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"Ronde, tanto rumore per nulla", di Fabio Poletti

Molti gli annunci, ma nelle prefetture da Milano a Trieste non arrivano le domande. L’unica ronda visibile a Milano per ora, è quella di «Porta Volta»: Aldo, Giovanni e Giacomo con basco, gonnellino kilt e carriola, che impazzano alla tv da Fabio Fazio. In Prefettura è arrivata una sola domanda, quella dei poliziotti in pensione riuniti nell’Api, a libro paga di Palazzo Marino per controllare scuole e parchi. Presto ne arriverà un’altra dell’associazione «Milano più sicura», l’ex ronda di militanti leghisti di via Crema e piazza Trento che, smessa la casacca verde come impone la legge firmata dal ministro dell’Interno Maroni, si presenta con nuovi colori ma con la stessa testa. Sarà perchè non se ne parla più, sarà perchè gli indici della criminalità sono in discesa, sarà pure perchè le regole per molti sono troppo restrittive, malgrado mille annunci e mille aspettative le ronde di mezzanotte fanno fatica a decollare.

Gli ottomila cittadini delle ronde, di cui parlava dieci anni fa il parlamentare della Lega Mario Borghezio sembrano un miraggio. Se si esclude Bari dove sono resistiti per un mese i controlli anti bulli, il fenomeno piace soprattutto al Nord. Da Cuneo a Trieste non c’è comune che non avesse la sua ronda. Ma è difficile che resistano ai paletti imposti dalla legge che vieta simboli di partito, figuriamoci le divise paramilitari delle ronde nere della Guardia Nazionale Italiana o i Berretti blu legati all’Msi che si vedevano in giro per Milano fino a qualche tempo fa. Il sindaco Letizia Moratti che sulla sicurezza ha sempre puntato molto, non ha mai nascosto la necessità di avere regole precise: «Le ronde non devono essere la giustizia fai-da-te di singoli cittadini».

Eppure dove a Milano sono nate negli Anni Novanta, c’è anche chi inizia ad avere qualche ripensamento. Giovanni De Nicola, consigliere provinciale del Pdl, un tempo alla testa del «Fronte dei cittadini», si chiede che senso abbia fare le ronde oggi: «Se non sono davvero manifestazioni spontanee di cittadini sono inutili. Quando le facevamo noi era un modo per dimostrare che avevamo il controllo del teritorio, dei nostri quartieri. Oggi la polizia e l’esercito presente in città, fanno di più e fanno pure meglio». Che la sicurezza non sia più una prerogativa della destra o della sinistra lo sanno tutti. Ma il rischio che sulle ronde i partiti si giochino la visibilità è alto.

Davide Boni assessore leghista al Territorio in Lombardia schiaccia sull’acceleratore: «Sarebbe assurdo escludere qualcuno perchè vota un partito. Non è questo lo spirito della legge». Alessandro Morelli, consigliere di zona 5 e animatore di «Milano più sicura» promette che non ci saranno escamotage: «In strada non ci saranno nostri militanti». Max Bastoni, uno dei responsabili dei Volontari Verdi, giura di voler rispettare la legge ma storce il naso: «Sono stati i nostri alleati di governo a non volere le ronde di prima. Temevano che noi diventassimo troppo forti. Ma è chiaro che quando si parla di sicurezza si parla di politica.

E la Lega, tra tutti, è quella che da sempre si occupa di più di certi temi. Noi non vogliamo in strada “giustizieri della notte”. Ma la gente vuole una risposta concreta alla domanda di sicurezza». Chi di sicuro non ci sta anche se viene sempre tirata in ballo, talvolta a sproposito, è l’associazione dei City Angels. Il suo presidente Mario Furlan è più che categorico: «Noi non presenteremo alcuna domanda. Le ronde servono solo se hanno una funzione sociale, aiutare chi è per strada, non solo per la sicurezza. Giocarsela tra sigle politiche come stanno facendo, non serve».
La Stampa 05.01.10

"L'articolo che non piace a Brunetta", di Ernesto Maria Ruffini*

Dice Brunetta: «Stabilire che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla». Dispiace che un ministro della Repubblica, ma prima ancora un nostro concittadino, non sia riuscito a comprendere il significato, l’importanza ed anche la bellezza dell’art. 1 della nostra Costituzione. Proviamo ad aiutarlo, allora, magari con le parole dei Padri costituenti. Il primo articolo della Costituzione rappresenta il nostro biglietto da visita: l’Italia è una Repubblica e una democrazia. «Vuol dire semplicemente che, se domani
l’Assemblea nazionale nella sua maggioranza, magari nella sua unanimità, abolisse la forma repubblicana, la Costituzione non sarebbe modificata, ma distrutta» (Piero Calamandrei, 4 marzo 1947). Non solo una Repubblica democratica, ma una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Il lavoro inteso in tutte le sue forme e non solo «nelle sue forme materiali, ma anche in quelle spirituali e morali che contribuiscono allo sviluppo della società» (Meuccio Ruini, 6 febbraio 1947).
«Questo il senso della disposizione: un impegno del nuovo Stato italiano a immettere nell’organizzazione sociale, economica e politica del Paese quelle classi lavoratrici che furono più a lungo estromesse dalla vita dello Stato e dall’organizzazione economica e sociale»
(Aldo Moro, 13 marzo 1947).
Di fronte ai dubbi di comprensione di Brunetta, chissà cosa avrebbe pensato Giuseppe Saragat, secondo cui «ogni lavoratore, leggendo questo documento, può capire che cosa si vuol dire. Che la Costituzione mette l’accento sul fatto che la società umana è fondata non più sul diritto di proprietà e di ricchezza, ma sulla attività produttiva di questa ricchezza. È il
rovesciamento delle vecchie concezioni, per cui si passa dal fatto della ricchezza sociale a considerare l’atto che produce questa ricchezza. Mentre la proprietà può isolare, il lavoro unisce, ed è da questa nozione – che deve essere associata al diritto al lavoro – che sorgono
tutti gli altri diritti sociali» (6 marzo 1947).
Affermare che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, averlo proclamato «solennemente, direi orgogliosamente, nella prima riga della Costituzione» ha dato «a tutti i lavoratori la certezza o la fede nell’avvenire democratico del nostro Paese» (Giorgio Amendola,
20 marzo 1947).
Questo è il senso del primo articolo della Costituzione, questo è il senso del nostro Stato democratico e il senso della nostra storia repubblicana.
Sembra che i dubbi di Brunetta si fermino solo al primo comma dell’art. 1. Non oso pensare a quelli che potrebbero sorgere alla lettura del secondo comma: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
*Associazione A Buon Dirittto
L’Unità 05.01.10

"Italia 2020: la ricetta del governo è il familismo", di Marco Albertini

Il modello che il governo propone per l’Italia del prossimo futuro è ancora quello di una famiglia in cui la generazione dei nonni aiuta ad accudire i nipoti, per permettere ai neogenitori di rimanere sul mercato del lavoro. In cambio, figlie e nuore si prenderanno cura degli anziani quando diventeranno non autosufficienti. Per le famiglie si prevedono dunque obblighi formali di assistenza, senza però dare loro un adeguato sostegno economico e di servizi. E quindi senza raggiungere l’obiettivo primario: accrescere la partecipazione delle donne nel mercato del lavoro.

“Sempre più numerose sono le famiglie nelle quali gli anziani, coabitanti o meno, offrono il loro aiuto nelle azioni di accompagnamento e di assistenza dei minori, assicurando così alla donna la possibilità di partecipare al mercato del lavoro, oppure mettono a disposizione la loro pensione nella vita familiare. E nello stesso tempo trovano nelle famiglie la risposta ai loro bisogni e alle loro paure. È questo il patto intergenerazionale che vogliamo promuovere”. Così sostiene a pagina 15 il recente documento congiunto del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e del ministero per le Pari opportunità intitolato “Italia 2020”.
Il modello quindi è quello di una famiglia in cui la generazione dei nonni aiuta i figli in età lavorativa ad accudire i nipoti, in modo da permettere ai neo genitori di rimanere sul mercato del lavoro. Poi un qualcuno non meglio specificato, ma sappiamo che sono quasi sempre le figlie e le nuore, si prenderà cura dei nonni quando questi diventeranno non autosufficienti.
Non è che sia qualcosa di nuovo, è ciò che vediamo tutti i giorni attorno a noi. Famiglie sotto pressione per coordinare i tempi e le necessità di cura di anziani e bambini, oppure donne che escono dal mercato del lavoro per non rimanere “schiacciate” dalle molte richieste di cura a cui devono rispondere con scarso aiuto dei mariti (come dice il documento) e dei servizi pubblici (come non dice il documento).

DAL FAMILISMO PER DEFAULT…

Analizzare i pro e i contro di questo modello di relazioni intergenerazionali ci porterebbe lontano. (1) Qui vogliamo invece tentare di rispondere a una domanda: cosa prevede di nuovo il “Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro” al fine di promuovere questo modello di patto generazionale?
Subito dopo il paragrafo citato, il documento fa riferimento a tre possibili misure per sostenere il patto intergenerazionale di cura reciproca: agevolazioni fiscali o trasferimenti monetari e in natura; possibilità di cumulare crediti per prestazioni sociali; dovere di assicurare a chi ha oneri di cura contratti e orari di lavoro flessibili.
Di fatto non c’è nulla dal lato dell’offerta pubblica di servizi. Da un lato, si persegue nella strada già battuta di (modeste) agevolazioni economiche per chi si prende cura dei propri cari; dall’altro si promette di stabilire un dovere per i datori di lavoro di offrire un’organizzazione temporale del lavoro compatibile con gli oneri di cura. Per altro, le tre misure appena evocate scompaiono del tutto nella parte “programmatica” del documento. Anche in questa sezione non si prefigura un ruolo dello Stato che vada al di là di un mero coordinamento del dialogo tra lavoratori e datori di lavoro affinché trovino loro una soluzione al rebus della doppia necessità di aumentare l’occupazione femminile e di venire incontro ai bisogni di cura di una popolazione sempre più anziana.
Il documento è quindi in linea con quello che gli studiosi chiamano il modello del familismo per default. Tradotto, significa che si prevedono obblighi formali per le famiglie di assistere i soggetti che necessitano cura, senza però dare loro un sostegno adeguato. Non v’è traccia dell’intenzione di fare ciò che la grande maggioranza dei nostri vicini europei ha fatto già negli anni Novanta (e anche la Spagna c’è arrivata in anni recenti), ovvero di sviluppare un sistema di protezione sociale che copra le necessità di cura di lungo termine di una popolazione che va invecchiando rapidamente.
L’indennità di accompagnamento, riservata solo alle persone totalmente non autosufficienti, rimane l’unica politica significativa in termini di supporto finanziario alle persone anziane con bisogno di cura.
In alcune regioni vi si affianca l’assegno di cura, che tuttavia ha una copertura inferiore al 2 per cento anche là dove più diffuso. In generale, si tratta di trasferimenti monetari di importo tale per cui non vi si può acquistare cura professionale sul mercato regolare dei servizi alla persona, o uscire dal mercato del lavoro per accudire un genitore senza timore di cadere in povertà. Sul lato dei servizi di cura i dati sono ancora più disarmanti: la copertura non supera mai il 3-4 per cento a livello nazionale, mentre nel 2000 le stime dell’Istat e dell’Agenzia per i servizi sanitari regionali riportavano una incidenza dei disabili nella popolazione anziana tra il 20,6 e il 12,2 per cento. Se si vuole sostenere il modello intergenerazionale, è chiaro che bisogna fare molto di più.

…AL FAMILISMO ESPLICITO

I modelli alternativi non sono solo quelli defamilizzanti dell’Europa scandinava, ma anche quelli del familismo esplicito, sostenuto con risorse pubbliche, dell’Europa continentale. In questo ultimo modello la famiglia deve farsi carico di una larga parte del lavoro di cura, ma viene aiutata con trasferimenti degni di nota e servizi di accompagnamento. Ad esempio, i sistemi di cura di Austria e Germania sono regolati da principi molto simili a quelli italiani. Tuttavia, non solo la copertura dei servizi di cura residenziali e domiciliari è ben più alta che in Italia, ma vi sono anche sistemi assicurativi per le cure di lungo termine che forniscono alle famiglie un supporto significativo. Nel 2006, quando l’indennità di accompagnamento in Italia era pari a 450 euro, il trasferimento massimo previsto in Austria era di 1.562 euro, mentre in Germania il massimo era pari a 665 euro (o 1.432 euro se si optava per ricevere servizi). Inoltre nei due paesi si coprono in misura diversa diversi gradi di disabilità, non escludendo i casi meno gravi. E le famiglie sono libere di scegliere se ricevere servizi, soldi o un mix dei due.
Dal documento Italia 2020, purtroppo, non emerge alcune segnale che il governo si muova in questa direzione. E pare difficile che i ministri stiano pensando di allargare la platea di chi riceve aiuto economico e, allo stesso tempo, di portare i trasferimenti a un livello “europeo”. Se le famiglie dovranno continuare a occuparsi degli anziani non autosufficienti, senza che venga aumentata l’offerta di servizi pubblici o senza portare i trasferimenti monetari a un livello adeguato, è inevitabile che si accetti l’utilizzo di badanti assunte spesso fuori regola, oppure che molte figlie e nuore escano dal mercato del lavoro. Il familismo per default non aiuta ad aumentare la partecipazione delle donne nel mercato del lavoro, che pure è l’obiettivo esplicito delle azioni menzionate nel documento Italia 2020. Il rischio è che per le famiglie e le donne) italiane, l’Italia del 2020 sia tragicamente uguale a quella del 2009.

(1) Si veda il recente libro di Alberto Alesina e Andrea Ichino L’Italia fatta in casa, Mondadori.

www.lavoce.info

"L'insana giugla dei saldi", di Marco Deaglio

Code per entrare nei negozi; code alle casse per pagare; code sulle autostrade che portano agli outlet, i nuovi centri commerciali. Telegiornali zeppi di immagini di consumatori affannati ma contenti che dichiarano di aver fatto un «buon affare» aspettando, per acquisti importanti, che passasse il Natale e pagando così borse, scarpe e vestiti a prezzo di saldo, ossia sensibilmente di meno di una settimana fa; e di negozianti che non nascondono la soddisfazione per aver allontanato la temibile prospettiva di un magazzino rigonfio di oggetti non venduti.

Di fronte a un simile spettacolo ci sono due motivi di perplessità. Il primo, di carattere generale deriva dalla constatazione che le code sono quasi sempre indizio di disfunzioni del mercato e che quelle dei saldi segnalano distorsioni nel meccanismo delle vendite e non sono certo il sintomo di un consumo equilibrato.

Il secondo motivo di perplessità assume la forma di una domanda ingenua: invece dei saldi sempre più frequenti, che oggi si svolgono in svariati periodi dell’anno, non si potrebbe procedere a un permanente, sia pur più moderato, abbassamento dei prezzi di vendita? Ci sono naturalmente motivazioni tecniche per le vendite a saldo, occasioni fisiologiche, soprattutto per il settore dell’abbigliamento, per smaltire modelli, colori e forme meno desiderati.

L’estendersi del fenomeno sembra però giustificare la conclusione di una riduzione nella capacità del sistema distributivo di capire ciò che il pubblico veramente vuole e quale prezzo è veramente disposto a pagare. Quando vanno al di là della loro dimensione normale, infatti, i saldi sono la misura della mancanza di conoscenza che il sistema distributivo ha dei gusti e della capacità di spesa del proprio pubblico: l’aumentare delle code è un segno della crescente distanza tra compratori e venditori, oltre che di una certa «disintegrazione» del mercato in tanti mercati paralleli che talora presentano un’ampia gamma di prezzi per lo stesso prodotto.

I milioni di italiani che stanno andando a completare in questi giorni gli acquisti del periodo natalizio naturalmente non pensano che i prezzi scenderanno; in questo caso avrebbero aspettato ancora. E’ più probabile che temano di non trovare più in futuro prezzi così bassi come gli attuali. A una simile conclusione induce un’analisi, per quanto sommaria, del comunicato dell’Istat, reso noto ieri, che contiene le prime stime degli indici dei prezzi al consumo di dicembre. Se guardiamo al passato, troviamo che la nostra inflazione è ai minimi da cinquant’anni; se però guardiamo al futuro, scopriamo che, a partire dall’estate, i prezzi hanno – per quanto poco – ripreso a muoversi.

Proiettando in avanti il dato mensile di dicembre (+0,2 per cento) si otterrebbe un’inflazione annuale per il 2010 compresa tra il 2 e il 3 per cento; non si tratta ancora di un livello allarmante, ma di un livello di attenzione sicuramente sì. Anche perché nei prossimi mesi dovremo fare i conti con alcuni non trascurabili aumenti tariffari e con la recentissima risalita del prezzo del petrolio, oltre che di altre materie prime, e questo può dare motivi di preoccupazione. In altre parole, dietro la maggiore difficoltà ad incontrarsi di venditori e compratori, dietro all’apparente euforia dei saldi, spuntano possibili anomalie che vanno seguite con attenzione.

E’ degna di nota, inoltre, l’estrema variabilità dei prezzi esaminati per comparti: nell’arco di un anno, a fronte della stabilità degli alimentari c’è l’aumento piuttosto forte (+4,4 per cento) delle bevande alcoliche e dei tabacchi, la salita del costo dei trasporti compensata dalla riduzione del comparto elettricità, gas acqua. Non ci troviamo di fronte a variazioni uniformi ma anzi a un’estrema differenziazione che si estende fino ai singoli prodotti.

Il sacco di Babbo Natale che diventa più leggero e la calza della Befana che si gonfia di saldi indicano scompensi profondi non solo nell’incerta congiuntura, ancora dominata dalla crisi, ma anche, in un quadro a più lungo termine nel modo di essere di questo paese. Sono passati i tempi in cui il consumatore medio era un entusiasta, dal portafoglio relativamente gonfio grazie alla tredicesima, che decideva la sua spesa d’impulso ed era fortemente influenzato da una pubblicità superficiale; il consumatore medio di oggi non ha molto entusiasmo e neppure molti soldi – la tredicesima serve a turare i buchi lasciati dalle buste paga mensili – ma sa di avere bisogni essenziali che deve soddisfare, come un nuovo cappotto o un nuovo paio di scarpe. Si aggira tra gli scaffali dei supermercati come un cacciatore armato di una pistola con poche cartucce e sa di non doverle sciupare, di dover mirare giusto per portare a casa il bene desiderato.

Tra lui e il sistema distributivo si svolge una specie di duello: il consumatore aspetta la sua preda ai saldi, la distribuzione cerca di fare acquistare al consumatore tutto prima dei saldi. E sullo sfondo troviamo nuove forme di distribuzione, da Internet ai gruppi d’acquisto, il cui impatto è difficile da valutare. Una maggiore trasparenza su questo intrico può essere la premessa per resistere meglio a spinte anomale in futuro.
La Stampa 05.01.10

"Sos ricerca, lo Stato taglia i fondi e le imprese corrono in soccorso", di Valentina Arcovio ed Emanuele Perugini

Con solo l’1% del Pil siamo tra gli ultimi in Europa, ma qualche speranzaarriva ora dalle aziende che hanno speso 9.545 milioni sui 18.231 totali. Lo Stato taglia e le imprese tamponano. Fino a qualche tempo fa era davvero impensabile immaginare che i privati investissero in Ricerca & Sviluppo molto più di quanto facessero le istituzioni pubbliche. Eppure, si deve proprio a loro la piccola fiammella che brilla, seppur debolmente, in quel tunnel buio in cui è stata relegata la ricerca in Italia. Si deve a quei 9.545 milioni di euro, sui 18.231 milioni totali, che le imprese investono in R&S se oggi c’è ancora la speranza di poter risalire lentamente nella classifica dei paesi più virtuosi.
«Le imprese italiane – commenta Nicoletta Amodio, dirigente Ricerca e innovazione di Confindustria – credono di più nella ricerca. Lo dimostrano i recenti dati Istat. Negli ultimi anni i loro investimenti sono cresciuti significativamente, merito degli sgravi fiscali ma anche di una maggiore maturità del settore». Tant’è che il 90 per cento della spesa delle imprese in R&S viene pagata dalle tasche stesse della aziende. Certo, c’è ancora molto da fare stando alle ultime cifre snocciolate da Eurostat. Tra i 27 paesi dell’Unione Europea, nel 2007, siamo stati collocati agli ultimi posti come spesa in ricerca. Il nostro paese, arenato in quel misero 1% del Pil, è ben lontano dal raggiungere quota 3% come stabilito dagli «obiettivi di Lisbona». Per ora questi obiettivi sono stati superati dalla Svezia (3,6%) e dalla Finlandia (3,47%). La Germania con il suo 2,54%, la Francia con il 2,08% e la Gran Bretagna con l’1,79% ci sono di sicuro più vicini di noi.
Del resto ogni Finanziaria che si è susseguita ha in pratica rosicchiato buona parte dei fondi destinati alla ricerca: siamo passati dai 125.967 milioni riservati alla ricerca nel 2001 a 96 milioni di euro. Ora sono le imprese a dare qualche piccolo segnale positivo. «Mentre la spesa per R&S delle istituzioni pubbliche – dice Amodio – si è ridotta di quasi il 9 per cento, quella delle imprese è aumentata del 15,2%».
Questa differenza tra pubblico e privato si riscontra anche per quanto riguarda il personale impiegato nella ricerca. Mentre infatti rimane sostanzialmente immutata, rispetto al 2006, la consistenza nelle istituzioni pubbliche, nelle imprese si è registrato un aumento del 17% e del 5% nelle università.
Drammatica, invece, rimane la situazione per la ricerca di base, poco attraente per i privati e al palo come gli altri settori per il pubblico. Nel 2007 la spesa, infatti, si è del tutto ridimensionata: complessivamente rappresenta il 26 per cento del totale, con un massimo del 56,7 per cento nelle università e un minimo del 5,5 per cento nelle imprese.
Al contrario crescono le quote della spesa per R&S dedicate sia alla ricerca applicata sia, soprattutto, allo sviluppo sperimentale. «Ancora una volta – dice Amodio – è il settore privato a guidare la crescita con un incremento della spesa che raggiunge il 31,9 per cento.
Il Messaggero 05.01.10

Dall´Italia del boom alla crisi globale: "Ecco come ci siamo fermati", di Roberto Mania

La nazione che viaggiava a ritmi “cinesi” guardava Mike Bongiorno e cantava Mina Dice il sociologo De Rita: “Oggi siamo un po´ più saggi, ma anche più statici, vecchi”. L´Italia del boom e l´Italia dello sboom. L´Italia del miracolo economico e l´Italia della più grande recessione, unite, mezzo secolo dopo, dal tasso di inflazione che ormai non mette più paura. E che, anzi, diffonde nostalgia. Ci sono voluti cinquant´anni per ritrovare nelle tabelle dell´Istat un dato così basso dell´indice dei prezzi, come quello di ieri: 0,8 per cento, quasi fossimo nel 1959, quando addirittura ci si permetteva di viaggiare in deflazione, – 0,4 per cento, e ci preparavamo, con i nostri prodotti, a conquistare il mondo e tutti, comunque, a diventare consumatori. Era l´inizio di uno sviluppo economico «impetuoso e caotico», come disse Guido Carli, già governatore della Banca d´Italia.
Dopo la lunga tumultuoso e tormentata galoppata attraverso gli anni Settanta e Ottanta, l´inflazione è tornata indietro, lì, ai nastri di partenza di un´altra epoca. Ma di similitudini così smaccate non ce ne sono proprio altre. Spiega Carlo Scarpa, ordinario di Economia all´Università di Brescia: «Le cause di un´inflazione così bassa sono totalmente diverse. Nel ‘59 i prezzi delle materie prime segnavano calma piatta, oggi l´inflazione allo 0,8 per cento è frutto della crisi». Ecco, la Grande Crisi che ha congelato i consumi, rattrappito la produzione, generato disoccupazione, bloccato, infine, l´inflazione.
Non era così l´Italia del ´59, dove Domenico Modugno trionfava a Sanremo e Mina scalava le classifiche con “Tintarella di luna”. Il Belpaese marciava a ritmi stratosferici, almeno in rapporto a quelli di questi ultimi decenni, in cui a stento si è superata l´asticella dello zero virgola. Allora, nell´Italia appena uscita dalla ricostruzione postbellica, il Pil aumentava mediamente del 5 per cento. Un´andatura mantenuta dal 1950 al 1973, anno del primo shock petrolifero. L´Italia post-rurale, che scopriva il consumismo e la seduzione televisiva con “Lascia o raddoppia” e “Il musichiere”, era una locomotiva, al pari della Germania. E la lira era la valuta più stabile del mercato tanto da aggiudicarsi (nel ‘60) l´”Oscar della moneta”. Gli italiani lavoravano tanto e guadagnavano poco: secondo uno studio della Banca d´Italia tra il 1953 e il 1961 le retribuzioni crebbero del 46,9 per cento contro un incremento medio della produttività dell´84 per cento. Quella differenza di quasi 40 punti – e che fa venire in mente la Cina di oggi – spiega il “miracolo”. Il conflitto sociale che scatenerà, con la simbolica conquista della Scala Mobile, la corsa dei prezzi doveva ancora arrivare. L´inflazione non c´era: i prezzi all´ingrosso rimasero ai livelli del 1953 e quelli al consumo aumentarono, rispetto ai primi, solo del 20 per cento. Un «sistema autopropulsivo», l´ha definito Jacopo Mazzini nel volume “Il miracolo economico italiano” (Mulino), che rendeva competitive le nostre merci.
È l´industria (soprattutto quella grande) che realizza il boom, la stessa che oggi sta pagando il prezzo più alto della crisi. Un esempio: nel 1951 l´Italia produceva 18.500 frigoriferi, nel 1957 arrivò a 370.000, dieci anni dopo a 3,2 milioni. Eravamo il terzo produttore mondiale. All´alba del 2010 di frigoriferi made in Italy di fatto non ce ne sono più: la “Antonio Merloni” è fallita, sta cercando acquirenti, e lo stabilimento di Nocera Umbra è in balìa della cassa integrazione. Tra il 1957 e il 1961 la Fiat raddoppiò la produzione di auto: da 300.000 a 600.000. Cinquant´anni dopo dagli impianti italiani della Fiat ne escono 650.000. Il gruppo di Torino copriva oltre l´80 per cento della domanda interna, contro poco più del 30 del 2009. Gli italiani che fino ad allora si erano spostati in bicicletta, in Vespa o in Lambretta (quella che si produceva alla Innse di Lambrate acquistata dalla Camozzi dopo la clamorosa protesta dei lavoratori saliti su una gru solo qualche mese fa) vanno a comprare la “500” o la “600”. Per questa ci vogliono quasi 600.000 lire e un buono stipendio da operaio si aggira tra le 70 e le 80 mila lire. Si acquistano i frigoriferi Ignis (200 mila lire) e la lavatrici Candy Automatic (160 mila lire). Ragiona Giuseppe De Rita, sociologo, l´uomo del Censis: «Quella del micro-ciclo ´59-´67 e dell´inflazione bassa è un´Italia giovane, come quella del micro-ciclo delle piccole imprese della “famiglia spa” degli anni Settanta o del made in Italy degli anni Ottanta». E quella di adesso, con l´inflazione ferma? «È un´Italia con saggezza, ma un po´ ferma». Insomma, vecchia.
La Repubblica 05.01.10

Regionali Puglia: Segreteria dà mandato a Boccia

“La Segreteria Nazionale del Pd e la segreteria regionale pugliese, in relazione alla situazione determinatasi per la preparazione delle elezioni regionali, hanno dato mandato all’on. Francesco Boccia di ricercare e costruire attorno a sé le condizioni politiche e programmatiche di un’ampia alleanza da proporre agli organismi dirigenti del partito, nei tempi più brevi possibili.
Francesco Boccia nello svolgimento di questo mandato si raccorderà con il segretario regionale Sergio Blasi. Questa scelta è in coerenza con la strategia nazionale del PD tesa a costruire in tutte le Regioni nuove e ampie alleanze programmatiche”.

Lo afferma una nota dell’Ufficio stampa del Partito democratico, al termine della riunione con il gruppo dirigente pugliese.
www.partitodemocratico.it