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L'Italia onesta accenda i fari sulla Calabria

Bersani incontra i vertici della Procura di Reggio Calabria dopo l’attentato dinamitardo di domenica scorsa. Insieme ai dirigenti regionali del Pd, il segretario Pier Luigi Bersani ha incontrato i vertici della Procura di Reggio Calabria dopo l’attentato dinamitardo di domenica scorsa. “Siamo qui – ha dichiarato il leader democratico – per portare solidarietà alle Procure e incoraggiamento a proseguire un’azione che si è sviluppata con grande forza e determinazione e vogliamo che anche i riflettori dell’Italia onesta siano puntati in questi luoghi. Qui si sta consumando una battaglia rilevantissima per tutto il Paese”.

“Ogni passo anche piccolo è buono – ha aggiunto Bersani – ma è chiaro che c’è un problema di organizzare una rete più complessiva. Non si tratta quindi solo di organici o di occasionali potenziamenti delle forze di polizia”.

Bersani ha voluto esprimere un elogio al procuratore generale Salvatore Di Landro per il “preziosissimo lavoro che sta conducendo la magistratura di Reggio Calabria”.

Il segretario del Pd ha quindi ribadito la volontà di incalzare il governo nell’attuare gli impegni presi per la lotta alla criminalità organizzata. “Con la presenza dei ministri Maroni e Alfano – ha dichiarato Bersani – sono stati formulati alcuni impegni e abbiamo in corso normative rilevanti per la lotta alla mafia e alla ndrangheta. Nei colloqui di oggi abbiamo voluto individuare come partito come contribuire ad una risposta efficace e comune tecnicamente valida e rafforzata di strumenti adeguati nella lotta alla criminalità organizzata. Incoraggeremo il governo ad attuare gli impegni presi e a farlo speditamente. E’ una battaglia dura contro un avversario, un nemico ben radicato nel suo territorio e che da lì si allarga in maniera preoccupante in altre aree del Paese. Temo e voglio sottolinearlo che in questa crisi di liquidità delle imprese, da est a ovest e da nord a sud, ci siano le condizioni, purtroppo, di un’occasione straordinaria per il crimine organizzato”.

Bersani, rispondendo ai giornalisti, ha duramente criticato il governo per il flop dello scudo fiscale. “Ha favorito solo i grandi evasori, le banche, che hanno fatto buoni affari. Il fisco no, perché ha preso una miseria rispetto al 40% che doveva prendere ed è anche certo, che una parte di questi movimenti di capitale ha favorito ingenti operazioni illecite. Ecco perché da questo paese deve scomparire la parola condono”.

A.Dra
www.partitodemocratico.it

"Regionali, Sinistra e Libertà rompe ovunque col Pd", di Simone Collini

Le regionali rischiano di esser più dolorose che altrove, per il Pd, nel Mezzogiorno. Allo stato sono a rischio tutte e tre le grandi regioni del sud che vanno al voto: Puglia, Campania e Calabria. In più la rottura con Nichi Vendola, che ormai sembra definitiva, ha fatto prendere a Sinistra ecologia e libertà una decisione che potrebbe avere pesanti ripercussioni in tutte le sfide elettorali: il movimento di cui è leader il governatore pugliese ha infatti deciso di sospendere in tutte le regioni le trattative in corso. «È aperto un problema nazionale del quale Sel intende discutere direttamente con i rappresentanti nazionali delle forze politiche», si legge nel comunicato diffuso dal coordinamento di Sinistra e libertà. Niente chiarimento, niente alleanze. E il fatto che in Puglia le primarie sembrino fortemente a rischio, non aiuta.

VERSO IL NO ALLE PRIMARIE IN PUGLIA
Francesco Boccia ha terminato le consultazioni con le forze politiche che lo sostengono. «Alleanza per la Puglia» è il nome della coalizione, di cui fanno parte dieci partiti (Pd, Udc, Idv, Socialisti, Verdi, Radicali, Repubblicani, Api, Sinistra Popolare e Unione movimenti popolari). Sette di questi, a quanto pare, si sono detti contrari alle primarie. Udc in primis. A questo punto l’assemblea del Pd regionale, che si riunisce lunedì, molto probabilmente prenderà atto dell’orientamento della maggioranza degli alleati e deciderà di non far svolgere le primarie. Nichi Vendola ha già annusato l’aria. E va all’attacco: «Boccia ha fallito perché non c’è una coalizione che va da Casini a Vendola. È in campo una gigantesca coalizione fatta di sigle che magari non corrispondono a nulla. E a Casini, che considera le primarie un giochino di Vendola, dico i giochini sono quelli che si fanno nelle segrete stanze dove la politica è appannaggio di ristrette oligarchie». Boccia ha cercato un contatto con Vendola: «Ma neanche mi ha risposto agli sms che gli ho mandato». E a questo punto, nonostante tutto, si dice «soddisfatto». Il rischio di una doppia candidatura per il centrosinistra e di una conseguente dispersione del voto è però ormai praticamente certo. E non meglio sembra andare per le altre due grandi regioni del mezzogiorno che andranno al voto.

TENTATIVO IN EXTREMIS IN CALABRIA
In Calabria, oltre a Sel che ha sospeso il confronto, c’è l’Idv che sosterrà l’imprenditore Pippo Callipo. Per tentare in extremis di chiudere l’accordo con l’Udc, viene offerta ai centristi la scelta del candidato governatore. Sulla carta rimangono confermate per il 17 gennaio le primarie, nelle quali si sfideranno il governatore uscente Agazio Loiero, e altri tre democrat. Ma un incontro a Roma a cui hanno partecipato lo stesso governatore uscente, il segretario regionale Carlo Guccione e il segretario nazionale Bersani si è chiuso lanciando proprio questo messaggio ai centristi, in codice fino a un certo punto. Si dovrà nelle prossime ore, spiega Guccione, «esperire ogni tentativo per costruire un nuova alleanza di governo larga in Calabria, che veda lo stesso partito di Casini protagonista di una nuova stagione politica che rimetta il mezzogiorno al centro della politica nazionale». Loiero non si è messo di traverso, ma ora la palla è nel campo dell’Udc. I centristi rimangono ancora alla finestra anche in Campania. Il partito locale è spaccato a metà ed è assai probabile che la decisione finale verrà presa a Roma. Ma per il Pd la priorità a questo punto è ricucire con gli alleati per così dire tradizionali, sinistra e Idv. Che, spiega il segretario campano Enzo Amendola dopo un incontro al Nazareno con Bersani, «sono contrarie alle primarie di coalizione che noi come Pd avevamo proposto».
L’Unità 08.01.10

"E' il lavoro che fa la Costituzione", di Valerio Onida

La proposta del ministro Brunetta, di “ritoccare” l’articolo 1 della Costituzione eliminando il riferimento alla Repubblica «fondata sul lavoro», può essere considerata come un semplice diversivo o una provocazione, nel gran parlare che si fa di “riforme”, spesso senza adeguata attenzione al merito degli argomenti; oppure potrebbe essere un preannuncio pericoloso di messa in discussione dell’impianto fondamentale stesso della Costituzione.
Più che ricordare per l’ennesima volta l’origine della formula in questione, nata in assemblea costituente per rispondere alla proposta di parte comunista intesa a proclamare una Repubblica «di lavoratori», occorre rifarsi al significato sostanziale del disposto costituzionale. Fu il grande costituzionalista e costituente (democristiano) Costantino Mortati a identificare per primo il “principio lavorista” fra i principi fondamentali della Costituzione, accanto al principio democratico, a quello personalista e a quello pluralista. Ma il fondamento “lavorista” della Costituzione non significa affatto che il lavoro sia considerato in essa come il valore supremo: tale, semmai, è la persona umana, i cui «diritti inviolabili» la Costituzione riconosce e garantisce, insieme richiedendo l’adempimento dei «doveri inderogabili» di solidarietà (articolo 2).

Il lavoro nella Costituzione è visto come strumento di realizzazione della personalità. Valore che informa l’ordinamento implicando, come scriveva ancora Mortati, che «il titolo commisurativo del valore sociale del cittadino sia desunto dalle sue capacità, non già da posizioni sociali acquisite senza merito del soggetto che ne beneficia», e costituiscano perciò un privilegio. Per questo il lavoro è oggetto di un diritto di tutti i cittadini, da rendere effettivo promuovendone le condizioni, e di un dovere, quello di «svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società» (articolo 4). Per questo è oggetto di «tutela», in «tutte sue forme e applicazioni» (articolo 35).
In questo senso, la Repubblica è genuinamente «democratica», perché delinea un tipo di stato fondato sul riconoscimento della «pari dignità sociale» di ogni persona e sul dovere della Repubblica di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (articolo 3). È il tipo di stato frutto di quei principi del costituzionalismo che, affermatisi la prima volta con le rivoluzioni liberali della fine del Settecento, ne hanno segnato la storia e l’evoluzione. In questa evoluzione sono confluiti, integrandola e arricchendola, fenomeni e correnti sociali di grande portata: la lotta per l’allargamento del suffragio, il movimento dei lavoratori e la lotta allo sfruttamento economico dei più deboli, l’affermazione, accanto ai diritti civili e politici, dei diritti “sociali”, di cui quelli del lavoro sono grande parte.

Smettiamola dunque di guardare in termini provinciali alla nostra vicenda costituzionale, presentandola solo come frutto di un “compromesso” fra ideologie e forze liberali, marxiste e cattolico-democratiche, o, più rozzamente, fra democristiani e comunisti; e di immaginare che una Costituzione democratica debba limitarsi a sancire il divieto per lo stato (uno “stato minimo”) di interferire indebitamente nella sfera delle libertà civili individuali. Il costituzionalismo, nella cui grande corrente la Carta del 1948 ha inserito a pieno titolo l’Italia, è altra cosa. È l’eguaglianza fra gli esseri umani proclamata come prima «verità di per sé evidente» dalla rivoluzione americana. È la triade rivoluzionaria francese «libertà, eguaglianza, fraternità».

Sono i diritti individuali della Dichiarazione francese del 1789 al pari dei «principi politici, economici e sociali» enunciati nel preambolo della Costituzione francese del 1946 e riaffermati nel preambolo di quella gollista del 1958. Sono le “quattro libertà” – tra cui la «libertà dal bisogno» – che il presidente Roosevelt voleva vedere affermate «ovunque nel mondo». Sono i diritti umani oggetto della Dichiarazione universale dell’Onu e delle grandi convenzioni internazionali (New York 1966) che hanno cercato di darvi attuazione, e in cui accanto ai «diritti civili e politici», figurano a pari titolo i «diritti economici, sociali e culturali».

Molte Costituzioni, nel loro primo articolo o in uno dei primi, usano indicare i caratteri essenziali dello stato cui intendono dare vita. Per la Costituzione francese del 1958 la Francia è una Repubblica «indivisibile, laica, democratica e sociale» (articolo 1). Per la Costituzione tedesca del 1949 la Repubblica federale di Germania è uno Stato «federale, democratico e sociale» (articolo 20). Per la Costituzione spagnola del 1978 la Spagna si costituisce come «stato sociale e democratico di diritto che propugna come valori superiori del suo ordinamento giuridico la libertà, la giustizia, l’uguaglianza e il pluralismo politico» (articolo 1). Ora, che cos’è uno “stato sociale” se non uno stato che assume fra i suoi compiti anche il riconoscimento e la promozione dei diritti (e dei doveri) del lavoro?

La Repubblica italiana «fondata sul lavoro» è dunque solo un’altra formula per indicare la qualifica di “stato sociale” o “democratico-sociale”, che appartiene non solo a noi, ma all’intera storia e all’irrinunciabile essenza del costituzionalismo universale.
Il Sole 24 Ore 08.01.10

Scuola: On. Ghizzoni risponde sul tetto del 30% di alunni stranieri per classe

“Un tema così delicato non può essere lasciato alla via amministrativa: si sta toccando il diritto all’istruzione che la nostra costituzione riconosce indipendentemente dalla nazionalità e dalla cittadinanza degli alunni. Serve quindi un approfondimento parlamentare per mettere a nudo l’errore di fondo del governo che, tra l’altro, include nella quota del 30% anche per i ragazzi di seconda o addirittura terza generazione, che sono italiani a tutti gli effetti e non si capisce perché debbano essere discriminati. E’ un atteggiamento che purtroppo non ci stupisce visto che è in assoluta sintonia con la proposta Bertolini che rende l’acquisizione della cittadinanza italiana come una vera e propria corsa ad ostacoli”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

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Immigrati, Pd a Gelmini, tetto non risolve problemi, scuola sia veramente interculturale

Livia Turco: servono misure concrete, no al ‘fai da te’
“E’ giusta la preoccupazione di evitare classi ghetto e porsi il problema della sostenibilità della presenza dei bambini stranieri al fine di garantire un progetto educativo adeguato per tutti. Il tetto del 30 per cento non risolve però il problema, bisogna che le scuole italiane e gli insegnanti siano sostenuti concretamente con finanziamenti straordinari per corsi di lingua e cultura italiana così come nel rapporto con le famiglie immigrate per far diventare la scuola italiana una scuola veramente interculturale. Su questi temi, purtroppo, non c’è alcuna misura da parte del governo, tutto è lasciato al ‘fai da te’ e alla buona volontà degli insegnanti, che è straordinaria, ma purtroppo non è sufficiente”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Affari sociali della Camera, Livia Turco.

"La zavorra nera di Renata Polverini", di Natalia Lombardo

La fama di candidata che «piace alla sinistra» si va dissolvendo per Renata Polverini, candidata per il Pdl alla presidenza della regione Lazio, che ieri ha iniziato la sua campagna elettorale in giro tra festeggiamenti della Befana. Appena ha deciso di candidarsi s’è attaccata al suo carro La Destra di Francesco Storace, bramoso di partire alla «riconquista», annuncia sul blog, di quella Regione dalla quale uscì travolto dal Laziogate, perché i suoi uomini-haker si infiltrarono nel data base comunale delle liste di Alessandra Mussolini. Tant’è che, al traino di quella che con toni imperiali definisce la «nostra condottiera per la vittoria», l’ex Governatore si candida come capolista in tre circoscrizioni: a Roma, Frosinone e Latina.

Un’altra presenza di estrema destra appesantisce l’immagine di colei che Vittorio Feltri ha definito, con maschilismo negato, una «Epifani in gonnella». La faccia «nera» di Adriano Tilgher, ora leader del «Fronte Sociale nazionale», curriculum da fascista orgogliosamente mai diventato ex che oggi, nella lettera a Storace in cui accetta la candidatura alle Regionali, dice «che avrà senso solo se avrò vicino te, i tuoi amici e camerati». Un passato segnato da pietre miliari dell’estremismo fascista, dal Fuan alla fondazione di Avanguardia Nazionale con Stefano Delle Chiaie, nel 1970, che fu disciolto nel ‘76 e Tilgher condannato al carcere con l’accusa di ricostruzione del partito fascista. Arrestato di nuovo nell’82, tornò libero nell’87, fu poi assolto con formula piena dalle accuse di reati associativi e poi risarcito dallo Stato per ingiusta detenzione. Lo spirito però è sempre quello, tanto nazional popolare da tenerlo lontano dai «liberismi» berlusconiani. Dette del «traditore che tratta con i liberisti» anche a Pino Rauti, che lo espulse dalla Fiamma Tricolore.

Così disse Tilgher nel 2003 in un’intervista a Beppe Niccolai, «Hitler? Un uomo che ha lottato per il suo popolo, incorrendo, secondo la storiografia ufficiale, in alcune storture. Siccome chi contesta la storiografia ufficiale oggi commette un crimine, cambiamo argomento». Ora Tilgher ha tappezzato Roma di manifesti con il suo nome. Va contro la Polverini, per ora, Forza Nuova di Roberto Fiore. Storace martedì è andato a pranzo da Berlusconi ad Arcore, e lì ha definito le alleanze con il Pdl per le regionali in tutta Italia. Non lo considera un ritorno all’ovile del Pdl, però: «E io che faccio, la pecora?», risponde con una battuta al telefono con l’Unità , «ricordo che Berlusconi venne alla Costituente de La Destra e ci diede il benvenuto nel centrodestra». (certo il suo socio di partito è Teodoro Buontempo, detto a Roma «Er Pecora)… Nel 2008 il veto di Fini, sostenuto da Berlusconi, impedì allo scissionista Storace di allearsi da esterno con il suo simbolo. Ora l’ufficio politico del Pdl «ha votato all’unanimità l’alleanza», spiega l’ex Governatore. Che parla «con Berlusconi» e semmai con La Russa, ma sostenere la candidata finiana Polverini è un piatto ghiotto per tornare in campo. Magari si guarderanno in cagnesco con Alessandra Mussolini. Lei, già riaccasata nel Pdl, con noi scherza: «A volte ritornano…. Se va bene a Berlusconi va bene anche a me». Neppure Storace si appena: «Mi è indifferente, ma non credo che ci incontreremo, io farò comizi a nome de La Destra». Nel suo blog l’ex Governatore illustra politiche sulla sanità regionale, quando dal centrosinistra gli hanno sempre contestato una gestione deficitaria che è pesata sul Lazio. Certo anche lui è intriso di retorica della cultura fascista (per loro non è un’offesa), nella Radio22 come la data della Marcia su Roma, o nell’inno tricolore che karaoka sul blog, con la Fiamma ardente che saluta: «Ave sacro cuor d’Italia, il partito è la legione».

"Middle class, donne sull'orlo della bancarotta", di Naomi Wolf

Mentre il mondo lotta per uscire dal semi-collasso economico dello scorso anno, c’è un sottogruppo che è scivolato al di sotto della linea di galleggiamento: le donne che un tempo appartenevano al ceto medio. Secondo un’inchiesta recente, quest’anno in America un milione di queste donne comparirà davanti al tribunale fallimentare. Un numero superiore, dice l’economista Elizabeth Warren, a quello delle donne che «prenderanno la laurea, avranno una diagnosi di cancro o chiederanno il divorzio». La loro difficile situazione – sintomatica di una condizione comune nel mondo – contiene una lezione utile per tutte noi.
Queste donne rovinate sono più istruite dei loro omologhi maschi: la maggior parte ha fatto l’università, più della metà è proprietaria della casa dove vive. A farle cadere da uno stile di vita medio-borghese a redditi di poco al di sopra del limite di povertà sono stati verosimilmente tre fattori: due economici e uno emotivo.

In primo luogo, queste donne nuotano nei debiti. Molte hanno lavori che impongono di tuffarsi nelle linee di credito solo per stare a galla. Altre sono state bersagliate – e raggiunte – dai produttori di beni di lusso e dalle società che emettono carte di credito, che beneficiano del modo in cui la cultura di massa lega certi tipi di consumo – gli abiti all’ultima moda, la borsa-must della stagione, l’ultimo modello di auto sportivo – ai racconti di una femminilità di successo.

Questa pressione non è limitata agli Stati Uniti. Nuove classi medie stanno emergendo globalmente e riviste come Cosmopolitan e Vogue si rivolgono, con gli stessi identici beni di lusso, a donne dell’India e della Cina appena ascese socialmente – molte delle quali appartengono a una generazione che, per la prima volta nella storia delle loro famiglie, dispone di un suo reddito.

La seconda ragione di questa bancarotta femminile è che una legge del 2005 contrappone nei tribunali le donne – che non possono permettersi costosi pareri legali – ai gestori di carte di credito per stabilire chi venga primo nei pagamenti quando l’ex marito, mancando ai suoi doveri, nega sia l’assegno di mantenimento dei figli sia il saldo degli acquisti.

C’è poi un terzo fattore, di cui poco si parla: le attese emotive e le proiezioni sul denaro. Nel programma sulla leadership delle giovani donne cui io collaboro al Woodhull Institute, vediamo regolarmente che ragazze del ceto medio – in percentuale superiore a quelle della classe operaia – provano imbarazzo a parlare di denaro. Quando lo devono introdurre in un colloquio – per esempio con il loro datore di lavoro – si scusano con parole controproducenti. Sono restie a negoziare lo stipendio e raramente sanno come farlo.

Ritengono che chiedere del denaro in cambio del lavoro sia «poco femminile». Danno per scontato che lavorare il doppio degli altri – senza mai chiedere riconoscimenti del loro valore – porterà un aumento perché qualcuno di importante se ne accorgerà.

Queste giovani donne tendono anche ad avere un’idea poco realistica delle loro finanze. Spesso non si curano di risparmiare perché danno per scontato – ancora! – che a salvarle economicamente arriverà il matrimonio. Per loro l’acquisto di un paio di scarpe costose o un bel taglio dei capelli è un «investimento» per un futuro romantico. E non si preoccupano di fare piccoli investimenti mensili. Questo cliché è spesso vero anche per le borghesi più anziane, che non sanno gestire le finanze della famiglia, perché hanno sempre delegato ai mariti il compito di pagare contributi, mutui, tasse e assicurazioni. Così, in caso di divorzio o vedovanza, sono economicamente vulnerabili.

Paradossalmente, le donne della classe operaia (e quelle di colore) raramente si rifiutano di interessarsi alle questioni economiche. Secondo la nostra esperienza, esse tendono a padroneggiare l’abc delle finanze e imparano a negoziare il salario, perché non possono permettersi il lusso di aspettare un cavaliere su un cavallo bianco che arriva a salvarle economicamente.

Questo pragmatismo economico delle donne povere è la ragione del successo, nel mondo in via di sviluppo, del microcredito, che mette il denaro nelle mani femminili. Sarei sorpreso se le donne borghesi nel resto del mondo – cresciute considerando certe forme di ignoranza e ingenuità economica come socialmente appropriate – riuscissero, senza un duro apprendimento, a essere affidabili e accorte come quelle più povere dimostrano di essere.

«Financial intimacy», l’ultimo saggio di Jacquette Timmons, una talentuosa coach finanziaria, fornisce delle verità che sarebbero state preziose per qualunque donna della classe media ora in crisi: «Oggi molte guadagnano ben più delle generazioni precedenti. Questo però non ha prodotto un più alto grado di sicurezza economica». La colpa è del tabù di-soldi-non-si-parla. Le donne della middle class ovunque nel mondo lo supereranno quando noi tutte avremo capito che i soldi non sono mai solo soldi e che diventare economicamente preparate significa allontanarsi dal ruolo sociale assegnato alle donne: quello di persone educate, economicamente assenti, sottopagate e abbagliate dallo shopping. Tutte le altre tremende pressioni che le spingono alla rovina continueranno a esistere, ma almeno un numero crescente di loro le affronterà con gli occhi bene aperti e, si spera, con molte alternative migliori.
La Stampa 08.01.10

"La rivolta dei diseredati d´Italia costretti nei campi dalle mafie", di Attilio Bolzani

A novembre erano in Puglia tra gli ulivi, a primavera migreranno in Campania. Gli stranieri sono tre, quattromila ma i calabresi nel paese sono appena 15mila.È LA rivolta degli ultimi, la rivolta dei neri che vagano per la nostra Italia. Quelli che si spostano sempre, che sono in movimento perenne. Stagione dopo stagione, mese dopo mese e campo dopo campo. Per raccogliere arance o uva, olive o pomodori. Vivono per la terra e vivono nella terra. Senza una casa, senza niente. A settembre erano in Sicilia, intorno alle vigne di Marsala.

A novembre erano in Puglia fra gli ulivi più belli del Mediterraneo. A primavera migreranno in Campania a spezzarsi la schiena negli orti. Oggi erano qui: nella Piana dove è padrona la mafia più feroce del mondo.
Sono ghaneani, sudanesi, ivoriani, senegalesi. Vengono dal Togo, dalla Mauritania, dal Congo. Ma da anni sono tutti ‘italiani´. Per sopravvivere. Per resistere. Per sfamarsi. Ogni giorno riescono a prendere quasi 20 euro, per dodici anche quattordici ore piegati in due a raccogliere le arance più profumate della Penisola e i mandarini – le clementine – più dolci.
Dicono che sono tremila, qualche volta diventano quattromila e forse anche di più. A Rosarno i calabresi sono appena in quindicimila. Quasi il novanta per cento del popolo nero che si trasporta come gli animali in branco non ha ancora trent´anni. Sono uomini, solo uomini.
Gli ultimi sono ultimi perché non hanno mai avuto un tetto tutto per loro. Dormono nelle fabbriche abbandonate della Calabria degli sperperi e delle ruberie di mafia e di Stato. Scheletri in mezzo al nulla. Si accampano fra i pilastri arrugginiti di cemento sulla costa, nelle masserie, in riva al mare. Rosarno è come Castelvolturno. Come Campobello di Mazara. Come tutta l´Italia che hanno sempre conosciuto. Il campo e il sonno.
È dal 1992 che vengono in questa Piana quando la zagara, il fiore dell´arancio, stordisce con il suo profumo. Non hanno mai freddo e non hanno mai caldo. Non hanno mai un contratto. I ‘caporali´ li prendono all´alba sui furgoncini, come al mercato del bestiame scelgono i più forti. Ogni 20 euro guadagnati ce ne sono 5 per loro: per i soprastanti che li fanno lavorare. È il pizzo che si fanno pagare i miserabili. E poi loro, per tre o quattro settimane racimolano il loro gruzzolo per non morire.
Non hanno documenti, non hanno passato. Solo la giornata conta: la giornata nel giardino di aranci.
Quelli del Magreb hanno trovato sette case pericolanti fuori dal paese, sulla strada per San Ferdinando. I sudanesi stanno da un´altra parte, sotto un grande tendone dove hanno sistemato i sedili squarciati di vecchie auto e i copertoni di un camion come comodini. E i senegalesi stanno ancora più in là, vicino all´inceneritore, in uno stabilimento che un tempo raffinava l´olio d´oliva. «Io dormo qui», raccontava un anno fa Stephan, un ragazzino di vent´anni. Qui è l´oblò di un silos dove una volta conservavano l´olio. Un cilindro metallico dove Stephan ha portato tutta la sua vita: la coperta, un paio di scarpe, un corano, un fornello dove ogni tre o quattro sere riesce a far cuocere qualche pezzo di agnello e un pomodoro. Stephan non ha acqua. Stephan non ha un bagno. Ce ne sono tanti come lui acquartierati anche verso Gioia Tauro e il suo porto, altri si sono dispersi verso Rizziconi.
Tutti hanno visto per la prima volta l´Italia dagli scogli di Lampedusa. Imbarcati come merce ad Al Zuwara, nella Libia più vicina alla Sicilia. E sbarcati come clandestini in Europa. Ci sono i neri più fortunati, quelli che hanno trovato un capannone come tetto per la notte. Ogni capannone ha una scritta di vernice che ricorda il luogo di partenza di ogni gruppo: Dakar, Rabat, Fes, Mombasa. Nei capannoni i letti sono di cartone. Anche Yasser ha il suo letto di cartone fradicio. L´aveva in Puglia due mesi fa, ce l´ha qui a Rosarno. «Ci dormo poco», racconta. All´alba è già fra gli aranceti. E solo al tramonto torna nel capannone dove c´è la scritta Casablanca. E dice: «Vivo nella paura, la paura di far sapere alla mia famiglia come vivo qui in Europa».
È da quasi vent´anni che il popolo degli ultimi vaga di terra in terra per l´Italia. Nel silenzio, nell´indifferenza. Nessuno lo dice mai chiaramente ma sono le ‘ndrine, le famiglie della mafia calabrese, che più di tutte succhiano il sangue agli ultimi. Le ‘ndrine che hanno le arance, che hanno tutto nella Piana. I mafiosi li aspettano al passo, dopo Natale. Quando è tempo di raccolta.
La Repubblica 08.01.10