attualità, politica italiana

Camera dei Deputati: dichiarazione di voto On. Orlando sulla mozione Pd concernente la situazione del sistema carcerario italiano

Signor Presidente, signor Ministro, facendo due conti, quest’anno il numero dei detenuti è aumentato di circa 6-7 mila unità, come lei ha ricordato; lo stesso si prevede che avvenga per il prossimo anno. Se domani, come noi auspichiamo, il suo piano carceri verrà approvato, il primo carcere utilizzabile (sfidiamo persino il buonsenso) credo sarà disponibile nel 2012, anno nel quale i detenuti, stando ai trend di cui stiamo parlando, saranno circa 80 mila. Svolgo questo ragionamento perché ritengo che, per quanto domani lo sforzo possa essere grande, continueremo a correre dietro ad un processo che non riusciamo assolutamente a seguire.
Signor Ministro, noi abbiamo evitato nella nostra mozione di richiamare questo tema, o meglio l’abbiamo soltanto evocato, ma una cosa che ci saremmo aspettati da lei è un ripensamento complessivo delle ragioni che generano questo tipo di fenomeno. Voi avete deciso di utilizzare il carcere come pena principe per qualsiasi intervento di carattere repressivo: vi siete però dimenticati di costruire le carceri e di assumere i poliziotti. Anche le cifre che lei indica, infatti, quelle 2 mila unità, non tengono conto del fatto, in primo luogo, che una serie di vincoli faranno sì che il prossimo anno le assunzioni possibili saranno soltanto 350; in secondo luogo, soprattutto di quanti sono gli esodi, le cessazioni avvenute, che nel 2008 sono state 720, nel 2009 saranno al saldo finale 800, forse di più nel 2010. Dov’è questo sbandierato incremento, con il quale si ritiene di dover far fronte alla crescita del numero dei detenuti?
Svolgo tale ragionamento semplicemente per dire che probabilmente un ripensamento di carattere generale sarebbe necessario, sul modo in cui si intende proseguire la politica giudiziaria e la politica della pena, perché diversamente indulto e amnistia, ai quali noi siamo contrari, ed intervento straordinario ed eccezionale sono due facce della stessa medaglia, due interventi in un sistema che non si riesce a riequilibrare, un sistema che genera una situazione che lei stesso ha dichiarato al di fuori della Costituzione. Citare l’articolo 27 della Costituzione nel quadro generale delle carceri italiane appare quasi un’ironia involontaria: sono stati 72 i suicidi dello scorso anno, e soltanto nei primi giorni di quest’anno sono stati 4.
Lei ieri ha ricordato che l’Europa ci chiede di accelerare i tempi del processo. Cosa dice l’Europa del modo in cui vengono attuate le pene nel nostro Paese? Della sostanziale inesistenza di una sanità penitenziaria, rispetto alla quale attendevamo impegni più stringenti per quanto riguarda il passaggio dalle regioni allo Stato? Della sostanziale cancellazione dei servizi psicologici interni al carcere? Della fine del lavoro interno al carcere, che si è materializzato in questi anni? E ancora, dei tagli che sono stati prodotti al sistema degli asili nido, che consentono – ahimè – ancora il protrarsi di una barbara abitudine, quella di tenere i bambini in carcere a fianco dei loro genitori? Insomma, tutte domande alle quali noi abbiamo provato a dare una risposta che lei ha accolto, e ne siamo felici.
Il punto però è che oggi sarebbe importante dire la verità sugli organici, dire la verità rispetto al piano carceri, avere misura nell’indicare le possibilità di intervento, perché le risorse di cui sappiamo il Governo dispone sono assolutamente insufficienti rispetto a quelle che tutti dicono essere necessarie per far fronte alla crescita del numero dei detenuti.
In questo senso ritengo importante che il piano carceri sia commisurato alle risorse e privilegi gli strumenti di ristrutturazione piuttosto che la realizzazione di nuove carceri; soprattutto mi auguro che, come ha detto l’onorevole Franceschini, la dichiarazione dello stato di emergenza non sia un modo per evitare le procedure di carattere concorsuale per l’assegnazione delle carceri, che sono comunque opere pubbliche.
Per compiere dei passi in avanti sarebbe importante un impegno esplicito del Governo ad un utilizzo della cassa delle ammende per le misure alternative; sarebbe poi importante che si facesse chiarezza su come queste somme nella disponibilità dello Stato possano essere utilizzate per i laboratori e per il lavoro in carcere.
Non pretendiamo un ripensamento complessivo della politica giudiziaria del Governo, la situazione è così grave che oggi tutto ci consiglia di inserire nella mozione misure che possano essere condivise.
È per questa ragione che chiediamo alle altre forze politiche di non utilizzare questa discussione per introdurre surrettiziamente questioni che non sono attinenti al carcere: nella mozione del PdL vi è un accenno ai tempi del processo, che chiaramente non hanno nulla a che fare con la discussione di quest’oggi e su cui per questo esprimeremo un voto contrario in sede di votazione per parti separate; nella mozione dei colleghi radicali vi è un richiamo alla modifica dell’articolo 41-bis, che a nostro avviso non ha nulla a che vedere con la questione del carcere e che comunque saremmo contrari a riconsiderare; vi è poi un accenno all’indulto e all’amnistia. Tale ultimo punto non è che non c’entra niente, semplicemente non siamo d’accordo perché vogliamo uscire dalla logica dell’emergenza per entrare in una fase nella quale, rivedendo le modalità dell’applicazione della pena, si eviti che il sistema produca costantemente squilibri per i quali si renda necessario poi introdurre il commissario straordinario o ricorrere a misure di carattere straordinario.
Signor Ministro, credo poi – ma naturalmente ciò è rimesso alla sensibilità politica del Governo ed alla sua – che questa poteva essere anche un’occasione per dire qualche parola sul caso Cucchi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico): dico questo perché ritengo che il velo di omertà che è calato e che è stato denunciato dal nostro vicesegretario nazionale con una lettera al Presidente del Consiglio in qualche modo andrebbe strappato, per iniziare a fare luce complessivamente su quel mondo.
Voi avete messo in campo una rappresentazione che si intitola «legge ed ordine», ma vi siete dimenticati – con lo spirito televisivo che spesso vi caratterizza – che poi questa «legge ed ordine», per così dire, riempie i sottoscala dei prodotti di questo tipo di intervento.
Occuparsi dei sottoscala non è prerogativa di chi ha particolare attenzione alle ragioni del garantismo; anche una destra autoritaria forse si sarebbe posta questo problema: il fatto che voi non vi poniate questo problema credo che riproporrà in futuro le condizioni che oggi si sono generate. Non ne possiamo discutere oggi, ma prima o poi credo che questa discussione dovremo farla perché davvero non possiamo proseguire in questa direzione, ossia quella per cui le leggi vengono approvate più secondo il criterio del titolo che determineranno sul giornale il giorno dopo piuttosto che quello degli effetti che produrranno concretamente nella realtà: siccome la realtà e gli effetti di cui stiamo parlando sono uomini, donne, vite umane, persone e destini, credo che davvero questo ripensamento sia urgente e mi auguro che oggi si possa compiere il primo passo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

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Di seguito la mozione approvata dalla Camera
MOZIONE N. 1/00302 – FRANCESCHINI E ALTRI
La Camera,
premesso che:
i detenuti ospitati nelle strutture carcerarie italiane sono circa 66.000, una cifra che è destinata ad aumentare nei prossimi mesi,
si tratta di un «primato» mai raggiunto nella storia repubblicana che pone problemi molto rilevanti. I 206 istituti di pena possono, infatti, «tollerare» 64.237 detenuti nonostante, da regolamento, non potrebbero ospitarne più di 43.087, come del resto confermano le dichiarazioni del direttore del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, che, in una recente audizione presso la Commissione Giustizia della Camera dei deputati, ha parlato di situazione in grado di compromettere la sicurezza del Paese;
siamo, dunque, ampiamente oltre la soglia massima di tolleranza, in una situazione di emergenza che investe l’intero territorio nazionale, come evidenziato di recente nelle più alte sedi, ricordando la situazione dei detenuti in carceri terribilmente sovraffollate, nelle quali non si vive decentemente, si è esposti ad abusi e rischi e di certo non ci si rieduca,
di fronte a una tanto grave situazione, anche nella recente audizione davanti alla Commissione giustizia, il dottor Ionta, ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo, non ha saputo rispondere esaurientemente su tempi effettivi e fonti di finanziamento, limitandosi a ripetere (come del resto aveva già detto il Ministro sin dal mese di agosto 2009) che il piano carceri «costerà» circa 1 miliardo e 600 milioni di euro, dei quali sarebbero disponibili solo 250 milioni, ai quali la legge finanziaria per il 2010 ha aggiunto un finanziamento di soli 500 milioni di euro, per un importo complessivo che, quindi, non raggiunge la metà delle ipotizzate necessità di investimento. Peraltro, i tagli alle risorse destinate alla giustizia conseguenti alla cosiddetta finanziaria triennale dell’estate 2008 (decreto legge n. 112 del 2008, convertito con modificazioni dalla legge n. 133 del 2008), stanno causando, invece, quelle che ai firmatari del presente atto di indirizzo appaiono come esiziali difficoltà di gestione ed efficienza amministrativa in tutti gli istituti penitenziari, difficoltà che, in taluni casi, raggiungono punte di vera e propria «emergenza umanitaria», in palese contraddizione con i diritti costituzionalmente garantiti;
diverse associazioni hanno lanciato l’allarme sulle condizioni delle carceri: dall’Unione delle camere penali, all’Associazione dei dirigenti dell’amministrazione carceraria, dal Sappe (sindacato della polizia penitenziaria), da Cgil, Cisl e Uil al Garante dei detenuti della regione Lazio, tutti concordi nell’affermare che le condizioni attuali di vita carceraria sono spesso lontane dai normali livelli di civiltà e di rispetto della dignità del detenuto;
il drammatico sovraffollamento degli istituti di pena è all’ordine del giorno in tutto il Paese, con punte molto preoccupanti in alcune realtà regionali (Campania, Emilia Romagna, Lombardia, Puglia, Sicilia, Toscana e Veneto);
è evidente che il sovraffollamento sarà destinato ad aumentare sempre più se le carceri continueranno ad essere considerate il luogo in cui riversare tutti gli esclusi sociali e i soggetti deboli della società, in un regime che per nulla garantisce il rispetto del dettato costituzionale;
ulteriori dati preoccupanti derivano dall’analisi dello status della popolazione detenuta. Il 50 per cento del totale dei detenuti sono imputati in attesa di giudizio, costretti per periodi di tempo troppo lunghi a convivere fianco a fianco con i già condannati. Assolutamente insufficiente appare il ricorso alle misure alternative alla detenzione. Va ancora rilevato, più in generale, che accanto ad un sovraffollamento che è definibile come quantitativo, esiste anche un affollamento di carattere qualitativo. Esso si può ricondurre alle diverse tipologie di popolazione detenuta, ciascuna di essa portatrice di diverse istanze ed esigenze. La forzata convivenza in pochi metri quadri, per mancanza di idonee strutture, di detenuti giovani e adulti, imputati e condannati, di diverse razze e religioni, soggetti sani e con problemi psichiatrici e/o di tossicodipendenza, quando non addirittura di sieropositività (i dati più recenti dimostrano, infatti, che solo un terzo dei nuovi giunti in carcere si sottopone a screening volontario per l’accertamento del virus Hiv), crea notevoli problemi di promiscuità e di tensione anche in situazioni dove l’affollamento non è particolarmente rilevante;
relativamente al programma per le carceri, riguardante sia i nuovi interventi edilizi che la ristrutturazione degli edifici esistenti, si deve prendere atto dei ritardi di tale programma e del progressivo degrado di molti degli istituti penitenziari. Oltre all’assoluta inosservanza degli standard europei sulla dimensione e gli spazi delle celle, sono da rilevare carenze gravi nell’igiene, nell’illuminazione, nel decoro e nel clima delle celle (riscaldamento e refrigerazione) nonché nella presenza difettosa dei presidi sanitari (infermerie, centri clinici, numero di medici), il che aggrava a sua volte le patologie più frequenti. Sono da registrare inoltre carenze negli spazi destinati alla socialità e all’attività di studio e di lavoro dei detenuti, cui si deve aggiungere l’effetto deleterio dei recenti ulteriori tagli anche sulle mercedi e il lavoro dei custoditi nonché la patente violazione, in particolare, del principio della territorializzazione della pena, così come garantito dall’inapplicata legge n. 354 del 1975 e successive modifiche, laddove all’articolo 4 stabilisce che «nel disporre i trasferimenti deve essere favorito il criterio di destinare i soggetti in istituti prossimi alla residenza delle famiglie»;
preoccupano poi le frequenti segnalazioni di maltrattamenti e violenze, i casi di morte in carcere (da ultimi i casi di Stefano Cucchi e Uzoma Umeka) e quelli di suicidio. D’altronde, il citato aumento esponenziale delle aggressioni ad agenti di polizia penitenziaria, la paventata rivolta carceraria dell’estate 2009, le reiterate proteste delle associazioni sindacali del personale carcerario, sono tutti segnali di un malessere ormai ad un punto di non ritorno;
d’altra parte l’aumento della popolazione carceraria risulta essere inversamente proporzionale alla presenza del personale di polizia penitenziaria. Nel 2001 erano presenti 41.608 agenti penitenziari a fronte di 53.165 detenuti, nel 2009 gli agenti sono stati 39.000 e i detenuti 64.859. La pianta organica della polizia penitenziaria è fissata per legge in 45.121 unità. Ci si trova, pertanto, con circa 6.000 unità in meno, per di più rispetto ad un organico ormai certamente di per sé inadeguato. A ciò si devono sommare le carenze di personale amministrativo e l’assoluta inadeguatezza delle presenze degli assistenti sociali, degli psicologi e degli educatori. Senza parlare degli effetti negativi di una transizione senza fine dalla sanità penitenziaria alle aziende sanitarie locali, il che si riverbera in una drastica riduzione dei servizi di cura e recupero per i detenuti,
impegna il Governo:
ad affrontare concretamente, mediante una mirata e lungimirante programmazione, la grave emergenza del sovraffollamento degli istituti di pena, ponendo particolare attenzione alle condizioni di vita dei detenuti, allo stato dell’edilizia penitenziaria, agli spazi detentivi e a quelli comuni, in relazione anche al profilo specifico dei detenuti medesimi (tossicodipendenti e affetti da malattie psichiatriche) e la cui pericolosità sociale è ridotta ab origine, dovendosi ritenere superata l’attuale unicità del modello strutturale e organizzativo del carcere;
a disporre in tempi brevi un monitoraggio delle strutture penitenziarie esistenti al fine di individuare quelle che in una prima fase sperimentale possano prestarsi all’attivazione ed espansione delle esperienze di trattamento avanzato, quali quelle realizzate nell’istituto penitenziario di Milano Bollate, anche con il supporto di sistemi di controllo a distanza (cosiddetto braccialetto elettronico), opportunamente tarati per i soggetti, condannati o in misura cautelare, anche nuovi giunti, ai quali non siano attribuiti fatti-reato caratterizzati da abituale violenza;
ad ampliare la tipologia delle misure alternative in favore di quelle specificamente supportate da progetti professionalmente strutturati volti al reinserimento sociale, quali l’istituto della messa alla prova, positivamente sperimentato nei campo del trattamento dei minori, ovvero da patti per il reinserimento e la sicurezza sociale fondati su attività di giustizia riparativa a favore delle vittime dei reati o da programmi di istruzione, di attività sociali e culturali, di formazione professionale e di inserimento lavorativo;
a sostenere il sistema delle misure alternative alla pena detentiva mediante un sistema dì cofinanziamento dei progetti finalizzati al reinserimento sociale dei detenuti e degli internati, garantito da una parte dai fondi della Cassa delle ammende e dall’altra dalla reti integrate degli interventi e dei servizi sociali territoriali previste dalla legge n. 328 del 2000, anche mediante l’istituzione di centri di accoglienza per le pene alternative per i condannati che non dispongano di supporto socio familiare;
ad evitare il susseguirsi di iniziative normative settoriali in campo penale, volte al mero inasprimento delle pene, all’irrigidimento degli strumenti processuali che non realizzano un’efficace e coordinata azione di contrasto alla criminalità, ma acuiscono le problematiche connesse al sovraffollamento carcerario;
a promuovere una riforma di sistema che preveda la riduzione dell’area dell’illecito penale laddove riferito a comportamenti di scarso disvalore sociale con un ampliamento ed una differenziazione delle tipologie sanzionatorie, con l’affiancamento alla pena detentiva di altre pene interdittive, ma non privative delle libertà personali, irrogabili dal giudice penale di cognizione allo scopo di ridurre il ricorso alla pena detentiva, laddove non necessaria, e nel contempo di rendere più efficace il sistema sanzionatorio nel suo insieme, soprattutto con riferimento ai reati non gravi;
ad intensificare l’azione diplomatica per concludere accordi finalizzati a far scontare ai detenuti stranieri, per quanto possibile, la detenzione nei Paesi d’origine, nella garanzia del rispetto dei diritti fondamentali della persona;
a vigilare sull’applicazione della normativa in materia di edilizia carceraria al fine di superare l’attuale modello di istituto penitenziario per affrontare le nuove esigenze e i nuovi bisogni dei detenuti, anche nell’ambito degli interventi di ristrutturazione in corso, cui dare priorità, e a garantire, nell’ambito dei progetti della nuova edilizia penitenziaria, i criteri di trasparenza delle procedure e l’economicità delle opere fissando regole rigorose per la valutazione del patrimonio dello Stato in relazione al cosiddetto project financing, evitando il ricorso a procedure straordinarie anche se legislativamente previste;
ad accertare la corretta e compiuta attuazione dei regolamenti penitenziari, in particolare per la parte concernente le garanzie dei diritti delle persone detenute nonché a garantire la piena applicazione dell’articolo 4 della legge n. 354 del 1975 concernente il principio della territorializzazione della pena;
a verificare l’adeguatezza, in proporzione alla popolazione carceraria, delle piante organiche riferite non solo al personale di polizia penitenziaria ma anche alle figure degli educatori, degli assistenti sociali e degli psicologi, avviando un nuovo piano programmato di assunzioni che vada oltre il turn-over dovuto ai pensionamenti previsto dalla legge finanziaria per il 2010 e che garantisca le risorse umane e professionali necessarie all’attivazione delle nuove strutture penitenziarie, anche distribuendo meglio il personale sul territorio, concentrandolo nei compiti di istituto, sottraendolo ai servizi estranei, consentendogli un adeguato, costante ed effettivo aggiornamento professionale;
a risolvere le attuali disfunzioni della sanità penitenziaria acuitesi in concomitanza della delicata fase di trasferimento delle funzioni al Sistema sanitario nazionale, sia assicurando adeguate risorse finanziarie alle regioni sia prevedendo l’adozione, da parte delle regioni stesse, di modelli organizzativi adeguati alla specificità del contesto carcerario, che sconta, oltre alla particolarità delle patologie, specifiche ed inderogabili esigenze di sicurezza;
ad affrontare una buona volta le cause dell’elevato numero di morti e di suicidi in carcere ed i fenomeni di autolesionismo e di violenza in genere;
ad affrontare, assumendo a tal fine le necessarie iniziative normative, il problema dei detenuti tossicodipendenti, in particolare valutando la possibilità che l’esecuzione della pena avvenga in istituti a custodia attenuata, idonei all’effettivo svolgimento di programmi terapeutici e socio-riabilitativi;
ad assicurare, con adeguati provvedimenti organizzativi e di finanziamento, l’attuazione del diritto allo studio e al lavoro in carcere;
a garantire l’effettiva destinazione alla realizzazione dei programmi di riabilitazione e di reinserimento sociale dei condannati dei fondi a ciò vincolati della Cassa delle ammende;
a favorire l’approvazione di una legge per l’istituzione a livello nazionale del Garante dei diritti dei detenuti, ossia di un soggetto che possa lavorare in coordinamento con i garanti regionali e comunali e con la magistratura di sorveglianza, in modo da integrare quegli spazi di intervento rispetto alle diffuse situazioni di difficoltà del nostro sistema carcerario, che non possono essere risolte in via giudiziaria;
all’applicazione concreta della legge 22 giugno 2000, n. 193, la cosiddetta legge Smuraglia, al fine di incentivare la trasformazione degli istituti penitenziari da meri luoghi di permanenza di persone in condizioni di prevalente e permanente inerzia di per sé distruttiva, in soggetti economici capaci di svolgere parte attiva e competitiva sul mercato, anche al fine di autoalimentare le risorse economico-finanziarie necessarie per operare, riducendo così gli oneri a carico dello Stato e quindi della collettività;
ad eliminare gli ostacoli che ancora non permettono alle madri e ai loro piccoli, quelli di età compresa tra zero a tre anni, di scontare la pena detentiva in un luogo diverso dal carcere nonché ad istituire le case famiglia protette, al di fuori delle strutture penitenziarie, da considerarsi una forma detentiva privilegiata quando sia indirettamente coinvolto un bambino.
(1-00302)
(Mozione non iscritta all’ordine del giorno ma vertente su materia analoga)«Franceschini, Ventura, Maran, Villecco Calipari, Amici, Boccia Giachetti, Lenzi, Quartiani, Rosato, Ferranti, Andrea Orlando, Melis, Samperi, Tidei, Touadi, Bernardini, Capano, Cavallaro, Ciriello, Concia, Cuperlo, Gianni Farina, Rossomando, Tenaglia, Vaccaro, Bellanova, Boccuzzi, Bossa, Binetti, Braga, Brandolini, Capodicasa, Causi, Cenni, De Biasi, De Pasquale, De Torre, D’Antona, Esposito, Ferrari, Fontanelli, Garavini, Ghizzoni, Gnecchi, Lovelli, Lucà, Margiotta, Mattesini, Mazzarella, Murer, Narducci, Rigoni, Rugghia, Schirru, Vannucci, Vassallo, Zucchi, Bachelet, Berretta, Capano, Carella, Marco Carra, Ciriello, Codurelli, Giovanelli, Fedi, Froner, Marchi, Motta, Oliverio, Arturo Mario Luigi Parisi, Pedoto, Pistelli, Rossomando, Siragusa, Tullo, Velo, Vico».

2 Commenti

  1. Stefano dice

    Ho letto con molto interesse questa notizia e allora proprio da redattore sociale che anche voi citate, ho trovato i numeri che riguardano la detenzione in Italia. A volte anche questi contano per dare l’idea del perchè uno Stato “civile” e democrativo “deve” occuparsi dei detenuti.

    Il Consiglio dei ministri ha detto sì al piano e allo stato di emergenza
    Il Consiglio dei ministri ha detto si’ alla dichiarazione dello stato di emergenza nelle carceri e al piano proposto dal ministro, Angelino Alfano, per superare il sovraffollamento. Lo ha confermato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi intervenendo a Palazzo Chigi. Ecco la situazione nella carceri italiane.

    I ristretti. Secondo i dati del Dap aggiornati al 30 dicembre 2009, i detenuti reclusi in tutta Italia sono circa 65 mila. Gli stranieri sono 24.112, le donne 2.755. La regione con il maggior numero di detenuti è la Lombardia con 8.813, seguita da Sicilia (7.615), Campania (7.589) e Lazio. Per il Sindacato di polizia penitenza Sappe la cifra sale a 65.774, oltre 22.500 in più rispetto alla soglia “regolamentare” (circa 43 mila) e di poco superiore a quella “tollerabile” di 64 mila unità. Nel corso del 2009 il numero della popolazione carceraria è aumentata di quasi 8 mila unità.

    Misure alternative. Attualmente 7.737 detenuti godono in misura alternativa, di cui soli 778 in semilibertà, mentre solo all’inizio del 2006 erano 23.394. Accesso “fermo a 1/5 di quello che era prima dell’indulto”. Solo lo 0,45% di chi gode di una misura alternativa ha commesso reati durante l’esecuzione. A Caltanisetta la magistratura di sorveglianza più severa nel concedere la semilibertà, a Bari quella più disponibile. (dati Antigone)

    Per oltre 19 mila detenuti meno di 3 anni da scontare. Al 31 dicembre 2005 le persone detenute sottoposte a una condanna definitiva inferiore ai 3 anni erano il 30,7% dei definitivi (9,1% inferiore a un anno); alla stessa data del 2007, nonostante alla metà del 2006 l’indulto abbia azzerato le condanne brevi, erano il 31,9% e 37,2% al 2008. Oltre 19 mila detenuti scontano un residuo di pena inferiore ai 3 anni e potrebbero accedere a una misura alternativa(dati Antigone).

    Gli ergastolani e i “pericolosi”. Sono 1.434 (di cui 25 donne) i reclusi in circa 50 istituti sottoposti a regimi penitenziari differenziati: dalle sezioni ordinarie delle case di reclusione alle sezioni di 41 bis, passando dall’alta sorveglianza. Solo la metà accede alle misure alternative alla detenzione, che per molti sono giuridicamente precluse (i cosiddetti reati ostativi) e la condizionale è concessa in casi rarissimi. La detenzione speciale riguarda tra 1/5 e 1/6 dell’intera popolazione reclusa: 600 sottoposti al regime duro (41 bis) e 8 mila nelle sezioni di alta sicurezza. La maggioranza delle persone oggi detenute in Italia (52,2%) è in carcere in custodia cautelare, ovvero in una condizione teoricamente eccezionale,
    che implica la privazione della libertà a danno di persone per cui ancora vige la presunzione di innocenza (dati Antigone).

  2. La Redazione dice

    da Redattore Sociale

    Sì della Camera alle mozioni contro il sovraffollamento

    Roma – Mettere un freno al sovraffollamento nelle carceri. Vertono soprattutto attorno a questo obiettivo le mozioni di maggioranza e opposizione votate oggi alla Camera sull’emergenza carceri. In particolare quella dei Radicali (che ha ricevuto il si’ solo in alcune sue parti) prevede “la riduzione dei tempi di custodia cautelare” per i reati meno gravi. L’applicazione della detenzione domiciliare dovrebbe poi diventare lo “strumento centrale nell’esecuzione penale relativa a condanne di minore gravita’, anche attraverso l’attivazione di serie ed efficaci misure di controllo a distanza dei detenuti”, come il cosiddetto braccialetto elettronico.

    Anche mozione dell’Udc (primo firmatario Michele Vietti) impegna il governo “ad adottare una politica carceraria tendente a contenere il sovraffollamento, attraverso la riduzione dei tempi di custodia cautelare, la rivalutazione delle misure alternative al carcere, la riduzione delle pene per chi commette fatti di lieve entita’” e a “predisporre un nuovo piano carceri, rispetto a quello presentato il 27 febbraio 2009 dal capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, con l’indicazione di reali coperture finanziarie e prospettive di una concreta ed efficace attuazione”.

    Si chiedono anche piu’ risorse per “una dotazione di Polizia Penitenziaria adeguata a gestire una situazione a dir poco esplosiva” e iniziative “per istituire un organo di monitoraggio indipendente che controlli i luoghi di detenzione”, un Garante.

    La mozione dell’Idv verte soprattutto attorno al problema della dotazione organica, mentre quella del Pd (primo firmatario il capogruppo Dario Franceschini) chiede al governo una “una mirata e lungimirante programmazione” sul problema del sovraffollamento delle carceri che ponga “particolare attenzione alle condizioni di vita dei detenuti, allo stato dell’edilizia penitenziaria, agli spazi detentivi e a quelli comuni”.

    La mozione del Pdl, infine, impegna il governo ad inserire nel piano carceri “la progettazione e la realizzazione di nuovi istituti penitenziari che tengano conto dell’effettiva pericolosita’ delle persone che vi verranno ascritte” e intervenire “con apposite iniziative e progetti” sul tema della prevenzione dei suicidi. Si chiedono anche il divieto di permanenza dei bambini “all’interno di strutture penitenziarie ordinarie” e iniziative normative che prevedano la semplificazione dei meccanismi processuali ed impongano limiti di tempo alla celebrazione dei processi.

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