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“La pubblicità del Cavaliere”, di Edmondo Berselli

Gli ultimi sondaggi sembrano attestare una significativa crescita di consenso di Silvio Berlusconi dopo l’aggressione di Piazza del Duomo (l’indice sarebbe cresciuto di sei-sette punti). I numeri sono la prova provata del successo propagandistico ottenuto dalla campagna del Pdl. In sintesi, secondo Fabrizio Cicchitto e soci: i nemici del Cavaliere hanno creato un clima di odio, e in questa atmosfera livida si è scatenata la violenza di Massimo Tartaglia. Uno “psicolabile”, che però ha riassunto nel suo gesto l’avversione antropologica verso il premier, un sentimento che secondo il sondaggista Renato Mannheimer accomuna il 20-25 per cento del centrosinistra.

L’aspetto pubblicitario di questo argomento è stato immediatamente raccolto ieri nella telefonata del premier ai giovani del Pdl radunati a Verona. Il ragionamento di Berlusconi è stato di una semplicità assoluta. Quando si racconta che il capo del governo non soltanto frequenta minorenni (e prostitute), ma viene additato anche come corruttore, mafioso e stragista, non c’è da stupirsi se certe menti deboli si fanno prendere la mano. Fin qui l’inversione dei fatti e delle responsabilità è vistosa. Le accuse, o almeno le critiche, a Berlusconi non derivano da un “cervello unico della sinistra”; a parlare di minorenni è stata Veronica Lario; di escort un’inchiesta giudiziaria barese; di corruzione di testimoni (il caso Mills) la sentenza di un tribunale, di mafia un pentito nel corso di un processo regolarmente istruito.

Ma ignorare la realtà è una delle migliori specializzazioni del Pdl. Di fronte a ogni contestazione sui fatti, in base a notizie circostanziate, i portavoce della destra rispondono strillando contro i fomentatori di odio e i celebri mandanti morali. Quando in realtà, di fronte a ciò che dicono, che so, Marco Travaglio o Antonio Di Pietro, si tratterebbe solo di capire se è vero o se è falso. Al di là della loro aggressività possono essere smentiti o no? Da parte dei “combattenti” della destra, come Maurizio Lupi e Fabrizio Cicchitto, non si è mai ascoltata una contestazione seria su fatti ed episodi concreti. In questo modo la retorica nazionale sull’odio è diventata un dato di fatto, una specie di incontestata realtà ambientale. E Berlusconi, che ha fabbricato una carriera politica proprio dividendo in due la società italiana e separando i nemici, “i comunisti”, dai cittadini per bene, oggi può consentirsi di fare il benevolo padre della patria, augurandosi che “da un male nasca un bene” e che l’odio svanisca dalla politica.
Sarebbe tuttavia un fraintendimento, e grave, pensare che il premier sia cambiato. E che sia cambiata la sua concezione della politica. Vero è che dalla convalescenza di Arcore sfoggia formule di tolleranza volterriana (“Da quest’ultima esperienza dobbiamo essere ancora più convinti di quanto abbiamo praticato fino ad oggi e cioè che sia giusto il nostro modo di considerare gli avversari come persone che la pensano in modo diverso da noi, ma che hanno il diritto di dire tutto ciò che pensano, che noi dobbiamo difenderli per far sì che lo possano dire e che non sono nemici o persone da combattere in ogni modo, ma sono persone da rispettare. Lo facciamo noi con gli altri e ci piacerebbe che lo facessero gli altri nei nostri confronti”).

Tuttavia queste sono parole. Dietro ci sono le idee. E le idee di Berlusconi sulla democrazia liberale sono a dir poco singolari. Perché il premier e i suoi uomini sono convinti di poter imporre la loro agenda politica anche all’opposizione. Sarebbe utile formulare un programma di riforme istituzionali per rendere più efficiente lo Stato e più giusta la giustizia? Già, ma per avviare un riforma condivisa il Pd faccia il piacere di liberarsi dall’alleato più ingombrante e vocale, cioè Antonio Di Pietro, ormai demonizzato senza pietà come un eversore. E Pier Luigi Bersani si tolga dai piedi le ultime cianfrusaglie movimentiste, rinunci alle idee “socialiste”, e se è il caso abbandoni al loro destino anche gli esponenti più combattivi, i “bolscevichi bianchi” irriducibili al “consenso organizzato” (di brezneviana memoria) come la pasionaria Rosy Bindi.

A suo modo la concezione di Berlusconi è talentuosa, anche se lontana da ogni concezione moderna della democrazia. Il premier sta rivelando ciò che ha sempre pensato, nella sua ormai lunga carriera pubblica. La politica è unica, senza distinzioni fra maggioranza e minoranze. Senza articolazioni culturali, ideologiche e neppure organizzative. Si tratta semplicemente di annettere per corporazioni, o per “caste”, i blocchi politici dell’intero spettro rappresentativo. Il resto viene di conseguenza: riforme concesse dall’alto, come le costituzioni nell’Ottocento, per ritagliare giochi di ruolo da attribuire a partiti-simulacro. Una società d’ordini come nell’ancien régime. Retorica epocale su federalismi e autonomie, in modo da nascondere la realtà del comando unificato e dell’opposizione ridotta a flebile strumento di sua Maestà. Una Costituzione aziendale per assecondare il decisionismo post-democratico. E sullo sfondo, insieme con il perdono di Stato per il premier-sovrano da attuare con leggina ad personam, o con inciucio kolossal, ecco infine l’immagine che incombe sul sistema democratico: quella del “partito unico”, approvato con elevati sondaggi e un senso di liberazione dall’odio dalla democraticissima e disincantata Italia contemporanea.
La Repubblica 21.12.09

“Mutui, famiglie in affanno: boom di pignoramenti”, di Bianca Di Giovanni

Mangiati dai debiti. È l’effetto della crisi e della debolezza del welfare. Secondo le associazioni dei consumatori Adusbef e Federconsumatori, nel 2009 pignoramenti e vendite all’asta sono aumentati del 15,2% rispetto all’anno precedente, nonostante tassi di interesse bassissimi e la conseguente diminuzione dei costi dei mutui a tasso variabile. Nel triennio 2007-2009, sempre secondo i dati raccolti dalle associazioni dei consumatori, i pignoramenti sono addirittura aumentati del 60,5%, per un totale di circa 130 mila case all’asta. «L’insostenibile crisi economica – commenta il presidente dell’Adusbef, Elio Lannutti – porta sempre più famiglie italiane a non poter onorare le rate dei mutui, impegno sempre più gravoso che mangia il 33% del reddito, e ciò si traduce in un rischio reale di insolvenza per almeno 350 mila famiglie». È necessario, sostengono dunque i consumatorii, «che il governo, dopo il decreto salva-banche e le provvidenze per le imprese, emani anche un decreto urgente “salva-famiglie” con sgravi fiscali di almeno 1.500 euro a favore di lavoratori a reddito fisso e pensionati, o si allargherà la frattura sociale».

La preoccupazione dei consumatori trova conferme anche nei dati ufficiali. Come quelli di Bankitalia: il flusso di nuove sofferenze per le famiglie sui mutui, rettificate in rapporto ai prestiti, è salito nel terzo trimestre del 2009 a quota 1,5% contro lo 0,9% dello stesso periodo del 2008. E anche la Caritas, in un rapporto sul credito diffuso alcuni giorni fa, aveva messo in guardia: 1 famiglia su 4 tra quelle che acquisterà casa con un mutuo nel corso del prossimo anno rischia di scivolare sotto la soglia di povertà. Proprio per questo l’Abi ha lanciato ieri, in accordo con 13 associazioni dei consumatori, la sospensione di 12 mesi del pagamento delle rate dei mutui per le famiglie in difficoltà, attiva a partire da febbraio 2010. Una misura che però l’Adusbef ha giudicato insufficiente, non firmando il protocollo di intesa e addirittura invitando i consumatori a «tirare la cinghia e pagare, dove possibile, le rate dei mutui cercando di non avvantaggiare ulteriormente, con una “moratoria” onerosa, sul fronte degli interessi, i signori banchieri».

Secondo i dati raccolti nelle sezioni Fallimentari dei principali tribunali italiani, il maggior numero di pignoramenti nel 2009 si registra a Milano (circa 2.733, con un incremento stimato del +15,5% in un anno) Roma (a quota 2.157 esecuzioni, +18,1%), e Monza (1.040 vendite all’asta, +20,2% sul 2008). Crisi economica e stretta creditizia hanno falcidiato anche il numero delle imprese che, tra luglio e settembre 2009, secondo il Cerved, hanno visto salire i fallimenti del 40%, mentre è schizzato del 70% il numero delle aziende che ha fatto ricorso al concordato preventivo.
L’Unità 21.12.09

Da Copenaghen piccoli passi avanti. Ambiente, serve fare di più

Difficile dire se si tratta di una vittoria o di una sconfitta. La lunga notte di Copenaghen ha prodotto un risultato inaspettato. Né una disfatta in termini negoziali, né un successo dal punto di vista delle aspettative. Solo un passo avanti. Incerto, forse. Ma decisivo. In quanto l’accordo concluso tra Usa, Cina, India, Sudafrica e Brasile per la lotta ai cambiamenti climatici, pur non essendo vincolante, coinvolge per la prima volta due degli attori (Cina e Usa), che fin ora erano rimasti ai margini del dibattito sul global warming, e li relaziona con un altro grande paese emergente, l’India, oltre che naturalmente con paesi importanti e influenti per la lotta ai cambiamenti climatici, come il Brasile e il Sudafrica.

“Abbiamo un accordo”, ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon al termine delle lunghe trattative e delle numerose resistenze e critiche mosse dai paesi più piccoli, “anche se – ammette – non è quello che tutti speravamo”. E infatti, la natura dell’intesa non può pretendere di rimanere nella storia. L’accordo di Copenaghen non è ambizioso, fornisce poche cifre, non è vincolante e prevede una scadenza per presentare, e non necessariamente per approvare, un testo giuridicamente vincolante nel dicembre 2010, a Città del Messico, dopo una riunione intermedia a Bonn. Eppure, ieri notte Barroso ha detto che si tratta di “un passo avanti”, e ha aggiunto: “Meglio un passo avanti che due indietro”.

Anche per l’esponente del PD, Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente l’accordo non è sufficiente” perché “è contraddittorio fissare il limite dell’aumento di temperatura al 2% senza obiettivi intermedi entro il 2050”, ed è altrettanto deludente “il fatto che non siano obiettivi vincolanti per il 2020”. Eppure un “fatto nuovo” c’è, spiega Realacci, e cioè che “tutti i Paesi importanti del mondo hanno compreso l’importanza di questa sfida”. Una nuova consapevolezza che forse fa ricordare all’Europa che deve “recuperare una leadership che sembra aver perso e in Italia la vera sfida è conciliare questo scenario con l’agenda politica ed economica”. Il che significa, conclude Realacci, “ripartire dalla green economy e da misure che affrontano alla radice il rischio legato ai cambiamenti climatici e che rilancino l’economia sulla base della qualità”.

L’accordo, un documento di appena tre pagine, fissa come obiettivo il limite di riscaldamento del pianeta a 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Prevede anche degli aiuti di 30 miliardi di dollari su tre anni (2010, 2011 e 2012) per aiutare i paesi in via di sviluppo ad affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici, e una successiva crescita degli aiuti fino a 100 miliardi di dollari entro il 2020.

Da questo documento finale sono stati soprattutto quattro i punti controversi della proposta di accordo sul clima di cui la Conferenza Onu di Copenaghen oggi si è limitata a “prendere nota”, rendendola operativa, nonostante l’opposizione del Sudan, del piccolo Stato insulare di Tuvalu, nel Pacifico e dei latinoamericani Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua e Costarica.

Il primo punto è quello della soglia massima di aumento della temperatura media dovuta al riscaldamento globale: la seconda delle tre bozze successive di accordo prevedeva che tale soglia, oggi fissata a 2°C, venisse portata a 1,5°C. Mezzo grado di temperatura che potrebbe significare una minaccia irreversibile per diversi Stati insulari destinati letteralmente ad essere cancellati dalle mappe.

Il secondo punto che gli oppositori dell’accordo lamentano è la soppressione, nella terza bozza, dell’impegno a ridurre le emissioni globali del 50% entro il 2050.

In terzo luogo, i paesi in via di sviluppo chiedono che sia previsto nell’eventuale accordo internazionale il prolungamento del Protocollo di Kyoto oltre il 2012, con un nuovo periodo d’applicazione (Kyoto II) dal 2013 al 2020.

Il quarto punto, infine, riguarda la mancanza nella bozza di accordo la percentuale complessiva di riduzione delle emissioni globali al 2020 da parte dei paesi più avanzati, anche perché il testo non contiene ancora tutti i piani di tagli dei gas serra, che gli Stati membri dovrebbero adottare entro gennaio.

In attesa dell’appuntamento di Bonn e degli impegni dei singoli stati che dovranno essere dichiarati entro il primo messe del nuovo anno, non rimane che l’auspicio di Ban Ki-moon fatto al termine del suo intervento. “Lavoreremo da subito – ha assicurato il segretario generale dell’Onu – per rendere vincolante entro il 2010 l’accordo raggiunto a Copenaghen”. Una promessa importante: la sfida più ambiziosa da vincere nell’immediato futuro.
Giacomo Rossi
www.partitodemocratico.it

«L’inciucio è cosa non buona e ingiusta», di Eugenio Scalfari

Ho letto con molto interesse l’articolo del nostro collaboratore Alexander Stille (figlio di tanto padre) pubblicato venerdì scorso su Repubblica. Spiega perché chi si opponga alla politica del Pdl non può che concentrare le sue critiche su Silvio Berlusconi. Non è questione di distinguere la parola “nemico” dalla parola “avversario”, la parola “odio” dalla parola “opposizione”. Su queste differenze lessicali potremmo (inutilmente) discutere per pagine e pagine senza cavarne alcun risultato, come pure potremmo discutere sulla personalizzazione degli scontri politici in altri paesi.

Negli Stati Uniti, per esempio, lo scontro personalizzato è una prassi durissima e assolutamente normale. Basta ricordare (ed è appena un anno fa) la polemica senza esclusione di colpi tra Obama e Hillary Clinton durante le primarie, quella tra Gore e Bush nella corsa alla Casa Bianca, la campagna dei giornali che portò alle dimissioni di Nixon e Bill Clinton ad un passo dall'”impeachment” all’epoca dello scandalo Lewinsky.

Eppure in nessuno di quei casi i protagonisti avevano mai personalizzato su di sé il partito o la parte politica che rappresentavano come è avvenuto per Silvio Berlusconi. Ma chi lo ha detto meglio di tutti e con maggiore attendibilità è stato Denis Verdini. Il suo non è un nome molto noto, eppure si tratta d’un personaggio di primissimo piano: è il segretario del Pdl, il numero uno dei tre coordinatori di quel partito e soprattutto il co-fondatore di Forza Italia.

Quando Berlusconi decise di scendere in campo, nell’autunno del 1993, affidò la costruzione del partito ai due capi di Publitalia, la società che raccoglieva la pubblicità per il gruppo Fininvest, nelle persone di Dell’Utri e di Verdini. Il primo è da tempo distratto da altri affanni; Verdini è invece nel pieno del suo impegno politico.

Nell’articolo pubblicato dal Giornale il 18 dicembre, Verdini elenca gli obiettivi che il Pdl si propone di realizzare nei prossimi mesi e descrive come meglio non si potrebbe il ruolo di Berlusconi. “Lui ha costruito la figura del leader moderno – scrive Verdini – anzi ha costruito la leadership come istituzione. Per affrontarlo, anche gli altri partiti dovranno affidarsi ad una leadership e se non riusciranno a farlo saranno sempre sconfitti.

Ma anche i “media” non potranno esimersi dal concentrare sul leader la loro attenzione, se vorranno cogliere il vero significato di quanto accade”.
Segue l’elenco degli obiettivi: smontare la Costituzione e adeguarla alla Costituzione materiale; cambiare il sistema di elezione del Csm e quello della Corte costituzionale; riformare la giustizia separando le carriere dei magistrati inquirenti da quelle dei giudicanti; concentrare nella figura del premier tutti i poteri dell’Esecutivo e sancire che tutti gli altri poteri siano tenuti a collaborare lealmente con lui perché lui solo è l’eletto del popolo e quindi investito della sovranità che dal popolo emana.

Quest’articolo è infinitamente più preoccupante delle esagitate denunce e liste di proscrizione lanciate da Cicchitto in Parlamento, da Feltri e da Belpietro sui loro giornali e dai vari “pasdaran” del berlusconismo di assalto. Verdini l’ha scritto il 18 dicembre, quando già Berlusconi era tornato ad Arcore ed aveva avviato la politica del dialogo con l’opposizione. Esso contiene dunque con lodevole chiarezza le condizioni di quel dialogo, con l’ovvio preliminare che essi comportano e cioè il salvacondotto in piena regola riguardante i processi del premier. Da qui dunque bisogna partire, tutto il resto è pura chiacchiera.

* * *

I giornali di ieri hanno dato notevole risalto alla battuta di D’Alema sull’utilità ed anzi la necessità, in certi momenti della vita politica, di far ricorso agli “inciuci”. La parola “inciucio” denomina un compromesso malandrino tra parti politiche avversarie, un compromesso sporco e seminascosto che contiene segrete pattuizioni e segreti benefici per i contraenti, nascosti al popolo-bue.

Per esemplificare la sua battuta sull’utilità dell’inciucio D’Alema ha citato la decisione di Togliatti di votare, nell’Assemblea costituente del 1947, per l’inclusione del Concordato nella Costituzione italiana. Ma l’esempio è stato scelto a sproposito: la costituzionalizzazione del Concordato tra lo Stato e la Chiesa non fu affatto un inciucio ma un trasparente atto politico con il quale il Pci, distinguendosi dal Partito socialista e dal Partito d’azione, dichiarò la sua contrarietà a mantenere viva una contrapposizione tra laici e cattolici.

Si può non concordare con quella posizione; del resto la sinistra ha sempre privilegiato le lotte sociali rispetto alle cosiddette libertà borghesi, iscrivendo tra queste anche la laicità che non fu mai un cavallo di battaglia del Pci. Si può non condividere ma, lo ripeto, l’inciucio è tutt’altra cosa e D’Alema lo sa benissimo.
Credo di sapere perché D’Alema ha scelto di usare quel termine così peggiorativo: vuole stupire, gli piace esser citato dai “media”, è una civetteria di chi, essendo molto sicuro di sé, sfida e provoca e si diverte.

È fatto così Massimo D’Alema. I compromessi gli piace descriverli, teorizzarli, talvolta anche tentarne la realizzazione, annusarne il cattivo odore, sicuro che se gli riuscisse di farli sarebbe comunque lui a guidarli verso l’utilità generale perché lui è più bravo degli altri.
In realtà non è riuscito a metterne in pista nessuno. Ma la sua provocazione ha suscitato preoccupazioni nel suo partito e parecchie reazioni. Si è dovuto parlare di lui per l’ennesima volta. Sarà contento perché era appunto ciò che voleva.

I suoi contraddittori hanno deciso che bisognerà spostare il tiro sui problemi economici ai quali il governo ha dedicato pochissima attenzione. Sarà su di essi che si svolgerà il grande confronto tra la sinistra e la destra.

È vero, il governo non ha fatto nulla, la nostra “exit strategy” dalla crisi è del tutto inesistente e farà bene l’opposizione e il Pd a darsene carico, ma il centro dello scontro non sarà questo. Il centro dello scontro l’ha indicato Verdini, sarà sullo smantellamento della Costituzione. Sul passaggio dallo Stato di diritto allo Stato autoritario.

* * *

Berlusconi vuole il dialogo. Che cosa vuol dire dialogo? Lo spiega quasi ogni giorno sul “Foglio” Giuliano Ferrara. Lo spiegano gli editorialisti terzisti “ad adiuvandum”: dialogo vuol dire mettersi d’accordo sul percorso da seguire e poi attuarlo con leale fedeltà a quanto pattuito. Insomma un disarmo. Unilaterale o bilaterale? Vediamo.

Berlusconi chiede: la legge sul legittimo impedimento come strumento-ponte che lo metta al riparo fino al lodo Alfano attuato con legge costituzionale; rottura immediata tra Pd e Di Pietro; riforme costituzionali e istituzionali secondo lo schema Verdini. In contropartita Berlusconi promette di parcheggiare su un binario morto la legge sul processo breve e di “riconoscere” il Pd come la sola forma di opposizione.

Va aggiunto che Berlusconi non pretende che il Pd voti a favore della legge sul legittimo impedimento; vuole soltanto che essa non sia considerata dal Pd come un ostacolo all’accordo sulle riforme.

Vi sembra un disarmo bilaterale? Chiaramente non lo è. Chiaramente sarebbe un inciucio di pessimo odore.
In una Repubblica parlamentare il dialogo si svolge quotidianamente in Parlamento. Le forze politiche presentano progetti di legge, il governo presenta i propri, il Capo dello Stato vigila sulla loro costituzionalità, i presidenti delle Camere sulla ricevibilità di procedure ed emendamenti nonché sul calendario dei lavori badando che anche i progetti di legge formulati dall’opposizione approdino all’esame parlamentare.

Non si tratta dunque di un dialogo al riparo di occhi indiscreti ma d’un confronto aperto e pubblico, con tanto di verbalizzazione.

Quanto alla richiesta politica di rompere con Di Pietro, non può essere una condizione in vista di una legittimazione di cui il Pd non ha alcun bisogno e che la maggioranza non ha alcun titolo ad offrire. Come risponderebbe Berlusconi se Bersani gli chiedesse di rompere con la Lega? Che non è meno indigesta di Di Pietro ad un palato democraticamente sensibile ed anzi lo è ancora di più?

La conclusione non può dunque essere che l’appuntamento in Parlamento. Il punto sensibile è l’assalto alla Costituzione repubblicana. Ci sarà un referendum confermativo poiché sembra molto difficile una riforma condivisa. A meno che il premier non receda dai suoi propositi che, nella versione Verdini, sono decisamente eversivi. Uso questa parola non per odio verso chicchessia ma per amore verso lo Stato di diritto che è condizione preliminare della democrazia.

da www.repubblica.it

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da www.corriere.it: “Asse Veltroni-Franceschini «Il buon inciucio non esiste»”, di Alessandro Trocino
E Bersani: la linea è ferma, no a leggi ad personam
CORTONA — Walter Veltro­ni, Dario Franceschini e Ignazio Marino. La minoranza del Pd at­tacca frontalmente Massimo D’Alema, il cui elogio degli in­ciuci, «che anche oggi servireb­bero al Paese», non è piaciuto a molti. Per questo è costretto a intervenire Pier Luigi Bersani, che spiega al Tg1: «Lasciamo stare le variazioni sul tema. Il Pd ha una linea ferma: siamo contro le leggi ad personam e a favore di un confronto in Parla­mento sulle riforme che riguar­dano il Paese». Da Cortona, primo raduno di Area democratica, arrivano bor­date verso il Nazareno. Comin­cia Veltroni: «Se devo pensare ai mali del Paese, francamente non mi viene in mente il Partito d’azione di Ferruccio Parri. E poi resto un po’ sorpreso quan­do un dirigente sostiene che Berlusconi deve restare per tut­ta la legislatura. Ne succedono di tutti i colori».

Nicola Latorre, il dirigente di cui sopra, ribatte: «Mai detto quella frase. Invece di contrastare il governo si con­tinuano ad attaccare gli espo­nenti del proprio partito». Poi tocca a Franceschini: «Io di in­ciuci che hanno fatto bene non ne ho mai visti». E ancora: «Non possiamo stare zitti se vie­ne violentato lo stato di diritto. Piuttosto sfidiamo la destra a una riforma degli ammortizzato­ri sociali». Marino (che non struttura la corrente ma lancia i workshop, il primo il 23 genna­io su lavoro e nucleare): «Non capisco, prima facciamo l’ostru­zionismo in Commissione giu­stizia, poi votiamo sì alla calen­darizzazione del processo breve per il 12 gennaio. Così andiamo contro il sentire comune del Pa­ese ». Si leva anche la voce di An­tonio Di Pietro, che accusa D’Alema di «oltraggio alla Costi­tuzione » e di «offesa alla storia repubblicana» per aver sostenu­to che il «più grande inciucio» della storia italiana è stato l’arti­colo 7 della Costituzione. Area democratica, che avrà un coordinamento sul territo­rio e un foglio online, si è dota­ta a Cortona di un’identità. Che non sarà, assicura Franceschi­ni, «fare l’opposizione a Bersa­ni », ma aiutare il partito. Veltro­ni vede in pericolo il «principio di legalità» e avverte che «non c’è il clima» per le riforme. Il fondatore del Pd ricorda a Ber­sani e D’Alema che hanno vinto con il 53% contro il 47: «Nessu­no pensi che una grande forza possa essere governata come un patrimonio personale del­l’uno o dell’altro».

E nessuno pensi a un ritorno al passato: «Tornare all’Unione, magari con un premier di centro, non mi parrebbe un gran capolavo­ro ». Per Veltroni la prova del no­ve saranno le Regionali: «Ci vuole un segno profondo di di­scontinuità nel Mezzogiorno». Cita la Calabria e la Campania, ma anche la Sicilia: «Non è ac­cettabile che il Pd dia il suo ap­poggio a una giunta di Lombar­do e Micciché». Se Bersani al Tg1 spiega che «bisogna accorciare le distanze con gli alleati», Franceschini ha più di un timore. Sulla riforma elettorale, innanzitutto: «Non sono accettabili scambi con l’Udc per avere una legge pro­porzionale alla tedesca». Non so­lo: sarebbe «una scelta miope» aiutare Rutelli a mettere in pie­di un partito «che magari poi sceglierà di collocarsi a destra, lasciandoci all’opposizione per 40 anni». Franceschini è preoc­cupato: «In pochi giorni siamo passati dal fronte democratico dell’emergenza nazionale al dia­logo, che è un tranello: c’è qual­cosa che non funziona». Conclu­de Paolo Gentiloni: «Non siamo un correntone girotondino. Nel Pd ci vuole più cultura liberalde­mocratica e più cultura azioni­sta ». «D’Alema teme che il Pd sia un partito d’azione di massa — conclude Enrico Morando —: magari lo fossimo».

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Riforme, Bersani: “La linea del PD è ferma, contro ogni legge ad personam” (clicca qui per vedere il Video)
Il segretario intervistato dal TG1 chiede una sessione in Parlamento sulle riforme sociali, a tutela di lavoratori e disoccupati. Penati: “E’ una linea condivisa ne PD, non si strumentalizzino le parole di D’Alema”
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“Lasciamo perdere le variazioni sul tema: abbiamo una linea ferma, siamo contro qualsiasi legge fatta per una persona sola, ci opporremo a qualunque legge ad personam ma siamo a favore di una discussione, di un confronto sulle riforme che riguardano tutti i cittadini”. Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, intervistato dal Tg1, sulla scia dei tre noi ribaditi da diverse settimane: no al processo breve, no a leggi ad personam, no al legittimo impedimento.

Le riforme da fare. “Si parla giustamente di riforme che riguardano le funzioni del Parlamento e del governo ma a noi – ha aggiunto Bersani – interessano in particolare le riforme sociali. E’ ora di discutere di questo con una sessione in Parlamento, dobbiamo discuterne per fare qualcosa di più di quanto è stato fatto”.

Il leader del PD ha ricordato come “dai dati Istat si evidenzi che ci sono 780mila disoccupati in più da quando è cominciata la recessione, abbiamo 900mila persone che vivono di ammortizzatori, abbiamo 20mila esercizi commerciali in meno in un anno, studi professionali, piccole imprese in difficoltà. Sarà ora di discutere, di fare qualcosa, qualcosa in più di quanto non si sia fatto fin qui”, insiste.

Il profilo del mio Pd è costruire alternativa di governo “Io non sono quello che tiene assieme, cerco di dare un profilo al Pd, un profilo che alluda all’esigenza di costruire un’alternativa, e questo significa costruire un’altra proposta e ciascuna forza dell’opposizione deve prendersi la responsabilità di accorciare le distante tra di noi, io lavorerò per questo, spero gli altri facciano altrettanto”. E’ il passaggio dell’intervista a proposito delle alleanze con gli altri partiti di opposizione come Idv e Udc.

“Sulle riforme la posizione del partito è chiara e condivisa da tutti” aveva assicurato già nel pomeriggio Filippo Penati, capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani, invitando a non strumentalizzare le parole di D’Alema: “Il Partito democratico ha una posizione chiara ed inequivocabile, abbiamo detto e ribadito in modo compatto che diciamo Si alle riforme per i cittadini, e No alle leggi ad personam. E’ questa posizione sulla quale il partito è compatto e tutti la pensano allo stesso modo. A questo punto, però, è giusto chiedere che non siano strumentalizzate le parole dette ieri da Massimo D’Alema che altro non erano se non un evidente paradosso ( sugli “inciuci” utili in certi momenti all’Italia, citando il Concordato NdR ), parole espresse, peraltro, nel corso della presentazione di un libro. La vita politica italiana non può essere inquinata da polemiche pretestuose fondate sul nulla. Infine, sarebbe un buon metodo quello di chiamare i politici a rispondere dei loro atti concreti e non che venissero attaccati per una battuta o, peggio, per un ragionamento”.

da www.partitodemocratico.it

“Gli sperperatori non siamo noi”, intervista al Sindaco Chiamparino di Valerio Ceva Grimaldi

Il sindaco di Torino e presidente dell’Anci Sergio Chiamparino, dopo aver interrotto i rapporti con il governo, lancia il suo j’accuse: «Le risorse dei Comuni sono ridotte all’osso. Via la mannaia dei tagli nella manovra». Sergio Chiamparino è sindaco di Torino e presidente dell’Anci. Tre giorni fa l’associazione nazionale dei Comuni ha annunciato la rottura dei rapporti con il governo. «Il vero grasso da tagliare è nelle amministrazioni pubbliche centrali. I Comuni sono già all’osso».

Perchè avete interrotto il confronto con l’esecutivo?
Il piatto della bilancia pende disperatamente dal lato dei soldi che non ci sono. Da due anni aspettavamo un miliardo e trecento milioni, ce ne hanno dati novecento. Avevamo chiesto una parziale modifica per poter restituire un pò di fiato a quelle amministrazioni che faticano a pagare le imprese che hanno fatto i lavori nelle città. Ma nemmeno qui, nei decreti attuativi dell’annunciato federalismo, c’è nulla. E non è finita qui.

Cos’altro?
Ci hanno tagliato ulteriori duecento milioni di euro. E poi non capisco perchè, per esempio, il Comune di Torino non può avere il direttore generale ma la Provincia sì, pur gestendo un budget cinque volte inferiore.

Ma il governo non voleva eliminarle, le Province?
Altro che. Pare che ora vogliano anche potenziarle…e vogliamo parlare dei direttori generali dei ministeri che nessuno tocca? E’ possibile che se c’è da risparmiare ci sono solo i Comuni a cui chiedere sacrifici? Mica siamo gli sperperatori d’Italia! A questo punto è naturale che questo modus operandi abbia fatto scattare la molla del risentimento, e magari anche dell’orgoglio, dei Comuni.

E, intanto, si continua inesorabilmente a tagliare.
Ormai è da anni che ci riducono i finanziamenti. Facciamo sforzi fuori dall’ordinario, ma stiamo rischiando di arrivare davvero all’osso e che tra poco non ci sia più niente da spolpare. Peraltro, i primi settori su cui siamo costretti a ridurre le risorse sono le politiche sociali, quelle per i più deboli, le opere di manutenzione delle città. Territori che, così, sono condannati a degradare.

Cosa chiedete al governo per riprendere il confronto?
Il nostro obiettivo è ottenere delle aperture sul patto di stabilità. Chiediamo di spostare gli effetti dei tagli al 2011 e, intanto, di avviare nel 2010 un confronto sulle modalità dei tagli senza la mannaia dell’obbligo inserito in Finanziaria. Inoltre, chiediamo l’abolizione delle sanzioni per i Comuni che nel 2009 hanno sforato il patto perchè hanno utilizzato risorse per contrastare, localmente, gli effetti della crisi.

L’esecutivo dice di voler ridurre le tasse, ma poi riduce i trasferimenti. Costringendo ad un aumento della tassazione locale. E a pagare sono sempre i cittadini.
Purtroppo è da anni, anche in presenza di governi di centrosinistra, che prevale una logica secondo la quale quando c’è da tagliare si dice “da qui in giù paghino i Comuni”. Ma il vero grasso da tagliare è nelle amministrazioni pubbliche centrali.
Terranews 20.12.09

“Per il governo è cultura il cinepanettone”, di Gabriella Gallozzi

Natale a Beverly Hills è un film di interesse culturale. Avete capito bene, non è una battuta alla Crozza: il cinepanettone di Neri Parenti che sta invadendo le nostre sale natalizie è stato riconosciuto – dalla Commissione cinema del ministero con delibera dello scorso 4 dicembre – film di «interesse culturale». Decisione da confermare, dopo la «visione della copia campione del film». Se la commissione preposta all’erogazione dei finanziamenti pubblici al nostro cinema, confermerà tale decisione, la «gastroenterica» commedia della Filmauro di De Laurentiis potrà accedere – sia ben chiaro – non a contributi in denaro, ma a tutta una serie di agevolazioni, create per sostenere il cinema di qualità. Per esempio sgravi fiscali (tax credit), il riconoscimento di film d’essai, la possibilità per il distributore di accedere ad un fondo – questo sì in denaro – in relazione agli incassi.

«Si tratta di un precedente di una gravità estrema», dice Citto Maselli dell’Anac, la storica Associazione degli autori. «In questo modo, infatti, si permette ad un film, di legittimo e straordinario valore commerciale, di accedere a quei circuiti riservati, invece, ai film italiani ed europei di qualità che soffrono di una visibilità limitata». [

PICCOLI ESERCENTI IN RIVOLTA Lo sanno bene quegli esercenti eroici, resistenti alle lusinghe del cinema commerciale, che si battono per tenere aperte le loro piccole sale di provincia, programmando, appunto, cinema di qualità. Come Arrigo Tumelleri, per esempio, proprietario del Cinema Verdi di Candelo, paesino di 8mila anime in provincia di Biella, «sgomento» alla notizia del riconoscimento di «film culturale» per Natale a Beverly Hills. «Posso capire – dice – che un tale “bollino” sia dato, magari, ad una commedia d’esordio di Ficarra e Picone. Ma un film di Neri Parenti che incassa milioni perché dovrebbe ottenere certe agevolazioni?».

CIARPAME CULTURALE Nell’Italia del «ciarpame culturale», insomma può capitare anche questo. Come pure che, il «bollino doc» del ministero, venga rifiutato – è accaduto nella stessa sessione del 4 dicembre – ad un film che di «culturale» avrebbe tutti i crismi: Morire di soap di Antonietta De Lillo, la regista del pluripremiato Il resto di niente che qui propone una riflessione sul contemporaneo, stravolto dal soffocante potere televisivo. Troppo «culturale», evidentemente per i nostri tempi. Meglio le Winx che, infatti, hanno ottenuto il riconoscimento del ministero.

Ma alla base di certe scelte, diciamo così, surreali, c’è soprattutto un meccanismo di legge, per accedere ai finanziamenti pubblici, che fa acqua. Stiamo parlando, infatti, del «reference system» che fu introdotto, ai tempi, dal ministro Urbani. Per ottenere l’accesso ai fondi pubblici, infatti, bisogna avere già in tasca degli ottimi «voti». Tipo: premi, cast famoso, buoni incassi. Se la «pagella» vale si è idonei per accedere al denaro pubblico, che può essere anche il riconoscimento di interesse culturale, appunto, con o senza denari. In questo modo, va da sè, che un certo cinema meno allineato sulla «medietà» italiana ha più difficoltà. Ricordiamo, anni fa quando, parlando appunto di «reference system», suscitammo le ire del ministro Urbani chiedendo: ma non si richiesca in questo modo che il denaro pubblico, invece di aiutare il cinema d’autore, vada a finanziare i cinepanettoni? Ebbene ci siamo arrivati. Il prossimo passo sarà Il Grande fratello sotto l’alto patrocinio del Capo dello Stato.
L’Unità 20.12.09

“Noi, i ragazzi fantasma”, di Flavia Amabile

In aumento i minori stranieri residenti in Italia e quelli che sfuggono a ogni registrazione secondo il rapporto di Save the Children. Ogni viaggio è un rischio, ogni ingresso in un Paese significa poter finire nelle mani di trafficanti, contrabbandieri e sfruttatori di ogni tipo ma sono sempre di più i minori stranieri che entrano nel nostro paese. Lo fanno via mare ma anche dalle frontiere terrestri del nord est, spesso da soli, a volte al seguito di adulti che in cambio di pochi spiccioli li costringono a fare di tutto. Sono stati 6587 nel 2009 secondo il primo Rapporto annuale sui minori stranieri in Italia di Save the Children.

Mentre il Parlamento sta discutendo una legge che non affronta il problema, negli ultimi sei anni il numero di minori residenti è notevolmente cresciuto, passando da 412.432 al primo gennaio 2004 agli 862.453 allo stesso giorno del 2009. La maggior parte dei minori stranieri residenti è nata in Italia: circa 519 mila. Gli altri sono arrivati attraverso il ricongiungimento familiare.

Quello dei minori non accompagnati è un problema serio e per il 2010 il ministero del lavoro e delle politiche sociali ha annunciato lo stanziamento di 15 milioni di euro in favore del Programma nazionale di protezione. Ma è un problema serio anche la situazione dei minori nati in Italia che a diciotto anni si trovano all’improvviso piombare nella clandestinità. Martedì gli immigrati di seconda generazione si ritroveranno davanti alla Camera per un sit-in di protesta mentre la Comunità di sant’Egidio domani ne discuterà in un convegno.

I ragazzi «non accompagnati», al 30 settembre 2009 sono 6.587 quelli segnalati al Comitato Minori stranieri, il 77% dei quali (5.091) risulta essere non identificato. I minori censiti provengono da 77 Paesi, in prevalenza africani. I gruppi nazionali più numerosi sono quelli del Marocco (15% del totale), Egitto (14%), Albania (11%), Afghanistan (11%). Rispetto allo scorso anno sono aumentati egiziani e afghani mentre sono diminuiti marocchini, albanesi e palestinesi. Nove su dieci sono maschi e più della metà dei minori ha 17 anni.

Uno su tre approda sulle coste delle regioni meridionali, e di questi quasi la totalità (il 95%) a Lampedusa. Oppure arrivano via terra o in aereo a Fiumicino Gorizia, Brindisi, Ancona e Malpensa. Arrivati in Sicilia e inviati alle comunità d’accoglienza per minori dell’agrigentino, molti però scappano poco dopo: secondo Save the Children, tra maggio 2008 a febbraio 2009 sono stati 1119 i minori fuggiti su un totale di 1860 accolti. «Questi ragazzi si lasciano alle spalle situazioni di grande povertà e mancanza di prospettive e sono quindi fortemente determinati a lavorare per aiutare sè e la propria famiglia di origine», spiega Valerio Neri, direttore generale dell’organizzazione. «E ciò spiega perchè scappino quasi subito dalle comunità».

Dopo aver letto il rapporto di Save the Children ho raccolto le storie di due ragazzi.

Di Ali si conosce un pezzo di vita, l’unica in cui lui – uno dei ragazzi-fantasma – è emerso dalla clandestinità. Non racconta come sia giuntoa Roma ma come tutti gli afghani dopo aver percorso migliaia di chilometri nascosti in camion, containers, cassoni. Sono viaggi che durano mesi, anni.

Di Ali si sa che ad un certo punto lo scorso inverno è apparso a Roma. Poteva avere 16 o 17 anni. Ai volontari dell’organizzazione «Save the children» ha raccontato di aver incontrato un altro afghano al suo arrivo e di avergli chiesto aiuto per trovare un posto dove dormire. L’amico lo porta al piazzale Ostiense, il grande dormitorio all’aperto degli afghani nella capitale. «Abbiamo camminato in strada, e abbiamo visto che tante persone dormivano in mezzo la strada, ero molto confuso vedendo quelle persone», racconta Ali.

«Dopo mi sono trovato un posto anche io, un ragazzo mi ha dato una piccola corperta, ho avuto molto freddo in mezzo a quella strada. Il giorno dopo ho avuto molta sete, ho cambiato posto e sono andato a cercarne un’altro». Riesce a trovare una casa, niente di più di un luogo dove stiparsi su un pavimento a decine. Gli altri lavorano di giorno e si ritrovano lì la notte per dormire. Ali non ha un lavoro, di giorno gironzola dalle parti di piazzale Ostiense dove almeno c’è chi parla la sua stessa lingua.

Una sera lo trovano lì i volontari di «Save the children». Gli spiegano quali sono i suoi diritti, non è maggiorenne, può restare in Italia fino al compimento dei diciotto anni, può studiare. Ali non risponde nulla ma ci pensa e intanto racconta. «Una notte stavo dormendo e verso le 3 del mattino stavo piangendo per la mia vita. Ogni tanto le persone del piazzale Ostiense ci creavano problemi».

In tutto rimane in Italia almeno un mese. Un giorno riesce anche a mettere insieme i soldi per chiamare casa. Gli risponde la madre. «Le ho detto: io sto bene qui, ho trovato casa e da mangiare». Ma fra le persone del piazzale ci sono anche dei suoi parenti. Sanno che Ali sta in parte mentendo per non far preoccupare i suoi. E le raccontano la verità. In Italia non c’è futuro, gli adulti lo sanno, e ai più piccoli consigliano di andare via, di proseguire il viaggio verso il nord Europa dove una nuova vita si riesce sempre a crearla. «Mia mamma mi ha chiamato e si é messa a piangere», racconta infatti Ali. Qualche giorno dopo non era più a piazzale Ostiense.

Kossi ha 17 anni e arriva dal Togo, dove i bambini possono anche essere venduti come schiavi e i missionari cattolici sono spesso gli unici a addentrarsi fin nei villaggi più sperduti per insegnare ai più piccoli a leggere e scrivere. Kossi infatti è cattolico, come molti nella sua regione, dell’Italia conosce Roma e il Papa.

Ad un certo punto decide di andare via. Lo fanno in tanti tra i suoi amici. Risale l’Africa come può fino ad arrivare in Libia. Di lì con i soldi che è riuscito a non farsi rubare durante il viaggio acquista un posto su una delle ‘carrette’ in partenza. Superano le onde e arrivano in Sicilia. Lo portano in una comunità a Palermo. Resiste tre mesi poi scappa. Da solo nelle strade di Palermo fino alla stazione. Da quel momento anche lui è un ragazzo-fantasma.

Arriva a Roma qualche mattina dopo. «Sono le 07:30 – racconta ai volontari di Save the children – fa freddo, tutti hanno il giubotto, ben protetto, vado verso un caffè, faccio colazione, esco di nuovo e mi dico che la prima delle cose da fare è di andare alla Basilica di San Pietro».

Trovare la strada non è difficile, basta prendere uno degli autobus in partenza dal piazzale della stazione. «Arrivo, è bello, c’è un sacco di gente di parecchi Paesi, ho fatto vari giri della Basilica. Osservavo e mi facevo delle domande, tutto era fatto alla perfezione e un certo punto mi sono detto: ma devi trovare un angolo per passare la notte. Chiedo alla gente e mi indicano la polizia piu vicina, ci vado mi spiego e l’indomani mi accompagnano in un centro».

E’ appesa ad un filo sottilissimo la vita dei ragazzi-fantasma. Basta incontrare la persona sbagliata e si perde del tutto la strada, si può finire ovunque. A Kossi va bene. I passanti lo portano alla polizia. E’ lì che lo segnalano alla sala operativa sociale e gli trovano un posto in un centro di pronta accoglienza. Da quel momento non è più un fantasma, viene registrato, inizia a frequentare il centro di Save the Children. Nel frattempo fa palestra e si iscrive anche a una scuola di calcio. Con il suo fisico in campo pochi riescono a fermarlo. Ora ha diciotto anni. Non potrebbe più restare in Italia. Ha fatto domanda di asilo se non come rifugiato politico come persona che ha subito maltrattamenti in patria. Spera che venga accolta, altrimenti anche lui dovrebbe tornare ad essere un ragazzo-fantasma.
La Stampa 20.12.09