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Emergenza lavoro, da nord a sud

“Con la Fiat il governo deve avere la forza di dirgli di stare lì, a Termini Imerese”. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani parla della situazione dei lavoratori della Fiat il cui stabilimento sta per essere chiuso ospite di Michele Santoro ed attacca la linea tenuta dal governo: “Al tavolo al ministero voglio credere che al primo punto ci sia una soluzione. Anche gli incentivi andrebbero fatti con cognizione, come hanno fatto in Francia o in Spagna. Da noi invece sono stati dati incentivi anche abbondanti, la gente ha comprato fino al 31 dicembre poi il primo gennaio c’è stato un crollo del 40%”. Servirebbe una soluzione europea: “Discutiamo con Fiat, applichiamo i modelli francesi e spagnoli, che sono lineari; non si può fare tutti i giorni su e giù, annunciando che si tolgono e poi che si rimettono. Spero che il governo dica a Fiat di restare a Termini Imerese fino a quando non si è trovata una soluzione, devono avere la forza di impedire la chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese. Togliere l’industria a quel pezzo di Italia, vuol dire dare una botta al mezzogiorno”.

Da mesi c’è un problema che i media non trattano e che è al centro di un emendamentopresentato dal Pd che vede Bersani come primo firmatario che serve ad aiutare i lavoratori che non prendono lo stipendio da aziende che però non sono fallite e quindi non possono avere la cassa
integrazione. “Ci sono 10.000 persone che lavorano ma che non ricevono lo stipendio da sei mesi, e stanno in una ditta in cui i proprietari si sono fatti nebbia, che non è fallita, e quindi loro non sono disoccupati e non ricevono la cassa integrazione. Martedì alla Camera c’è il decreto mille proroghe, e noi abbiamo presentato un emendamento con cui lo Stato anticipa i soldi ai lavoratori per
pagare gli stipendi arretrati. Se vogliono io tolgo la mia firma e il ministro ci mette la sua, però lo approvino, mica li possiamo lasciare senza mangiare per un altro anno – ha aggiunto Bersani dopo la messa in onda di un servizio sulla situazione dei lavoratori di una ditta che gestisce dei call center, la Phonomedia – stanno in una ditta in cui i proprietari si sono fatti nebbia, che non è fallita, e quindi loro non sono disoccupati e non ricevono la cassa integrazione. Questa cosa non è da paese civile!”.
Quindi il segretario del Pd è tornato a chiedere che il Parlamento si occupi dell’emergenza lavoro e occupazione: “È una vergogna che l’Italia sia l’unica ad avere un’agenda politica che non si occupa di lavoro, imprese, fisco, in tutti i paesi lo fanno, noi invece discutiamo processo breve. Io non sono catastrofista, sono ottimista ha concluso -, ma non dicano che i problemi sono alle nostre spalle”.

Federalismo? Per vararlo serve l’impegno di tutti. C’è bisogno di un nuovo patto, che consiste nell’eliminare le ambiguità su come si intende il federalismo rispetto al problema delle differenze tra Nord e Sud. Lo ha detto il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, intervenendo alla presentazione del Libro ”L’Unità d’Italia. Parole ed immagini dell’epopea nazionalè’, avvenuto a Montecitorio.
Bersani ha ricordato lo ”sforzo straordinario” compiuto nel 1861 dallo Stato nato dall’Unità dei precedenti Stati che esistevano nella Penisola. Si scelse la via del centralismo e alla fine ”fu fatto un miracolo, ma non si riuscì a mettere insieme le varie Italie”.
Oggi invece siamo ”in un contesto completamente diverso, dovuto alla nuova dimensione europea e alla globalizzazione, si può ”riprogettare la nostra idea di Stato”, e ”il Federalismo può rappresentare questa opportunità a meno che ci rassegniamo al fatto che esso sia la mistificazione di una rinuncia”. A tal proposito Bersani ha ricordato le differenze tra Nord e Sud: “mentre in passato si è sempre cercato di ridurre le distanze tra le due parti del Paese, registro che oggi ci si limita a registrarle e a interpretarle. L’idea di Federalismo può essere declinata in più modi: un conto è dire ‘far da sè ma non da soli’, un altro è dire ‘far da sè e si salvi chi può. Io – ha spiegato Bersani – prediligo un meccanismo di reciprocità e non un meccanismo centralistà, ma va superata l’ambiguità su cosa si intende con federalismo”. Per questo l’anniversario deve portare a ”un impegno
culturale e politico da parte delle forze politiche che divenga un nuovo patto e che abbia poi delle conseguenze politiche: e il Patto richiede Forze politiche che dicano le stesse parole aVarese come a Salerno, a Venezia come a Caserta”.
www.partitodemocratico.it

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Disoccupazione all’8,5%, record da gennaio 2004

A dicembre il tasso di disoccupazione è salito all’8,5%. Si tratta del record dal 2004. L’Istat ha reso noto che il mese scorso il numero di persone in cerca di lavoro ha superato ampiamente quota due milioni (esattamente 2,138 milioni), in aumento del 2,7% rispetto a novembre (+57mila unità) e del 22,4% nel confronto con lo stesso mese dell’anno prima (+392mila). La disoccupazione è arrivato quindi all’8,5% dall’8,3% di novembre (+1,5 punti percentuali rispetto a dicembre del 2008), raggiungendo il valore massimo almeno da gennaio del 2004, inizio della serie storica (ma nel primo primo trimestre del 2003 il tasso era all’8,7%). Il tasso è particolarmente elevato fra i giovani sotto i 25 anni (26,2% di disoccupati) e fra le donne (10%) mentre gli uomini sopra i 25 anni senza lavoro sono il 7,5%.

La crisi continua a pesare anche nell’Eurozona: in dicembre la disoccupazione ha raggiunto il 10% contro il 9,9% di novembre e l’8,2% del dicembre 2008. Eurostat ha comunicato che si tratta del dato peggiore dall’agosto 1998. Anche nell’Unione europea a 27 membri i disoccupati sono aumentati e il tasso è arrivato al 9,6% (9,5% in novembre, 7,6% un anno prima).

Nell’Unione europea a dicembre erano disoccupati 23.012.000 di uomini e di donne, di cui 15.763.000 nell’eurozona. Rispetto a novembre, il numero dei senza lavoro è cresciuto di 163 mila nell’Ue a 27 e di 87 mila nell’area dell’euro. Più drammatico il confronto anno su anno: rispetto a dicembre 2008, la disoccupazione è aumentata di 4.628.000 unità nell’Europa a 27 e di 2.787.000 nell’eurozona; in un anno, tutti gli Stati europei hanno registrato un aumento dei senza lavoro, raggiungendo il livello record dall’agosto del 1998. Fra gli Stati membri, i tassi di disoccupazione più bassi sono stati registrati in Olanda (4% ) e Austria (5,4%), e i più alti in Lettonia (22,8%) e Spagna (19,5%). Infine, l’Eurostat ricorda i dati di Stati Uniti e Giappone: negli Usa il tasso di disoccupazione in dicembre è stato pari al 10%, in Giappone del 5,2% in novembre.
La Repubblica 29.01.10

"15enni in azienda come se fossero a scuola, la Camera approva", di A.G.

Come previsto l’Aula ha detto sì a maggioranza all’emendamento Cazzola che anticipa di un anno l’apprendistato: ma c’è l’obbligo di trovare un’intesa tra Regioni, ministero del Lavoro e dell’Istruzione. Bordate dall’ex ministro Fioroni: siamo il Paese con meno diplomati e laureati, imbocchiamo una china pericolosa. Nessuna sorpresa: il 28 gennaio l’Aula della Camera, a maggioranza e con il parere favorevole del governo, ha dato il via libera per l’assolvimento all’ultimo anno di obbligo di istruzione (quindi tra i 15 ed i 16 anni) attraverso l’apprendistato. Come preannunciato nei giorni scorsi, in fase di revisione finale è stato approvato un “ritocco” di non poco conto: poiché la tipologia di apprendistato-scolastico rientra nelle norme di attuazione della legge Biagi, per vedere attuata la norma sarà “necessaria l’intesa – riporta la stessa norma contenuta nel ddl lavoro – tra Regioni, ministero del Lavoro e ministero dell’Istruzione, sentite le parti sociali”.La modifica è giunta soprattutto a seguito delle tante polemiche che si sono scatenate nei giorni scorsi per l’approvazione del cosiddetto emendamento Cazzola. L’opposizione, che ha votato contro, ha ribadito sino all’ultimo la sua contrarietà al provvedimento, inteso come una scelta in controtendenza rispetto alle indicazioni dell’Ue che tendono ad innalzare l’obbligo formativo. Secondo Giuseppe Fioroni (Pd), ex ministro dell’Istruzione, invece la norma “toglierà un altro pezzo di futuro ai nostri figli. Stiamo parlando del biennio – ha detto Fioroni – che deve consentire ai giovani di essere posti in condizione, di avere saperi, competenze e apprendimenti che gli assi previsti dalla Comunità Europea consentono a tutti i ragazzi degli altri Paesi. L’unica cosa certa è che questo obbligo di istruzione costa e noi siamo il Paese che ha meno diplomati, meno laureati e meno giovani con qualifiche professionali. Oggi imbocchiamo – ha concluso – una china pericolosa perché non vogliamo dare le risorse all’istruzione”.La maggioranza, dal canto suo, ha ribadito che il provvedimento è stato voluto specificatamente per contrastare l’ancora troppo alto tasso (quasi il 20%) di studenti che lasciano la scuola benché ancora in età di obbligo formativo. E le esperienze di lavoro possono essere altamente formative al pari di quelle scolastiche.

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Di seguito riportiamo alcuni interventi di ieri alla Camera dei Deputati proprio sul tema dell’anticipo dell’apprendistato

MANUELA GHIZZONI. Signor Presidente, il collega Baldelli poco fa ha citato i ragazzi che hanno l’intelligenza nelle mani e ha sostenuto che il nostro approccio ideologico impedirebbe loro di acquisire un titolo. Il problema, collega, non è tanto quello di acquisire un titolo, quanto di permettere a tutti questi ragazzi, a sedici anni, di acquisire competenze e saperi che sono fondamentali per la loro vita adulta, che si gioca nella società della conoscenza, dove le mani sono importanti, ma non sono sufficienti. Allora, per « fare qualcosa di sinistra », collega, dovremmo assolutamente stralciare questa norma e insieme riscrivere un progetto alternativo, per consentire davvero pari opportunità di formazione e di istruzione, e ci dovremmo mettere anche un po’ di risorse. Non vi chiedo un gesto di sinistra, ma uno di coerenza.

EMILIA GRAZIA DE BIASI. Signor Presidente, vorrei dire al relatore che ha fatto riferimento alla legge Biagi – legge discutibile per molte parti ed utile per altre – che c’è una contraddizione in quello che sta facendo questo Governo. Infatti, da una parte, avete chiesto che la formazione professionale risulti capace di assolvere all’obbligo scolastico (formazione professionale alle regioni e quindi potenziamento e qualificazione). Giusta o sbagliata che sia questa è una realtà.
Non si capisce per quale motivo dobbiate però adesso pensare a un gradino sotto, ossia scegliere di nuovo la strada per i tagliati fuori. È contraddittorio rispetto alle vostre scelte, signor sottosegretario, non rispetto all’idea del Partito Democratico. Infatti ancora una volta abbassate il livello sociale di un gradino, dopo che avete tentato di innalzarlo. Vorrei che faceste chiarezza tra di voi, a meno che non abbiate in mente il fatto che i ricchi abbiano una scuola e i poveri, come sempre, è meglio che siano tagliati fuori.

GIOVANNI BATTISTA BACHELET. Signor Presidente, al problema vero della dispersione scolastica qui si dà una soluzione peggiore del male: aboliamo un anno di scuola e buonanotte. Lo scopo non ndichiarato è quello di ridurre, senza se e senza ma, l’offerta scolastica, anziché provare a migliorarla e a renderla più adeguata ai ragazzi in fuga dalla scuola. Si riesce a far discutere a vanvera il Parlamento e i giornali di una alternanza tra scuola e lavoro che è strutturalmente priva di adeguata legislazione e finanziamento e quindi non esisterà mai nella realtà, rivelando che questo provvedimento è l’ennesima bufala ideologica, atta a mascherare la riduzione della spesa pubblica dell’istruzione. Per fortuna, le famiglie e molte realtà educative pubbliche e private, specialmente quelle strutturalmente più vicine ai ragazzi in difficoltà con la scuola dell’obbligo, come i Salesiani di cui parlava l’onorevole Baldelli, sanno bene che ogni battaglia contro la dispersione scolastica richiede maggiori, non minori, risorse e controlli pubblici e non cadono perciò in questa trappola. Non ci cadiamo neanche noi, che voteremo contro.

GIUSEPPE FIORONI. Signor Presidente, ho ascoltato con attenzione gli interventi del relatore e di tanti colleghi della maggioranza, che hanno parlato dell’obbligo di istruzione. A me preoccupa che in questo dibattito – credo solo per superficialità, non certo per sciatteria e non voglio pensare neanche per ignoranza, intesa come l’ignorare ciò di cui stiamo parlando – si faccia confusione: l’obbligo di istruzione che qui si abroga non è l’obbligo scolastico. Non stiamo parlando di ragazzi che sono costretti a 16 anni a stare in classe con le catene legate ai banchi, ma stiamo parlando di quel biennio che deve consentire ai nostri figli di essere posti nella condizione di avere saperi, competenze ed apprendimenti che gli assi previsti dalla Comunità europea consentono a tutti i ragazzi degli altri Paesi europei.
L’obbligo di istruzione già oggi è svolto all’interno di percorsi di istruzione e formazione e nel rapporto tra scuola e lavoro. L’unica cosa certa è che questo obbligo di istruzione è un obbligo di istruzione che costa. Siamo il Paese che ha meno diplomati, meno laureati e meno giovani con qualifiche professionali. Oggi, vi assumete la responsabilità di dare ai nostri ragazzi una povertà ancora maggiore di saperi e di competenze, per renderli, domani, poveri nella vita, quando nel mercato del lavoro non avranno possibilità di svolgere alcuna attività e saranno i nuovi poveri della vita.Sapete bene che, se i nostri giovani non saranno posti in condizione di poter sperimentare insieme il sapere e il saper fare, non saranno in grado di uscire da quella disaffezione che hanno oggi e che non li porta a raggiungere quei titoli di studio che sono indispensabili. Il 21 per cento dei nostri figli, che viene disperso dall’istruzione, necessita di una scuola che non è la vostra scuola, non è la scuola che risparmia: non vi sono più i 40 milioni di euro per aiutare la sperimentazione a fare scuola anche nel mercato del lavoro; avete tolto i 240 milioni di euro che servivano per i percorsi triennali. Oggi, scegliete la strada più semplice e sostenete che il contratto di apprendistato è in grado di dare ai nostri ragazzi quei saperi e quelle competenze che gli altri Paesi europei consentono di raggiungere con 500 o 600 ore di lezione. Pensate che tutto questo si possa fare modificando una norma, un provvedimento collegato che riguarda il lavoro, senza metterci neanche una lira. Questa è la scuola che domani renderà i nostri figli disoccupati e ancora più poveri. In quest’Aula, due anni e mezzo fa, abbiamo commemorato due ragazzi di quindici anni che erano morti in un sottoscala, mentre svolgevano un particolare tipo di apprendistato: producevano materassi per due euro al giorno. In quell’occasione, abbiamo detto che quella non poteva essere la prospettiva per i nostri figli. Oggi, imbocchiamo una china pericolosa, perché non vogliamo dare le risorse all’istruzione, affinché ciò possa avvenire. Il semplice fatto che si privino i nostri figli dell’istruzione con un provvedimento fatto e voluto dal Ministero del lavoro e dal Ministero dell’economia, senza che il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca possa dire una sola parola, e senza che abbia la capacità di impegnarsi perché a quei ragazzi di quindici e sedici anni venga dato ciò che gli altri Paesi europei danno, rappresenta un’involuzione del nostro progresso civile e sociale. Che ciò avvenga nell’indifferenza generale, forse, farà guadagnare a qualcuno qualche lira in più, ma toglierà un altro pezzo di futuro ai vostri figli. Pensateci, mentre approvate questo scempio.

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Da BresciaOggi: Sedicenni apprendisti? La scuola non ci sta, di Mimmo Varone

ISTRUZIONE, LA RIDUZIONE DELL’OBBLIGO. Dibattito aperto anche a Brescia: ma l’idea di sostituire la fase finale del periodo di studio non convince presidi e insegnanti
Brescia. Presidi, professori, sindacati della scuola fanno muro contro l’idea che si vada a lavorare a 15 anni senza violare l’obbligo scolastico. Togliere un anno all’istruzione, e per di più con un emendamento al disegno di legge lavoro collegato alla Finanziaria, è quanto di più «incomprensibile» si possa immaginare. Idea tanto strana da indurre persino il sospetto che serva a recuperare il denaro che si perde avviando la riforma delle superiori (e i tagli) dalle prime e non dal primo biennio. Ci sarà l’abbandono scolastico – dicono gli insegnanti bresciani -, sarà indiscutibile il valore formativo del lavoro, ma la soluzione del ministro Maurizio Sacconi rischia di lasciare ragazzi inesperti e troppo giovani in balia di imprese che non hanno alcun interesse alla formazione dei giovani. L’unica voce favorevole, per dovere di cronaca, è di Leonardo Napoli, docente di italiano e storia all’Alberghiero. «Forse il ministro ha capito che la scuola ha problemi con ragazzi che è inutile tenere in classe – dice – e per loro imparare un lavoro può essere interessante».
«E’ UN’IDEA contraria a quanto fatto negli ultimi anni per allargare l’obbligo alla formazione di base» sottolinea al contrario Francesco Stagnoli, docente di elettronica all’Itis Castelli. Ed è «incomprensibile che salti fuori in modo così estemporaneo – aggiunge -, piuttosto si potrebbe potenziare l’alternanza scuola/lavoro, in un progetto più organico». Ancora più severo è il preside del professionale Golgi. «Una cosa è il lavoro, un’altra la scuola – taglia corto Ercole Melgari –, c’è l’obbligo di istruzione fino a 16 anni e non si può barare dicendo che è uguale all’apprendistato». Per lui l’anno che dovrebbe essere formativo diventa: «di lavoro e basta, tant’è che «la proposta Moratti dell’obbligo formativo fino a 18 anni, assolvibile anche nel lavoro con i corsi di formazione in azienda è naufragata miseramente». E ora resta che «mentre il mondo va verso l’istruzione fino a 18 anni noi scendiamo a 15 impoverendo le superiori». Il segretario provinciale Cgil-scuola Pierpaolo Begni sospetta che si tratti di un taglio mascherato. «Nel progetto di nuova scuola superiore il biennio doveva partire l’anno prossimo – dice -, invece si inizia con le prime classi e i risparmi sul secondo anno verrebbero recuperati con questa trovata. Sarebbe una meschinità». Simonetta Valle è docente dell’Ipsia Fortuny e non ha dubbi. «Sarebbe in controtendenza con l’Europa e gli Stati Uniti – osserva -, e poi le aziende hanno difficoltà a farci fare l’alternanza scuola lavoro perché i ragazzi di terza sono piccoli e incompetenti. Cosa accadrebbe con 15enni lasciati a se stessi?». La preside del Capirola di Leno Ermelina Ravelli pensa alla fatica che fa per tenere a scuola i tanti 16enni immigrati. Se passasse la proposta di Sacconi non li vedrebbe più. Non che abbia motivi di opposizione pregiudiziali, anzi «credo molto nel valore formativo del lavoro – dice – ma le grandi imprese non fanno apprendistato e non vedo artigiani in grado di formare apprendisti». Due anni di istruzione superiore «sono fondamentali al di là degli abbandoni – sottolinea il preside dello scientifico Calini Gaetano Cinque -, ridurli ci farebbe fare un passo indietro: un anno di scuola sganciato dal resto, in attesa di andare a lavorare non avrebbe nessun senso».

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Lavoce.info: Daniele Checchi sulla proposta di apprendistato a 15 anni
http://www.lavoce.info/multimedia/-radio/pagina299.html

"Riforma del lavoro al via tra flessibilità e licenziamenti facili", di Roberto Giovannini

Sembrava un provvedimento poco importante. E invece il disegno di legge numerato “1441 quater B” contiene una profonda riforma del mercato del lavoro italiano. Questo testo – approvato ieri dalla Camera e che passa al Senato – cambia completamente le regole del gioco per quanto riguarda punti fondamentali. L’efficacia erga omnes dei contratti nazionali; la possibilità di licenziare pagando una semplice indennità monetaria; il rapporto tra contratto di lavoro stabile e contratto a termine; la scelta tra giudice del lavoro e arbitro per risolvere le controversie. Usando alcune delle idee elaborate nel 2001-2002 da Marco Biagi – a cominciare dalla «certificazione» dei contratti – la riforma svuota in modo significativo il finora rigidissimo potere di regolazione sancito nei contratti nazionali, e rende sulla carta molto più flessibile (precario, dicono gli oppositori) il mercato del lavoro. E in più, la novità che riguarda l’apprendistato e l’obbligo scolastico, che potrà essere assolto anche lavorando a 15 anni.
Nessuna sorpresa ieri nelle votazioni finali. Tantissime le novità, difficile sintetizzarle. Un campo è quello delle controversie di lavoro, comprese quelle legate al trasferimento di azienda e al recesso: viene limitata la giurisdizione del giudice e viene privilegiato il canale dell’arbitrato e della conciliazione. In caso di licenziamento del lavoratore, il giudice dovrà tenere conto dei parametri del contratto e delle dimensioni e delle condizioni dell’attività esercitata dal datore di lavoro, della situazione del mercato del lavoro locale, dell’anzianità e delle condizioni del lavoratore, del comportamento delle parti anche prima del licenziamento. Con la «certificazione» – affidata a moltissimi enti, oltre che ai consulenti – sarà possibile rendere «regolari» contratti di lavoro con retribuzioni o regole peggiori di quelle stabilite nei contratti. Sempre in questo modo si potrà stabilire la rinuncia preventiva del lavoratore ad andare dal magistrato in caso di controversie.
Altra situazione molto comune: ci saranno risarcimenti (e non più la stabilizzazione) per le violazioni delle regole sui contratti di lavoro a termine. Finora il lavoratore con troppi contratti a termine veniva assunto, finalmente; con la riforma al datore di lavoro basterà pagare un risarcimento sotto forma di un’indennità di importo variabile da 2,5 a 12 mensilità. Un’indennità che viene dimezzata nel caso di contratti collettivi che prevedano l’assunzione, anche a tempo indeterminato, di lavoratori già occupati a termine nell’ambito di specifiche graduatorie.
In materia scolastica, a 15 anni si potrà chiudere l’obbligo scolastico lavorando come apprendista, previa «necessaria intesa tra Regioni, ministero del Lavoro e ministero dell’Istruzione, sentite le parti sociali». Il governo si prende due anni per varare la riforma degli ammortizzatori sociali. Altre novità riguardano i ricercatori universitari, le agenzie del lavoro, la Borsa lavoro, i medici della sanità pubblica, i pensionandi con lavori usuranti, il Casellario Inail degli infortuni.
Ovviamente diverse le valutazioni. «Sono soddisfatto. È stata una battaglia parlamentare difficile ma condotta con lealtà tanto da noi quanto dall’opposizione», commenta il relatore, Giuliano Cazzola (Pdl). «Proseguono le scelte pessime del governo nelle materie sociali», dice Cesare Damiano (Pd). «Provvedimento con luci e ombre», afferma Giorgio Santini della Cisl. «Sono norme sbagliate e gravi – attacca Fulvio Fammoni, Cgil – che capovolgono i fondamenti del diritto del lavoro nato per tutelare i più deboli. Reagiremo».
La Stampa 29.01.10

"Omsa, che crisi: a Faenza lavoratrici in rivolta", di Rinaldo Gianola

Lo stabilimento Omsa costeggia l’autostrada, un lungo cubo basso e grigio profilato di giallo. Al casello di Faenza si esce, si svolta a destra, poche centinaia di metri ed ecco i cancelli. Sono presidiati. Un tendone, un prefabbricato. Le bandiere di tutti i sindacati. Si gela ed è tornata pure la neve. Un paio di stufe fai-da-te attutiscono il freddo, un uomo taglia i bancali per far legna, una giovane lavoratrice col cappellino di lana targato Dolce & Gabbana organizza i turni del presidio: quattro ore a testa per ventiquattr’ore, senza mollare. Si raccolgono le disponibilità per l’intero mese di febbraio, si fa l’elenco dei numeri di telefono, ci si organizza per il cibo e il caffè. In caso di emergenza la “rete” mobilita tutti i lavoratori in pochi minuti.

«Da qui non entra e non esce più niente, non vogliamo che si portino via i macchinari e i prodotti. Questo è il nostro posto di lavoro, non ce ne andremo così facilmente» avverte Valentina Drei, 35 anni, dipendente del «re del collant», il gruppo Golden Lady di Castiglione delle Stiviere, di proprietà di Nerino Grassi leader mondiale delle calze per donne. Questa non è solo una vertenza sindacale, è una battaglia civile e politica. C’è dentro tutto, è un caso esemplare di quest’Italia malmessa e sfilacciata. I dipendenti dello stabilimento sono 350, di cui 320 donne. E sono loro a guidare la lotta. Le parole che si sentono sono sagge, nessuno alza la voce. Sono persone abituate a faticare per andare avanti, a trainare la famiglia e i figli, a distinguere tra diritti e privilegi, a mostrare coi fatti la solidarietà e a fare politica, quella vera, partendo dalle cose concrete come ha insegnato la cultura di queste parti.

Faenza è una città splendida, il centro storico è di una bellezza commovente. Le trattorie offrono «il menù a prezzo fisso per operai e studenti». Qui la democrazia affonda le radici nella Resistenza. In questo pezzo di Romagna ci sono ancora le sezioni del Pri, e fanno quasi tenerezza. Questa è la città di Benigno Zaccagnini, segretario di una dc presentabile, e qui è nata Laura Pausini che gira il mondo a cantare. Per decenni lo sviluppo è stato nel solco del “modello emiliano”, ammesso che esista ancora: crescita economica da primato accompagnata dalla stabilità sociale. Ma oggi la crisi mette in discussione conquiste che sembravano definitive. «Tutto il nostro territorio sta soffrendo, dalla ceramica alla meccanica, ma a volte la crisi è una giustificazione per le aziende per realizzare riorganizzazioni che in altri momenti non avrebbero nemmeno pensato» spiega Samuela Meci, giovane sindacalista della Camera del lavoro. Davanti a certe ristrutturazioni, a dolorose scelte aziendali dovrebbe essere la politica a intervenire, a dettare le condizioni. Ma la politica industriale è stata dimenticata e tra i politici si fa fatica a trovare qualcuno credibile. «Siamo sotto elezioni, davanti alla fabbrica c’è la sagra dell’assessore, e va bene… ma non vogliamo farci strumentalizzare, stiamo parlando del futuro di centinaia di famiglie» aggiunge l’esponente della Cgil.

Il caso Omsa è difficile da capire. Il gruppo va bene, è una società di profitti, ha la leadership di mercato, una proprietà familiare e solida. E allora? Lo stabilimento di Faenza va chiuso non perché non funziona, ma per spostare le produzioni nel distretto mantovano e nelle fabbriche in Serbia dove gli operai costano poco. Tagliare i costi, tagliare, tagliare per fare più profitti. Ma la delocalizzazione, a volte, non è così semplice, comporta problemi.

Gli operai serbi (oltre 1600) della Omsa hanno fatto quattro giorni filati di sciopero per avere un aumento di cento euro al mese (il salario era attorno ai 300 euro) e un direttore di stabilimento è stato malmenato dai lavoratori inferociti che non avevano ricevuto il cedolino della retribuzione. Un’impresa può anche decidere di delocalizzare per sfruttare meglio i lavoratori a basso costo, ma poi, alla fine, magari qualcuno s’arrabbia.

Le donne dell’Omsa sono di fronte a un impegno gravoso e dall’esito per nulla scontato. Emanuela Nanni, 47 anni di cui 23 passati in fabbrica, lavora alle confezioni. Spiega: «Golden Lady è un grande gruppo, non è pensabile che a Mantova facciano gli straordinari, che in Serbia vogliano assumere ancora centinaia di operai e noi invece chiudiamo tutto. Se ci sono difficoltà, se davvero c’è la crisi allora spalmiamola un po’ su tutti, facciamo i contratti di solidarietà che ci consentono di andare avanti, di prendere fiato e di studiare altre soluzioni per il futuro. Ma non si può mandarci a casa con un calcio nel sedere, qui non si trova più lavoro bisogna difendere quello che abbiamo».

Le operaie Omsa sono un bastione della città. L’azienda nacque nel 1940 per iniziativa dei conti Orsi e Mangelli, imprenditori del petrolio da cui traevano la fibra per le calze. Negli anni Settanta la società occupava mille dipendenti, diventando sinonimo di successo grazie anche a una comunicazione pubblicitaria efficace e alla sponsorizzazione di Miss Italia. «Omsa, che gambe…» si ascoltava a Carosello. Poi la società fu acquisita dalla famiglia Grassi di Mantova e gli addetti sono diminuiti nel tempo. Una volta la fabbrica era in centro città, le lavoratrici avevano addirittura la manicure in azienda perché le unghie dovevano essere sempre a posto per evitare di danneggiare i fili e il tessuto. Bisognava togliersi anelli, spille, orecchini, nulla doveva minacciare la produzione della calza. «Una volta eravamo legate, c’era più solidarietà anche se oggi ci siamo ritrovate, stiamo facendo una bella battaglia insieme» racconta Marina Francesconi, 49 anni, un figlio di 23 anni e un marito metalmeccanico, «il padrone con la nuova fabbrica ci ha voluto dividere, lo ha studiato: nella vecchia fabbrica andavamo in mensa tutte insieme, ora si fanno i turni anche nello stesso reparto, non si riesce mai a parlare, a discutere dei problemi del lavoro». Le tecnologie non hanno alleviato il peso delle linee e dei turni ( qui si lavora dalle 5 alle 13 e dalle 13 alle 21), anzi.

Roberta Donati, 46 anni, di cui 25 a fabbricare calze, argomenta: «La macchina, la tecnologia ti impone ritmi sempre più accelerati e tu devi rispettare i tempi. C’erano certe mie colleghe che per far bella figura col capo stavano dietro a quei ritmi sempre più elevati, ma non ne vale la pena. Le più esperte tra di noi guadagnano 1000-1050 euro al mese, le nuove arrivano a 900 euro, diciamo che il padrone i soldi non ce li regala, ce li sudiamo tutti».

Il lavoro per le donne è stata una garanzia, una strada di crescita. «Le famiglie hanno fatto i passi in avanti perché c’era il lavoro, la gente si è comprata la casa e ha mandato i figli a studiare perché lo stipendio era sicuro alla fine del mese» racconta Nadia Liverani, 46 anni, «adesso cosa facciamo? L’età media delle lavoratrici dell’Omsa è appena sopra i quarant’anni, dove andiamo se perdiamo il lavoro?».

Qualcuno ha dovuto rivedere i propri progetti di vita. Daniela Ghiselli, da 25 anni in fabbrica, separata, un figlio di 18 anni: «Con questo stipendio da sola non ce la faccio, non posso pagare l’affitto e fare la spesa. Sono tornata dai miei genitori, mi danno una mano».
L’Unità 29.01.10

"Italia al primo posto nel G5 delle mafie", di Marco Panara

Nel G5 della criminalità l´Italia è in testa. Abbiamo la mafia più potente e, per volume d´affari dell´economia criminale, siamo il secondo mercato del pianeta, dopo gli Stati Uniti e prima del Giappone e della Cina. Nella classifica delle grandi mafie globali, quelle italiane prese nel loro complesso sono al posto numero uno. Seguono la mafia cinese, la Yakuza giapponese, la mafia russa e le mafie sudamericane. Insieme questi cinque sistemi criminali, ciascuno formato da diverse organizzazioni, si spartiscono cifre che sono nell´ordine delle migliaia di miliardi di dollari realizzati su vari mercati. Quello degli Stati Uniti da solo viene valutato 310 miliardi di dollari, quello italiano 112, quello giapponese e cinese rispettivamente 84 e 83.
Traffici di droghe e di uomini, di farmaci e di oggetti contraffatti, di armi, di prodotti chimici, di rifiuti tossici, traffici di tutti i tipi. Per la prima volta i numeri e i sistemi di relazioni che sono alla base di questi immensi affari illeciti sono stati messi insieme, con una analisi indipendente realizzata dal Global Agenda Council on Illicit Trade promosso dal World Economic Forum. Il Council è composto da 18 studiosi ed esperti di vari paesi che partecipano al progetto non in rappresentanza delle loro organizzazioni ma a titolo personale. Il presidente è Sandro Calvani, italiano, direttore del Centro di Ricerca delle Nazioni Unite sulla Criminalità Internazionale e la Giustizia, a Davos nella sua qualità di presidente del Coucil on Illicit Trade.
I numeri sono impressionanti. Le stime dicono che in ogni giorno ci sono almeno 2 milioni e 400 mila persone che sono oggetto di traffici illeciti. Una parte sono i “nuovi schiavi” impiegati nella pesca, nelle costruzioni, nelle fabbriche, nel sesso, per un giro di affari annuale di 32 miliardi di dollari. Poi c´è il “contrabbando” di esseri umani, l´organizzazione dell´immigrazione clandestina, che vale 10 miliardi di dollari l´anno e c´è il traffico di organi.
La droga è la fonte di finanziamento di molti altri affari illeciti, con i suoi 400 miliardi l´anno di proventi, in parte impiegati nella corruzione, nel finanziamento del terrorismo e di altri business illeciti, come per esempio la contraffazione, che vale 200 miliardi di dollari l´anno per i prodotti della moda e cd musicali e cinematografici e altri 75 miliardi per i medicinali.
Nella gestione di questa ragnatela di affari le mafie hanno cambiato natura, le vecchie specializzazioni si sono affievolite, gli ambiti territoriali si sono allargati e anche l´organizzazione si è trasformata: è meno piramidale e più orizzontale, invece del vecchio capo cartello al quale riferiva l´intera organizzazione ora prevalgono organizzazioni più piccole, “i cartellini” come vengono chiamati in America Latina.
Spiega Calvani: «Mafia, camorra e ‘ndrangheta hanno il monopolio dell´importazione di stupefacenti in Italia e sono leader assoluti nella distribuzione di prodotti contraffatti in Europa e nell´area del Mediterraneo, controllano il traffico est-ovest e quello nord-sud, hanno la rete e grandi capacità di collegamento tra i produttori e i mercati. Dominano il settore delle contraffazioni “perfette” quelle che nemmeno i produttori degli originali riescono a distinguere, grazie a collegamenti con artigiani e fabbriche nel sud est asiatico. Sono rapidissimi nel riciclaggio di denaro sporco in affari leciti, spesso immobiliari o commerciali, in Italia e all´estero».
Non c´è un vero sistema di alleanze internazionali, i rapporti più forti le mafie italiane li hanno con quelle latino americane, con le quali collaborano e investono nel business della droga. «La novità del rapporto del Council on Illicit Trade è che mette insieme per la prima volta tutti i tipi di traffico illecito, con l´obiettivo di sensibilizzare le opinioni pubbliche e di favorire un coordinamento che è diventato fondamentale», continua Calvani. «Le faccio due esempi: l´Organizzazione Mondiale della Sanità ha varato una serie di iniziative per contrastare i medicinali contraffatti, molte delle quali potrebbero essere replicate anche per contrastare le merci contraffatte e i prodotti pirata, ma chi si occupa di un settore spesso non sa quello che avviene nell´altro. L´altro esempio riguarda l´intersettorialità del crimine. Un motoscafo veloce che parte da Miami per andare a ritirare la droga in Colombia non parte vuoto ma porta armi che lascia nelle isole dei Caraibi e quindi in quella operazione sono coinvolti due diversi tipi d traffico».
La Repubblica 29.01.10

Cosentino, la Cassazione conferma l'arresto

La richiesta di arresto a carico del sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, è legittima. Lo ha appurato la Corte di Cassazione questo pomeriggio, rigettando il ricorso proposto dagli avvocati dell’esponente Pdl. A motivare la richiesta, espressa nel novembre 2009 dal gip di Napoli, l’accusa a carico di Cosenino di associazione a delinquere di stampo mafioso. In particolare il sottosegretario avrebbe intrattenuto rapporti con il clan dei casalesi per tutti gli anni ’90, incrementandone il potere economico.

Nonostante la richiesta di arresto, oggi convalidata dalla Cassazione, Nicola Cosentino continua ad occupare gli scranni di Montecitorio,oltre ad essere coordinatore Pdl per la Campania. La Camera dei Deputati ha già respinto, lo scorso 10 dicembre, la richiesta di autorizzazione a procedere avanzata dal gip. La decisione della Suprema Corte, nei fatti, non produrrà nessun nuovo effetto. Cosentino non andrà comunque in carcere, cosa che potrebbe invece accadere nel momento in cui egli non fosse più in Parlamento.

Non bastasse l’indecenza di un paese in cui l’impunità è una regola comunemente accettata ed in cui gli esponenti della maggioranza non sono soggetti alla legge, anche l’informazione decide di fare la sua parte. Chiunque abbia seguito il Tg1 delle 20.00 cadrà dalle nuvole leggendo della decisione della cassazione sul Caso Cosentino. Il Tg della rete ammiraglia, guidato dal celebre Minzolini e dal suo ormai leggendario senso della notizia, non ha minimamente accennato all’evento. Che la redazione e il direttore non se ne siano accorti?Oppure più semplicemente una notizia del genere non faceva comodo a chi tiene le redini della televisione pubblica?

Il capogruppo PD in commissione Trasporti e Telecomunicazione della Camera, Michele Meta accusa: “Il Tg1 di Minzolini dimostra giorno dopo giorno di essere ormai un organo di informazione di parte, un’appendice governativa”. Meta rimprovera il primo canale di “non aver dato notizia della decisione della Prima sezione penale della Suprema Corte che oggi ha respinto il ricorso del sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino confermando, così, la richiesta d’arresto emessa dal tribunale di Napoli per concorso esterno in associazione mafiosa. Un’omissione molto sospetta che sembra dovuta più che altro alla volontà di nascondere una notizia che avrebbe potuto ‘sfregiare’ la giornata in cui il governo ha annunciato in pompa magna un piano straordinario antimafia”.

Nel corso della trasmissione Anno Zero, anche il segretario Pier Luigi Bersani parla del Caso Cosentino: “Si deve dimettere. Un sottosegretario che si vede arrivare una richiesta d’arresto deve avere la sensibilità di dimettersi e di dire ‘mi tiro da parte’. Del Bono l’ha fatto pur non essendo neanche rinviato a giudizio. I nostri quando sbagliano si dimettono”.
Iv.Gia
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