Tutti gli articoli relativi a: cultura

"Minzolini in caduta libera il Tg3 sorpassa il Tg1", di Curzio Maltese

L´altra sera il Tg1 di Augusto Minzolini ha toccato un record d´inabissamento da far invidia al vecchio Enzo Maiorca, il 16 per cento di share e poco più di quattro milioni di spettatori. Molto meno del Tg5, ma perfino meno del Tg3. Nella storia della televisione mondiale, non solo italiana, non s´era mai visto un direttore di telegiornale battere tanti record negativi d´ascolto, per una ragione assai semplice. Qualunque azienda del mondo, pubblica o privata, l´avrebbe cacciato molto, molto prima. La Rai no. La Rai è un baraccone che preferisce perdere 150 o 200 milioni d´introiti pubblicitari all´anno per salvare il soldato Minzolini, per poi magari tagliare sull´innovazione e la ricerca, sulle assunzioni di precari e sui diritti del calcio, come ha appena deciso di fare. La permanenza di Minzolini alla direzione del Tg1, con l´aggravante della rubrica di Giuliano Ferrara in coda, tanto per allontanare gli ultimi spettatori, era un assurdo già con Berlusconi al governo. Ma almeno rientrava in una logica comprensibile. Al berlusconismo moribondo serviva conquistare spazi di propaganda a ogni costo, …

"Affondano le ammiraglie della tv", di Paolo Festuccia

In due anni le emittenti generaliste di Rai e Mediaset hanno perso 10 punti di share, male anche i tg. Dieci punti in due anni. Tanto hanno lasciato sul terreno degli ascolti le sei tv generaliste italiane: le tre pubbliche (Rai), le tre private (Mediaset). Ma nonostante il calo, l’offerta generalista resta predominante: infatti, i due grandi competitor, Rai e Mediaset totalizzato insieme ancora il 78,36 per cento dello share. «Ma è chiaro», osserva un dirigente Rai, «se da un lato l’erosione degli ascolti c’è, sia per la Rai che per Mediaset dall’altro i due operatori recuperano una larga fetta (circa il 7%) sul digitale». E già, il digitale, ma non solo, anche le satellitari: è in questo contesto che si gioca la sfida. Stime alla mano, infatti, dal novembre 2010 a oggi il segno più compare solo davanti a Raitre (0,12),e La7 (+1,60%), Tvsat (+1,13), Altre (+0,19) per un totale di quasi tre punti percentuali. Si dirà, pochino. Ma se si osserva il dato, invece, oltre la percentuale di incremento si nota che pay-tv …

"Finisce l'era dei grandi comunicatori e la politica deve cambiare registro", di Paolo Franchi

Brutti tempi per la politica. È stata — si dice — messa all’angolo, sospesa, espropriata. Certo, le procedure scritte e non scritte della democrazia sono fuori discussione, tutto passerà per il Parlamento, se il governo Monti non ha avuto la partenza bruciante che molti si aspettavano è anche e forse soprattutto perché del consenso delle forze politiche non può ovviamente fare a meno. Ma resta il fatto che, nell’ora più grave, è ai primi della classe che si fa appello e se sembrano un po’ secchioni è pure meglio. L’assenza di legittimazione popolare è rappresentata, in una parte vasta dell’opinione pubblica, come un potenziale punto di forza, non di debolezza: non sono chiamati a sedurre gli elettori ma a decidere al meglio come farci fare i pesanti compiti a casa che ci vengono richiesti, non perdano tempo. Inutile girarci intorno. Spesso queste preoccupazioni sono strumentali, però c’è del vero. E in ogni caso non basta a renderle palesemente infondate la constatazione che la politica non è stata sospesa da qualche complotto interno e internazionale, ma …

"Se sette italiani su dieci non capiscono la lingua", di Paolo Di Stefano

«Voi sapete che, quando un popolo ha perduto patria e libertà e va disperso pel mondo, la lingua gli tiene luogo di patria e di tutto…». Così Luigi Settembrini ricordava quanto conti la lingua nell’identità e nella coesione di un popolo. Purtroppo, se oggi si dovesse giudicare dal livello di padronanza dell’italiano il grado di attaccamento alla nazione, saremmo davvero messi molto male. La salute della nostra lingua, infatti, sembra piuttosto allarmante, almeno a giudicare dai dati che Tullio De Mauro ha illustrato ieri a Firenze, durante un convegno del Consiglio regionale toscano intitolato «Leggere e sapere: la scuola degli Italiani». Tra i numeri evocati da De Mauro e fondati su ricerche internazionali, ce ne sono alcuni particolarmente impressionanti: per esempio, quel 71 per cento della popolazione italiana che si trova al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà. Al che corrisponde un misero 20 per cento che possiede le competenze minime «per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della …

"Se comuni e regioni investono in cultura", di Andrea Ranieri*

Giorgio Napolitano ha ricordato molte volte, durante gli anni della sua presidenza, il valore decisivo che hanno per lo sviluppo del Paese, l’istruzione, la ricerca, il suo patrimonio culturale, quello storico e quello che vive, nei nostri musei, nei nostri teatri, nelle nostre biblioteche e nei nostri cinema. L’ha ricordato di fronte a tanti giovani e meno giovani artisti e ricercatori che a lui si sono rivolti per avere conforto in anni di grande difficoltà economiche, in cui il sapere e la cultura erano al margine dell’azione e della progettualità dei governi. E ce l’ha ricordato inviando un messaggio di grande significato, agli Stati generali della cultura del settembre scorso, in cui gli assessori alla cultura di Comuni, Province e Regioni si sono uniti, assieme alle imprese e alle istituzioni culturali rappresentate da Federculture, assieme al mondo dell’arte e dello spettacolo,per lanciare un grido d’allarme per lo stato della cultura del nostro Paese, eper avanzare le loro proposte. È stata forse la più unitaria delle manifestazioni politiche durante la scorsa legislatura. Perché chi amministra la …

"Quel sorriso del Capo lungo più di vent´anni", di Ilvo Diamanti

Chi pensa che la costruzione del consenso e il culto del leader attraverso i media siano un´invenzione recente, brevettata da Silvio Berlusconi, per ricredersi deve guardare Il sorriso del Capo. Un film di Marco Bechis e Gigi Riva, presentato in anteprima al Festival di Torino. È una catena di documenti d´epoca dell´Istituto Luce in gran parte inediti.Accompagnati dalla voce narrante di Riccardo Bechis, padre del regista. In quel tempo borghese “medio”, residente proprio a Torino. L´intero film documenta la cura posta dal regime nel proporre e manovrare una complessa macchina del consenso, che non trascura nessun luogo e nessuno strumento di propaganda. La scuola, anzitutto, e poi i media allora più popolari. La radio, i giornali, il cinema. (Come hanno ben dimostrato, fra gli altri, gli studi dello storico Mario Isnenghi). Veicoli di miti attraenti perché “comuni” alla “gente comune”. La Famiglia, la Patria, la Nazione. La Modernità. Riassunte, tutte insieme, nella persona del Capo. Come sottolineano le immagini del comizio che scandisce i passaggi del film. Si svolge a Torino. Capitale della rivoluzione industriale …

"Non svendere il patrimonio pubblico", di Ugo Mattei

Caro direttore, per incassare 6 miliardi, circa l’8% di quanto paghiamo di interessi sul debito pubblico ogni anno, pare andranno in vendita 338.000 ettari di terreni agricoli che oggi sono proprietà pubblica. Se non si farà attenzione, le conseguenze di una tale scelta, che in Africa è nota come land grab (appropriazione di terra) operata da grandi gruppi multinazionali, potrebbero essere serie, e portarci verso la dipendenza alimentare dall’agrobusiness. Potrebbero derivarne danni sociali ingenti subiti in primis dai nostri piccoli agricoltori che non potendo competere con quei colossi nell’acquistare, finirebbero per vendere anche i loro appezzamenti (come già avvenne quando i latifondisti comprarono le proprietà comuni messe in vendita da Quintino Sella). La scelta di vendere è definitiva e ci riguarda tutti, presenti e futuri. Andrebbe fatta con grande cautela soprattutto quando ci si trova sotto pressione internazionale. Il processo di elaborazione teorica e pratica della categoria giuridico-costituzionale dei beni comuni discende da questa considerazione. Il cambiamento dei rapporti di forza fra settore privato azionario e settore pubblico a favore del primo rende i governi …