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"L'Italia rassegnata", di Ferdinando Camon

Ho ospite in casa un amico straniero, un francese. Passiamo giornate e serate insieme. E guardiamo la tv. Il suo sguardo ha cambiato il mio. Lui, straniero, guarda con eccitazione notizie delle quali io, italiano, neanche m’accorgo. A Favara è crollata una casa, due bambine sono morte, carabinieri e magistrati si son riuniti per vedere se c’è qualche problema: il crollo è colposo? è colpevole? ci sono case nuove non assegnate? perché? ci sono responsabilità? Ieri sera trapelava che non c’era nessun indagato. Perché? Bisogna vedere a chi spettava la sicurezza a suo tempo, a chi il controllo degli edifici, a chi l’assegnazione degli alloggi. Per me, italiano, è tutto normale. È stato così nel passato, lo è nel presente, lo sarà nel futuro. Non ho mai pensato di lasciare ai miei figli un’Italia senza mafia, senza camorra e senza ‘ndrangheta. Mafia, camorra e ‘ndrangheta qui sono e qui resteranno. Edilizia e mancati controlli formano un binomio fisso. Morte di inquilini e nessun indagato è la prassi. Sud e disgrazie vanno insieme. Dal Sud diranno: come Nord ed evasione. Ma certo, hanno ragione. Ma l’amico straniero mi fa mille domande: se una casa è legalmente abitata e crolla, invece di cercare se ci sono dei colpevoli, non bisognerebbe cercare chi sono? Gli edifici hanno un costruttore: costui non resta agli atti? Gli edifici sono stati collaudati? Il collaudatore risulta agli atti? Provo a dirgli: ma a Perugia i collaudi non si trovavano… Lui osserva: un documento che non si trova, o non c’è o è nascosto. Fa un ragionamento elementare, che sta al terremoto di Perugia come i pareri di Perpetua al problema di don Abbondio. E cioè: per fare un edificio pubblico si bandisce una gara, affidata la costruzione non si permettono varianti, stabiliti i tempi non si ammettono ritardi, finiti i lavori si passa al collaudo, e il collaudatore non deve spartire interessi col costruttore. Sono cinque punti. Ne è stato infranto qualcuno a Perugia? Il sospetto è: tre, quattro, a volte tutti. Più uno: anche i tempi della ricostruzione urgente sono stati scavalcati.

Il tg procede, va sulle case abusive di Ischia. Arriva la squadra dello sfratto, e si scatena l’inferno: non solo la famigliola insediata nella prima casupola da buttar già, ma altre trecento persone organizzano barricate: pietre, bottiglie, spranghe, bastoni. Il vicequestore finisce al pronto soccorso. Domanda: ma è una sola casa abusiva? No, seicento. Costruite in una notte? No, da tempo. Mesi? No, dieci anni. Prima che faccia un’altra domanda, lo precedo: in tante città ci sono case abusive vecchie di mezzo secolo. E non solo al Sud. Risultano al catasto? No. Risultano alle foto aeree? Sì. E perché non sono censite? Non lo so. Pagano l’Ici? Mai pagata. Noi italiani non vediamo queste illegalità, perché non sono rare, sono normali. Ognuno di noi ha una quindicina di amici, va al cinema con loro, con loro in pizzeria. Sa benissimo quanti e quanto evadono. Se una famiglia ha quattro case, son quattro prime case, intestate a padre, madre, figlio, figlia. Applicano una morale condivisa da gran parte degli italiani: lo Stato non mi riguarda, io ho soltanto la mia famiglia, sono onesto se faccio l’interesse della mia famiglia. Se un padre ha dei problemi con le tasse, la famiglia lo ama di più. Tutti son convinti che mafia, camorra e ‘ndrangheta non verranno mai distrutte, perché chi dovrebbe distruggerle spartisce i loro interessi. Se cambi governo, il nuovo governo subentra al precedente anche negli interessi. Siamo rassegnati. Ad Haiti son cadute le case dei poveri, perché eran fatte male, le case dei ricchi sono ancora in piedi. Noi italiani lo abbiamo capito in due giorni. Qui in Italia abbiamo lo stesso problema da mezzo secolo, ma la rassegnazione ci rende ciechi.
La Stampa 29.01.10

Governo anti-ndrangheta con le proposte del PD

Il Cdm annuncia l’istituzione dell’Agenzia per i beni confiscati e l’introduzione della prola ndrangheta nel codice: il Pd le sollecita da oltre un anno. Berlusconi agli immigrati: “Creano criminalità”. Bersani: “Parole indegne di un paese moderno”. Arriva a Reggio Calabria il Consiglio dei ministri più itinerante e populista della storia. Secondo il premier il governo, un po’ come i supereroi, va dove c’è bisogno di lui. Allora non resta che etichettare come caso fortuito il fatto che gli scenari del Cdm siano sempre posti ignorati dal governo fino a pochi giorni prima e innalzati al rango di priorità assoluta al primo accenno di riflettori. Questa volta però, oltre a fanfara e trombe, Berlusconi, il ministro della Giustizia Alfano e il ministro dell’Interno Maroni sembrano aver portato da Roma alcune buone idee. Peccato che non siano le sue!

È Roberto Maroni ad annunciare con orgoglio l’istituzione dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Davvero un’ottima idea, ma non di certo nuova e di sicuro non ascrivibile al governo. Fu proposta per la prima volta dal Governo Ombra nel 2008 ed era presente solo pochi giorni fa fra le proposte anti-ndrangheta del PD. Per mesi il ministro Maroni non solo ha totalmente ignorato l’urgenza del provvedimento, ma ha addirittura approvato un emendamento alla Finanziaria 2010 che permette di vendere i beni sequestrati, senza controllare l’identità dell’acquirente che, ovviamente, potrebbe appartenere alla criminalità organizzata. Oggi il governo torna sventolando come una bandiera un’idea del PD che rigetta da oltre un anno. La nuova immagine, imposta da Maroni, vorrebbe un esecutivo con una mentalità diversa, impegnato in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, tuttavia il premier non sembra dello stesso avviso e impiega pochi secondi a ribadire le vecchie logiche: “Qualche anima bella (ndr: evidentemente Berlusconi ricorda la battaglia del Pd contro la vendita dei beni confiscati) ha detto ‘vendete i beni sequestrati alla mafia così li possono ricomprare’. Molto bene, vuol dire che gli risequestreremo un’altra volta”. Un ragionamento a dir poco contorto che non solo rischia di far perdere tempo utile a forze dell’ordine e magistratura, ma che ignora totalmente l’eventualità di non riuscire ad individuare una seconda volta gli acquirenti vicini alle cosche. Perché correre il rischio, quando sarebbe tanto più facile destinare i beni alla collettività e lasciare che se ne occupino le cooperative e le associazioni di volontariato?

Altra idea geniale, servita ai cittadini calabresi su un piatto d’argento, è quella dell’introduzione della parola “‘ndrangheta” nelle leggi antimafia e, in particolare, nell’art. 416 bis del codice penale. Neanche a farlo apposta anche questo accorgimento era contenuto nella lista di provvedimento voluti dai democratici. “E’ doveroso farlo” spiega un impettito ministro Alfano, sottolineando l’importanza anche simbolica di questo accorgimento. Un modo per dire che il problema della criminalità organizzata in Calabria viene riconosciuto a livello nazionale. Già, proprio le stesse parole pronunciate da Andrea Orlando, responsabile PD del forum Giustizia, appena due settimane fa.

Le ispirazioni di matrice PD finiscono qui, dopo inizia il Silvio Show. L’introduzione è soft, i soliti sondaggi quelli in cui il premier è il più apprezzato del mondo, al punto da dover dire: “sono imbarazzato”. Sempre parlando di se in terza persona e autocelebrando successi che vede solo lui, dice involontariamente qualcosa di sensato: “numeri così non si trovano in una democrazia”. Un modo del premier per confessare che i numeri appena sciorinati sono falsi, o l’intimo desiderio di una “democrazia controllata” come quella dell’amico Putin e del compare Gheddafi?

Ma questo è appena l’inizio. Dimenticandosi, o forse no, di trovarsi in un posto dove tre settimane fa proprio la xenofobia ha dato vita a guerriglie urbane, il premier rincara la dose: “Una riduzione degli extra comunitari significa meno forze che vanno ad ingrossare le schiere della criminalità”. Evidentemente ignorando che molti extracomunitari approdano in Italia spinti dalla fame o dalle persecuzioni politiche, Berlusconi delinea uno scenario degno dei migliori regimi di stampo razzista: straniero equivale a pericolo. Immediata e lapidaria la reazione di Anna Finocchiaro, capogruppo PD in Senato, che commenta: “Meno immigrati, meno criminalità? Io direi ‘meno premier, meno criminalità’”.

Pier Luigi Bersani ha criticato le parole del premier. “Un governo non puo’ accendere un fuoco ma guidare il Paese a una maturazione civile. Una frase del genere ci mette fuori da qualsiasi contesto moderno, non puo’ essere questo il modo di affrontare un fenomeno che nessuno ha cercato, ma che dobbiamo affrontare con razionalità e umanità”. Se si spinge sull’”irrazionalità”, ha sottolineato, “ci mettiamo nei guai”.

Livia Turco definisce le parole del premier sugli immigrati “vergognose. Berlusconi incita al razzismo e alimenta un clima di intolleranza le cui conseguenze non possono essere prevedibili. Il presidente del Consiglio, in Calabria avrebbe dovuto dire parole chiare sui fatti di Rosarno ed esprimere il suo dispiacimento per quanto accaduto. Poi avrebbe dovrebbe anche riconoscere cio’ che dicono tutti i dati, dalla Banca d’Italia, all’Istat alle organizzazioni internazionali. E cioe’ che in Italia abbiamo necessita’ di immigrati per le nostre famiglie, per i settori dell’edilizia, dell’agricoltura, della ristorazione, della pesca e per quello manifatturiero”.

“Il governo – critica Laura Garavini, capogruppo del Pd nella commissione parlamentare Antimafia- ha fatto bene ad accettare la proposta del PD ed inserire il termine ”ndrangheta’ nella legislazione antimafia, come pure e’ positivo aver realizzato immediatamente l’Agenzia per i beni confiscati: aspettiamo di vedere come verra’ messa in grado di operare e, soprattutto, come interverra’ sulla vendita all’asta dei beni. Le nuove norme sugli appalti – prosegue – sarebbero positive se, proprio oggi, al Senato, la maggioranza non avesse cercato di indebolire quelle esistenti contro mafie e corruzione. Anche il testo unico delle leggi antimafia e’ un’esigenza avvertita da tempo ma la proposta di oggi non e’ una risposta: non si tratta certo di raccogliere le diverse leggi ma di armonizzarle ed ammodernarle. Inoltre, resta aperta una questione scottante: Berlusconi dice che non ci sono collusi nelle sue liste ma il Procuratore della Cassazione chiede di arrestare un componente del suo governo proprio per aver avuto rapporti con la camorra. Ci pare, insomma, che l’unica cosa che funziona nella lotta alla mafia e’ quella che il governo non puo’ bloccare: una buona magistratura antimafia e forze di polizia che si sacrificano ogni giorno nella caccia ai latitanti e ai loro patrimoni”.

Anche il deputato Andrea Sarubbi commenta: “Legare l’aumento della criminalita’ a quello degli stranieri non comunitari nel nostro paese e’ superficiale, pericoloso e oltretutto infondato. Che sia poi il presidente del Consiglio a sostenerlo e’ di una gravita’ assoluta. Berlusconi, prima di parlare, studi almeno i dati, a cominciare dall’ultimo rapporto Caritas che sulla scrivania di palazzo Chigi non dovrebbe mai mancare. Scoprira’ che il problema non sono gli extracomunitari ma la loro condizione di clandestinita’, che il governo fa poco per superare, e l’avvio di seri processi di integrazione, che l’esecutivo fa nulla per avviare”.

L’ultima perla di questo Cdm Berlusconi la tira fuori dal suo repertorio migliore. L’aveva già detto, ma il premier non si mostra avaro e si ripete: “Ci sono fiction sulla mafia che hanno portato questa negativa immagine dell’Italia in giro per il mondo. Spero che questa moda sia ormai finita”. Insomma alla fine è tutto qui: la colpa non è di un male che esiste e purtroppo si lega alla politica e al potere in un abbraccio mortale. La colpa è di chi lo fa vedere, di chi questo male lo combatte portandolo alla luce. Di fiction come “La Piovra” o peggio ancora di film e libri come “Gomorra”.

Per il senatore Vincenzo Vita “Silvio Berlusconi sogna il ‘minculpop’ facendo il verso al fascismo e allo stalinismo che consideravano ovvio indicare i confini estetici dell’arte e della cultura. Nella vicenda italiana all’autoritarismo si coniuga forse anche la tentazione di non far conoscere agli italiani e ai cittadini esteri la gravità dei poteri criminali. E forse è inutile ricordare al Presidente del Consiglio, proprietario di buona parte del sistema mediatico, che proprio le fiction di carattere civile, volte alla rappresentazione della realtà, sono stati i successi migliori della nostra produzione cinematografica e audiovisiva”.

Iv.Gia
www.partitodemocratico.it

Ddl lavoro, Pd: apprendistato? Grave riduzione dell’obbligo scolastico. Ghizzoni: saremo fanalino di coda in Europa

“L’approvazione dell’emendamento che permette l’assolvimento dell’obbligo di istruzione nell’apprendistato è molto grave e non è certo il modo per affrontare il problema dell’abbandono scolastico. Siamo davanti all’ennesimo atto ideologico, la verità è che con questo emendamento i giovani andranno a lavorare un anno prima e non avranno nessuna garanzia di poter acquisire quei saperi e quelle competenze per affrontare le sfide della vita adulta che oggi si giocano tutte nell’ambito della conoscenza. Con questo emendamento ci allontaniamo dall’Europa che da anni ci sollecita a dare più formazione e più istruzione ai nostri giovani”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta.

"L'immunità e lo spirito dei gangster", di Franco Cordero

Starà lontano dai tribunali, quasi fossero plotoni d´esecuzione: parole sue; altro che ricacciare le accuse in gola al pubblico ministero rosso, come blaterava. Erano latta i due scudi immunitari e vituperando i fabbri inetti, s´è ordinato il terzo in metallo forte (una legge ex articolo 138 della Costituzione, ma sarebbe altrettanto invalida).
Il dl numero 1880, applaudito a Palazzo Madama mercoledì 20 gennaio, sotterra i processi pendenti a decine di migliaia: l´ordine al ministro era tassativo, servirglielo in due mesi o perde i sigilli (qui, 22 novembre 2009); e resta nell´utero finché la Cassazione abbia deciso sul ricorso Mills, mentre la filanda allestisce una presunzione iuris et de iure d´impedimento del premier a comparire. Splende lo stile gangsteristico: il testo votato dalla Camera alta è una pistola alla tempia del paese; e nella pentola stregonesca bolle un´altra idea, riesumare l´immunità parlamentare. Esisteva (articolo 68 della Costituzione): l´ha abrogata una legge costituzionale 29 ottobre 1993 numero 3; vogliono risuscitarla nella stessa forma. Parliamone cominciando dallo Statuto albertino, 4 marzo 1848: «Nessun deputato può essere arrestato, fuori del caso di flagrante delitto, né tradotto in giudizio senza il previo consenso della Camera» (articolo 46); i senatori, allora nominati a vita dal re, godono d´un foro speciale, giudicabili solo dai loro pari (articolo 37). L´immunità processuale difende i deputati antigovernativi da una magistratura devota alla monarchia (articolo 68: «La giustizia emana dal re ed è amministrata in suo nome dai giudici ch´egli istituisce»): e i pensanti notano come sia un quadro inverso dell´attuale; adesso sono gli uomini del governo a temere la giurisdizione indipendente (articolo 101 della Costituzione).
I costituenti 1946-47 vedevano la politica in chiave virtuosa. Dopo tre decadi fioriscono “culture” alquanto diverse: l´egemone è impresario d´affari bui, via via più grossi, re pirata delle televisioni commerciali sotto l´ala del postmarxista rosa Bettino Craxi; Giulio Andreotti gli cuce addosso un´oscena legge Mammì, agosto 1990, dichiarata invalida dalla Consulta, 5 dicembre 1994, ma ormai les jeux sont faits. La criminalità in colletto politico allevava un debito pubblico da bancarotta. Erano taglia esosa le tangenti riscosse dai partiti, con largo arricchimento privato. L´arresto d´un amministratore (Mario Chiesa, presidente del milanese Pio Albergo Trivulzio, 17 febbraio 1992) innesca effetti domino: i pagatori coatti vengono a denunciarsi; pochi mesi disintegrano Dc e Psi (particolare curioso: il segretario risanatore era Ottaviano Del Turco, il cui nome riappare l´anno scorso sullo scenario penale della sanità abruzzese). Il parlamento fungeva da luogo d´asilo: e lo rimane, visto il voto 29 aprile 1993, con cui la Camera bassa salva Craxi dalle accuse più gravi, ma sei giorni dopo abolisce l´impopolare voto segreto in questa materia; idem Palazzo Madama l´indomani; e con le foglie d´autunno l´immunità parlamentare cade come una Bastiglia diroccata o la statua staliniana nella Piazza Rossa. Ma siccome la malattia era radicata, morbus italicus, sopravvengono metastasi: fingendosi uomo nuovo, l´avventuriero parassita dei partiti morti raccoglie l´eredità, donde un lungo riflusso; nel sedicesimo anno dall´intrusione imperversa senza ritegno. La platea pare stupefatta: incalliti Tartufi gli rendono ossequio; i soliti chierici salmodiano e scampanellano; vigono iniqui privilegi. Vediamone uno: l´articolo 68 della Costituzione subordina ancora perquisizioni e intercettazioni al permesso della Camera competente; è già favore incongruo, e niente lo giustifica quando l´incauto onorevole sia ascoltato su linee altrui; lì non esisteva tutela; paghi dazio l´incauto parlatore. L´articolo 4 legge 20 giugno 2003 numero 140 contempla tale caso: le cose dette svaniscono se l´assemblea vieta d´usarle; anche fossero corpo d´un reato flagrante? Sì, risponderebbero sull´attenti i gruppi Pdl. Li abbiamo visti, automi parlanti al cenno del padrone, qualunque cosa ordini.
Dunque, i berluscones rivogliono l´immunità parlamentare: che vìoli il principio d´eguaglianza, lo vede anche un bambino appena sveglio; manterremmo otto o novecento invulnerabili dalla giurisdizione penale, finché non lo conceda la Camera dove siedono. Responsi insindacabili. Dire che vaglino il cosiddetto fumus delicti, è formula ipocrita, falsa in fatto, assurda in logica normativa, dovunque i poteri siano separati, né esistono limiti temporali: sui banchi invecchiano dinosauri con sette o otto legislature, id est quarant´anni, senza contare i senatori a vita; e che l´essere «toccabili» o no dipenda dai motivi sommersi d´un voto dei colleghi, costituisce ulteriore vizio. Le Camere ridiventano luogo d´asilo: “confugio” era il nome corrente nel foro napoletano quando chiese e conventi ospitavano gl´immuni, tema d´un conflitto permanente tra le autorità laiche ed ecclesiastiche; Mater Ecclesia difende i privilegi con le unghie. Veniamo al clou: l´articolo 3 della Costituzione non ammette persone diseguali ma l´immunità era prevista dall´articolo 68; possibile che fosse invalido? Ci vuol poco a sciogliere l´apparente paradosso. I complessi normativi vivono, diversamente dai teoremi d´Euclide: mutando l´ambiente, variano i significati delle formule; sessantadue anni fa nessuno pensava che saremmo diventati armento d´uno strapotente pirata. Inoltre, non è norma intangibile qualunque testo votato ex articolo 138: deve inquadrarsi nel sistema, altrimenti sarebbero interpolabili le regole più matte da chi controlla i due terzi dei seggi; ad esempio, non luogo a procedere se così delibera una corte d´onore (nelle monarchie assolute circolavano lettres de cachet) o la tessera d´un partito quale requisito d´ammissione al pubblico impiego (vedi regime fascista). Norme simili nascono morte, secondo la Costituzione vigente, salvo prendere piede, perché avvento e caduta degli ordinamenti sono puro fatto: non sarebbe la prima volta che soperchierie diventano legge; e divus Berlusco può riuscirvi, con tutti quegli sgherri, così ricco, padrone delle lanterne magiche.
La Repubblica 28.01.10

Passa alla Camera un emendamento PD (Ghizzoni), troppe assenze nel centrodestra

Cammino stentato e con qualche incidente di percorso per il disegno di legge sul lavoro. Nel corso della giornata di ieri sono stati esaminati nell’Aula di Montecitorio e approvati ventisette dei cinquantadue articoli: il provvedimento, che è stato modificato dalla Camera (ad esempio sulla questione dell’apprendistato) in ogni caso dovrà tornare al vaglio del Senato. Tuttavia, ieri il governo e la maggioranza sono stati anche battuti abbastanza sonoramente – con 222 sì e 214 no – su di un emendamento del Pd, su cui era stato espresso parere contrario. Si tratta della 36esima volta che la maggioranza va sotto a Montecitorio in questa legislatura: colpa di massicce assenze nelle file del centrodestra.
L’emendamento, presentato da Manuela Ghizzoni, prevede che le risorse delle università rese disponibili dai pensionamenti vengano utilizzate per assumere ricercatori a tempo indeterminato e non per attivare i contratti di ricerca introdotti dalla legge Moratti nel 2005: «abbiamo ottenuto – dice Ghizzoni – che a fronte dei pensionamenti vi siano “posti sicuri” bocciando in questo modo anche la linea del ministro Gelmini». Autocritica dal Pdl arriva da Giancarlo Lehner: «Abbiamo contato qualcosa come 99 assenti, 42 in missione, forse al Polo Nord, e 57 dispersi chissà dove. Certo, c’è da vergognarsi e chiedere perdono al popolo sovrano, la catarsi potrà scaturire solo dall’ira funesta di Berlusconi». Ironizza invece il capogruppo del Pd Dario Franceschini: «Molti assenti Pdl. Scommetto che la prossima settimana sul legittimo impedimento ci saranno tutti…». Dopo una sospensione per «riordinare le idee», nel pomeriggio le votazioni sono riprese poi con un’ulteriore «sorpresa»: su un altro emendamento Pd governo e maggioranza avevano dato parere positivo, ma è arrivata lo stesso la bocciatura dell’Aula.
La Stampa 28.01.10

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Collegato lavoro: governo sotto su un emendamento Pd sull’università

Governo battuto su emendamento della Lega. Riforma scuole superiori: disco verde dal Senato
Dal Pd un emendamento per abrogare il legittimo impedimento Decreto precari: scontro in aula fra Barbato e Mussolini
Forti tensioni e governo sotto in Aula alla Camera su un emendamento al collegato lavoro sull’università firmato dal Pd, sul quale l’Esecutivo aveva dato parere contrario. Sotto per la 36esima volta dall’inizio della legislatura, come ha voluto precisare prima firmataria dell’emendamento e capogruppo del Pd nella commissione Cultura, Manuela Ghizzoni. Sotto a causa delle 99 assenze nelle file della maggioranza, che emergono in modo palese, fra missioni e assenze, dai tabulati. L’emendamento approvato sopprime delle norme contenute nel decreto sul diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca del 2008, relativo alle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori.

«Con il voto di oggi – ha sottolineato l’onorevole Manuela Ghizzoni – il Pd ha ottenuto che le risorse delle università rese disponibili dai pensionamenti vengano utilizzate per assumere ricercatori a tempo indeterminato e non per attivare i contratti di ricerca introdotti dalla legge Moratti nel 2005. Insomma abbiamo ottenuto che a fronte dei pensionamenti vi siano “posti sicuri” bocciando in questo modo anche la linea del ministro Gelmini». L’emendamento dell’opposizione é passato con 222 voti a favore e 214 contrariai tabulati emerge che, fra missioni e assenze, non hanno partecipato al voto 99 deputati del Pdl.

Secondo Francesco Marinello (Pdl) il governo è stato battuto perchè alle 16 alcune commissioni erano ancora convocate, mentre secondo il segretario d’aula del Pd alla Camera, Erminio Quartiani «i 99 deputati assenti della maggioranza non sono un dato casuale o individuale, ma un chiaro segnale politico», «la dimostrazione delle sempre più profonde spaccature all’interno della maggioranza». Per Quartiani «il governo è “andato sotto” solo ed esclusivamente per ragioni politiche».

Dopo essere andati sotto il governo e il relatore Giuliano Cazzola (Pdl), in occasione del voto su un altro emendamento del Pd (il 10.2), hanno cambiato il parere negativo e hanno deciso di rimettersi all’aula. Gesto di buona volontà, ha detto il relatore Cazzola, visto che il testo Ghizzoni, precedentemente approvato, «non incide nel complesso del provvedimento». Il testo però è stato respinto dall’assemblea, con Roberto Giachetti (Pd) che ha preso la parola furente: «il relatore e il governo ci prendono in giro, così si offende l’opposizione perché prima si dice che ci si rimette all’aula e poi si dà mandato ai capigruppo di votare contro». (N.Co.)
Il Sole 24 Ore 28.01.10

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Governo battuto alla Camera: negli atenei posti sicuri per i docenti

222 voti a favore e 214 contrari: il governo è «andato sotto» ieri alla Camera. E su una questione importante che ribalta l’impostazione del ministro Gelmini sull’università: l’aula ha infatti approvato l’emendamento del Pd all’articolo 10 del ddl collegato sul lavoro che prevede di usare i soldi derivanti dai pensionamenti per creare nuovi posti in ruolo per i ricercatori e non a contratto. Questione che può investe in pieno il decreto Gelmini secondo cui per ogni cinque pensionati dovrebbero essere assunte due persone «e mezzo». In questo in modo, invece, si calcola che il turn over sarà al 60%. Relatore e governo avevano dato parere negativo. L’emendamento è passato per una «falla» nei banchi della maggioranza, dove tra missioni e assenze dell’ultimo minuto mancavano 99 persone. «Il Governo e la sua maggioranza sono stati battuti oggi alla Camera per la 36esima volta dall’inizio della legislatura», ha sottolineato ieri la prima firmataria dell’emendamento al ddl collegato sul lavoro, Manuela Ghizzoni «Il Pd ha ottenuto che a fronte dei pensionamenti vi siano ‘posti sicuri’ bocciando in questo modo anche la linea del ministro Gelmini». Le assenze in aula non hanno mancato di suscitare le ire dei «presenti» del Pdl: «Alla Camera, noi del Pdl siamo andati sotto su un emendamento serio e delicato, dedicato ai lavori usuranti ed altro. Abbiamo contato qualcosa come 99 assenti, 42 in missione, forse al polo Nord, e 57 dispersi chissà dove. Certo, c’è da vergognarsi e chiedere perdono al popolo sovrano, tuttavia, non tutto è perduto, a parte l’onore. La catarsi potrà scaturire solo dall’ira funesta di Berlusconi», ha detto il deputato Giancarlo Lehner . L’approvazione dell’emendamento ha mandato in tilt per qualche minuto la maggioranza. Tanto che il relatore ha chiesto e ottenuto 15 minuti di sospensione dei lavori per capire quanto l’emendamento incidesse sul decreto. Poi, tornato in Aula ha detto: «L’approvazione dell’emendamento Ghizzoni non altera lo spirito complessivo della impostazione del ddl lavoro». «99 persone assenti sono un chiaro segnale politico, che dimostra le profonde spaccature all’interno della maggioranza nei confronti delle politiche di Tremonti, Brunetta e Gelmini», ha detto Erminio Quartiani del Pd.
Il Manifesto 28.01.10

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Pdl, guerra aperta alla Camera. Governo battuto sul ddl lavoro, di Bianca Di Giovanni
Governo battuto, maggioranza allo sbando. È la cronaca del voto di ieri nell’Aula della Camera sul ddl lavoro. Il Pd si impone con un emendamento sui ricercatori universitari (proposta Ghizzoni) grazie alle presenze massicce in Aula dell’opposizione (Pd all’80%, Idv al 75 e Udc al 70) e alle vistose assenze (99 assenze) in casa Pdl e tra i banchi del Carroccio (che resta a quota 63%). In queste condizioni il voto è una graticola per l’esecutivo e per il centrodestra,
tant’è che si susseguono scivoloni e «strappi». Un Calvario iniziato già in commissione, per un
provvedimento su cui si stanno scaricando tutte le tensioni interne alla maggioranza, con pesanti ed espliciti interventi anche da Via Venti Settembre, che ha «infilzato» parecchi articoli. Oggi si attende il voto finale, ma la partita resterà aperta anche in Senato.
Maurizio Lupi, che presiede la seduta, ce la mette tutta: sull’emendamentoPdall’articolo 10 lascia la votazione aperta parecchi minuti, a suo dire per consentire ai democratici di raggiungere i banchi. In realtà dal Transatlantico scatta il leghista Roberto Cota, richiamato all’ordine. Aspetta, aspetta, alla fine i banchi restano vuoti: sui ricercatori c’è lo stop: 222 voti a favore e 214 contrari. La proposta ristabilisce l’obbligo per le Università di assumere a tempo indeterminato (e non nella formula a termine di 3 anni più tre) i ricercatori immessi nei ruoli universitari nelle quote previste per il rimpiazzo dei pensionati dal regime di blocco del turn-over. l’obbligo al contratto stabile, e non con il contratto a termine, come voluto da Letizia Moratti. Questo con buona pace degli slogan in favore del posto fisso di Tremonti e in difesa del merito e dei giovani di Gelmini. «Abbiamo ottenuto che a fronte dei pensionamenti vi siano posti sicuri – dichiara Manuela Ghizzoni – bocciando in questo modo anche la linea del ministro Gelmini». «I 99 deputati assenti della maggioranza non sono un dato casuale o
individuale,ma un chiaro segnale piolitico attacca intanto dal Pd Erminio Quartiani. Mentre l’ex segretario Dario Franceschini ironizza. Scommetto che la prossima settimana sul legittimo impedimento ci saranno tutti….».
La seduta è sospesa, ma alla ripresa arrivano altri colpi di scena. Il relatore Giuliano Cazzola «apre» su un’altra proposta Pd (sempre Ghizzoni), seguito dal governo,ma stavolta l’Aula dice no. Seguono proteste del Pd, che si aspettava una apertura reale e non solo a parole. «Il relatore e il governo ci prendono in giro – dichiara Roberto Giachetti – così si offende
l’opposizione perchè prima si dice che ci si rimette all’aula e poi si dà mandato ai capigruppo di votare contro». Ormai la girandola di sì e no è partita, e ci si ritrova impigliata anche una proposta della maggioranza (Lorenzin e Fontana). che chiede di allungare l’età di pensionamento dei docenti universitari degli atenei privati fino a 75 anni. Altro che largo ai giovani: che dire della Lorenzin che è stata anche coordinatrice dei giovani di FI?
Ma la deputata Pdl ci tiene tanto alla sua proposta (i maligni sospettano, senza addurre nessuna prova concreta, che sia costruita su misura per alcune persone precise), che riesce a convincere anche il relatore, il quale si dichiara favorevole, mentre il governo si è rimesso all’Aula. Ma stavolta l’Aula va per conto suo, e vota contro. Il voto procede per alcune ore, ma non si arriva alla fine: lo show down finale è previsto per oggi. Ieri sono stati approvati i primi 28 articoli (sui 52 di cui è composto il testo). Approvato tutto il «pacchetto» Università, in cui tra l’altro si prevede la non applicazione delle quote per le assunzioni di ricercatori e professori ordinari negli istituti universitari privati (che valgono invece per il pubblico). Votato anche l’articolo che consente il prolungamento del lavoro fino a 40 anni di contributi effettivi ed entro il tetto dei70 anni di età per i dirigenti medici del servizio sanitario nazionale. Una disposizione che era stata criticata anche dalla Ragioneria dello Stato.Ma per la maggioranzaè solo un dettaglio.
L’Unità 28.01.10

"La metamorfosi del Lingotto", di Massimo Giannini

“No al ricatto della Fiat!” grida in coro la politica, di fronte all’annuncio di due settimane di Cassa integrazione in tutti gli stabilimenti di quella che fu la Real Casa dell’automobile italiana. E una volta tanto risulta quasi difficile dar torto ai demagoghi di Palazzo, che si illudono di risolvere i problemi di uno dei più importanti settori produttivi del Paese “drogandolo” di tanto in tanto con un’iniezione di incentivi pubblici. Diciamolo subito: l’azienda ha palesemente sbagliato la sua tattica. La politica sta clamorosamente sbagliando la sua strategia. E tutt’e due sembrano non aver compreso fino in fondo com’è cambiato il profilo e il ruolo di una grande impresa nel pianeta globale.

La Fiat ha sbagliato la sua tattica. Lunedì scorso il consiglio di amministrazione ha annunciato i dati di consuntivo 2009 e le stime di previsione 2010. Per l’anno passato la Fiat chiude con una perdita netta di 848 milioni, i ricavi scendono del 15,9%, il fatturato dell’auto cala del 3,5%, il risultato operativo si riduce a 719 milioni e l’indebitamento netto a 4,4 miliardi. Per l’anno nuovo le prospettive non sono incoraggianti. Il Cda ipotizza una flessione del 12% dei mercati europei, e “senza il rinnovo degli incentivi” prevede ricavi inferiori ai 2,5 miliardi, un utile della gestione ordinario inferiore di 400 milioni e un indebitamento che torna sopra quota 5 miliardi. Posta in questi termini, la questione della rottamazione assomiglia a una “pistola” carica, depositata sul tavolo della trattativa con il governo. Ma intanto, nonostante un “anno devastante in modo impensabile” (come Sergio Marchionne ha definito il terribile 2009) il consiglio annuncia con soddisfazione il “ritorno al dividendo”: 0,17 euro per le azioni ordinarie, 0,325 per le risparmio, per un totale di 237 milioni.

“Lo dovevamo ai nostri azionisti”, dice l’amministratore delegato. Legittimo: profitti e dividendi sono l’essenza del capitalismo. E un sistema migliore per far crescere l’economia il mondo non l’ha ancora inventato.
Ma solo due giorni dopo, di fronte all’ambiguità del governo sugli incentivi e alla rabbia del sindacato su Termini Imerese e Pomigliano, la “pistola” del Lingotto spara il colpo a sorpresa della Cassa integrazione. Almeno 300 euro in meno nella busta paga di tutti i lavoratori Fiat: tanti, per un salario medio di 1.200 euro al mese. Troppi, per un’azienda che il mercoledì chiede un sacrificio ai suoi dipendenti, mentre il lunedì aveva annunciato un regalo ai suoi azionisti. C’è dunque un errore nei tempi: per correttezza, una comunicazione così “asimmetrica” dal punto di vista sociale (e persino morale) doveva essere evitata. Ma c’è anche un errore nei modi: con la politica, e con le organizzazioni sindacali, non si può solo fare a sportellate. Si deve cercare il confronto, prima di arrivare allo scontro, come si ostina a ripetere Luca di Montezemolo.

Qui non è in discussione il diritto di una grande impresa privata di ricorrere a un ammortizzatore sociale previsto dalla legge vigente. È anche probabile che la Cassa integrazione sia necessaria, visto che il mercato dell’auto a gennaio si è fermato (la gente non compra, perché aspetta gli incentivi) e che in queste condizioni la Fiat entro febbraio si gioca il suo intero portafoglio-ordini. Ma la vita delle persone che lavorano non può diventare uno “strumento” negoziale nella partita con il governo sulla rottamazione. E ancora: qui non è in discussione nemmeno il diritto di una grande impresa privata di rivedere la dislocazione dei suoi impianti, in funzione della loro efficienza e della loro produttività. Per intenderci: la Fiat ha ragione quando sostiene che a Termini Imerese conviene paradossalmente pagare i dipendenti senza produrre automobili. È una verità amara: in questi casi, davvero, il mercato è sovrano. Ma la Fiat ha torto se rifiuta a priori ogni ipotesi di vendita di quell’impianto, anche a un centesimo, o di investirci qualcosa in presenza di un eventuale progetto alternativo di riconversione industriale. La stessa cosa si può dire di Pomigliano d’Arco: la Fiat ha ragione quando denuncia l’antieconomicità e l’improduttività di quell’impianto, ma ha torto se rifiuta a priori la sfida di trasferire in quello stabilimento la produzione della Panda (oggi localizzata in Polonia) a condizione di ottenere un livello di flessibilità organizzativa pari a quella di Melfi (dove si produce la Punto). “Abbiamo imparato un sacco di cose nel 2009”, ha assicurato Marchionne dopo il cda dell’altro ieri. Ma quando liquida tutti i problemi dicendo “chiudiamo”, dall’altro capo dell’Oceano, dimostra che qualcosa deve ancora imparare.

La politica ha sbagliato la sua strategia. Non ha senso continuare a impostare il problema degli incentivi con la solita solfa dei millenari “favori alla Fiat”. Non perché i governi non gliene abbiano fatti: viceversa, soprattutto nella Prima Repubblica gliene hanno fatti fin troppi. Ma la rottamazione aiuta un intero mercato, non una singola azienda. Finanzia il consumatore, non il produttore. E in ogni caso quello che manca e che serve disperatamente a questo Paese è una politica industriale. In quali settori vogliamo che l’Italia sia forte e presente, nei prossimi vent’anni? Come possiamo alimentare e sostenere un adeguato volume di investimenti, pubblici e privati? Quali innovazioni legislative si richiedono, per la ricerca, la formazione e la contrattazione collettiva? Di tutto questo la politica non si occupa. Non è in grado di elaborare ricette. Su Termini Imerese il governo di Roma e la Regione Sicilia non propongono terapie da due anni. Nel frattempo, Palazzo Chigi si limita a dosare il “metadone” degli incentivi. La via più semplice, perché non richiede scelte politiche impegnative e oltre tutto serve a imbrigliare le aziende in una vecchia logica consociativa. Ma anche la via più fragile, perché quando le dosi finiscono il mercato non regge, e magari l’azienda si rifà sull’unico “fattore” produttivo che gli è più facile comprimere: il lavoro.

Ma c’è un elemento di fondo, che sfugge tanto alla Fiat quanto alla politica e che ora condiziona fortemente il rapporto che li contrappone. Quell’elemento si chiama globalizzazione. Abbiamo salutato tutti, com’era logico e giusto, lo “sbarco” della nostra casa automobilistica negli Stati Uniti. La trionfale “operazione Chrysler” ha segnato l’inizio di una nuova era, per il gruppo del Lingotto. Il successo di Marchionne in America ha avviato il passaggio da una dimensione “locale” a una proiezione globale. Ma oggi il processo è in pieno corso, e non è ancora compiuto. La Fiat non è più un campione nazionale, è già un’azienda trans-nazionale, ma non è ancora un gruppo multi-nazionale. Marchionne, ormai, passa più tempo a Detroit e nel mondo, di quanto non ne passi a Torino. Dal suo punto di vista, una fabbrica in Sicilia o in Campania vale tanto quanto una fabbrica in Wisconsin o in Missouri. Nel 2009 gli impianti brasiliani (750 mila vetture prodotte) hanno superato quelli italiani (722 mila vetture prodotte). Sul totale della produzione automobilistica, il valore aggiunto creato in Italia raggiunge i 7 miliardi, contro i 61 della Germania, i 19 della Francia e i 13 miliardi della Gran Bretagna. La stessa cosa vale per gli occupati, la cui quota italiana è infinitamente minore di quella degli altri mercati.
Per la prima volta, oggettivamente, l’Italia non è più il centro del mondo per la Fiat. Questo cambia radicalmente i livelli e i piani di interlocuzione politica, industriale e sindacale. Mentre Scajola e Sacconi sbraitano contro “il ricatto” e la Cgil e la Fiom gridano allo scandalo per la cassa integrazione, Marchionne neanche li sente. Da ieri è già nei suoi uffici nel Michigan, a occuparsi di Chrysler. Viene in mente, parafrasato, un film con Leonardo Di Caprio: prova a prenderlo. O, più banalmente, torna utile uno slogan che circola nella blog-sfera: “Marchionne, un canadese che vive in Svizzera, produce auto a Detroit, ama le fabbriche polacche e fa i grandi numeri in Brasile”. Altro che “italian job”: queste sono le public company del pianeta globale, bellezza. Ma se questa è la realtà, a Torino abbiamo un problema. John Elkann fa bene a ripetere che “il cuore e la testa” del gruppo restano lassù, al Lingotto. Ma i fatti dimostrano il contrario. E questo, se non è ancora un problema per la Fiat, presto può diventarlo per l’Italia.
La Repubblica 28.01.10

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Camusso: «L’azienda vuole drammatizzare la partita»

La sindacalista Cgil: «Il Lingotto sta scaricando sul Paese responsabilità proprie. Nuove azioni di lotta se necessarie». «La Fiat sta drammatizzando al massimo la situazione. Il 3 febbraio risponderemo con uno sciopero…poi potremmo decidere ulteriori iniziative di lotta». Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil, è convinta che il Lingotto stia portando avanti un attacco premeditato: «Prima tagliando gli appalti a Termini Imerese e aprendo un problema occupazionale. Poi non affrontando la questione dei lavoratori di Pomigliano con contratto in scadenza. Infine annunciando due settimane di cassa integrazione alla vigilia di un incontro rilevante».
Una sorta di ricatto?
«Non voglio usare questo termine. Credo piuttosto che l’azienda voglia scaricare sulla collettività responsabilità proprie».
Non c’è magari un pressing per ottenere nuovi incentivi?
«Anche questa è un’operazione che scarica le responsabilità sul Paese e sui lavoratori in generale. Guardi il caso di Termini Imerese: Fiat appena due anni fa giudicava quello stabilimento tra i più produttivi della terra poi, improvvisamente, lo ritiene inutile senza che abbia fornito spiegazioni convincenti».
Anche perché non c’è mai stato un confronto a tutto campo sul piano industriale.
«Ed è, appunto, ciò che stavo dicendo. Quando abbiamo chiesto di discutere di produzione in Italia e di occupazione, l’unica risposta è stata ”io me ne vado, sono problemi dello Stato».
Come giudica il ruolo del governo?
«Credo che ci sia un problema che diventa sempre più evidente. Questo governo non una opinione sulle politiche industriali del Paese e su come affrontare le questioni. Apre delle discussioni, ma poi non riesce ad ottenere risultati».
Va bene, il governo è ondivago, ma il sindacato è unito in questa battaglia?
«Ci sono alcuni punti sui quali concordiamo e sono contenuti nelle parole d’ordine dello sciopero. Per esempio, la quantità della produzione che dovrebbe essere fatta in Italia. L’azienda ci deve dire cosa mette in questa operazione soprattutto quando chiede risorse pubbliche».
Dopo lo sciopero del 3?
«Vediamo il risultato dell’incontro da Scajola, poi decideremo iniziative successive. Le tappe si determinano sempre in ragione di quello che succede».
Il Messaggero 28.01.10

"Il flop della Maddalena, dal G8 all'abbandono" di Paolo Berizzi e Fabio Tonacci

Soffitti crollati, cavi a vista e infiltrazioni d’acqua. Vuoti due hotel a cinque stelle, nessuno li vuole, uno è costato 742 mila euro a stanza. C’era una volta l’isola che doveva essere e non è più. C’è ora la Maddalena usa e getta. Prima tirata a lucido in abito da festa e poi, dopo il G8 fantasma traslocato all’Aquila, lasciata sola con il suo sogno infranto e i suoi cocci da raccogliere. Trecentotrenta milioni investiti – presi in larga parte dal bilancio e dai contributi per la Regione Sardegna – e neanche un posto di lavoro. A casa, da tre giorni, anche i 23 guardiani maddalenini che sorvegliavano le belle e incompiute cattedrali sul mare. Dove adesso regnano l’abbandono, l’incuria e il degrado. Di chi è la colpa del flop?

LE GRANDI INCOMPIUTE
Sono le due mega-opere costruite nell’ex Arsenale e nell’ex ospedale militare: una, la grande area dove si sarebbe dovuto svolgere il vertice dei grandi del mondo – andata in gestione per 40 anni a prezzo di saldo alla Mita Resort di Emma Marcegaglia, l’unica che da questa storia ci ha davvero guadagnato e guadagnerà – ; l’altra, l’hotel cinque stelle plus, costato, solo quello, 75 milioni, 742 mila euro a stanza e però nessun imprenditore ne vuole sapere. Uno scenario desolante che Repubblica ha documentato con un video esclusivo e con una serie di immagini. Un viaggio dentro una delle più grosse “incompiute” nella storia delle opere pubbliche (progettata, appaltata, eseguita e consegnata in poco più di un anno). E sulla quale sono aperte due indagini. Cosa ha lasciato in eredità alla Maddalena il G8 mancato? Quanto è costato? Chi ci ha speculato trasformando quello che doveva essere un volano per la stagnante economia dell’isola – già penalizzata da mezzo secolo di monocultura militare – in un affare per pochi? Quale futuro avranno le strutture tirate su in fretta e furia che ora languono nel silenzio generale e nell’imbarazzo di molti?

DOPO LA BEFFA I DANNI
Ci sono fantasmi che producono fantasmi. E i fantasmi costano. Anche solo per tenerli in vita. Era il 23 aprile 2009 quando Berlusconi annunciò lo spostamento del G8 nell’Abruzzo colpito dal terremoto. Nove mesi e 327 milioni dopo (tanto sono costati, stando ai dati della Protezione civile, i lavori alla Maddalena) la scena sull’isola “scippata” – come ripetono i 12mila abitanti e il sindaco Pd Angelo Comiti – è desolante. Il problema non sono i cantieri ancora aperti (sul lato est dell’ex Arsenale) e le ruspe che lavorano per ampliare un’area che Berlusconi aveva candidato ad ospitare una decina di incontri internazionali (finora ci hanno fatto solo il vertice italo-spagnolo). E nemmeno la nuova corsa contro il tempo per la Louis Vuitton Cup, a maggio, che tutti aspettano come un cerotto per curare le ferite. Il problema è che le strutture che dovevano accogliere Obama e gli altri sette capi di Stato versano, oggi, in condizioni penose. “Dopo il danno la beffa, e ora i danni”, chiosa l’assessore provinciale all’ambiente Pierfranco Zanchetta.

TUTTO IN MALORA
Entri nella hall dell’albergo 2, quello che avrebbe ospitato Barack Obama e la delegazione americana. Cammini sul pavimento di marmo bianco intarsiato che i potenti della terra non hanno mai calpestato. Piove dentro. L’acqua scende dal tetto dove hanno costruito la piscina. Il vento e le infiltrazioni hanno provocato danni: parti di soffitti crollati, tubi e cavi a vista perché i pannelli che li contenevano sono venuti giù. Dei tappeti disegnati da Antonio Marras – lo stilista sardo che ha curato tutti gli interni delle aree ospitalità dell’ex Arsenale militare – tra un po’ si avrà traccia solo sull’ambizioso catalogo delle opere della struttura della missione G8 (affidata all’ingegner Mauro della Giovampaola). Lo stesso vale per i quadri fotografici “navali” di Luca Cittadini. Pareti scrostate per l’umidità, calcinacci, attrezzi lasciati lì in attesa che qualcuno li riprenda in mano: così appare oggi la hall dell’hotel con vista sulla darsena che può ospitare 700 barche. “Lo stato di queste strutture è una delle tante vergogne e ora qualcuno dovrà risponderne” dice Pio Palazzolo, memoria storica dell’isola e già componente del Comitato paritetico per le servitù militari in Sardegna.

L’ARCHISTAR DELUSO
Accanto alla hall c’è un edificio che doveva essere un teatro. Le porte sono scardinate, così come quelle della “Casa sull’acqua” – o sala conferenze – la strabiliante scatola di vetro posata sul mare progettata dall’architetto Stefano Boeri. Il vero gioiello dell’ex Arsenale, costo, comprensivo dell’area delegati, 52 milioni e 100. “Gli edifici vanno usati, altrimenti deperiscono”, ragiona Boeri. Dice di aver lavorato – assieme a 1600 operai impiegati giorno e notte – “per garantire una doppia vita a queste strutture: per il G8 e per il dopo G8. Ma io non ci vado da un mese… Com’è la situazione adesso?”. Magari quello che chiamano hotel Obama, al centro dell’Arsenale, in futuro ospiterà flussi ininterrotti di convegnisti e di ricconi che approderanno qui coi loro megayacht. Ora però ha un aspetto desolante. Comunque lontano dall’aggettivo “affascinante” usato da Vasco De Cet, dirigente della Mita Resort. A piano terra la zona spa è completamente abbandonata: tutto, gli hammam, le saune, la grande vasca idromassaggio al centro della sala, parquet e vista mozzafiato sul mare, i lettini per i messaggi, quelli della zona relax, i bagni, gli spogliatoi, tutto è in balia del freddo e dell’umidità. Poi c’è la “stecca”, un edificio basso e lungo e stretto, tipo striscia. Dovevano essere piccoli appartamenti. Ma i pavimenti non ci sono ancora, un colpo di maestrale ha scoperchiato una parte del tetto e chissà con l’aria che tira che fine faranno gli intarsi in finto marmo – in realtà polistirolo – che decorano gli angoli delle pareti esterne.

CATTEDRALE NEL DESERTO
A che cosa servirà questo paradiso di cemento, pietra e vetro costruito alla velocità della luce? Centocinquantamila metri quadrati e un futuro incerto: la Louis Vuitton Cup a primavera, e poi? “Io spero che diventi un polo nautico e multifunzionale, così com’era stato pensato”, dice ancora Boeri, “ottimista” ma forse non fino in fondo. Il vero problema, però, l’opera che davvero preoccupa di più, è l’ex ospedale militare. Sedicimila e 800 metri quadri trasformati in un hotel di lusso. Facciata bianca che corre lungo la strada, con il mare di fronte ma non accessibile perché nessuno ha pensato di fare un accesso all’acqua cristallina, una banchina, una spiaggia. Un’opera da 75 milioni, 101 camere costate ognuna 742 mila euro. Spettrale. Una scatola vuota – questa sì riscaldata tutto il giorno e illuminata di notte con livide luci violette che sbattono sulla facciata. Nessuno lo vuole l’hotel. Il bando di gara, il 23 settembre 2009, è andato deserto. “A quale imprenditore conviene prendersi una struttura così, con questi costi e con tutte le pecche che presenta? Bertolaso promise che sarebbe stata fatta una nuova gara – stringe le spalle l’assessore Zanchetta – e che c’era una catena alberghiera interessata. Ma, ad oggi, tutto tace”. Intanto è cresciuta l’erba davanti alla facciata che a prima vista ricorda un po’ la Casa bianca. C’è un guardiano. Potrebbe restare lì a lungo. Se e fino a quando qualcosa si muoverà. Chi ha il dovere politico di prendere in mano il “pacco” dell’hotel e levare le castagne dal fuoco? “La proprietà è ancora della Marina militare (a differenza dell’ex Arsenale già ceduto alla Regione) – informa il sindaco Comiti – Potrebbero anche decidere di riprendersela loro e farci qualcosa. A meno che a breve diventi anche questo della Regione”.

CONTI ALLE STELLE
I costi. Tutto iniziò il 28 maggio 2008 e tutto finì, con la bella favola spezzata, il 31 maggio 2009. “Volevamo rilanciare quest’isola, farla decollare come una Davos mediterranea – dice l’ex presidente della Regione Renato Soru – e invece, se va bene, ci ritroveremo con un grande villaggio turistico avulso dalla città”. E se invece andasse male, visto che l’aria non sembra delle più elettrizzanti? “Non ci voglio nemmeno pensare. Siamo sardi e non permetteremo che queste opere, costate uno sproposito, molte anche inutili, rimangano lì a marcire dopo che il governo ha avuto la non brillante idea di dirci che eravamo su Scherzi a parte”. Il non-G8 alla Maddalena è costato 327 milioni (il conto finale era 377 ma 50 sono stati risparmiati dopo il trasferimento all’Aquila). 209 milioni sono stati spesi per demolire, bonificare (era pieno d’amianto, 22 milioni solo per questo) e ristrutturare l’Arsenale. Dice Soru: “Il colmo è che sono costruzioni compiute e inutilizzate. Nella fretta è stato speso più del necessario, e nella fretta è stato svenduto – praticamente regalandolo alla Mita Resort – l’Arsenale. La Regione, proprietaria della struttura, è stata tagliata fuori, e oggi è totalmente immobile”.

CHI CI HA GUADAGNATO
La Mita Resort, dunque. Alla società di Emma Marcegaglia è andata di lusso. La base di gara per l’assegnazione della gestione dell’Arsenale prevedeva una quota minima una tantum di 40 milioni (da versare sul conto del soggetto attuatore, responsabile per conto di Bertolaso per contratti e pagamento dei lavori) e la proposta di un canone annuale di concessione destinato alla Regione Sardegna. Si è presentata solo la Mita Resort: 41 milioni una tantum e canone da 600 mila euro l’anno alla Regione spalmato su 40 anni (50 mila euro al mese). In tutto 68 milioni. Niente male come affitto per 30 anni più 10 (indennizzo post-trasferimento all’Aquila). Che cosa ci faranno ancora all’Arsenale non è dato sapere (a parte la Louis Vuitton). “Questa struttura a regime potrà ospitare più di 5mila persone, sarà uno snodo cruciale per la nautica da diporto”, promette il manager Vasco De Cet.

DUBBI DA CHIARIRE
C’è ancora molto da capire qui alla Maddalena. Come è andata davvero l’assegnazione degli appalti? Il carabinieri del Ros, su ordine della procura di Firenze, hanno avviato un’indagine ancora aperta. Un altro problema sono i soldi stanziati per lavori che non sono stati ancora eseguiti. Sugli isolotti di Razzoli e Santa Maria, che fanno parte dell’arcipelago-parco naturale, ci sono due fari della prima metà dell’800 che dovevano essere recuperati. Novecentomila euro di spesa ma i fari sono ancora lì come prima. Una storia su cui sta indagando la Guardia di Finanza di Olbia-Tempio Pausania.

ACCAMPATI IN TENDA
Chiarissima è invece la situazione per i maddalenini che speravano, con le opere del G8, di trovare un lavoro. A fronte del maxi-investimento, oggi, non c’è nemmeno un assunto. Gli unici che avevano avuto uno stipendio (molto precario) erano i 23 guardiani della Nautilus, una subappaltata per la sorveglianza dell’Arsenale. Domenica notte sono stati liquidati con una stretta di mano da De Cet della Mita Resort. Che faranno, adesso? Sono ancora accampati fuori dai cancelli, al freddo e con le tende sollevate dalle raffiche di vento. Dicono che non se ne andranno. Ma il piatto resterà vuoto. “Con opere da 330 milioni, in proporzione, si dovevano creare almeno 500 posti di lavoro. E invece niente”. Luigi Plastina, guardiano licenziato, dorme da una settimana in tenda con la moglie, un forno da campeggio e l’acqua sotto i piedi. “Questo è il mio G8”.
La Repubblica 28.01.10