida”. Egli si sente un estraneo nell’architettura istituzionale che dovrebbe rappresentare. Un estraneo e un prigioniero, perché quell’architettura egli l’avverte come un’armatura che lo soffoca e deprime, mentre pretende di dominarla e maneggiarla come fosse morbida pelle. Quel giorno a Bonn, come osservò Repubblica, è nitida la sfida che Berlusconi lancia: non vuole essere, tra gli altri, garante di un ordinamento. Vuole creare, sotto il segno dello stato d’eccezione, un nuovo ordine che riconosca il suo potere distinto e sovraordinato rispetto a tutti gli altri poteri repubblicani che si bilanciano tra di loro: “il leader del popolo che lo sceglie nel voto”, quindi liberato di ogni contrappeso dall’unzione suprema di una sovranità inviolabile.

Venne poi il 13 dicembre, piazza Duomo, quel matto di Massimo Tartaglia, l’aggressione e la violenza, il volto insanguinato del premier e, per settimane, l’estremo grado di intensità di un discorso pubblico declinato intorno alla distinzione di amico/nemico apparve una strada senza uscita a molta parte del Paese. Sfratta ogni illusione di una nuova temperie la sortita che dà avvio, dopo quella crisi, al nuovo anno politico. Come d’abitudine, si consuma in un ambiente “compatibile”, protetto dal suo “notaio” televisivo, nelle forme del flusso verbale ininterrotto che eclissa fatti (come la vulnerabilità cui lo espone una vita capricciosa); nasconde le proprie responsabilità (come per la character assassination di Dino Boffo, schiacciato con un documento falso dal suo giornale). Il premier ritorna su un suo chiodo fisso. Rivendica il diritto di decidere quali sono, dove sono i “nemici”, quei gruppi professionali che minacciandolo aggrediscono – sostiene – l’esistenza dello Stato stesso che egli, per volontà popolare, incarna. Naturalmente, a Roma come a Bonn, comincia dai magistrati. Dice: “Non si può governare attaccati da pubblici dipendenti quali sono i giudici. Rispondere all’uso politico della giustizia con un uso democratico del voto popolare è legittimo e assolutamente doveroso”. Lasciamo perdere la solita polemica sull'”uso politico della giustizia”. Pare più essenziale osservare che ancora una volta Berlusconi interpreta, con coerenza – ieri come oggi e come accadrà domani – il quadro politico-istituzionale intorno al divisivo concetto di amico/nemico. I magistrati sono “nemici” perché (come ogni altro organo di garanzia e di controllo) impediscono al sovrano di governare, perché sorvegliano le sue decisioni e quella vigilanza è un ostacolo che crea uno status necessitatis, l’urgenza di provvedimenti legislativi che ne riducano i poteri (con una riforma della giustizia) proteggendo al tempo stesso chi governa dalla loro azione (con le leggi immunitarie). A rendere ancora più chiaro qual è lo spirito “costituente” che agita il premier è il fatto del giorno: l’indagine penale che coinvolge Guido Bertolaso. La coincidenza aiuta a capire.

Il “padrone” della Protezione civile rappresenta alla luce del sole, nel modo più vivido, il nuovo “ordine” che Berlusconi esige. Bertolaso interpreta il paradigma della “militarizzazione della decisione politica” che il premier immagina debba essere lo strumento d’uso quotidiano del governo, il dispositivo che consente di sospendere le norme, di trasformare il diritto in una decisione che va liberata dal perimetro in cui la costringe la legge. La Protezione civile di Guido Bertolaso ha rappresentato e rappresenta appunto questo: il sostanziale svuotamento della partecipazione politica a vantaggio della verticalizzazione della decisione politica. E’ accaduto in alcune occasioni – e va detto – per evidenti necessità, come per i rifiuti di Napoli e il terremoto dell’Aquila. Ma intorno a queste indiscutibili urgenze, la Protezione civile è cresciuta su se stessa per volontà di Berlusconi, in un vuoto di diritto, con emergenze raccontate e immaginate come estreme o improrogabili. Tutto si è trasformato in stato di necessità. Il G8 della Maddalena; i Mondiali di nuoto; l’Expo di Milano; il quattrocentesimo anniversario della nascita di San Giuseppe da Copertino a Lecce; il congresso eucaristico nazionale, previsto ad Ancona nel settembre del 2011. Conta qui osservare il metodo che la fortuna politica e istituzionale di Bertolaso ci propone, o meglio ci conferma.

In uno “Stato legislativo”, dove quel che conta è la legalità e chi esercita il potere agisce “in nome della legge”, le burocrazie sono “neutrali”, uno strumento puramente tecnico che serve orientamenti politici diversi e anche opposti. Berlusconi non vuole essere l’anonimo esecutore di leggi e norme (lo si sa, lo si è già detto). Egli non intende governare in nome della legge, ma in nome della “necessità concreta”. Pretende che lo Stato si muova dietro le “emergenze” (autentiche o artefatte che siano, non importa), vuole che il governo decida delle “situazioni” che ritiene prioritarie. Berlusconi s’immagina alla guida di uno “Stato governativo” che si definisce per la qualità decisiva che riconosce al comando concreto, applicabile subito, assolutamente necessario e virtualmente temporaneo, sempre conflittuale perché esclude e differenzia. Pretende che le burocrazie condividano la capacità di assumersi il suo stesso rischio politico, come fossero un’élite politica e non istituzionale. Ecco come Berlusconi immagina debbano essere i magistrati, “pubblici dipendenti”.

È dunque in queste ragioni – tutte politiche – che va afferrato il più autentico significato della simbiosi tra Berlusconi e Bertolaso: l’uno, l’uomo che decide al di là e oltre le norme; l’altro, l’uomo che lavora nel “vuoto di diritto” che quella decisione crea. Berlusconi forse potrebbe fare a meno dell’intero suo gabinetto, ma non di Bertolaso perché il sottosegretario e direttore della Protezione civile materializza molte condizioni che il premier ritiene costitutive del suo potere: la creazione volontaria di uno stato d’eccezione permanente; una prassi di governo che vive di decreti con immediata forza di legge e trasforma il comando in un ininterrotto “caso d’eccezione”; l’immunità da ogni controllo. Si può concludere chiedendosi come sia possibile in questo clima discutere di riforme costituzionali. Di quale Costituzione si vuole parlare? Di quella che abbiamo o del nuovo “ordine” berlusconiano annunciato a Bonn ieri e a Roma oggi?
La Repubblica 11.02.10

1 Commento

  1. da http://www.unita.it dell’11.2.2010

    «Protezione civile Spa: nel decreto si garantiva l’impunità», di Simone Collini

    Guido Bertolaso? Altri sei giorni e sarà vietato avviare procedimenti giudiziari nei suoi confronti, mentre quelle pendenti verranno sospese. Per legge. Come? Mediante la conversione del decreto che trasforma la Protezione civile in Spa. Prevista, dopo il via libera dell’altro ieri al Senato, per mercoledì prossimo.

    LO SCUDO PER I COMMISSARI A denunciare il caso è Dario Franceschini, lasciando la conferenza dei capigruppo della Camera e poi chiedendo in Aula al governo di ritirare il cosiddetto decreto emergenze. La maggioranza ha ottenuto di calendarizzare il provvedimento, che scade a fine mese, per mercoledì. Il capogruppo del Pd sbandiera il testo messo a punto dal governo, sottolineando in particolare l’articolo 3, comma 5, che inizia a leggere: «Dalla data di entrata in vigore del presente decreto e fino al 31 gennaio 2011 non possono essere intraprese azioni giudiziarie ed arbitrali nei confronti delle strutture commissariali e quelle pendenti sono sospese». Attacca Franceschini in Aula: «Questa norma fa impallidire ogni tentativo di lodo o di legge ad personam: non solo si sospendono i procedimenti giudiziari ma addirittura diventa vietato avviarli. Più che un mini-lodo è un vero e proprio scudo. Il governo ci rinunci». Il Pd ha chiesto all’esecutivo di riferire in Parlamento e di ritirare un provvedimento chiaramente «inopportuno e sbagliato». Perché pur chiarendo che non si vuole entrare nel merito della vicenda giudiziaria in cui è coinvolto l’ex commissario per l’emergenza rifiuti in Campania, Franceschini sottolinea che «soprattutto in questo momento è assolutamente inopportuno portare in Aula un testo che privatizza la Protezione civile».

    I RISCHI DELLA PRIVATIZZAZIONE Posizione a cui si associano anche le altre due forze dell’opposizione, Italia dei valori e Udc. Massimo Donadi dice che «le dimissioni farsa di Bertolaso non sono una soluzione, è necessario limitare i poteri della Protezione civile e bloccare il processo di privatizzazione». Per il capogruppo dell’Idv alla Camera «alla luce dei fatti gravissimi emersi è indispensabile rivedere la struttura della protezione civile, perché gestisce una quantità enorme di denaro in deroga alla normale legislazione»: «Spesso lo stato di emergenza non è tale o è un paravento e serve solo ad accelerare lavori e ad affidare appalti con trattative private, senza alcun controllo. Una situazione non ammissibile in uno stato democratico». E tra l’altro se l’inchiesta di Firenze «non meraviglia affatto» Luigi De Magistris, l’eurodeputato Idv sottolinea che «con la nascita di Protezione civile Spa i fenomeni corruttivi saranno ulteriormente facilitati». Pericolosi giustizialisti o sospettosi dietrologi? Non proprio, se è vero che anche l’Udc chiede al governo di tornare sui suoi passi. «Siamo garantisti con tutti e certamente anche con Bertolaso, ma i fatti imputati a lui, a Balducci e ad altri dirigenti dello Stato sono gravi e occorre chiarezza», dice il capogruppo dei centristi in commissione Affari costituzionali alla Camera Pierluigi Mantini. «È chiaro che l’immunità “ad personam” prevista dal decreto è incostituzionale ed iniqua».

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    «La truffa: 327 milioni e zero posti di lavori», di Francesca Ortalli

    Il G8 doveva essere un’occasione di riscatto per questa piccola isola dal mare cristallino nel nord della Sardegna. Una sorta di “risarcimento” per tutti gli anni trascorsi a sopportare l’ingombrante presenza della base americana. L’avevano chiamata la rinascita de La Maddalena ed era arrivata la speranza. Invece il sogno si è spezzato il 23 aprile del 2009 quando il G8 viene trasferito all’Aquila. Così i cantieri dove si lavorava giorno e notte, protetti dal Segreto di Stato, da quel giorno iniziano a svuotarsi. Sia perché non c’è più tanta fretta di terminare le opere, sia perché una buona parte dei soldi, una montagna (si parlava di un investimento complessivo di oltre settecento milioni di euro), stanziati con i fondi Fas, spariscono dirottati nella città del terremoto. Insieme ai posti di lavoro promessi.

    «Trecentoventisette milioni di euro e zero posti di lavoro», sintetizza così Lorenzo Manca segretario della Fillea Cgil di Olbia il sogno infranto dell’isola. Perché questi fondi spesi dal maggio del 2008 al luglio del 2009 a La Maddalena pochi li hanno visti. Ricorda ancora Francesco Bardenzellu, consigliere Comunale che polemizzò addirittura con Bertolaso: «Chiedevo semplicemente che le imprese sarde partecipassero ai lavori, avessero una via privilegiata. Invece alla fine hanno gestito tutto loro e a noi sono arrivate solo le briciole. Il grosso degli appalti è andato altrove e qui lo sappiamo tutti».

    Eppure si era ottenuto che il trenta per cento delle imprese fossero sarde, erano stati sottoscritti anche alcuni accordi con l’Anci. Però la fetta più grossa degli appalti è andata a quattro imprese (tra cui l’Anemone Costruzioni di Grottaferrata) mentre la Mita Resort del gruppo Marcegaglia ha ottenuto la concessione per 40 anni dell’ex Arsenale. L’opera più imponente (solo la bonifica è costata 22 milioni di euro), la più cara (spesa complessiva 75 milioni di euro) rischia di diventare un’altra cattedrale del deserto, un albergo di lusso che nessuno vuole. Ai primi di febbraio l’uomo delle emergenze Bertolaso aveva guidato in pompa magna i giornalisti alla scoperta dei tappeti firmati, delle stanze extra lusso per far vedere che tutto era in ordine. «Quello che mi preoccupa è il dopo», dice Carlo Mannoni, ex assessore ai lavori pubblici della giunta Soru, «perché vedo una giunta politicamente inerte. Anche la Louis Vuitton Cup, che poteva essere occasione di un investimento diretto della Regione, viene affidata in blocco alla Protezione Civile. Cappellacci a La Maddalena non si è mai visto. È andato soltanto quando è stato convocato da Bertolaso per confermare che tutto era a posto». Ecco perché anche Enzo Costa, segretario regionale della Cgil invita la Regione «a una riflessione immediata sulle decisioni che si stanno prendendo in questi giorni, proprio sui nuovi appalti in vista della Vuitton Cup». La regata più prestigiosa del mondo sarebbe dovuta essere il banco di prova della neonata Protezione Civile Spa. E alla luce degli ultimi sviluppi giudiziari c’è poco da stare tranquilli.

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    Zanda: «Agiscono fuori da ogni regola», di Maria Zegarelli

    Le irregolarità mi auguro che non ci siano state», premette il vicecapogruppo Pd del senato Luigi Zanda: «Io accuso il meccanismo, troppa discrezionalità, va cambiato».
    Berlusconi intanto ha respinto le dimissioni di Bertolaso.
    «Bertolaso ha avuto la sensibilità di dimettersi, Berlusconi non l’ha apprezzata. Sono decisioni sue. Il governo deve ritirare il decreto che istituisce la Protezione civile Spa e dichiara legittima una situazione sbagliata alla radice, stabilendo la compatibilità tra la carica di sottosegretario e quella di capo dipartimento, attualmente ricoperte entrambe da Bertolaso».
    Un conflitto d’interessi.
    «Un sottosegretario deve seguire la linea politica del governo, un capo dipartimento è tenuto a una equidistanza, anzi – spiega Zanda, sfogliando la Costituzione – di più, all’imparzialità. C’è bisogno di tornare all’ordinarietà costituzionale, mentre si è andata sviluppando una gigantesca anomalia».
    Quale?
    «Nel 2001, il governo Berlusconi con una legge ha equiparato i grandi eventi alle situazioni emergenziali, per cui da allora le prerogative dell’emergenza – nessun controllo da parte della Corte dei Conti, deroghe a decine di leggi – sono state sistematicamente utilizzate anche per avvenimenti che non hanno nulla di emergenziale come la Vuitton Cup, di cui Bertolaso è commissario, tanto per citare l’ultimo di una serie lunghissima».
    Di quanti eventi parliamo?
    «Cinquecento ordinanze di Protezione civile dal 2001, di fatto il dipartimento diretto da Bertolaso è stato trasformato in una struttura libera di agire fuori dalle regole della pubblica amministrazione e non solo di fronte alle emergenze vere, cosa ragionevole, ma per tutte le situazioni che il presidente del consiglio decide di chiamare grande evento. La responsabilità politica di tutto questo è di Berlusconi. Bertolaso ha suggerito il meccanismo e non doveva accettare di fare il capo del dipartimento e anche il sottosegretario».
    In questa opacità si sarebbe fatta strada anche la corruzione.
    «Conosco personalmente sia Bertolaso che Balducci, li ho anche visti lavorare durante il Giubileo e non ho mai avuto nessun dubbio sui loro comportamenti, dobbiamo augurarci per loro e per l’Italia che venga fugata ogni ombra. Limitare le deroghe alle sole emergenze è anche una garanzia per i pubblici dipendenti, ne garantisce scelte, comportamenti, trasparenza. Un pubblico dipendente dovrebbe sempre augurarsi di essere controllato preventivamente e preferire la strada ordinaria. Lo dico perché sappiamo benissimo quanto sia prezioso per l’Italia il lavoro della Protezione civile e vogliamo buone regole che la proteggano».
    Da cosa?
    «Da rischi, scivoloni, distrazioni. Quando non ci sono regole è facile che i comportamenti siano più distratti. In uno stato di diritto le regole non possono essere a discrezione. Perché il confine tra la discrezione e l’arbitrarietà è labilissimo».
    Tra l’altro nelle pieghe del decreto spunta anche lo scudo.
    «È vero, sono misure da operetta».

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