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Cala il reddito delle famiglie. Per Bankitalia è sceso del 4%

Il reddito medio delle famiglie italiane è diminuito del 4% fra il 2006 e il 2008 a 2.679 euro al mese. Lo rileva uno studio della Banca d’Italia che precisa: “Tenendo conto dei cambiamenti nell’ampiezza e nella composizione della famiglia il reddito equivalente è caduto circa del 2,6%. La riduzione è sostanzialmente simile a quella osservata nel corso della precedente recessione, tra il 1991 e il 1993”. “Il 20 per cento delle famiglie ha un reddito mensile inferiore a circa 1.281 euro, il 10 per cento superiore a 4.860 euro; il reddito mediano è pari a 2.174 euro. La concentrazione dei redditi è risultata nel 2008 sostanzialmente in linea con quella rilevata negli anni passati”.

La riduzione dei redditi ha riguardato in misura maggiore i lavoratori autonomi rispetto ai dipendenti e agli individui in condizione non professionale. E la contrazione è stata maggiore per gli individui di età inferiore ai 55 anni e in particolare per quelli con meno di 45 anni.

“Il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% dell’intera ricchezza netta delle famiglie italiane. Tale livello di concentrazione è rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi quindici anni”, scrive palazzo Koch. Dall’altra parte della ‘classifica’, “la quota di individui con reddito al di sotto della soglia di povertà risulta pari al 13,4%, valore sostanzialmente in linea con quello rilevato nel 2006”.

La quota di individui residenti in Italia e nati all’estero è cresciuta fra il 2006 e il 2008 di due punti percentuali portandosi a circa il 7 per cento della popolazione. Di questi, circa il 36 per cento ha cittadinanza italiana. Il 24 per cento di quelli con altra cittadinanza sono cittadini di paesi appartenenti all’Unione Europea.

Nel 2008 la ricchezza familiare netta, data dalla somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di valore) e delle attività finanziarie (depositi, titoli di Stato, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti), presenta un valore mediano di 153.000 euro. In termini reali, dopo essere cresciuto di circa il 44 per cento dal 1993 al 2006 soprattutto grazie all’aumento del valore degli immobili, questo importo è diminuito di circa l’1 per cento nel biennio successivo.

La percentuale di famiglie indebitate è aumentata di quasi due punti percentuali, al 27,8 per cento, un valore ancora inferiore a quelli dei principali paesi industriali, in particolare nel comparto dei mutui. Non è tuttavia aumentato il loro grado di vulnerabilità finanziaria, misurato dall’incidenza della rata dei prestiti per immobili sul reddito disponibile, che risulta pari a circa il 17 per cento, in linea con quanto rilevato nel 2006 e in altri paesi dell’area dell’euro.

L’affitto medio pagato dalle famiglie è stato nel 2008 pari a circa 336 euro al mese per un’abitazione della superficie media di 75 mq. Considerando un’abitazione di dimensione media, nell’ultimo biennio l’incidenza della spesa dell’affitto sul reddito delle famiglie locatarie è aumentato di circa un punto percentuale, portandosi su un livello di circa il 18,6 per cento.
repubblica.it

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Cresce il numero delle famiglie indebitate I dati di Bankitalia: la percentuale è aumentata di quasi due punti percentuali, al 27,8%.
La percentuale di famiglie indebitate è aumentata di quasi due punti percentuali, al 27,8%, un valore ancora inferiore a quelli dei principali paesi industrializzati, in particolare nel comparto dei mutui. Lo scrive Bankitalia nell’indagine sui bilanci delle famiglie italiane, aggiungendo come non sia tuttavia aumentato il loro grado di vulnerabilità finanziaria, misurato dall’incidenza della rata dei prestiti per immobili sul reddito disponibile, in linea con quanto rilevato nel 2006 e in altri paesi euro. Il numero medio di percettori di reddito per famiglia è maggiore al Nord e al Centro, scrive Bankitalia, mentre rispetto a una famiglia il cui capofamiglia ha un’età compresa tra 45 e 54 anni, quelle con capofamiglia di età compresa tra i 35 e i 44 anni presentano mediamente un numero di percettori inferiore del 10%. Per quanto riguarda la distribuzione del reddito c’è da osservare che quello dipendente è risultato pari a 16.373 euro, con una diminuzione del 3,3% in termini reali rispetto al 2006. Quello da lavoro indipendente è risultato invece pari a 20.374 euro, con una diminuzione in termini reali del 12,5%. Il reddito individuale medio da lavoro (autonomo e indipendente) è inferiore per le donne e al Sud e nelle isole, mentre i laureati guadagnano quasi il doppio rispetto a coloro che sono privi di titolo di studio. CALA IL REDDITO MEDIO – Nel biennio 2006-2008 il reddito medio delle famiglie si è contratto in termini reali di circa il 4%; tenendo conto dei cambiamenti nell’ampiezza e nella composizione della famiglia il reddito equivalente è caduto circa del 2,6%. La riduzione è sostanzialmente simile a quella osservata nel corso del precedente recessione tra il 1991 e il 1993, scrive ancora Bankitalia.
Nel dettaglio la riduzione dei redditi – spiega lo studio di Palazzo Koch – ha riguardato in misura maggiore i lavoratori indipendenti rispetto ai dipendenti e agli individui in condizione non professionale. Inoltre, la contrazione è stata maggiore per gli individui di età inferiore ai 55 anni ed in particolare per quelli con meno di 45 anni. La quota di individui residenti in Italia e nati all’estero – scrive ancora Bankitalia – è cresciuta fra il 2006 ed il 2008 di due punti percentuali portandosi a circa il 7% della popolazione. Di questi, circa il 36% ha cittadinanza italiana. Il 24% di quelli con altra cittadinanza è costituito da cittadini di paesi appartenenti all’Unione europea. Nel 2008, inoltre, la ricchezza familiare netta, data dalla somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di valore) e delle attività finanziarie (depositi, titoli di stato, azioni e altro) al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti), presenta un valore mediano di 153 mila euro. In termini reali, dopo essere cresciuto di circa il 44% dal 1993 al 2006 soprattutto grazie all’aumento del valore degli immobili, questo importo è diminuito di circa l’1% nel biennio successivo. E sempre in relazione all’abitazione, Via Nazionale rileva che l’affitto medio pagato dalle famiglie è stato nel 2008 pari a circa 336 euro al mese per una casa della superficie media di 75 metri quadri. Considerando un’abitazione di dimensione mediana, nell’ultimo biennio l’incidenza della spesa dell’affitto sul reddito delle famiglie locatarie è aumentato di circa un punto percentuale, portandosi su un livello di circa il 18,6%.
corriere.it

G8 alla Maddalena, bufera appalti. Bertolaso è indagato: "Mi dimetto"

Indagato il “quasi ministro” Bertolaso. Inchiesta della procura di Firenze: quattro arresti, la Protezione civile nel mirino. In manette Balducci, «Per non intralciare l’operato degli organi inquirenti, ho immediatamente messo a disposizione del Presidente del Consiglio tutti i miei incarichi». Sono le parole di Guido Bertolaso, che rimette l’incarico da Capo della Protezione Civile in seguito alla bufera giudiziaria che si è abbattuta sull’ente.

Guido Bertolaso è infatti indagato per corruzione nell’inchiesta svolta dalla magistratura di Firenze sugli interventi eseguiti alla Maddalena in vista del G8 dello scorso anno, poi spostato all’Aquila. «Chiederò al Pubblico ministero – ha dichiarato Bertolaso – che si sta occupando dell’indagine di procedere al più presto al mio interrogatorio così da poter fornire tutte le informazioni in mio possesso. Abbiamo assicurato al personale della Polizia Giudiziaria pieno supporto, consegnando tutti i documenti in nostro possesso e ribadisco ancora una volta la più totale fiducia nell’operato della magistratura».

In mattinata invece, i carabinieri del Ros di Roma hanno arrestato Angelo Balducci, sempre nell’ambito dell’indagine che riguarda gli appalti per il G8 della Maddalena, per il quale ricopriva l’incarico di soggetto attuatore delle opere. Oltre a Balducci, sono altre tre le ordinanze di custodia cautelare emesse: Diego Anemone – imprenditore romano -, Mauro Della Giovanpaola – dipendente del Dipartimento di Sviluppo e Turismo della Presidenza del Consiglio dei Ministri – e Fabio De Santis – provveditore alle opere pubbliche della Toscana. Per tutti l’accusa è corruzione continuata in concorso. I carabinieri avrebbero da poco terminato di perquisire la sede del Dipartimento della Protezione Civile a Roma per acquisire la documentazione relativa agli appalti delle opere del G8.

Ad avviare l’inchiesta sugli appalti per il G8 alla Maddalena sono state alcune intercettazioni del
Ros nell’ambito dell’inchiesta di Firenze sull’urbanizzazione dell’area di Castello, di proprietà dell’imprenditore Salvatore Ligresti, finita sotto sequestro nel novembre 2008 su richiesta
della procura di Firenze. In quell’inchiesta, il costruttore di origine siciliana, presidente onorario di Fondiaria Sai, è indagato insieme al suo braccio destro Fausto Rapisarda, agli ex assessori comunali Graziano Cioni (sicurezza sociale) e Gianni Biagi (urbanistica), a due architetti progettisti. Per tutti l’ipotesi di reato formulata è concorso in corruzione.
Ed è proprio uno dei due architetti indagati per la vicenda di Castello, il fiorentino Marco Casamonti, l’anello di congiunzione con Angelo Balducci. Casamonti, titolare dello studio Archea, è uno dei progettisti dell’hotel a cinque stelle che alla Maddalena avrebbe dovuto ospitare i capi di stato e di governo. È intercettando lui che spunta il nome di Balducci, che viene così intercettato a sua volta. Casamonti questa mattina è stato perquisito: per lui l’accusa è di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.

Balducci, una lunga carriera nei lavori pubblici
Ingegnere civile, sposato, due figli, Angelo Balducci ha alle spalle una lunga carriera nei Lavori Pubblici, da quando nel 1976 vinse un concorso al Ministero. Ha lavorato per il Commissario delle zone terremotate in Friuli; negli anni ’80 come Ingegnere Capo per per il programma di realizzazione delle Capitanerie di Porto italiane. Diventa successivamente provveditore alle opere pubbliche del Piemonte e Valle d’Aosta, poi della Lombardia e successivamente del Lazio. Per il Ministero degli Esteri è stato incaricato della realizzazione e manutenzione di ambasciate e istituti di cultura all’estero. È stato responsabile per le zone terremotate dell’Umbria e delle Marche. Ha avuto incarichi legati al 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia e per la ricostruzione del teatro Petruzzelli di Bari. Dopo l’incarico per l’esecuzione dei lavori alla Maddalena, è stato nominato Commissario straordinario per la realizzazione degli interventi per i mondiali di nuoto “Roma 2009”. Balducci è attualmente presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici presso il Ministero delle Infrastrutture.

La Stampa 10.02.10

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“G8 sardo, Protezione civile nella bufera Bertolaso indagato, Balducci arrestato”, di MARIA ELENA VINCENZI e FRANCA SELVATICI

In carcere altre tre persone, sotto inchiesta una ventina. Il capo della Protezione civile rimette tutti gli incarichi. Berlusconi le respinge. Una tempesta si abbatte sulla Protezione Civile. Guido Bertolaso ha rimesso il suo mandato perché sotto inchiesta nell’ambito dell’inchiesta sulla regolarità degli appalti per il G8. Berlusconi le ha già respinte e il governo sta facendo quasdrato intorno a lui. I carabinieri hanno perquisito la sua abitazione e i suoi uffici, mentre sono finiti in manette, con l’accusa di corruzione, altre quattro persone, tra le quali Angelo Balducci, presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, l’uomo indicato dalla Protezione Civile per realizzare le opere per il G8 alla Maddalena, poi trasferito a L’Aquila.

Bertolaso ministro? In conseguenza di quanto sta avvenendo, sono immaginabili alcuni passaggi complicati cui il governo dovrà far fronte. Gianni Letta e Sandro Bondi hanno immediatamento confermato la stima e la fiducia per Bertolaso che, fra pochi giorni, dovrebbe essere nominato ministro. A questo punto è probabile che questa ipotesi sia messa in discussione dall’opposizione, ma (è possibile) anche da alcuni settori della stessa maggioranza. Il Pd, si è già fatto sentire per bocca del segretario Bersani che ha parlato di “fatto grave”.

Gli altri tre arresti. Le altre tre persone finite in carcere sono Fabio De Santis, successore di Balducci come “soggetto attuatore”, Mauro Della Giovampaola e Diego Anemone, imprenditore romano, anche lui coinvolto nella realizzazione delle opere per il G8 e per i Mondiali di Nuoto a Roma dell’anno scorso. Tutti e quattro gli arrestati avevano ricevuto come benefit automobili, partecipazioni azionarie e la ristrutturazione dei rispettivi appartamenti. Tutto è avvenuto nell’ambito di un’indagine dei carabinieri del Ros – coordinata dalla Procura di Firenze – sugli appalti necessari per il G8 alla Maddalena nel 2008. Nell’inchiesta sono finite altre venti persone indagate, tra le quali – stando a quanto risulta dalle prime indiscrezioni – anche magistrato romano.

Angelo Balducci era stato nominato “soggetto attuatore” delle opere per il G8 alla Maddalena con ordinanza della Protezione civile del 2008, ma successivamente era stato sostituito nell’incarico da Fabio De Santis. Non è mai stato un dirigente della Protezione civile. In passato aveva avuto incarichi per gli interventi legati al 150° anniversario dell’Unità d’Italia e per la ricostruzione del teatro Petruzzelli di Bari. E’ stato, inoltre, provveditore alle opere pubbliche di Lazio e Sardegna. Balducci risulta indagato anche a Roma sia per gli appalti dei mondiali di nuoto dell’anno scorso che per altri grandi eventi compresa la parte romana delle celebrazioni per 150 dell’Unità d’Italia in programma nel 2011.

La risposta del sottosegretario. Guido Bertolaso ha annunciato di aver “messo a disposizione del presidente del consiglio tutti gli incarichi”. Poi ha aggiunto che la sua decisione è stata dettata dall’esigenza di “Non intralciare l’operato degli organi inquirenti. Mi sono sempre definito un servitore dello Stato e, come sempre, rimango a disposizione del mio Paese”.

La lettera di Balducci a Bertolaso. “Rigoroso rispetto delle normativa” nell’aggiudicazione degli appalti; nessun segreto di Stato sui criteri di selezione; progetti approvati da un comitato di otto professori universitari; nessun legame tra la famiglia Balducci e l’Impresa Anemone Costruzioni, a cui sono state affidate opere per oltre 52 milioni di euro; nessuno ha lavorato al nero nei cantieri della Maddalena. In una lunga lettera al Capo dipartimento della Protezione civile, Bertolaso, datata 24 dicembre 2008, Angelo Balducci chiariva la sua azione di “soggetto attuatore” degli interventi preparatori del G8 alla Maddalena, contestando così quanto l’Espresso aveva scritto in un articolo sull’argomento.

L’origine dell’inchiesta. Ad avviare l’inchiesta sugli appalti per il G8 alla Maddalena sono state alcune intercettazioni del Ros nell’ambito dell’inchiesta di Firenze sull’urbanizzazione dell’area di Castello, di proprietà dell’imprenditore Salvatore Ligresti, finita sotto sequestro nel novembre 2008 su richiesta della Procura del capoluogo toscano. In quell’inchiesta il costruttore, di origine siciliana, presidente onorario di Fondiaria Sai, è indagato assieme con il suo braccio destro Fausto Rapisarda, con gli ex assessori comunali Graziano Cioni (sicurezza sociale) e Gianni Biagi (urbanistica), con due architetti progettisti. Per tutti, l’ipotesi di reato formulata è concorso in corruzione.

Ed è proprio uno dei due architetti indagati per la vicenda di Castello, il fiorentino Marco Casamonti, l’anello di congiunzione con Angelo Balducci, ex vice del capo della Protezione civile e attuale presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici. Casamonti, titolare dello studio Archea, uno dei progettisti dell’hotel a cinque stelle che alla Maddalena avrebbe dovuto ospitare i capi di stato e di governo. E’ stato intercettando lui che spunta il nome di Balducci, il quale viene così intercettato a sua volta. Casamonti questa mattina è stato perquisito: per lui l’accusa è di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.

La Corte dei Conti. Il dossier sul caso-Maddalena era anche già finito sulle scrivanie della Procura della Corte dei conti, anche in seguito dell’inchiesta di Repubblica sul flop del G8 fantasma, in seguito trasferito all’Aquila. Al centro degli accertamenti della magistratura contabile c’erano gli sprechi e lo stato di abbandono delle strutture, che avrebbero dovuto ospitare i capi di stato e di governo di mezzo mondo. Lavori che, dopo otto mesi dalla fine dei lavori, non hanno prodotto neanche un posto di lavoro, né rilanciato l’economia dell’isola. La Corte dei conti stava già indagando sulle spese sostenute: 327 milioni (i dati sono della Protezione civile) utilizzati dal governo attraverso la struttura di missione del G8. Gli interventi hanno riguardato l’ex Arsenale e l’ex ospedale militare. Ma le strutture oggi versano in condizioni di incuria, degrado e abbandono, tra soffitti crollati, tetti scoperchiati, porte danneggiate, infiltrazioni d’ acqua.

Un sopralluogo effettuato la settimana scorsa da Guido Bertolaso alla Maddalena era servito invece a stabilire che – secondo il sottosegretario – tutte le strutture “godevano di ottima salute” e che, tutt’al più sarebbero necessari piccoli lavori di manutenzione.

Chi è Angelo Balducci. Ingegnere civile, sposato, due figli, Angelo Balducci, esecutore per le opere del G8 alla Maddalena, ha alle spalle una lunga carriera nei Lavori Pubblici, da quando nel 1976 vinse un concorso al Ministero. Ha lavorato per il Commissario delle zone terremotate in Friuli; negli anni ’80 come Ingegnere Capo per per il programma di realizzazione delle Capitanerie di Porto italiane. Diventa successivamente provveditore alle opere pubbliche del Piemonte e Valle d’Aosta, poi della Lombardia e successivamente del Lazio. Per il ministero degli Esteri è stato incaricato della realizzazione e manutenzione di ambasciate e istituti di cultura all’estero. E’ stato responsabile per le zone terremotate dell’Umbria e delle Marche. Ha avuto incarichi legati al 150° anniversario dell’Unità d’Italia e per la ricostruzione del teatro Petruzzelli di Bari. Dopo l’incarico per l’esecuzione dei lavori alla Maddalena, è stato nominato Commissario straordinario per la realizzazione degli interventi per i mondiali di nuoto ‘Roma 2009
La Repubblica 10.02.10

"Per l'Italia un'altra possibilità: ecco la mia idea di alternativa", intervista a Pier Luigi Bersani

Segretario, lei ha lanciato il progetto dell’alternativa. Ma finora lo ha identificato soprattutto con la politica delle alleanze. In questo forum vorremmo provare a declinarlo in termini di contenuti.
Io sento fortemente l’esigenza di dare agli italiani un’altra possibilità. Questo è il compito dell’opposizione. E questa idea voglio calarla immediatamente nella realtà di oggi. Alternativa per me è, prima di tutto, cosa faremmo di diverso per affrontare la crisi economica. Serve una prospettiva per il Paese, per le nuove generazioni.

Allora partiamo subito dalle cose da fare.

Una premessa voglio ancora farla. Il Governo ha provato a far passare un messaggio di ottimismo di maniera e si è creato del conformismo rispetto a questa lettura. Incontrando il direttivo di Confindustria ho citato Amartya Sen: c’è un rapporto tra democrazia ed economia, perché la discussione pubblica ti permette di correggere per tempo gli errori. Io credo che la deformazione del meccanismo democratico abbia causato un’asfissia della discussione pubblica, abbia messo in timidezza le forze sociali e non ci abbia fatto leggere la realtà. Non stiamo, come tante volte si legge, meglio degli altri. Perciò la prima cosa alternativa che farei è un discorso veritiero agli italiani.

Il Sole 24 Ore ha premiato come uomo dell’anno 2009 per l’economia Giulio Tremonti per il rigore con cui ha tenuto dritta la barra dei conti. Ma ora è arrivato il momento delle riforme. Avete proposte concrete?

Se aveste chiesto a me chi è l’uomo dell’anno io avrei votato l’artigiano ignoto, che prima di lasciare a casa un lavoratore gli fa pulire il magazzino, ma adesso ormai il magazzino è pulito! In quanto a Tremonti ricordiamoci che nell’anno trascorso noi abbiamo avuto 5 miliardi in più di spese per beni e servizi, abbiamo il 10% in meno di Iva incassata a fronte di consumi stabili, abbiamo speso per Alitalia otto o dieci volte in più di quei 300-500 milioni di cui si parla ora per gli incentivi. Sono stati fatti degli errori. Questa è la verità e alla verità non rinuncio. Non si dica a noi che bisogna tenere in equilibrio i conti perché abbiamo dimostrato di saperlo fare meglio di altri.

Veniamo alle proposte concrete.

Dobbiamo agire sul denominatore, sulla crescita. Dobbiamo spingere gli investimenti. Nel 2010, rispetto al 2009, abbiamo un 12% in meno di spese di investimento. Serve invece un grande piano di piccole opere, perché le grandi opere hanno i loro ritmi. E poi l’economia verde, che è in grado di mobilitare anche il risparmio privato. Va rafforzato, quindi, il potere d’acquisto, con interventi per le famiglie numerose e per chi rischia di finire sotto la soglia di povertà. E dando un occhio ai settori tariffati – acqua, assicurazioni, rifiuti, trasporti – perché dall’inizio dell’anno vediamo andamenti non molto monitorati. E infine bisogna occuparsi subito e concretamente di liquidità delle imprese.

È in corso una discussione nel governo sugli incentivi alle imprese. Lei è stato al ministero dello Sviluppo, quali sono gli strumenti su cui punterebbe?

Non aver tenuto la barra dritta sul piano “Industria 2015” è stato un errore, perché lì c’era l’idea che l’innovazione era una priorità. Bisogna incentivare i progetti innovativi e garantire credito d’imposta automatico, in modo calibrato e secondo gli obiettivi. In più rilancerei due progetti paese: le bonifiche e la banda larga. Io avevo messo da parte credo 2,5 miliardi sui fondi europei per un progetto banda larga e altrettanto per le bonifiche. Sono spariti nel fondo omnibus di Palazzo Chigi.

Quando dice green economy è anche un modo per chiudere la porta al nucleare?

La porta la stanno chiudendo loro, non noi. Hanno lanciato l’idea del rientro sul nucleare in modo scomposto e inattuale. Il sistema non è pronto. A partire dallo smaltimento delle scorie. Puntiamo poi su tecnologie vecchie, non testate e non di nuova generazione, e per giunta francesi. Mi sembrerebbe più logico, invece, concentrarci sulla ricerca e ri-acquisire un nostro know-how sul nucleare e nel frattempo impegnarci nei settori critici dell’energia come l’efficienza energetica. Ecco, quando parlo di green economy parlo di questo: di ricerca, di nuove tecnologie, di nuovi consumi collegati al tema dell’ambiente. Sono occasioni di sviluppo.

Non potrebbe essere una grande occasione di sviluppo e cambiamento la riconversione industriale di Termini Imerese? Lo stabilimento Fiat è insostenibile com’è adesso.

Noi abbiamo centinaia di crisi industriali con caratteristiche diverse. Alcune sono crisi di natura finanziaria, altre sono legate ai costi, altre a deficit di imprenditorialità, altre a una sovracapacità produttiva da ridurre. Bisognerebbe classificarle in modo aristotelico e dare a ciascuna situazione una differente risposta. Sull’auto vanno accompagnati i processi di ristrutturazione. In Europa c’è un problema di sovracapacità produttiva, ma nessuno chiude gli impianti. Al massimo eliminano qualche linea di produzione, magari utilizzano i prepensionamenti. E da noi il problema della sovracapacità è meno grave. Perciò prima di giungere alla conclusione di produrre meno auto ci penserei su tre volte. Per Termini Imerese, sarò chiaro, la Fiat sta lì finché non si è trovata un’altra soluzione industriale.

Quale? Tra le ipotesi a un certo punto sono spuntate le «macchine agricole particolarmente adatte al territorio siciliano».

Si può puntare sull’innovazione, su nuovi prodotti. Si può installare a Termini Imerese una produzione innovativa dal punto di vista ecologico? D’istinto dico sì. La Fiat deve dare una mano. Mi sembra francamente indecorosa questa polemica sugli incentivi: è il governo, per primo, che deve fare la sua scelta. Così, mentre si discute sugli incentivi, rischiamo di passare alla cassa integrazione generalizzata. Si poteva agire già lo scorso anno, con un percorso di un anno e mezzo, e gli ultimi sei mesi con décalage.

Un piano di piccole opere, green economy. E le grandi opere? Durante l’ultimo governo Prodi sul fronte delle infrastrutture ci sono state delle frenate. È credibile la vostra proposta oggi, rispetto a due, tre anni fa?

Non esiste da parte mia e da parte del Pd alcuna remora sul tema delle grandi opere. Riconosco che un elemento di debolezza enorme del nostro governo dell’Unione sia stato di non aver mantenuto la promessa della compatibilità programmatica. Ma consentite a uno come me, che non ha fatto altro che amministrare, di dire che oggi siamo in presenza di una deriva pericolosissima: la tendenza a ricorrere a spa esterne, come sta avvenendo per la protezione civile, snatura il senso della pubblica amministrazione ma anche il ruolo del privato.

E il Ponte sullo Stretto?

Nessuna preclusione di principio, ma francamente non lo inserirei tra le priorità.

Le decisioni strategiche delle società pubbliche quotate devono essere lasciate ai manager o tocca alla politica industriale? L’Enel ha comprato in Spagna, indebitandosi, quindi ha chiesto un aumento di capitale da 8 miliardi. L’Eni respinge le proposte del fondo attivista Usa, Knight Vinke, che chiede la separazione tra attività nel gas e settore idrocarburi. Si può applicare il modello Terna all’Eni, con lo scorporo della rete gas?

Un paese deve garantirsi la padronanza, non necessariamente pubblica, delle reti. Questo lascia maggiore libertà nella competizione sui servizi. Se il capitalismo italiano ha il fisico per tenersi i servizi li tiene, se no, no, perché venir meno a questo principio ti porta a delle cose stravaganti. Per l’Eni, l’unica cosa secondo me da valutare è come viaggia il meccanismo di “golden share” delle operazioni legate alle reti, perché nel caso Eni questi servizi staccati dalla rete sono una realtà industriale che ha un valore strategico, è un’azienda presente nel mondo. Dico che non si dovrebbe mettere la contendibilità di Eni in una situazione troppo “sportiva”.

E se la rete gas venisse separata dall’Eni, ma sempre con lo Stato che controlla il 30 per cento?

Una soluzione che comportasse la separazione e che tuttavia ci tranquillizzasse sul punto della continuità di Eni potrebbe essere accettabile. Così come ho sempre pensato, per le telecomunicazioni. Mi stupirei francamente di un paese che ha investito circa 3 miliardi di euro per tenere italiana la compagnia aerea e poi sportivamente desse via la rete delle telecomunicazioni. Sull’Enel penso che siamo sospinti a quello che avevo immaginato quando feci lo spezzatino. Perché io pensavo allora che se la società era in posizione di essere reattiva, invece di stare sulla cuccia domestica, poteva fare qualcosa nel mondo. E quindi credo che, tutto sommato, la vicenda sia stata positiva.

Sul progetto Telecom-Telefonica lei è quindi contrario?

Bisogna capire bene, ma direi di mettere qualche paletto. Noi non possiamo, come sistema non come Stato, rinunciare alla padronanza sulla rete e neanche accettare artifici retorici che ci portano a dire che uno è il padrone, ma comanda l’altro. Il paese deve avere la certezza di avere in mano questo asset. Non so Telefonica cosa dica, se uno gliela mette giù così.

Il ministro Tremonti ha aperto il confronto su una grande riforma fiscale. Voi sarete al tavolo?

Nella sede propria che è il Parlamento siamo sempre pronti a discutere. Bisogna però partire dal tema di una maggiore fedeltà fiscale, perché le tasse crescono per chi le paga. Dobbiamo avvicinare una media di fedeltà fiscale europea e per farlo dobbiamo ricorrere sì alla deterrenza, ma serve poi la tracciabilità di tutte le operazioni e la capacità di premiare con abbassamenti fiscali quelle categorie che mostrano una crescita della fedeltà. Serve un piano di cinque anni su questo. Dobbiamo anche semplificare, aumentando la forfetizzazione per le Pmi e superando via via gli studi di settore. Ricordo infine che siamo l’unico paese Ocse che non ha una tassazione sui grandi patrimoni.

È d’accordo sull’ipotesi avanzata dalla Cgil di uno sciopero generale sulla questione fiscale?

Quando uno guarda i dati sulla fiscalità sul lavoro e vede come sono andate le cose negli ultimi dieci anni col meccanismo del drenaggio fiscale non può che concludere: fate quello che ritenete, anche uno sciopero. La curva dell’andamento fiscale non può essere accettata. Le strategie del sindacato se le vede il sindacato, ma non c’è dubbio che da noi c’è una forbice record nei redditi e che questo pesa anche sulla crescita del paese perché penalizza i consumi. Serve meno egoismo.

Lei propone il superamento degli studi di settore. Immaginate altre forme di prelievo per le Pmi? Nella strategia fiscale del Pd c’è anche un intervento sulle aliquote?

Non faccio promesse a vuoto. Il superamento degli studi di settore passa attraverso un colloquio diretto tra il fisco e il singolo contribuente. Con l’attuale meccanismo, qualcuno ci guadagna ma gli altri ne escono penalizzati. Qualche segnale concreto va lanciato anche ai professionisti, che soffrono molto in questa fase. In prospettiva, ritengo sia necessario giungere a un alleggerimento del carico fiscale. Se dovessi scegliere, mi concentrerei sulle famiglie, colpite dal drenaggio fiscale, e sulle imprese agendo sulla componente costo del lavoro dell’Irap. Sull’Irap non abbiamo alcuna preclusione ideologica. Si può ragionevolmente alleggerirla. Del resto, abbiamo cominciato già a farlo quando eravamo al governo. Ma non si venga a promettere di cancellarla senza dire cos’altro fare.

L’idea di alternativa ha anche bisogno di gambe su cui camminare. Lei ha vinto il congresso ponendo il problema delle alleanze e superando la vocazione maggioritaria di Veltroni. Ora siamo tornati al punto di partenza: l’alleato è sempre Di Pietro.

Le cose vanno viste nel flusso, nel percorso. Sono pronto a reggere tutte le intemperie. Dobbiamo offrire a questo paese un’alternativa. Se uno la vede così e registra i fatti a oggi la situazione è questa: l’Udc, che prima era con la destra in 13 regioni su 13, andrà in 3 o 4 con noi, 2 o 3 con il Pdl e per il resto da sola. L’Idv, salvo la Calabria, è con noi. Con i Radicali abbiamo accordi e, in alcune realtà, anche con Rifondazione. Con Sinistra e libertà e con i Verdi c’è intesa. L’idea che la destra ci collocasse nella ridotta di tre regioni e che disarticolasse un’opposizione litigiosa perde colpi.

Non temete che sulla giustizia e sull’immunità ci sia un condizionamento eccessivo da parte di Di Pietro?

Innanzitutto dico che se si ritiene, mentre si discute di leggi ad personam, di tirar fuori l’immunità parlamentare come un alleggerimento, questa è un’aggravante. La verità è che per venir fuori da questa lunga transizione, occorrerebbe uno statista che dicesse: adesso i miei problemi me li vedo io…

È interessante che in questa discussione lei abbia citato Berlusconi una sola volta mentre invece il dibattito politico è tutto pro o anti Berlusconi.

Il messaggio subliminale che vorrei lanciare agli italiani è che io e il mio partito camperemmo bene anche se non ci fosse Berlusconi. Ma è vero, siamo tutti vittime di questo meccanismo pro o contro che, alla fine, porta acqua sempre a lui. Ridimensioniamolo questo fenomeno. Lui ha governato 7 anni ed è in campo da 15: vi chiedo, in che cosa è cambiata l’Italia? Il Paese non ha fatto passi in avanti. L’abbiamo sconfitto quando siamo riusciti a non mettere lui al centro del dibattito. E dovremo rifarlo. Mettendo davanti l’economia, i lavoratori, le imprese.

I sondaggi raccontano che il centro-sinistra si è indebolito tra gli operai e nei ceti produttivi del Nord. La dimostrazione di questa vostra lontananza è Milano: non avete più vinto nella città simbolo del riformismo e del mondo produttivo. Perché?

Quali operai? E quale nord? Perché anche l’Emilia Romagna è Nord. Il problema è un altro: tutto si gioca sul territorio. Con la caduta delle ideologie, con la globalizzazione, è sul territorio che si formano gli orientamenti politici ed è lì che un partito organizza la sua personalità e la sua difesa rispetto a quello che succede nel mondo. Il mio messaggio sarà: il colore di un comune è il colore del gonfalone. Non è il verde.

Siete preoccupati dalla penetrazione della Lega in Emilia?

Non siamo noi a dare il sangue alla Lega, glielo dà il centro-destra. Questo non toglie la preoccupazione di vedere aggregati elementi che possono essere veramente in contropelo con principi di civiltà collettiva, a cominciare dal tema dell’immigrazione. Questa è una battaglia che dobbiamo fare, senza snobismi. La Lega è una roba seria e noi dobbiamo rispondere colpo su colpo.

Per il Pd il ricambio della classe dirigente è un obiettivo o una grana?

Ho una segreteria di 12 persone, nuovi segretari regionali e, salvo due o tre casi, l’età media è di 40 anni. Tutti nuovi ma non inventati. Il ricambio è un obiettivo ma richiede un po’ di lena. Ma c’è anche un altro aspetto che complica la selezione di nuova classe dirigente. Finora ci siamo occupati più di meccanismi competitivi e selettivi che non di produrre meccanismi coesivi. Credo proprio sia necessario aggiustare il tiro.

Cambierete il meccanismo delle primarie?

Bisogna parlare. Senza partecipazione è difficile produrre innovazione, però non sempre partecipazione è sinonimo di innovazione. E, a volte, l’innovazione ha bisogno anche di un meccanismo di impulso che non sempre può venire dal basso.

Come finiranno le regionali?

Siamo avanti nelle regioni classiche e siamo competitivi in molte altre regioni come Lazio, Campania, Piemonte e Liguria. Su una situazione del genere, soltanto due mesi fa, avrei messo la firma.
Il Sole 24 Ore 10.02.10

Giorno del Ricordo, Napolitano: "Basta oblio sulle foibe"

Cerimonia al Quirinale per commemorare le vittime e l’esodo degli istriani. Solidarietà ai familiari delle vittime e l’impegno «contro l’oblio e forme di rimozione diplomatica che hanno pesato nel passato e causato pesanti sofferenze agli esuli e ai loro familiari». Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano s’è così espresso aprendo al Quirinale la cerimonia che celebra oggi il Giorno del ricordo dei martiri delle foibe e degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Napolitano ha anche promesso impegno «per la soluzione dei problemi ancora aperti nel rapporto con le nuove istituzioni e autorità slovene e croate.

Il Capo dello Stato ha poi espresso un auspicio: la storia degli italiani in Istria, con l’orrore delle foibe e l’esodo forzato, rappresenta «un capitolo originale e specifico della cultura e della storia non solo italiana ma europea» e dunque secondo lui «deve essere pienamente accolto anche da Slovenia e Croazia che con l’Italia si incontrano oggi in Ue». L’Unione europea è infatti «portatrice di rispetto delle diversità e di spirito della convivenza tra etnie, culture e lingue già secondamente convissute nel passato». La giornata commemora le violenze di massa commesse nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 per lo più da parte di partigiani titini, il trattato di Parigi del ’47 e l’esodo di oltre 250 mila italiani da Fiume, Istria e Dalmazia. Complessivamente le vittime furono oltre 10 mila.

«Il ricordo di tante persone uccise solo perchè italiane – afferma il Presidente del Senato Schifani in un messaggio – dopo troppi anni di oblio, è un dovere assoluto da parte di tutti. La memoria di eventi così dolorosi deve essere patrimonio perenne e condiviso».
La Stampa 10.02.10

Ricercatori, nuovo esercito di disoccupati

Sul tavolo del ministero dello Sviluppo ci sono i dossier di almeno 26 gruppi industriali d’informatica, telecomunicazioni e farmaceutica, cioè quelli dove più alta è la componente di ricerca e sviluppo, che attendono una soluzione. Ci sono aziende multinazionali che tagliano o si trasferiscono, e aziende italiane alle prese con il crollo delle commesse. «Piedmont, here you can». Suona oggi quasi beffardo quel «Piemonte, è qui che si può fare» con cui la rivista Scientific American aveva titolato un lungo servizio sul piccolo Eden della ricerca scientifica ai piedi delle Alpi. L’Olivetti del tempo che fu rimandava ormai solo l’immagine di edifici vuoti, ma in compenso erano arrivati i laboratori di Microsoft, avevano aperto i battenti le cinesi Huawei e Jac, la Indesit faceva lavorare a pieno ritmo il suo centro studi sugli elettrodomestici a basso impatto ambientale, allestito in collaborazione con il Politecnico a None, nella cintura torinese. Per non dire della sfida lanciata fin dal 1999 da Motorola: il tentativo di costruire una nuova identità post-fordista nell’area, attraverso un impianto dove circa 350 fra ricercatori, matematici e tecnici specializzati erano impegnati a sviluppare il sistema operativo Symbian per le telecomunicazioni cellulari. Nell’Eldorado piemontese l’industria privata ha investito nel 2008 oltre 1,5 miliardi di euro in ricerca, il 20% del totale nazionale.

Poi è arrivata la crisi. Oggi Indesit sta ragionando su un ridimensionamento d’attività che prefigura 300 esuberi su 500 dipendenti. E spera di salvare i 50 addetti alla progettazione. Nel novembre 2009 Motorola ha gettato la spugna. Si chiude. A evitare la caduta nel vuoto è però arrivato il provvidenziale intervento della Replay, che ha rilevato impianti e personale.

Il caso GlaxoSmithKline non è davvero l’unico in Italia. Sul tavolo del ministero dello Sviluppo ci sono i dossier di almeno 26 gruppi industriali d’informatica, telecomunicazioni e farmaceutica, cioè quelli dove più alta è la componente di ricerca e sviluppo, che attendono una soluzione. Ci sono aziende multinazionali che tagliano o si trasferiscono, e aziende italiane alle prese con il crollo delle commesse. In Campania, alla Ixfin di Marcianise (ex Olivetti ed ex Texas Instruments) c’è il rischio chiusura per 750 dipendenti. Nel gruppo Omega (Omnia e Eutelia) si contano quasi 3 mila esuberi su 5.600 addetti, alla Finmek (componentistica elettronica) quasi mille dipendenti vedono lo spettro della liquidazione, Eds-Hp parla di mille esuberi, Oerlikon (componenti auto) di almeno 800, Italtel taglia 400 addetti su 2.300. E poi, Siemens-Nokia: un punto interrogativo sui 270 addetti al polo di ricerca sulle reti di Cinisello Balsamo, nell’hinterland milanese, e 500 specialisti che lavorano sui ponti radio nel centro di Cassina de’ Pecchi che sentono sempre più minacciosa la concorrenza degli impianti del gruppo a Shanghai. «Il fenomeno è tanto più grave per il fatto che interessa settori innovativi dove l’Italia appare già debole», osserva Susanna Camusso, che segue per la Cgil le politiche dei comparti produttivi.

La Glaxo rischia dunque di essere soltanto l’ennesimo di una lunga serie di esodi di aziende multinazionali. Ma, a suo modo, rappresenta anche un salto di qualità. Non solo perché il gruppo britannico è fra i primi cento contribuenti in Italia, né perché alla vicenda sono appesi i destini dei 500 ricercatori specializzati che lavorano a Verona, cioè in quello che è il maggiore centro di ricerca farmaceutica in campo nazionale. Quello che è in gioco, come recitava lo stesso sito aziendale prima dell’annuncio degli esuberi, sono «quindici anni di lavoro per il futuro della ricerca farmacologica in psichiatria». Pochi giorni fa, il presidente di Farmindustria Sergio Dompè ha tracciato un quadro chiaro: «Non chiediamo soldi né incentivi — ha detto —. Quello che serve all’industria farmaceutica italiana è la certezza di un mercato stabile, di una politica che abbia qualche progettualità, di obiettivi a cui tendere, cioè far crescere i talenti italiani, che sono i più bravi al mondo ma troppo spesso sono costretti a fuggire all’estero per lavorare». Dompè parla di «governi che hanno sempre considerato il segmento dei medicinali solo come elemento per fare cassa: dal 2001 a oggi la spesa complessiva per la sanità è aumentata del 50% mentre quella per i farmaci si è ridotta del 2%».

Difficile, a questo punto, trovare una «pregiudiziale antitaliana» nel comportamento dei gruppi internazionali. Chi contesta il concetto ricorda come, nella classifica dell’Heritage Foundation sulla «libertà economica», il nostro Paese si collochi al 74mo posto. Vale a dire che offre un clima poco favorevole allo sviluppo imprenditoriale. Del resto, la storia delle «esternalizzazioni», come vengono definiti i trasferimenti dalle aziende, non è cominciata ieri. Dal 2000 al 2009 l’addio delle multinazionali al Belpaese ha lasciato un buco di circa 10 mila posti di lavoro, in parte tutt’altro che marginale occupati nei cosiddetti «centri di eccellenza». Non si perdono solo braccia, insomma, ma cervelli. Già dieci anni fa la Ibm ha ceduto il sito di Santa Palomba, vicino a Roma, alla controllata Celestica, che poi ha chiuso le attività. Nel 2003 Alcatel ha cominciato un ampio processo di ristrutturazione che ha comportato l’«esternalizzazione» di attività negli stabilimenti di Concorezzo, Maddaloni, Frosinone e Rieti, con la riduzione da quattromila a duemila dipendenti. E adesso di discute degli impianti Alcatel Lucent di Battipaglia, con 400 addetti occupati. Ancora: Ericsson Marconi ha deciso di trasferire i suoi laboratori di ricerca di Roma, con trecento ingegneri e tecnici specializzati che sono stati salvati solo grazie a un accordo di quattro atenei romani che ha dato vita al consorzio Coritel per la ricerca nel campo.
Il Corriere della Sera 10.02.10

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“Il caso Glaxo e la ricerca usa e getta “, di Pietro Greco
La GlaxoSmithKline, multinazionale inglese del farmaco, non recede. Nei giorni scorsi ha annunciato la chiusura, tra Europa e Canada, di cinque centri di ricerca, con il taglio di 4.500 ricercatori. Tra loro c’è il centro di Verona, che conta circa 600 ricercatori. Malgrado le proteste e le proposte di soluzione alternativa, la società ha confermato la decisione e a Verona saranno quasi in 500 i ricercatori, ottimi, a perdere il posto. La decisione della multinazionale non è causata da motivi specifici che riguardano l’Italia. La Glaxo ha deciso di abbandonare (o, forse, di delocalizzare) la ricerca nel campo delle neuroscienze. E, purtroppo, il centro di Verona ha il suo nucleo di attività proprio nel campo neuroscientifico, con ricerche sul dolore, la depressione, i disturbi del sonno, le dipendenze da droghe, alcol e fumo. In ogni caso, per noi si tratta di una nuova grossa perdita in un settore – la ricerca industriale – in cui siamo fanalini di coda in Europa. Una perdita difficile da accettare, perché viene da un’azienda florida – lo scorso anno ha maturato utili per oltre 2 miliardi di euro, aumentandoli del 66% rispetto al 2008 – ottenendo in Italia ben 24 milioni di euro di fondi pubblici proprio per sviluppare i suoi progetti di ricerca. La vicenda offre alcuni insegnamenti. Il primo è che le grandi multinazionali – in campo farmaceutico, ma non solo – sono di fatto irresponsabili: nel senso che non rispondono a nessuno dei loro comportamenti. Possono chiudere una fabbrica che produce in attivo o un centro di ricerca di grande prestigio – come quello di Verona – per motivi che sfuggono alla logica, compresa la logica economica. Il secondo insegnamento è che i privati portano sì risorse ingenti, talvolta molto ingenti, alla ricerca scientifica (i due terzi delle risorse finanziarie a disposizione della ricerca nel mondo vengono da privati): ma queste risorse alimentano una ricerca senza serenità. Perché è una ricerca che deve produrre risultati immediati e rispondenti a esigenze che possono essere difficili da capire. Il terzo insegnamento riguarda la geografia della ricerca. Secondo voci, peraltro smentite a Verona, la Glaxo chiuderebbe i cinque centri di ricerca in Europa e in Nord America, per aprirne di nuovi in Cina. Non sappiamo se questa voce sia vera. Certo è verosimile. L’Europa e il Nord America stanno perdendo appeal per la ricerca industriale, a tutto vantaggio dell’Asia. E della Cina in particolare, Paese dove lo sviluppo della scienza e dell’innovazione tecnologica prosegue da un decennio a ritmi impressionanti. È lì la nuova frontiera. E le imprese vi si affollano. Occorre che l’Europa prenda atto della nuova geografia della ricerca. E sviluppi politiche conseguenti, se non vuole restare fuori dall’economia della conoscenza
L’Unità 10.02.10

"Milleproroghe, tabacchi più cari e stretta sul pubblico impiego", di Roberto Petrini

Settecento emendamenti: da Padre Pio a Sanremo Possibile la fiducia in aula al Senato. Il personale della Pa subirà nuovi tagli fino al 10% Sì alla rivalutazione degli immobili per le imprese, salvate le zone franche urbane . Battaglia pre elettorale sul terreno del «milleproroghe». Da Padre Pio (un milione per Petralcina) al mercato dei fiori di Sanremo, fino alla sanatoria preventiva (originata da un emendamento leghista) sulle migliaia di affissioni abusive dei manifesti politici che sarà valida ben oltre il termine delle consultazioni regionali di marzo: fino al 31 maggio. E poi: più tasse per 10 milioni per quest´anno sui tabacchi (anche se formalmente il motivo è nobile: a favore dei trapianti di rene). Senza contare i tagli drastici alla pubblica amministrazione: si prevede una riduzione del 10 per cento del personale entro il 2012 e solo l´opposizione del Pd ha portato alla deroga per giustizia e forze dell´ordine. Sventata, nei giorni scorsi, anche la beffa di un nuovo condono edilizio per la minaccia di ostruzionismo delle opposizioni.
I «piani bassi» della Finanziaria 2010, rimasti fuori durante la sessione di bilancio, sono riemersi nel decreto «milleproroghe». In commissione Affari costituzionali del Senato, dove il decreto che scade il 28 febbraio è in prima lettura, l´altra notte è successo di tutto: alla fine gli otto articoli originari sono stati sommersi da ben 68 modifiche. Il testo arriverà così oggi in aula, ma ad attenderlo ci sono già 700 emendamenti. Si porrà la fiducia? Il presidente dell´assemblea Schifani è sembrato escluderlo. Il problema tuttavia non è tanto la fiducia di per se, ma come è accaduto con la Finanziaria è il maximendamento: se il governo ponesse la fiducia su un nuovo testo si vanificherebbe infatti l´intero lavoro della commissione dove, oltre all´assalto alla diligenza, ci sono state anche modifiche migliorative supportate dall´opposizione. E´ per questo motivo che in molti ritengono che la fiducia potrebbe essere posta direttamente sul testo concordato in commissione.
Tra le varie norme c´è ad esempio un ordine del giorno bipartisan che rinvia al gennaio del 2012 la stretta del governo sui contributi all´editoria cooperativa, no profit e di partito che sta destando preoccupazione e per oggi è prevista una mobilitazione della Fnsi per vigilare sulla conferma da parte dell´aula. Così come è stato allontanata di un anno, fino al 31 dicembre del 2010, l´introduzione di un contributo per chi sostiene cause di lavoro in Cassazione. Confermata anche la norma del governo Prodi che prevede le agevolazioni per le zone franche urbane per 23 città italiane in un primo momento cancellate. Tra le «milleproroghe», inoltre, anche la proroga degli sfratti a fine 2010.
Ciò non toglie che il decretone abbia subito un vero e proprio assalto: nuovi «clienti» si profilano per le risorse previste dalla riapertura dello scudo fiscale (sul quale entro il 15 giugno il ministro dell´Economia dovrà riferire in Parlamento). Tra coloro che avranno diritto a quelle risorse un emendamento della maggioranza introduce anche Roma capitale, Coni, olimpiadi per disabili e minoranze etniche. Proroghe anche per le agevolazioni per la piccola proprietà contadina mentre arrivano sconti per il gasolio dei taxi, dei taxi boat e della ambulanze.
Intanto ieri il Senato ha dato il via libera decreto protezione civile. I sì sono stati 140 e i no 116. Tra gli 11 astenuti il presidente della Commissione Finanze Baldassarri (Pdl) che contesta la creazione della Servizi Protezione Civile spa.
La Repubblica 10.02.10

"Gelmini-Tremonti una riforma con la scure", di Francesca Puglisi*

Al di là della propaganda governativa di queste ore, valgono i fatti e presto studenti, insegnanti e famiglie si accorgeranno del male inflitto al sistema scolastico dal Governo Berlusconi. A guidare il riordino delle superiori non è uno spirito riformatore, ma una concezione elitaria dell’istruzione e un drastico ridimensionamento della spesa per l’istruzione pubblica (circa 8 miliardi di euro in tre anni), attuato senza discussione in Parlamento e senza alcuna logica educativa. Si tratta della stessa scure che ha già eliminato nell’anno scolastico 2009-2010, nella sola scuola secondaria superiore, 11.347 docenti, con l’aumento oltre misura del numero di studenti per classe. Ora, con la riduzione del tempo scuola, saranno eliminati altri 20.339 insegnanti nei prossimi due anni, un licenziamento di massa di cui faranno le spese soprattutto i precari. Il ministro afferma che con il riordino dei licei avranno più ore materie come le lingue straniere, la matematica e le scienze. In realtà si tratta delle materie che il ministro Gelmini ha azzoppato senza pietà. Per fare solo qualche esempio, nel liceo linguistico la seconda lingua straniera avrà il 33% in meno delle ore, nei licei scientifici viene eliminata la sperimentazione dello studio della seconda lingua. La matematica non sta meglio delle lingue: si accorpa con la Fisica e diventa un’unica disciplina nei licei delle scienze umane e linguistici, con un’ulteriore riduzione oraria. Altra perla “gelminiana” è l’assenza, in tutti i licei, dell’insegnamento almeno quadriennale di Scienze, una delle caratteristiche della moderna scuola del XXI secolo. Il riordino degli istituti tecnici è una brutta copia della riforma approntata dal governo di centrosinistra, con l’aggravante che non ci sono risorse per i laboratori, tagliati anch’essi del 30% insieme ad un gran numero di insegnanti tecnico pratici. Il Pd ha avanzato le proprie proposte nelle Commissioni competenti di Camera e Senato, ma a parte la “riduzione del danno” di far partire il riordino solo dalle nuove iscrizioni, su tutti gli altri punti c’è stata un’insensata sordità. L’accetta di Tremonti alla fine ha colpito l’istruzione di ogni ordine e grado e a conti fatti, dal prossimo anno scolastico, ad ogni bambino o bambina che varca per la prima volta la porta di una scuola primaria, al termine dell’obbligo, saranno sottratte 63 settimane di istruzione, quasi due anni in meno di scuola. Il Partito Democratico promuoverà nelle prossime settimane una giornata nazionale di mobilitazione per la scuola pubblica, il più grande investimento nel capitale umano del Paese, chiamando a raccolta tutte le migliori energie della nostra società, che hanno a cuore il futuro dei nostri ragazzi e ragazze.

*responsabile nazionale scuola PD
L’Unità 10.02.10