"Repubblica fondata sul turpiloquio", di Gian Enrico Rusconi
Ci avviamo verso una repubblica del volgo. Lo si sente dal linguaggio ormai corrente dei suoi esponenti politici più in vista, un linguaggio volgare, nel senso letterale del volgo, appunto. Quando chiedete la ragione dell’indecenza delle battute di molti politici, sentite rispondere: «Ma così parla la gente!». I politici parlano (finalmente) come la gente al bar o sotto l’ombrellone. In realtà è un inganno: più la politica non sa argomentare e affrontare i grandi problemi, più aggredisce con la finta intimità dello scurrile. Quando anni fa l’innocua parola «gente» è entrata nel linguaggio politico non più a segnalare una moltitudine anonima di persone, ma a indicare un soggetto politico cui rivolgersi, si disse che era la versione dell’americano «people». Adesso però siamo arrivati al vulgus alla latina (prossimo alla plebs, non quella della repubblica romana, ma quella del cesarismo). Ma perché mai Bossi, che è il campione dell’involgarimento del linguaggio pubblico, non dovrebbe usare nei confronti di Casini il doppio senso che è associato quotidianamente al suo nome? Perché non chiamare gli avversari politici con …
