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"Crisi finanziaria e disoccupazione", di Luciano Gallino

Come mai una crisi dai contenuti prevalentemente finanziari ha prodotto un alto tasso di disoccupazione nell´industria? Le risposte formulate finora vertono soprattutto sugli effetti negativi della restrizione del credito. Le banche colpite o minacciate dalla crisi, si dice, riducono il credito alle imprese; senza credito non si possono acquistare materiali da lavorare né compiere investimenti; perciò le imprese italiane e straniere riducono sia la produzione che le importazioni e tagliano i posti di lavoro.
Spiegazioni simili del rapporto finanza-industria ai tempi della crisi sono forse corrette, ma superficiali. Guardano soltanto all´ultimo anello del rapporto. Se si risale qualche anello più su, il rapporto si può così riassumere: la crisi finanziaria produce disoccupazione industriale su larga scala perché l´industria è diventata essa stessa un settore della finanza. In circa trent´anni l´impresa industriale è stata totalmente finanziarizzata. I disastri dei primi anni 2000, capostipite la Enron, sono stati il primo atto del dramma cui l´avvenuta ibridazione finanza-industria sta portando l´economia mondiale. Nel secondo atto abbiamo assistito ai disastri del 2007-2009, archetipo la Lehmann Brothers, ed alle devastazioni in atto del mondo del lavoro. Per non arrivare a un terzo atto, che potrebbe essere ancora più pauroso, bisognerebbe cercare di capire meglio il rapporto tra le due.
La finanziarizzazione dell´impresa industriale è iniziata da quando gli investitori istituzionali – fondi comuni, fondi pensione e assicurazioni – i quali posseggono mediamente oltre il 50 per cento del capitale di tutte le società quotate, hanno imposto ai dirigenti una nuova concezione dell´impresa. Essa non doveva più venire concepita come un´organizzazione nella quale ogni parte è legata alle altre e il cui funzionamento tocca gli interessi di molti gruppi, dai dipendenti ai fornitori e alla comunità locale, oltre a quelli degli azionisti. Doveva invece essere concepita come un fascio di attività (nel duplice senso di cose che si fanno e di attivi finanziari) solo temporaneamente connesse da un contratto; un conglomerato di impianti, mezzi di produzione ed uffici di cui ogni pezzo deve essere monitorato di continuo al fine di stabilire se il suo rendimento finanziario sia pari o superiore a quello dei pezzi migliori della concorrenza. Se tale rendimento è in sé elevato, ma appare inferiore anche soltanto di poco a quello della concorrenza, quel pezzo dell´impresa va subito ristrutturato, oppure venduto, o definitivamente chiuso. Ciascuno di questi interventi comporta ovviamente il licenziamento di gran parte dei relativi addetti, e talora di tutti; come potrebbe accadere allo stabilimento Fiat di Termini. Ma non di questo debbono preoccuparsi i manager, dicono i teorici dell´impresa come mera entità finanziaria. Deve pensarci lo Stato.
Un secondo passo verso la finanziarizzazione dell´industria è consistito in una esternalizzazione della produzione su scala mondiale. Si è passati dall´integrazione verticale del processo produttivo entro una singola impresa, al coordinamento orizzontale da parte di un gruppo di controllo di centinaia di produttori sparsi per il mondo. Nel primo caso, un´impresa mirava a produrre al proprio interno tutte le parti che andavano a comporre il prodotto finito. Nel secondo caso un´impresa fa tutto il possibile per non produrre nulla all´interno. Negli anni ´50 e ´60, la Olivetti produceva negli stabilimenti di Ivrea fino all´ultimo tasto delle centinaia di migliaia di macchine per ufficio che sfornava. Ed alla Mirafiori di Torino quattro quinti dei componenti di un´auto erano prodotti entro lo stabilimento. Oggi oltre il 75 per cento di un´auto Fiat viene prodotto da centinaia di fornitori esterni; la Renault supera l´80 per cento. Il più grande costruttore di Pc del mondo, la Dell, non produce nemmeno una porta Usb dei milioni di macchine che vende. Coordina invece l´attività di migliaia di produttori piccoli medi e grandi in quattro continenti.
La esternalizzazione globale ha generato vari effetti negativi sull´occupazione. Milioni di posti di lavoro sono migrati dalle grandi imprese a imprese piccole e medie. La General Motors, ad esempio, che ancora nel 2005 aveva oltre 330.000 dipendenti, a fine 2009 ne aveva meno di 90.000, pur producendo un numero di vetture certo non inferiore di quattro volte. Gli altri si sono trovati a lavorare nella Delphi, costola esternalizzata della Gm, o nelle migliaia di sub-fornitori che vi fanno capo. Vantaggio per l´impresa madre: sindacati deboli, salari, contributi pensionistici e assicurazioni mediche fortemente ridotti. Un altro effetto negativo sui livelli di occupazione e le condizioni di lavoro è derivato dalla facilità con cui l´impresa madre si può sbarazzare del fornitore o sub-fornitore che per qualsiasi motivo le torni sgradito. Una grande impresa che scopre di avere un reparto funzionante in modo poco soddisfacente difficilmente può chiuderlo dall´oggi al domani. Ma se si tratta di una società che sta in un altro Paese può eliminarlo dal giro con una semplice mail. Nell´insieme, l´esternalizzazione ha comportato mettere in conflitto fornitori contro fornitori, lavoratori contro lavoratori, regioni contro regioni, sia entro lo stesso Paese che tra un Paese e l´altro. Ricetta efficace per migliorare il bilancio finanziario, quanto micidiale per l´occupazione.
Un altro aspetto della finanziarizzazione delle imprese industriali è stata la formazione di monopoli mediante estese campagne di fusioni e acquisizioni. Sono campagne in cui hanno un ruolo determinante le banche di investimento, che da esse traggono utili astronomici. Le ricadute sull´occupazione sono l´ultimo dei problemi per tutti gli attori coinvolti. Perché la Alcoa, poniamo, vuole chiudere un grosso stabilimento in Italia? È possibile che abbia diversi motivi tecnici e logistici. Ma resta il fatto che tra il 2007 e il 2009 l´Alcoa è stata coinvolta in una furiosa lotta con due colossi minerari angloaustraliani, Bhp Billiton e Rio Tinto; uno brasiliano, la Companhia Vale do Rio Dace (Cvrd), e uno canadese, Alcan, allo scopo di conquistare uno di essi o almeno evitare di venire comprata. Per affrontare tale competizione l´Alcoa ha dovuto impegnare decine di miliardi di dollari, non importa se suoi o presi a prestito. Il problema, in tali vicende, è che decine o centinaia di miliardi vengono mobilitati non per fare investimenti, aprire nuovi impianti e creare occupazione, bensì per eliminare un concorrente e subito dopo ridurre il totale dei posti di lavoro. Pare faccia salire il valore del titolo in Borsa.
In Usa il presidente Obama parla nuovamente, dopo un anno di silenzio, di riforme serie dell´architettura finanziaria. Nella Ue ci si balocca ancora con l´idea di aumentare l´attività di sorveglianza sulle banche, quasi che sorvegliare quel che avviene all´esterno di un edificio pieno di crepe, qual è il sistema finanziario mondiale, conferisca a chi lo frequenta maggior sicurezza che non ristrutturarlo. Tuttavia, se qualche riforma dovesse mai vedere la luce, non recherà alcun vantaggio all´occupazione nel caso in cui essa non preveda anche una riforma del sistema industriale, dato che questo è diventato un´appendice del primo.
La Repubblica 10.02.10

"Social Watch: parità uomo-donna, l'Italia retrocede al 72° posto, dopo il Ruanda", di Cinzia Zambrano

Parità tra uomo e donna? In Italia nessun progresso, anzi una retrocessione. Di due posti. Secondo l’Indice sulla Parità di genere (GEI nell‘acronimo inglese) calcolato dal Social Watch, un network che conta organizzazioni in oltre 60 nazioni, considerando 100 come punta massima nell’uguaglianza uomo-donna, su una classifica di 157 Paesi il nostro scende dal 70° al 72° posto rispetto al 2008. Molto dopo il Ruanda (84). E seguito da Grecia, Slovenia, Cipro e Repubblica Dominicana (66).
E’ la denuncia di “People First” , il rapporto reso noto oggi dal Social Watch. Che nella sua indagine nella disparità o (raramente) parità tra uomo e donna spalmate a Nord e a Sud del mondo evidenza come ancora una volta, senza sorprese, il primato nella quasi assenza di differenze spetti alla Svezia (88 punti). Seguono Finlandia e appunto Ruanda – entrambi con 84 punti nonostante l’enorme differenza in termini di ricchezza tra i due paesi. Il che dimostra, secondo il rapporto – come un alto livello di reddito non è necessariamente sinonimo di maggiore uguaglianza e che anche i paesi poveri possono raggiungere livelli di parità molto elevati, sebbene uomini e donne vivano in condizioni non facili.

“L’indice della parità di genere rivela se una società sta evolvendo verso una maggiore equità di genere o rimane ferma. La mancata riduzione del divario nei diritti tra uomo e donna conferma la miopia dei governi. La distinzione tra paesi del cosiddetto Sud del mondo e quelli del Nord sviluppato è sempre più sfumata”, dice Jason Nardi, portavoce del Social Watch Italia.
Eppure la promozione della parità tra i sessi dovrebbe essere uno degli obiettivi di Sviluppo del Millennio. Dai dati del rapporto emerge invece come quell’obiettivo si stia allontanando. E come la distanza tra i paesi più virtuosi e quelli in cui la discriminazione è maggiore stia crescendo. Mentre nei paesi dove la parità uomo-donna è maggiore si registra una tendenza verso il miglioramento, negli Stati con livelli di discriminazione più elevati la tendenza va nel senso opposto. É il caso dell’America Latina e dei Caraibi, da una parte, e dell’Asia Orientale e del Pacifico, dall’altra.

L’istruzione, la partecipazione all’attività economica e l’empowerment (concessione di pieni poteri alle donne)., sono stati gli indicatori per l’indagine del Social Watch. Dall’analisi emerge che i progressi registrati nella sfera dell’istruzione sono di gran lunga maggiori rispetto a quelli registrati nelle altre dimensioni della parità uomo-donna. Nell’accesso agli spazi decisionali e nell’esercizio del potere, per esempio, la disuguaglianza tra uomini e donne è più evidente: non c’è un solo paese dove le donne abbiano le stesse opportunità degli uomini di partecipare ai processi economici o socio-decisionali. I progressi nella partecipazione all’attività economica registrati nel 2008, infine, sono stati completamente azzerati nel 2009. In particolare nella regione dell’Africa subsahariana.

Ad aggravare la situazione ci si è messo poi lo tsunami economico che si è abbattuto negli ultimi 18 mesi. “Studiando l’impatto sociale della crisi a livello internazionale, emerge che a pagarne le conseguenze più dure sono i paesi più poveri e le persone più vulnerabili, molte delle quali sono nuovi poveri”, continua Nardi. Le donne, come spesso accade, sono le più esposte alla recessione globale perché hanno minore controllo della proprietà e delle risorse, sono più numerose nei lavori precari o a cottimo, percepiscono minori salari e godono di livelli di tutela sociale più bassi. L’ONU riferisce che il tasso globale di disoccupazione femminile potrebbe arrivare al 7,4%, contro il 7,0% di quella maschile.

Tramite l’Indice della Capacità di Base (BCI) il rapporto analizza anche lo stato di salute e il livello dell’istruzione elementare di ciascun paese. I risultati sono preoccupanti: al 2009, quasi la metà dei paesi analizzati (42,1%) ha un valore dell’Indice BCI basso, molto basso o critico. La maggioranza della popolazione mondiale vive in paesi in cui i principali indicatori sociali sono immobili o progrediscono troppo lentamente per raggiungere un livello di vita accettabile nel prossimo decennio.
Al ritmo di sviluppo attuale, solo Europa e Nord America potrebbero raggiungere entro il 2015 valori accettabili dell’indice. Ciò significa che, in mancanza di cambiamenti sostanziali, per tale data gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio concordati a livello internazionale non verranno raggiunti.

Lo scenario desta ancor più preoccupazione se si considera che solo Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda e Lussemburgo hanno rispettato gli obiettivi delle Nazioni Unite, destinando almeno lo 0,7% del Pil all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (Aps). Nonostante le ripetute promesse del nostro governo, si prevede che l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo in Italia subirà un drammatico taglio, scendendo dallo 0,2% del PIL a meno dello 0,17%. Al pari della Grecia e di poco al di sopra della Repubblica Ceca, l’Italia si ritrova così agli ultimi posti tra i paesi industrializzati.
L’Unità 09.02.10

"Riforma epocale? Dieci domande in attesa di chiarimenti", di Anna Maria Bellesia

La riforma è stata avviata sulla base di Regolamenti che ad oggi non solo non costituiscono una norma in vigore, ma sono dei documenti fantasma. Le notizie certe sono poche, gli interrogativi molti: riguardano aspetti gestionali, organizzativi, didattici, e perfino caratterizzanti del percorso stesso (è il caso dei professionali). Ecco alcune domande in attesa di chiarimenti. Ad un mese e mezzo dalla scadenza per le iscrizioni (il cui termine è stato prorogato due volte per consentire una puntuale informazione) il mondo scolastico ha a disposizione soltanto la tabella di confluenza dei percorsi, i profili in uscita e i quadri orario, i comunicati stampa del ministro e qualche scheda curata dall’Ansas. La riforma è stata avviata sulla base di Regolamenti che ad oggi non solo non costituiscono una norma in vigore, ma sono dei documenti fantasma.Le notizie certe sono poche, gli interrogativi una montagna. Riguardano aspetti gestionali, organizzativi, didattici, e perfino caratterizzanti del percorso stesso (è il caso dei professionali).Chi di competenza aiuti le scuole a darsi un orientamento per poter essere in grado di orientare l’utenza e attuare la riforma. Ecco alcune domande in attesa di chiarimenti.
1. Se i percorsi formativi dovranno essere volti al perseguimento di risultati di apprendimento declinati in conoscenze, abilità e competenze, anche in coerenza con le Raccomandazioni U.E., gli insegnanti saranno pronti e adeguatamente formati il prossimo settembre ad innovare il loro metodo di insegnamento secondo la nuova prospettiva?
2.Se l’utilizzo diffuso dei laboratori a fini didattici è considerato lo strumento essenziale per un insegnamento efficace ed attraente per gli studenti, gli insegnanti saranno pronti e adeguatamente formati per fare del laboratorio l’ambiente ordinario del fare scuola?
3. E le scuole avranno una dotazione strumentale ed ambienti idonei per creare le condizioni di queste nuove opportunità di apprendimento?
4. Riusciranno le istituzioni scolastiche a gestire autonomia e flessibilità, e a raggiungere gli obiettivi previsti, non solo in mancanza di un organico funzionale, ma con organici sempre più ristretti a causa della riduzione delle cattedre esistenti?
5. Quante scuole troveranno il modo, a costo zero, di avvalersi di esperti del mondo del lavoro, delle professioni e della ricerca scientifica e tecnologica attivando i nuovi modelli organizzativi di progettazione didattica (Comitato tecnico scientifico e dipartimenti)?
6. Come saranno articolate le cattedre in assenza, al momento, della revisione delle classi di concorso?
7. Se la partenza dei nuovi ordinamenti è fissata solo dalle classi prime classi, in base a quali criteri il Mef taglierà le ore nelle classi successive, scontrandosi col diritto degli studenti alla continuità del percorso intrapreso?
8. Su quali basi agli studenti che intendono cambiare percorso sono riconosciuti e certificati i crediti maturati per facilitare i passaggi ed ostacolare la dispersione?
9. Come realizzare, per i professionali, un’offerta coordinata con la formazione regionale e rilasciare qualifiche in regime di sussidiaretà se mancano del tutto le intese con le regioni?
10. E come utilizzare gli ampi spazi di flessibilità (distinti da quelli dell’autonomia), previsti nei professionali fin dal primo biennio, per corrispondere alle esigenze del territorio, in mancanza di indicazioni certe, e a volte perfino confuse?
Tecnica della scuola 09.02.10

Steton, il Pd chiede un incontro al governo. L’on. Ghizzoni: “Attivare tutti i possibili ammortizzatori sociali”

«I licenziamenti alla Steton di Carpi sono solo gli ultimi di uno stillicidio che da mesi colpisce le imprese modenesi. In questo caso a pagare il prezzo della crisi è un’azienda metalmeccanica – dopo Omga e Sicar, solo per limitarci alle imprese storiche del distretto carpigiano – ma i colpi della recessione non risparmiano alcun settore, a partire dall’edilizia. E anche il tessile, nonostante le ristrutturazioni del comparto dovute alle reiterate e cicliche crisi, non è esente da vertenze.
Purtroppo, ancora una volta, sono i fatti a smentire l’irresponsabile ottimismo di chi, nel governo, continua a sottovalutare gli effetti di una crisi che ha spinto i disoccupati a superare la soglia dei due milioni e i cui deleteri effetti sulla produzione non si sono già esauriti anzi, stando almeno alle analisi più attendibili, si annunciano ancora più negativi proprio per nell’anno in corso. La responsabilità del Governo è di non aver approntato e di non approntare le necessarie contromisure: non bastano le enunciazioni, sebbene assai condivisibili come quelle di Sacconi in difesa dei posti di lavoro della Glaxo di Verona. Ora servono fatti e risorse. Serve un impegno straordinario a livello nazionale per sostenere le piccole e medie imprese – il settore portante della nostra economia – e per fronteggiare la caduta della domanda, che si accompagni alle iniziative che regione ed enti locali, in questi mesi, hanno messo in campo per sostenere l’occupazione e rispondere al bisogno di liquidità delle aziende.

Chiederemo un incontro urgente al sottosegretario Viespoli per impegnare il governo a garantire l’applicazione nel distretto carpigiano e nella provincia di Modena di tutta la gamma degli ammortizzatori sociali. Resta l’indignazione e l’amarezza per il fatto che di fronte alla chiusura di aziende e alla perdita di occupazione – vere e proprie emergenze nazionali – il Parlamento sia occupato a legiferare sui problemi di un solo cittadino, il Premier, che recentemente è stato sottratto al “fastidio” di comparire nelle aule di tribunale».

"La cultura in pericolo: Aiuto! Caravaggio scompare", di Marco Carminati

Che cosa ci resta oggi di Caravaggio? Due cose soltanto: le opere e i documenti d’archivio. Le tele del Merisi ci parlano dell’incommensurabile artista che le realizzò, i documenti ci restituiscono la testimonianza vivace dell’uomo Caravaggio, calato nel tormento del suo tempo.
I dipinti del Maestro si trovano oggi – giustamente – al sommo della considerazione pubblica: vengono ammirati da folle estasiate nelle chiese di Roma e nei musei di mezzo mondo, e tra poco una selezione di esse sarà protagonista di una grande mostra alle Scuderie del Quirinale, a partire dal 20 febbraio. L’alta reputazione delle opere di Caravaggio la si può misurare anche dai numerosi e accurati restauri cui sono amorevolmente sottoposte: due anni fa, ad esempio, venne splendidamente restaurata la Caduta di San Paolo Odescalchi, in questi giorni è in via di conclusione il recupero dell’Adorazione dei Pastori del Museo Regionale di Messina. Nessuno – giustamente – pensa di lesinare fondi e risorse quando c’è di mezzo la salvaguardia di un’opera di Caravaggio.
Ciò che è invece sorprendente è che a nessuno sembra stare a cuore l’altra faccia di Caravaggio: i documenti. Il nucleo più consistente (circa una settantina di “libroni”) si trova conservato all’Archivio di Stato di Roma nel bellissimo palazzo borrominiano della Sapienza, proprio di fianco al Senato della Repubblica. Questi documenti – di cui una decina in condizioni pessime – ci offrono uno spaccato emozionante di chi fu veramente l’artista, perché ci raccontano, ad esempio, le circostanze in cui nacquero i celebri capolavori romani del Maestro. Il grosso delle carte, però, è di carattere giudiziario: si tratta di denunce contro il pittore, di relativi interrogatori di magistrati, di ordini di cattura con un’unica, inevitabile destinazione: la prigione di Tor di Nona.
Il nostro Caravaggio era un autentico farabutto. Dal 1598 al 1606 risulta perennemente nei guai: insulta colleghi e avversari, attacca briga nei vicoli, manda «a fan culo» i poliziotti, prende a pugni i notai, tira piatti di carciofi in testa agli osti, gira illegalmente armato con spada e pugnale, non paga le tasse e talvolta neppure l’affitto. Il 28 maggio 1606 la combina più grossa del solito: durante una lite di strada uccide con la spada un’altra testa calda come lui, tal Ranuccio Tommasoni. Ma a questo punto deve scappare da Roma. Le carte d’archivio ci raccontano nei dettagli questo “romanzo nero”, riportando spesso in vita l’irruente voce di Caravaggio che, alle domande del magistrato, ovviamente rispondeva in prima persona.
Ebbene, molta di questa fondamentale documentazione è ora in grave pericolo: le carte di Caravaggio stanno andando a pezzi. A lanciare l’allarme è il direttore dell’Archivio di Stato Eugenio Lo Sardo che, coadiuvato dai colleghi Orietta Verdi e Michele Di Sivo, tiene sotto controllo le carte caravaggesche.
«Il problema – spiega il direttore – è questo: i documenti sono scritti con inchiostri fortemente acidi che, con il tempo, corrodono e bucano la carta. È possibile fermare questo degrado prima con un processo di deacidificazione della carta, poi colmando le lacune con inserti di pasta di cellulosa e infine ridonando forza alla superficie attraverso velature di sottilissimi fogli di carta giapponese».
Bene, direttore, perché non procedete in questo senso?
«Noi procediamo. Fino ad oggi siamo riusciti a mettere in sicurezza una parte delle carte di Caravaggio». Il direttore Lo Sardo apre un volume di ordini di cattura e mostra un foglio, perfettamente restaurato, nel quale il magistrato, che ha arrestato Caravaggio per porto abusivo di armi, sente la necessità di disegnare a lato del testo i corpi del reato: la spada e il pugnale di Caravaggio.
«Il fatto è – continua il direttore – che adesso sono completamente finiti i fondi pubblici per questi lavori e senza dotazioni non siamo in grado di proseguire. Mentre l’acido rischia di procedere più veloce di noi». Per farsi capire, apre un volume dove è conservato l’inventario delle cose appartenute a Caravaggio: si legge che l’artista possedeva uno specchio grande, due spade, alcune tele vergini, una chitarra, un violino e persino un paio di orecchini. Che emozione, è come entrare nella casa di Caravaggio! «Già, ma vede come è ridotto? È pieno di buchi: per ora riusciamo a leggerlo, ma se non si interviene non caveremo più una parola, soprattutto nella parte inferiore».
Possibile che lo Stato non supporti i restauri? «I tagli al settore dei Beni Culturali sono noti e drastici. E anche noi ne paghiamo le conseguenze».
Anche Caravaggio, a quanto pare, le sta pagando, paradossalmente proprio nell’anno in cui si celebrano in pompa magna, con mostre, restauri, iniziative e profusione di mezzi, i 400 anni della morte del pittore. «Sì, è proprio un paradosso – commenta il direttore – ma è ancor più paradossale il fatto che per restaurare e mettere in sicurezza i libri che contengono le carte di Caravaggio basterebbe ben poco».
Lo Sardo entra nel dettaglio. «I documenti che riguardano Caravaggio si trovano rilegati in grandi libri che contengono dai 600 ai mille fogli ciascuno. Ovviamente, dobbiamo restaurare non il singolo documento ma l’intero libro. Dobbiamo slegarlo, sottoporre tutti i fogli ai processi di deacidificazione, di integrazione e di protezione che le ho detto poc’anzi, e infine rilegarlo. Ebbene, per fare tutto ciò basterebbero 2.500 euro a libro: sono una decina i volumi che hanno bisogno urgente di intervento».
Non sembra possibile. «Sì, è così», conferma il direttore. Una cifra non certo esorbitante, che molti sponsor pubblici e privati potrebbero decidere di destinare ai restauri.
«A questo punto – dice il direttore – è quello che ci auguriamo, anche perché alla fine dell’anno, nella Biblioteca Alessandrina della Sapienza, organizzeremo una mostra dal titolo Lo scrigno di Caravaggio che, attraverso documenti, dipinti e oggetti, aspira a restituire non tanto l’artista quanto l’uomo calato nella sua città. Mi piacebbe far vedere a tutti documenti in buono stato».
Bene, il messaggio è chiaro, chiunque voglia aiutare a salvare le carte di Caravaggio si faccia vivo a questo indirizzo di posta elettronica: as-rm@beniculturali.it. Quel farabutto del Merisi, il direttore dell’Archivio di Stato e l’Italia intera ve ne saranno grati.
Il Sole 24 Ore 09.02.10

Batterli si può, anzi si deve (Newsletter n° 1 – febbraio 2010)

La crisi c’è, eccome se c’è. Lo sanno i lavoratori, le famiglie, gli imprenditori.

La politica deve assumersi le proprie responsabilità. Purtroppo il Governo italiano rimane quello che ha fatto meno per affrontare una crisi che ha prodotto oltre un miliardo di ore di cassa integrazione in quindici mesi, e che ha spinto i senza lavoro a superare la drammatica soglia dei due milioni. La disoccupazione crescente sta colpendo sempre più pesantemente anche i nostri distretti e le piccole e medie imprese locali. Voltare lo sguardo dall’altra parte e fingere che la crisi non ci sia, rifugiandosi in uno sterile ottimismo di maniera come fa il Presidente del Consiglio, non aiuta ad affrontarla e a ridurne la portata.

Purtroppo, come dimostra il recente varo del “legittimo impedimento a comparire in udienza” (Bersani intervenendo in Aula ha spiegato magistralmente cosa rappresenti l’approvazione di questa norma, pertanto vi rinvio alle sue parole), viviamo le contraddizioni di un Paese nel quale le forze di maggioranza si preoccupano di fare gli interessi di uno solo, e non si dedicano agli interessi di tutti gli altri e così facendo tradiscono la missione della politica.

È al nostro partito che tocca risolvere le contraddizioni sociali ed economiche presenti nella società contemporanea e rappresentare un blocco sociale composito, per fare l’interesse di tutto il Paese. In altre parole, il PD deve raccogliere la sfida per il futuro: aprirsi alla società che muta, coniugare solidarietà e innovazione, coinvolgere in ogni modo coloro che si riconoscono nel campo del centrosinistra e che hanno a cuore il bene dell’Italia. Questa è la strada per dimostrare che il PD – il partito nuovo che tutti noi abbiamo voluto e contribuito a far nascere – è “storicamente necessario”, per usare le parole di Gramsci.

In cima alla nostra agenda politica dobbiamo mettere le istanze dei cittadini (e non di un solo cittadino), che oggi riguardano in primo luogo il lavoro e la crisi. Un partito che parla alle famiglie, al mondo della scuola e del sapere, e che mette al centro i problemi dei giovani, delle donne, dei più deboli, degli ultimi. Un partito che abbia sempre attenzione per i territori. Abbiamo ricordato recentemente (a Roma e a Vignola) la compianta Paola Manzini, che sapeva tenere assieme richieste del territorio e interesse generale. In questa tensione positiva tra locale e nazionale, tra problemi dei cittadini e bene comune, c’è lo spazio per l’azione politica che il Partito democratico deve condurre.

Così è possibile vincere contro la destra. Si può e si deve fare.

Recentemente il Governo e la sua maggioranza sono stati battuti alla Camera su un emendamento che ho presentato insieme ad altri colleghi del gruppo. Non è la prima volta: nonostante l’ampia maggioranza e la fedele acquiescenza dei parlamentari del centrodestra, è accaduto per la 36esima volta dall’inizio di questa legislatura. Con questo voto abbiamo ottenuto che le università, nell’ambito del turn over (che la Gelmini ha vincolato al solo 50% dei posti resi liberi dei pensionamenti) dovranno assumere ricercatori a tempo indeterminato e non contrattisti (a tempo determinato) introdotti dalla legge Moratti nel 2005. Insomma, abbiamo ottenuto che, a fronte dei pensionamenti, vi siano “posti sicuri”, bocciando in questo modo la linea del Governo che di fatto sostiene la precarizzazione del lavoro nella ricerca.

Purtroppo, sul versante della scuola, prosegue la marcia inarrestabile del Governo per impoverire l’offerta formativa, per indebolire il sistema di istruzione pubblica e per ostacolarne la funzione di motore sociale. In questo senso è purtroppo da valutare il definitivo via libera al riordino della scuola superiore, un riordino necessario ma approdato ad una riedizione in salsa gelminiana e classista dell’istruzione superiore gentiliana, inadeguato ad affrontare le sfide della società della conoscenza. Stessa matrice ha ispirato l’approvazione della norma che prevede l’assolvimento dell’obbligo di istruzione nell’apprendistato: con la bacchetta magica della coppia Gelmini – Sacconi, l’azienda si trasforma magicamente in scuola, e i ragazzi socialmente deboli vi accederanno già a 15 anni, mentre i coetanei più fortunati potranno continuare ad apprendere saperi e competenza necessari per affrontare la vita adulta con successo. Evidentemente, la scuola delle pari opportunità è fumo negli occhi per questo Governo.

Concludo con uno sguardo all’orizzonte regionale. La vicenda che ha coinvolto il sindaco di Bologna lascia certo amareggiati, ma al contempo abbiamo tutti apprezzato la scelta Delbono di dimettersi: un gesto di responsabilità e di coerenza con gli ideali del suo/nostro Partito. Se anche a destra avessero il medesimo rispetto per le istituzioni e la magistratura saremmo in un Paese normale. Ma pare proprio che così non sia: in questi giorni la destra spinge per rinviare le elezioni comunali, al fine di aver più tempo per valutare candidati e alleanze da opporre al Pd e al centro-sinistra, fregandosene degli effetti negativi che avrebbe sulla città il commissariamento. Bene fa il PD ad insistere sulla richiesta di votare al più presto, e si sarebbe dovuto fare insieme alle elezioni regionali, il prossimo 28-29 marzo. Elezioni che ci devono vedere tutti in campo a sostegno di Vasco Errani, perché ha governato bene una regione che oggi rappresenta il modello migliore da proporre agli italiani e che guida le classifiche relative alla qualità della vita e dei servizi sociali.

Con il nostro orgoglio, e a testa alta, guarderemo negli occhi gli elettori e gli chiederemo di confermare la fiducia per il nostro buon governo.

 

Manuela Ghizzoni

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I principali aggiornamenti del sito, le notizie, i commenti e le riflessioni dell’ultimo mese

La crisi che c’è e il lavoro che manca

Un milione di cassintegrati per colpa della crisi

Dall’ottobre 2008 al dicembre 2009 le ore di cassa integrazione (tra ordinaria e straordinaria) autorizzate sono state oltre 1 miliardo. Lo rileva la Cgil nel Rapporto sulla Cig del 2009 […].

Il Sole 24 Ore, 31.01.10 

 

Mezzogiorno, governo battuto alla Camera da mozione PD

Il Governo è stato battuto alla Camera nelle votazioni sulle mozioni per l’occupazione nel Mezzogiorno. L’aula ha approvato la parte del documento presentato dal Pd su cui l’esecutivo, con il sottosegretario al Welfare Pasquale Viespoli, aveva dato parere negativo […]

www.partitodemocratico.it, 31.01.10

 

Sull’argomento leggi anche:

“Riforma del lavoro al via tra flessibilità e licenziamenti facili”, di Roberto Giovannini

Sembrava un provvedimento poco importante. E invece il disegno di legge numerato “1441 quater B” contiene una profonda riforma del mercato del lavoro italiano […]

La Stampa, 29.01.10

 

“La metamorfosi del Lingotto”, di Massimo Giannini

“No al ricatto della Fiat!” grida in coro la politica, di fronte all’annuncio di due settimane di Cassa integrazione in tutti gli stabilimenti di quella che fu la Real Casa dell’automobile italiana […]

La Repubblica, 28.01.2010

 

“Quei silenzi sul lavoro nero”, di Tito Boeri

Mi sono chiesto molte volte perché in Italia le associazioni imprenditoriali non protestino mai o quasi mai contro le nostre stringenti e anacronistiche politiche dell´immigrazione […]

La Repubblica, 14.01.10

 

Università: battere il Governo si può

Lavoro: Pd per il governo è la 36esima bocciatura. Ghizzoni: passa emendamento per assunzioni ricercatori a tempo indeterminato

“Il Governo e la sua maggioranza sono stati battuti oggi alla Camera per la 36esima volta dall’inizio di questa legislatura […]

27/01/2010

“Ricerca, appello con 1.341 firme,ci sono anche Cabibbo e la Hack”, di Valentina Arcovivo

Il grido di allarme degli scienziati, ben condensato in un documento ufficiale, è partito ieri mattina con destinazione la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e altre autorità nel settore scientifico. […]

Il Messaggero 01.02.10

“Per un punto il giovane se ne andò all’estero”, di Fabio Beltram 

Da molti anni, nel mondo della ricerca italiana, lo spazio per i giovani va sempre più riducendosi […]

Il Sole 24 Ore, 30.01.10

Ispra: Pd, accordo passo avanti, ma ora valorizzare ruolo e conoscenze

“La decisione dei lavoratori di Ispra di scendere dal tetto dopo 2 mesi di mobilitazione è certamente una buona notizia, ma l’accordo raggiunto è solo l’inizio di un percorso […]

21.01.10

Sull’argomento leggi anche:

“Università, la cultura e il sapere al primo posto”, di Rosy Bindi

Ringrazio gli autorevoli professori per le parole di stima che mi hanno rivolto sul manifesto del 20 gennaio scorso e con le quali mi sollecitano a entrare nel dibattito sulla riforma dell’università […]

Il Manifesto, 31.01.10

Scuola superiore: indietro tutta

Ghizzoni: Scuola superiore anno zero, meno, meno

Il Consiglio dei Ministri ha premuto l’acceleratore sull’avvio della “controriforma” Gelmini che entrerà in vigore già dal settembre prossimo […]

04.02.01

“Superiori, riforma dal primo anno, torna la geografia nei tecnici”, di Salvo Intravaia

Ormai è certo: la riforma della scuola superiore partirà soltanto dal primo anno e ritorna la Geografia […]

La Repubblica, 04.02.10

Scuola, Pd: con riforma secondo ciclo sarà caos assoluto. Ghizzoni: si poteva rinviare, la maggioranza penalizza le famiglie

“La maggioranza dovrà assumersi le proprie responsabilità per questa scelta, che è sbagliata e che è destinata a produrre gravi disagi agli studenti e difficoltà nella vita delle scuole” […]

20.01.10

Scuola, Pd a Gelmini: dopo Consiglio di stato rinviare riforma scuola superiore

“Dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato si rafforza la richiesta già avanzata dal Pd di rinviare di un anno l’entrata in vigore la riforma della scuola superiore” […]

15.01.10

Sull’argomento leggi anche:

«Le bugie sulle lingue nella (non) riforma Tremonti – Gelmini delle superiori», di Silvia Minardi*

Il Consiglio dei Ministri ha approvato in data 4 febbraio 2010 la (non) riforma delle scuole superiori che prende avvio dal prossimo anno scolastico […]

07.02.10

“La riforma “epocale” del ministro Tremonti”, di Antonio Valentino

Lasciamo perdere le valutazioni auto elogiative del Ministro Gelmini (”Riforma epocale”) e quelle, diciamo così, non controllate di Berlusconi […]

Scuola Oggi, 06.02.10

“Altro che Finlandia, così la scuola torna ai modelli del 1800″ di Benedetto Vertecchi

Le norme che modificano l’ordinamento delle scuole secondarie superiori si distinguono per l’assenza di un disegno interpretativo che riguardi, da un lato, le trasformazioni già avvenute altrove e quelle che stanno avvenendo […] 

L’Unità, 05.02.10

CIDI (Centro Iniziativa Democrativa Insegnanti): Scuola superiore: un ‘riordino’ che riporta indietro il paese

Cari colleghi, siamo in prossimità di quella che viene mediaticamente definita una “grande riforma” ma che rischia di rivelarsi un clamoroso passo indietro dell’attuale assetto della secondaria di secondo grado […] 

01.02.10

Il lavoro non è scuola

“15enni in azienda come se fossero a scuola, la Camera approva”, di A.G.

Come previsto l’Aula ha detto sì a maggioranza all’emendamento Cazzola che anticipa di un anno l’apprendistato: ma c’è l’obbligo di trovare un’intesa tra Regioni, ministero del Lavoro e dell’Istruzione. […]

29.01.10

Ddl lavoro, Pd: apprendistato? Grave riduzione dell’obbligo scolastico. Ghizzoni: saremo fanalino di coda in Europa

“L’approvazione dell’emendamento che permette l’assolvimento dell’obbligo di istruzione nell’apprendistato è molto grave e non è certo il modo per affrontare il problema dell’abbandono scolastico […]

28.01.10

Scuola, Ghizzoni e Coscia (Pd): obbligo in apprendistato? Un brutto ritorno al passato

Un brutto ritorno al passato, che mortifica gli sforzi per far acquisire a tutti i ragazzi entro i 16 anni quel patrimonio di saperi e competenze necessario per affrontare la vita adulta […]

20.01.10

Sull’argomento leggi anche:

“Obbligo scolastico a 15 anni? Idea povera, per i figli dei poveri”, di Mario Rossi Doria

La destra italiana mostra – in campo educativo – una grande competenza nel proporre soluzioni apparentemente chiare a problemi che si trascinano […]

L’Unità, 27.01.10

“Manovali, garzoni, operai ecco il lavoro senza qualità degli apprendisti-bambini”, di Roberto Mania

Manovali e operai senza specializzazione. Garzoni di bottega. Sono i più giovani degli apprendisti, il 6,5 per cento del totale. Oltre 40 mila adolescenti che vivono in un´area pallida tra la scuola e il lavoro […]

23.01.10

“Obbligo addio?”, di Maurizio Tiriticco

Com’è noto, secondo l’attuale maggioranza, la crescente incultura dei nostri giovani dipende direttamente dai pedagoghi sessantottini, molti comunisti e qualche utile idiota […]

21.01.10

Scuola: una circolare per affossarla 

Ghizzoni: “Sulla scuola si rischia la paralisi”. Fortemente penalizzata la qualità del servizio scolastico e limitato il diritto all’istruzione

Le scuole soffrono da molti mesi di una grave situazione finanziaria dovuta alla massiccia riduzione delle risorse che il Governo è venuto attuando fin dal suo insediamento e la situazione sta visibilmente peggiorando […]

06.02.10

Asili di Carpi, il Pd: una protesta annunciata

L’on. Manuela Ghizzoni: “E’ un vero e proprio colpo di spugna chesta scaricando sulle famiglie le conseguenze dei tagli del governo” […]

30.01.10

Sull’argomento leggi anche:

Tecnica della Scuola: “Programma annuale 2010: scuole nel caos”, di Reginaldo Palermo

Non ci sono soldi per il funzionamento e c’è il rischio che gli avanzi di amministrazione (frutto quasi sempre di risparmi e contributi esterni) vengano “ingoiati” per compensare i crediti che le scuole vantano nei confronti del Miur […]

01.02.10

“Se la scuola va avanti con i soldi dei genitori”, di Giuseppe Marotta

Il contributo volontario versato dai genitori è da anni prassi comune nelle scuole. Serve a finanziare l’ampliamento dell’offerta formativa che ciascun istituto decide autonomamente […]

LaVoce.info, 20.01.10

“Bilanci, presidi alla guerra”, di Alessandra Migliozzi

Dopo la circolare del ministero che stringe ancora una volta su entrate e spese Pronti a farsi commissariare: impossibile farcela […]

Scuola Oggi, 19.01.10

30% di stranieri per classe: un’alchimia della Gelmini

Senza risorse, anche i tetti crollano», di Manuela Ghizzoni

 Sono anni che le amministrazioni di centrosinistra praticano politiche scolastiche a sostegno della composizione di classi che equilibrano le differenze […]

15.01.10

Scuola: Pd, solo negli annunci i soldi per l’integrazione

“La questione dell’integrazione dei bambini immigrati in Italia non si può limitare a un dibattito sul sì o no al tetto del 30 per cento  […]

14.01.10

Sull’argomento leggi anche:

“La circolare sull’integrazione”, di Sofia Toselli

Il Miur ha emanato la circolare n. 2 dell’8 gennaio 2010 per dare alle scuole indicazioni e raccomandazioni per l’integrazione di alunni con cittadinanza non italiana […]

19.01.10

“Una circolare da leggere (almeno) due volte…”, di Loretta Lega

Il peggior modo di leggere la circolare n. 2 dell’8-1-2010 (quella sul tetto del 30%…) è di farlo con gli occhi dell’emotività e della rabbia […]

18.01.10

(Il)legittimo impedimento

 

Legittimo impedimento, per la stampa estera governo «blindato», di Elysa Fazzino

Il governo italiano «si blinda» di fronte alla giustizia, 18 mesi di tregua per Silvio Berlusconi, la norma salverà il premier e i suoi ministri. […]

Il Sole 24 Ore, 05.02.10

Legittimo impedimento: la Camera approva. Dichiarazione di voto dell’On. Pier Luigi Bersani

Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo qui a parlare in diretta televisiva del legittimo impedimento […]

03.02.10

Altro che legittimo impedimento, processateci subito. Proposta di deputati e senatori PD

Calendarizzare subito i processi contro i parlamentari e quelli per criminalità organizzata e terrorismo e incidenti sul lavoro […]

www.partitodemocratico.it, 02.02.10

 Sull’argomento leggi anche:

“Equilibri in pericolo”, di Carlo Federico Grosso

Tutto come da copione. La maggioranza ha votato ieri alla Camera il legittimo impedimento, l’ennesimo provvedimento salva-premier […]

La Stampa, 04.02.10

L’ambiente intorno a noi

 

“No al nucleare e sì all’efficienza e al risparmio energetico”

“No al nucleare e sì all’efficienza e al risparmio energetico”. Queste le parole del segretario Pier Luigi Bersani intervenuto alla tavola rotonda sulla Green Economy […]

www.partitodemocratico.it, 06.02.10

Caccia no limits

Passa al senato l’emendamento Pdl che permetterà l’attività venatoria per tutti i 12 mesi, ma Prestigiacomo e Brambilla sono contrarie […]

www.partitodemocratico.it, 29.01.10

Nucleare a pezzi

Dopo il no di 14 regioni, arriva quello definitivo della Regione Sicilia che approva due ordini del giorno del Pd contrari al ritorno dell’atomo sull’isola […]

www.partitodemocratico.it, 22.01.10

“Mai il nucleare, il governo dica agli elettori dove vuole la centrale”, intervista a Vasco Errani di Adriana Comaschi

Noi non accetteremo mai il ritorno del nucleare sul nostro territorio, in ogni caso il governo deve lasciar decidere ai cittadini […]

L’Unità, 18.01.10

“Catastrofe innaturale”, di Mario Tozzi

È stato il terremoto più violento degli ultimi due secoli nell’isola, ma come ne avvengono almeno una ventina, ogni anno, al mondo […]

La Stampa, 15.01.10

Cronache dal PD

 

“Non ci rassegniamo all’esproprio del Parlamento”, di Dario Franceschini

“Il Pd non si rassegna all’esproprio del Parlamento da parte del governo, con il suo continuo ricorso a maxi-emendamenti corredati da richieste di fiducia […]

www.dariofranceschini.it, 03.02.10

“Pd, la festa per il tesseramento. Bersani: serve più squadra”, di Andrea Carugati 

Due ore di diretta su Youdem, tre teatri collegati da Milano, Roma e Palermo, tutti i big presenti (chi di persona, chi come Veltroni, Franceschini e Marino con un contributo video) […]

31.01.10

Le dimissioni di Delbono, un gesto di grande responsabilità

Il segretario regionale del Partito Democratico Bonaccini: “Nessuna ombra può gravare sulla credibilità di chi amministra. Noi non accetteremo lezioni di moralità dalla destra” […]

25.01.10

Sull’argomento leggi anche:

“Nonostante tutto, il Pd ora sta meglio. Ed è il Pdl in affanno”, di Stefano Folli 

Per uno degli strani casi di cui la politica italiana è ricca, il barometro delle regionali indica che qualcosa sta cambiando […]

Il Sole 24 Ore ,31.01.10

“Quando il capo non sa vedere”, di Adriano Sofri

Primo: non infierire. Ma come si fa? Mettiamola così: ci sono due buone notizie. In Puglia si sono svolte le primarie con un’adesione sentita, e finalmente abbiamo il candidato […]

La Repubblica, 26.01.10

Letture per aprire la mente

 

“Se questo è un uomo”, di Massimo Gramellini

Ma come farà a essere israeliano con gli israeliani e palestinese coi palestinesi? […]

La Stampa, 04.02.10

“La strana disfatta”, di Barbara Spinelli

Uomini con la testa di paglia ci governano, non solo in Italia. Non stupisce lo strano silenzio che circonda, d’un tratto, la guerra iniziata da americani ed europei in Afghanistan, quasi nove anni fa  […]

La Stampa, 01.02.10

“Il cavaliere e la xenofobia”, di Ilvo Diamanti 

Il premier Silvio Berlusconi nei giorni scorsi ha sostenuto l´equazione: + immigrati = + criminalità […]

La Repubblica, 31.01.10

“L’Italia rassegnata”, di Ferdinando Camon

Ho ospite in casa un amico straniero, un francese. Passiamo giornate e serate insieme. E guardiamo la tv. Il suo sguardo ha cambiato il mio […]

La Stampa, 29.01.10

“Se questo è un uomo” di Primo Levi, un frammento del capitolo “Il viaggio”

…venni inviato a Fossoli presso Modena dove un vasto campo di internamento già destinato ai prigionieri di guerra inglesi e americani andava raccogliendo gli appartenenti alle numerose categorie non gradite al neonato governo fascista repubblicano […]

27.01.10

“Chi ruba la terra e il cibo all’Africa”, di Carlo Petrini

Le nuove forme dello sfruttamento colonialistico proseguono la distruzione delle civiltà, con la connivenza dei governi corrotti […]

La Repubblica, 26.01.10

Il cimitero del diritto”, di Massimo Giannini

Con un tocco di comicità involontaria, il presidente del Consiglio dice l’indicibile: non si presenta nelle aule dei processi Mills e diritti tv Mediatrade perché il tribunale di Milano è “un plotone di esecuzione” […]

La Repubblica, 21.01.10

“Il sospetto”, di Gustavo Zagrebelsky

C’è una gran voglia di voltare pagina e guardare avanti. Quello che è stato un Paese riconosciuto e rispettato per la sua politica, la sua cultura, la civiltà dei rapporti sociali […]

La Repubblica, 20.01.10

Il dolore degli uomini”, di Gian Antonio Stella

«Volevamo braccia, sono arrivati uomini», sospirò trent’anni fa lo scrittore svizzero Max Frisch spiegando perché troppi connazionali fossero così ostili agli immigrati italiani […]

Il Corriere della Sera, 11.01.10

“L’inferno di Rosarno e i suoi responsabili”, di Eugenio Scalfari

Al Sud solo i volontari cercano di sfamare gli “ultimi”. Il partito dell´amore dovrebbe materializzarsi in quelle terre di violenza mafiosa […]

La Repubblica, 10.01.10

“Perché si riabilita Craxi”, di Alessandro Gilioli

Si è sottratto alla giustizia. Voleva una riforma della Costituzione. E si considerava un perseguitato. Così, nel decennale della scomparsa, il fantasma di Bettino viene usato per gli interessi del Cavaliere […]

L’Espresso, 03.01.10

Le interrogazioni in Commissione presentate nel mese di gennaio

 Interrogazione sulla riduzione delle attività didattiche alternative all’insegnamento della religione cattolica, Atto n. 5-02379 del 25 gennaio 2010

Sull’argomento leggi anche:

Scuola, Pd: Governo riduce alternative a ora di religione. Ghizzoni: nelle scuole sempre più incertezze e caos normativo

26.01.10

Interrogazione sui disagi creati dall’applicazione del decreto Pisanu alle istituzioni del sapere (scuola, università e enti di ricerca) e alla pubblica amministrazione, Atto n. 5-02362 del 20 gennaio 2010

Interrogazione sulla circolare relativa agli stanziamenti per le scuole, Atto n. 5-02330 del 13 gennaio 2010

Sull’argomento leggi anche:

Scuola: la circolare sui bilanci delle scuole dimostra la drammaticità dei tagli

14.01.10

 

"Giolitti il riformista senza casa", di Luigi La Spina

Morto a 95 anni. Tra Pci e Psi una sfida politica e intellettuale. È morto a Roma nella notte tra domenica e lunedì Antonio Giolitti. Nipote dello statista Giovanni Giolitti, è stato membro dell’Assemblea Costituente nel 1946 e più volte ministro dal 1963 al 1974. Fra tre giorni avrebbe compiuto 95 anni. Il riconoscimento più alto e più significativo gli arrivò quasi alla fine della vita. Quattro anni fa, Giorgio Napolitano, appena eletto al Quirinale, come primo atto della sua presidenza, volle recarsi in visita da lui, nella sua casa romana, vicino al Ghetto. Così, il nuovo capo dello Stato riconobbe solennemente che nel 1957, dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria, Antonio Giolitti ebbe ragione a lasciare il Pci per protesta e lui ebbe torto, quando difese l’intervento dei carri armati a Budapest. Un tributo davvero meritato a una delle figure più illustri del riformismo socialista italiano, nipote del riformista liberale più importante della prima metà del secolo scorso, Giovanni Giolitti.

C’è una pagina, quasi alla fine del suo bellissimo libro di memorie, Lettere a Marta, edito dal Mulino nel 1992, che sintetizza il senso dell’impegno civile di Antonio Giolitti, cioè il tentativo di coniugare la vocazione dell’intellettuale con la partecipazione alla lotta politica. Quando ricorda alla nipotina il valore fondante delle idee dell’Illuminismo per la costituzione dell’Europa moderna. Ed è nel solco di questa grande tradizione culturale che va vista la sua testimonianza in politica: quella di un uomo che ha cercato per tutta la vita, sostanzialmente invano, un partito che potesse rappresentare i suoi ideali, quelli di libertà e di giustizia, ma in una profonda rivoluzione morale del nostro paese.

Fu la guerra partigiana e, poi, la frequentazione del cenacolo torinese riunito intorno alla casa editrice Einaudi a convincere Antonio Giolitti a innestare la tradizione liberale della famiglia nel Pci del secondo dopoguerra. Nell’illusione che fosse possibile conciliare, in un partito di massa, il suo riformismo radicale con il rispetto della libertà di coscienza dell’individuo. Dopo l’esperienza giovanile ai lavori della Costituente, nel 1957, quando la brutale realtà dell’imperialismo sovietico si scontrò con la sua intransigenza intellettuale e morale, non esitò a pagare il prezzo di un traumatico abbandono del Partito comunista. Non gli furono risparmiate condanne, aspre e persino malevole, con le consuete accuse di tradimento revisionista.

Continuò, così, nel Partito socialista l’avventura politica e intellettuale di Giolitti, alla ricerca di una autonomia che consentisse di tradurre in «operante» il suo riformismo «vociferante». Fu, questa, la stagione del sua esperienza di ministro del Bilancio nei primi governi di centrosinistra. Con un gruppo di discepoli dell’«ingegnere» Riccardo Lombardi – Giorgio Ruffolo, Giuliano Amato, Luciano Cafagna – progettò una serie di riforme strutturali dell’Italia, capisaldi della cosiddetta «programmazione economica». Un tentativo, ardito e un po’ utopistico, di trasformazione politica e sociale del nostro Stato che si scontrò, abbastanza presto, con tali resistenze conservatrici che ne portarono al sostanziale fallimento.

Alla fine degli anni 70 comincia, nel Psi, la sfida di Antonio Giolitti al riformismo craxiano, più pragmatico e impegnato fondamentalmente in un duello con la Dc per la guida del governo. Proprio al congresso di Torino, nel 1978, il gruppo di intellettuali e politici riuniti intorno alla rivista Mondoperaio e che vedono in Antonio Giolitti una figura di riferimento, politico e morale, elabora e riesce a imporre una nuova cultura al vecchio partito di Nenni e di Morandi, sostituendo al veteromarxismo un socialismo con forti venature liberali. Il nuovo segretario, Bettino Craxi, accetta e sembra far propria questa innovativa impostazione ideologica, ma lo scontro con l’ala lombardiana del partito, molto presto, rompe l’alleanza sulla quale si era compiuto il «parricidio» di De Martino.

Al di là di idiosincrasie personali, fondate anche su concezioni morali e di costume politico molto diverse, il contrasto che portò alla nuova sconfitta di Antonio Giolitti e al nuovo abbandono del partito dove credeva di aver trovato finalmente casa fu determinato da due opposte strategie. Craxi puntava all’«alternanza», cioè a rompere l’egemonia democristiana a Palazzo Chigi. Nella convinzione che la forza modernizzante e aggressiva di un Partito socialista, rinvigorito nei consensi elettorali e capace di imporre un’egemonia culturale sulla sinistra, bastasse a sfuggire alla morsa del compromesso tra i due maggiori partiti italiani, la Dc e il Pci. Il progetto di Antonio Giolitti era un altro, quello dell’«alternativa». Un obiettivo, di medio-lungo periodo, che potesse consentire all’intera sinistra di indirizzare il governo del Paese, con un programma di riforme radicali e di sostituzione di quella classe politica democristiana al potere per tutta la nostra storia repubblicana.

È l’Europa l’ultimo rifugio politico e ideale di Antonio Giolitti. Commissario europeo fino al 1985, partecipa, con Altiero Spinelli, alla costruzione di una Comunità che non si limiti all’unione doganale ed economica, ma si proietti, con coraggio e lungimiranza, all’unità politica del Continente. Un sogno, ispirato al vecchio e profetico Manifesto di Ventotene, che trova, proprio negli anni in cui Giolitti è commissario, un nuovo slancio.

Dai primi anni 90, la carriera politica di Giolitti si conclude con il ritiro in un privato ricco di studi, di forti amicizie e confortato da passioni intellettuali mai soffocate dagli impegni pubblici, come la musica e la letteratura. Fino a chiudere la sua lunga vita nel segno del riserbo, dell’ironia, della coerenza morale, virtù davvero insolite nella nostra classe politica.
La Stampa 09.02.10

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Giolitti: Fassino, “Un protagonista della Repubblica e della sinistra”
“Un protagonista della storia della Repubblica, della democrazia e della sinistra. Un partigiano combattente che unì la tradizione liberale della sua famiglia prestigiosa con l’ansia di libertà e di giustizia di una nuova generazione. Un leader politico che seppe vedere e capire prima di molti altri la tragedia del comunismo e battersi, spesso in solitudine, per un socialismo democratico fondato sulla libertà. Un uomo di governo riformatore
ed europeista che ha dedicato tutta la sua vita ad affermare valori di laicità, eguaglianza, solidarietà e civiltà”.
Così Piero Fassino ha espresso cordoglio per la scomparsa di Antoni Giolitti, ricordando come “avesse guardato con simpatia e speranza alla svolta di Occhetto, aderendo anche ai Democratici di Sinistra e portandovi l’entusiasmo e la passione della sua lunga militanza socialista”.

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“Ci insegnò moralità e cultura”, di Vittorio Emiliani

Per i 90 anni gli scrissi che aveva insegnato a noi ventenni di metà anni ’50 moralità, cultura, passione riformatri-
ce. Mi rispose con una grafia appena incerta: ti sono molto grato, ma forse esageri. Giolitti era così. Non esponeva mai medaglie. Nel ’56 uscì dalla «chiesa» comunista in modo netto ed elegante, il solo «eretico» a non diventare anti-comunista. Tuttavia il primo dei «libri bianchi» curati per Einaudi fu Qui Budapest di Luigi Fossati inviato dell’Avanti! (ancor oggi palpitante). Gli interessava elaborare idee per un socialismo rinnovato. Fondò Passato e presente. Leggevamo con passione Alberto Caracciolo, Franco Momigliano, Alessandro Pizzorno. Poi impresse una svolta culturale a Mondoperaio facendone un vero laboratorio riformatore (all’epoca «riformista» suonava flebile). Molti di quei giovani intellettuali furono con lui all’ufficio del Piano, nella difficile ma entusiasmante esperienza di governo: Ruffolo, Sylos Labini, Coen, Cafagna, Amato e tanti altri. Del ’67 è Un socialismo possibile, una delle rare riflessioni sullo Stato regionale in confusa gestazione. Inascoltata.
In pieno Midas, nel luglio ’76, col comitato centrale del Psi impantanato alla ricerca di un nuovo segretario, il suo nome venne portato dai sindacalisti socialisti (Marianetti, Benvenuto e altri) e dal gruppo di Mondoperaio. Anche Lombardi (i due si erano allontanati non condividendo Antonio le punte radicali di Riccardo) si disse pronto a votarlo. Fausto De Luca, Pansa, Scardocchia ed io gli assicurammo il sostegno dei primi giornali nazionali. Non se la sentì. Peccato. Sarebbe stato un gran bel segretario, moderno, socialista, europeo. Se «socialismo» torna a non esser più una brutta parola, con Giolitti bisognerà fare i conti.
L’Unità 09.02.10