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Modena: Pd, una direzione “leggera”

Gli eletti sono passati da oltre 200 a 130. L’assemblea provinciale dei delegati Pd ha proclamato ieri sera Davide Baruffi nuovo segretario provinciale del Partito democratico. Baruffi, 35 anni, carpigiano, è stato eletto in Consiglio provinciale nel giugno scorso. Dal 1999 al 2009 è stato sindaco di Soliera, Tra il 2007 e il 2008 ha coordinato il comitato promotore provinciale del Pd. Nel 2008 è stato nominato responsabile del programma del Pd. Presidente dell’Assemblea è stato nominato Marco Bondi, 62 anni, medico, già responsabile del Forum salute del partito.

Sabato 23 è in programma l’Assemblea comunale del Pd di Modena che dovrà eleggere il segretario cittadino. Si va verso la riconferma di Giuseppe Boschini, candidato unico alla segreteria della città. L’appuntamento è alle 9 nella sala Gorrieri di Palazzo Europa. Partecipano i delegati eletti dalle assemblee di circolo della città.

Ieri sera sono stati nominati anche i componenti della direzione provinciale che passano da oltre 200 a 130, metà dei quali donne. A questi vanno aggiunti i componenti di diritto, poco più di una trentina (parlamentari, sindaci dei Comuni con più di 15 mila abitanti, presidente e assessori provinciali, i due capigruppo, oltre al tesoriere e al segretario dei giovani democratici).

Nove i componenti della Commissione di garanzia: Aude Pacchioni; Roberta Muccini; Liliana Albertini; Giovanni Manzini; Lucio Ferrari; Franco Tonelli; Paolo Casarini; Mauro Cavazzuti; Monica Brunetti. Ecco di seguito tutti i componenti della direzione provinciale.
Allegretti Alberto; Anderlini Antonella; Andreana Michele; Arletti Simona; Baisi MariaViola; Barbolini Giuliano; Baroni Giorgio; Barozzi Daniela; Baruffi Davide; Bassoli Danilo; Bastico Mariangela; Bazzani Claudio; Bellelli Alberto; Benatti Maino; Bergamini Serena; Bergamini Francesca; Bergamini Iris; Bergianti Claudio; Bergonzini Angela; Bianconi Susanna; Bigarelli Daniela; Bonaccini Stefano; Bondi Marco; Bonettini Susanna; Bonora Maurizia; Borghi Sauro; Borghi Elena; Borsari Pierpaolo; Boschini Giuseppe; Botti Daniela; Brandalesi Marco; Brunetti Massimo; Bulgarelli Barbara; Bursi Lucia; Cammarata Maria; Campana Lorenzo; Campedelli Enrico; Canovi Romano; Carboni Maria Luisa; Cargioli Stefania; Casagrande Andrea; Caselli Antonio; Cavalieri Luca; Cavani Cristina; Ceretti Cristina; Cirelli Alberto; Cocchi Giorgio; Cornia Cinzia; Costi Yuri; Costi Palma; Cotrino Salvatore; Dalle Ave Davide; Denti Daria; De Pietri Daniela; Di Padova Federica; Rabitti Giorgia; Facchini Silvia; Filippi Livio; Filippi Maria; Fiorenza Davide; Flandi Tiziana; Fontana Juri; Fregni Tommaso; Gasparini Stefania; Gasperi Lorella; Gazzotti Elena; Ghirardini Carla; Ghirardini Carla; Ghizzoni Manuela; Giorgio Prampolini; Goldoni Paola; Goldoni Alice; Gozzoli Luca; Guerra Cecilia; Guerzoni Roberto; Lamandini Francesco; Levi Franco Riccardo; Liotti Caterina; Lodi Francesco; Malagola Italo; Malaguti Elena; Malavasi Demos; Maletti Francesca; Maletti Maurizio; Maniscalco Gabriella; Manni Nadia; Mantovani Ivano; Marazzi Susi; Marino Antonino; Meschiari Tania; Stortini Michele; Michelini Massimo; Miglioli Ivano; Morelli Simone; Morini Giulia; Morselli Daniele; Muratori Emilia; Muzzarelli Giancarlo; Nanetti Federica; Natali Patrizia; Negro Paolo; Neri Elisabetta; Notari Monica; Ori Francesco; Ortolani Marika; Pagani Egidio; Pagani Egidio; Pattuzzi Graziano; Pesci Gian Paolo; Piccinini Maurizio; Pighi Giorgio; Pistoni Claudio; Pistoni Sonia; Poggi Fabio; Querzé Adriana; Rabitti Giorgia; Ragni Marzia; Ranuzzini Marco; Reggiani Marialaura; Reggianini Stefano; Renzo Vincenzo; Ricci Veretrice; Richeldi Franco; Richetti Matteo; Righi Rosanna; Roncallo Maria; Fino Rosa Maria; Roversi MariaGrazia; Rusticali Sergio; Sabattini Emilio; Sabbaddini Daniele; Santagata Giulio; Santi Marc’Aurelio; Scanavini Ivan; Schena Giuseppe; Serri Luciana; Siena Giorgio; Sirotti Andrea; Sitta Daniele; Soli Loretta; Solomita Roberto; Soragni Raimondo; Storchi William; Taurasi Giovanni; Tebaldi Alessandro; Tomei Giandomenico; Tonelli Claudio; Tosi Simone; Trande Paolo; Turci Luisa; Vaccari Stefano; Vaccari Tino; Varini Giuseppe; Varotti Rita; Vecchi Luciano; Verasani Gianluca; Vetrugno Teo; Vezzani Elvio; Viaggi Filippo; Villani Patrizia; Zanasi Maurizio; Zanni Stefania; Zanni Maddalena; Zerri Giampaolo; Zona Stefano.

Scuola: una riforma abusiva

Il Consiglio di Stato boccia la riforma scolastica proposta dalla Gelmini per le scuole superiori: gli obiettivi sono ben aldilà dei limiti contenuti nella delega concessa dal Parlamento. Il Pd chiede il rinvio di un anno per l’entrata in vigore. Un responso chiaro e inconfutabile: ridurre le ore scolastiche e le materie di studio con il solo fine di tagliare i costi e il personale, non rientrano negli obiettivi contenuti nella delega concessa dal Parlmento al ministro Gelmini. Questo è quanto emerge dal giudizio del Consiglio di Stato sulla riforma delle scuole superiori avanzata, a colpi di mano, da parte del governo Berlusconi. La delega concessa, infatti, prevede “la sola ridefinizione dei curricula vigenti nei diversi ordini di scuola anche attraverso la razionalizzazione dei piani di studio e relativi quadri orari”.

In attesa di un giudizio definitivo da parte del Consiglio di Stato, anche la creazione dei Dipartimenti scolastici previsti con la nuova normativa potrebbe essere a rischio. Cancellando di fatto i collegi dei docenti, i dipartimenti sono in netto contrasto con la legge sull’autonomia scolastica.

L’unica a non accorgersene della non tempestività della riforma scolastica e delle gravi carenze e superficialità che essa comporterebbe sembra essere proprio il ministro Gelmini, più impegnata a far bella figura con il premier che a dare risposte concrete sul riordino del sistema del Sapere.

“Dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato si rafforza la richiesta già avanzata dal Pd di rinviare di un anno l’entrata in vigore la riforma della scuola superiore”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni e il responsabile Scuola del partito, Giovanni Bachelet. “Se questo non accadesse – hanno aggiunto – la riforma comincerebbe nell’incertezza più assoluta alimentando le preoccupazioni dei docenti , delle famiglie e degli studenti. In particolare – hanno sottolineato Ghizzoni e Bachelet – il Consiglio di Stato ha sostenuto che gli atti che devono essere emanati per dare attuazione alla riforma (come ad esempio i programmi, i quadri orari) abbiano natura normativa e quindi un iter di approvazione lungo e laborioso. Questa richiesta, che sembra essere stata accolta dal Governo, rende impraticabile l’entrata in vigore della nuova normativa in tempi così ristretti. Ma la questione più rilevante – hanno precisato Ghizzoni e Bachelet – riguarda le modalità di entrata in vigore della riforma che, al momento prevedono negli istituti tecnici un cambiamento di orari e programmi per le prime due classi e degli orari settimanali per le terze e quarte a partire dal prossimo anno scolastico; mentre in quelli professionali il cambiamento dei programmi nelle seconde e terze. Si tratta di una scelta di una gravità inaudita destinata a produrre gravi disagi agli studenti e difficoltà gravissime nella vita delle scuole determinata solo dai tagli di spesa pretesi dal ministro Tremonti. In Parlamento ribadiremo tutte le nostre perplessità e chiederemo con forza il rinvio di un anno dell’entrata in vigore della riforma delle scuole superiori”.

Per Antonio Rusconi, capogruppo del Pd nella Commissione Istruzione, “il parere del Consiglio di Stato sul riordino della scuola superiore conferma una volta per tutte che è necessario il rinvio di almeno un anno della sua entrata in vigore, come diciamo da tempo, per non gettare le scuole, gli studenti e le famiglie nel caos. Speriamo che il ministro Gelmini se ne convinca”.

“Nel suo parere il Consiglio di Stato – ha spiegato Rusconi – sottolinea con chiarezza la richiesta che gli atti che il governo deve emanare per dare attuazione alla riforma delle superiori devono avere natura normativa e seguire quindi l’iter di esame delle leggi, che è più lungo e deve coinvolgere il Parlamento. Inoltre il Consiglio di Stato ha nella sostanza fatto una serie di altri rilievi significativi e non marginali. Tutto questo rende impossibile un’entrata in vigore rapida, a partire dal prossimo settembre, con iscrizioni da fine febbraio a fine marzo, così come annunciato oggi dal ministero. Ricordiamo, tra l’altro, che le scuole sono già provate dai tagli operati dal ministro Tremonti e che dunque questa accelerazione porterebbe ulteriori disagi, inaccettabili, agli istituti, agli insegnanti, alla famiglie e agli studenti”.

Dello stesso parere anche Francesca Puglisi, responsabile Scuola della segreteria del Pd: “dopo il pronunciamento del consiglio di stato il Partito democratico chiede al governo, con ancora più convinzione, il rinvio di almeno un anno del riordino della scuola secondaria superiore”.

“Chiediamo di rispettare il diritto ad un’istruzione di qualità per tutti e di permettere ai ragazzi e alle loro famiglie una scelta consapevole di un percorso formativo che andrà a determinare il loro futuro lavorativo e di vita” ha ribadito il responsabile Scuola. “Il ministro – ha concluso la Puglisi – utilizzi per una volta questo tempo per aprire un confronto con il mondo della scuola che richiede rispetto e ascolto”.
A.Dra
www.partitodemocratico.it

Giovani, carini e…sfrattati

Tornano le comiche del governo: Brunetta vuole una legge per cacciare di casa i 18enni, Calderoli lo accusa di “farla fuori dal vaso”. Sereni: “A parte i tagli il suo governo non ha fatto niente per i giovanI”. “Ci vorrebbe una legge per obbligare i ragazzi ad uscire di casa a 18 anni”. Prendete carta e penna e annotate queste poche ma significative parole perché, anche questa volta, appartengono all’illuminato ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta. Decidete voi il posto da attribuire all’ultima perla brunettiana: prima o dopo quella “sinistra elitaria di merda”? Più in alto o più in basso della proposta di cambiare l’articolo 1 della Costituzione? Certo, scegliere la sparata più bella sarà difficile soprattutto se si pensa ai classici indimenticabili del ministro: “studenti guerriglieri”, “poliziotti panzoni”, “giudici che si sono montati la testa”.

Comunque, nessuno se la prenda. Si sa che i “bamboccioni” (insieme a “fannulloni” e “panzoni”) sono da sempre i suoi bersagli preferiti, ma questa volta Brunetta è stato provocato. A lanciare il guanto di sfida la corte di Cassazione, colpevole di aver emesso una sentenza che obbliga un padre 60enne a mantenere la figlia di 32 anni. Un affronto inaccettabile a mesi di duro lavoro, tutto concentrato sull’istallazione di tornelli, sulla profusione di badge, sulla pausa pranzo ristretta. E una reazione da vero rivoluzionario: ad una sentenza si risponde con una legge.

Quella in questione pretenderebbe l’abbandono forzato della casa parentale, habitat del bamboccione, al raggiungimento della maggiore età. Veramente una bella idea ministro! Solo, sembra d’obbligo qualche precisazione. Primo: se questo lampo di genio si trasformasse davvero in norma dello stato, quale sanzione accompagnerebbe la sua inadempienza? La più logica, considerata la problematica, sembrerebbe la reclusione: si, una decina di anni in carcere…almeno così il problema della permanenza a casa di mamma e papà sarebbe risolto.

Secondo, una volta fuori casa, i rampanti 18enni, presumibilmente ancora iscritti alla scuola superiore, da chi dovrebbero essere mantenuti? Qui persino Brunetta intravede la falla, ma non si perde d’animo e precisa “ci sarebbe bisogno di scuole, di un mercato del lavoro più efficiente, di mini appartamenti in affitto”. Infatti, in realtà ci sarebbe bisogno anche di ammortizzatori sociali, incentivi per le piccole e medie imprese, sussidi per le famiglie a reddito basso, ma finora alle proposte del PD si è sempre opposta la cantilena: “non ci sono soldi”. Da dove dovrebbero arrivare quelli per mantenere schiere di ragazzini “sfrattati”? Invece di pensare a cacciare di casa i bamboccioni, perché il ministro non pensa a mantenere in casa chi non può più permettersi l’affitto e le spese quotidiane?

Dopo le riflessioni, arrivano le comiche e a Brunetta si affianca il fido Roberto Calderoli, ministro per la semplificazione normativa. Con lo charme che lo contraddistingue avverte il collega-amico: “questa volta l’ha fatta fuori dal vaso”. Si stizzisce, e non poco, anche il ministro della Gioventù che provoca: “Giorgia Meloni. Anche la responsabile del dicastero della Gioventu’ si affida ad una provocazione e propone ”una legge per imporre ai baby-pensionati, a chi e’ andato in pensione a 40 anni, di dare indietro i soldi presi finora” per creare opportunita’ per i giovani e consentire loro di andare via di casa. Insomma una bella “maggioranza coesa e compatta” come direbbe Maurizio Gasparri.

La vicepresidente del PD, Marina Sereni, replica alla proposta di Brunetta: “L’amore per la provocazione dovrebbe avere un limite, soprattutto quando ad esercitarsi in questo divertimento e’ un ministro della Repubblica. Il ministro Brunetta dovrebbe sapere che i giovani italiani, dal Nord al Sud del Paese, sono i più minacciati dalla crisi in corso, sono i primi a perdere il lavoro perché precari, non trovano opportunità in un sistema che, dalle università alle professioni, non premia il merito e le capacità, non hanno alcuna tutela e proprio per questo faticano a progettare il loro futuro in autonomia e a farsi una famiglia. Così come dovrebbe sapere che il governo di cui fa parte non ha messo in campo nessuna vera politica a favore dei giovani, ha respinto tutte le nostre proposte per rinnovare il nostro sistema di welfare spostando l’asse verso le nuove generazioni – a cominciare dalla riforma degli ammortizzatori sociali – e in compenso ha semplicemente tagliato fondi alla scuola, all’università, alla ricerca, rendendo ancora più povero e incerto il futuro dei nostri figli”.

Critica anche la giovane deputata PD, Pina Picierno: “Ormai siamo abituati alle provocazioni del Ministro Brunetta, eppure quest’ultima uscita sull’autonomia dei giovani italiani è proprio surreale, ma coerente con l’inerzia di un Governo che non ha investito un solo euro per mettere i giovani precari al riparo della crisi economica, che ha tagliato risorse per scuola, università e ricerca, che non ha nessun progetto per favorire l’autonomia abitativa, l’accesso alla cultura, la formazione di nuovi nuclei familiari, dovrebbe evitare di gridare al vento l’importanza di essere autonomi dai genitori. Il nostro Paese è il fanalino di coda d’Europa per gli investimenti nell’istruzione e nel diritto allo studio, nelle città universitarie mancano mense, servizi e alloggi per gli studenti che a 19 anni escono di casa, per scelta o necessità. Molto spesso sono proprio questi studenti, “valorosi” come li vuole Brunetta, che restano senza borse di studio, costretti a condividere appartamenti affittati in nero e a fare secondi e terzi lavoretti per pagarsi le spese. Ma cosa vuole fare il Governo è tutto un mister. E, a parte le belle parole, dal ministro Meloni mancano fatti concreti”.
Iv.Gia
www.partitodemocratico.it

"Il bosco del Po", di Paolo Rumiz

Seimila ettari: tanto hanno rubato al fiume per mettere su cemento e pioppeti industriali
Mille ettari di nuovi alberi per il Po. Salici, olmi, querce, frassini. Destinati a rinverdire un territorio fortemente compromesso. Schiacciato tra speculazioni e veleni. È il piano della provincia di Mantova che vuole salvare questo “luogo dell´anima”. Salici, olmi, frassini, querce. Mille ettari di alberi nuovi per il Po, vincolati a bosco perenne. Mille ettari, tra Borgoforte e Ostiglia, in soccorso al vecchio fiume saccheggiato dagli uomini. Da lontano sembrano la peluria sulla testa di un neonato; li vedi bene sulla sommità di un´isola chiamata Rodi, un “balenone” di sabbia e limo color argento, alto sui fianchi piallati dalla corrente. È l´isola-laboratorio, uno spazio franco di cinquanta ettari che in autunno si copre di migratori ed è protetto sulle sponde da una boscaglia di salici ingrigiti dal fango e dai detriti d´alluvione.

Ed è solo una minima parte del piano di ripristino avviato in provincia di Mantova, l´unica di tutto il Nord a governare sulle due sponde, per giunta nel punto più vulnerabile del fiume. Qui, al centro perfetto della pignatta padana, un bacino da venti milioni di abitanti.
C´è solo il guado per arrivarci, e la jeep pattina, affonda nella plastilina, si mette di trequarti, fatica a mordere qualcosa di solido poi esce dalla mota e guadagna la dorsale. Lassù par di navigare, è come il ponte di un battello del Mississippì. Da vicino, i nuovi nati sono fusti esili, schierati per plotoni irregolari. Non è roba che vien su da sola, l´impianto è ancora un asilo-nido. Marco Goldoni, un entusiasta che dirige i lavori del Consorzio forestale padano di Casalmaggiore, mostra con orgoglio la sua nursery. Schierate su file irregolari, le creature son protette alla base da un cilindretto di plastica e da una stuoia di fibra di cocco che evita gli choc termici e l´aggressione delle erbacce. Un tubicino interrato garantisce un´alimentazione a goccia, di tipo israeliano. «Tra cinque anni toglieremo tutto, e lasceremo che il bosco si ricrei da solo».
«È arrivato il tempo di restituire il maltolto – dice l´assessore provinciale all´ambiente Giorgio Rebuschi, nella mota fino alle caviglie – siamo la terra con meno foreste della Lombardia e ora siamo obbligati a lavorare sul benessere verde». I nuovi alberi abbatteranno di mille tonnellate l´anno le emissioni di CO2, e per questa performance l´uomo del Pd ha appena avuto dal sindaco Pdl di Roma, Gianni Alemanno, il premio “Un bosco per Kyoto”. Quella di Mantova sarà anche l´unica “macchia rossa” della regione più azzurra d´Italia, ma è il verde che ne fa la differenza. Sul tema della protezione ambientale è forse quella che, paradossalmente, prende più sul serio i progetti della Lombardia formigoniana.
Il maltolto, si diceva. Un´enormità: seimila ettari. Tanto hanno rubato al fiume nel solo tratto tra Emilia e Lombardia, per metter su pioppeti industriali, piantagioni di mais, cemento, dragaggi abusivi di sabbia. Maurizio Fontanili è il presidente della provincia più “umida” d´Italia e gli tocca vivere col fucile in mano per impedire altri scempi. «In 50 anni hanno asportato 500 milioni di metri cubi di roba, con danni terribili, ma ora basta. Abbiamo messo le mani su una trentina di cavatori e la giustizia s´è messa in moto». La rapina ha abbassato il letto di quattro metri e ha messo a nudo il basamento dei piloni sotto i ponti. Sugli argini i salici non pescano più in acqua con le radici e alla fine «muoiono in piedi», dice Fontanili, mostrando i neri scheletri emergenti dalla boscaglia delle scarpate.
È guerra al coltello contro l´estrema predazione; e ai ladri – ovviamente – il piano verde della Lombardia non piace affatto. I cartelli che indicano le oasi sono stati oggetto di atti di teppismo, e sulla stampa locale filtrano lettere di accusa dove si parla di sperpero di soldi pubblici (nonostante siano in gioco fondi europei) e sottrazione di “diritti acquisiti” ai danni dei privati. In politica è un putiferio. Uno pensa che la Lega, con la storia del “Dio Po”, sia d´accordo con la riforestazione, e invece no. A tuonare contro è l´onorevole deputato Gianni Fava, capogruppo dei “lumbard” in Provincia e nel Comune di Sabbioneta, oltre che ben remunerato consigliere d´amministrazione di una decina di società di smaltimenti rifiuti. «Uno con più sedie che culi», dicono al bar di Sustinente i padani veri, che non hanno peli sulla lingua.
Ma che dice Fava? Dice: «È uno scempio». Motivo? Mancano «studi di pre-fattibilità ambientale, indagini geologiche, geotecniche, idrologiche e sismiche». Avete sentito bene: sismiche. Le foreste crollano, è arcinoto. A nessuno al mondo verrebbe in mente di sottoporre un bosco alla valutazione di impatto ambientale (Via), ma alla Lega lombarda viene in mente eccome. «Roma da Gabibbo» ghigna un abitante dell´argine tra Ostiglia e San Benedetto, e scommette: «In Italia è più facile metter su una centrale termica che un bosco». C´è da immaginarsi cosa accade se passa il principio di sottoporre a “Via” i rimboschimenti non industriali: la paralisi dell´intero piano di riforestazione della Lombardia, una bazzecola da cento milioni di euro in cinque anni fra l´Emilia-Romagna e le Alpi.
Gira gira, le tensioni si concentrano tutte intorno al lui, il Grande Fiume, baricentro del Nord. La Lega vuole tutto. A Castiglione delle Stiviere pretende che per questioni ambientali il Pdl sfiduci la sua stessa giunta perché sia garantito l´appoggio agli azzurri su scala provinciale. Ma nel Pd le cose non vanno meglio. La sindachessa uscente di Mantova, Fiorenza Brioni, rea di aver bloccato speculazioni edilizie sul Mincio, è stata scaricata da una parte della sua maggioranza a due mesi dalle elezioni, e ora il partito è devastato dalla questione morale. E lo stesso Fontanili, presidente della Provincia firmatario del piano di ripristino forestale padano, si trova contro l´ala “business oriented” del Pd per il fatto di aver sparato, nel nome santissimo del paesaggio, contro devastanti progetti cementizi che vedono la cointeressenza delle Coop.
Non è solo una questione di alberi. Il rischio è che il Po stesso scappi di mano, nel punto chiave dove nel 2000 – grazie alla rottura “tecnica” dell´argine – la pianura si salvò da un´alluvione simile a quella del 1951. Da qualche anno, dopo la legge Tremonti sulla “cartolarizzazione” (leggi vendita o svendita) dei beni demaniali, si sono incautamente privatizzati pezzi di golena – gli spazi allagabili tra l´argine e il fiume – con l´effetto che l´autorità di bacino oggi non ha più autorità assoluta sulla gestione del Po. Ma la natura segue testardamente il suo corso. Nonostante i dissesti idrogeologici, da quattro-cinque anni sono tornate le albanelle reali, piccoli rapaci che l´inquinamento aveva messo in fuga. Nelle campagne la volpe fa tana ovunque, i caprioli sono scesi al fiume e qualcuno l´ha pure attraversato a nuoto. C´è anche qualche nuovo venuto come il gruccione, un bell´uccello azzurro che nidifica sulle scarpate in erosione.
«Sono tornate anche le lucciole, e l´argine si riempie di usignoli» racconta Valeria Formigoni che gestisce un tranquillo “Bed & breakfast” alla confluenza fra il Po e la Secchia. «Questo è un luogo dell´anima», dice del suo piccolo mondo sotto l´argine, dimenticato dai deliri speculativi. Intorno non c´è più niente di dritto, il rettilineo muore, l´argine disegna fantastiche circonlocuzioni, il piattume è inciso ovunque dagli spostamenti del Dio-Serpente: meandri, scarpate ricurve nel nulla, virgole, parentesi, immensi geroglifici, tracce antiche di un´acqua che non accetta il governo degli uomini. In qualche secolo è cambiato tutto. Il Po correva più a Sud, a Suzzara c´era un fiume di nome Zara che ora è solo un fosso, la Secchia era un pezzo di Po, l´Adda arrivava fino a Pizzighettone e l´Oglio confluiva nel Mincio. Il Po era semplicemente “il fiume”. Anzi, “la fiuma”, come lo chiamano i rivieraschi, visto che l´acqua – fino a prova contraria – è femmina.
Risaliamo un tratto del fiume verso Governolo, dove papa Leone fermò Attila invasore, e la raffica di colpi del picchio segna l´ingresso in un altro mondo, quello delle golene, ultimo spazio comunitario in un Paese sbranato dagli egoismi. “Grazie” al rischio alluvioni, il Dio Fiume l´ha protetto dalle speculazioni più sfacciate, e anche qui si lavora al ripristino del bosco. Ma è una fatica di Sisifo, perché c´è un´altra guerra da combattere, quella contro i rifiuti. Se lo spazio fosso privo d´alberi, l´immondizia padana passerebbe oltre, invece con le nuove piantine che fanno da ostacolo, l´orrenda verità si mostra. Ecco come l´Italia onora il Dio Fiume: bottiglie di plastica, fustini, frigoriferi, bombole di gas, lavandini. E ancora cucine economiche, scarpe, carcasse di automobili, carogne di animali, il tutto in un marciume di legname. Tutta roba da portar via, con costi enormi sulle spalle “virtuose” di chi rimboschisce.
Il campanile di Borgoforte batte mezzogiorno e il tapis roulant del fiume esce dalle brume con gorghi e smagliature, segni arcani di qualcosa di terribile. «Ora va a 400 metri cubi al secondo, ma nelle piene arriva a tredicimila, non c´è Danubio che tenga», sorride Umberto Chiarini da Roncarolo, roccioso difensore delle acque padane. E racconta del mito di Fetonte, che volle guidare il carro del Sole e finì per cadere nel Po. «Le ninfe che lo piansero divennero il pioppo e il salice». Guarda un po´: agli antichi era già chiaro che tra acqua, Sole, terra e alberi il legame era indissolubile. Oggi che il Sole è mangiato dallo smog, la terra dalla speculazione e l´acqua dai veleni, restano solo gli alberi a impedire la fine del mondo.
La Repubblica 19.01.10

"Bilanci, presidi alla guerra", di Alessandra Migliozzi

Dopo la circolare del ministero che stringe ancora una volta su entrate e spese Pronti a farsi commissariare: impossibile farcela. La nota ministeriale 9537, quella con le indicazioni per predisporre il programma annuale di spesa a per il 2010 (si vedano le anticipazioni di ItaliaOggi del 22 dicembre scorso), rischia di mandare le scuole sull’orlo del crack e di costringerle a farsi commissariare. È l’allarme lanciato dai presidi mentre nelle istituzioni scolastiche monta la protesta per i fondi irrisori predisposti dal ministero e per i tagli imposti sulle spese per le pulizie (meno 25%) che determineranno, spiegano i dirigenti, «un calo della qualità del servizio e la necessità di ricorrere ai collaboratori scolastici, già decurtati dalla legge 133, distogliendoli dalla sorveglianza».

I primi a farsi sentire sono stati i capi di istituto dell’Anp, l’associazione guidata da Giorgio Rembado, che ha scritto al responsabile del dipartimento per la Programmazione, Giovanni Biondi, e al direttore generale per la Politica finanziaria e il bilancio, Marco Ugo Filisetti, per contestare i contenuti della nota e chiedere rettifiche: «Deve essere sottolineato il fatto che alcune indicazioni aggravano la situazione finanziaria degli istituti, già di per sé pericolosamente precaria«, scirve Rembado, «…una volte detratte dalla dotazione annuale le risorse relative al Fis, la spesa per i contratti di pulizie (decurtati del 25%) e (per le superiori) l’importo per gli esami a carico delle classi terminali, resta nella disponibilità dell’istituto una esigua differenza che dovrebbe coprire le spese per le supplenze brevi e il fabbisogno per il funzionamento». Le scuole dovranno mettere nell’aggregato Z (fuori bilancio) i crediti che hanno nei confronti dello stato (un miliardo in tutto), quelle che hanno anticipato i soldi per le supplenze negli scorsi anni finiranno «in grave disavanzo di amministrazione», avranno i bilanci in rosso, lamenta Rembado. Bilanci che alcuni consigli di istituto si apprestano a non firmare, a rischio di farsi commissariare. Mentre in Piemonte l’Asapi, l’associazione delle scuole autonome guidata da Nunzia del Vento, ha approvato un documento che invita a disattendere in alcuni punti la nota del Miur, a non «accogliere l’opportunità di inserire nell’aggregato Z i residui attivi» in quanto considerata una forma impropria di radiazione dei crediti, a non attuare da subito il taglio del 25% sulle pulizie e ad applicare i criteri del dm 21 del 2007 (le vecchie regole, ovvero il capitolone di Fioroni eliminato con un colpo di spugna dalla nota 9537) per calcolare il budget per il funzionamento e le supplenze facendone esplicita richiesta al ministero. La Flc-Cgil ha deciso di impugnare la circolare del ministero. Mentre l’Anp chiede chiarezza definitiva sui residui attivi e sulle supplenze e invita a rettificare. «Noi abbiamo cinque plessi e per funzionamento e supplenze», racconta Stefano Mari, preside del 3° circolo didattico di Bologna, «dalla somma ricevuta dal ministero, tolti altri capitoli di spesa, ci restano seimila euro, una miseria. In più siamo afflitti dal taglio della spesa per le pulizie…In tutto ciò a noi lo stato deve 220mila euro, finiremo in passivo. Il Consiglio di istituto è orientato a non approvare il programma di spesa e a far venire un commissario ad acta».
Scuola Oggi 19.01.10

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Di seguito l’interrogazione PD sul tema
http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=20628&stile=6&highLight=1&paroleContenute=%27INTERROGAZIONE+A+RISPOSTA+IN+COMMISSIONE%27

Alle regionali alleanze contro il populismo strisciante

Bersani ricorda Don Sturzo ed i mali della Sicilia . Poi annuncia una settimana di battaglie sulla giustizia. E sulle candidature in Lazio e Puglia rivendica al PD il ruolo di “unico partito federale del Paese”. Pierluigi Bersani sceglie il 91° anniversario dell’appello di Luigi Sturzo “ai liberi e forti”, celebrato a Caltagirone in provincia di Catania, per guardare al futuro del Paese. Lo facciamo con un disegno in grado di affrontare il tema delle alleanze alle regionali di primavera come una tappa nella costruzione di un’alternativa da offrire agli italiani, assieme a tutte le forze che hanno un’altra idea rispetto a quella plebiscitaria della destra al governo.
C’è un populismo strisciante che va contrastato e in questo scenario bisogna ricondurre il dialogo con l’Idv, l’Udc, le forze di sinistra e con l’Mpa di Raffaele Lombardo.

Il segretario dei democratici, parlando con i giornalisti, spiega come il Partito Democratico vuole essere il perno di convergenze più ampie “per battere la destra. Vedo quello che sta succedendo tra la destra e l’Udc e noi abbiamo un atteggiamento che sta al merito. L’Udc ha fatto una sua scelta politica generale, noi ne prendiamo atto e lavoriamo regione per regione in chiave federalista per vedere se ci sono convergenze su programmi e candidature. Fin qui -ha concluso Bersani – abbiamo fatto passi avanti, mentre l’atteggiamento della destra mostra solo segnali di arroganza e condizionamento da parte della Lega”.

Chi non si fa condizionare è proprio il PD, che in vista delle regionali va definendo le candidatura lasciando le scelte alle assemblee regionali elette durante le primarie del 25 ottobre. Così nel Lazio e in Puglia con votazioni unanimi si è deciso per la candidatura di Emma Bonino alla presidenza della Regione Lazio, e per la candidatura del deputato Francesco Boccia alle primarie che si terranno domenica prossima. L’obiettivo è quello di vincere con candidature autorevoli e capaci di raccogliere un amplissimo consenso nella coalizione e tra i cittadini. “Tutto questo mostra la faccia reale del Pd, unico partito veramente a base federale di questo Paese – ha spiegato Bersani – che valorizza il territorio e affronta discussioni anche difficili e percorsi di partecipazione inediti, sapendo riaffermare il proprio profilo con decisioni positive”.

Le tre emergenze della Sicilia.
Bersani parlando della situazione politica in regione ha invitato tutti a mantenere l’unità del Pd: “La Sicilia ha bisogno dell’unità del nostro partito: e questo è un problema di responsabilità. Noi vogliamo che succedano delle cose, come il credito d’imposta, le zone franche, il decentramento, e che i siciliani le vedano”. E ha citato le ”tre emergenze. La prima è di natura economico-sociale, basta vedere cosa succede all’industria, all’occupazione e ai giovani; la seconda è amministrativa e civica, guardando al problema dei rifiuti; la terza è politica: il centrodestra con le sue spaccature è rovinosamente venuto meno alle sue responsabilità creando una situazione di ingovernabilità”. Di fronte a queste emergenze, ha spiegato Bersani, ”il Pd non ha niente da chiedere e tutto da dare senza avere interessi di governo”.
Il leader del Pd inoltre considera “una situazione inaccettabile”, il proseguo della vertenza della Fiat sulla chiusura degli stabilimenti di Termini Imerese, ed esorta il governo a non spostare l’attenzione dal palermitano e a trovare una soluzione che permetta di non ridurre l’industrializzazione di quell’area”.

“Senza giudici la mafia non si combatte”.In ottica nazionale ha parlato poi di giustizia. E’ partito dal problema degli organici dei giudici, procure vuote a fronte delle quali il governo mostra “un’irresponsabilità micidiale” commentando l’annuncio dell’ipotesi di sciopero dell’Anm sulla ”desertificazione”delle procure. ”Non si può accusare di corporativismo l’Associazione nazionale magistrati, nei luoghi più esposti alla criminalità organizzata c’eèuna carenza d’organico paurosa. Con che armi combatteremo la ‘ndrangheta e la mafia?” Ma la settimana sarà infuocata anche per altri motivi, per il leader del PD: “Vogliono andare avanti sul processo breve, disastroso dal punto di vista di assetto della giustizia italiana, una vergognosa amnistia per i colletti bianchi. E tutto questo per un problema del premier. No, noi li combatteremo con forza”.

Invece di confrontarsi su questo il senatore Maurizio Gasparri non ha trova di meglio che affidare allee agenzie una nota in cui ci suggerisce di preoccuparci delle procure vuote . Gli ha risposto Andrea Orlando, presidente del Forum Giustizia del Pd: “Il vero bugiardo è Gasparri, che non dice la verità sul processo breve e cioè che si tratta di un’amnistia mascherata, perché intervenendo su molti processi in corso, alcuni dei quali casualmente riguardano il presidente del Consiglio, impedirà che gli stessi si concludano e dunque non consentirà di giudicare i responsabili di reati anche gravi”. Quanto agli organici la verità è molto semplice: la norma che impediva la prima nomina presso le procure, combinata con la costante aggressione a chi svolge l’attività di pm, ha svuotato le procure stesse . Orlaando ricorda: “Fummo noi a proporre quella norma, la cui necessità e’ oggi in parte superata e siamo noi oggi a dire rivediamola insieme in Parlamento, senza contrapposizioni ideologiche e nell’esclusivo interesse dei cittadini”.

Immigrazione, meno lavoro nero e più regole flessibili. Commentando le parole del capo dello Stato (“Dobbiamo migliorare le nostre regole in una politica per l’integrazione ed evitare di essere un’idrovora per la clandestinità e anche di fenomeni di possibile degenerazione”) Bersani ha detto: “Dobbiamo avere meno lavoro nero e regole più flessibili, che aiutino a ridurre la clandestinità ed una politica dell’integrazione che sia propria di un Paese civile. Non possiamo più assistere a quello che abbiamo visto a Rosarno. Chi ha speculato fin qui sul tema dell’immigrazione per ottenere vantaggi elettorali – ha concluso- ha fatto un colossale danno al Paese. Questo è un tema che va affrontato seriamente essenzialmente perché noi non possiamo e non potremo fare a meno dell’ immigrazione”.

C’è chi ha chiesto a Bersani perché era in Sicilia e non al decennale della morte di Bettino Craxi e ha risposto così: “Non è il momento di gesti, ma di consentire una riflessione storica e un giudizio più equilibrato su quella figura e quella vicenda. Spero che questa non sia l’occasione per accendere gli animi ma che si riescano ad apprezzare gli elementi di novità che questa figura ha introdotto nella discussione politica, parlando delle grandi riforme come quelle istituzionali, e dei meriti e dei bisogni: temi certamente notevoli e attuali. Ma senza dimenticare come quelle idee di riforme siano degenerate nel meccanismo opaco della governabilità che ha sottovalutato largamente i temi della questione morale che non può essere ridotta solo al tema del finanziamento dei partiti: c’era qualcosa di più e di più largo, e questo lo sappiamo. Credo che tutto ciò- ha concluso Bersani – vada consegnato a una riflessione più pacata”.

Come quelle attorno allo sturziano “manuale del buon politico” che ha costituito il fulcro del confronto moderato dal giornalista Claudio Sardo, tra il leader del Pd e Pierluigi Castagnetti. Castagnetti ha spiegato come “la lezione del popolarismo” che si evince dal manuale, sia importante per creare un partito democratico, punto di incontro di storie politiche diverse. E Bersani, nella discussione, ha dato atto ai popolari e al loro fondatore, don Sturzo, di aver posto storicamente l’accento sui “limiti della politica” e censura certe pagine buie del passato della sinistra ree di aver sacrificato “l’uomo reale” sull’altare di quello “ideale”.
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"La circolare sull’integrazione", di Sofia Toselli

Il Miur ha emanato la circolare n. 2 dell’8 gennaio 2010 per dare alle scuole indicazioni e raccomandazioni per l’integrazione di alunni con cittadinanza non italiana. La questione infatti è delicata e complessa e le scuole non possono, come hanno fatto finora, gestire situazioni spesso molto difficili nella più assoluta indifferenza dell’Amministrazione centrale e periferica.
Eccone in sintesi i contenuti:
dopo una analisi del fenomeno migratorio e dei relativi dati, vengono messe in evidenza alcune criticità, tra cui l’alto tasso di dispersioni, abbandoni, ritardi che caratterizzano il percorso scolastico degli alunni migranti. La scuola, si sottolinea, accoglie gli studenti migranti con differente livello di competenza della lingua italiana: da qui la necessità di prevedere moduli di apprendimento e percorsi educativi differenziati e di individuare alcuni criteri già a partire dalle iscrizioni dell’anno scolastico 2010-2011.
Il primo dei criteri è la quota del 30% quale parametro entro cui contenere, per ciascuna classe, il numero degli alunni con cittadinanza non italiana. Tale tetto può essere innalzato previa autorizzazione del direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale: per esempio, “a fronte della presenza di alunni stranieri già in possesso delle adeguate competenze linguistiche”. E può essere ridotto “…comunque a fronte di particolari e documentate complessità”.
Gli Uffici scolastici regionali, attraverso i “patti territoriali”, dovranno:
– definire l’offerta formativa sul territorio per garantire di norma il rispetto del tetto del 30%;
– regolare i flussi delle iscrizioni al prossimo anno scolastico attraverso conferenze di servizio dei dirigenti scolastici, organizzate per comune, area subprovinciale, provincia;
– realizzare le intese sul territorio fra soggetti interessati alla gestione delle iscrizioni dei migranti;
– prevedere per le scuole la revisione degli attuali bacini di utenza ridisegnandone i confini;
– responsabilizzare le scuole paritarie sulla questione.
I dirigenti scolastici dovranno invece creare all’interno delle scuole le condizioni ottimali per l’integrazione e in rete una serie di azioni tra cui:
l’attivazione di moduli intensivi, laboratori linguistici, percorsi personalizzati di lingua italiana per gruppi di livello sia in orario curricolare (anche in ore di insegnamento di altre discipline) sia in corsi pomeridiani; la partecipazione dei docenti a progetti mirati all’insegnamento della lingua italiana come seconda lingua; la possibilità per gli allievi stranieri arrivati in corso d’anno di essere inseriti nella scuola anche in una classe non corrispondente all’età anagrafica per attività finalizzate a un rapporto iniziale sia con la lingua italiana, sia con le pratiche e le abitudini della vita scolastica, ovvero di frequentare un corso intensivo propedeutico all’ingresso nella classe di pertinenza (anche in periodi giugno/luglio/inizio settembre in cui non si tiene la normale attività scolastica).

Insomma tutte indicazioni importanti ai fini di una inclusione di qualità per gli alunni di lingua non italiana.
Raccomandazioni opportune e utili per le scuole. Se non fosse per due rilevanti zone d’ombra:
1. l’indicazione di una quota definita in astratto che scaricherà sugli Uffici scolastici regionali e sui dirigenti scolastici la gestione della distribuzione degli alunni non italiani nella rete di scuole. Quasi non si capisse che il tetto del 30% con tutte le sue deroghe sarà impossibile da rispettare specie in presenza di quei bambini che sono troppo piccoli per percorrere da soli (ma anche con i genitori che non hanno mezzi propri) lunghe distanze e che in alcune zone del Paese ci sono scuole che dovrebbero chiudere se fosse applicato il criterio delle quote: la maggior parte degli alunni sono infatti non italiani. Il problema allora – che le quote non risolvono – è la gestione dei flussi migratori: come verranno distribuiti i flussi nei vari territori, garantendo diritti, accoglienza e integrazione? Con quali politiche, investimenti, strategie? Con quali sinergie tra i vari soggetti istituzionali? Le soluzioni dovrebbero essere individuate il prima possibile per evitare di trovarsi – anche in virtù di questa circolare – innanzi a conflitti e tensioni sociali che le scuole non potrebbero affrontare: sono questioni infatti la cui responsabilità va ricondotta a livello politico centrale e periferico. Sarebbe stato allora più prudente, prima di emanare una circolare che affonda nella complessa e delicata questione degli alunni non italiani, che il merito dei contenuti si fosse esaminato in Conferenza unificata Stato Regioni per stabilire compiti e responsabilità dei vari attori, politiche e azioni comuni.

2. La mancanza di compresenze, organico funzionale e figure professionali di riferimento, specie per le scuole dove più rilevante si presenta il fenomeno migratorio. Il governo ha infatti tagliato drasticamente risorse umane ed economiche destinate alle scuole, comprese quelle finalizzate specificamente allo scopo. La circolare comunque prevede che per l’integrazione siano destinati i fondi della legge n. 440/97. Sappiamo però che i fondi della 440 non arrivano più, così come quelli previsti per le aree a forte processo migratorio, e sappiamo che le scuole attualmente faticano a funzionare anche per l’ordinaria attività. È lo stesso Miur che ha da poco inviato alle scuole la circolare relativa alle indicazioni per formare i bilanci e il programma annuale che restringe ulteriormente ogni margine di possibile manovra. Le scuole sono e saranno paralizzate dalla mancanza di risorse. Questo il Miur lo sa bene, e lo sanno bene i dirigenti scolastici. Peraltro è del tutto assente la previsione di finanziamenti straordinari, coerenti con le indicazioni date.

In una situazione come quella che oggi si vive nelle scuole, dove si respira un clima di continua incertezza e precarietà, e dove la qualità dell’insegnamento e apprendimento è destinata a peggiorare, quelle indicazioni e raccomandazioni, laddove sono ragionevoli, resteranno buoni propositi; laddove sono velleitarie, saranno un problema che verrà scaricato sulle scuole.
Ecco perché, arrivata in questo momento e concepita in questo modo, la circolare – che pur mette in luce una questione da affrontare concretamente senza resistenze e preconcetti – ha un vago sapore demagogico e semplificatore.