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"La cura immaginaria", di Giuseppe D'Avanzo

Modesto esercizio definitorio: di che cosa parliamo, quando parliamo di «riforma della giustizia»? Non certo della giustizia, come “servizio”, la prestazione che uno Stato ha il dovere di offrire ai cittadini e, i cittadini, il diritto di avere dallo Stato. Quel “servizio”, e non da oggi, è un arnese arrugginito. Non serve a nessuno. Né al cittadino né allo Stato. Né al «presunto innocente» né alla vittima del reato. Né a una strategia di fiducia reciproca tra i cittadini o tra il cittadino e lo Stato né allo sviluppo economico del Paese (i ritardi della giustizia “costano” a imprese e consumatori 2,3 miliardi di euro, ogni anno).

Nel 2008, dopo il fallimento della XIV legislatura, Berlusconi si presenta agli elettori con un ambizioso programma: restituire efficienza alla giustizia italiana. Da allora, a ogni sortita pubblica, il suo ministro, Angelino Alfano, annuncia contro le lentezze e l’impotenza della machina iustitiae mirabilie e successi a portata di mano. Anche nell’inaugurazione dell’anno giudiziario non ha lesinato «consigli per gli acquisti». Dovunque intervenga, le frasi del guardasigilli suonano sempre più o meno così: «Entro l’anno… entro pochi mesi… già la prossima settimana… approveremo… la riforma del processo penale, la riforma del processo civile, misure di efficienza di rango non legislativo, interventi sul sistema carcerario, una riforma della magistratura ordinaria, una riforma delle professioni del comparto giuridico economico…».

Sistematicamente, nonostante i numeri predominanti della destra in Parlamento, il catalogo propagandistico dei trionfi finisce confinato nel registro delle buone intenzioni destinate all’inerzia. Non si scorge nessuna riforma di sistema. Nessuna correzione. Nessuna cura. Non vedono la luce neppure provvedimenti a basso impatto economico come la revisione delle ottocentesche circoscrizioni (sono 165, potrebbero diventare 60). O l’introduzione della posta elettronica per l’esecuzione delle notifiche (cinquemila cancellieri ne consegnano brevi manu agli avvocati 28 milioni ogni anno). O una depenalizzazione dei reati minori che consenta di riservare il processo penale, che costa molto, alle questioni di maggiore allarme sociale. O il rinnovamento della professione forense: «più avvocati, più cause» e gli avvocati in Italia sono 230mila, 290 ogni 100 mila abitanti, contro 4.503 magistrati giudicanti in un rapporto avvocato/giudice strabiliante che demolisce il processo civile.

Inutile dire della riforma di un processo penale, al tempo stesso obeso e avvizzito, che ibrida tutti i difetti dei possibili modelli (inquisitorio, accusatorio) trasformandolo in un gioco dell’oca interminabile e incoerente. Gli atti dell’indagine non valgono per dibattimento (in coerenza con la logica del processo accusatorio) però le garanzie del dibattimento sono state estese alle indagini preliminari (in contraddizione con la logica accusatoria). Così oggi l’indagine ? e non il processo ? è un dibattimento anticipato mentre il rinvio a giudizio, più che essere una valutazione della necessità di un dibattimento, è diventato una sentenza sull’istruttoria (sul lavoro del pubblico ministero). Il processo ne è soffocato. La sovrabbondanza di assillanti formalismi lo disintegrano in una rosa di microprocessi. Giudizio sull’inazione (archiviazione). Giudizio sui tempi dell’azione. Giudizio sulle modalità dell’azione (misure cautelari). Giudizio sulla completezza delle indagini e sul fondamento dell’azione (udienza preliminare). Un processo, in cui ogni atto può generare un microprocesso, che richiede avvisi, notifiche, discussioni, deliberazioni e consente ripetute impugnazioni, non potrà avere mai una «ragionevole durata». Figurarsi se può essere «breve» come vuole, per amore di se stesso, Silvio Berlusconi.

In un esercizio definitorio, si può essere allora tranchant: quando il governo dice che, con la «riforma», vuole restituire efficacia, equilibrio e ragionevolezza all’amministrazione della giustizia, sappiate che mente a gola piena. Quando parla di «riforma della giustizia», Berlusconi, il suo ministro, la maggioranza alludono o si riferiscono a un obiettivo preliminare: un provvedimento-salvacondotto che assicuri l’immunità al capo del governo. Oggi, all’esame del Parlamento non c’è alcuna proposta di riforma sistemica, ma «processo breve», «legittimo impedimento», intercettazioni telefoniche, una riforma del processo che vieta ai pubblici ministeri di «cercare» notizie di reato, lavoro che viene assegnato al poliziotto non più alle dipendenze delle procure, ma del ministro dell’Interno. Alla luce del sole, l’esecutivo lavora soltanto a espedienti che possano proteggere l’Eletto dalla legge, per il passato e il presente, e metterlo in sicurezza per il futuro. La «riforma della giustizia» può attendere.

Quel che accadrà è trasparente come un cristallo. Berlusconi non metterà mai la machina iustitiae in condizione di funzionare meglio nell’interesse del cittadino, fino a quando una nuova Costituzione, nel suo interesse, restaurerà «la legittimazione della politica» («finalità positiva» anche per alcune oligarchie del centro-sinistra) ridefinendo a vantaggio dell’Esecutivo i poteri della magistratura. Per dirla con un oligarca della destra, «il premier va messo in grado di governare tutelandolo dall’ordalia delle procure politicizzate, e la volontà popolare va protetta insieme a lui» (Denis Verdini). Non c’è altra intenzione dietro le parole di Alfano quando dichiara: «I giudici sono soggetti soltanto alla legge e la legge la fa il Parlamento». Traduciamo.

Il diritto si appresta a diventare soltanto legge e la legge soltanto potere, strumento di un’avventura del potere. «La “forza di legge”, di per sé ? scrive Gustavo Zagrebelsky guardando alla storia ? non distingue diritto da delitto. Affaristi, avventurieri, ideologhi fanatici e perfino movimenti criminali, organizzati con tecniche efficaci per la conquista spregiudicata del potere, hanno preteso legittimità per le loro azioni alla stregua di leggi fatte da loro stessi, per mezzo del controllo totale delle condizioni della produzione legislativa. Con la conseguenza che i poteri, ch’essi venivano attribuendosi, potevano certo dirsi legittimi nel senso di legali, essendo al contempo scientificamente qualificabili come usurpazioni, cioè poteri autoproclamati e autoconferiti» (Intorno alla legge). È quel che accadrà in Italia, nei tre anni che chiuderanno la XVI legislatura?
La Repubblica 30.01.10

"Emergenza nazionale", di Carlo Federico Grosso

Fra politica e magistratura sono tempi di grande tensione. Ma ieri, all’inaugurazione solenne dell’anno giudiziario in Cassazione davanti al parterre delle alte cariche dello Stato, i toni sono stati misurati e composti. È bene che sia stato così, anche se i problemi esistono, sono profondi e non sono certamente le chiacchierate di un mattino a dissiparli.

Il Primo Presidente e il Procuratore Generale della Cassazione hanno pronunciato parole condivisibili. Sullo sfondo vi era, ovviamente, il tema del «processo breve» appena votato in Senato dalla maggioranza con l’intento di salvaguardare il premier dai processi in corso. Entrambi i due alti magistrati hanno sottolineato che un processo rapido costituisce, comunque, esigenza imprescindibile di ogni società civile. Ma hanno soggiunto che l’obiettivo non può essere conseguito tramite leggi di giornata, asfittiche e di corto raggio; deve essere invece perseguito attraverso riforme organiche di vasto respiro, accompagnate da un potenziamento delle risorse umane e materiali destinate all’esercizio della giurisdizione.

Parole ineccepibili, che il mondo del diritto pronuncia da anni, ma che, per anni, sono state ignorate dalla politica che, giorno dopo giorno, ha lasciato che la giustizia s’impoverisse. Ha ragione il Primo Presidente a denunciare l’intollerabilità di una situazione che, nella gerarchia mondiale in materia di giustizia, vede l’Italia solo al centocinquantesimo posto, al pari del Gabon, della Guinea e dell’Angola. Ma occorre ricordare che, se ciò è capitato, è soprattutto colpa di chi, al governo e in Parlamento, a tutto ha pensato tranne che a rendere efficiente la macchina giudiziaria dotandola, per legge, dei mezzi e degli strumenti necessari.

Ed occorre, ulteriormente, ricordare, ancora una volta con le parole del Primo Presidente, che senza un disegno riformatore di ampio respiro della legislazione penale e dell’organizzazione giudiziaria sarebbe vano pretendere di «imporre ex lege una risposta di giustizia che possa in concreto essere breve ed efficace a fronte di un crescente carico di domanda». In altre parole, prescrivere per legge un processo breve senza dotare gli addetti dei mezzi e degli strumenti idonei a rispettare i tempi stabiliti, significa introdurre, semplicemente, una mannaia destinata a cancellare processi, condanne, soluzioni giudiziarie. Un disastro ulteriore, e forse definitivo.

Il ministro della Giustizia, stando alle notizie di agenzia, ha cercato di abbozzare, riconoscendo che la condizione della giustizia italiana, specie di quella civile, costituisce «una vera e propria emergenza nazionale», ed annunciando «un piano straordinario di smaltimento delle pendenze». In realtà, sarebbe necessario un progetto complessivo di intervento sui codici civili e penali, sugli organici del personale giudiziario, sulla distribuzione delle sedi giudiziarie, sulla copertura dei posti vacanti. Non un intervento straordinario, ma un ordinario, serio, riassetto globale del sistema legislativo e giudiziario.

Un’ultima annotazione. Sempre il ministro, in un unico accenno leggermente polemico in una giornata «pacificante» ricca di composto equilibrio istituzionale, ha dichiarato di avere rispetto per l’indipendenza dell’ordine giudiziario, ma ha sottolineato che «i giudici sono soggetti alla legge» e che «la legge la fa il Parlamento libero, democratico, espressione del popolo italiano», quello stesso popolo italiano in nome del quale i giudici pronunciano le loro sentenze.

Anche questa è annotazione, di per sé, assolutamente condivisibile, costituendo, ciò che è stato detto, fotografia della divisione dei poteri propria dello Stato di diritto. Occorre tuttavia ricordare, al ministro e a noi tutti, che il Parlamento, nel legiferare, è sovrano, ma è, comunque, tenuto a rispettare la Costituzione (cosa sovente dimenticata in questi ultimi tempi). Nel dibattito di ieri in Cassazione è stato d’altronde ignorato un profilo di grande importanza. Si è parlato ampiamente della necessità di riformare con legge ordinaria la giustizia penale e civile per renderla efficiente (cosa sulla quale sono tutti, bene o male, a parole d’accordo); si è però taciuto sulle ventilate riforme costituzionali attraverso le quali una parte consistente del personale dei partiti intenderebbe rimodulare i rapporti di potere fra politica e magistratura.

È, questo, un profilo di grandissima delicatezza. Non si vorrebbe infatti che, con la scusa del riequilibrio fra i poteri dello Stato, si intendesse in realtà proteggere in modo abnorme il mondo politico intriso di malaffare. La speranza è che il clima con il quale il tema della giustizia ordinaria è stato affrontato ieri nell’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione consenta di affrontare con altrettanta distensione anche quello, assai meno pacifico, che concerne la ventilata riforma costituzionale. Per intanto si attende con una certa apprensione che cosa accadrà, oggi, nelle inaugurazioni dell’anno giudiziario in ciascuna sede di Corte d’Appello.

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Giustizia, oggi la protesta dell’Anm. I magistrati: palesare il disagio contro le iniziative distruttive del governo.
Ieri la Cassazione, oggi le 26 Corti di Appello. Si completa la tradizionale due giorni di cerimonia che apre il nuovo anno giudiziario in Italia. E protagonista, ancora una volta, non sarà solo la relazione di Procuratori Generali e Presidenti delle Corti del Belpaese ma anche la protesta dell’Associazione Nazionale Magistrati. Una protesta che anche quest’anno l’Anm intende manifestare con clamore, per palesare a tutti il «disagio» di fronte a iniziative giudiziarie di governo e maggioranza bollate come «distruttive» della giustizia, mentre mancano interventi per assicurare che il sistema funzioni con efficienza.

E per dire basta ad «insulti e aggressioni», a cominciare da quelli del presidente del Consiglio. Come è scritto nel documento della Magistratura associata. I giudici iscritti all’Anm saranno presenti alle cerimonie con indosso la toga e con in mano una copia della Costituzione. Ma dalle aule di Giustizia i magistrati usciranno in massa per protesta quando prenderà la parola il rappresentante del governo. Non è successo ieri in Cassazione, presenti Napolitano e Berlusconi, per rispetto alle massime Istituzioni e ai doveri costituzionali di lealtà fra Istituzioni. E non succederà, unico caso, oggi all’Aquila dove a prendere la parola è il Guardasigilli Angelino Alfano. Una distinzione, quest’ultima, decisa in segno di rispetto per una regione e un palazzo di Giustizia così dolorosamente colpiti dal terremoto.
La Stampa 30.01.10

"I disoccupati superano due milioni persi 300 mila posti di lavoro", di Barbara Ardu

Alcoa, bloccato l´aeroporto di Cagliari, tafferugli con la polizia. Più di due milioni di italiani sono senza lavoro. Tra loro è altissimo il numero di giovani che trovano sbarrato l´accesso al mondo produttivo. E se le donne resistono perché per lo più occupate nei servizi, sono gli uomini a pagare il prezzo di una crisi occupazionale annunciata. Gli economisti questa volta (e forse non era difficile), ci hanno visto giusto. Attenti, ripetevano, perché gli effetti della crisi finanziaria arriveranno nel 2010, scaricandosi sul mondo del lavoro.
La fotografia dell´Istat è impietosa: il tasso di disoccupazione a fine dicembre 2009 è salito all´8,5%. Un anno prima era al 7%. Se ne sono andati in fumo 306.000 posti. Tra i giovani dai 15 ai 24 anni i senza lavoro arrivano a toccare un tasso del 26,2%, maggiore della media dell´Eurozona, che si “ferma” al 21%. Numeri che non si vedevano dal 2004 e che forse sarebbero stati peggiori se in questi mesi sindacati e imprese non avessero puntellato i posti con il ricorso alla cassa integrazione o ai contratti di solidarietà. Ma non sempre funziona. All´Alcoa, che produce laminati (una ex partecipazione statale passata a una multinazionale Usa), gli americani vorrebbero chiudere e licenziare. L´energia gli costa troppo e dopo mesi di proteste ieri gli operai hanno bloccato l´aeroporto di Cagliari, riaperto solo dopo l´intervento del governo, che ha promesso un incontro il 2 febbraio. Ma tra operai e polizia ci sono stati tafferugli.
L´Alcoa è uno dei tanti dossier che si stanno accumulando sul tavolo del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Che certo è preoccupato, ma meno di altri colleghi europei. Nell´Europa dell´euro il tasso di disoccupazione è infatti più elevato che in Italia, al 10%, come ha comunicato ieri l´ufficio statistico della Ue (era all´8,2 un anno prima, a dicembre 2008). Le ultime stime che arrivano da Eurostat parlano di oltre 23 milioni di senza lavoro nell´Ue a 27, di cui 15 nella zona euro.
Drammatica la situazione in Spagna, dove il tasso di disoccupazione è salito al 19,5% e in un anno sono andati in fumo un milione di posti di lavoro. Va meglio invece in Germania, Danimarca, Gran Bretagna che non superano il 7%, mentre la Francia fa peggio dell´Italia, con un tasso del 10%.
«Sarà un anno difficile», ha commentato il ministro del Lavoro, sottolineando però come l´Italia abbia una situazione migliore dell´Europa. Preoccupati i sindacati, tutti. «È evidente – attacca la Cgil – che le scelte del governo, nonostante la propaganda, non corrispondono alle necessità del Paese». Fammoni, segretario nazionale di Corso d´Italia, chiede «il blocco dei licenziamenti», ma anche «il prolungamento delle tutele e l´ampliamento a chi ne è privo». Per la Cisl è necessario aprire un tavolo con il governo per affrontare la crisi, mentre la Uil chiede l´introduzione di meccanismi di premialità per quelle imprese che garantiscono il mantenimento della base occupazionale. L´unica strada per evitare «una macelleria sociale».
La Repubblica 30.01.10

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Senza lavoro 2 milioni di italiani , di Vittorio De Benedictis
A Genova forte aumento dei sussidi di disoccupazione (più 45%) e mobilità (53%)
Per la Cgil i dati «sono gravissimi» e bisogna «ampliare subito le tutele e bloccare i licenziamenti». Il segretario confederale Fulvio Fammoni guarda soprattutto ai «giovanissimi, all’enorme bacino di lavoro nero, all’emergenza Mezzogiorno». Oltre due milioni di disoccupati. Il tasso dei senza lavoro in Italia, nel dicembre 2009, è schizzato all’8,5% il più alto dal 2004. Il prezzo maggiore è pagato dai giovanissimi, quelli che rientrano nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni: sono privi di occupazione 26 ragazzi su cento. Gli uomini sono più in difficoltà delle donne perché sono loro in maggioranza a lavorare nelle industrie, il settore più colpito.
Anche Genova lancia segnali preoccupanti: la sede locale dell’Inps, nel 2008 aveva ricevuto 6.455 richieste di sussidi di disoccupazione. L’anno scorso le domande sono balzate a 9.379: un aumento del 45%. Nello stesso periodo le richieste di mobilità sono passate, sempre a Genova, da 327 a 501 con un incremento del 53,2%.
L’Italia, se si guarda alle statistiche, non è messa peggio di altre nazioni europee. A volersi consolare, in Spagna il tasso dei senza lavoro sfiora il 19 per cento, l’Irlanda tocca il 13,3 per cento, la Francia è al 10 che è poi la percentuale media di disoccupazione in Eurolandia. Sotto di noi, la Germania (tasso del 7,5 per cento). Ma non c’è molto di cui stare allegri se guardiamo ai 2 milioni 138 mila disoccupati registrati alla fine di dicembre del 2009, 57 mila in più rispetto a novembre, quasi 400 mila se si guarda al dicembre 2008.
Il ministro Maurizio Sacconi si consola sottolineando come l’Italia «abbia una situazione migliore dell’Europa» ma ribadisce che per il «2010 le previsioni sono di un anno difficile per i quali il governo ha comunque risorse sufficienti». Sull’argomento si apre lo scontro politico con Massimo Donadi, capogruppo dell’Idv alla Camera, che spara sul governo, «immobile di fronte a certe cifre drammatiche che danno la dimensione della crisi». Dice Donadi: «Servirebbe un piano di rilancio dell’economia ma il governo è talmente irresponsabile da rimanere inerte, a parte negare la crisi e lanciare qualche slogan di tanto in tanto».
L’urlo di dolore si alza anche dalla Confapi che rappresenta 120 mila imprese. Paolo Galassi, presidente nazionale: «La crescita dei disoccupati è dovuta alla crisi delle aziende più piccole: non dimentichiamo che la quasi totalità dei lavoratori in Italia è impiegata in un’industria piccola o media». Di fronte alla crescente difficoltà delle famiglie italiane per il sindacalista della Uil Guglielmo Loy «occorre premiare quelle aziende che non licenziano». Per la Cgil i dati «sono gravissimi» e bisogna «ampliare subito le tutele e bloccare i licenziamenti». Il segretario confederale Fulvio Fammoni guarda soprattutto ai «giovanissimi, all’enorme bacino di lavoro nero, all’emergenza Mezzogiorno». Parte poi la stoccata al Governo: «Qualcuno avrà il coraggio di commentare: stiamo meglio di altri, il peggio è passato, è già stato fatto tutto il necessario». Il sindacalista sostiene che l’Italia sia «a uno snodo chiave: molte imprese sono a rischio chiusura, altre usano impropriamente la crisi per ristrutturare: Il rischio per il lavoro, se le scelte saranno queste, sarebbero ancora più gravi».Ecco perché la Giorgio Santini segretario Cisl – dopo aver sottolineato che il tasso di disoccupazione è rimasto al di sotto della media Ue grazie all’utilizzo e all’estensione di della cassa integrazione e dei contratti di solidarietà – chiede un nuovo accordo tra governo, regioni e parti sociali». Insomma, un patto per rilanciare le imprese e il lavoro.
Vittorio De Benedictis
Il Secolo XIX 30.01.10

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Eurispes: «Sono in Italia gli stipendi più bassi tra i paesi industrializzati»

Gli stipendi italiani sono tra i più bassi dei Paesi industrializzati. Lo rivela il Rapporto Eurispes Italia 2010. «Dalla classifica 2008 relativa alle economie che fanno parte dell’Ocse emerge che, a parità di potere d’acquisto, l’Italia occupa il ventitreesimo posto sui trenta paesi monitorati, con un salario medio netto annuo che ammonta a 21.374 dollari, pari a poco più di 14.700 euro». Tra i paesi con il maggior salario medio netto annuo per un lavoratore senza carichi familiari si collocano tra i primi dieci: Corea del Sud (39.931 dollari), Regno Unito (38.147), Svizzera (36.063), Lussemburgo (36.035), Giappone (34.445), Norvegia (33.413), Australia (31.762), Irlanda (31.337), Paesi Bassi (30.796) e Usa (30.774). Il nostro Paese con 21.374 dollari occupa invece la ventitreesima posizione, collocandosi dopo quegli altri paesi europei con retribuzioni nette annue che si aggirano in media intorno ai 25mila dollari, tra i quali: Germania (29.570), Francia (26.010), Spagna (24.632), e superando invece solo: Portogallo (19.150), Repubblica Ceca (14.540), Turchia (13.849), Polonia (13.010), Slovacchia (11.716), Ungheria (10.332) e Messico (9.716). La distanza dell’Italia dal vertice della classifica è considerevole, essendo la differenza tra i salari piuttosto elevata: i dipendenti italiani percepiscono infatti uno stipendio annuo netto inferiore di 18.557 dollari rispetto ai coreani, 16.773 dollari in meno rispetto agli inglesi e più di 14.600 dollari rispetto a svizzeri e lussemburghesi. Abissi ci separano anche da Norvegia, Irlanda, Paesi Bassi, Germania, Austria, Svezia, Grecia, Belgio e Francia. Volendo fare un paragone con gli altri cittadini europei, il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale che è inferiore del 44% rispetto al dipendente inglese, guadagna il 32% in meno di quello irlandese, il 28% in meno di un tedesco
L’Unità 30.01.10

"Per un punto il giovane se ne andò all'estero", di Fabio Beltram

Da molti anni, nel mondo della ricerca italiana, lo spazio per i giovani va sempre più riducendosi. Per questo era ed è una buona idea il bando Firb Futuro in Ricerca del dicembre 2008. Il programma è destinato a favorire «sia il ricambio generazionale sia il sostegno alle eccellenze scientifiche emergenti, destinando adeguate risorse al finanziamento di progetti di ricerca fondamentale», risorse riservate a giovani ricercatori anche non strutturati. Un segnale positivo ai trentenni che – non solo nel mondo della ricerca – stanno pagando il conto di tante scelte sbagliate degli ultimi decenni.

Il bando al riguardo assicurava che la procedura di valutazione si sarebbe conclusa ad agosto 2009. Termini ragionevoli, specificati per venire incontro alla necessità di una risposta rapida dei proponenti non strutturati che proprio da questi progetti avrebbero dovuto ricavare il loro sostentamento. Era essenziale scegliere bene: grave sarebbe stato infatti l’impatto di scelte sbagliate con la possibile perdita per il paese del contributo di giovani meritevoli, che si potrebbero veder costretti ad abbandonare definitivamente il mondo della ricerca, almeno italiana.

Le proposte non sono mancate, quasi 4mila, confermando la drammatica sproporzione tra risorse disponibili (50 milioni) e richieste. Ma, ne ho parlato su queste pagine, questi sono tempi in cui i fondi, oggettivamente, sono pochi.
Da qui, la storia di questa buona idea svolta e punta decisa al peggio. Sotto la pressione della difficile scelta (e non solo di quella) il Comitato Firb entra in fibrillazione e il suo presidente arriva alle dimissioni: nulla succede per dare le risposte rapide e rigorose attese dai giovani proponenti. Monta quindi la protesta per il ritardo e sull’onda del “fare presto” le regole della selezione vengono, ahimé, “semplificate”.

Scompaiono quasi completamente gli stranieri, e valutatori quasi tutti italiani (in moltissimi casi, un solo valutatore) giudicano le proposte. In questi giorni sono stati ammessi a un’audizione a partire dal mese di febbraio un totale di 204 progetti. Il 95% circa delle proposte, ovvero 3.588, è stato scartato in base alla sola votazione numerica attribuita, senza alcuna valutazione comparativa, senza un disegno equilibrato tra le diverse aree scientifiche, senza alcuna reale possibilità di capire il ruolo effettivo del proponente. L’esempio delle procedure seguite per gli Starting Grant di Erc o gli altri progetti europei non è stato considerato. Dobbiamo registrare che sono ammessi i soli progetti che hanno avuto una valutazione di 40/40. Ho personalmente visto schede di valutazione estremamente elogiative («progetto eccellente», «altamente innovativo», «progetto da finanziare», eccetera) con votazioni di 39 o 38 su 40, e i progetti tanto lodati non sono stati ammessi all’audizione. Ho visto anche progetti ben scritti da giovani ricercatori che sono stati positivamente valutati (38 o 39/40) con giudizi redatti in un inglese così approssimativo, così palesemente italoinglese, che i proponenti – forti delle loro esperienze all’estero, delle loro collaborazioni internazionali – non possono che trovare imbarazzanti. Non mi sorprende il rigetto per verdetti basati su schede di valutazione così poco professionali che, per un punto su 40 (!), costringono il proponente a rinunciare alla propria indipendenza scientifica, a emigrare o ad abbandonare la ricerca.

Nei prossimi mesi i 204 saranno ascoltati dai comitati d’area per selezionare il manipolo dei vincitori. Questa fase dovrà essere rigorosa e trasparente e dovrà accertare il reale contributo individuale dei proponenti. Certo, la dimensione dei comitati sorprende: tre persone per coprire aree scientifiche vastissime. Spero vivamente che questo lavoro porterà all’ampliamento del numero delle audizioni, includendo progetti con votazione di 39 o 38 quarantesimi. Si troveranno progetti e proponenti validissimi, forse ancora più validi a questo più attento scrutinio.

Anche se sarà fatta al meglio, però, questa fase non basterà a rendere un successo l’iniziativa. Resto comunque dell’opinione che l’idea guida sia buona, che molto buone siano numerose idee progettuali dei nostri giovani e che queste potrebbero contribuire in modo significativo allo sviluppo culturale ed economico del paese. A mio avviso esiste una sola opzione per non perdere il “futuro in ricerca”: bandire immediatamente l’edizione 2010 e correggere drasticamente le procedure di selezione. A questo nuovo bando devono essere destinati i 50 milioni annunciati dal ministro per il programma Firb futuro in ricerca lo scorso novembre. Forse siamo ancora in tempo, ma di tempo per questi (un po’ meno) giovani ne è rimasto poco.
Il Sole 24 Ore 30.01.10

"Pd, domani la festa del tesseramento. Scuola, impresa e lavoro, ecco i manifesti per le regionali", di Andrea Carugati

Un fine settimana tutto dedicato dal Pd al tesseramento. L’evento clou domani pomeriggio, con tre teatri collegati, Milano, Roma e Palermo, per una diretta di 90 minuti su Youdem (canale 813 di Sky) . In campo molti big, Bersani e Bindi saranno a Milano con il candidato governatore Filippo Penati, D’Alema, Letta e molto probabilmente Franceschini a Roma, Andrea Orlando e l’europarlamentare antimafia Rosario Crocetta a Palermo. Un’ora e mezza di testimonianze e filmati dedicati al tesseramento, mentre tutti i circoli della Penisola, sintonizzati sulla diretta di Youdem, resteranno aperti in via straordinaria fino a domenica per accogliere i nuovi iscritti. Durante la trasmissione ci saranno varie testimonianze di iscritti, un’insegnante di Roma, un operaio di Termini Imerese, un professionista, un artigiano, un operatore di una scuola serale. E ancora: un’intervista doppia in stile Iene a una giovane e ad un anziano militante sulle ragioni della loro adesione al Pd. In teatro a Roma ci sarà anche il blogger Zoro, con le sue incursioni satiriche, e poi le vignette di Staino.

Il primo febbraio, appena concluso il week end del tesseramento, partirà una importante campagna di comunicazione dei democratici in vista delle regionali di fine marzo. “In poche parole, un’altra Italia”, è lo slogan della campagna ideata dall’agenzia Proforma di Bari. Al centro le parole chiave del Pd , lavoro, imprese, scuola; testimonial saranno persone normali. La campagna sarà incentrata sulle affissioni, a partire dai grandi 6X3, e poi spot sulle tv locali, sulle radio, nei cinema. “Vogliamo comunicare alcune idee forti del Pd in poche parole, chiare e semplici, attraverso cittadini comuni”, spiega il responsabile comunicazione Stefano Di Traglia. “Questa non è solo una campagna, è un invito generalizzato a chiunque parli in nome e per conto del Pd ad evitare, soprattutto in questo momento, giri di parole, politichese, polemiche incomprensibili. Stare ai fatti, incalzare la maggioranza costantemente sulle proposte, sfidarla su idee e soluzioni concrete, è la migliore campagna elettorale permanente che si possa realizzare. Fa bene al Pd, al Paese, ai cittadini”. “Gli italiani- prosegue Di Traglia – sono stufi delle polemiche sterili, dei politicismi incomprensibili, dello scaricabarile, della mancanza di idee e delle troppe parole. Dalla politica si aspettano un avvicinamento reale ai loro problemi, il coraggio di affrontarli con idee chiare, un dibattito alla luce del sole sulle esigenze vere. Serve un’opposizione fatta di proposte chiare, magari non calate dall’alto, e non solo di proteste. Una possibilità di un’idea alternativa di Italia capace di governare in modo sereno e forte”.
Lì’Unità 29.01.10

Chiude Davos senza risultati

Da domani, tutti a casa: anche per quest’anno il Word economic forum di Davos viene archiviato senza risultati concreti. Come lo scorso anno, quando i potenti del mondo si trovarono a fronteggiare una crisi tremenda senza un straccio di azione coordinata. Ora il peggio sembra alle spalle, ma non c’è ottimismo: «crescita modesta» sostiene Trichet. E, ancora una volta, tutti in ordine sparso.
L’unica novità è la «provocazione» lanciata da Obama sulle banche, accusate di essere troppo grandi per lasciarle fallire senza disastrose conseguenze sul sistema sociale. Di qui una proposta netta: occorre tornare a una separazione tra banche commerciali e banche d’affari, Insomma, bisogna evitare commistioni, relazioni incestuose. Ma come è stata accolta la proposta di Obama? E come si concilia con la posizione alternativa dell’Europa che insiste, invece, per un rafforzamento patrimoniale delle banche?
Diciamo che un po’ si concilia, ma i governi prendono tempo e, come ha suggerito Sarkozy «rinviamo ogni decisione al G20». Il presidente francese non ha tutti i torti: i parametri patrimoniali delle banche europee sono molto più alti di quelli degli istituti statunitensi o asiatici. E questo, indubbiamente pone problemi di concorrenza. In altre parole, per frenare le dimensioni eccessive delle banche, sarebbe necessario una immediato aumento del patrimonio, una forte iniezione di capitale di rischio.
Banche a parte, si è discusso anche di crisi e di «exit strategy». Tutti d’accordo che in alcuni paesi (Cina, in testa) la ripresa sembra decollata, ma – in particolare nei vecchi paesi industrializzati – non si avvertono segnali forti di avvio della ripresa. Il problema centrale rimane il lavoro: i piccoli sussulti fatti registrare dai Pil di tutto il mondo non sono sufficienti a riassorbire la disoccupazione. E i minori salari si riflettono in bassi consumi e, di conseguenza, bassa crescita. Senza la possibilità per quasi tutti i paesi di alleggerire la pressione fiscale, visto lo stato pietoso di quasi tutti i conti pubblici.
Un segnale preoccupante, ieri, è arrivato dagli Usa: in dicembre gli ordinativi di beni durevoli sono cresciuti di appena lo 0,3%. Al tempo stesso è stato rivisto al ribasso il dato già brutto di novembre, mentre su base annuale gli ordinativi sono precipitati del 20,2%, la più forte caduta di sempre. Risultato: le borse europee, che in mattinata guadagnavano oltre un punto percentuale, hanno ripiegato e sono andate in rosso con perdite superiori all’1,5%. Così come le borse statunitensi, a un paio di ore dalla chiusura. Un intervento importante, ieri, a Davos è stato quello del presidente della Banca centrale europea, che nel corso di una tavola rotonda ha esordito affermando: siamo ancora tutti sotto stress. Sia l’Europa che gli Stati uniti. Poi ha continuato ricordando che per l’Fmi, il deficit della zona euro nel 2009 sarà del 6% e negli Usa del 10%. Quindi abbiamo tutti grossi problemi. Ma il Patto di stabilità e crescita ha funzionato, anche se facciamo sempre richiami al suo rispetto. Abbiamo avuto la capacità di resistere alla destabilizzazione delle finanze pubbliche».
Per il presidente della Bce, «ogni paese ha avuto i suoi problemi che deve risolvere individualmente». E comunque i problemi accusati dalla Grecia «non sono diversi da quelli affrontati da altri Paesi industrializzati». Trichet ha anche insistito sul fatto che all’interno della zona euro c’è una varietà di specificità economiche, come avviene anche negli Usa. «Dobbiamo tutti ricordare che la Grecia non è la Finlandia, che la Spagna non è la Germania. C’è diversità in questa vasta zona economica che è grande come gli Usa e dove del resto il Missouri non è come la California».
Parlando del ruolo delle banche, Trichet ha affermato che «devono essere più trasparenti. Il loro maggiore problema è ristrutturare i bilanci ed essere nella posizione di fare il loro lavoro che è finanziare l’economia reale. Devono farlo con tutti i mezzi possibili». Per rafforzarsi patrimonialmente, le banche «devono mettere da parte i loro utili e non distribuire larghi dividendi o bonus». Il primo ministro greco George Papandreou ha invece lamentato che c’è un attacco speculativo contro il suo paese e contro l’euro. Invece Zapatero (che per 10 minuti non è riuscito a parlare per la mancanza di un interprete) ha garantito che la Spagna non lascerà la zona euro. La Cina è pronta ad adattare la sua politica monetaria «più flessibile in funzione delle circostanze», ha promesso il vicepremier cinese Li Keqiang per rispondere alle accuse di chi sostiene che lo yuan è sottovalutato. Insomma, tutti in ordine sparso.
Il Manifesto 29.01.10

Caccia no limits

Passa al senato l’emendamento Pdl che permetterà l’attività venatoria per tutti i 12 mesi, ma Prestigiacomo e Brambilla sono contrarie. Bianchi: “Maggioranza spaccata, noi continueremo a opporci”.

Caccia tutto l’anno con l’eccezione di alcuni mammiferi. Spari da gennaio a dicembre, anche nel periodo estivo, quando le famiglie vanno nei boschi a fare passeggiate o pic-nic. È l’ultima follia del governo: una legge che conceda alle Regioni libertà di deroga per gli uccelli migratori e altre specie. Il Senato ha fatto il primo passo verso una prospettiva di questo tipo, approvando l’emendamento proposto dal relatore Santini per cambiare l’articolo 38 del ddl Comunitaria che prevede che i calendari “possano essere modificati nel solo senso di riduzione del periodo di attività venatoria e devono essere comunque contenuti tra il primo settembre e il 31 gennaio”.

Nel corso dell’esame in commissione politiche dell’Unione Europea, i senatori Pdl hanno introdotto alcune modifiche, cancellando i limiti temporali finora in vigore. Si apre un altro capitolo del conflitto fra Italia e Ue in materia di attività venatoria. Negli anni passati la quantità e la misura delle deroghe è stata tale da dare il via ad un lungo contenzioso con Bruxelles per la violazione delle direttive sulla caccia e addirittura dello spirito della legge a difesa della fauna e, in particolare, degli uccelli migratori.

“La maggioranza al Senato, votando l’articolo 38 della legge comunitaria, ha detto sì alla caccia senza limiti e senza regole, alla possibilità di sparare alla fauna migratoria anche in agosto, quando i territori di caccia sono pieni di italiani in vacanza, e anche a febbraio quando i migratori fanno ritorno ai luoghi di nidificazione”: afferma il senatore Pd Roberto Della Seta.

Per Stella Bianchi, responsabile Ambiente del PD “il voto al Senato e’ un atto grave che apre alla possibilita’ di sparare per tutto l’anno, anche nei mesi di agosto e di febbraio, mentre sono in corso fenomeni migratori delle specie e quando i turisti vanno a visitare le aree verdi. È una scelta che contraddice il principio dell’equilibrio tra salvaguardia della fauna, esigenze dei cacciatori, tutela del territorio e attivita’ agricola. È un voto che mette in evidenza ancora una volta le profonde contraddizioni della maggioranza: di fronte a una chiara presa di posizione del ministro Prestigiacomo, Ronchi e i senatori della destra hanno preferito comportarsi esattamente all’opposto, smentendo clamorosamente nei fatti il proprio ministro dell’Ambiente”. Dal Partito democratico arriva quindi “un ‘no’ secco a una caccia senza limiti e senza regole”. Per questo, promette, “continueremo a opporci nell’aula della Camera e in tutto il Paese, per salvaguardare l’interesse pubblico della protezione della fauna e la corretta attivita’ di cacciatori e agricoltori”.

Il deputato PD Ermete Realacci commenta: “Tra caccia senza regole e cemento selvaggio prevale il centro destra che non vuole regole e fa man bassa di ambiente, territorio, futuro. Ci auguriamo che questa pericolosa deriva venga fermata anche dai tanti esponenti della maggioranza che piu’ volte si sono espressi contro chi agita sterili battaglie ideologiche nel nome della deregulation piu’ sfrenata. Ieri con il tentativo di riproporre una sanatoria edilizia con un emendamento al milleproroghe, oggi con il via libera alla caccia selvaggia, abbiamo assistito ad una messa in scena della peggiore espressione del centro-destra. Quella che pensa, con una visione miope e arretrata, che la legalita’, il rispetto delle regole, la tutela dell’ambiente e del territorio siano freni allo sviluppo del paese”.

Persino il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo definisce inaccettabili le norme volute dal governo, dal suo governo. La motivazione? “Inseriscono un criterio di discrezionalita’ da parte delle amministrazioni locali nella fissazione dei calendari dell’attivita’ venatoria”. Una misura, sostiene, che “puo’ dar luogo ad interpretazioni estensive che sono inconciliabili con le esigenze di tutela del patrimonio faunistico e dell’equilibrio ambientale”. E aggiunge: “Avevamo raggiunto un faticoso accordo, questo voto rappresenta un colpo di mano”.

Sull’esempio della collega, un altro ministro, quello del Turismo, Michela Vittoria Brambilla sentenzia: “L’emendamento approvato contrasta, inoltre, con la procedura d’infrazione a cui il nostro Paese e’ sottoposto, determinando quindi, se definitivamente approvato, la condanna dell’Italia dagli organi comunitari e l’obbligo di pagamento di una sanzione pecuniaria elevatissima destinata a ricadere sui contribuenti”.
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