La prestigiosa rivista scientifica “Science”ha messo al secondo posto tra le dieci scoperte più importanti dell’anno quelle arrivate dal satellite Fermi, un satellite della Nasa alla cui costruzione e al cui funzionamento partecipa in modo significativo il nostro Paese. Il 2009è stato un anno ricco di risultati importanti per l’astronomia e per l’astrofisica italiane. Ma il futuro potrebbe non essere così roseo. Anzi, si profilano nubi nere all’orizzonte. SENZA SOLDI Il problema? La mancanza di fondi per portare avanti le ricerche. «Stiamo completando in questi giorni il bilancio di previsione e forse dovremo chiudere – o per lo meno ibernare – alcuni grandi progetti», ha avvertito il presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), Tommaso Maccacaro, durante un incontro con i giornalisti sull’attività dell’Ente. Nel bilancio di previsione 2010, sui 90 milioni di euro di dotazione ministeriale, circa il 5% è destinato ai progetti di ricerca e solo un’altra esigua frazione è destinata alla ricerca di base. Il resto va in spese fisse. Ci sono gli stipendi delle 1300 persone che lavorano nell’Istituto, ma anche la messa a norma dell’impianto elettrico dei laboratori, i normali lavori di manutenzione, le bollette. «Sono le conseguenze della riforma di qualche anno fa – ha spiegato Maccacaro – una riforma dichiarata a costo zero e i cui costi sono stati pagati dal nostro ente». Che rischia di dover rinunciare ad importanti attività. Quest’anno ha raccontato Maccari, «abbiamo scoperto l’ammasso di galassie più lontano dalla Terra: 10,2 miliardi di anni luce. Con il telescopio nazionale Galileo, nelle Canarie, siamo riusciti a registrare il più distante lampo gamma. Abbiamo poi partecipato al lancio dei telescopi Herschel e Planck». Planck studia l’origine dell’universo ed è coordinato da un ricercatore di Bologna. Herschel è il più grande telescopio spaziale mai lanciato e l’Italia è responsabile del controllo di tutti gli strumenti di bordo. «Nel 2010 completeremo il Sardinia Radio Telescope – ha proseguito il presidente dell’Inaf – Si tratta del più sensibile radiotelescopio europeo, è costato circa 70 milioni di euro ma non abbiamo a bilancio le risorse necessarie per renderlo operativo. Per farlo, dovremmo, ad esempio, comunicare ai nostri partner americani e tedeschi che non saremo in grado di onorare la nostra quota di partecipazione a LBT, il Large Binocular Telescope, il più grande e avanzato telescopio ottico del mondo attualmente attivo. E’ costato 250 milioni di dollari e noi partecipiamo al 25%. Oppure dovremo informare ESO, l’European Southern Observatory – organismo internazionale di cui l’Italia è membro – che non siamo nelle condizioni di portare a termine e consegnare il VST, un telescopio di nuova generazione, con grave danno scientifico per la comunità astronomica internazionale e italiana e con danno d’immagine per il nostro Paese. O forse dovremo temporaneamente chiudere il nostro Telescopio Nazionale Galileo situato nelle Isole Canarie in violazione dell’accordo stipulato con i colleghi spagnoli». Naturalmente, chiudere la collaborazione ai progetti internazionali significa pagare delle penali che possono essere anche salate.
L’Unità 20.12.09
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Scuola, il giro di vite sui bilanci:«Presidi, attenzione alle spese», di Alessandra Migliozzi
Stretta sui bilanci delle scuole. I presidi nei prossimi giorni riceveranno una circolare che dirà loro, istituto per istituto, quale cifra potranno spendere per il 2010. Una somma che non avrà “etichettature”, non avrà destinazioni preventive, e che, dunque, potrà essere gestita in libertà. Ma ai dirigenti verrà anche detto che dovranno spendere bene quei soldi perché non potranno «iscrivere ulteriori importi» a carico del ministero, fatte salve eccezioni che andranno opportunamente documentate. Insomma è giro di vite sui bilanci: le somme saranno gestite con più autonomia, ma i presidi dovranno mettere in campo tutta la loro capacità manageriale per non sforare. Il Miur terrà sotto controllo i dati che dovranno essere tutti trasferiti a viale Trastevere per via telematica. La nota già mette in allarme i dirigenti che dicono: «Il fatto di conoscere in anticipo (è la prima volta che accade, ndr) quanti soldi potremo spendere è positivo, il problema è che abbiamo saputo che le cifre che avremo sono in linea con lo scorso anno, dunque non saranno sufficienti». I dirigenti ci stanno a essere sempre più manager, ma chiedono certezze sui fondi: se le risorse restano scarse si ripeteranno le difficoltà di sempre e bisognerà chiedere alle famiglie. Il Miur intanto mette le mani avanti e dice ai presidi che non dovranno battere cassa. E se proprio dovessero servire soldi in più per le supplenze brevi, i dirigenti dovranno dimostrare di non aver avuto altra scelta, di essere stati costretti a chiamare il sostituto.
Il Miur chiede infatti, per questi casi, una “verifica dell’effettiva inderogabilità”. «Vale a dire- spiega Paolo Mazzoli, dirigente del 115° Circolo di Roma e presidente dell’Asal, l’Associazione scuole autonome Lazio – che dovremo prima sfruttare tutti gli elementi interni di flessibilità, come le ore di compresenza che non ci sono più alle elementari». La nota preme molto sulle supplenze, che ogni anno sono una delle spese più esose nelle scuole: i soldi non bastano mai. «La circolare fa capire – continua il preside romano – che i soldi per il contratto integrativo che di solito usiamo per pagare i docenti per fare attività aggiuntive vanno spesi soprattutto per ore in più di insegnamento, recupero e potenziamento. Dunque anche per le supplenze». Altra nota dolente: lo Stato deve alle scuole 1 miliardo di euro. A tanto ammontano i residui attivi degli istituti: i presidi dal 2002 hanno anticipato i soldi per i commissari della maturità e per le sostituzioni. Ma queste somme non le rivedranno presto: nella circolare si dice di inserirle nell’aggregato Z. Praticamente sono fuori bilancio. C’è chi teme che non verranno mai restituite. Stretta anche sui costi delle pulizie: il ministero chiede ai presidi di pagare le ditte esterne il 25% in meno. Per legge si può variare del 20% il contratto, il Miur chiede di fare un passo in più premendo sul fatto che se la ditta non cede c’è la possibilità di scindere il contratto. «Il rischio è che non ci sia più la stessa qualità per tutti». La Cgil, invece, lancia l’allarme fondi di funzionamento (quelli per toner, stampanti, pagelle, carta igienica): «In Finanziaria non c’è un euro, nei bilanci non se ne parla esplicitamente come avveniva in passato. Il rischio è che aumenti la richiesta di fondi alle famiglie da parte delle scuole che non ce la fanno. Così si rischia di violare la Costituzione che prevede la gratuità della scuola».
Il Messaggero 20.12.09
Trieste batte Aosta: è prima nella qualità della vita in un’indagine realizzata dal Sole 24 Ore
Il viver bene abita a Trieste. È la provincia-capoluogo del Friuli Venezia Giulia ad aggiudicarsi il primato nella classifica sulla qualità della vita, l’indagine del Sole 24 Ore che mette a confronto il benessere nelle diverse aree italiane, giunta quest’anno alla ventesima edizione. Trieste scalza Aosta (vincitrice nel 2008, sesta quest’anno) ed è tallonata da altre due province del nord, Belluno e Sondrio. In coda scivola Agrigento, preceduta di poche lunghezze da Napoli e Caltanissetta. Nella top ten non entrano Milano e Roma, entrambe però in miglioramento: il capoluogo lombardo è 19ª e la capitale 24ª.
Trieste è al secondo oscar, dopo il primo conquistato nel 2005, mentre Agrigento già aveva occupato l’ultimo gradino nel 2007.
Quanto alle variazioni positive, si distinguono Macerata che sale al quarto posto (+14) e Rimini che avanzando di 29 posizioni entra nella top ten.
clicca qui per leggere la Graduatoria sulla «Qualità della vita nelle province italiane»
da www.ilsole24ore.com
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«Qualità della vita / I macrosettori», di Gia. B.
l nord conquista cinque primati su sei, Olbia salva il sud
Il giro d’Italia della Qualità della vita si svolge in sei tappe. Sono i settori presi in considerazione dall’indagine: per ognuno si fa una classifica generale, ricavata dai risultati di sei graduatorie distinte.
Alla voce “tenore di vita”, che vede il primato di Trieste davanti a Milano e Gorizia, si segnala la netta prevalenza di province del nord. Ma comunque Roma, sesta, Macerata, ottava, e Prato, decima, interrompono la serie di aree settentrionali. Il primo territorio meridionale, Carbonia-Iglesias, è al 51° posto. Inoltre, sono tutte del sud le ultime 34 della graduatoria, chiusa da Salerno.
Le stesse considerazioni di tipo geografico si possono fare per la tappa “affari e lavoro”. Ma in questo caso le province del nord che prevalgono sono tutte lungo l’arco alpino: nell’ordine, infatti, si trovano Bolzano, Cuneo, Trento e Sondrio. Da segnalare che Grosseto, quinta, è la prima del centro, e che due sarde, Nuoro e Ogliastra, se la cavano bene con il 15° posto a pari merito.
Nell’ordine pubblico si rimescolano le carte. In fondo finiscono grandi aree metropolitane (partendo dall’ultima, Torino, Genova, Milano, Bologna, Roma e Catania), in testa province settentrionali e altre del mezzogiorno si dividono tutti i primi posti: sul podio Belluno, Oristano e Sondrio, seguite da Campobasso e Potenza, mentre la prima rappresentante del centro è Rieti, 14ª.
Trieste torna in testa nella macro-area “servizi e ambiente”, Varese è seconda, Genova è terza e precede altri due territori metropolitani, vale a dire Roma e Firenze. Il sud appare in difficoltà, con Crotone ultima e la parte bassa della classifica quasi monopolizzata.
In cima alla classifica del settore popolazione c’è invece la new entry Olbia-Tempio, davanti a un poker di aree medio-piccole del centro (Viterbo, Grosseto, Rieti e Perugia). Ma è il meridione a caratterizzare ancora una volta le ultime posizioni.
Così come succede quando si passa al tempo libero: qui vince Rimini, che si piazza davanti a Firenze, Genova, Bologna e Trieste. Agrigento chiude all’ultimo posto, lo stesso al quale viene condannata dalla classifica finale della Qualità della vita.
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«A Nord-Est l’Italia vive meglio», di Rossella Cadeo
Trieste, Belluno, Sondrio: è il terzetto che sale sul podio della Qualità della vita 2009, la tradizionale indagine del Sole 24 Ore che mette a confronto le province italiane sul fronte del benessere, non solo economico: sei sono infatti le aree esplorate (attraverso 36 indicatori), dal reddito, al lavoro, dall’ambiente agli svaghi. In quest’edizione del dossier – che sarà pubblicato integralmente lunedì 21 dicembre – a mettersi in evidenza sono i capoluoghi del nord est, come peraltro altre volte si è verificato nelle passate indagini, a partire da quella originaria, realizzata nel 1990, quando l'”oro” se lo aggiudicò a Belluno.
La coda della classifica ripropone la consueta concentrazione di province del Mezzogiorno: ultima è Agrigento (come già nel 2007), preceduta da Napoli e da altre due siciliane, Caltanissetta e Catania. Per trovare una realtà non meridionale bisogna risalire fino intorno a quota 80, dove si incontrano Frosinone, Latina e quindi Alessandria che, alla 79ª piazza, è il capoluogo settentrionale che esce peggio dalla competizione. Il territorio del sud con la migliore performance è invece Olbia-Tempio (al 23° posto), tra l’altro al suo esordio nell’indagine, che proprio da quest’anno ha aggiunto le quattro nuove province sarde.
A giocare a favore del secondo oscar di Trieste (il primo l’aveva meritato nel 2005) sono stati i buoni risultati raggiunti nelle aree tenore di vita e servizi/ambiente (in entrambe è prima) e tempo libero (è quinta). Qualche esempio: oltre 33mila euro i depositi in banca pro capite (2mila più rispetto ai milanesi), gli indici più alti per dotazione infrastrutturale e per laureati, buon funzionamento della giustizia civile, occasioni di svago e di sport. Performance più deludenti sui versanti imprese, microcriminalità e numero di giovani rispetto agli anziani.
Quanto ad Agrigento, in tutti i sei capitoli dell’indagine gravita intorno al 100° posto, con l’unica eccezione dell’ordine pubblico (38° posto). Anche qui qualche esempio può raccontare la distanza tra le due protagoniste della Qualità 2009: una spesa per consumi di beni semi-durevoli che è la metà del dato medio, un tasso di occupazione femminile inferiore al 20%, bassissima la pagella ambientale così come la propensione all’acquisto di libri; migliore invece il quadro sui fronti dei prezzi delle case o dei reati denunciati.
Ma al di là della considerazioni su prima e ultima e sul divario nord-sud che non si restringe, si nota come la classifica 2009 metta in evidenza, oltre al nord est e a una serie di località dell’arco alpino (tutte peraltro vincitrici di edizioni passate), le aree di minori dimensioni: la parte alta della classifica comprende in prevalenza province che non superano i 300mila abitanti. Le più grandi, Milano e Roma, non riescono a entrare nella top ten. Però possono vantare qualche progresso rispetto alla scorsa edizione: il capoluogo lombardo sale infatti dal 20° al 19° posto, mentre la capitale recupera quattro posizioni piazzandosi al 24° gradino. Come tutte le altre metropoli (come Napoli, Torino, Bari o Palermo) sono infatti penalizzate dai bassi punteggi meritati nel capitolo dedicato ai reati denunciati. Infine le variazioni: tra quelle con segno positivo si distingue Rimini, che guadagnando 29 posti entra nella top ten. Scendono invece di circa 30 gradini due importanti centri del nord ovest, Varese e Biella, finendo nella seconda metà della graduatoria.
leggi anche “Così Trieste è uscita dall’immobilismo”, di Elena Ragusin
leggi anche “Perché Agrigento resta «isola nell’isola»”, di Nino Amadore
“Le colonne d’Ercole del novecento”, di Adriano Prosperi
Nelle prime ore della mattina di venerdì 18 dicembre qualcuno ha strappato via la targa di metallo con la scritta “Arbeit macht frei”, che sovrastava l’ingresso del lager di Auschwitz. È stato un gesto deliberato, preparato accuratamente: solo questo è quel che sappiamo per ora.
Non conosciamo gli autori: ma sappiamo perché l’hanno fatto e come si chiama il loro delitto. Si tratta del furto non di un pezzo di metallo, ma di un simbolo sacro alla memoria dell’umanità. È dunque un reato di lesa memoria umana quello che è stato consumato.
Qualcuno forse si chiederà perché quel simbolo non fosse sorvegliato, perché non ci fosse una polizia speciale a impedire l’azione criminale.
Ebbene, noi non crediamo che si debba proteggere a forza quel simbolo: è l’umanità intera che deve sapere quale soglia altissima di rispetto e di tutela debba alzarsi nella mente di tutti davanti a quel pezzo di metallo. È da lì che deve emanare una forza capace di tenere lontana ogni volontà aggressiva. Come la biblica Arca dell’Alleanza, che si tutelava da sola folgorando l’incauto che allungava la mano per sostenerla, la scritta di Auschwitz deve bruciare gli infami che hanno consumato il sacrilegio.
La scritta “Arbeit mach frei” significa Auschwitz, Auschwitz significa la Shoah: e queste sono le colonne d’Ercole oltre le quali l’umanità intera è entrata in una nuova storia, ha scoperto il paesaggio devastato del mondo nuovo, ha saputo che Dio era morto. A chi voleva continuare a vivere in un mondo dove si respirava un’aria densa delle ceneri di milioni di morti, si impose un solo comandamento: ricordare. Uno solo: ma non fu facile accettarlo.
Nell’opera della ricostruzione, tra le macerie della guerra, i pochi testimoni sopravvissuti alla Shoah incontrarono enormi difficoltà a farsi ascoltare. Il processo lungo e difficile attraverso il quale quella storia è stata non spiegata, non compresa – impossibile comprendere, impossibile spiegare – ma almeno raccontata per ricomposizione di indizi e dati statistici è sufficiente a mostrare la difficoltà di ricordare ma anche l’assoluta necessità della memoria.
È un dovere intollerabile e inevitabile. Che sia intollerabile lo sappiamo bene. L’asportazione della scritta di Auschwitz lo dimostra. Molti sono i percorsi battuti per raggiungere lo stesso effetto: aggiustando l’arredo del campo, inserendovi simboli e presenze religiose istituzionali, mettendo via via a rischio la desolazione di uno spazio che la presenza immateriale di milioni di vite cancellate ha reso l’unico vero spazio sacro della storia umana dopo la cesura irrecuperabile tra passato e futuro che si chiama Shoah.
Perdita di memoria: è questo che si vuole ottenere. Lo tentarono gli aguzzini che cancellarono coi forni crematori l’esistenza delle vittime e si preoccuparono di nascondere le tracce di quel che avevano fatto. Lo hanno tentato poi, in vario modo, gli avamposti dei narratori accademici della storia, con le loro faticose elaborazioni sul “passato che non passa”.
Erano solo le avanguardie di un’umanità che voleva inghiottire a ogni costo quel groppo intollerabile. E tuttavia, da allora, una legge non scritta, incisa nei cuori, ci dice che c’è un solo dovere, una sola legge obbligatoria per chi vuole continuare a vivere nel mondo che ha conosciuto la Shoah: ricordare.
È per questo che ogni anno milioni di visitatori compiono un pellegrinaggio che è l’ultima sopravvivenza del sacro nella quale l’umanità tutta, senza distinzioni di culture o di religioni, è obbligata a riconoscersi: la visita ai lager nazisti, quella minuscola città sacra che occupa uno spazio immenso, quella vasta necropoli senza tombe di cui Auschwitz è la capitale.
È da lì in poi che la storia del mondo è cambiata. Se è vero che ciò che ci costituisce come esseri umani è la memoria, è un fatto indiscutibile che solo lì è nato il legame di memoria che ha unificato la nostra specie. Al di sopra delle appartenenze nazionali e delle identità culturali e religiose, tutti sono obbligati a riconoscersi in quel simbolo e a guardare a quella scritta che oggi è stata rubata.
Noi tutti sappiamo che ricordare la Shoah, ricordare Auschwitz, è l’unico modo che ci rimane per metterci in guardia da noi stessi. Perciò quella scritta deve tornare al suo posto: è un reperto sacro. Né si dovrà sopportare che gli autori di questo crimine contro l’umanità restino impuniti. Il loro atto è un’offesa a milioni di morti, un delitto contro i viventi di oggi e di domani, un attentato al legame di memoria che ci unisce al passato e che vogliamo trasmettere al futuro.
La Repubblica 19.12.09
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I nemici della memoria, di ELIE WIESEL
Chi è stato a rubare l’insegna di Auschwitz, recando offesa alla memoria degli ebrei e a chi è impegnato a tutelarla? Da dove vengono? Che intenzioni hanno, qual è il loro progetto? Questo incidente criminale riverbera la sua immagine in tutto il mondo e suscita stupore, shock e rabbia.
Cosa avevano in mente i ladri quando hanno rimosso l’iscrizione che centinaia di migliaia di vittime, arrivate nel campo, vedevano ogni giorno, ogni sera? Cosa immaginavano di poter fare? Di venderla in televisione per enormi somme di denaro? Di tenerla incorniciata a casa loro? Quale idea perversa può aver motivato un simile abominio?
In questa nostra era di confusione e sfiducia, la Verità è sempre in prima linea, al fronte, e i suoi nemici sono i nemici della Memoria. Dunque, quel Luogo è d’importanza e significato speciale, perché si basa su entrambi quei valori costitutivi, Verità e Memoria. Chiunque voglia cancellare il passato ha naturalmente interesse a rimuovere quella scritta, che è parte così visibile del Passato della Memoria.
In un certo senso, si può esprimere sorpresa per il fatto che non si sia mai tentato prima di compiere quanto è accaduto oggi. È così facile distruggere, è così facile rubare, eppure, grazie al cielo, persino quelli che sono i nostro nemici non avevano osato, fino ad oggi, di intraprendere un simile furto.
In virtù di ciò che è avvenuto all’interno di quell’incommensurabile cimitero di cenere, Auschwitz deve restare un monumento intoccabile al dolore, allo strazio e alla morte di più di un milione di ebrei e altre minoranze. Benché protetto a livello internazionale dalla rabbia e dalla pietà che suscita in centinaia di migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo, il campo necessita ovviamente di maggior sicurezza.
La Repubblica 19.12.09
“Cittadinanza, una controriforma firmata Bertolini”
Duro attacco dell’on. Ghizzoni alla nuova proposta del Pdl e della Lega che nega ai figli degli immigrati nati in Italia il diritto di essere italiani. “Negare ai figli degli immigrati nati in Italia il diritto di cittadinanza. E’ l’ultima vergogna del governo di destra e porta la firma dell’on. Isabella Bertolini, relatrice della proposta di legge sull’immigrazione che impedisce a tanti italiani di fatto di esserlo anche di diritto. Una proposta di legge che peggiora l’attuale normativa”.
E’ durissimo il giudizio dell’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura della Camera, dopo che la commissione Affari costituzionali ha dato il mandato al relatore – l’on Bertolini – di riferire in aula martedì su una proposta di legge che ha già spaccato la maggioranza.
In commissione Cultura una parte dei deputati del Pdl, 7 su 12, ha votato assieme alla minoranza un parere “bipartisan” che chiede il recepimento dello «ius soli», ovvero la possibilità, per i bambini nati in Italia da genitori stranieri, di acquisire la cittadinanza del paese di nascita in alternativa quella dei genitori. Il parere, in particolare, impegnava il relatore della proposta di legge a riconoscere la cittadinanza ai minori nati in Italia, o che abbiano completato un ciclo di studi in Italia, da genitori non italiani residenti legalmente in Italia da almeno 5 anni. Non c’é stato niente da fare, il parere è stato bocciato.
“La maggioranza e’ profondamente divisa sui valori – incalza l’on. Ghizzoni – lo abbiamo visto in commissione Cultura alla Camera dove la traballante solidità ha vacillato profondamente davanti alle condizioni poste al parere sulla cittadinanza per sanare il problema dei minori stranieri. Se questo è il preludio di quanto potrà accadere in Aula, beh, allora c’è da allacciarsi le cinture di sicurezza perchè ci sarà da ballare. Per noi affermare i diritti dei minori migranti è una battaglia di civiltà ma evidentemente così non è per l’on. Bertolini e per tutti coloro che pur invocando, a parole, i valori cristiani poi li contraddicono nella pratica politica e legislativa.
L’on. Bertolini – conclude la parlamentare del Pd – ha dimostrato in questo modo di condividere le posizioni oltranziste della Lega anche in tema di minori, liquidando con sdegno il parere della commissione Cultura e attaccando duramente i dissenzienti del Pdl guidati dall’on. Granata. Niente male per chi si dichiara moderato e liberale”.
“Anche Brera nelle mani di Resca”, di Vittorio Emiliani
Un altro commissariamento (quello di Brera) e un altro incarico per Mario Resca da poco al Mi.BAC quale direttore generale “valorizzatore” dell’intero patrimonio storico-artistico.
La strategia del governo è chiara: “commissariare” l’Italia, con proconsoli liberi di assumere decisioni importantissime senza dover rispettare le normali procedure, di spendere forti somme senza il controllo della Corte dei conti, di appaltare grandi lavori accorciando i normali e trasparenti percorsi. Dopo Pompei, le aree archeologiche di Romae Ostia (col pretesto di vari disastri ambientali…), i lavori per gli Uffizi, tocca alla “grande Brera”. I soprintendenti
in carica (e quindi scaricati) obietterebbero facilmente – se non fossero colti da afasia (a parte i compattissimi e ammirevoli archeologi di Roma e Ostia Antica) – che, con quelle scorciatoie e quei fondi, loro avrebbero fatto altrettanto senza dover stipendiare un altro ben pagato Commissario straordinario. Il quale: a) di musei sente parlare solo da qualche mese; b) ha tanti altri incarichi che si tiene ben stretti.
Mario Resca – pur essendo stato oggetto di pungenti interrogazioni parlamentari (Giulietti, De Biasi, Ghizzoni, Melandri, Adamo, ecc.) – è tuttora incollato alla poltrona di consigliere della Mondadori SpA controllante in toto di Electa, la maggiore impresa di servizi museali.
Per i quali è lui ad avere la delega specifica (gare d’appalto incluse).
È inoltre presidente di Confimprese, dell’American Chamber of Commerce in Italia, di Finbieticola (dismissione di zuccherifici e di maxi-aree), promotore di centrali elettriche nel Vogherese, consigliere di Arfin, ENI,UPAe Finance Leasing SpA. Ora pure vicerè a Milano
per Brera.
A quando Commissario straordinario del Ministero trasformato in ipermercato?
L’Unità 19.12.09
“Draghi: 1,6 milioni di lavoratori senza garanzie”, di Elena Polidori
Di fronte alla crisi che oggi colpisce soprattutto l´occupazione, Mario Draghi reclama di nuovo una revisione del sistema degli ammortizzatori sociali. Il governatore della Banca d´Italia, mentre chiarisce che su questo fronte «il governo ha fatto moltissimo, non vorrei essere frainteso», torna a ripetere il dato-choc che già una volta, nel giugno scorso, era stato contestato dal premier Silvio Berlusconi. Ovvero: 1,6 milioni di persone sono senza tutela. Più esattamente: 1,2 milioni di lavoratori dipendenti non avrebbero copertura in caso di interruzione del rapporto di lavoro. A loro si affiancano 450 mila parasubordinati che «non godono di alcun sussidio o non hanno i requisiti per accedere ai benefici introdotti dai provvedimenti del governo». A braccio, incontrando a porte chiuse gli studenti universitari di Padova, aggiunge che questa è la stima dell´impatto massimo che si potrebbe avere sul mercato del lavoro qualora la crisi si manifestasse con la stessa intensità. Sempre a braccio, fornisce un altro dato, questo sì, nuovo: la crescita acquisita per il 2010 è più 0,4%. Nel suo ragionamento, la ripresa globale dell´economia è «largamente debitrice al sostegno pubblico». Da noi, c´è un recupero dell´export, i consumi crescono dello 0,4%, gli investimenti dello 0,3. Ma ora, in questi ultimi tre mesi, la ripresa marcia «a un ritmo più contenuto».
Il governatore riceve una laurea honoris causa in scienze statistiche. «Conoscere per deliberare» è il titolo della sua lezione, dedicata appunto all´importanza di poter contare su una «statistica indipendente» che è «essenziale» per la politica economica e va tutelata: «Rivelando la realtà, scuote le persone dall´ignoranza, comoda per giustificare l´inerzia dei loro comportamenti, prepara e informa il consenso politico necessario per l´azione conseguente, a cui dà il sostegno per misurarne l´intensità e la precisione». Perciò, il dibattito economico deve ancorarsi «a informazioni quantitative affidabili, più che a sondaggi spesso espressione di un´opinione pubblica largamente disinformata». Da questo punto di vista è «insostituibile» l´apporto dell´Istat. Ecco: proprio recenti analisi condotte dagli esperti della Banca sulla base di indagini certe confermano «una condizione di bassa vulnerabilità finanziaria delle famiglie italiane». La «fragilità finanziaria», definita come la percentuale di famiglie con una spesa per debiti superiore al 30% del reddito disponibile, è nel complesso «limitata», pari al 2%, e interessa una famiglia indebitata su dieci.
Gli studenti domandano, Draghi risponde. C´è un nesso tra immigrazione e criminalità? Ebbene, un lavoro di sua conoscenza, condotto su dati della Giustizia e dell´Interno «non ha trovato evidenza che tipologie di reato come i crimini contro il patrimonio, contro la persona e le violazioni della legge sugli stupefacenti siano da attribuire direttamente all´immigrazione». Draghi ricorda anche che il titolo del suo intervento è tratto dal testo di Luigi Einaudi “Prediche inutili”, «a conferma che problemi simili esistevano anche allora». Insiste: “La discussione politica delle proposte in campo acquista significato se è preceduta da una valutazione quantitativa degli scenari e delle alternative che si prospettano, altrimenti rischia di obbedire a logiche estranee al bene comune. Abbiamo bisogno di politiche basate sull´evidenza fattuale».
La Repubblica 19.12.09
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Draghi: senza ammortizzatori un milione e 600 mila lavoratori, di Bianca Di Giovanni
Nuovo intervento del governatore Mario Draghi sul sistema di tutele del nostro Paese. Intervenendo all’Università degli Studi di Padova, il numero uno di Bankitalia ha ricordato che più di un milione e 600mila lavoratori in Italia non sono coperti da ammortizzatori sociali. Di questi, 1,2 milioni sono lavoratori dipendenti che «non avrebbero copertura in caso di interruzione del rapporto di lavoro», spiega Draghi. Altri 450mila sono lavoratori parasubordinati «che non godono di alcun sussidio o che non hanno i benefici per accedere ai benefici introdotti dai provvedimenti del governo». Il «pacchetto» lavoro tanto decantato, lascia fuori centinaia di migliaia di famiglie. Il governatore mette le mani avanti, tanto per evitare l’ennesima querelle. «Il governo ha fronteggiato questa situazione – ha detto – estendendo temporaneamente coperture e introducendo deroghe ». Ma il sistema, sottintende Draghi, resta inadeguato. Il fatto è che andrebbe riformato subito (altro che riforma della giustizia) proprio per fronteggiare momenti di crisi. Ma il governo ha deciso per il rinvio. Contro la crisi solo immobilismo.
RIPRESINA Vero è che i dati macroeconomici segnalano qualche ripresa,magli effetti sull’occupazione restano pesantissimi. Il governatore ha ricordato infatti che il recupero di questi mesi è dovuto soprattutto all’intervento pubblico. Nel terzo trimestre il Pil è salito dello 0,6%, interrompendo una sequenza di cinque cali consecutivi, e che la ripresa è stata guidata dal recupero delle esportazione, il primo dopo cinque trimestri di calo. Anche i consumi hanno registrato un lieve incremento, +0,4% grazie soprattutto al sostegno pubblico per l’acquisto di beni durevoli, mentre gli investimenti sono aumentati dello 0,3% dopo sei trimestri. Il recupero prosegue adesso nel quarto trimestre, sia pure a un ritmo più contenuto: la crescita acquisita (che si avrebbe cioè se nei prossimi trimestri si registrasse crescita zero) per il prossimo anno è del lo 0,4%. Ma la ripresa globale,per il governatore, è largamente debitrice del sostegno pubblico.
NUMERI Questi i numeri rivelati dal governatore, chiamato a intervenire proprio sull’importanza dei dati, delle cifre, delle misurazioni, visto che a Padova ha ricevuto una laurea honoris causa in statistica. Così Draghi ha sottolineato l’importanza del ruolo della statistica pubblica, che non deve essere contrapposta a sondaggi d’opinione o a superficiali ricerche di mercato. «La statistica è essenziale per la politica economica: rivelando la realtà scuote le persone dall’ignoranza, comoda per giustificare l’inerzia dei loro comportamenti, prepara e informa il consenso politico necessario per l’azione conseguente, a cui dà il sostegno essenziale per misurarne l’intensità e la precisione – ha detto – Perciò la discussione della politica economica deve ancorarsi a informazioni quantitative da tutti ritenute affidabili, più che a sondaggi spesso espressione di un’opinione pubblica largamente disinformata». Dati, ricerche, analisi indipendenti dal potere politico del momento, rigorosi e approfonditi: questa la vera forza della statistica ufficiale, che va difesa da attacchi o strumentalizzazioni. Draghi non dimentica di rammentare la vasta esperienza di ricerca della Banca d’Italia. Molte le domande a cui le ricerche rispondono, anche in parte curiose. Per esempio la ricchezza ereditaria quale determinate dei consumi delle famiglie, o i fattori che influenzano la propensione all’evasione fiscale. Il mondo di oggi, più frammentato e meno omogeneo, ha bisogno di indagini più settoriali e disaggregate. Senza dimenticare nuovi aspetti, più qualitativi che quantitativi, della ricerca economica. Quali quelli sulla «felicità » percepita e sulla soddisfazione del lavoro, ispirati agli studi di Amartya Sen.
L’Unità 19.12.09
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Draghi dà lezione contro gli «stregoni» schiavi dei sondaggi, di Francesco Piccioni
Giulio Tremonti non perde occasione per mettere in burla i dati statistici ufficiali (Istat, Banca d’Italia, Eurostat, ecc), mentre il suo governo – per volontà del «proprietario» – delibera con l’occhio vitreo incollato ai sondaggi. Al punto di voler manipolare tecniche e risultati della statistica, in primo luogo insediando «funzionari obbedienti» sulle poltrone principali.
Bene. Il governatore di Palazzo Koch, Mario Draghi, ha colto ieri l’occasione di una lectio universitaria in quel di Padova per sbertucciare in punta di fioretto gli apprendististi stregoni della «finanza creativa». Dietro le cautele del linguaggio accademico, infatti, è quasi trasparente la determinazione assoluta a mantenere «l’indipendenza» degli istituti di rilevazione e ricerca. Una disciplina da tutti (gli ignoranti) immaginata come sterile per lui «rivelando la realtà scuote le persone dall’ignoranza, comoda per giustificare l’inerzia dei loro comportamenti, prepara e informa il consenso politico necessario per l’azione conseguente, a cui dà il sostegno per misurarne l’intensità e la precisione».
Tradotto in agire politico, «la discussione sulla politica economica deve ancorarsi a informazioni quantitative da tutti ritenute affidabili, più che a sondaggi spesso espressione di un’opinione pubblica largamente disinformata». Quei «tutti», evidentemente, non sono i telespettatori del duopolio berlusconiano, ma «la comunità scientifica» che valuta «oculatamente» i dati. Draghi va persino oltre, accusando apertamente i «nuovi soggetti» che «creano oggi informazione statistica per vari motivi, mediatici o legati a interessi particolari, senza che essa sia soggetta a verifiche di attendibilità». Piepoli, Crespi, Pagnoncelli e compagnia cantando, insomma.
Il caos dell’«ognuno dice la sua», com’è noto, conviene soltanto ai furbi, che addirittura possono definirsi «democratici» raccogliendo consenso sulla base delle informazioni false che contribuiscono a diffondere. Un livello che al governatore fa palesemente orrore, ma di cui è impossibile sottovalutare la forza «militare». Persino sulle cionseguenze dell’immigrazione, Draghi è obbligato a rilevare che gli studi «non hanno trovato evidenza» di un legame tra reati contro il patrimonio, la persona o per droga e la presenza di migranti. Le «leggende metrolitane», vien da dire, son sempre esistite. ma quando sono i governanti a usarle, allora siamo a un passo dal baratro.
Gli altri esempi estratti dagli studi recenti di Bankitalia vanno nello stesso senso. Gli «aiuti alle imprese e le politiche per lo sviluppo locale» si sono dimostrate di «efficacia assai modesta», mentre si continua a chiederne con insistenza altre. E al Sud, studiando bene, si scopre che «è più proficuo investire le risorse pubbliche nell’effettiva applicazione delle leggi piuttosto che nell’erogazione di sussidi».
Eppure Draghi non ha nulla dell’uomo «di sinistra». L’ex vicecapo di Goldman Sachs, infatti, vede – sì – che il sistema degli ammortizzatori sociali permette «una copertura estremamente eterogenea per settore, dimensione di impresa e contratto lavorativo». Ma solo per auspicarne una revisione come «prerequisito per un’estensione della flessibilità del mercato del lavoro in tutti i suoi comparti». Non proprio «il socialismo», insomma.
Il Manifesto 19.12.09
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“Indennità per tutti i disoccupati”. I lavoratori dipendenti fuori dalle tutele sono circa 1,2 milioni. I collaboratori 450 mila, di Stefano Lepri
Mario Draghi ritorna a suggerire una indennità di disoccupazione per tutti. In un discorso all’università di Padova, dove gli è stata conferita una laurea honoris causa in statistica, il governatore della Banca d’Italia per non urtare certe suscettibilità ha subito aggiunto che «il governo ha fatto già moltissimo» specie nel garantire fondi alla cassa integrazione. Ma la sua proposta, salutata dall’assenso di tutti i sindacati, è di fare un passo in più.
Anche la Banca d’Italia, come la Confindustria, come tanti centri studi indipendenti, teme che la disoccupazione crescerà ancora, e non per poco tempo. Nell’attuale assetto, ha detto Draghi, il sistema italiano di ammortizzatori sociali si basa su una indennità di disoccupazione modesta e sulla cassa integrazione «essenzialmente limitata ai comparti industriali» che danno «una copertura assicurativa estremamente eterogenea». Gli esclusi sono molti.
La Banca d’Italia conferma la sua stima (in passato respinta dal governo) che da questi strumenti restino fuori in caso di licenziamento «circa 1,2 milioni di lavoratori dipendenti» come pure «450.000 lavoratori parasubordinati». Sono numeri che «rafforzano l’esigenza di una revisione», dalla quale verrebbero benefici sia «per l’efficienza produttiva» sia per «l’equità sociale». Avendo come rete di sicurezza un trattamento di disoccupazione per tutti si potrebbe anche accrescere la flessibilità del lavoro.
In un incontro con gli studenti, il governatore ha spiegato che la ripresa economica nel mondo è ancora «largamente debitrice» delle misure eccezionali prese da governi e banche centrali. L’Italia è tornata alla crescita nel terzo trimestre 2009 (dopo 5 di calo) ma ora l’impulso rallenta; il risultato del quarto trimestre, pur positivo, sarà inferiore al +0,6% del terzo. I consumi sono tornati a crescere, grazie soprattutto agli incentivi per l’acquisto di auto e di altri beni durevoli; compare una lieve risalita degli investimenti dopo un vero e proprio crollo.
Nel discorso di accettazione della laurea, Draghi aveva ovviamente esaltato i pregi della statistica, invitando anche i politici a prendere le loro decisioni sulla base di «informazioni quantitative da tutti ritenute affidabili, più che a sondaggi spesso espressione di un’opinione pubblica largamente disinformata». Un esempio concreto l’aveva già fatto: una ricerca della Banca d’Italia non ha trovato evidenza alcuna che gli immigrati portino un aumento della criminalità, al contrario di quanto molti italiani ritengono.
Un altro esempio ricavato da una ricerca della Banca d’Italia è che (purtroppo?) la politica aiuta a fare affari: «i ricavi e i profitti risultano più elevati nelle imprese in cui uno o più dipendenti fanno parte delle amministrazioni locali». Insomma occorre avere buoni dati, e studiarli con «un sano scetticismo». Il governatore, che a Padova ha insegnato trent’anni fa («i tempi delle ronde di Toni Negri, ai quali certamente non vorrei tornare») conclude con una citazione anticonformista: un libro di successo in America, tradotto anche in Italia, Freakonomics, che usa gli strumenti dell’economia per una divertente analisi della vita quotidiana.
A riformare l’indennità di disoccupazione sono favorevoli tutti i sindacati, dalla confederazione di destra Ugl alla Cgil che usa toni di maggiore urgenza («per molti lavoratori le tutele stanno per esaurirsi, per altri sono irraggiungibili»). Consensi anche dalle opposizioni; silenzio dalla maggioranza.
La Stampa 19.12.09
