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"L’assessore al tartufo", di Massimo Gramellini

A furia di rinfacciare al Pd il suo tormentato conservatorismo, ci eravamo dimenticati che in Italia esiste una nomenclatura incollata alle poltrone senza sensi di colpa: il centrodestra. Per Lega e Pdl lo tsunami di Grillo è una brezza: non li spaventa, non li riguarda. Il parallelo fra la nuova giunta lombarda e quella laziale è illuminante. In Lazio il democratico Zingaretti ha scelto solo assessori esterni, sei donne su dieci, pescate dall’università, dall’impresa e persino (Lidia Ravera) dai bestseller. Invece Maroni ha infarcito il Pirellone di notabili di partito, con l’eccezione di un canoista, benché da quelle parti il ceto politico non abbia dato ultimamente il meglio di sé. E il suo vicino di macroregione Cota? Ha rimpolpato il governo piemontese con due trombati alle elezioni e un ineleggibile, oltre a essersi inventato un assessore con delega al tartufo.

Possibile che la campana della rottamazione agiti i sonni dei democratici e lasci indifferenti i loro avversari? Qualcuno tira in ballo la differenza fra gli elettorati. Quello di sinistra, più critico e informato, quindi più deluso dalla sua classe dirigente. Quello di destra, più attratto dal carisma dei leader, quindi meno sensibile all’esigenza di cambiare le facce di contorno. Io sospetto invece che gli elettori dei due schieramenti siano esasperati allo stesso modo. Sono i politici del centrodestra a non averlo capito. Convinti di venire sgominati alle elezioni, hanno scambiato la propria sopravvivenza per una vittoria. Tanto da essersi già scordati di avere lasciato per strada 6 milioni di voti, che con un Renzi in campo sarebbero stati molti di più.

La Stampa 21.03.13

Riflessioni a margine de “La scuola diversa”, di Manuela Ghizzoni

Domenica pomeriggio a Buk, il festival della piccola e media editoria che si svolge a Modena (http://www.bukmodena.it/wordpress/category/buk-2013/ ), avrò l’onore di presentare l’ultima fatica letteraria di Daniela Tazzioli, una bravissima narratrice, nonché amica e persona che stimo.
Non so scrivere recensioni, pertanto quanto seguirà sono solo alcune riflessioni sparse suscitate dalla lettura de “La scuola diversa”, di Infinito edizioni, che spero possiate condividere (e vi inducano a comprare il libro di Infinito edizioni, anche perché per un fraintendimento diffuso a mezzo stampa dell’invito alla presentazione, risulto essere coautrice del volume e Daniela mi ha assicurato che condividerà con me i lauti guadagni dei diritti d’autore…).
Daniela è modenese fino all’osso (o nel profondo dell’anima, se preferite), ma è anche cittadina svizzera. Da alcuni anni vive a Basilea e nei confronti della Confederazione Elvetica ha maturato un odio e amore che a mio avviso non risolverà più: aspira a tornare a “casa” ma credo che non possa più vivere lontano dalle certezze e dalle rassicuranti regole (comportamentali e etiche) della società calvinista, non fosse altro per metterle in discussione e umanizzarle!
Per conto dei nostri Ministeri dell’Istruzione (un tempo pubblica) e degli Esteri, Daniela insegna cultura e lingua italiana ad adolescenti di Basilea nati da famiglie di nostri concittadini emigrati: si potrebbe dire che insegna loro la “lingua madre”. Impresa non banale. E non solo perché è difficile che ’sti ragazzini – che nei primi anni di vita apprendono il dialetto italico dei genitori, poi imparano all’asilo il dialetto svizzero germanico e infine studiano il tedesco a scuola – possano considerare l’italiano la loro lingua madre (semmai è la lingua dei loro genitori e nonni), ma anche perché da poco più di un anno è stato sferrato un attacco nei confronti dell’ormai sparuto contingente di insegnanti italiani all’estero da parte del Governo (con il sostegno – ahimè – di due parlamentari del PD: sostegno che ho contrastato perché la nostra istruzione all’estero è l’estremo propugnacolo dell’investimento pubblico nella cultura italiana e pertanto è un valore da difendere).
Daniela parla di questa vicenda, dipanandola nel corso della narrazione, dedicata alla lirica comparazione tra il “perfetto”, “selettivo”, “competitivo” ed “escludente” sistema scolastico svizzero (o di Basilea Città, visto che i Cantoni hanno differenti legislazioni scolastiche) e quello italiano. E a prevalere, per Daniela, è il sistema nostrano: perché è vero che la nostra scuola è “sgarrupata”, e lo sarà sempre di più se non ci convinceremo, come Paese, che lì dobbiamo investire perché lì sta il nostro futuro, ma è altrettanto vero che, pur tra enormi difficoltà, nelle aule italiane educhiamo alla cittadinanza, includiamo i ragazzi con bisogni educativi speciali, indirizziamo i talenti – anche artistici – alla loro valorizzazione, diamo pari opportunità a chi ha avuto in sorte condizioni sociali di nascita svantaggiate. O, quantomeno, chi lavora nella scuola italiana si impegna per agire in questa direzione anche se è sempre più difficile: mancano le risorse, ma manca soprattutto la fiducia nella scuola italiana da parte di chi ha avuto responsabilità di Governo e del Paese. E allora, tanto per attingere alla cronaca di questi ultimi giorni, si diffonde senza colpo ferire la pratica dei test di ingresso anche per la scuola dell’obbligo (https://preview.critara.com/manughihtml/?p=41190 ): la giustificazione è che le richieste sono troppe e le scuole non riescono ad accettarle tutte, ma dietro di essa si cela la selezione delle “eccellenze”, che smentisce la funzione di motore sociale dell’istruzione. E dovremmo tutti occuparcene e preoccuparcene.
Il libro di Daniela dovrebbero leggerlo i genitori italiani in lotta con i prof dei propri figli per capire cosa significa fare il docente, i ministri che dalla Moratti in poi si sono succeduti al dicastero dell’Istruzione (pubblica) e i loro colleghi al Ministero del Tesoro, gli aspiranti ministri (e sono tanti…), i commentatori dei quotidiani che discettano di istruzione senza consapevolezza alcuna (dato che per parlare di scuola non è sufficiente essere stati, un tempo, alunni). Capirebbero, forse, che la scuola non deve limitarsi ad insegnare a far di conto, a leggere e a scrivere e finalizzare queste competenze esclusivamente all’esercizio di un lavoro, perché, come ha scritto Stefano Bartezzaghi non più tardi di lunedì, le materie scolastiche non sono “strumenti utilitari, un’attrezzeria tecnica che a scuola ci viene consegnata perché «ci servirà» nella vita… La verità è che la scuola non è né utile né inutile: è a-utile, un’industria no-profit (la pubblica) di trasmissione del sapere in cui comunità di due generazioni diverse si scambiano insegnamenti e aggiornamenti su cosa implichi e cosa significhi essere italiani oggi” (il bell’articolo di Bartezzaghi lo trovate qui https://preview.critara.com/manughihtml/?p=41181 leggetelo, per favore). Perché, aggiungo, la scuola italiana è (o dovrebbe essere, poiché si fa di tutto per impedirglielo) quell’organo costituzionale – Calamandrei docet – che “rimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Detto questo, però, credo che per Daniela il confronto dei due sistemi scolastici sia stato anche un pretesto per raccontare le cose che rendono la sua e la nostra, più o meno consapevolmente, vita sopportabile (la letteratura, la conoscenza, il pensiero) e per gridare al mondo che senza giustizia non abbiamo speranza. Questi sono i passaggi – nei quali la narrazione diventa lirica o denuncia sociale – che io ho amato di più e che mi hanno fatto venire voglia di rileggere Gita al Faro di Virginia Woolf per provare a cogliere il senso della visione; che mi hanno fatto sentire meschina per la trascuratezza con la quale ho vissuto, in questi anni, l’ardente bellezza della Città Eterna (del resto, ben prima dell’arrivo del M5S, mi sono dedicata solo all’attività parlamentare senza alcuna distrazione: chi mi conosce lo sa…); così come mi hanno fatto provare la struggente nostalgia dell’età dell’innocenza passata sui banchi di scuola e che mi hanno aperto gli occhi e il cuore sui “frammenti di bellezza”. E sono questi stessi passaggi che mi hanno rinfrancato sul senso di giustizia che ha improntato alcune battaglie che ho intrapreso nell’ultimo anno della legislatura che si è appena chiusa. Battaglie perse, per lo più (solo quella contro l’aumento a 24 ore di lezione frontale per i docenti è stata vinta, ma il resto son macerie…), ma che andavano affrontate e che hanno dato un senso alla mia presenza in Parlamento.

«Debiti Pa, Tesoro pronto al decreto», di Fabrizio Forquet

«Abbiamo lavorato da un anno per sbloccare i debiti della pubblica amministrazione con i fornitori e abbiamo costruito, con la disciplina di bilancio, la possibilità di avere il via libera della Commissione. Ora quel via libera c’è e io non vedo ragioni per non procedere con un provvedimento d’urgenza». Vittorio Grilli, a meno di sorprese, lascerà a breve la scrivania che fu di Quintino Sella, ma nella sua stanza al primo piano del ministero dell’Economia non c’è ancora traccia di scatoloni.
Farete un decreto? «Da parte mia non vedo ostacoli. Il ministero dell’Economia è pronto. Certo, ci sono ancora molti aspetti tecnici da definire. E la decisione sullo strumento da adottare non tocca a me. Ma se è vero che siamo davanti a un’emergenza, e io credo che sia vero, è giusto partire prima possibile. Ci stiamo lavorando con la massima urgenza, poi toccherà al presidente Monti decidere quando spingere il bottone».

Il governo è in ordinaria amministrazione, ma in piena emergenza economica il concetto di amministrazione ordinaria, definito in modo vago dalla dottrina costituzionale, non può essere interpretato (e non lo fa certamente il Quirinale) in modo restrittivo. Perciò tutti guardano a Monti perché, dopo le aperture di Bruxelles, intervenga immediatamente per avviare il pagamento da parte delle amministrazioni pubbliche dei debiti verso le imprese, un tassello fondamentale per far fronte al credit crunch e ristabilire un flusso ragionevole di liquidità nel sistema economico.
Il pressing della Confindustria, in questo senso, dura da mesi, il Governo ha adottato più di un provvedimento, ma finora i risultati sono stati modesti. Su uno stock di debito che, secondo le stime prudenziali della Banca d’Italia si aggira intorno ai 70 miliardi, ne sono stati pagati ad oggi solo alcuni milioni. Il timore che si possa ancora perdere tempo è alto.
«Non si è perso tempo. La scarsa solidità delle nostre finanze, e l’impossibilità di ricorrere a un uso diretto del bilancio, ci hanno costretto a cercare strade impervie. Ma se oggi la Commissione ci dà margini più ampi sulla valutazione di questi debiti ai fini del conteggio del deficit e sul debito, ciò avviene perché in questo anno abbiamo messo ordine nei nostri conti, fino all’uscita dalla procedura di deficit eccessivo». Ci sarà il cambio di passo? «Ora possiamo mettere in campo risorse dirette, quindi non vedo difficoltà insormontabili nell’intervenire con urgenza. Ovviamente servirà anche un consenso ampio del Parlamento, perché un eventuale decreto dovrà comunque essere convertito in legge dal Parlamento. Qui si tratta di cambiare, anche se solo una tantum, i saldi di bilancio. Non è un’operazione banale».
Il rischio è che la burocrazia e le resistenze nella pubblica amministrazione possano ancora una volta rallentare, rinviare, bloccare il processo di liquidazione dei debiti. A cominciare dal problema della certificazione dei crediti che andranno effettivamente pagati. «In questo senso la piattaforma per la certificazione che abbiamo messo su in questo anno ci tornerà utile. Ma soprattutto voglio precisare che da parte del Tesoro non verranno messi inutili ostacoli o complicazioni burocratiche. Sarebbe assurdo chiedere alle amministrazioni di mandare milioni di fatture al Tesoro. Loro sanno chi sono i loro fornitori e potranno pagarli direttamente. Da parte nostra ci sarà un controllo ex post non ex ante. Nessuno avrà più alibi».
Resta la questione di come verranno reperite le risorse per i pagamenti. Si ricorrerà a emissioni di titoli del Tesoro? Saranno le singole amministrazioni ad andare sul mercato? Si ricorrerà ancora una volta alla Cassa depositi e prestiti? Forse è il caso di fare chiarezza su questo. «Andiamo con ordine. Tra i pagamenti, innanzitutto, ci sono le spese per investimento dei Comuni. Si tratta di circa 10 miliardi sui 70 totali stimati. In questo caso molto spesso le risorse ci sono, i Comuni le hanno. Si tratta, quindi, semplicemente di permettere loro di spenderle, attraverso un allentamento del Patto di stabilità interno. Cosa che ora, dopo il sì della Commissione, possiamo fare. Ci sono poi i debiti legati alla spesa corrente delle amministrazioni in sofferenza di cassa. In questo caso dobbiamo provvedere ad approvvigionarci, attraverso l’emissione di titoli di Stato, di liquidità da riversare agli enti interessati. Ma potremo anche pagare alcuni debiti direttamente con titoli di Stato. Non credo invece nel ricorso alla Cdp. È un soggetto privato, fuori dalla Pa, non ha senso usarla per pagare debiti che non sono suoi».
La Commissione ha dato il via libera, ma come reagirà il mercato davanti a queste nuove emissioni di titoli di Stato? «Non potrà che reagire positivamente. Stiamo facendo un’operazione di trasparenza. Eppoi in questo modo, dando liquidità alle imprese e rafforzando indirettamente il sistema creditizio, possiamo contribuire a rilanciare la crescita e quindi a rafforzare il denominatore nel rapporto tra deficit/debito e Pil. Teniamo insieme crescita e rigore».

Il Sole 24 Ore 20.03.13

"Governo, Bersani prepara la squadra", di Simone Collini

Bersani salirà al Colle domani pomeriggio e al Capo dello Stato ribadirà la linea approvata all’unanimità all’ultima Direzione del Pd: il centrosinistra ha la maggioranza assoluta alla Camera e quella relativa al Senato, dunque ha la «responsabilità» di avanzare una proposta di governo per il Paese.
Il leader democratico, che ha sparigliato con la mossa vincente di Grasso e Boldrini alla presidenza delle Camere e ieri ha replicato con un’altra mossa a sorpresa proponendo come capigruppo Zanda e Speranza (provocando anche malumore in una parte dei deputati), non si produrrà in altri colpi di scena. Al Nazareno smentiscono infatti la voce iniziata a circolare nel pomeriggio, e cioè che Bersani potrebbe anche proporre al Presidente della Repubblica un nome alternativo al suo capace di intercettare il voto dei parlamentari Cinquestelle. A Napolitano, domani, il leader del Pd dirà che è pronto a dar vita a un esecutivo che pur «senza accordi preventivi» punti ad ottenere in Parlamento, su un programma qualificato, un sostegno che vada al di là dei voti del solo centrosinistra.
Al quartier generale del Pd, soprattutto dopo il successo segnato con l’elezione di Grasso a presidente del Senato, si guarda con fiducia all’appuntamento di domani al Quirinale. Si ritiene cioè che sulla base del risultato elettorale e delle prime votazioni parlamentari Napolitano possa benissimo dare a Bersani l’incarico per la formazione del nuovo governo. E non ci si preoccupa più di tanto di sapere se tale incarico sarà pieno o esplorativo (che tra l’altro, formalmente, è una tipologia non prevista dalla Costituzione e comunque per prassi riservata alle alte cariche dello Stato).
Bersani, che ieri ha pranzato con il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz (il sostegno dei progressisti europei esplicitato in campagna elettorale non è venuto meno) nel caso in cui ricevesse l’incarico (orientativamente venerdì) si prenderebbe qualche giorno per condurre le sue consultazioni. E cioè per sondare le altre forze politiche e capire se il «governo di cambiamento» a cui sta lavorando, composto da figure di alto profilo e riconosciuta esperienza, possa incassare la fiducia non solo alla Camera, dove il centrosinistra ha 345 deputati, ma anche al Senato, dove può contare sul voto favorevole di 123 senatori (114 Pd, 7 Sel e 2 Svp). I voti dei senatori di Scelta civica (20) non sarebbero sufficienti a incassare la fiducia, in caso di voto contrario da parte di centrodestra (117 senatori) e Movimento 5 Stelle (53). Per questo Bersani, prima di tornare da Napolitano e sciogliere la riserva, dovrà soprattutto capire se Pdl, Lega e Cinquestelle, al di là di quello che potranno dire domani alle consultazioni al Colle, sono veramente determinate a tenere un atteggiamento tale da impedire la nascita del suo governo.
È in particolare dal Carroccio, nelle ultime ore, che stanno arrivando segnali contraddittori, e che i vertici del Pd stanno seguendo con grande attenzione. Da un lato, la Lega ha deciso di andare alle consultazioni al Quirinale insieme al Pdl. Il che significa che non farà nulla che non sia stato preventivamente concordato con Berlusconi. Dall’altro, è lo stesso segretario Roberto Maroni ad assicurare che la Lega sarà «leale» agli alleati, aggiungendo però: «Come governatore della Lombardia sono interessato ad avere un interlocutore, un governo che mi dia risposte».
Una fiducia tecnica da parte della Lega consentirebbe a Bersani di arrivare alla fatidica soglia dei 160 sì (al netto del voto dei senatori a vita), ma al Pd non si fanno troppe illusioni circa una libertà di manovra del Carroccio a discapito del Pdl. Per questo canali di comunicazione sono stati aperti con tutti. E segnali sono stati lanciati a trecentosessanta gradi. Anche sull’elezione del prossimo Capo dello Stato.
Non a caso ieri Davide Zoggia ha messo in luce la disonibilità del Pd ad aprire il confronto sul Quirinale. «La scelta del presidente della Repubblica non può essere un calcolo aritmetico», ha detto il deputato Pd, incaricato da Bersani nei giorni scorsi insieme a Zanda e Calipari di discutere con gli altri gruppi parlamentari della partita delle presidenze delle Camere. «Anche se la coalizione Italia bene comune più Monti potrebbe indicare il presidente della Repubblica, non ritengo necessario che lo faccia dice Zoggia e ritengo anzi che anche le altre forze politiche debbano concorrere».
Aprire al confronto sul Quirinale non significa necessariamente la garanzia che le altre forze non ostacolino la nascita del nuovo governo. Non è però un segreto che la Lega non intenda andare a breve a nuove elezioni, e che i Cinquestelle avrebbero difficoltà a votare allo stesso modo di Berlusconi. Bersani dovrà impiegare i giorni a cavallo tra la fine di questa settimana e l’inizio della prossima per capire se ci sono possibilità di riuscita. Dopodiché dovrà valutare se tentare comunque il tutto per tutto, cioè salire nuovamente al Quirinale con una lista di ministri e andare alla prova del voto in Parlamento o passare la mano. Dice il leader Pd alla vigilia dell’avvio delle consultazioni: «La direzione ha segnalato la nostra visione politica, dopodiché il percorso dei prossimi giorni e delle prossime settimane è affidato all’opera del presidente della Repubblica, verso la quale abbiamo grandissima fiducia».

L’Unità 20.03.13

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La doppia partita di Pierluigi “Ho i numeri per andare alle Camere il Colle e il mio partito lo sappiano”, di GOFFREDO DE MARCHIS

È ANCHE il passaggio chiave che lo divide dal presidente della Repubblica. Perché appare ormai chiaro: dalle consultazioni che cominciano oggi, non uscirà una maggioranza certificata al Senato. Il Movimento 5stelle e la Lega infatti non daranno un via libera ufficiale. Solo Scelta civica è pronta a pronunciare il suo sì davanti al capo dello Stato. A questo punto, non è difficile pronosticare un braccio di ferro tra il Colle e il centrosinistra. Per allentare la tensione, Napolitano sta già pensando a un secondo giro di consultazioni.
Sul piano formale il rapporto col Quirinale è stato ricucito negli ultimi giorni da Bersani e da altri interlocutori democratici. Ma la sostanza dei numeri non è cambiata, nemmeno dopo il colpo di scena dell’elezione di Laura Boldrini e Pietro Grasso. Con i senatori di Mario Monti, il Pd può contare su 146 voti (il neopresidente non vota). Ne mancano 12 per avere la maggioranza assoluta. Questo “buco”, il segretario è convinto di poterlo colmare col programma e con una lista di ministri ispirata al metodo “Grasso-Boldrini”: volti nuovi e a sorpresa. Con una sola eccezione: la casella dell’Economia è già sicura per Fabrizio Saccomani, attuale direttore generale di Bankitalia. Rappresenta la polizza di garanzia presso i mercati e la Bce.
Al centrosinistra non mancano gli esterni e le competenze, anche fra i neoeletti. Non si va lontano dalla realtà indicando come possibili ministri Carlo Petrini, inventore di Slow Food e padre fondatore del Pd; Giampaolo Galli, ex direttore generale di Confindustria e neodeputato; Massimo Mucchetti, senatore ex editorialista del Corriere; Fabrizio Barca. Accanto a loro resistono gli identikit di Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà, graditi ai movimenti e ai 5stelle.
Profili e programma però non sono sufficienti. Il rischio della falsa partenza, ossia di un governo che si presenta in Parlamento ma non ottiene la fiducia,
resta alto. Bersani si richiamerà ad alcuni precedenti. A cominciare
dal primo governo Berlusconi, partito nel 1994 senza la maggioranza al Senato, maggioranza strappata grazie al voto di tre senatori a vita. «Ma c’è anche il De Gasperi VIII nel ‘53, che non ottenne la fiducia — ricorda ai suoi il leader
del Pd —. E nel ‘76, Andreotti non era certo di avere l’astensione del Pci per l’esecutivo di solidarietà nazionale». Saccomani è certamente la figura giusta per confermare gli impegni internazionali e la stabilità economica in vista «della scadenza di un pacchetto enorme di titoli pubblici tra maggio e luglio», spiega Bersani. Ma ancora non basta.
In Parlamento, il premier designato si presenterebbe annunciando non un governo di legislatura, ma un esecutivo a termine, «anche di un anno. Poi si verifica se ci sono le condizioni per andare avanti». Sono argomenti che Napolitano ha già avuto modo di ascoltare nei colloqui informali, ma che non allontano lo spettro di un salto nel buio.
Per agganciare i grillini, il Pd è pronto a votare i loro candidati questori e vicepresidenti senza chiedere in cambio il sostegno ai propri candidati. Le dichiarazioni di Roberto Maroni, che pure si presenterà al Colle con Berlusconi, vengono considerate a Largo del Nazareno un’apertura, seppure timida. Su Monti, invece, si può contare da subito: i parlamentari di Scelta civica voteranno Bersani. In questo modo, il premier conta di rientrare nel gioco, dopo il pasticcio sulle presidenze delle Camere. Nel suo mirino infatti c’è sempre l’elezione del nuovo capo dello Stato, anche se al Pd considerano in ascesa le quotazioni di Grasso. Un candidato da offrire anche al Pdl, molto pentito di aver puntato su Schifani sabato, e che ha avviato il dialogo con Grillo tagliandosi l’indennità del 30 per cento.
Il sentiero stretto preoccupa anche il Partito democratico. Soprattutto quelli che puntano a un “dopo”, se Bersani fallisce. «Il timore c’è», ammette un bersaniano. Da Massimo D’Alema a Matteo Renzi, una parte del Pd considera sbagliato entrare in carica senza avere la fiducia. Un primo segnale di dissenso alla linea del segretario è stato registrato ieri durante la votazione del capogruppo alla Camera Roberto Speranza. Novanta voti dispersi su 290 sono tanti, anche se non è insolito lo “sfogatoio” nel segreto dell’urna. Chi scommette su elezioni vicine, come il sindaco di Firenze, non è convinto che il modo migliore per arrivarci sia avere Bersani a Palazzo Chigi, sconfitto nelle urne e nelle aule parlamentari. Altri, come D’Alema, continuano a non escludere il piano B, ossia un governo del Presidente con il Pdl, sapendo che il Quirinale comincia il giro di consultazioni con una sola certezza: «Il presidente farà tutto il possibile per evitare un altro scioglimento delle Camere».

La Repubblica 20.03.13

"Passione ma pochi fondi ecco perché non viviamo in un Paese per scienziati", di Elena Dusi

«Da grande voglio fare lo scienziato». In Italia a dirlo sono il 38,8% dei ragazzi e il 32,8% delle ragazze all’età di 15 anni. Un dato alto, superiore alla media dei paesi dell’Ocse. Dimostra che non è la passione a mancare fra i giovani del nostro paese. E sarebbe difficile altrimenti spiegare il piazzamento dell’Italia fra le potenze della scienza mondiale: ottavo in assoluto, nonostante un finanziamento molto al di sotto della media delle nazioni avanzate. Il nostro paese dedica alla scienza l’1,26% del Pil contro l’1,91% dell’Europa a 27, il 2,9% degli Stati Uniti e il 3,36% del Giappone. Eppure, secondo i dati della società di analisi “Science Watch”, non abbiamo nulla da invidiare al resto del mondo quanto a produzione di articoli scientifici. Le pubblicazioni italiane accettate da riviste internazionali sono 50mila ogni anno (spazio, medicina clinica e fisica le discipline di punta) e per il suo impatto la scienza del nostro paese si piazza appunto all’ottavo posto nel mondo.
Perché tanto entusiasmo fra i giovani non trova sbocchi e va ad alimentare soprattutto istituzioni e aziende di altri paesi? Si stima che i ricercatori emigrati siano 20mila. Alla ricerca delle ragioni di questo squilibrio fra passione e risultati è partito 12 anni fa il centro di ricerca “Observa, science in society” del cui comitato scientifico fa parte Massimiano Bucchi, docente di Scienza, tecnologia e società all’università di Trento. «L’analfabetismo scientifico nel nostro paese è un tema molto dibattuto» spiega. «Ma in mancanza di dati, la discussione rischia di fermarsi a pregiudizi e stereotipi». Il dato sulla passione dei quindicenni, che emerge dalle ricerche di Obsersciamo, va messo a confronto con la tabella sui paesi che a scuola dedicano più tempo alle materie tecniche e scientifiche. Tra i 12 e i 14 anni, i ragazzi russi hanno il 41% di ore. Gli inglesi il 40%, i polacchi il 32% e i tedeschi il 29%, mentre l’Italia è al 27%. «La quantità va ovviamente distinta dalla qualità — spiega Bucchi — e il problema non è solo trasferire contenuti, ma far crescere una cultura della ricerca».
I piccoli scienziati che a 15 anni erano pieni di entusiasmo, dopo le superiori finiscono quasi sempre per iscriversi alle facoltà umanistiche. I dati di
Observa (elaborati anche da statistiche Invalsi, Eurostat e Ocse) parlano del 6,7% di laureati in discipline scientifiche, rispetto al totale degli studenti che concludono l’università. Le donne sono leggermente meno della metà (3,2%). Ma questa discrepanza fra i sessi viene enormemente amplificata quando si vanno a contare le professoresse universitarie. In Italia le donne in cattedra sono il 35,6%. Solo Malta in Europa ha un dato più basso di noi, mentre i primi paesi in classifica (Lettonia, Lituania e Finlandia) sono tutti al di sopra del 50%. Dove
a toccare davvero il fondo della classifica è nell’età dei professori. «È chiaro che nel nostro paese — commenta Bucchi — c’è un problema di rinnovamento generazionale». Solo il 17% dei docenti universitari in Italia ha meno di 40 anni.
In Germania sono il 48%, in Gran Bretagna il 29% e in Francia il 27%. E se usciamo dall’ambito accademico, il panorama non migliora di certo. «La fragilità della cultura della scienza — spiega il docente di Trento — si riflette anche nel peso che le imprese danno a questo settore. Per le caratteristiche del tessuto produttivo formato da aziende di piccole dimensioni, gli investimenti privati in ricerca in Italia sono particolarmente esigui. E anche nella percezione pubblica gli scienziati che lavorano per un’impresa vengono giudicati meno obiettivi e indipendenti. Mentre in Italia abbiamo poco più di 4 ricercatori ogni mille occupati, in Corea arriviamo a undici. Tre quarti dei quali lavorano in un’azienda privata: il doppio rispetto al nostro paese ».
Ecco il mix di ragioni per cui i “piccoli scienziati” in Italia non riescono a crescere. I loro voti a scuola non smentiscono i dati complessivi. L’Ocse ha calcolato che i più bravi in scienze sono i finlandesi, che raggiungono un punteggio di 554 con gli italiani quasi in fondo alla classifica (489). La promozione è lontana anche in matematica. Questa volta gli adolescenti coreani superano di poco i finlandesi (546 il punteggio di Seul). Con l’Italia che sprofonda a quota 483.

La repubblica 20.03.12