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"L'inferno di Rosarno e i suoi responsabili", di Eugenio Scalfari

Al Sud solo i volontari cercano di sfamare gli “ultimi”. Il partito dell´amore dovrebbe materializzarsi in quelle terre di violenza mafiosa Il governo e le istituzioni locali non si accorgevano di quanto stava avvenendo? Non vedevano l´accumularsi di materiale infiammabile? A Rosarno ha infuriato per due giorni e due notti prima una sommossa e poi una caccia al “negro” con ronde armate che sparano a pallettoni per ferire e ammazzare. Nel terzo giorno, cioè ieri, gran parte degli immigrati è stata portata via dalla polizia nei centri di concentramento chiamati centri di accoglienza, sulla costa jonica della Calabria, ma la caccia al “negro” continua contro i pochi dispersi che vagano ancora nella piana di Gioia Tauro. Un incidente mortale potrebbe ancora accadere, visto lo stato d´animo dei “cacciatori” che ricorda quello degli aderenti al “Ku Klux Klan” nell´America degli anni Sessanta. Siamo arrivati a questo? Perché ci siamo arrivati?
I calabresi hanno difetti e virtù, come dovunque in Italia e nel mondo. Fra le virtù più radicate c´è quella dell´ospitalità, che ha un che di antico ed è tipica della civiltà contadina. Ma anche l´ospitalità si è logorata col passare del tempo e il mutare delle condizioni sociali. E con l´arrivo della mafia.
Fino ai Sessanta non esisteva mafia in Calabria. Esisteva il brigantaggio nei boschi dell´Aspromonte e delle Serre. Esisteva da secoli, ma non la mafia. Ora, da quarant´anni, la mafia calabrese è diventata la più potente delle organizzazioni criminali che operano nel Sud d´Italia e la gestione degli immigrati è una delle sue attività, specie nella piana di Gioia Tauro, dove le “´ndrine” possiedono anche fertili terreni coltivati ad aranci. Il caporalato è diffuso e utilizza il lavoro dei clandestini.
Attualmente sono valutati a circa ventimila i braccianti destinati alla raccolta delle arance, dei mandarini e dei bergamotti. Ma non è un fenomeno recente, dura da quindici o vent´anni in qua. Riguarda solo i maschi, non ci sono femmine tra loro né famiglie. Sono maschi singoli, senza dimora, alloggiati in ovili diroccati, senz´acqua, senza luce, senza cessi. E vagano per quelle terre in cerca di lavoro giornaliero.
Vagano in Calabria, in Sicilia, in Basilicata, in Puglia. Secondo le stagioni raccolgono agrumi, olive, uva, pomodori. Il lavoro è in mano ai caporali, quasi tutti affiliati alle mafie locali. Dodici ore per venti o venticinque euro sui quali i caporali trattengono un pizzo di cinque e i camionisti che li trasportano sui campi un prezzo di due o tre euro.
«Cercavamo il paradiso abbiamo trovato l´inferno» ha detto ieri uno di loro avvicinato da un cronista. Eppure, se continuano a cercar lavoro in quell´inferno vuol dire che sono fuggiti da inferni ancora peggiori.
Sono gli ultimi della Terra. Quelli ai quali Gesù di Nazareth nel discorso della Montagna promise che sarebbero stati i primi nel regno dei cieli. Alla fine dei tempi. Dodici ore di lavoro a 15 euro di paga. I tremila di Rosarno e gli altri come loro non hanno tempo di pregare, stramazzano in un sonno da cavalli o da maiali grufolosi. È questo l´amore, è questa l´ospitalità?
I calabresi di Rosarno non sono certo abitanti di un paradiso. Sono quindicimila di povera gente e vivono in un paese sotto il tacco della mafia. Il Comune fu sciolto per infiltrazioni (si fa per dire) mafiose ed è amministrato da un commissario prefettizio. Ma quando si faranno nuove elezioni vinceranno ancora le “´ndrine” perché in quella piana la mafia è un potere costituito, in attesa che lo Stato lo sconfigga. Speriamo che avvenga presto, ma se mi domandate quando sarò tentato di rispondervi: «alla fine dei tempi», quando verrà il regno dei giusti e il giudizio universale. Prima ci sarà stata l´Apocalisse. Che sembra già cominciata.
* * *
Qualche domanda però è di rigore. La rivolgiamo al ministro dell´Interno, a quello del Lavoro, a quello delle Attività produttive, a quello dell´Agricoltura, competenti e quindi politicamente responsabili di quell´inferno. Ma le rivolgiamo anche al Prefetto, al Questore, al Comandante dei carabinieri, al Governatore della Regione. Non sapevate? Non sapevate che la raccolta dei frutti di quelle terre è affidata a ventimila immigrati, in maggior parte clandestini, gestiti da caporali e pagati in nero? Non sapevate come vivevano? Non vi rendevate conto che si stava accumulando un materiale altamente infiammabile e che l´incendio poteva divampare da un momento all´altro? Non avevate l´obbligo di intervenire? Di attrezzare un´accoglienza decente? Di regolarizzare i clandestini e il loro lavoro, oppure di rimpatriarli ma sostituirli visto che gli italiani quel tipo di lavoro non sono disposti a farlo?
Maroni ha messo le mani avanti ed ha dichiarato l´altro ieri che c´è stata troppa tolleranza: bisognava cacciare i clandestini o processarli per il reato di clandestinità. Ma se di tolleranza si tratta, a chi è rivolta l´accusa di Maroni se non a se stesso? Non è lui che predica la sera e la mattina la tolleranza zero? Se ne scorda per le terre a sud del Garigliano? Oppure si rende conto che, clandestini o no, gli immigrati sono indispensabili all´economia italiana? E che la tolleranza zero ci ridurrebbe alla miseria?
Al Nord è diverso: la miriade di piccole imprese della Val Padana e del Nordest hanno bisogno degli immigrati e organizzano un´accoglienza decente, salvo poi dare i voti alla Lega a tutela dell´”integrità urbana”, della separazione o dell´integrazione col contagocce. Si può capire: l´immigrazione in Italia è arrivata tardi ma in dieci anni siamo passati da un milione a quattro milioni di immigrati. Il tasso d´aumento è stato dunque molto alto ed ha determinato inevitabili tensioni sociali. La classe politica avrebbe dovuto gestire questo complesso processo; invece ha puntato le sue fortune sulla paura e ne ha ricavato consenso.
Nel Sud non poteva che andare peggio. Lì non c´è purgatorio ma inferno. Lì sono i volontari i soli che tentano di sfamare gli “ultimi” e dar loro una parvenza di riconoscimento. Maroni e Scajola e Zaia e Sacconi preferiscono far finta che non esistano. Aprono gli occhi solo quando scoppia la sommossa e poi la caccia al negro. Ma non hanno altra ricetta che l´espulsione, anche se ieri Maroni ha smentito che di questo si tratterà per i clandestini di Rosarno. Ma chi raccoglierà le arance, i pomodori, le olive? Chi attrezzerà l´accoglienza?
Il partito dell´amore dovrebbe materializzarsi in quelle terre dove regna invece la violenza mafiosa, i bulli di paese che si spassano giocando al tiro a segno con i fucili ad aria compressa e sparando sul negro per vincere la noia.
Noi aspettiamo risposte alle nostre domande, anche se sappiamo per esperienza che questo potere non ha l´abitudine di rispondere.
La Repubblica 10.01.10

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Se questi sono uomini, di BARBARA SPINELLI
Il futuro in cui siamo già immersi comincia nella piana di Gioia Tauro: a Rosarno in provincia di Reggio Calabria (un’autentica guerriglia urbana è ancora in corso), come a Castel Volturno e a Reggio stessa, dove la ’ndrangheta ha voluto intimidire i magistrati con un attentato alla procura generale. Il futuro comincia a Rosarno perché i principali problemi della nostra civiltà si addensano qui: le fughe di intere popolazioni dalla povertà e dalle guerre (guerre spesso scatenate dagli occidentali, generatrici non di ordine ma di caos); le vaste paure che s’insediano come nebbie, intossicando la vita degli immigrati e dei locali; le cruente cacce al diverso; il dilagare di una mafia esperta in controllo mondializzato.

A ciò si aggiunga l’impossibilità di arrestare migrazioni divenute inarrestabili, perché da tempo non si trovano italiani e cittadini di Paesi ricchi disposti a fare, allo stesso salario, i lavori fatti da africani. Si aggiunga l’ipocrisia di chi crede che la risposta consista in un’identità monoculturale da ritrovare.

E la menzogna di chi non sopporta lo sguardo inquieto e assicura: abbiamo già praticamente vinto le mafie, Gomorra appartiene al passato, è «un vecchio film in bianco e nero», come dice Maroni. Non per ultimo, si aggiunga lo Stato che perde il controllo del territorio e il monopolio della violenza: i neri a Rosarno combattono contro ronde private di locali, infiltrate da ’ndrangheta e armate di fucili. Il pensiero della Lega è egemonico e le rivolte vengono associate, dal ministro Maroni, non alle mafie ma all’immigrazione clandestina che si promette di azzerare sanando ogni male. È inganno anche questo. Quando in Francia s’infiammarono le banlieue, nel novembre 2005, Romano Prodi disse che il fenomeno, mondiale, non avrebbe risparmiato l’Italia. Fu deriso e non creduto.

Non era menzogna invece. È vero che l’Italia ha da anni una reputazione cupa, e impaura a tal punto immigrati e fuggitivi da suscitare, nei loro animi, il senso di schifo di cui parla Balotelli. Gran parte dell’Europa ha una cupa reputazione, ma questo non scusa i nostri misfatti e silenzi: il silenzio del sindacato soprattutto, abituato a proteggere pensionati e operai delle grandi industrie (ormai dei privilegiati) e del tutto afasico sull’intreccio mafia, immigrati, sfruttamento. Il massimo della spudoratezza è raggiunto quando i nostri ministri citano Zapatero o Sarkozy, quasi che gli errori altrui nobilitassero i nostri. Quasi che non esistesse, in Italia, quel sovrappiù che è il potere malavitoso. Le rivolte di questi giorni discendono dal fallimento dello Stato e lo rivelano. È la conclusione cui giunge il prezioso libro di Antonello Mangano, scritto sui ventennali disastri di Rosarno e Castel Volturno. Il titolo è: Gli africani salveranno Rosarno – E, probabilmente, anche l’Italia (Terrelibere.org 2009).

Le rivolte odierne hanno infatti una storia alle spalle, occultata dai politici e da molti giornali. Coloro che a Rosarno hanno reagito con ira distruttiva a un’ennesima aggressione contro i lavoratori neri (due feriti a colpi di carabina, giovedì) sono gli stessi che nel dicembre 2008 si ribellarono alla ’ndrangheta. Erano stati feriti quattro immigrati, e gli africani fecero qualcosa che da anni gli italiani non fanno più. Scesero in piazza, chiedendo più Stato, più giustizia, più legalità. Contribuirono alle indagini dei magistrati con coraggio, rompendo l’omertà e rischiando molto.

Denunciarono gli aggressori a volto scoperto, pur non essendo protetti da permessi di soggiorno. È vero dunque: gli africani salveranno Rosarno e forse l’Italia, come scrive anche Roberto Saviano. Poco prima della rivolta a Rosarno si erano ribellati gli africani a Castel Volturno, il 19 settembre 2008, rispondendo a una sparatoria di camorristi che aveva ammazzato sei immigrati.

Quel che è accaduto dopo è una sciagura prevedibile, e per rendersene conto basta vedere come vivono, gli africani dell’antimafia. Sono eloquenti più di altri i video di Medici senza Frontiere, che parlano di crisi umanitaria nella piana di Gioia Tauro. Il rapporto che Msf ha redatto nel 2008 ha un titolo ominoso: «Una stagione all’inferno», come il poema di Rimbaud. Difficile descrivere altrimenti gli africani che vivono in stabilimenti industriali abbandonati, come la cartiera «La Rognetta» a Rosarno, o l’oleificio dismesso presso Gioia Tauro. Dentro l’oblò del silos per l’olio: giacigli di stracci. Tutt’intorno, fuochi e soprattutto rifiuti, montagne di rifiuti tra cui vagano, tristi ombre, esseri umani che si costruiscono alloggi di cartone o tende senza sanitari. Vedere simili paesaggi ricorda Gaza, gli slum pachistani: non è vita primitiva ma l’osceno connubio tra architetture industriali moderne, indigenza estrema e apartheid. Un africano dice sorridendo a Medici senza Frontiere: «Tra l’una e le quattro di notte inutile provare a dormire. Troppo freddo».

Ci nutriamo volontariamente di menzogne, come il protagonista nel poema di Rimbaud, quando diciamo che quest’oscenità nasce dall’eccessiva tolleranza verso i clandestini. Abbiamo chiamato noi gli africani a raccogliere aranci, consci che nessuno lo farà a quel prezzo e per tante ore (25 euro per un giorno di 16-18 ore; 5 euro vanno a caporali mafiosi e autisti di pullman). E la tolleranza denunciata da Maroni non è verso i clandestini ma verso le condizioni in cui vivono clandestini o regolari.

Dopo aver tollerato tutto questo, e versato nella regione milioni di euro finiti in tasche sbagliate, ogni stupore è fuori luogo. I tumulti odierni non sorprendono: se questi africani non son uomini, come s’intuisce nei video, impossibile che non sboccino, prima o poi, i Frutti dell’Ira di John Steinbeck. Scritto nel ’39 durante la Grande depressione, il libro Furore poteva sperare, almeno, nel New Deal di Roosevelt che noi non abbiamo.

Ne abbiamo tuttavia bisogno, di un New Deal, che metta fine all’apartheid e non si limiti a spostare immigrati come mandrie da un posto all’altro. Perfino i poliziotti, spiega Antonello Mangano, dicono che la risposta non può essere solo punitiva, che gli africani sono una comunità mite, che le migrazioni continueranno. Con l’estendersi delle catastrofi climatiche saranno enormi, gli esodi. Non è vero che la questione della cittadinanza viene per ultima. Le grandi crisi si affrontano con grandi scommesse iniziali, fondatrici di nuove solidarietà. Non è vero neppure che i liberal e la Chiesa sono retrogradi, come scrive Angelo Panebianco sul Corriere. Pensare in grande l’integrazione è preparare oggi il futuro.

Dicono che l’identità stiamo smarrendola, a forza di rinunciare alle nostre radici e di convivere con diversi che ci condannano al meticciato.

Anche questa è menzogna. In realtà siamo già cambiati: non perché incomba il meticciato tuttavia, ma perché la nostra identità non è più quella ­ curiosa, accogliente, porosa ­ che fu nostra quando emigravamo in massa e incontravamo violenza. È un ottimo viatico l’ultimo libro di Gian Antonio Stella (Negri Froci Giudei – L’eterna guerra contro l’altro, Rizzoli 2009): si scoprirà che la mutazione già è avvenuta, nel linguaggio della Lega e nella disinvoltura con cui si accettano segregazioni che trasformano l’uomo in non uomo.

L’identità che abbiamo perduto, la recuperiamo solo se non tradiamo quella vera inventandone una falsa. Solo se sblocchiamo le memorie e ricordiamo che le sommosse antimafia dei neri prolungano le rivolte italiane condotte, sempre in Calabria, da uomini come Peppe Valarioti e Giannino Losardo, i dirigenti comunisti uccisi dalle ’ndrine nel 1980. Solo se scopriremo che il nostro problema irrisolto non è l’identità italiana, ma l’identità umana. Le scuole non hanno bisogno delle quote del ministro Gelmini (non più di tre alunni su dieci per classe in tutta Italia, come se Gesù avesse imposto quote di accesso alla stalla di Betlemme: non più di tre Magi). Hanno bisogno di insegnare il mondo che muta. Altrimenti sì, è l’inferno di Rimbaud: «L’Inferno antico: quello di cui il Figlio dell’Uomo aperse le porte».
La Stampa 10.01.10

"Primarie in Puglia e Lazio altrimenti si snatura il Pd", di Federico Geremicca

Parla Rosy Bindi: «Non si può rompere con Vendola perchè lo chiede Casini». Lei però mi deve concedere due brevissime premesse, altrimenti il rischio è che lo spirito di questa nostra intervista venga del tutto frainteso». Rosy Bindi è a casa sua, a Sinalunga: e visto che lo chiede, cominciamo appunto con le premesse. «La prima: il Pd sta molto meglio di quanto sembri leggendo i giornali, e anche le elezioni regionali andranno meglio di quel che qualcuno ipotizza. La seconda: io non sono una che brontola, sono il presidente dell’Assemblea nazionale del Pd e dunque quel che le dirò non è una critica ad alcuno quanto, piuttosto, un contributo a fare le scelte giuste e magari a correggerne qualcuna già compiuta. Bisogna sapere che non abbiamo molto tempo: e che dalle prossime 36 ore dipendono molte più cose di quel che si possa immaginare…».

Queste le premesse: che non bastano, però, ad addolcire l’impatto di un ragionamento rigoroso e severo. Del resto, il quadro è quello che è. La vicenda che sta dilaniando il Pd pugliese, quella della candidatura di Emma Bonino nel Lazio, le primarie mandate in soffitta quasi ovunque, un eccesso di accondiscendenza verso l’Udc, la rottura con Vendola e con la sinistra… Un arcipelago di scelte – o non scelte – che stanno facendo fibrillare i democratici e che spingono Rosy Bindi a lanciare il suo allarme: «Rischiamo di snaturare il Pd. Se ci sono degli equivoci, meglio chiarirli subito».

Cominciamo a chiarirli, allora.
«Per esempio: vedo che Casini, in queste ore concitate, si permette di entrare nel merito della nostra discussione per dire che c’è chi, utilizzando le elezioni regionali e i problemi ancora aperti su alleanze politiche e primarie, starebbe tentando di ribaltare il risultato congressuale. Mi permetto di obiettare: le cose non stanno così».

E come stanno?
«Noi in congresso abbiamo detto due cose molto chiare. La prima è che avremmo lavorato per allargare il centrosinistra. Ma appunto allargare il centrosinistra: e non limitarsi a tentare di fare intese con l’Udc scaricando, magari, chi non è gradito a Casini. Non a caso il compito che si è assunto Bersani è trovare una nuova sintesi tra i nostri alleati tradizionali e il centro».

Ci dica la seconda cosa chiara.
«Tra noi c’è stato un dibattito su come scegliere il segretario del partito, se con le primarie oppure no: ma non ci sono mai stati dubbi sul fatto che avremmo fatto elezioni primarie – e primarie di coalizione – per scegliere i nostri candidati alle cariche monocratiche. Questi sono due punti fermi del congresso. E io penso che la capacità di Bersani e del gruppo dirigente, cioè di tutti noi, debba essere appunto quella di tenere insieme queste due scelte».

Ammetterà però che quel che sta accadendo in Puglia – e in parte anche nel Lazio – va in direzione del tutto opposta.
«C’è assolutamente tempo per rimediare. Vendola ha le sue responsabilità, e lo dice una che è stata addirittura definita vendoliana. Ma non è pensabile immaginare di vincere in Puglia – o di considerarlo un laboratorio politico – rompendo con la sinistra di Vendola che ha fatto una scissione da Rifondazione comunista. Non ce lo possiamo permettere. E la strada per uscirne è una sola: sono le primarie».

Il Pd però ha scelto Boccia. Anche se, in verità, non si capisce nemmeno chi, dove e quando lo ha scelto…
«In una riunione a Roma è stato indicato Boccia? C’è un unico modo perché diventi il candidato anche di Vendola: che vinca le primarie contro di lui. Facciamole, e non per litigare: ma perché questa è la strada maestra. Quando non ci sono candidature unitarie il Pd fa le primarie e le fa di coalizione. E Boccia non può dire che così salta la coalizione…».

Può anche non dirlo, ma Casini davvero non ci sta a fare le primarie.
«Casini dimostrerà la sua forza facendo vincere Boccia alle primarie. Sia chiaro, occorre aprire all’Udc: ma va fatto con la lucidità di chi ha in testa una strategia politica per il futuro. Casini non può dirci, per esempio, che non farà mai il capo di un centrosinistra simile a quello che ha guidato Prodi, perché nessuno glielo ha chiesto e perché non accetto nemmeno da un possibile alleato che venga liquidata la nostra storia politica e il legame tra il Pd e Prodi. Comunque, ripeto: nessuno gli ha chiesto di fare il capo del centrosinistra».

Però magari qualcuno ci pensa, no?
«Io resto convinta che Casini sarà un ottimo capo del centrodestra liberato da Berlusconi: e vorrei che quel giorno, quando avremo di fronte un centrodestra migliore di quello che abbiamo oggi, il Pd sia così forte da batterlo».

Quindi, primarie.
«Non c’è altra strada. Casini è alleato fondamentale in questa fase, ma noi non possiamo permetterci di rompere con tutta la sinistra. E credo che nemmeno all’Udc convenga allearsi con noi per perdere».

E nel Lazio? La convince la candidatura di Emma Bonino?
«E’ inutile che stia a ridire della mia stima per Emma, ma alcune considerazioni vanno fatte. Quella, per esempio, che sostenere la Bonino nel Lazio, dunque a Roma, non è una scelta scontata per un partito come il nostro. La decisione è stata presa in modo frettoloso e con una motivazione poco convincente: o scende in campo un leader nazionale o si sostiene Emma, che all’inizio si era candidata contro il Pdl e il Pd. So che nel Lazio c’è una situazione difficile: ma so anche che vi sono autorevoli leader regionali capaci di competere, e che la Polverini non è imbattibile».

E dunque?
«Io propongo di andare a elezioni primarie, perché se il Pd dovrà sostenere Emma Bonino è giusto che la scelga in un confronto aperto: altrimenti tutto sembrerà un modo, perfino troppo evidente, per permettere a Casini di sostenere la Polverini. Del resto, sull’uso delle primarie – e sul progetto politico – la mozione Bersani era così chiara da aver ricevuto il voto di quasi tutti gli ulivisti: fare del Pd la forza centrale del centrosinistra. La forza centrale, appunto: e non un partito di sinistra ancora con la sindrome di esser figlio di un dio minore e alla perenne ricerca di qualche alleato moderato che lo legittimi a governare
La Stampa 09.01.10

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Pd, partito a vocazione confusa, di LUIGI LA SPINA

A questo punto, la domanda è una sola: il Pd è un partito ingovernato o è un partito ingovernabile? L’intervista alla Bindi su «La Stampa» di ieri è solo l’ultima testimonianza di una serie di contraddizioni, confusioni, incertezze veramente sbalorditive per un gruppo dirigente che, tra l’altro, si ritiene la classe politica più professionale e sperimentata d’Italia.

Non si può pensare, perciò, che sia l’ingenuità e l’inesperienza degli uomini, di volta in volta alla guida di quel partito, il motivo di una costante incapacità di tenere una linea politica coerente e credibile. La conclusione obbligata, allora, anche se amara per tutto il sistema democratico del nostro Paese che avrebbe sempre bisogno di una potenziale alternativa di governo, è che il Pd è ingovernabile perché non ha una identità comune, cioè, non è un partito.

Cominciamo dall’inizio. Il candidato alla prima segreteria, Walter Veltroni, al Lingotto di Torino, nel giugno 2007, pronuncia un discorso molto apprezzato, promettendo l’azzeramento di tutti gli spezzoni eredi dei partiti della prima Repubblica e la fusione in una classe dirigente nuova, costruita essenzialmente dalla partecipazione di quella società civile che crede in un moderno progetto riformista. Lancia l’idea, forse velleitaria e discutibile, ma affascinante, di un partito a vocazione maggioritaria, cioè che non debba subire i condizionamenti decisivi degli alleati nel governo del Paese. La sua pratica, però, contraddice subito le sue intenzioni: costruisce un’assemblea costituente fatta proprio di spezzoni dei vecchi partiti e presenta alle elezioni una coalizione che esclude un pezzo importante del riformismo italiano, il Partito radicale, e include un partito che non ne fa parte, quello di Di Pietro.

Il risultato di questa azzardata sfida a Berlusconi è una sconfitta, ma non solo onorevole: è quasi una mezza vittoria, infatti, perché raggiunge per il suo partito una percentuale di voti insperata e sulla quale si potrebbe costruire un futuro promettente. Invece, pochi mesi dopo, è costretto alle dimissioni.

Arriva alla segreteria provvisoria Dario Franceschini, per un breve interregno contrassegnato da un accentuato antiberlusconismo. Ma il congresso, nell’ottobre 2009, elegge il suo competitore interno, Pier Luigi Bersani, e l’alleata di corrente, Rosy Bindi, diventa presidente. Il nuovo leader ripudia il partito a vocazione maggioritaria di veltroniana memoria, stabilisce la necessità di alleanze con esponenti del centro moderato e la regola, quando nello schieramento di centrosinistra ci fossero le condizioni di candidati alternativi su programmi diversi, di risolvere i contrasti con il metodo delle primarie.

Passano solo due mesi e la confusione, nel Pd, è assoluta. In Puglia si verifica il caso più classico dell’opportunità di primarie: due candidati, con due ipotesi di alleanze diverse. Ma Bersani stabilisce di non farle, perché l’eventuale vittoria di Vendola non consentirebbe l’accordo con Casini. La scelta, discutibile come tutte le scelte, potrebbe essere comprensibile se con il leader dell’Udc ci fosse un accordo generale, in quasi tutt’Italia. Ma non è così, perché quel partito è libero, ad esempio, di allearsi con la Lega in Lombardia e con la Polverini nel Lazio.

Il presidente del partito, Bindi, alla vigilia della decisione finale in Puglia, allora, formula al suo segretario queste ragionevoli obiezioni, ma cade in una contraddizione clamorosa: è d’accordo con un’alleanza del suo partito con Casini, pur prevedendo che, alle prossime elezioni politiche, sarà proprio lui l’avversario, il candidato del centrodestra, l’erede di Berlusconi.

Il vero problema del Pd non è, in questa situazione, la percentuale del consenso elettorale e neanche il numero di Regioni attualmente governate dal centrosinistra che resisteranno al prevedibile tsunami berlusconian-leghista nel voto di fine marzo. In Europa, il confronto numerico tra le forze riformiste e quelle moderate e conservatrici non trova l’Italia in un drammatico svantaggio, anzi. Si tratta, invece, di metter fine al marasma di contraddizioni politiche, di giravolte nelle alleanze, di lotte tra gruppi e dirigenti che si odiano e di prendere atto che la convivenza tra una cultura di governo e la testimonianza di antiberlusconismo è fallita.

L’Italia ha bisogno di un’opposizione tale da non perpetuare, nella seconda repubblica, il vizio fondamentale della prima: l’impossibilità di un ricambio a Palazzo Chigi. Con il rischio di una situazione peggiore, perché, una volta, tra Dc e Pci, almeno, c’era il riconoscimento di una comune partecipazione alla costruzione dello Stato repubblicano e la condivisione delle sue regole. Un patrimonio sul quale, oggi, non possiamo neppure contare con certezza
La Stampa 10.01.10

"Pdl, Fini non rompe ancora Ma non si fida più del premier", di Susanna Turco

L’accordo con l’Udc nel Lazio, grazie alla figura chiave della “sua” Polverini lo riempie di soddisfazione per la capacità di guardare al futuro cui allude. E non ha mancato di esibirlo, in un lungo incontro ieri con il suo futuribile alleato Pier Ferdinando Casini. Eppure, Gianfranco Fini è in queste ore alle prese con una operosa, quanto magmatica, riflessione sul da farsi. Sul tavolo le ipotesi ci sono tutte: da quella di mettersi a «rinegoziare» il proprio peso ai vari livelli di governo e di partito, a quella di una scissione – con buona pace dei Bonaiuti e dei Gasparri che ieri si sono affrettati a smentirla. Eppure, nel primo caso si tratta di un passo indietro verso la politica politicante che l’ex leader di An non ha gran voglia di fare, perché credeva che per lui con la nascita del Pdl e l’ingresso alla Camera «il tempo dei negoziati fosse finito».

Gruppo autonomo
Nel secondo caso, quello del gruppo autonomo, si tratta di una ipotesi che il presidente della Camera non vorrebbe prendere in considerazione se non nel caso in cui fosse davvero «costretto». Proprio per questo, spiegano i suoi, la prospettiva potrebbe prendere corpo solo dopo le Regionali. A meno che, ed è questa la vera novità, «nel momento in cui la Camera affronterà i temi della giustizia e le altre riforme», così come su singole leggi come biotestamento e cittadinanza, non venisse fuori qualcosa di davvero indigeribile. «Se Fini si trovasse di fronte a leggi che trova in contrasto con il proprio ruolo istituzionale, se fosse messo nella condizione di trovarsi correo, la sua battaglia la farà fino in fondo, fino al punto di far saltare tutto», spiegano. Non sono più i tempi in cui «ingoiare» in nome dell’armonia col Cavaliere. L’atteggiamento corrisponde del resto allo stato dei rapporti con Berlusconi. Un incontro con lui, spiegano, «è fissabile ma non ancora fissato». Si parla della prossima settimana, ma nessuno dei due ha finora fatto una mossa per affrettarlo: e la telefonata del Cavaliere per il compleanno del co-fondatore, fatta il 3 gennaio ma resa nota ieri, assieme a un generico impegno a «vedersi», finisce indirettamente per confermarlo. Sì è, del resto, che Fini non ha ancora deciso con quale atteggiamento presentarsi a un incontro sul quale non ripone grandi aspettative. Sa che, con ogni probabilità, si uscirebbe con una ritrovata armonia a parole «destinata a durare nei fatti quindici giorni».

La condanna delle poltrone
Un «ultimo tentativo», comunque, il presidente della Camera è naturalmente disponibile a farlo. Nonostante continui a pensare che «Berlusconi si comporta da monarca». Nonostante sia convinto «che è lui ad armare la penna di Feltri». Ma ha ormai capito che non gli sarà possibile animare il dibattito interno stando fuori dalla stanza del comando. Così, per quanto non gli piaccia l’immagine di «cercatore di poltrone che vogliono appiccicarmi addosso», per quanto non abbia «intenzione di impiccarsi al caso Santanché», sa che se vuole «rinegoziare» il proprio peso nel Pdl, se non vuole condannarsi all’inifluenza, proprio da lì dovrà passare. Dai posti. È nelle cose, del resto, che nei vertici del partito l’uomo che dovrebbe rappresentarlo è Ignazio La Russa: un ex colonnello del quale ormai lui «non si fida affatto» (e che potrebbe voler sostituire con Bocchino). È nelle cose d’altra parte, che Berlusconi ha buon gioco ogni volta che gli risponde: «Le decisioni non le prendo io le prende il partito». Bella forza, spiegano i finiani: «Negli organismi dirigenti ci sono praticamente solo berlusconiani». Così, per quanto non abbia voglia, Fini è consapevole che, se vuol restare nel Pdl, dovrà mettersi a rinegoziare tutto: «Perché così non va. Berlusconi ha fatto tutto ciò che ha voluto, si è preso gli uomini e i posti, non mi permette di dissentire e mi tira addosso pure il Giornale», si è sfogato coi suoi. I margini di rilancio, e persino di vivibilità, si riducono ogni giorno di più. Ma Fini attende. A meno che Berlusconi non gli dia l’occasione – per lui rischiossissima di far saltare tutto con pretese eccessive sull’attività legislativa, dal legittimo impedimento in giù.
L’Unità 09.01.10

"Quante sono le Rosarno d'Italia?", di Cesare Martinetti

La rivolta di Rosarno è scoppiata nelle stesse ore in cui il ministro dell’Interno, a distanza di pochi chilometri, discuteva con i responsabili dell’ordine pubblico in Calabria la risposta dello Stato alla bomba esplosa contro la procura. Una coincidenza casuale ma davvero simbolica che nella saldatura tra l’emergenza cronica chiamata mafia (‘ndrangheta, camorra, ecc.) e la nuova emergenza che si chiama immigrazione ci consegna all’inizio di questo 2010 un’agenda sociale drammatica.

Quello che sta accadendo a Rosarno in queste ore ci riguarda tutti: il nostro quartiere, le nostre periferie, a Sud e a Nord, interroga la nostra coscienza di cittadini, sfida l’intelligenza e mette alla prova quello che si chiamava il sentimento democratico.
Non è un problema solo italiano. Una rivolta del tutto analoga a quella di Rosarno è scoppiata qualche mese fa a Calais, nel Nord della Francia, da dove le bianche scogliere di Dover appaiono come un miraggio alle migliaia di migranti (soprattutto afghani, pakistani, iracheni) che premono per sbarcare in Gran Bretagna. Gli ammiratori acritici di quanto avviene al di là delle frontiere vadano al cinema a vedere «Welcome» di Philippe Lioret: avranno di che meditare su come la questione rappresenti un rompicapo per ogni governo, compreso quello del muscolare Sarkozy che ha trasformato in reati anche i piccoli gesti di solidarietà verso i clandestini senza aver disinnescato le polveriere sociali disseminate nelle banlieues francesi.
È anche per questo che appare particolarmente irritante la litania tutta italiana del rinfaccio di responsabilità tra destra e sinistra, governo e non governo perché le responsabilità vanno equamente distribuite nel corso degli anni. Altra cosa è il confronto su quanto sta accadendo a Rosarno: accusare di clandestinità dei poveracci che accettano condizioni di vita disumane per svolgere lavori che gli italiani non vogliono più fare non ci sembra la strada migliore. A Rosarno (un comune da anni senza amministrazione sciolta per mafia) va in scena la duplice sconfitta della classe dirigente italiana: un Sud abbandonato alla propria incapacità di uscire dal medioevo della ’ndrangheta, l’afflusso incontrollato di masse migranti.
Il paradosso, inaccettabile, è che tutto ciò è noto ma tollerato per il sistema, quel sistema che in Calabria (ma anche in Sicilia, Puglia, Campania e nei frutteti del Nord) si regge su una manodopera invisibile e clandestina. Bisogna compiere un viaggio tra paesaggi improbabili e allucinati che avrebbero fatto da sfondo ideale al film tratto da «La strada» di Cormac McCarthy (che pare non vedremo mai in Italia perché troppo desolato e deprimente) per scovare l’accampamento dei «ribelli» di Rosarno: un vecchio stabilimento industriale abbandonato, dove senza nessun servizio e in condizioni igieniche inimmaginabili vivono stagionalmente, da anni, centinaia di persone. Quante Rosarno ci sono in Italia? Quanti cittadini italiani, nella maggioranza deboli ed essi stessi «abbandonati», come quelli che in Calabria in queste ore si confrontano e si scontrano con i migranti in una disperata guerra tra poveri?
Per il governo, a distanza di pochi giorni, si apre una seconda, urgente sfida calabrese: rendere dignitose le condizioni di vita di centinaia di lavoratori stranieri, permettere loro di lavorare nella legalità, perseguire le mafie grandi o piccole che li sfruttano, non consentire che in nessun’altra Rosarno sparsa in Italia si aggreghino masse di clandestini inevitabilmente destinate a urtarsi con le popolazioni locali.
Misure urgenti e difficili a cui bisogna affiancare prima possibile la regolazione di un percorso italiano alla cittadinanza per gli immigrati. Giovanna Zincone il 2 gennaio scorso ha illustrato su la Stampa quanto sia problematica la composizione delle varie proposte nel dibattito che si sta facendo in Parlamento. È essenziale dare certezze di legge a una materia così incandescente. Ed è importante che non siano le emozioni e le facili demagogie del momento a prevalere sulla ragione o anche su un banale calcolo utilitaristico: degli immigrati il sistema italiano non può fare a meno. Dare sicurezze a loro significa dare sicurezze agli italiani ed evitare altre Rosarno.
La Stampa 09.01.10

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Chi usa gli ultimi della terra?, di Gad Lerner

Di quale tolleranza, “troppa tolleranza”, parla il ministro Maroni? Ignora forse che da trent´anni l´agricoltura del Mezzogiorno d´Italia si regge economicamente sull´impiego di manodopera maschile immigrata, sospinta al nomadismo stagionale fra Puglia, Campania, Sicilia e Calabria, con paghe di sussistenza alla giornata, ricoveri di fortuna in edifici fatiscenti, criteri d´assunzione malavitosi, senza la minima tutela sanitaria e sindacale? Ora non li vogliono più, s´illudono di espellerli come un corpo estraneo dopo che li avevano convocati alla raccolta degli agrumi. Ma è dal 1980 che le colture specializzate meridionali non possono fare a meno delle migliaia di ragazzi africani trattati né più né meno come bestiame. E al tramonto, se la mandria non fa ritorno disciplinato nei recinti abusivi delle aree industriali dismesse, non trova certo istituzioni disponibili a riconoscerne l´umanità. Gli italiani con cui entrano in contatto questi lavoratori senza diritti sono solo di due tipi: i caporali spesso affiliati alla criminalità organizzata; e i volontari di Libera, della Caritas e di Medici senza frontiere. Le forze dell´ordine si sono limitate finora a un blando presidio territoriale per evitare frizioni pericolose con la popolazione locale. Ma l´importante era che il ciclo produttivo non si interrompesse: la mattina dopo il reclutamento ai bordi della strada non subiva intralci.
Chi ha tollerato che cosa, ministro Maroni?
Rosarno era teatro da anni di una conflittualità quotidiana, pestaggi isolati, sfide tra giovanissimi divisi dal colore della pelle ma accomunati da una miseria culturale che li induce a viversi come nemici. Dopo i colpi di fucile che hanno ferito due immigrati, giovedì la furia degli immigrati ha colpito indiscriminatamente la popolazione calabrese. Ieri, per rappresaglia, è scattata la “caccia al nero”: disordini razziali che evocano scenari di un´America d´altri tempi. Di nuovo sparatorie a casaccio per terrorizzare i miserabili che hanno osato ribellarsi, insanguinando la Piana di Gioia Tauro dove governano ben altre autorità che non lo Stato democratico.
La riconversione legale dell´agricoltura del Sud implicherebbe, accanto agli investimenti economici, un´opera di civilizzazione che mal si concilia con l´offensiva propagandistica imperniata sulla criminalizzazione del clandestino. Non solo i mass media ma anche i portavoce della destra governativa hanno eccitato, legittimato sentimenti d´ostilità da cui oggi scaturiscono comportamenti barbari, indegni di un paese civile.
Se a Castelvolturno, nel settembre 2008, fu la camorra a sterminare sei braccianti africani, a Rosarno assistiamo a un degrado ulteriore: settori di cittadinanza coinvolti in un´azione di repulisti inconsulta. La chiamata alle armi contro i dannati della terra che certo non potevano garantire – con la sola forza disciplinata delle loro braccia – il benessere di un´area rimasta povera.
Vi sono probabilmente motivazioni sotterranee, indicibili, alla base di questo conflitto. Non tutti i 25 euro di paga giornaliera finiscono nelle tasche dei braccianti illegali. Pare che debbano versare due euro e mezzo agli autisti dei pulmini che li trasportano nelle piantagioni. Si vocifera addirittura di una odiosa “tassa di soggiorno” di 5 euro pretesa dalla ´ndrangheta. Di certo non sono associazioni legali quelle che pattuiscono le prestazioni di lavoro. Ma soprattutto è chiaro che una relazione trasparente con la manodopera immigrata viene ostacolata, resa pressoché impossibile dalla legislazione vigente.
Altro che pericolo islamico: qui la religione non c´entra un bel nulla. L´Italia dell´economia illegale, non solo al Sud, lucra sulla farraginosità normativa che sottomette il lavoratore immigrato a procedure arbitrarie sia in materia contrattuale, sia nel rilascio del permesso di soggiorno. Quando Angelo Panebianco, sul “Corriere della Sera”, asserisce che affrontare il tema della cittadinanza significherebbe “partire dalla coda anziché dalla testa”, ignora che restiamo l´unico paese europeo in cui le procedure di regolarizzazione e di naturalizzazione non contemplano alcuna certezza di tempi e requisiti. Assecondando, di fatto, un´informalità di relazioni per cui ai doveri non corrispondono mai i diritti.
Sulla scia di un´analoga iniziativa francese, circola fra gli stranieri residenti in Italia l´idea di dare vita a marzo a una iniziativa forse velleitaria ma dal forte significato simbolico: “24h senza di noi”. Che cosa succederebbe se per un giorno tutti gli immigrati si astenessero dal lavoro? Quanto reggerebbe il nostro sistema di vita senza il loro apporto? Farebbero bene, i sindacati, a prendere in seria considerazione questa iniziativa, contribuendo con la loro forza organizzativa al moto spontaneo. Ma prima ancora è l´intero arco delle forze politiche, culturali e religiose che rifiutano la contrapposizione incivile fra italiani e stranieri a doversi mobilitare: l´inciviltà dei pogrom è contagiosa.
La Repubblica 09.01.10

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“Il grande alibi dell’integrazione”, di Francesco Merlo
Dopo lo sparo di Rosarno, la sparata della Gelmini. Le vittime sono sempre le stesse: gli immigrati. In Calabria i fucili dei balordi e a scuola i tuoni e i fulmini della Gelmini. Stabilendo che in ogni classe gli stranieri non debbono superare il trenta per cento, la ministra dell´Istruzione vuole preservare l´identità italiana degradandola ai confini di una Italietta che non esiste, di una Brianza gonfiata come la rana.
L´idea di fondo è che gli immigrati sono troppi e che dunque bisogna eliminarne una parte e ovviamente per il loro bene, «per integrarli meglio»: «per integrarti meglio, figlia mia» dice la nonna lupo.
Dunque, per integrarli meglio cacciamoli dalla campagne calabresi dove questi braccianti assicurano ricchezza a basso costo. E per meglio insegnare loro a stare al mondo, allontaniamo gli eccedenti dalle scuole nonostante assicurano occasioni di confronto, di stimoli, di curiosità verso gli altri, e anche di orgoglio nazionale visto che è da noi italiani che sono stati sedotti ed è la lingua italiana che hanno scelto come destino. I professori raccontano di bimbi che imparano a fare gli origami con i tovaglioli e a usare gli ideogrammi dai loro compagni cinesi, e di piccoli maghrebini che insegnano il francese ai milanesi, e ancora di giamaicani che conversano in inglese con i romani.
È vero che la presenza di immigrati di varie nazionalità può rallentare lo svolgimento dei più tradizionali programmi ed è vero che una scuola dove ci sono livelli diversi e lontani tende a modularsi sul livello più basso. Ma è un problema che riguarda la didattica e gli insegnanti che, in tutto il mondo, vengono appunto riqualificati e adattati alla crescita delle presenze straniere. Al contrario in Italia sono umiliati e addirittura orientati verso il modello regionale, con l´idea che i professori debbano superare l´esame di dialetto e con l´obiettivo di avere una scuola “parteno siculo borbonica”, un´altra “brianzola austriacante”, e un´altra ancora “papalina tiberina”.
Come si vede è l´insieme che spiega i singoli atti della Gelmini. È la sua politica generale sulla scuola che illumina anche quest´ultimo annunzio sulle quote del trenta per cento di stranieri. Eppure anche i nostri bambini, prima di andare a scuola, non parlano l´italiano e sono stranieri, specie se vengono da zone degradate, dalle periferie a forte connotazione regionale. A scuola si entra tutti stranieri e si esce tutti italiani, ma solo se si esce cittadini del mondo.
La Gelmini vuole invece che gli stranieri rimangano stranieri. E cosa ne farà degli eccedenti? Ci sono quartieri e interi paesi in Veneto e in Lombardia, ma c´è anche l´Esquilino a Roma per esempio, dove gli extracomunitari sono ormai la larga maggioranza. Solo la scuola può integrarli, soprattutto se si continua a negare loro la nazionalità e i diritti civili. Dove possono imparare a diventare italiani se non a scuola?
Dispiace dirlo, ma questo è lo stesso spasmo mentale dei fascio-futuristi che contro l´incremento demografico proponevano la guerra come igiene del mondo. Così la Gelmini propone le quote di sbarramento del trenta per cento come igiene del mondo della scuola.
Tutti sanno che è fatta di scuola l´Unità d´Italia che andiamo a celebrare. Da Bolzano a Cefalù è di nuovo la scuola che deve unire italiani e immigrati, la scuola che già è stata usata contro il regionalismo in chiave religiosa e antropologica, e contro le vecchie lingue strutturate, contro i dialetti. Le nostre scuole non avevano quote di sbarramento per i meridionali che al contrario cercavano. Li seducevano e li obbligavano proprio perché erano scuole sorte sul tramonto delle culture premoderne e localistiche, contro il delitto d´onore, contro la mafia Robin Hood, tutte cose che allora erano vere e resistenti come oggi sono vere e resistenti le tradizioni dei nuovi immigrati. Ebbene, se l´Italia l´abbiamo fatta a scuola è ancora a scuola che rifaremo o disfaremo l´Italia. È la scuola che deve rivedere l´identità nazionale, adattare la storia, la geografia, la lingua e la religione nell´epoca delle grandi migrazioni, del meticciato, della contaminazione. Unità d´Italia significa aprire e non chiudere la scuola alle lingue degli immigrati, alle loro culture e alle loro religioni. Solo la scuola può dirozzarci tutti, anche i ministri che sbagliano gli accenti in Senato.
E tanto per non contrapporre alla scuola della Gelmini i soliti modelli di Francia e di Inghilterra, che per i brianzoli sono mondi ormai perduti perché in mano agli apolidi di mille colori, ricorriamo alla Svizzera, che è un luogo caro ai leghisti perché la Svizzera sono le banche, i soldi, le fughe di capitali, l´intolleranza calvinista, le valli alpine senza minareti e palme mediterranee… Ebbene, la scuola svizzera è diventata l´eccellenza europea proprio perché vuole gli stranieri, perché li esibisce come un onore e come un vanto, perché immagina un futuro internazionale per ogni ragazzo che forma. Il famoso collegio Le Rosey che probabilmente è la scuola più prestigiosa, la meglio frequentata (e la più cara) del mondo ha addirittura fissato, – apra bene le orecchie, ministro Gelmini! – una quota insuperabile del dieci per cento, ma è una quota al contrario della sua. Gli svizzeri non vogliono una nazionalità che superi il dieci per cento del totale, non permettono che ci sia una nazionalità di maggioranza, vietano la formazione di una cultura dominante, sanno che l´identità della scuola svizzera si difende contenendo anche la componente svizzera dentro il dieci per cento. Perché la scuola insegna a stare al mondo, e non si può neppure immaginare una Parigi che fissi quote di sbarramento scolare ai suoi algerini e ai suoi vietnamiti… Solo la Gelmini in Europa immagina un mondo senza mondo, un mondo im-mondo.
La Repubblica 09.01.10

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“Il nuovo schiavismo che ha cambiato il mondo del lavoro nel Sud d’Italia” , edi Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore

I duemila di Rosarno non sono marziani spuntati dal nulla ma la punta dell’iceberg del sottoproletariato rurale: norme e dignità cancellate, razzismo, involuzione delle aziende. I braccianti africani che sono esplosi di rabbia contro l’ennesima aggressione subita sono i figli del nuovo schiavismo che si è diffuso come una “malapianta” nelle regioni meridionali. Costretti a lavorare per pochi euro,sotto il sole cocente d’estate e sotto il freddo pungente d’inverno, i duemila di Rosarno non sono marziani sbucati all’improvviso, sono solo la punta dell’iceberg del nuovo mondo bracciantile dell’Italia meridionale. Un mondo bracciantile che, quando il lavoro si fa più duro, oltrepassando il sottosalario e raggiungendo forme paraschiavistiche che si fondano sul controllo dell’uomo sull’uomo, vede scomparire dal suo interno gli italiani. n genere la violenza rurale si scaglia contro i braccianti senza che nessuno dica niente o alzi un dito. A Rosarno, oltre vent’anni dopo le manifestazioni seguite all’uccisione di un altro bracciante,Jerry Masslo, per la prima volta «i dannati della terra» si sono ribellati in forme dure. La loro rivolta ci dice un paio di cose. Innanzitutto che il grave sfruttamento lavorativo di migliaia di africani ed est-europei nelle nostre campagne ha prodotto un crescente imbarbarimento delle relazioni di lavoro e dei rapporti tra italiani e stranieri, un’involuzione delle stesse imprese che dovrebbero produrre in modi radicalmente diversi. Il neoschiavismo ha alimentato un razzismo crescente: è come se si fosse inverato il teorema secondo cui «se sei un lavoratore schiavizzato,prima o poi smetterò di considerarti come un uomo». E se ti ribelli,ti darò la caccia…In secondo luogo, la rivolta ci dice che abbiamo oltrepassato il punto di rottura. Maroni ha detto che«è stata tollerata una immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall’altra ha generato situazioni di forte degrado».È accaduto esattamente il contrario: gli immigrati irregolari(o i regolari con la paura di tornare a essere irregolari nel momento in cui non viene loro rinnovato il contratto di lavoro) sono diventati soggetti oltremodo vulnerabili di fronte allo sfruttamento. Se denunciano il proprio caporale, sono loro a finire in un Cie, non il loro aguzzino. Di fronte a questo paradosso che si riproduce identico nella vita di migliaia di uomini e donne,bisogna ritornare a parlare di regolarizzazione dei lavoratori“clandestini”, che in alcuni settori – come appunto l’agricoltura al Sud – costituiscono la base della forza lavoro. Per una singolare coincidenza, la rivolta di Rosarno è esplosa negli stessi giorni in cui si discute della necessità o meno di uno sciopero degli stranieri. Se i nuovi braccianti non troveranno altri canali efficaci per far sentire la loro voce, queste situazioni si riprodurranno a catena.
L’Unità 00.01.10

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“Anche la sparatoria è un avvertimento”, di Massimo Numa
Don Luigi Ciotti e la «guerra» di Rosarno. «Libera», l’associazione nata per combattere le mafie, ha un ruolo importante, in questo pezzo di Calabria dominato (in larga parte) dalle famiglie dell’ndrangheta. «I miei ragazzi sono lì, queste persone vanno difese…».
Che fare, adesso?
«Posso dire che a Rosarno è sempre stata attiva una diffusa rete di solidarietà tra la popolazione locale e gli immigrati, le comunità cristiane e non solo. C’è una cultura molto radicata tra la gente, quella di offrire aiuto, in modo concreto…il cibo, i vestiti, il sostegno di ogni giorno. Ma ogni dettaglio dell’accoglienza, la gestione del circuito perverso delle “assunzioni”, dei rifugi in cui queste persone in cerca di lavoro sono costrette a vivere è da sempre nelle mani della mafia. Il clima di violenza, la ribellione che ne è seguita, nascono da qui».
Anche le reazioni degli immigrati sono state violente.
«Dobbiamo dirlo nel modo più chiaro possibile, la violenza va sempre respinta, anche se chi la pratica, come in questa occasione, ha mille buone ragioni. Sì, hanno avuto una reazione esagerata ma ora bisogna tentare di capire. Le mafia che controlla il territorio sfrutta nel modo più crudele possibile gli immigrati. E lo fa con cinismo e con una spietata determinazione. E con il ricatto. Mi sembra che le istituzioni si stiano muovendo in modo corretto, offrendo anche garanzie e una prima forma di tutela. E’ la direzione giusta, la repressione, da sola, non serve».
Maroni ha individuato nella clandestinità dei caporali della mafia per tenere sotto controllo i lavoratori-schiavi. E’ d’accordo?
«Sì, perchè le menti criminali che gestiscono ogni minimo aspetto dello sfruttamento, sanno che gli stranieri irregolari non possono neanche tentare di ribellarsi. Sono senza documenti, senza nessuna tutela da parte dello Stato, la loro unica possibilità è quella di subire, e di lavorare, per paghe misere. Trattati peggio delle bestie, provocati sistematicamente, privi di dignità e di ogni elementare diritto. E’ quasi inevitabile che situazioni di questo genere, alla fine, generino la violenza. Lo scontro in atto con la popolazione locale, con cui da anni s’era stabilito un buon rapporto, è solo la causa diretta del modo di gestire il lavoro da parte delle organizzazioni criminali».
Come intervenire?
«C’è una sola linea. Quella di liberare il territorio dalla criminalità organizzata, sradicare le attività gestite dagli esponenti delle famiglie dell’ndrangheta. Per farlo, è necessaria un’azione concorde di tutte le istituzioni dello Stato, non solo di segmenti isolati della società civile. Non è una guerra, questa, che si combatte una tantum, sull’onda emotiva di un fatto spiacevole o sanguinoso. L’eco della rivolta di Rosarno presto si spegnerà. Ecco. L’azione di contrasto deve proseguire senza arrestarsi, sino a quando non saranno spazzati via i caporali e chi li comanda».
I lavoratori stranieri, ultimo anello della catena. Come difenderli?
«Il racket, con loro, può esercitare il massimo livello di violenza e intimidazione. Anche la sparatoria che ha innescato la rivolta va considerata come un messaggio preciso, per intimidire chi non vuole rassegnarsi, chi tenta di ribellarsi ai soprusi. I lavoratori si spostano da un territorio all’altro, seguendo i cicli delle stagioni e delle raccolte. E per questo sono ancora più indifesi, veramente gli ultimi. Accettano ogni tipo di condizione, anche la più iniqua, pur di sopravvivere. Potranno liberarsi dalla mafia solo attraverso la bonifica di questi vasti territori. Distruggere il male alle radici. Togliere una volta per tutte alle cosche il controllo delle attività economiche. Altro non c’è».
La Stampa 09.01.10

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“Nessuna sorpresa Qui il mix è esplosivo”
Alle nove di sera Jean-Leonard Touadì sta tornando a Roma, dopo una lunga giornata proprio a Rosarno. E’ il parlamentare eletto nel Pd, immigrato francofono: la sua è una storia con un sereno finale, nel nostro Paese. Racconta quello che ha visto, anzitutto: «Una cittadina che conosco bene, che porta i segni della rivolta, falò, macchine in fiamme, cose danneggiate. Uomini e donne danneggiati. Una città sotto choc. E i ragazzi immigrati, soprattutto, che hanno paura. In molti, mi hanno chiesto di portarli via da lì. Si è rotto qualcosa nel rapporto con gli altri cittadini».
Perché quella è una zona nella quale ogni anno, da anni, arrivano gli stagionali per la raccolta dei pomodori, degli agrumi. E’ la prima volta che succede quello che ha visto oggi?
«Sì. Me lo ha confermato anche il sacerdote dell’associazione “Libera” che mi ha accompagnato, a Rosarno e in genere nel Sud ci sono frizioni, ma mai vera intolleranza e razzismo. Adesso ci sono due vittime, i ragazzi immigrati e la città. E’ il punto di caduta della miscela di illegalità diffusa, di sfruttamento del lavoro nero e della mancanza del controllo del territorio da parte dello Stato. E non è la prima volta che accade, quante Rosarno ha l’Italia? Ci siamo già dimenticati di Castelvolturno? C’è una imprenditoria nostra, italiana, che ha bisogno della mano d’opera degli immigrati. Dobbiamo esserne consapevoli».
Che cosa farebbe lei, se potesse?
«Anzitutto non basta la sanatoria solo per le badanti: l’impresa ha bisogno delle sue colf, la regolarizzazione va estesa alla manodopera stagionale dei migranti. E dobbiamo prendere coscienza che vengono pagati 25 euro al giorno: in quei 25 euro, 3 vanno per il pasto, poi vanno pagati trasporti e intermediari. A loro restano 10 euro. Vanno aiutati, o il Sud d’Italia nel 2010 diventerà quello che è Rosarno oggi, l’Alabama degli anni Venti dello scorso secolo».
Eppure, il ministro dell’Interno ha detto che «con i clandestini si è troppo buoni».
«Lo dico da cittadino, non da politico: quella di Maroni è un atteggiamento irresponsabile. Maroni era stato da poco a Reggio Calabria, è il ministro dell’Interno, sa che a Rosarno lo Stato è totalmente assente. Io lì ho trovato agenti di polizia, e il prefetto, di incredibile professionalità. Ma sono, anche loro, soli contro una guerra tra vittime italiane senza legalità, e nuovi schiavi dell’immigrazione clandestina. A Rosarno c’è un intreccio perverso che riguarda lavoro nero, malavita organizza e immigrazione. Questo dovrebbe preoccupare il Ministro degli Interni, non tanto la tolleranza verso la presenza di clandestini. Il sud ha dato prova di grande solidarietà verso gli immigrati ma le collettività non possono essere caricate di tutti i problemi».
Però ieri hanno anche deciso di inviare subito una task force…
«È importante che in questa fase le istituzioni svolgano il ruolo di mediazione, evitando di fomentare l’odio tra le parti. La task force del Viminale va bene ma non basta: ricordiamoci che la mediazione che le istituzioni devono mettere in atto da oggi in poi è prima di tutto culturale e sociale».
La Stampa 09.01.10

"L´Italia ha perso 400 mila posti. In Europa, uno su dieci senza lavoro ", di Luisa Grion

L´Istat: a novembre tasso di disoccupati all´8,3%. Sotto la media Ue. In totale sono due milioni. Quasi 400 mila posti di lavoro in meno in un anno, 44 mila persi solo fra ottobre e novembre: se ormai da qualche mese si parla di uscita dal tunnel gli effetti della crisi continuano a manifestarsi. Lo segnalano gli ultimi dati Istat sulla disoccupazione: a novembre 2009 ha raggiunto quota 8,3 per cento, in netta crescita rispetto al 7,1 per cento di un anno prima.
Va detto che le cose vanno male ovunque, e altrove peggio che qui, visto che la media della zona euro è al 10 per cento – dato record dal 1998 – e visto che i senza lavoro continuano ad aumentare anche negli Stati Uniti, dove la disoccupazione resta inchiodata al 10 per cento e la ventata di ottimismo soffiata a novembre è stata annullata prima delle feste (per la prima volta dagli ultimi due anni la caduta si era arrestata, ma a dicembre sono stati persi altri 85 mila posti di lavoro). Gli analisti si aspettavano di meglio, il presidente Obama ha confessato la sua «delusione» e ha reagito varando un pacchetto di 2,3 miliardi di dollari in agevolazioni fiscali a vantaggio dei «lavori verdi» e delle aziende che investono nelle tecnologie pulite.
Rispetto ad altre emergenze, quindi, in Italia la situazione sembrerebbe meno drammatica, grazie anche al cuscinetto fornito dagli ammortizzatori sociali. In Europa, per esempio, la Spagna con il suo 19 per cento segna una punta di autentico allarme, ma va anche sottolineato che se si guarda alla fascia giovanile i senza lavoro italiani superano la media.
Fra gli under 25 infatti, la disoccupazione nella zona euro è al 21 per cento, ma in Italia si vola al 26,5 il che vuol dire che più di un ragazzo su quattro cerca lavoro e non lo trova. Certo anche qui c´è chi sta molto peggio ( sempre in Spagna la percentuale sale al 43,8), ma la fascia più colpita è anche quella che spesso non ha sostegno al reddito. In più da noi aumenta il numero dei cosiddetti «inattivi» ovvero delle persone di età compresa fra i 15 e i 24 anni che non hanno un lavoro e ormai non lo cercano nemmeno: in un solo anno i «rassegnati» sono aumentati dell´1,8 per cento e la condizione accomuna quasi 270 mila persone in più rispetto al novembre 2008.
Il Pd parla di «emergenza nazionale», i sindacati avvertono, purtroppo, non è finita. «Ci aspettavamo questi dati – commenta Angeletti, leader della Uil – ma penso che quest´anno ci siano altri 200 mila posti di lavoro a rischio». Fammoni della Cgil fa notare che «rispetto ai dati del 2008, già segnati dalla crisi, l´evoluzione è impressionante: le previsioni ottimistiche e la propaganda devono finire, bisogna riformare gli ammortizzatori».
Eppure i dati sulla ricchezza prodotta dal paese confermerebbero l´avvio della ripresa. Certo, precisa l´Istat, il rapporto deficit- Pil nei primi nove mesi del 2009 è salito al 5,2 per cento contro il 2,8 del corrispondente periodo del 2008 (nel terzo trimestre 2009 è risultato al 3,3 per cento contro l´1,3 del 2008), ma l´economia di Eurolandia si è rimessa in moto e l´Italia cresce più della media. Il superindice dell´area Ocse conferma i dati Eurostat su un Pil in crescita dello 0,4 per cento nel terzo trimestre 2009 e fa notare il nostro avanzamento dello 0,6 per cento. «La ripresa c´è – ammette l´Isae, ma avverte – appare priva di slancio».
La Repubblica 09.01.10

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Disoccupati a quota 2 milioni. A novembre tasso all’8,3%, di Luciano Costantini

A novembre tasso di disoccupazione all’8,3%, il più alto dal 2004. E c’è chi, per esempio il sindacato, pronostica un 2010 ancora peggiore. Magari può essere una consolazione, seppure magra, constatare che nella Ue e negli Stati Uniti lo stesso indice ha raggiunto il 10% con la marginale differenza che negli Usa il raffronto è relativo al mese di dicembre. Come dire che l’Italia ancora resta ben sotto la media europea e quella americana, grazie anche al sostegno «intensivo» degli ammortizzatori sociali.
Il rilevamento di novembre dell’Istat comunque non ha prodotto stravolgimenti rispetto a quello di ottobre. Un dato atteso e che, probabilmente, si accentuerà in negativo nei prossimi mesi. Nella sostanza in un anno la crisi ha bruciato quasi 400.000 posti di lavoro, 389.000 per l’esattezza: -1,7% rispetto a novembre 2008 e -0,2% su ottobre 2009 (pari a 44.000 unità). I disoccupati italiani a novembre dello scorso anno erano 2.079000 su oltre 15.712.000 di senza lavoro nell’area dell’euro. Le persone in cerca di occupazione hanno superato, per il secondo mese consecutivo, quota due milioni (2.079.000) con un aumento di 30.000 unità rispetto ad ottobre (+1,5%) e di 313.000 rispetto a novembre dello scorso anno.
Cresce anche il numero degli inattivi, cioè coloro che sono tra 15 e 64 anni, che non lavorano ma che un lavoro stanno cercando: a novembre erano 11.000 in più rispetto ad ottobre e 269.000 in più rispetto a novembre del 2008. Sono stati soprattutto gli uomini a perdere il posto con 211.000 disoccupati in più a novembre 2009 rispetto a novembre 2008 e 31.000 in più su ottobre 2009. «Dati scontati – ha commentato il leader della Uil, Luigi Angeletti – penso che quest’anno ci saranno altri 200.000 posti a rischio». Secondo Cisl e Cgil «la situazione è critica», soprattutto sul versante dei giovani e del Mezzogiorno.
Se l’andamento dell’occupazione in Italia non va bene, va ancor peggio nei sedici Paesi dell’area euro dove l’indice si è attestato al 10%, il valore più alto dall’agosto del ’98. Nell’area Ue-27 il tasso dei disoccupati è stato del 9,5% contro il 9,4% di ottobre. Era stato del 7,5% a novembre dello scorso anno. I disoccupati, a novembre su base annua, sono saliti di 4,978 milioni nell’Ue e di 3,041 milioni nella zona euro. Un calo inatteso anche negli Usa – il dato però è riferito a dicembre – dove nel mese sono andati perduti 85.000 posti di lavoro, ma il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 10%.
L’Istat ha scattato anche altre fotografie sullo stato del nostro Paese. Nei primi nove mesi dello scorso anno il rapporto deficit/pil ha raggiunto quota 5,2%, contro il 2,8% dello stesso periodo del 2008. Praticamente è raddoppiato. Il saldo primario (l’indebitamento al netto degli interessi passivi) è risultato negativo per lo 0,8% (+2,3% il saldo primario nei primi nove mesi del 2008). Sempre nei primi nove mesi del 2009 le entrate fiscali sono diminuite del 2,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel terzo trimestre del 2009, invece, le entrate sono scese del 2,1% rispetto allo stesso periodo del 2008.
Nonostante questi segnali negativi l’economia di Eurolandia sta dando confortanti segnali di ripresa. A confermarlo l’Eurostat, l’ufficio europeo di statistica, che per il terzo trimestre del 2009 indica un pil in crescita dello 0,4% mentre il Superindice dell’area Ocse mostra per novembre una ripresa ancora più robusta rispetto a quella registrata ad ottobre. Bene l’Italia che cresce più della media europea. Il Superindice attribuisce al nostro Paese un rialzo dello 0,9% rispetto al mese precedente e di 13,8 punti su base annua. Buone notizie anche per Germania e Francia mentre perdono terreno Spagna e Gran Bretagna dove il prodotto interno lordo del terzo trimestre dello scorso anno ha chiuso per il terzo anno con il segno negativo.
Il Messaggero 09.01.10

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I giovani prime vittime della recessione E l’emorragia di posti non è ancora finita , di Luca Cifoni

L’emorragia di posti di lavoro, probabilmente, non è ancora finita. La nuova serie di dati Istat permette di seguire mese per mese l’andamento dell’occupazione; il calo di 44.000 unità di novembre 2009 rispetto al mese precedente è significativo anche se meno drastico di quelli registrati ad esempio nel giugno di quest’anno o a novembre 2008. Rispetto alla metà del 2008, quando il numero totale degli occupati aveva toccato il massimo storico a quota 23 milioni e mezzo, la flessione è stata di oltre 600.000 unità, il che riporta la situazione più o meno al livello di inizio 2006.
Quanto si dovrà scendere ancora? Confindustria nelle sue previsioni dello scorso dicembre ipotizza che la tendenza negativa continui ancora nel primo semestre di quest’anno, per poi arrestarsi. Una valutazione condivisa anche da altri analisti. Il Centro Studi di Viale dell’Astronomia ritiene che in totale, a fine 2010, la riduzione di occupati sarà pari a 1,1 milioni di unità, rispetto ai livelli del primo trimestre 2008. Questa stima è espressa in termini di “unità di lavoro standard” e quindi non è a rigore confrontabile con gli occupati rilevati dall’Istat (perché ad esempio due lavoratori a metà orario valgono un occupato standard, e questo fattore si rivela decisivo in un contesto di forte ricorso alla cassa integrazione). Comunque una ulteriore caduta di circa 200.000 posti, prima dell’inversione di tendenza, non risulterebbe certo sorprendente.
Il limite dei dati mensili consiste nel non permettere analisi approfondite per categorie di occupati. Spicca però il tasso di disoccupazione giovanile al 26,5 per cento, in crescita di tre punti rispetto ad un anno fa e di oltre 6 rispetto al 2007, quando in alcuni mesi era sceso sotto il 20. Scomponendo poi le cifre tra lavoratori maschi e lavoratrici si nota un andamento tutto sommato omogeneo negli ultimi mesi. Andando indietro di qualche anno però, mentre il numero complessivo degli occupati maschi è tornato all’incirca ai livelli del 2004, per quanto riguarda le lavoratrici la ricaduta è stata un po’ meno violenta. Il tasso di occupazione femminile è al 46,1 per cento contro il 45 circa di inizio 2004. In altre parole la recessione non ha ancora azzerato i limitati progressi che in questo campo sono stati fatti negli ultimi anni.
Il Messaggero 09.01.10

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La crisi brucia occupazione. In un anno persi 400 mila posti, di Laura Matteucci

Secondo l’Istat 2 milioni di persone senza lavoro, oltre a quelle in cig. Si torna ai livelli del 2004 Male anche i conti dello Stato. Il rapporto deficit-pil sale al 5,2% . L’anno scorso era del 2,8%. L’emorragia del lavoro non si ferma. Dopo il record di cassintegrati, quello dei disoccupati: a novembre, dice l’Istat, sono andati persi 389mila posti di lavoro rispetto al novembre 2008, e rispetto ad ottobre il calo degli occupati è di 44mila unità. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’8,3% (+0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e +1,3 punti su novembre 2008), è il dato più alto dal 2004. Da ricordare che i disoccupati non comprendono i cassintegrati, un altro mezzo milione di persone. Il tasso di occupazione si attesta così al 57,1%. Situazione particolarmente critica per il sud e per i giovani, il che significa che di lavoro se ne crea sempre meno: per loro, la disoccupazione raggiunge il 26,5% (+2,9 rispetto a novembre 2008). Gli uomini senza lavoro sono 1 milione e 88mila, in aumento del 2,9% rispetto a ottobre e del 24% su base annua (+211mila), le donne 990mila, in crescita dell’11,6% nel confronto con l’anno precedente. Il totale delle persone in cerca di occupazione risulta di 2 milioni 79mila, cioè 313mila in più rispetto ad un anno prima e 30mila in più rispetto ad ottobre. La situazione è drammatica anche fuori dai confini nazionali: nell’eurozona il tasso di disoccupazione sale al 10% a novembre, il massimo dall’agosto 1998, contro il 9,9% di ottobre. Nell’Unione europea a 27 paesi il tasso sale al 9,5%. Di fatto, i disoccupati nell’eurozona aumentano a 15,712 milioni, 22,899 milioni nell’Ue. «Adesso – dice il segretario confederale Cgil Fulvio Fammoni – dati reali allamano, le previsioni ottimistiche con cui colpevolmente si è fatta propaganda devono finire. Si è perso fin troppo tempo». «Quasi un miliardo di ore di cassa integrazione – continua – e il raddoppio delle domande di disoccupazione sono la conferma della gravità degli effetti della crisi. Si deve aprire una discussione organica sulla riforma degli ammortizzatori: occorrono misure urgenti che tutelino le persone. L’inadeguatezza della Finanziaria sia sul versante dello sviluppo che delle tutele è sempre più evidente». QUASI 15 MILIONI DI “INATTIVI” Male anche i conti pubblici. Sempre l’Istat segnala l’impennata del deficit- pil nei primi nove mesi del 2009, quasi raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Nei primi tre trimestri, l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al pil è stato del 5,2%, contro il 2,8% di gennaio-settembre del 2008. Ma sono i dati sul lavoro ad essere davvero impressionanti. Eccone qualcun altro, per completare il quadro desolante: il numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni è pari a 14 milioni 863mila unità, con un aumento dello 0,1% (+11 mila) rispetto a ottobre e dell’1,8% (+269mila) rispetto a novembre 2008. L’occupazione maschile a novembre è pari a 13 milioni 689mila, 24mila in meno rispetto al mese precedente, 261mila in meno su base annua. Quanto all’occupazione femminile, è pari a 9 milioni 187mila unità, con una riduzione rispetto a ottobre dello 0,2% (-20mila unità) e dell’1,4% (-127mila) rispetto a novembre 2008. Il tasso di occupazione maschile risulta così del 68,1%, calato in un anno di un punto e mezzo, quello femminile è del 46,1%, in calo dello 0,8%.
L’Unità 09.01.10

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In Europa siamo i peggiori, di Nicola Cacace
I dati Istat ed Eurostat sull’occupazione a novembre confermano il calo occupazionale che per l’Italia assume aspetti di assoluta gravità, essendosi ulteriormente ridotto il tasso di occupazione, già il più basso d’Europa. L’Italia figura all’ultimo posto tra i 27 paesi dell’Europa per il tasso di occupazione (occupati sulla popolazione 15-64 anni). In altre parole in Italia l’occupazione è la più bassa rispetto alla popolazione rispetto a tutti i paesi europei, con un tasso di occupazione del 57,1% rispetto al 65% europeo. Se avessimo lo stesso tasso d’occupazione dell’Europa a 27 avremmo 3 milioni di occupati in più. Delle due l’una, o l’Italia è un paese di sfaticati o h ala situazione occupazionale più precaria d’Europa, avendo da tempo perseguito politiche di svalorizzazione del lavoro, peggiorandole negli anni. In Europa l’ora di lavoro occasionale costa il15%in più e l’ora di straordinario il 25% in più, mentre da noi accade esattamente il contrario. Per dare un’idea del divario Italia-Europa, basta dire che solo Polonia, Ungheria e Romania hanno tassi di occupazione «italiani», inferiori al 60% della forza lavoro, mentre Danimarca ed Olanda sono al 76%, Gran Bretagna e Germania al 70%, Francia e Spagna al 65%. Il dato apparentemente favorevole all’Italia -l’unico citato sempre da Sacconi- è il tasso di disoccupazione, salito all’8,3% (9,5% in Europa). Ma questo dato è falsato dai cosiddetti «inattivi», i «disoccupati scoraggiati», che da tempo aumentano a botte di 400mila l’anno e che l’Istat, correttamente, toglie dai disoccupati. Aggiungendo ai disoccupati solo i 400mila inattivi in più dell’ultimo anno, su 15 milioni di inattivi, il tasso reale di disoccupazione italiana sale al 10%. Per concludere agli effetti naturali della crisi occorre aggiungere l’aggravante che, per politiche anti-labor, in Italia la base occupazionale è già ridotta all’osso. Se insieme a politiche industriali per sostenere le Pmi e rilanciare la domanda (defiscalizzando salari e pensioni) non si fanno anche politiche pro-labor, la ripresa sarà più lenta e gli effetti sociali della crisi insopportabili
L’unità 09.01.10

"Gelmini: stranieri in classe, tetto del 30%", di Alessandra Migliozzi

Le classi dove ad essere stranieri sono gli italiani non dovranno esserci più. Le scuole ghetto con oltre il 90% di alunni figli di immigrati dovranno diventare un ricordo. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha preparato una nota destinata ai presidi con indicazioni precise: dal prossimo anno scolastico nelle prime classi di elementari, medie e superiori gli alunni stranieri potranno essere al massimo il 30%. Scatta, dunque, il tetto alla presenza di immigrati tra i banchi, ma si comincia con gradualità. «Indicazioni e raccomandazioni per l’integrazione di alunni con cittadinanza non italiana», si intitola così la circolare che dovrà riscrivere il volto di molte aule. Ci sono classi, infatti, a Milano come a Roma, dove gli italiani sono la minoranza e questo, secondo il ministro, non dovrà più accadere.
A settembre, nella Capitale, la scuola Carlo Pisacane ha dato il via alle lezioni con un record: quasi il 90% degli studenti è di origine straniera. A Milano ha fatto scalpore il caso di una scuola elementare del quartiere di San Siro, la Lombardo Radice, dove per ogni bimbo italiano ce ne sono 24 figli di migranti. Casi limite a cui si sommano quelli di molte altre scuole dove, senza arrivare a percentuali così alte, gli stranieri sono numerosissimi. Cosa prevede il ministero? Al momento dell’iscrizione le scuole dovranno vagliare le capacità linguistiche degli studenti di origine non italiana e distribuirli nelle classi evitando di superare la soglia del 30% per aula. Percentuale che, comunque, è elastica: se i bambini stranieri inseriti in una data classe sanno perfettamente l’italiano si può innalzare, in caso contrario va abbassata. Per evitare concentrazioni le scuole potranno fare rete tra loro e accordarsi sulla distribuzione degli alunni sentendo anche gli enti locali. A questa misura di “contenimento” se ne aggiungeranno altre a favore dell’apprendimento dell’italiano. Il ministero stanzierà apposite risorse per aiutare le scuole, soprattutto nei territori con più alto tasso di immigrazione. Alle medie una parte delle ore destinata alla lingua straniera potrà essere usata per studiare la nostra. Chi arriva da fuori, poi, potrà essere supportato con misure di accompagnamento per lo studio dell’italiano: ci potranno essere classi di inserimento per periodi limitati.
Introdurre un tetto alla presenza degli stranieri in classe «non è certo un problema di razzismo, ma un problema soprattutto didattico», ha sottolineato il ministro Gelmini spiegando che «servirà a favorire l’integrazione». La scuola «deve saper accogliere tutte le culture e i bambini del mondo, ma anche mantenere con orgoglio le proprie tradizioni storiche e insegnare la cultura del nostro paese. I bambini stranieri – spiega ancora il ministro – devono essere inseriti nelle classi con i bambini italiani per evitare, come accade in molte città che si formino scuole e classi composte solo da stranieri». Sul provvedimento la politica si è spaccata. Esulta la Lega che aveva fatto passare una mozione alla Camera nel 2008 per l’avvio di classi ponte di inserimento per gli studenti stranieri. Iniziativa che la deputata del Carroccio Paola Goisis rilancia: il tetto del 30% è basso, afferma. L’autore della mozione, Roberto Cota, plaude anche lui all’iniziativa, mentre solleva dubbi il Pd. «Il tetto – ha detto Livia Turco- non risolve il problema», la deputata democratica Manuela Ghizzoni esorta «un dibattito in Parlamento». La Conferenza dei vescovi invita ad «essere equilibrati nell’applicare la norma, a non estremizzare le posizioni, non renderle crude». Va giù più duro, invece, Antonio Di Pietro, leader Idv, che parla di «proposta pericolosa». Tra i sindacati non c’è accordo totale: per la Flc-Cgil il tetto è «una misura sbagliata che determinerà una maggiore ghettizzazione», per la Cisl è «plausibile e sensato», se serve ad integrare. I presidi evidenziano le difficoltà nell’applicazione: la responsabile della media Esopo, Ada Maurizio, domanda «cosa dovremo dire agli stranieri che risulteranno in soprannumero, dove dovremo mandarli? Serviranno delle graduatorie?».
Il Messaggero 09.01.

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Stranieri in classe arriva il tetto del 30%, di Flavia Amabile
Dal prossimo anno scolastico gli alunni stranieri nelle classi non dovranno superare il tetto del 30% del totale. Lo prevede una nota inviata dal ministero dell’Istruzione a tutte le scuole suscitando le proteste di sindacati e opposizione. Se si prende in considerazione una classe media di 23-24 bambini si avranno non più sette compagni figli di immigrati, anche se nati in Italia (si può scendere a 5 o arrivare a 9 secondo le diverse soglie stabilite per i vari cicli di istruzione). In realtà il limite entrerà in vigore in modo graduale e ci saranno ampi margini di autonomia da parte degli Uffici scolastici regionali per deroghe in casi particolari. Si partirà con le classi prime sia della scuola primaria sia della scuola secondaria. «Stabilire un tetto – ha spiegato Mariastella Gelmini – è un modo utile per favorire l’integrazione, perché grazie a questo limite si evita la formazione di “classi ghetto” con soli stranieri».
I direttori degli uffici scolastici valuteranno caso per caso. «Con buonsenso», come ha precisato Giuliana Pupazzoni, responsabile dell’ufficio provinciale di Milano. Infatti, come spiega la nota, «per evitare concentrazioni di iscrizioni di alunni stranieri si dovranno realizzare accordi di rete tra le scuole e gli enti locali» con gli Uffici scolastici regionali che, di intesa con gli enti territoriali. Il tetto potrà essere innalzato ma anche ridotto dai direttori degli Uffici regionali basandosi sulle competenze linguistiche degli alunni.
Situazioni di particolare difficoltà verranno infatti a crearsi in alcune zone di grandi città, o in distretti industriali come Prato dove la quantità di stranieri è particolarmente elevata. Attualmente in alcune scuole di Milano o Roma ad alta concentrazione di alunni stranieri il limite del 30% di alunni stranieri è ampiamente superato. E a Prato dove pure c’è una giunta del Pdl, il provvedimento non viene accolto fra gli applausi. «Di per sé il tetto è un provvedimento valido. Ma senza interventi da parte di Regione e Stato – osserva l’assessore alla scuola Rita Pieri – non sapremmo come fare». Unica e impraticabile alternativa «è costruire noi le scuole».
Secondo la rivista specializzata «Tuttoscuola», almeno 200 mila alunni con cittadinanza non italiana risultavano nati in Italia fino al 2008, e ogni anno nascono 55-60 mila bimbi stranieri, circa il 10% di tutti i nati. Questo provocherà sempre più difficoltà nei prossimi anni, in particolare in quella primaria. Soprattutto perché in calo sono gli studenti italiani. Il dossier Caritas 2008 sottolinea che gli alunni italiani nel 2008-2009 sono circa 10mila in meno rispetto all’anno precedente quando erano 8,95 milioni. Gli alunni stranieri sono invece 56 mila in più.
D’accordo senza alcun dubbio la Lega, anzi vorrebbero un tetto anche più alto nel caso di bambini appena arrivati in Italia. «Hanno bisogno di classi di inserimento», sostiene Paola Goisis, deputato del Carroccio. Favorevoli i genitori del Moige, cauta la posizione della Cei: «Si tratta – ha osservato mons. Bruno Schettino, responsabile per le Migrazioni – di essere equilibrati, di non estremizzare le posizioni, non renderle crude». Divisi i sindacati. La Flc-Cgil ritiene il tetto «una misura sbagliata che determinerà una maggiore esclusione e ghettizzazione» mentre la Cisl lo ritiene «plausibile e sensato» purché la procedura «sia realmente una misura di integrazione». Del tutto contrari Pd e Italia dei Valori. «Si risponde ad una giusta preoccupazione con in metodo sbagliato», afferma Francesca Puglisi, responsabile nazionale per la scuola dei democratici. «Se gli americani avessero adottato il metodo Gelmini, oggi gli Usa – ha avvertito il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro – non sarebbero quella società aperta e multiculturale che è stata in grado di eleggere un presidente di colore».
La Stampa 09.01.10

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La Gelmini mette il tetto agli stranieri
«Non è una misura razzista, ma un modo per aiutare la didattica e l’integrazione»: viale Trastevere risponde alle richieste della Lega e fissa un limite che in molte parti d’Italia non è possibile rispettare. Il ministro promette flessibilità «se l’alunno parla italiano». Ma in molti comuni d’Italia è già scattato il panico . Dal prossimo anno nelle prime classi di tutti i gradi i figli degli immigrati saranno al massimo il 30%. Protestano la Cgil e il Pd, «misura sbagliata». I vescovi: «no a nuove discriminazioni»
Il ministro Maria Stella Gelmini ha inviato a tutte le scuole una nota in cui indica il tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi per il prossimo anno scolastico. Un limite che entrerà in vigore in modo graduale, ha spiegato sempre il ministro, partendo dalle classi prime sia della scuola primaria che secondaria di primo e secondo grado. Per la Gelmini stabilire un tetto «è un modo utile per favorire l’integrazione, perchè grazie a questo limite si evita la formazione di classi ghetto con soli alunni stranieri». Nella stessa nota del ministero si spiega che il limite non è così rigido perchè potrà essere alzato o abbassato in relazione alle competenze linguistiche degli alunni.
Protesta la Cgil che con il segretario nazionale della Flc Mimmo Pantaleo parla di misura «sbagliata che produrrà maggiore esclusione» perché tantissimi alunni saranno «costretti a spostarsi verso scuole lontane o in altri comuni con il rischio che si allarghi l’area dell’evasione scolastica. «Valuteremo se impugnare la nota – spiega Pantaleo – noi siamo d’accordo che non ci siano classi monoculturali ma questa misura non può essere accettata». La Cisl invece, con il segretario confederale Liliana Ocmin, giudica «plausibile e sensata» l’indicazione del ministro solo se sarà attuata in modo corretto. Auspicio che appare ingenuo se si pensa che in alcune città, come a Prato dove pure l’amministrazione è targata Pdl, la nota del ministero sta scatenando il panico perché sono diverse le classi composte solo da alunni stranieri. Un problema subito segnalato dalla Flc Cgil della Lombardia che pensa alle situazioni dove è più alta la concentrazione di immigrati: Mantova dove vivono molti indiani sikh o Zingonia dove c’è una popolosa comunità marocchina fino a Milano dove moltissimi sono gli studenti non di origine italiana. Per la Uil scuola andrebbe evitata una gestione «con la calcolatrice alla mano». Ma il provvedimento del ministro Gelmini non suscita particolare entusiasmo neanche tra i vescovi tanto che mons. Bruno Schettino, il responsabile Cei per le migrazioni dice «si tratta di situazioni ambivalenti: da una parte si cerca di aiutare e dall’altra si creano altre discriminazioni». Un modo per dire che nelle condizioni attuali della scuola questa misura non sembra percorrere la strada dell’integrazione.
Il ministro aveva più volte annunciato l’introduzione del limite e in questo senso erano andate anche le richieste di alcuni dirigenti scolastici regionali come quello della Lombardia e dell’assessore all’istruzione del Veneto come anche di amministratori di centro sinistra del nord (nel sud della penisola la presenza di studenti stranieri è molto inferiore). Ora la Gelmini è passata ai fatti mentre ha lasciato all’annuncio imprecisati finanziamenti aggiuntivi per le scuole dei territori con un’alta concentrazione di comunità straniere. Secondo i calcoli della Caritas nelle scuole italiane ci sono più di 628 mila alunni figli di genitori stranieri che rappresentano il 7% del totale degli studenti. L’aumento nell’anno scolastico 2008/2009 è stato del 10% rispetto al precedente. Quattro su dieci sono nati in Italia mentre sette su dieci frequentano la scuola dell’infanzia.
Sul fronte politico se la Lega plaude all’iniziativa il Pd è critico. «Il tetto non risolve il problema, servono finanziamenti straordinari per scuole e insegnanti» ha detto Livia Turco. E il leader Idv Antonio Di Pietro ha aggiunto « se gli americani avessero adottato questo metodo gli Stati Uniti non sarebbero quella società aperta e multiculturale che ha eletto un presidente di colore».
Il Manifesto 09.01.10

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Scuola, Gelmini fuori dal mondo: «Massimo 30% di stranieri per classe», di Maristella Iervasi

Per gli alunni stranieri un “tetto” sui banchi di scuola. Un vecchio sogno leghista che la Gelmini “maestra unica” dell’Istruzione ha fatto suo. Così ecco la nota del Miur inviata a tutti gli istituti d’Italia: dal prossimo anno scolastico la presenza degli studenti immigrati in classe non può superare il 30%. E non finisce qui: nel pomeriggio e alla primaria anche di mattina questi ragazzi dovranno frequentare dei corsi di italiano. “È una misura contro le classi ghetto” si è affrettata a precisare il ministro. Singolare che venga annunciato nel giorno della rivolta di Rosarno. Il limite del 30% è un punto di riferimento per favorire «la crescita e una migliore didattica nelle singole classi» soprattutto nelle periferie delle grandi città dove ci sono quartieri ad altra densità di immigrati. «Non c’è integrazione – ha ribadito il ministro – se i ragazzi non vengono messi in condizioni di conoscere la lingua italiana».Ma a quali stranieri si riferisce la Gelmini? Le situazioni variano se in una classe ci sono stranieri nati in Italia (di seconda generazione) e/o quelli di recente immigrazione. Nella nota di viale Trastevere di questo dettaglio che farebbe la differenza non c’è traccia. Si limita a definirli «alunni non italiani». I NUMERI Le aule scolastiche sono sempre più multietniche. Nell’anno scolastico 2008/2009 gli alunni con genitori stranieri sono saliti a 628.937 su un totale di 8.943.796 iscritti, per un’incidenza del 7%. La più elevata, evidenzia il dossier Caritas-Migrantes – si registra nelle scuole elementari e, a livello regionale, in Emilia Romagna e in Umbria. Di questi studenti, uno ogni 6 è romeno, uno ogni 7 è albanese e uno ogni 8 è marocchino. Alunni stranieri per modo di dire, perchè quasi 4 su 10 (37%) sono nati in Italia e di questo paese si considerano cittadini. Oltre ai numerosi stranieri di seconda generazione, ci sono poi quelli di lunga scolarizzazione, avendo frequentato scuole italiane da molti anni: non è la stessa cosa gestire in classeunalunno straniero nato qui e che frequenta da anni la scuola italiana e uno appena arrivato da un altro paese. L’emergenza (soprattutto linguistica) riguarda in particolare gli stranieri di più recente immigrazione. E forse solo per questi studenti, parlare di tetto può avere senso. In caso diverso, la ragione del tetto del30%non appare linguisticamaculturale, etnica e religiosa. Il limite previsto entrerà in vigore in modo graduale: verrà introdotto a partire dalle classi prime sia della scuola primaria sia della scuola secondaria, di primo e di secondo grado. Aule multietnichemasenza esagerare, al massimo sette compagni di nazionalità estera al fianco. Non piace alla Flc-Cgil («una misura sbagliata che determinerà una maggiore esclusione e ghettizzazione»), mentre la Cisl lo ritiene «plausibile e sensato » purchè «sia realmente una misura di integrazione», la Uil scuola invita a evitare una «gestione con la calcolatrice alla mano». Viale Trastevere assicura che il limite non sarà rigidissimo, potrà essere innalzato. Protesta il Pd: “Non risolve il problema” dice Livia Turco
L’unità 09-01-10

Sicar, il Pd: “No alla chiusura”. L’On. Ghizzoni ha incontrato stamattina i lavoratori che presidiano lo stabilimento

“La Sicar è un’azienda storica del nostro territorio e la decisione di trasferire nello stabilimento di Villabartolomea di Verona tutte le attività produttive e parte dei servizi è inaccettabile. Gli accordi stipulati a suo tempo tra proprietà a sindacati vanno rispettati”.
E’ quanto ha dichiarato l’On. Manuela Ghizzoni che questa mattina ha portato la sua solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori della Sicar impegnati nel presidio permanente davanti ai cancelli dell’azienda carpigiana. A 42 di loro (su 66 dipendenti) è stata recapitata pochi giorni fa la lettera che formalizza l’avvio della procedura per la messa in mobilità.

“La realizzazione del piano industriale – ha aggiunto la parlamentare del Pd – comporta di fatto la cancellazione della Sicar a Carpi. Il primo pensiero va alle famiglie dei 42 lavoratori coinvolti, che non possono essere così disinvoltamente sbattute in strada. Inoltre è grave che l’azienda non abbia ancora riconosciuto quanto dovuto ai lavoratori che hanno deciso di andare in mobilità volontaria (incentivi all’esodo, Tfr, contributi sindacali e previdenziali integrativi dovuti).
L’On. Ghizzoni ha concluso facendo appello “ai legami storici della proprietà con la comunità carpigiana” e auspicando che “non si lasci nulla d’intentato per ricercare soluzioni alternative alla smobilitazione dello stabilimento”.