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Il governo ci riprova: al Senato arriva oggi la caccia "no timing", di Simonetta Lombardo

Un emendamento presentato dal Pdl introduce l’abolizione dei limiti temporali per il calendario venatorio. Con il fucile tutto l’anno, ma a guadagnare sono le aziende faunistiche e i candidati leghisti per le regionali.
Sfondamento del calendario venatorio. Cacciatori in giro per campagne ad agosto a sparare alle tortore e per paludi a febbraio, a riempire il carniere con uccelli acquatici. Rischia di passare come al solito sottobanco, travestito da norma filo ambientalista, l’allungamento no limits dei tempi dell’attività venatoria: stavolta è nella legge Comunitaria che viene discussa al Senato oggi e votata, presumibilmente, tra stasera e domani mattina. L’articolo 38 sostanzialmente annulla i due limiti temporali all’attività venatoria, che oggi – con tutte le deroghe regionali – non può essere permessa prima del primo settembre e oltre il 31 gennaio. Dopo quella data si entra in epoca di nidi e passaggio di migratori in buona parte protetti dalle norme europee, e prima è la piena stagione degli amori e dell’allevamento dei piccoli. Ha quindi un senso, la scelta operata a suo tempo dalla legge 157, vero obiettivo dei numerosi tentativi operati in questa legislatura di rivedere e riscrivere più o meno parzialmente le norme venatorie.

Stavolta, come accade quasi sempre, all’attacco del calendario venatorio è una parte consistente della destra. A far risuonare i corni di caccia della Lega Nord e della maggioranza Pdl sono con forza i capigruppo al Senato, Gasparri e Brucolo, spinti dalle elezioni che incombono e dalla minaccia della Confavi – associazione venatoria che fa capo al centrodestra e alla Lega – di piazzare una manifestazione di cacciatori il 9 marzo prossimo, a pochi giorni dal voto. «Togliere i riferimenti ai limiti temporali di caccia significa di fatto esporsi a pesantissime sanzioni europee.

E a guadagnarci non saranno tanto i cacciatori che vivono sul territorio quanto le aziende faunistico-venatorie che affittano a 10-15mila euro l’anno le botti di caccia nelle paludi venete», spiega Osvaldo Veneziano, presidente di Arcicaccia e da sempre strenuo difensore della 157 come «punto di mediazione che riconosce le ragioni di tutti, ambientalisti e cacciatori compresi». Spiega il senatore Pd Roberto Della Seta: «Nel centrodestra e nel governo ci sono posizioni molto diverse. Ad esempio, il ministero dell’Ambiente ha dato parere negativo. In Senato purtroppo prevale la linea dura ‘caccia libera tutti’, ma alla Camera non sono pochi i contrari all’allargamento dei termini: penso al ministro Brambilla e al sottosegretario Martini, e a parecchi deputati che si definiscono animalisti».

Di certo, la Comunitaria non appare proprio la legge più opportuna dove piazzare una norma che di fatto azzera il calendario venatorio, visto che è una norma pensata per recepire le direttive europee e rispondere alle procedure di infrazione in corso. Sulla caccia l’Italia è già entrata nel mirino dell’Unione europea a causa dell’eccessiva facilità con cui le Regioni concedono deroghe sia sui calendari (ma sempre all’interno dei paletti temporali) che sulle specie cacciabili. Ora l’aula di Palazzo Madama si prepara, nell’indifferenza della politica distratta da mille questioni, a dare il via libera alla caccia no timing.
da Terra news 27.01.10

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Dissensi anche nelle fila del Pdl. Giammanco: «Il Senato rispetti la volontà degli elettori»
Caccia, «Berlusconi ferma tu la strage». Appello al premier da 100 associazioni ambientaliste: articolo-trappola, permetterà di sparare senza limiti
L’appello del Wwf contro la legge sulla caccia
ROMA – «Berlusconi ferma la strage» cancellando l’articolo 38 dalla legge Comunitaria. Questo l’ appello che 100 associazioni ambientaliste – tra cui Lipu, Amici della Terra, Enpa, Legambiente, Lav, Greenpeace e Wwf – animaliste, civiche, culturali, sociali, di cittadini, sparse in tutta Italia stamattina al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a poche ore dal voto della legge Comunitaria nell’aula del Senato. «L’articolo 38 dalla legge Comunitaria – dicono le 100 associazioni – è un inganno all’Europa e ai cittadini italiani», nonchè «il via libera a un nuovo assalto agli animali». Per questo, prosegue l’appello, «ci rivolgiamo a lei, Signor Presidente, perchè intervenga immediatamente e impedisca l’approvazione dell’articolo 38 della legge Comunitaria».

CACCIA NO LIMITS? – Secondo l’allarme lanciato dalle associazioni «l’articolo 38, tra le altre cose, prevede la cancellazione degli attuali limiti massimi della stagione venatoria» permettendone «l’estensione anche oltre i già lunghi 5 mesi attuali, con l’ennesima strage di animali selvatici, di uccelli migratori, di cuccioli ancora alle dipendenze dei genitori, ma anche la presa in giro dei cittadini italiani che dovranno tollerare la presenza e i fucili dei cacciatori nei propri terreni. Il paradosso, Signor Presidente – continuano – è che tutto ciò avviene in risposta ad una durissima procedura di infrazione europea che contesta all’Italia di concedere troppe deroghe e di non prevedere il divieto assoluto di caccia nei periodi di dipendenza e migrazione degli uccelli». In sostanza «ci contestano di cacciare troppo e male» mentre la risposta che «darà oggi il governo» è di «aumentare la caccia». Tutto questo, fanno notare, avviene nel 2010, nell’anno internazionale della natura e della Biodiversità, «con il primo provvedimento del governo che sarà una riduzione delle tutele per la biodiversità e il via libera a un nuovo assalto». Le chiediamo, concludono i 100, di «intervenire in prima persona sul suo governo e in particolare sul ministro Ronchi, chiedendo la cancellazione dell’articolo 38».

DISSENSI NEL PDL – Ma forti dubbi sull’articolo contestato, oltre che dalle fila delle opposizioni che hanno presentato diversi emendamenti per la sua cancellazione, arrivano dalle fila della stessa maggioranza. «Il dissenso di gran parte dell’opinione pubblica nei confronti della caccia appare sempre più chiaro – sostiene ad esempio in una nota la deputata Gabriella Giammanco (ma contro il provvedimento si è già espresso anche un altro deputato pidiellino, Basilio Catanoso) -. Ciò emerge anche dall’ultimo sondaggio realizzato dall’Ipsos per le associazioni ambientaliste, dal quale risulta che l’86% degli intervistati dice ‘nò al prolungamento della stagione venatoria. Mi auguro, quindi, che l’Aula del Senato non accolga l’emendamento che cancella i limiti temporali della stagione venatoria, attualmente compresa tra il 1 settembre e il 31 gennaio». Lo afferma in una nota Gabriella Giammanco, deputata del Pdl. «Qualora l’emendamento dovesse essere approvato – sottolinea la Giammanco – si avrebbe un netto aggravamento della procedura di infrazione che la Ue ha aperto dal 2006 nei confronti del nostro Paese, al quale non si chiede di cancellare l’arco temporale della stagione venatoria ma di prevedere il divieto di caccia durante il periodo di riproduzione e migrazione delle specie cacciate. Sono sicura che al Senato la maggioranza di centrodestra, sostenuta dai rappresentati del governo, interverrà per rispettare l’opinione della maggioranza degli elettori».
La Stampa 28.01.10

Milleproroghe, quanti sprechi

La Lega ripropone il Piano Casa e il rinvio sul taglio delle poltrone comunali. Il Pdl risponde con una nuova sanatoria per gli abusi edilizi. Insomma, il decreto diventa il 1000sprechi. Alla faccia della crisi….Si chiama decreto Milleproroghe e mai fu nome più azzeccato. Una maxi normativa contenuta della nuova Finanziaria dove la maggioranza può sfogare ogni sua fantasia più esagerata. Si ritorna al Piano Casa, si stabiliscono fondi per Padre Pio, nuove tratte autostradali, Roma Capitale e rinvii scomodi, come quello sui tagli alle poltrone comunali e provinciali, prima della prossima tornata elettorale.

Siamo ancora agli inizi dell’iter che potrebbe confermare il decretone ma si può già dire con certezza che a farla da padrone nelle richieste/proposte sono gli esponenti della Lega. Il senatore Lucio Malan ha presentato tante idee per la casa a cominciare con il mantenimento del salotto buono e delle poltrone da non toccare, più una bella sanatoria per il giardino. In altri termini è stato riportato in auge il cosiddetto Piano Casa, quello che, per bocca di Berlusconi, autorizzava i proprietari di solo ville e villette ad ampliare la metratura cubica fino al 20%; ipotizzata – ma qui il “merito” è dei senatori del Pdl, Sarro e Nespoli – una speciale sanatoria per gli abusi edilizi realizzati entro il 31 marzo 2003; il rinvio al 2011 del taglio delle poltrone nei comuni e nelle province.

Non è un’iniziativa personale quella di Malan ma concordata con il ministro Roberto Calderoli, anche lui leghista. Per il bene dell’Italia (del Nord) la maggioranza ha richiesto la costruzione di particolare segmento della A4, la Milano-Brescia, “nel tratto intersezione A4-A26” per dirottare i Tir su “percorsi alternativi” e lo sgravio fiscale di quasi un milione l’anno “per gli acquirenti di tartufi dai raccoglitori dilettanti o occasionali”. Della serie: in crisi sì, ma mai senza tartufi!!

Alle iniziative leghiste il Pdl non ha fatto mancare il suo contraltare meridionale. Il senatore Cosimo Izzo ha richiesto 1,5 milioni l’anno per il Comune di Pietralcina prorogando, di fatto i benefici della legge del 2006 dopo la santificazione di Padre Pio. Della serie: ricordiamo i voti professati dal giovane fra’ Pio, povertà, castità ed obbedienza.

Ma tutto quello che luccica non è oro. Anche all’interno del decreto Milleproroghe emergono le antipatie all’interno della stessa maggioranza. Roma ladrona o Roma Capitale? Il governo sostiene la seconda ipotesi e propone lo stanziamento di 600 milioni per la città eterna di cui 500 destinati al Commissario per Roma Capitale. Ma ecco il piccolo emendamento che rompe le uova nel paniere di Alemanno che faceva tanto affidamento sui fondi. La Lega ha proposto una piccola modifica nel testo molto “pesante” nel merito: “il Commissario non dovrà più essere necessariamente il Sindaco di Roma ma anche un’altra persona”. Ai leghisti Alemanno non sta davvero simpatico e il sindaco ricambia lo stesso sentimento. Ma quando sono vicine le elezioni tutti si vogliono,come per magie, molto più bene.

“Apprendiamo dalla stampa che la maggioranza starebbe per presentare, tra le centinaia di emendamenti al cosiddetto ‘decreto milleproroghe’, anche emendamenti che riguardano sanatorie e condoni edilizi. Nella Conferenza dei Capigruppo di ieri si sono stabiliti tempi per la discussione di questo decreto. Alla luce pero’ di queste notizie che ci parlano di emendamenti, che se veri, non esitiamo a definire molto gravi e inaccettabili, chiediamo alla Presidenza del Senato un’ulteriore fissazione dei tempi, perché con le due ore a disposizione del mio Gruppo non si può affrontare con l’approfondimento e con la compiutezza necessarie una materia che è diventata così complessa e anche, voglio ripeterlo, così densa di disposizioni irricevibili. Non e’ possibile schiacciare a questo punto la discussione su temi cosi delicati per l’assetto ambientale e strutturale del paese”.
Lo ha dichiarato nell’Aula di Palazzo Madama la Presidente del Gruppo del PD Anna Finocchiaro, commentando le notizie apparse sui quotidiani stamattina che riguardano gli emendamenti presentati dalla maggioranza in vista della discussione del ‘decreto milleproroghe’.

“Un nuovo condono edilizio? Per Berlusconi sarebbe il terzo”, così Stella Bianchi responsabile Ambiente del Pd. “Come al solito la destra, dopo smentite e dietro-front, tenta ugualmente di far passare norme pericolose e dannose per la salute del territorio e dei cittadini.

Questa volta utilizza un emendamento al decreto “mille proroghe” per riproporre il condono edilizio del 2003 e tornare quindi a una irresponsabile sanatoria degli abusi sui beni ambientali e paesaggistici, la terza dei governi Berlusconi. Non dubitavamo dell’insensibilità della destra verso la tutela di un patrimonio culturale e ambientale unico quale è il territorio italiano. A stupire è l’assoluta indifferenza di fronte a tragedie come terremoti e alluvioni e al loro dolorosissimo tributo di vittime, che esigono un urgente ripensamento sullo sviluppo edilizio nel nostro Paese per garantire l’integrità del territorio e la sicurezza dei cittadini.

Per Ermete Realacci “il lupo perde il pelo ma non il vizio. Quando si parla di edilizia questa maggioranza non perde l’occasione per mandare al paese messaggi devastanti per il suo futuro. Con l’emendamento presentato dal senatore del PdL Lucio Malan al decreto milleproroghe si sta cercando di reintrodurre un nuovo piano casa che in barba alle norme vigenti consentirà nuove colate di cemento sparpagliate a caso e nuovi scempi nelle città e nel territorio. Un nuovo tana libera tutti da fermare con decisione prima che raccolga interessi illegali e speculatori e produca ulteriori scempi nel paese. All’Italia per uscire dalla crisi serve ben altro, è necessario un piano per rilanciare l’edilizia di qualità legata al risparmio energetico e alla bellezza, serve un piano di riqualificazione dell’edilizia pubblica e opere di manutenzione urbana. L’Italia ha già pagato un prezzo molto alto ai condoni edilizi di Berlusconi”.

Dello stesso parere anche i sentaori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante. “Gli emendamenti del Pdl in arrivo al decreto milleproroghe hanno un contenuto gravissimo. Oltre al cosiddetto ‘piano casa’ per l’ampliamento delle abitazioni, infatti, ci sarebbe anche un emendamento molto peggiore che proporrebbe di fatto un nuovo condono edilizio, esponendo per l’ennesima volta il nostro Paese alla cementificazione selvaggia con i pericoli che essa comporta”.
“Si profila dunque, di nuovo, un danno duplice per i cittadini – hanno proseguito i due senatori ecodem – Accanto al danno ambientale e paesaggistico, ci sarebbe infatti il danno per la sicurezza degli italiani. Il terremoto dell’Aquila e le alluvioni di Messina e Ischia, con molti morti e feriti, hanno drammaticamente riproposto la necessità di uno sviluppo edilizio equilibrato e rispettoso delle regole, in primis antisismiche, tutto il contrario di quello che farebbe la riapertura dei termini del condono edilizio. Una nuova ondata di cemento selvaggio e di costruzioni ‘fai da te’ esporrebbe tutti a grandi pericoli di instabilità degli edifici, soprattutto in caso di terremoti, alluvioni e altre calamità. Un nuovo condono edilizio sarebbe un atto di grande irresponsabilità da parte della maggioranza e del governo”.

A.Dra
www.partitodemocratico.it

Lavoro: Pd per il governo è la 36esima bocciatura. Ghizzoni: passa emendamento per assunzioni ricercatori a tempo indeterminato

“Il Governo e la sua maggioranza sono stati battuti oggi alla Camera per la 36esima volta dall’inizio di questa legislatura. Con il voto di oggi il Pd ha ottenuto che le risorse delle università rese disponibili dai pensionamenti vengano utilizzate per assumere ricercatori a tempo indeterminato e non per attivare i contratti di ricerca introdotti dalla legge Moratti nel 2005. Insomma abbiamo ottenuto che a fronte dei pensionamenti vi siano “posti sicuri” bocciando in questo modo anche la linea del ministro Gelmini.
Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura Manuela Ghizzoni, prima firmataria dell’emendamento su cui è stata battuta oggi la maggioranza alla Camera.

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(ECO) Ddl lavoro: Pd, per il Governo 36ma bocciatura da inizio legislatura (Il Sole 24 Ore Radiocor) – Roma, 27 gen – “Il Governo e la sua maggioranza sono stati battuti oggi alla Camera per la 36esima volta dall’inizio di questa legislatura”. Lo rileva la prima firmataria dell’emendamento al Ddl collegato sul lavoro approvato dall’Aula con il no di relatore e Governo, la capogruppo del Pd nella commissione Cultura, Manuela Ghizzoni. “Con il voto di oggi – spiega Ghizzoni in una nota – il Pd ha ottenuto che le risorse delle Universita’ rese disponibili dai pensionamenti vengano utilizzate per assumere ricercatori a tempo indeterminato e non per attivare i contratti di ricerca introdotti dalla legge Moratti nel 2005. Insomma – conclude l’esponente del Pd – abbiamo ottenuto che a fronte dei pensionamenti vi siano ‘posti sicuri’ bocciando in questo modo anche la linea del ministro Gelmini”. L’emendamento dell’opposizione e’ passato con 222 voti a favore e 214 contrari; dai tabulati emerge che, fra missioni e assenze, non hanno partecipato al voto 99 deputati del Pdl.

DDL LAVORO: GHIZZONI (PD), GOVERNO BATTUTO PER 36/MA VOLTA
(ANSA) – ROMA, 27 GEN – ”Il Governo e la sua maggioranza sono stati battuti oggi alla Camera per la 36/ma volta dall’inizio di questa legislatura. Con il voto di oggi il Pd ha ottenuto che le risorse delle universita’ rese disponibili dai pensionamenti vengano utilizzate per assumere ricercatori a tempo indeterminato e non per attivare i contratti di ricerca introdotti dalla legge Moratti nel 2005. Insomma abbiamo ottenuto che a fronte dei pensionamenti vi siano ‘posti sicuri’ bocciando in questo modo anche la linea del ministro Gelmini”. Lo afferma Manuela Ghizzoni (Pd), prima firmataria dell’emendamento su cui e’ stata battuta oggi la maggioranza
alla Camera durante l’esame del ddl Lavoro.(ANSA).

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Intervento dell’On. Ghizzoni per illustrare l’emendamento poi approvato dall’Assemblea, a cui il governo aveva dato parere negativo,

“”Signor Presidente, l’obiettivo dell’emendamento in esame è molto semplice ed è finalizzare le risorse degli atenei che si rendono disponibili dal pensionamento del personale per assumere ricercatori a tempo indeterminato e non per attivare i contratti di ricerca a tempo determinato introdotti dalla legge Moratti del 2005. Insomma, se dovessi fare una battuta direi che a fronte dei pensionamenti creiamo posti di ruolo, posti «sicuri», per richiamare un’espressione recentemente utilizzata anche dal Ministro Tremonti.
Io qui, colleghi, non farò un’apologia del posto fisso nel settore della ricerca. Voglio limitarmi a riportare alla vostra attenzione un dato di realtà, cioè di migliaia di giovani ricercatori di talento che premono alle porte dell’accademia italiana per innovare la ricerca del nostro Paese e per innovare la didattica del sistema universitario. Eppure voi, con questo parere negativo al nostro emendamento, che quindi respingete, condannate questi giovani ad invecchiare nella precarietà, senza comprendere – questa è la cosa più grave – che così facendo voi condizionate non soltanto il loro talento ed il loro futuro, ma soprattutto continuate a compromettere la competitività del nostro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).””

Per non dimenticare

E’ il Giorno della memoria. Memoria dell’Olocausto, memoria dell’orrore compiuto dall’uomo sull’uomo. Una memoria necessaria più che mai oggi per ricordare il passato e vigilare sul presente.Senza radici comuni i popoli non possono avere un presente degno della loro storia e tanto meno costruire un futuro. Oggi ricordiamo i 6 milioni di ebrei vittime del nazismo, gli orrori di quello sterminio, le persecuzioni e i campi di concentramento. “Senza memoria non c’è futuro. E la memoria della Shoah dovrà rimanere per sempre come monito per tutta l’umanità affinché mai più sia raggiunto quell’abisso”.
E’ con queste parole che Pier Luigi Bersani interviene nelle celebrazioni della ‘Giornata della memoria’.
“E’ nostro dovere tramandare, soprattutto alle nuove generazioni, la storia tragica della Shoah per non dimenticare e perché ciò che è stato ancora oggi
interroga le nostre coscienze. Non dimenticare l’abisso per non dimenticare che odio e pregiudizio sono le cause che l’hanno determinato. Per questa ragione – prosegue Bersani – chi è chiamato, nella politica come nella società, ad assolvere una responsabilità deve sentire su di sé l’impegno morale di non alimentare mai questi sentimenti; deve sentire l’urgenza morale di unire e non di dividere, di aiutare la comprensione reciproca di quell’insieme di persone che chiamiamo umanità”.
“Le tante iniziative previste oggi, in tutta Italia, per celebrare la ‘Giornata della Memoria’ per ricordare la persecuzione e lo sterminio del popolo ebraico, i deportati militari, civili e politici nei campi di sterminio nazisti, siano quindi motivo per riflettere sul valore della dignità e del rispetto dei diritti umani di ogni singola persona”.

Napolitano: “Non dimenticare ciò che è stato perchè non abbia mai più a ripetersi”.
Il Capo dello Stato in occasione delle celebrazioni del Giorno della Memoria, ha inviato un messaggio al Presidente della Fondazione del Memoriale della Shoah di Milano, Ferruccio De Bortoli, per la posa della prima pietra del Memoriale della Shoah di Milano in cui esprime il suo “apprezzamento per avere portato a compimento il non facile percorso necessario per dare inizio ad un’opera che ritengo altamente significativa, quale luogo di testimonianza di un evento tragico che dovrà per sempre rimanere quale monito nella memoria delle generazioni future. Ricordo con commozione la visita che ebbi modo di compiere tre anni fa in quel cupo sotterraneo della Stazione di Milano che era punto di partenza per il viaggio dei treni blindati diretti ai campi di sterminio nazisti, dove vennero atrocemente eliminati più di ottomila italiani di religione ebraica: uomini e donne di ogni età, vecchi e bambini, scoperti ed arrestati in Italia con l’attiva e consapevole complicità della Repubblica Sociale. Peccheremmo di colpevole indifferenza se non adempissimo quello che ci si presenta come un dovere: non dimenticare ciò che è stato, in una fosca stagione della nostra storia. Così come non dimentichiamo il grande stuolo dei giusti italiani che, a rischio della loro stessa vita, contribuirono a salvare molte migliaia di ebrei, non soltanto italiani. Fu la loro un’opera di riscatto per il nostro popolo”.

Ma quanti hanno perso al vita sotto il nazismo in una strage meticolosamente portata avanti per anni?
Le stime sono le seguenti:
Ebrei 5 – 9 milioni.
Polacchi non ebrei 1,8 – 2 milioni
Rom e Sinti 220 – 500 mila
Disabili e Pentecostali 200 – 250 mila
Testimoni di Geova 2 – 5 mila
Dissidenti politici 1,5 – 2 milioni
Slavi 1 – 2,5 milioni
Prigionieri di guerra Sovietici 2 – 3 milioni.
TOTALE 12,25 – 17,75 MILIONI di esseri umani.

Numeri da ricordare ai dementi che hanno deturpato con scritte antisemite, svastiche e celtiche il Museo della Liberazione a Roma, in via Tasso. Sono comparse nella notte parole contro l’Olocausto e la Giornata della Memoria, subito condannate.
Matteo Orfini, responsabile Cultura della segreteria nazionale del Pd, le bolla come “una vergogna. La città di Roma si è sempre distinta per la sua generosità, il suo altruismo e per un autentico antifascismo e non merita
che la sua storia venga infangata da atti come quelli compiuti oggi. Chi osa offendere la memoria della Shoah offende l’umanità intera. Chi ha avuto la codardia di compiere un gesto simile sappia che non può dirsi figlio di
questa città”.

Mentre il deputato PD Michele Meta chiede di scongiurare la ricerca del capro espiatorio: “Quei quattro fascisti che hanno imbrattato i muri del Museo della Liberazione di via Tasso hanno perso non solo la memoria ma anche la dignità di cittadini e meritano una dura condanna da parte delle istituzioni e dei romani. Nella giornata del ricordo delle vittime del nazifascismo – prosegue Meta -, riaffiorano rigurgiti di intolleranza che credevamo ormai sepolti. Non sappiamo bene se ciò è il frutto dello sfilacciamento progressivo dei valori costituzionali nel Paese, sostenuto spesso ad arte da alcuni rappresentanti della destra e dalla Lega, ma siamo certi della sempre maggiore intolleranza nei confronti degli immigrati, degli omosessuali e dei “diversi” che ha rappresentato in passato l’anticamera di terribili tragedie. Dobbiamo evitare in ogni modo che ad una società addormentata e distratta da falsi problemi – conclude Meta-, con una crisi economica dalle conseguenze gravissime, vengano dati in pasto capri espiatori, e impegnarci per isolare ogni tentativo di intolleranza e discriminazione”.

“Senza radici comuni ed una memoria condivisa i popoli non possono avere un presente degno della loro storia e tanto meno costruire un futuro – dichiara il Vice Presidente del Senato Vannino Chiti nel giorno in cui si fa memoria della Shoah – A distanza di tanti anni da quell’atroce tragedia – sottolinea Chiti – abbiamo il dovere di impegnarci affinche’ le giovani generazioni sappiano cosa accadde al popolo ebraico in quella stagione di barbarie” (la dichiarazione completa nell’area stampa).

I Giovani Democratici dell’Emilia-Romagna ricordano
come il 27 gennaio 1945 “fu chiaro ed inoppugnabile davanti al mondo, l’inumano genocidio di milioni di ebrei.
Il popolo ebraico non fu l’unico oggetto delle persecuzioni perpetrate dal folle totalitarismo nazista: omosessuali, rom, dissidenti politici, disabili, prigionieri sovietici, polacchi, slavi e minoranze religiose furono le vittime di una cieca intolleranza e di uno smisurato odio. Questa Giornata dovrà rimanere per sempre impressa nella nostra Memoria, per ricordarci il male assoluto che il nazismo ed i suoi ideali rappresentarono. Un monito quanto mai attuale, dal momento che l’intolleranza, il pregiudizio, la violenza razziale, religiosa ed omofoba non sono state estirpate, ma sopravvivono anche nel presente. La paura e l’avversione per il diverso, ricominciano ad aleggiare anche nella civile Europa, testimoniandoci come spesso la ragione dell’essere umano sia insufficiente per scongiurare il prevalere dell’odio”. E promettono: “Finché avremo fiato vigileremo affinché una simile tragedia non debba mai ripetersi”.

I Circoli del Partito Democratico di Casaletto Lodigiano, Caselle Lurani, Castiraga Vidardo e Valera Fratta (LODI) ci hanno inviato la riflessione che pubblichiamo di seguito:
Il 27 gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, durante la loro avanzata verso Berlino, arrivarono nella cittadina polacca di Oświęcim (Auschwitz) e si trovarono di fronte al suo tristemente famoso campo di sterminio, liberandone i pochi superstiti, rivelando al mondo l’orrore del genocidio nazista.
Con la Legge 20 luglio 2000 n. 211, il Parlamento Italiano ha aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come la giornata in cui commemorare le vittime del nazismo e ricordare tutti coloro che, a rischio della propria, hanno salvato altre vite.
Quando l’Armata Rossa fece il suo ingresso nel campo di concentramento di Auschwitz, emerse, in tutta la sua drammaticità, l’orrore per l’olocausto di un popolo; le immagini, immortalate dagli operatori sovietici e mostrate al processo di Norimberga, come prova contro i crimini nazisti, sconvolsero il mondo intero, che prese finalmente coscienza dell’agghiacciante e sistematico stermino di ben 6 milioni di ebrei, teorizzato da Hitler nel suo “Mein Kampf” e coscienziosamente messo in pratica, dopo la conquista del potere.
L’antisemitismo, però, non è un’invenzione tedesca.
L’odio nei confronti degli ebrei ha le sue origini nell’antichità, è una forma di razzismo con motivazioni religiose, nel “Terzo Reich” trova un’espressione particolarmente violenta e orribile : il tentativo dell’eliminazione di massa di tutto un popolo.
Ricordare ciò che è stato, il delirio collettivo in cui sono caduti molti Paesi europei, è il tentativo di costruire un futuro libero da simili orrori, ma non è una garanzia di pace e di democrazia, non basta crogiolarsi nella memoria, bisogna agire ogni giorno, bisogna educare alla tolleranza e alla pace noi stessi e le giovani generazioni.
Undici milioni di persone sono passati attraverso i campi di concentramento, non erano tutti Ebrei, c’erano perseguitati politici, asociali, omosessuali, zingari, criminali comuni, testimoni di Geova, per ognuno di loro un numero e un pezzetto di stoffa colorata a segnare l’origine e il destino.
Se non cerchiamo di smontare i meccanismi che alimentano l’odio razziale, che giustificano la catalogazione degli uomini e il riconoscimento dei diritti sulla base di presunte appartenenze rischiamo di ricommettere gli stessi errori, magari rinnovati nella forma, agiti in sintonia con i tempi e con le nuove situazioni, ma alimentati dalla stessa cieca paura che annebbia la ragione, che ti fa dire: è necessario, è spiacevole ma è necessario, proprio non possiamo fare diversamente..
La paura, una paura che fa chiudere gli occhi, che giustifica gesti e azioni che non consentiamo neppure contro i nostri amati animali domestici, perché razzista non è chi riconosce le differenze, ma chi nega al diverso l’appartenenza all’umanità.
Anche allora si levarono voci di protesta, qualcuno usò il suo potere e le sue risorse per salvare vite, molti pagarono un prezzo altissimo, oggi sono eroi,di qualcuno di loro non abbiamo neppure il ricordo, ma non sono bastati.
Per fermare la barbarie ci vuole un’onda d’urto, non bastano qualche dibattito televisivo più o meno accesso, qualche immagine raccapricciante, qualche vescovo o prelato che ci ricorda che siamo tutti figli dello stesso Padre.
Le parole, le immagini, perfino la religione, tutto più essere strumento da piegare ai propri desideri,
da usare per giustificare l’ingiustificabile, l’unica consapevolezza è che siamo tutti uomini e la violenza contro noi stessi non può appartenerci.
Lo stesso Primo Levi, in quello che è considerato il suo testamento, un anno prima della sua morte, ribadiva come i germi della catastrofe ancora si annidano nella nostra epoca, e che resta sempre costante il rischio che quella catastrofe si riproponga: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire“.
Diversi anni dopo aver lasciato il campo di sterminio, Primo Levi inseguito dai fantasmi si toglie drammaticamente quella vita che aveva difeso con tutte le sue forze durante gli anni della deportazione, le sue pagine e le sue poesie sono la sua preziosa eredità.

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
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Auschwitz, preghiere e ricordi
per celebrare il giorno della Memoria
In Italia manifestazioni e convegni, il premio Nobel per la pace Wiesel parla alla Camera
VARSAVIA – Ci sono gli ex internati del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, i reduci dell’Armata rossa che 65 anni fa liberarono il campo, studenti da tutta Europa, e molte personalità politiche, tra cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Insieme nel luogo che è divenuto il simbolo del ricordo dell’1,1 milione di vittime dell’Olocausto, nel giorno della Memoria che coincide con l’anniversario della liberazione del campo.

Le sirene di Auschwitz risuoneranno di nuovo alle 14,30 per marcare l’inizio delle cerimonie in quello che fu il più grande campo di sterminio installato dai nazisti nella Polonia occupata.
I partecipanti alle commemorazioni si raccoglieranno davanti al memoriale di Birkenau per recitare il kaddish (la preghiera ebrea dei morti) e preghiere ecumeniche e per ascoltare i discorsi ufficiali. Tra il 1940 e il 1945, circa 1,1 milioni di uomini, donne e bambini, di cui un milione di ebrei provenienti da tutta Europa, sono morti in questo luogo.

In mattinata, il Congresso ebraico europeo terrà una conferenza a Cracovia, nel sud della Polonia a circa cinquanta chilometri dal campo, a cui il presidente americano Barack Obama inverà un messaggio video. In contemporanea, i ministri europei dell’istruzione rifletteranno sui metodi di insegnamento ai giovani delle lezioni di Auschwitz.

In questa che l’Onu ha dichiarato universalmente Giornata della memoria, verrà anche inaugurata una mostra in Russia sulla liberazione del campo, che è l’unico tra i campi di sterminio nazisti ad essere stato preservato così come fu abbandonato dai nazisti in fuga di fronte all’avanzata dell’Armata rossa. Oggi è divenuto un museo, tornato di recente nelle cronache per il trafugamento dell’insegna di ferro posta all’ingresso (“Il lavoro rende liberi”), poi ritrovata. Altri campi installati in Polonia, come Sobibor, Treblinka o Belzec, vennero completamenti distrutti dai nazisti. Il museo di Auschwitz, che comprende le circa 300 baracche in cui vivevano reclusi gli internati e le camere a gas in cui vennero sterminati, è stato visitato da 1,3 milioni di persone nel 2009.
In Italia. Numerose le iniziative, oltre ai treni organizzati da sindacati e scuole alla volta di Auschwitz. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano presiederà alle celebrazioni ufficiali a Roma, il cui momento culminante sarà il discorso alla Camera del premio Nobel per la pace Elie Wiesel alla presenza del capo dello Stato e del presidente della Camera Gianfranco Fini.

Preghiere in sinagoga, mostre storiche e spettacoli teatrali, convegni e concerti in tutta Italia. Il momento più solenne si svolgerà al Quirinale quando, alla presenza del capo dello Stato Napolitano, il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta consegnerà le medaglie d’onore ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti. Cerimonie e celebrazioni si svolgeranno in tutte le città d’Italia, a partire da Milano, Torino, Bologna, Genova, Firenze, Bari e Cosenza. Sempre al Quirinale, si tiene poi la premiazione delle classi vincitrici del concorso “I giovani ricordano la Shoah”. Ancora a Roma, il comitato “Memoria, dialogo, pace” organizza un dies memoriae a cui parteciperanno mons. Rino Fisichella, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, l’ambasciatore d’Israele Ghideon Meir e il ministro della Gioventù Giorgia Meloni. Il presidente del Senato celebrerà l’evento alle risiere di San Sabba. In serata, alle 20.30 alla sinagoga di Roma, i sopravvissuti ebrei ai lager incontrano insieme la comunità ebraica di Roma con il loro presidente Riccardo Pacifici e il rabbino Di Segni.
La Repubblica 27.01.10

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La bambina del binario 21, di FABIO POLETTI
L’ultima superstite milanese torna sul luogo da cui partì il treno per Auschwitz
Il viaggio di Liliana Segre non è ancora finito. Anche se oggi ha ottant’anni, i capelli candidi, gli occhiali che le danno un’aria da anziana signora finalmente in pace, si sente ancora «la nonna di me stessa», come racconta nel film di Andrea Jarach «Binario 21».

Su quel binario nei sotterranei bui della stazione Centrale, a Milano, dove per decenni sono rimaste assopite coscienze insensibili a offese mostruose, Liliana Segre è tornata ieri. E anche se non era la prima volta, per lei, è stata un’occasione speciale. C’è venuta per inaugurare quel monumento, si spera inchiodato per sempre a un binario morto – un vagone piombato, il filo spinato là in alto -, che ricorda quelli che non tornarono da Auschwitz e i troppi che nei campi vennero deportati partendo dalla stazione di marmo lucido che Mussolini volle a dimostrare la «grandezza dell’Impero».

Era una bambina, Liliana Segre, quando partì. Aveva tredici anni e non sapeva ancora che essere ebrea, anche se italiana, fosse una colpa grave. Su quel treno, il 30 gennaio 1944, erano in seicentocinque. Quattrocentosettantasette tra i quali suo padre furono uccisi all’arrivo ad Auschwitz. Altri 108 morirono prima della liberazione e dell’arrivo dei russi. Alla fine della guerra torneranno in venti. Troveranno per anni porte chiuse, insensibili al dolore e alla memoria. La prima stesura del libro di Primo Levi «Se questo è un uomo» venne rifiutata dagli editori. Liliana Segre aspetterà cinquant’anni, prima di farsi «memoria» da sé.

«Oggi al binario 21 ho chiesto a tutti che si alzassero in piedi. Non volevo che onorassero solo chi, come me, è sopravvissuto ai campi. Volevo che si ricordassero di quelli che non sono più tornati. Sono arrivata a ottant’anni per vedere questo momento. Spero di avere la forza di esserci anche tra due, quando sarà finito il monumento» dice lei, che si sente una voce tra tante: identica a quella che avrebbero avuto quei 6 milioni di deportati se fossero tornati a casa.

Ebrei, antifascisti, antinazisti, omosessuali, comunisti, prigionieri politici, zingari, onorati e finalmente ricordati con una legge voluta dal Parlamento solo nel 2000. Una legge che finalmente istituisce il 27 gennaio, data in cui vennero abbattuti i cancelli di Auschwitz, «Giorno della Memoria».

«Questo è un Paese dalla memoria corta. È sempre fastidioso fare i conti con il proprio passato. Per anni i libri di storia si sono fermati alla prima Guerra mondiale. Il silenzio è stata una costanza. L’indifferenza è molto peggio della violenza», dice oggi Liliana Segre. Parole simili a quelle usate per raccontare cosa accadde un giorno di dicembre, quando tradita da una guardia di confine svizzera che la ricaccia in Italia insieme al padre, venne reclusa a San Vittore nel braccio degli ebrei voluto dalle leggi razziali.

Ricorda un giorno da bambina, Liliana Segre, nel libro scritto da Emanuela Zuccalà «Sopravvissuta ad Auschwitz»: «A calci e pugni fummo caricati su un camion e portati alla stazione Centrale. La città era deserta. I milanesi non provarono alcuna pietà per noi: restarono in silenzio dietro le loro finestre».

Adesso, invece, i milanesi ricordano. Nei sotterranei bui della stazione ci sarà un monumento per non dimenticare. Dal binario 21 ogni anno – e anche oggi – partono treni verso Auschwitz carichi di studenti delle scuole superiori. «Qualche volta sento dire che ci sono le “gite” ad Auschwitz. Io, quei viaggi, preferisco chiamarli pellegrinaggi. Sono utili, è chiaro. Ma un po’ mi dispiace quando sento che nel programma è compresa anche la discoteca la sera, perché la gita non diventi troppo pesante per i ragazzi».

Dopo cos’ha visto e vissuto, adesso che ha ottant’anni, Liliana Segre non ha più tempo per diplomatici giri di parole. Il vento dell’oblio non la tocca. Ma davanti a polemiche che ogni anno spuntano dal calendario e da memorie distorte si è fatta meno sensibile. Negare certe pagine del diario di Anna Frank perché troppo crude la scuote come la leggerezza di chi parla a vanvera di Olocausto: «Mi è capitato di leggere romanzetti in cui si raccontava di Auschwitz… Fare diventare di moda la Shoah è come negarla».

Solo ai negazionisti, agli ostinati che non credono a quell’orrore, Liliana Segre non vuole rispondere: «Non è importante quello che io penso di loro. Vorrei sapere cosa loro pensano di me. Cosa pensano di quella bambina che salì su un treno al binario 21 e che, di quel giorno, ricorda allora ogni immagine, ogni odore, ogni voce».
La Stampa 27.01.10

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Così le leggi razziali distrussero la scienza, di Pietro Greco
Oggi è la giornata della memoria. Ed è bene non dimenticare nessuna delle tragiche conseguenze che l’odio di razza ha prodotto in Europa a partire dal 7 aprile 1933. Non perché prima di quella data l’odio razziale non allignasse nel continente. Ma perché quel giorno in Germania l’odio assume una veste giuridica ed ebrei (ma anche zingari e poi portatori di handicap e persone ritenute antisociali) iniziano a essere discriminate per legge, creando le premesse per lo sterminio di massa.
La legge cui ci riferiamo riguarda il «ripristino dell’impiego nel pubblico servizio» che, col «paragrafo ariano», obbliga tutti coloro che ariani non sono a lasciare gli incarichi pubblici. Ciò comporta un grosso problema soprattutto per la comunità ebraica. Nei mesi successivi e con una serie di provvedimenti tra loro tristemente coerenti medici, insegnanti, giuristi ebrei sono costretti lasciare ospedali, scuole, tribunali.
Nelle università l’impatto delle leggi razziali è devastante. In pochi mesi 1.200 professori ebrei – il 14% dell’intero corpo docente della Germania – sono costretti a lasciare il loro incarico. Cacciati via. Per il momento Hitler acconsente alla richiesta del presidente von Hindenburg e concede una deroga ai veterani di guerra e ai figli dei caduti in guerra. Ma ben presto anche queste eccezioni verranno superate. Cosicché, nei cinque anni successivi, saranno cacciati via dalle università altri 1.600 ebrei. In totale tra il 1933 e il 1938 saranno 2.800 i professori cacciati via: un terzo dell’intero corpo docente.
Gli effetti sulla scienza tedesca e, più in generale, europea sono devastanti. Nel solo 1933 il 20% dei matematici, dei fisici, dei chimici e dei biologi tedeschi erano ebrei: una percentuale enorme, se si considera che la popolazione ebrea in Germania non superava il mezzo milione di persone ed era pari ad appena l’1,5% della popolazione.
Erano ricercatori di grande qualità. Come dimostra la storia dei premi Nobel. Tra il 1901, anno di istituzione del premio, il 1932 erano stati assegnati esattamente 100 Nobel scientifici. La Germania ne aveva vinti 33, contro i 18 della Gran Bretagna e i 6 degli Stati Uniti. Di quei 33 ben 8 (un quarto) erano stati vinti da scienziati ebrei.
Ebbene tutte queste persone, compresi gli 8 Nobel, lasciarono la Germania. La gran parte emigrarono in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. La perdita per la cultura scientifica tedesca fu enorme e mai più riparata. Basta, ancora una volta, dare uno sguardo alla storia dei Nobel per averne un’indicazione. Tra il 1933 e il 1960 sono assegnati un altro centinaio di Nobel scientifici a Stoccolma. La Germania ne vince solo 8, contro i 21 della Gran Bretagna e i 52 degli Stati Uniti.
Qualcosa di profondo è cambiato. L’asse scientifico del mondo non è più centrato sulla Germania e neppure sull’Europa, ma si è ormai posizionato oltre Atlantico. Per questo gli americani Jean Medawar e David Pyke hanno intitolato Hitler’s Gift, il regalo di Hitler agli Stati Uniti, il loro libro che ricostruisce la storia degli scienziati ebrei perseguitati dai nazisti.
Anche in Italia ci sono stati effetti analoghi. Ben ricostruiti da uno storico attento, come Pietro Nastasi. Quando il governo Mussolini promulga nel 1938 le leggi razziali anche in Italia, 99 professori ordinari ebrei sono costretti a lasciare il loro incarico. Poiché il corpo docente italiano è costituito da 1356 professori ordinari, si tratta di una perdita secca del 7,3%. Da considerare come gli ebrei in Italia fossero appena 50.000, lo 0,15% della popolazione.
Agli ordinari vanno aggiunti 191 liberi docenti (per la gran parte, 117 a medicina). La scienza in Italia è meno sviluppata, ma dei 99 ebrei cacciati dalle università 22 appartengono a facoltà scientifiche e altri 22 a facoltà mediche. Quanto alla libera docenza, 137 dei 191 ebrei cacciati lavorano in facoltà scientifiche.
La perdita è, ancora una volta, incommensurabile. In ogni campo. Vengono mandati via matematici di valore assoluto, come Federigo Enriques o Tullio Levi-Civita. Maestri straordinari, come il biologo Giuseppe Levi che a Torino ha tra i suoi allievi tre futuri premi Nobel (Salvatore Luria, Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini). Ma è forse la fisica a subire il danno peggiore. In Italia esistevano due gruppi di assoluto valore mondiale, quello di Enrico Fermi a Roma, considerato al top planetario nel campo della fisica nucleare, e quello di Bruno Rossi a Padova, considerato tra i primi due o tre al mondo nel campo della fisica dei raggi cosmici.
Entrambi i gruppi si dissolvono all’impatto con le leggi razziali. E non è un caso che entrambi e leader – Enrico Fermi e Bruno Rossi – emigreranno negli Usa, diventando giganti della fisica americana. È stato il Mussolini’s Gift agli Stati Uniti d’America.
L’Unità 27.01.10

"Obbligo scolastico a 15 anni? Idea povera, per i figli dei poveri", di Mario Rossi Doria

La destra italiana mostra – in campo educativo – una grande competenza nel proporre soluzioni apparentemente chiare a problemi che si trascinano. Ma ogni volta le propone al ribasso. Povere. E soprattutto tali da consolidare, sempre in peggio, lo stato delle cose. Che, però, intanto, lungo i decenni, andavano sfilacciandosi. Mentre noi guardavamo altrove. Tanto che, forse va finalmente detto che vi è un nesso terribile tra la rimozione prolungata dei problemi educativi del Paese di cui molta parte della sinistra è stata co-responsabile e la mannaia semplificatoria della destra.

Un esempio? Il tema del presidio del limite a scuola. Da decenni era del tutto evidente che crescevano comportamenti inaccettabili. Come mantenere le regole, come proporre una scuola sì accogliente ma anche capace di sanzionare quel che non va? Alcuni di noi da molti anni facevano proposte. Invece di mettere note sul registro perché non inventiamo dei cartellini gialli, delle ammonizioni? Con momentanea separazione. Come si fa coi giocatori di hockey. E accompagnate da azioni riparative: pulire, aggiustare oggetti. Simbolicamente forti. Coinvolgendo su ciò le famiglie insieme ai ragazzi, grazie a un patto sottoscritto. Ma spesso – oh quanto spesso – ci si è fatto notare che quella era una deriva autoritaria, che è l’accoglienza quella che conta. Quando è da sempre evidente che accoglienza e regola sono l’una funzione dell’altra.

Passano gli anni. La situazione ristagna e peggiora. E arriva una proposta finta ma leggibile: il 5 in condotta di questo governo. Che non ha una dimensione educativa e non risolve certo la questione del come si fa a cambiare i comportamenti distruttivi di Antonio o Lina. Ma, appunto, sembra chiara a una vasta opinione pubblica. E poi è semplice. Non ci fa pensare.
Beh, è accaduto di nuovo. Con la proposta di ridurre l’obbligo di andare a scuola e trasferirlo nell’apprendistato. A quindici anni. Proposta che, naturalmente, è rivolta alla fascia più debole della popolazione, quella che non riesce a stare a scuola. E che corrisponde esattamente ai figli dei più poveri. Come dimostrano tutti i dati: Ocse, Istat, Commissione povertà, studi Isfol. E anche seri studi della Banca d’Italia e della Confindustria. Chi le frequenta queste cose, le sa.

I quindicenni più esclusi. Ragazzini che vivono nelle periferie delle città del Nord. E, in numero maggiore, nel Mezzogiorno. Dove gli adolescenti sono abbandonati a se stessi… se non peggio. È evidente che, al Nord, i ragazzini caduti già fuori dall’obbligo – perché si assentono, perché vengono bocciati – andranno prima a lavorare. E che si moltiplicheranno due situazioni. La prima è che entrano nel lavoro vivo – nelle fabbriche, in agricoltura, nell’edilizia – ragazzini che fan fatica a reggere emotivamente. I quindicenni di oggi non reggono la richiesta dura di ritmi, affidabilità, procedure, gerarchie. La seconda è che, se, invece, reggono, non si muovono più da lì, con quelle limitate mansioni e un salario misero. E a trent’anni, poi, non riescono a riqualificarsi. E riproducono povertà per sé e i propri figli. Perché i minimi del sapere di cittadinanza non sono stati consolidati. Perché pure per usare i materiali per montare pezzi o verniciare bisogna sapere un po’ di inglese. Perché il computer è ovunque ormai, tranne che nella soglia più bassa di tutte. Perché non è vero che le aziende costruiscono formazione per questa fascia di lavoratori. E perché il famoso life long learning è una chimera in questo Paese. Quali agenzie, pubbliche o private, in Italia, prendono uno che fa il manovale a ventisette anni e lo fa da oltre dieci, gli fanno un bilancio di competenza, gli propongono di riqualificarsi e magari – come, invece, avviene altrove in Europa – gli diminuiscono l’orario mantenendo il salario e gli pagano ore per ri-imparare?

E al Sud dove non funziona né la formazione professionale né l’apprendistato legale? Nella migliore delle ipotesi il quindicenne riceverà il viatico legale per fare quello che già fa. Cioè lavorare al nero – 80 euro a settimana – nelle fabbrichette con pochissimo know how, vendere per le case, pulire scale, fare solo gli shampoo presso i parrucchieri, smontare gomme o pezzi delle macchine senza saperli poi riparare, portare caffè per gli uffici senza neanche imparare a farli. Per non parlare del portare droga in giro, fare il palo, imparare a sparare…

Ma vogliamo dirla tutta? Queste fasce precocemente diseredate – sono ben più dei 126 mila – che, caduti fuori dalla scuola, ora sono candidati a queste prospettive, non li si è visti annaspare a scuola da decenni? Non avevano bisogno di tempo dedicato speciale e aggiuntivo, uno a uno, che superasse questa folle idea dell’uguaglianza, che non sa guardare in faccia la verità delle vite diverse? E le famiglie non potevano avere un premio in denaro se li sostenevano negli studi? Ecco: le proposte operative sulla dispersione scolastica alcuni di noi le facciamo da anni e anni. Ma si trattava di dare cose diverse a persone diverse, come predicava don Milani. E, invece, magari nel nome di don Milani, tanta parte della sinistra ha difeso la scuola com’è, lineare e uniforme, standardizzata. Che non riusciva, però, a conquistare e proteggere proprio chi ne aveva bisogno.
«Marco, perché fai venire a scuola prima e dai la colazione calda a quelli che non ci vogliono venire. Perché dai una paghetta di due euro simbolici al giorno a questi inadempienti all’obbligo? Bisogna dare le cose uguali a tutti». Così arriva Sacconi: le cose stanno come stanno, è meglio mandarli a lavorare e dirlo chiaro. Semplice, senza pensarci troppo su.

Così. Now I have a very little dream. Ora ho un piccolissimo sogno. Mi piacerebbe parlare di quel che faremmo noi. Roba pratica. Operativa. E non di quanto sono cattivi loro. Non è forse sul merito delle cose che dovrebbe fondarsi l’alternativa di cui si parla? Proporre cose concrete, comprensibili ai cittadini. Che magari qualcuno di noi ha pure provato. Al Paese e magari a qualcuno tra gli avversari. Perché no? In alternativa, appunto, a quel che dice e fa questa destra. Ma temo che, in questo come in altri campi, il mio piccolo sogno rimarrà tale. È più facile parlare di “politica” – si fa per dire – che di cose da fare per il bene comune.
L’Unità 27.01.10

Elie Wiesel alla celebrazione in Aula. Inaugurazione della mostra "Auschwitz-Birkenau"

La Camera dei deputati, a dieci anni dall’entrata in vigore della legge che ha istituito il Giorno della Memoria per ricordare la Shoah, celebra l’evento, alla presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nell’Aula di Montecitorio, mercoledì 27 gennaio, alle 12,15. Alla celebrazione, che sarà aperta dal Presidente della Camera, Gianfranco Fini, interverrà il Premio Nobel per la Pace, Elie Wiesel. L’iniziativa sarà trasmessa in diretta dal canale satellitare della Camera, dalla webtv e da Rai Uno.
Prima della cerimonia in Aula, alle ore 12, Wiesel, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e il Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, inaugureranno, nella Sala dei Busti, la mostra “Auschwitz-Birkenau, 65° Anniversario della Liberazione, 27 gennaio 1945 – 27 gennaio 2010”. Attraverso documenti, fotografie e lettere inedite, oggetti provenienti dai ghetti e dal campo di Auschwitz-Birkenau, testimonianze scritte e figurate e filmati, la mostra intende offrire al pubblico la possibilità di conoscere quanto vissuto da milioni di persone prima, durante e dopo il loro internamento nel campo di sterminio.

La mostra sarà aperta al pubblico dal 27 gennaio al 26 febbraio, con ingresso gratuito da Piazza Montecitorio, da lunedì a venerdì dalle 10 alle 19, sabato e domenica dalle 10 alle 14; il 27 gennaio dalle 14 alle 19.

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Biografia di Elie Wiesel
Premio Nobel per la pace 1986
Elie Wiesel è nato nel 1928 a Sighet, in Romania, da Shlomo e Sarah, due ebrei ortodossi di discendenza ungherese che avevano, oltre a Elie unico maschio, altre tre figlie.

Szighet ridivenne parte dell’Ungheria nel 1940 e nel 1944 i nazisti deportarono gli ebrei ungheresi al campo di concentramento di Birkenau. Sua madre ed una delle tre sorelle vennero immediatamente “selezionate” come inabili al lavoro ed inviate alle camere a gas, mentre lui e suo padre vennero mandati al campo vicino di Auschwitz III-Monowitz, un sottocampo dove i deportati erano obbligati a lavorare nel grande complesso chimico Buna Werke, proprietà della I.G. Farben. Wiesel fu alloggiato nella stessa baracca di Primo Levi.

Nel gennaio 1945, mentre le forze sovietiche si avvicinavano ad Auschwitz, i tedeschi decisero di evacuare il campo e trasferire i prigionieri al campo di concentramento di Buchenwald, dove il padre di Wiesel morì poco dopo, prima che il campo venisse liberato nell’aprile 1945.

Dopo la guerra, Wiesel finì in un orfanotrofio francese. Nel 1948 cominciò a studiare alla Sorbona. Lavorò per un breve periodo per il quotidiano francese L’arche, come giornalista.

Conobbe per un’intervista il vincitore del Premio Nobel per la letteratura François Mauriac, che lo persuase a scrivere e raccontare la sua esperienza nei campi di sterminio. Da questo incontro nacque quello che è considerato il capolavoro di Wiesel, La notte.

Più tardi Wiesel si trasferì negli USA, assumendone poi la cittadinanza nel 1963. Il Presidente Jimmy Carter lo chiamò a presiedere la Commissione Presidenziale sull’Olocausto, di cui fu Presidente dal 1978 al 1986, impegnandosi fortemente per la costruzione dell’Holocaust Memorial Museum. E’ Presidente fondatore dell’Accademia Universale delle culture di Parigi e della Fondazione per l’Umanità Elie Wiesel, un’organizzazione creata insieme a sua moglie per combattere l’indifferenza, l’intolleranza e l’ingiustizia. Ha ricevuto oltre 100 lauree honoris causa da istituzioni d’insegnamento superiore.

Sostenitore della causa d’Israele, Elie Wiesel ha anche difeso la causa degli ebrei sovietici, degli indiani miskito nicaraguensi, dei desaparecidos argentini, dei rifugiati della Cambogia, dei curdi, delle vittime delle carestie e dei genocidi in Africa, delle vittime dell’apartheid in Sud Africa e delle vittime della guerra nella ex-Iugoslavia. Per più di dieci anni, Elie Wiesel e sua moglie Marion si sono dedicati alla causa degli ebrei di Etiopia emigrati in Israele, in particolare attraverso la Fondazione Beit Tzipora Centers, che opera per istruire e dare ai giovani etiopi-israeliani un’opportunità per crescere e partecipare pienamente alla società israeliana.

Docente universitario, ha insegnato presso l’Università di New York, Yale e Boston.

Premio Nobel per la pace nel 1986, ha ricevuto la Medaglia d’Oro del Congresso degli Stati Uniti nel 1985 e, nel dicembre 1992, la prestigiosa Medaglia presidenziale della libertà dal Presidente George H. W. Bush.

Ha al suo attivo oggi oltre quaranta libri, tra romanzi e saggi, alcuni dei quali hanno ricevuto importanti premi (Prix Médicis, Prix Livre Inter, Gran Premio di Letteratura della Città di Parigi), e due libri di memorie.

Bersani: «Non mollo, è questa la strada per costruire l'alternativa», di Michele Collini

Quando la polvere verrà giù, si capirà che alle regionali possiamo giocarcela. E che abbiamo evitato il rischio mortale di trovarci a metà legislatura con un partito chiuso in una riserva indiana». Le primarie pugliesi vinte da Nichi Vendola, le dimissioni del sindaco di Bologna Flavio Delbono. E poi le accuse di «politicismo» e insieme le difficoltà ad allargare i confini dell’alleanza, le candidature ancora da scegliere e il ricorso alle primarie, i troppi «personalismi» dentro al partito e un «senso di appartenenza» su cui bisogna lavorare. Pier Luigi Bersani non sottovaluta la difficoltà della situazione, ma a chi guarda al Pd vuole dare un messaggio rassicurante.
Reichlin sull’Unità ha scritto che le centinaia di migliaia di persone che fanno la fila per partecipare alle vicende del vostro partito danno “una forte spinta”. E però la vicenda pugliese ha segnalato quantomeno un’incomprensione, non crede?
«L’incomprensione riguarda il modo in cui noi possiamo interpretare la spinta per portare l’alternativa. Si è creata una sorta di dissociazione fra le radici da cui dobbiamo trarre energia e il grande orizzonte. Perché certamente questo passaggio è stato letto, per difficoltà anche nostre, come politicismo».
Lei lo ha detto più volte che la priorità sono le alleanze.
«E continuo a dirlo, non mollo su questo. Ora dobbiamo riuscire a far capire che quando si parla di alleanze lo si fa a partire dai sommovimenti profondi che ci sono nella società. Quando parliamo di alleanze parliamo di noi, delle nostre idee, dei nostri valori, parliamo di lavoro, uguaglianza, diritti, di una democrazia che non può diventare un plebiscito. Berlusconi ha ancora consenso ma non offre più un orizzonte. E noi non stiamo lavorando su un accrocchio politicista. Stiamo cercando le vie politiche per unire tutte le forze che possono costruire un’alternativa».
Per le regionali non ci siete riusciti.
«Le regionali sono una tappa. Dimostreremo che non siamo nella riserva indiana in cui il centrodestra ha pensato che fossimo dopo le europee e anche che è possibile portare l’avvicinamento delle forze di opposizione a una dimensione di governo in molte regioni».
l Pd ha però anche dimostrato difficoltà nella scelta delle candidature.
«Di problemi ne ho parlato anche durante il congresso e non è che si risolvano in quattro settimane. Riguardano il rapporto fra competizione e coesione. Ci sono elementi di anarchismo e di personalismo che richiedono di mettere mano a un tema che non si può rinviare, e cioè che noi giustamente ci siamo attrezzati su meccanismi che codificano elementi competitivi, selettivi, di partecipazione, ma non ci siamo occupati abbastanza di elementi coesivi, che non possono essere lasciati solo ai comportamenti, ma che devono far parte di regole su cui dobbiamo discutere. Ma detto questo, guardiamo ai fatti. In 10 delle 13 regioni che votano abbiamo già scelto le candidature. In sette sono del Pd, gli altri candidati sono personalità di primo piano come Vendola, Bonino e Bortolussi. L’Udc, che cinque anni fa era ovunque col centrodestra, stavolta tranne Lazio, e poi vedremo cosa succede in Campania e Calabria, o è con noi o va da solo».
Parlava della partecipazione e degli elementi competitivi: dopo le primarie pugliesi lo strumento è a rischio?
«Si tratta di un tema che anche statutariamente dovremo chiarire meglio. Noi le abbiamo inventate e non le molleremo mai. Tuttavia ci sono primarie e primarie. È il collettivo degli organismi dirigenti che deve prendersi la responsabilità di modelli partecipativi. Perché le primarie sono meccanismi che possono suscitare la primavera oppure testimoniare che ci indeboliamo per le secondarie. E questo in un partito deve essere valutato da collettivi, da organismi dirigenti, altrimenti non c’è ragione che ci sia un partito. L’obiettivo è battere la destra e portare avanti i nostri valori. Valori di uguaglianza, lavoro, solidarietà. E quindi la politica deve avere la sua barra. Un partito non è un notaio».
La vicenda pugliese ha mostrato che le soluzioni degli organismi dirigenti e esiti delle primarie non sempre coincidono, non crede?
«Non è un tema da drammatizzare, ma dobbiamo riconoscere che le primarie sono uno strumento che va affidato a degli organismi che a loro volta sono stati eletti con meccanismi che quasi sempre prevedono le primarie. Ci sono casi in cui le primarie suscitano la primavera, in cui consentono di sollecitare un’opinione. Ma ci possono essere dei casi in cui le primarie vengono lette dai cittadini come un problema interno, come incapacità di decidere. Facciamo attenzione, non chiamiamo con lo stesso nome tutte le cose».
Ci sarà chi commenterà negativamente anche questo, lo sa?
«Guardi, vedo anche gente che si dice amica nostra, anche molti commentatori, che ci sollecitano a lavorare in partecipazione, en plein air, e contemporaneamente leggere questo in termini di caos e divisione. O l’una o l’altra cosa, perché altrimenti c’è un elemento di slealtà verso il nostro progetto. Quando la polvere sarà venuta giù, noi saremo una squadra. Anche se dubito che saranno in molti alla fine a dirlo».
Prodi ha detto a Repubblica di non sapere cosa rispondere quando la gente gli chiede: ma chi comanda nel Pd?
«A Prodi voglio bene, ho per lui affetto e rispetto inattaccabili, anche quando gli si attribuiscono cose che non condivido. C’è un filo logico, che anche dentro un partito che ha i problemi che ha noi dobbiamo tirare sia nei giorni brutti che nei giorni belli. A me non sarebbe difficile rispondere al richiamo della foresta, battere sull’identità, sul noi, sull’avanti così. Sono capace anch’io. Ma se non abbiamo il coraggio di andare in luoghi anche complicati, Berlusconi non lo mandiamo a casa».
Nessuna autocritica anche sul caso Puglia?
«Su un punto, e cioè se noi dovessimo giocarci o no questa rischiosa coerenza. Si può concludere che abbiamo sbagliato a correre quel rischio. Ma l’idea di fondo non si può abbandonare. Noi non siamo mai stati contro Vendola. Abbiamo registrato che non eravamo in condizione di fare una coalizione vincente. E quindi abbiamo cercato strade che non escludessero Vendola, ma che trovassero un diverso assetto. La rischiosa scommessa è stata quella di proporre comunque un progetto, sapendo naturalmente che andavamo incontro a una sfida difficile. Una decisione che ha comunque condizionato scelte nell’altro campo, a cominciare da quelle dell’Udc. Ora se vogliamo, e dobbiamo, lavorare per vincere in Puglia, bisogna mettere da parte qualche argomento di troppo ascoltato, come la descrizione del Pd come partito che lavora sul politicismo, la nomenclatura».
Sempre convinto che si possa discutere con Berlusconi di riforme? Non tutti nel suo partito lo sono.
«Guardi, il nostro paradosso è che Berlusconi conosce noi meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Sa benissimo che abbiamo dei paletti. Che se oltrepassati porterebbero al referendum. Lo sa e non apre il tavolo. Ma noi che siamo un partito riformista dobbiamo chiedere il rafforzamento del sistema parlamentare, perché ogni giorno che passa loro avvelenano i pozzi del sistema. Questa cosa del sospetto, che gira dalle nostre latitudini, ci fa male. Noi dobbiamo essere più sicuri di noi. Io sono disposto ad andare a uno show down popolare su questo tema. Mi spaventa molto meno che lasciar correre tutti i giorni una deriva, una deformazione di questa nostra Costituzione. i continui dubbi ci indeboliscono. Se continuiamo a pensare che qualcuno di noi vuole vendersi a Berlusconi non andiamo da nessuna parte».
Galli Della Loggia scrive sul Corriere, dopo il caso Delbono, che la sinistra non può più pretendere di incarnare una superiorità morale nei confronti della destra. Cosa risponde?
«Che ogni analisi deve partire da una considerazione onesta che riassumerei così: paese che vai, usanze che trovi. Da noi funziona che anche un amministratore che proclama a voce dispiegata la sua innocenza dice prima di tutto la città. C’è un civismo e un’opinione pubblica che non tollera ombre. Allo stesso modo si potrebbe dire prima di tutto il paese, l’Italia. Un’analisi onesta non può non partire da questa colossale differenza di comportamenti. Il resto lo vede la magistratura, che dirà se i comportamenti sono stati leciti o illeciti. Aggiungo che mi aspetto tutti gli attacchi strumentali della destra, ma anche che ci sarà una netta smentita, perché certamente l’emozione è forte, certamente conoscendo quei luoghi la sensibilità su questi fatti è acutissima, ma la cosa più importante è cosa fai, come ti comporti, come reagisci, è come fai vedere che noi non siamo loro. E fin qui ci siamo riusciti, a cominciare da Delbono».
Come pensa si possa alimentare l’orgoglio di appartenenza al Pd, in un popolo anche frastornato da tutte queste vicende?
«Dimostrando che noi abbiamo un’altra agenda rispetto alla destra, che siamo il partito del lavoro, dei redditi medio bassi, dell’ambiente, che interpreta meglio in chiave popolare quello che la gente vive. E poi identificando il Pd come il soggetto che, non da solo, può veramente e non a chiacchiere mandare a casa Berlusconi».
L’Unità 27.01.10