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'Ndrangheta, Grasso: «Lo Stato sia al fianco dei magistrati», di N. Co.

Lo Stato deve dare un segnale forte di presenza in Calabria. A dirlo è il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, a margine della commemorazione di Piersanti Mattarella, a Palermo, commentando la bomba di Reggio Calabria contro la procura generale. «C’è stato un grave atto intimidatorio nei confronti della magistratura e questo è anche conseguenza del clima che si è creato nei confronti della stessa magistratura: sembra quasi che si possa facilmente attaccarla, anche con un atto del genere. Questo deve scomparire, Stato e governo devono affiancare la magistratura, come del resto stanno facendo e credo che faranno. Anche la magistratura al proprio interno deve muoversi come un solo uomo, senza lasciare sacche di sofferenza in certi settori».

Per il procuratore lo Stato deve dare «un segnale forte di presenza in Calabria come è stato presente in Sicilia. Le situazioni generali di quella regione sono forse come quelle di 50 anni fa in Sicilia. Il punto di partenza essenziale è quello delle indagini e ci sono già eccellenti investigatori nella regione. Bisogna incrementare le forze nel numero per continuare su questa strada».

A Palermo la città ha ricordato, a 30 anni di distanza, con la deposizione di una corona di fiori in via della Libertà, l’uccisione da parte della mafia di Piersanti Mattarella, presidente della Regione, allievo di Aldo Moro, colpito dai killer al volante della sua Fiat 132, mentre stava per andare a messa, nel giorno dell’Epifania, senza scorta. È stata ricordata, alla presenza della famiglie e delle autorità, la sfida di Mattarella, il suo sogno di una nuova Sicilia, di una regione «con le carte in regola».

«Le speranze per capire i retroscena del delitto Mattarella – ha detto il procuratore Grasso – sono ancora accese. Le indagini non finiscono mai, ci può sempre essere qualche spunto, qualche collaboratore che faccia un po’ più di luce sull’omicidio». Grasso 30 anni fa, quando fu ucciso il presidente della Regione siciliana, era il pm di turno in procura e fu proprio lui ad effettuare il primo sopralluogo.
Il Sole 24 Ore 06.01.10

Lazio, Zingaretti «esploratore» Bersani: «Coalizioni per vincere», di Simone Collini

Non male, come prima giornata di lavoro. Pier Luigi Bersani rientra dalla vacanza negli Stati Uniti e nell’ordine: chiama Antonio Di Pietro per capire cosa vuol dire che il leader dell’Idv diserterà il vertice di martedì prossimo sulle regionali, risponde ai tanti che lo chiamano per chiedergli cosa si debba fare ora che Emma Bonino si è candidata nel Lazio, risponde ai dirigenti del Pd pugliese che gli comunicano che l’Udc ha deciso di sostenere Francesco Boccia ma subito dopo a quelli laziali che lo avvisano delle brutte voci che girano su un accordo tra i centristi e il Pdl, poi chiama Nicola Zingaretti per chiedergli un ulteriore giro d’orizzonte per verificare se sia possibile dar vita in questa regione a una coalizione sufficientemente larga contro Renata Polverini, quindi è il turno dei dirigenti dell’Umbria che gli parlano della polemica tutta interna al partito sul terzo mandato per l’uscente Maria Rita Lorenzetti e poi di quelli piemontesi alle prese con un Idv che ha sospeso il confronto con la candidata Mercedes Bresso. «Stiamo lavorando per costruire coalizioni ampie che possano vincere», è la risposta che dà Bersani a chi più semplicemente gli chiede a che punto sia il Pd con il rebus delle candidature per le regionali. I nomi, nel ragionamento che fa il segretario del Pd, vengono dopo rispetto alla priorità di dar vita a «un nuovo e coeso centrosinistra». Ed è in questo schema che il leader democrat telefona a Zingaretti per affidargli un «mandato esplorativo» nel Lazio.

L’ESPLORAZIONE DI ZINGARETTI
Il presidente della Provincia di Roma accetta, ma mette subito in chiaro che la sua sarà una «mera esplorazione» e che lui la porterà avanti avendo un «ruolo terzo». Ovvero, non sarà comunque lui il candidato. Bersani si dice d’accordo, consapevole da un lato che un ultimo tentativo con l’Udc va compiuto e dall’altro che se i centristi si diranno pronti a chiudere con il Pd se proprio Zingaretti sarà candidato, per lui sarà più complicato tirarsi indietro. Lo diranno i colloqui di queste ore a dire come andrà a finire (entro domani sera si saprà l’esito dei vari incontri). E se l’Udc dovesse confermare l’indisponibilità a fare fronte comune col Pd nel Lazio? Tra i dirigenti del Pd c’è chi a questo punto non esclude che il partito possa alla fine sostenere Emma Bonino. La leader radicale era stata “lanciata” ad ottobre proprio da un esponente democrat, Goffredo Bettini, ma poi il partito ha lasciato cadere la cosa. Ieri la Bonino ha rotto gli indugi e si è candidata autonomamente per i Radicali. Un’iniziativa che non è piaciuta al Pd. Che però è consapevole del rischio di dispersione di voti se il centrosinistra si presenterà alle elezioni di marzo con più candidati. A questo punto, nel partito c’è chi pensa sia meglio lavorare già da venerdì (in caso di cattivo esito dell’«esplorazione») sulla candidatura della Bonino. Del resto non a caso Zingaretti, nella nota diffusa dopo aver accettato l’incarico, fa riferimento alla possibilità di «candidature all’esterno del Pd». Che, a questo punto, non sono più un tabù.

DI PIETRO POLEMICO
La matassa si è troppo ingarbugliata e sono troppi i fronti polemici da affrontare, dentro il partito e con gli alleati. In Umbria, l’uscente Lorenzetti si è candidata alle primarie contro l’ex tesoriere del Pd Mauro Agostini senza chiedere la deroga per il terzo mandato all’assemblea regionale. La minoranza ha invocato il rispetto dello statuto (per il quale serve il via libera dei due terzi del partito per andare oltre i due mandati) e la segreteria convocata per ieri è saltata. Per quanto riguarda gli alleati, Di Pietro ha innescato una polemica dura nei confronti del Pd. Nella telefonata con Bersani, il leader dell’Idv ha detto che non parteciperà al vertice sulle regionali previsto per il 12 e che lo stesso faranno i suoi dirigenti locali. Questo il messaggio che Di Pietro lancia a Bersani: «Dica con chi vuole stare e se con l’Idv vuole costruire una coalizione, noi non siamo un partito eversivo, siamo il partito che difende la Costituzione». L’ex pm non ha gradito le critiche per quel «dichiarazioni incaute» a Napolitano. Ma anche Bersani, riferiscono al Nazareno, non ha apprezzato Di Pietro quando ha detto che, in Puglia, «se vinciamo o se perdiamo se ne devono assumere la responsabilità coloro che finora hanno fatto tante chiacchiere e hanno ridotto la credibilità di una coalizione ai minimi termini, se non ci fosse Idv davvero oggi sarebbero poco credibili».
L’Unità 06.01.10

"Lo scudo mediatico", di Maria Cecilia Guerra

L’operazione scudo fiscale è stata gestita da un punto di vista mediatico con grande abilità. Focalizzando l’attenzione su un messaggio positivo: il rientro di quasi 95 miliardi, presentato come un segno di fiducia nell’Italia e nella forza della sua economia. Un’informazione però fuorviante. Perché non tutti i capitali sono effettivamente tornati nel nostro paese. E in ogni caso non si può dare per scontato che verranno investiti in Italia. Quanto al gettito, accertamenti con le nuove norme antievasione avrebbero quasi sicuramente garantito maggiori entrate.

L’operazione scudo fiscale è stata gestita da un punto di vista mediatico con grande abilità. Con il comunicato n. 202 del ministero dell’Economia e delle Finanze del 29 dicembre si è raggiunto sicuramente l’apice. Il comunicato, ripreso testualmente da quasi tutte le testate nazionali, è divisibile in due parti (riportate in corsivo in quanto segue) che è utile commentare separatamente.

PRIMA PARTE: I “RIMPATRI EFFETTIVI IN ITALIA”

95 e 98. È con questi due numeri che si può sintetizzare in un primo bilancio l’operazione “Rimpatrio dei capitali in Italia”. 95 miliardi di euro (pari a 190.000 miliardi di vecchie lire) è il volume delle operazioni. Su questo volume, il 98 per cento è fatto da rimpatri effettivi in Italia.
Sono numeri che marcano uno straordinario successo, segno di forza della nostra economia e di fiducia nell’Italia.
Lo scudo non viene presentato come un successo dal punto di vista del gettito che ha prodotto. Si evita quindi il rischio di sollecitare un atteggiamento di rassegnazione, se non ancora più negativo, rinfrescando il ricordo che si è fatto ricorso all’ennesimo condono fiscale per gli evasori più sofisticati, perdonando anche reati penali gravi, pur di ottenere soldi con cui sostenere le finanze pubbliche in difficoltà.
L’attenzione del lettore è invece focalizzata su un messaggio positivo: sono rimpatriati quasi 95 miliardi (e per fare più effetto, a ormai dieci anni dall’entrata in vigore dell’euro, lo si dice anche in lire: 190mila miliardi di vecchie lire). E sono rientrati non per beneficiare di un regalo fiscale senza paragoni a livello internazionale, ma perché finalmente si ha fiducia nell’Italia e nella forza della sua economia.
L’informazione che viene trasmessa, formalmente corretta, è in realtà fortemente fuorviante. Il lettore è infatti indotto a credere che, poiché il 98 per cento delle operazioni riguarda rimpatri effettivi, 95 miliardi di euro sono rientrati in Italia. Ma non è affatto così.
Le modalità attraverso cui aderire allo scudo fiscale, regolarizzazione e rimpatrio, sono infatti tre.
1) La regolarizzazione, con cui si permette di mantenere all’estero il denaro e le altre attività per le quali si era violato l’obbligo del monitoraggio (evitando quindi la tassazione dei rendimenti in Italia). È consentita solo nel caso in cui le attività siano detenute in paesi dell’Unione Europea, nonché in paesi che consentono un effettivo scambio di informazioni in via amministrativa. Ne sono quindi escluse sia la Svizzera sia San Marino. È una modalità poco gradita perché non garantisce l’anonimato.
2) Il rimpatrio, che si distingue in:
2a) rimpatrio vero e proprio: i capitali vengono fisicamente depositati presso un intermediario abilitato italiano.
2b) rimpatrio giuridico: un intermediario abilitato residente in Italia assume formalmente in custodia, deposito, amministrazione o gestione il denaro e le attività finanziarie detenute all’estero, senza che si proceda al materiale trasferimento delle stesse nel territorio dello Stato. (1)
Quanti dei “rimpatri effettivi” citati dal Mef sono in realtà solo rimpatri giuridici? Al momento non si può saperlo: l’unica informazione di cui il ministero può disporre riguarda infatti quella relativa al versamento dell’imposta sostitutiva, che avviene secondo due soli “codici tributo”, l’uno relativo ai rimpatri (complessivamente intesi) l’altro alle regolarizzazioni.
È però improbabile che i quasi 95 miliardi siano tutti rientrati in Italia. Per quanto riguarda la Svizzera, paese dal quale provengono la maggior parte di capitali “rimpatriati”, Claudio Generali , presidente dell’Associazione bancaria ticinese (Abt), stimava che per il Ticino la percentuale di rimpatri giuridici si collocasse tra un terzo e la metà del totale delle attività scudate. I dati dettagliati, in cui opportunamente si distingue fra “rimpatri con liquidazione” (e cioè rimpatri veri e propri) da un lato e “regolarizzazioni e rimpatri senza liquidazione” (e cioè regolarizzazioni e rimpatri giuridici) dall’altro, sono raccolti da Banca d’Italia, per finalità statistiche riguardanti la compilazione della bilancia dei pagamenti e degli altri indicatori monetari e finanziari per l’analisi economica. È dall’analisi dell’andamento della bilancia dei pagamenti e di questi indicatori, quindi, che si potrà valutare, a partire dai prossimi mesi, il successo dello scudo sotto il profilo degli effettivi rientri di capitale.
Il comunicato del ministero sembra poi dare per scontato che i capitali rimpatriati verranno investiti in Italia (“forza della nostra economia”, “fiducia nell’Italia”). Ma è davvero così? Come ci ricorda l’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 43 del 10 ottobre, “Le attività, una volta rimpatriate, possono essere destinate a qualunque finalità e quindi essere riallocate anche all’estero nel rispetto delle disposizioni relative al monitoraggio fiscale e valutario”. Nel 2002, come si evince dai dati sulla bilancia dei pagamenti, la riallocazione all’estero è stata, con tutta probabilità, la destinazione prioritaria dei capitali che hanno beneficiato dei precedenti scudi. Senza contare che anche per i capitali che restano in Italia la destinazione a scopi produttivi non è assolutamente garantita.

SECONDA PARTE: ULTIMO E DEFINITIVO TERMINE DI RIAPERTURA

E anche di intelligenza. L’impegno dei principali paesi del G20 è infatti nel senso che: “Il tempo dei paradisi fiscali è finito per sempre”. Portare o tenere i soldi nei paradisi fiscali non conviene più, né economicamente né fiscalmente. Il rendimento è minimo, il rischio è massimo.
Il termine di riapertura delle operazioni di rimpatrio con maggiorazioni di aliquota ad aprile 2010 è ultimo e definitivo. L’alternativa in tutti i paesi G20 è costituita solo dall’applicazione delle nuove e molto efficaci norme antievasione”.
La seconda parte del comunicato è palesemente finalizzata a incentivare nuove adesioni allo scudo fiscale, dopo la riapertura dei termini: ultima occasione!
Tre brevi osservazioni sul punto.
a) La minaccia è stata ripetuta con analoghe parole scudo dopo scudo, riapertura dei termini dopo riapertura dei termini: la si può ritenere davvero credibile?
b) L’impegno dell’Ocse e dei G20 è stato effettivo. Paradisi fiscali non ne esistono praticamene più: tutti i paesi monitorati dal Global Forum hanno aderito o si sono impegnati ad aderire nel prossimo futuro agli standard fiscali internazionali, che richiedono fondamentalmente una cooperazione amministrativa, e cioè la disponibilità a fornire informazioni, su richiesta, relativamente a indagini su singoli presunti evasori fiscali che siano state intraprese nel paesi di residenza degli stessi. Lo scambio è disciplinato dalle convenzioni bilaterali contro la doppia tassazione, opportunamente aggiornate attraverso appositi accordi (Tieas, Tax information exchange agreement). Quanti dei 120 Tieas firmati dopo il primo novembre 2008, a tale scopo, vedono coinvolta l’Italia? Nessuno. E questo contro i dodici firmati dalla Francia e i cinque dalla Germania, ad esempio. (2)
c) Nel corso di questa legislatura sono state varate alcune misure che possono rivelarsi utili nel contrasto all’evasione fiscale internazionale. Particolarmente importante è quella che introduce l’inversione dell’onere della prova: se un contribuente viene scoperto con capitali detenuti all’estero in violazione delle nome sul monitoraggio, si presume che tali capitali siano frutto di evasione fiscale, salvo prova contraria. Per scoprire i capitali detenuti all’estero è però cruciale lo scambio di informazioni… e si ritorna quindi alle osservazioni del punto precedente.
Nel complesso, come è stato sottolineato altre volte, siccome solo l’Italia prevede un vero scudo fiscale, e cioè solo l’Italia sana, oltre all’evasione delle imposte sugli interessi relativi ai capitali illegalmente detenuti all’estero, anche l’evasione delle imposte sui redditi che sono stati portati (o prodotti) all’estero e sono divenuti poi capitali scudati, la poca credibilità dell’affermazione contenuta nella seconda parte del comunicato è presto svelata. Infatti, delle due l’una: o le nuove norme antievasione non costituiscono una seria minaccia, oppure si crede davvero che esse permettano di scovare e colpire severamente l’evasione. In questo secondo caso, però, sanare i reati tributari e non fare pagare nessuna imposta, sanzione e interesse per le imposte evase sui capitali che sono detenuti illegalmente all’estero, e per i quali sono ancora possibili gli accertamenti, significa accettare una perdita di gettito. Infatti, il periodo valido per gli accertamenti nel nostro paese è di cinque anni e se grazie alle nuove norme antievasione anche solo il 10 per cento dei 95 miliardi di euro scudati fossero stati scoperti dalla Guardia di Finanza o dall’Agenzia delle Entrate nell’ambito della loro normale attività di accertamento, il gettito recuperato sarebbe stato presumibilmente molto maggiore di quello prodotto dallo scudo. (3)

(1) Si parla ugualmente di “rimpatrio” perché in forza dell’incarico ricevuto l’intermediario residente in Italia assume tutti i compiti rilevanti ai fini degli adempimenti tributari (applicazione delle ritenute e delle imposte sostitutive e comunicazioni all’amministrazione finanziaria dei redditi soggetti a ritenuta a titolo d’acconto) che sono previsti dalla normativa italiana indipendentemente dal luogo di effettivo deposito delle attività.
(2) Per un aggiornamento completo sull’attività di contrasto condotto dall’Ocse e dal G20 ai paradisi fiscali si veda: http://www.oecd.org/dataoecd/32/45/43757434.pdf
(3) Le imposte evase possono essere infatti ragionevolmente stimate attorno al 43 per cento, a cui vanno aggiunti sanzioni e interessi.

"Quelle pensioni così povere", di Massimo Fracaro

Molti falsi poveri davanti al Fisco, troppi veri poveri nei libri paga dell’Inps. Puntualmente l’analisi delle dichiarazioni dei redditi ci rivela scomode verità, almeno per chi paga le tasse: gli italiani guadagnano poco, meno della media europea. Ma, se li mettiamo di fronte allo specchio dell’Inps, il ritratto è ancor più drammatico. Nel 2009 l’ente ha staccato 15 milioni e mezzo di assegni con un importo medio di 773 euro al mese. Per tredici mensilità fanno poco più di 10.000 euro. La stragrande maggioranza dei pensionati vive, quindi, con mille euro al mese. Forse meno. E se in casa ci sono due ex lavoratori si arriva a 2.000. Non c’è di che scialare.

Nel 2010 anche la scala mobile girerà lenta. L’inflazione zero ha congelato l’aumento: +0,7%. Le «minime» cresceranno di soli tre euro al mese. Ma le bollette, per fare un esempio, sono rincarate ben di più. Molti pensionati, per la prima volta dopo anni, dovranno anche restituire qualcosa all’Inps perché il costo della vita 2009 è stato inferiore alle previsioni. Un po’ si prende, un po’ si restituisce. E il mini aumento scema ancor di più.

Per decenni la questione previdenziale è stata affrontata dal lato della spesa pubblica. Un’impostazione doverosa, in un Paese che ha brevettato le pensioni di giovinezza. Vi ricordate i 19 anni sei mesi e un giorno dei dipendenti pubblici? O le rendite di anzianità svincolate da un’età minima (si staccava anche a 49 anni)?

Le ultime riforme stanno riportando in equilibrio i conti. E se è vero che i già pensionati sono stati in parte risparmiati, com’era giusto, è altrettanto vero che sono stati quasi completamente dimenticati. Forse è il caso di ridare loro almeno una parte dei risparmi che deriveranno dai nuovi coefficienti di calcolo delle rendite contributive. O dall’agganciamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita.

Dal 2002 ad oggi, a parte l’integrazione decisa dal secondo governo Berlusconi per portare il minimo a un milione di lire — beneficio toccato a una minoranza —, è stato fatto molto poco. Qualche una tantum e la quattordicesima del governo Prodi. Provvedimenti tampone legati al possesso di redditi minimi, da certificare con non pochi fastidi burocratici.

Anno dopo anno le pensioni hanno continuato a rivalutarsi solo grazie all’inflazione misurata dall’Istat, perché la perequazione agli stipendi è stata cancellata negli Anni 90. E così il loro potere di acquisto si è pian piano svilito. Un miglioramento potrebbe venire dall’annunciata, ma mai attuata, creazione di un paniere ad hoc per i pensionati, per tenere conto dei loro veri consumi. Anche le norme fiscali sono penalizzanti sul fronte degli oneri detraibili (le rendite basse non ne beneficiano). E se il coniuge supera con la pensione i 2.840 euro non è più a carico. E si perdono i relativi vantaggi.

Tanti poveri, molti evasori. Perché non cercare di riportare la bilancia in equilibrio? L’Italia nello specchio dell’Inps e del Fisco piacerebbe di più. A tutti.
Il Corriere della Sera 06.01.10

"L'illusione tecnologica", di Stefano Rodotà

Sicurezza o libertà? Questo antico dilemma continua ad accompagnarci, diviene più stringente quando terrorismo e criminalità si fanno più aggressivi.E dopo l´11 settembre l´imperativo della sicurezza è divenuto dominante, fino a cancellare quasi ogni altro riferimento. Questo spirito è tornato in questi giorni, nelle reazioni non sempre composte che hanno accompagnato il fallito attentato a un aereo in volo verso gli Stati Uniti. Dobbiamo rassegnarci a una continua erosione dei diritti, a un lento declinare dei principi della democrazia?
Anche in tempi difficili è necessario che la politica mantenga la testa fredda, non ceda alle emozioni, né alla tentazione di credere che la risposta al terrorismo debba per forza portare a limitazioni delle libertà. Un piccolo esercizio di memoria può aiutarci. All´indomani del sanguinoso attentato alla stazione di Atocha il re Juan Carlos sottolineò la necessità di tener fermi i principi dello Stato di diritto; e la Regina Elisabetta, dopo l´attentato nella metropolitana di Londra, disse che i terroristi «non cambieranno il nostro modo di vivere». Questa fedeltà democratica torna nelle parole del ministro dell´Interno americano, Janet Napolitano: «Abbiamo un nemico determinato, ma non possiamo sigillare gli Stati Uniti, Questo non è il nostro paese. Questi non sono i nostri valori». Viene così segnato un confine che, in democrazia, non può essere varcato, pena la stessa perdita di democraticità del sistema che si vuole tutelare.
Oggi l´attenzione è tutta concentrata sui body scanner, su questi penetranti strumenti di controllo che, nati al servizio della medicina, consentono di “leggere” il corpo delle persone, rivelandone ogni dettaglio, dunque anche qualsiasi oggetto che si trovi su di esso. Una nuova bacchetta magica? Sembrerebbe di sì, a giudicare almeno dalle dichiarazioni di chi ha sostenuto che i body scanner sono lo strumento più sicuro per prevenire il terrorismo. Non è la prima volta che l´enfasi tecnologica prende la mano dei politici, distorcendo la realtà e suggerendo soluzioni che possono rivelarsi pericolose e inefficaci.
La distorsione è resa evidente dal fatto che la discussione si è quasi esclusivamente polarizzata sullo strumento tecnico, mettendo in secondo piano l´aspetto più preoccupante della vicenda: il fallimento dei controlli americani più che l´inefficienza dell´aeroporto di Amsterdam. Le autorità americane erano in possesso delle informazioni riguardanti l´attentatore, sapevano che si sarebbe imbarcato su quel volo, e non sono state in grado di incrociare questi dati che avrebbero consentito di impedire la partenza di quella persona. Una responsabilità primaria dell´intelligence, non della tecnologia. Un fallimento amministrativo prima che tecnico.
Sottolineo questo punto perché la delega alla tecnologia sta diventando una pericolosa deriva, alla quale la politica si abbandona per scansare questioni difficili. In questi giorni, considerando tra l´altro anche l´enorme costo di una installazione generalizzata di body scanner, si sta mettendo l´accento proprio sulla necessità primaria di potenziare gli apparati di intelligence. Anche per una ragione banale. Ammesso che gli strumenti tecnologici riescano a rendere sicuri i voli, non per questo i terroristi abbandonerebbero i loro progetti. I casi della Spagna e della Gran Bretagna, ricordati prima, mettono in evidenza come il terrorismo ricorra a modalità diverse, si adatti al mutare delle situazioni. La lotta al terrorismo, dunque, richiede prima di tutto politiche adeguate, fondate soprattutto su conoscenza e prevenzione. E della prevenzione fa parte anche l´insieme delle politiche verso i paesi dai quali si pensa che i terroristi possano partire. Sì che appare sbagliata la sbrigativa misura presa dall´amministrazione americana, che ha individuato quattordici paesi i cui cittadini saranno sottoposti a controlli particolari. Immediate le reazioni, che hanno sottolineato il rischio di trasformare in “sospetti” tutti i cittadini di quei paesi, alimentando proprio la reazione antiamericana.
In questo quadro, la questione dei body scanner deve essere analizzata da tre punti di vista: efficienza, sostenibilità, rispetto della privacy (che è parola ormai inadeguata, poiché in casi come questo sono la dignità e la libertà delle persone ad essere a rischio). Sappiamo che quegli strumenti non sono in grado di individuare oggetti nascosti nelle “cavità” del corpo, sì che già si prevede che i terroristi potrebbero usare le tecniche già sperimentate dai trafficanti di droga. L´investimento economico è molto impegnativo, anche per il numero di body scanners che dovrebbero essere installati, per evitare che i tempi dei controlli diventino insostenibili. E che cosa dire dello “striptease virtuale” al quale le persone sarebbero assoggettate?
Proprio questo rischio è da mesi al centro dell´attenzione della Commissione europea, che ha consultato i garanti europei e l´Agenzia per i diritti fondamentali, ricevendo risposte molto critiche, che mettono in evidenza la necessità di una serie di garanzie: uso di quegli strumenti solo nel rispetto dei principi di necessità e di proporzionalità e in base a specifiche disposizioni di legge; possibilità di rifiuto di sottoporsi al body scanner, accettando controlli manuali; adozione di tecnologie che riducono la figura del passeggero, rendendone invisibili i caratteri sessuali e gli eventuali difetti fisici, individuando solo eventuali oggetti; separazione tra il personale che vede fisicamente la persona e chi effettua il controllo; cancellazione delle immagini raccolte. Opportunamente l´Enac, l´ente che regola tecnicamente i voli, ha fatto sapere che chiederà a Bruxelles indicazioni sulle caratteristiche dei nuovi strumenti. Ma non siamo di fronte ad una semplice questione tecnica: dall´Unione europea dovrebbero venire soprattutto indicazioni relative alla compatibilità di tali misure con la Carta dei diritti fondamentali, che si apre affermando proprio l´inviolabilità della dignità della persona.
Non è un richiamo retorico. Non è accettabile la lenta erosione di libertà e diritti, la mitridatizzazione della società di fronte a misure illiberali. Analizzando sul “Guardian” il fallimento dei controlli americani, Gary Young ha opportunamente sottolineato che la strategia di Bush contro il terrorismo ha avuto come effetto non una maggior protezione dei cittadini, ma l´incremento della paura, sfruttata per aumentare controlli sociali e militarizzazione, per guadagnare consenso. È una diagnosi che può valere per tutti.
La Repubblica 06.01.10

"Ispra, tutto rimandato. I ricercatori non scendono", di Felicia Masocco

Ci sono volute 42 notti sul tetto e la scadenza di altri 230 contratti, ma alla fine il ministro Prestigiacomo ha aperto un tavolo per i precari dell’Ispra. È convocato per lunedì. Nell’attesa loro restano sul tetto. Ha aspettato un mese e mezzo per pronunciarsi, alla fine il ministro Stefania Prestigiacomo ha detto la sua sull’Ispra, l’istituto per la ricerca e la protezione ambientale cui il suo ministero, di concerto con il Tesoro e la Funzione Pubblica, ha tagliato le prospettive e, nel 2009, 480 contratti.
Dopo 42 notti passate dormire sul tetto dell’istituto, ieri una delegazione di ricercatori è stata ricevuta dalla titolare dell’Ambiente, la quale si è difesa snocciolando una serie di cifre e smentendo di aver abbandonato la ricerca, accusa che le viene mossa da ogni dove. A riprova della buona volontà, la convocazione per lunedì prossimo di un tavolo tecnico al ministero per tentare una soluzione. Sarà l’occasione per i ricercatori di presentare le loro cifre che differiscono da quelle del governo. Almeno fino ad allora, dal tetto non scenderanno e continueranno la protesta anche con altre iniziative. Perché di concreto ieri non si è intravisto nulla, né nell’incontro con Cgil, Cisl e Uil e Anpri, né con l’Usi-Rdb che è la sigla di riferimento per i ricercatori saliti sul tetto. Secondo una nota ministeriale non ci sarebbe stato «nessun abbandono», «piuttosto valorizzazione e promozione della ricerca». Questo il quadro fornito dal ministero: al momento del commissariamento, fine luglio 2008, l’Ispra contava su 905 unità di personale a tempo indeterminato e 534 unità di personale con contratti flessibili (a tempo determinato, co.co.co, assegni di ricerca, borse di studio) per un totale di 1439 lavoratori. Per ripianare questa situazione, giudicata da Prestigiacomo, «una forte anomalia visto che il precariato rappresentava il 38% della forza lavoro», è stato predisposto un piano triennale per ridurre l’area del precariato e portare a 400 le assunzioni a tempo indeterminato.
In pratica se quasi 500 ricercatori nel 2009 non hanno avuto il rinnovo del contratto, è a fin di bene. È un po’ contraddittorio ma è quanto si legge nella nota dell’Ambiente che precisa, l’obiettivo era «potenziare l’Ispra, con particolare riferimento alle finalità di ricerca e tutela ambientale». I ricercatori non sottovalutano l’aver ottenuto una sede di confronto, ma non si fanno soverchie illusioni: «Il primo incontro con Prestigiacomo e il capo dipartimento della funzione pubblica ha mostrato la volontà di affrontare le problematiche – dice EmmaPersia,
coordinatrice dell’Usi-Rdb-. In particolare il ministro ha affermato di voler agire per la professionalità. Lunedì le porteremo i numeri esatti e presenteremo soluzioni tecniche ed economiche , oltre a quelle giù offerte dalle istituzioni locali, sperando che vengano
esaminate adeguatamente». A sottolineare «l’inconcludenza» dell’incontro di ieri è Ignazio
Marino. «Il ministro parla di valorizzazione e promozione della ricerca, ma davanti agli occhi dei ricercatori dell’Ispra ci sono solo la certezza dei licenziamenti e il miraggio di un tavolo tecnico», taglia corto il senatore Pd in sintonia con i colleghi Roberto della Seta e Francesco Ferrante. «Il ministro -continua Marino – stabilizzi i precari o, ancora meglio, ne valuti il merito bandendo urgentemente un concorso nel quale vengano presi in considerazione i titoli scientifici delle centinaia di ricercatori che, dalla notte di San Silvestro, sono tecnicamente licenziati».
In attesa di lunedì, continua la protesta sul tetto dell’istituto nel quartiere Casalotti, dovrebbe invece rientrare lo sciopero della Usi-Rdb Ricerca, sono infatti in corso le procedure di conciliazione.
Un’assemblea cittadina per parlare della ricerca e dei controlli ambientali è in programma per la fine della prossima settimana.
L’Unità 05.01.10

Governo riferisca su Iran e bomba procura Reggio Calabria

Il Gruppo del Partito democratico ha chiesto al governo di riferire al più presto sulla crisi interna iraniana e sulla bomba contro la procura di Reggio Calabria. “Il governo venga il prima possibile a
riferire circa quanto sta accadendo in Iran” ha chiesto il deputato democratico Roberto Giachetti. Intervenendo nell’aula di Montecitorio Giachetti ha ricordato che le notizie parlano “di un numero di morti che oscilla tra gli otto e i quindici” e che “sono certamente migliaia gli arrestati” tra i riformisti. Giachetti ha citato “una intervista del ministro degli esteri Frattini in cui lo stesso ministro affermava che era sbagliato chiudere tutte le porte al regime di Teheran ed è necessario tendere la mano. Ci interessa sapere – ha detto Giachetti – quale sarà la linea di condotta del governo, cosa sta facendo il governo e quali sono le iniziative per interrompere il massacro che sta avvenendo a Teheran”. Subito dopo a prendere la parola in aula è stata la deputata democratica Sesa Amici che ha chiesto al governo di riferire al più presto sulla bomba contro la procura di Reggio Calabria, una fatto che ha definito “di una gravità inaudita contro una procura impegnata contro la mafia e la criminalità organizzata”. “Crediamo – ha detto la deputata – che proprio alla luce di questo atto e questo salto di qualità così grave ed allarmante sia necessario che il governo trovi la forza non solo di reagire nel modo più incisivo possibile cosa che sta già avvenendo in questi giorni ma anche delle informazioni in suo possesso e delle iniziative che intende assumere venendo
al più presto a riferire in parlamento”.
www.deputatipd.it