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"Governo, Bersani prepara la squadra", di Simone Collini

Bersani salirà al Colle domani pomeriggio e al Capo dello Stato ribadirà la linea approvata all’unanimità all’ultima Direzione del Pd: il centrosinistra ha la maggioranza assoluta alla Camera e quella relativa al Senato, dunque ha la «responsabilità» di avanzare una proposta di governo per il Paese.
Il leader democratico, che ha sparigliato con la mossa vincente di Grasso e Boldrini alla presidenza delle Camere e ieri ha replicato con un’altra mossa a sorpresa proponendo come capigruppo Zanda e Speranza (provocando anche malumore in una parte dei deputati), non si produrrà in altri colpi di scena. Al Nazareno smentiscono infatti la voce iniziata a circolare nel pomeriggio, e cioè che Bersani potrebbe anche proporre al Presidente della Repubblica un nome alternativo al suo capace di intercettare il voto dei parlamentari Cinquestelle. A Napolitano, domani, il leader del Pd dirà che è pronto a dar vita a un esecutivo che pur «senza accordi preventivi» punti ad ottenere in Parlamento, su un programma qualificato, un sostegno che vada al di là dei voti del solo centrosinistra.
Al quartier generale del Pd, soprattutto dopo il successo segnato con l’elezione di Grasso a presidente del Senato, si guarda con fiducia all’appuntamento di domani al Quirinale. Si ritiene cioè che sulla base del risultato elettorale e delle prime votazioni parlamentari Napolitano possa benissimo dare a Bersani l’incarico per la formazione del nuovo governo. E non ci si preoccupa più di tanto di sapere se tale incarico sarà pieno o esplorativo (che tra l’altro, formalmente, è una tipologia non prevista dalla Costituzione e comunque per prassi riservata alle alte cariche dello Stato).
Bersani, che ieri ha pranzato con il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz (il sostegno dei progressisti europei esplicitato in campagna elettorale non è venuto meno) nel caso in cui ricevesse l’incarico (orientativamente venerdì) si prenderebbe qualche giorno per condurre le sue consultazioni. E cioè per sondare le altre forze politiche e capire se il «governo di cambiamento» a cui sta lavorando, composto da figure di alto profilo e riconosciuta esperienza, possa incassare la fiducia non solo alla Camera, dove il centrosinistra ha 345 deputati, ma anche al Senato, dove può contare sul voto favorevole di 123 senatori (114 Pd, 7 Sel e 2 Svp). I voti dei senatori di Scelta civica (20) non sarebbero sufficienti a incassare la fiducia, in caso di voto contrario da parte di centrodestra (117 senatori) e Movimento 5 Stelle (53). Per questo Bersani, prima di tornare da Napolitano e sciogliere la riserva, dovrà soprattutto capire se Pdl, Lega e Cinquestelle, al di là di quello che potranno dire domani alle consultazioni al Colle, sono veramente determinate a tenere un atteggiamento tale da impedire la nascita del suo governo.
È in particolare dal Carroccio, nelle ultime ore, che stanno arrivando segnali contraddittori, e che i vertici del Pd stanno seguendo con grande attenzione. Da un lato, la Lega ha deciso di andare alle consultazioni al Quirinale insieme al Pdl. Il che significa che non farà nulla che non sia stato preventivamente concordato con Berlusconi. Dall’altro, è lo stesso segretario Roberto Maroni ad assicurare che la Lega sarà «leale» agli alleati, aggiungendo però: «Come governatore della Lombardia sono interessato ad avere un interlocutore, un governo che mi dia risposte».
Una fiducia tecnica da parte della Lega consentirebbe a Bersani di arrivare alla fatidica soglia dei 160 sì (al netto del voto dei senatori a vita), ma al Pd non si fanno troppe illusioni circa una libertà di manovra del Carroccio a discapito del Pdl. Per questo canali di comunicazione sono stati aperti con tutti. E segnali sono stati lanciati a trecentosessanta gradi. Anche sull’elezione del prossimo Capo dello Stato.
Non a caso ieri Davide Zoggia ha messo in luce la disonibilità del Pd ad aprire il confronto sul Quirinale. «La scelta del presidente della Repubblica non può essere un calcolo aritmetico», ha detto il deputato Pd, incaricato da Bersani nei giorni scorsi insieme a Zanda e Calipari di discutere con gli altri gruppi parlamentari della partita delle presidenze delle Camere. «Anche se la coalizione Italia bene comune più Monti potrebbe indicare il presidente della Repubblica, non ritengo necessario che lo faccia dice Zoggia e ritengo anzi che anche le altre forze politiche debbano concorrere».
Aprire al confronto sul Quirinale non significa necessariamente la garanzia che le altre forze non ostacolino la nascita del nuovo governo. Non è però un segreto che la Lega non intenda andare a breve a nuove elezioni, e che i Cinquestelle avrebbero difficoltà a votare allo stesso modo di Berlusconi. Bersani dovrà impiegare i giorni a cavallo tra la fine di questa settimana e l’inizio della prossima per capire se ci sono possibilità di riuscita. Dopodiché dovrà valutare se tentare comunque il tutto per tutto, cioè salire nuovamente al Quirinale con una lista di ministri e andare alla prova del voto in Parlamento o passare la mano. Dice il leader Pd alla vigilia dell’avvio delle consultazioni: «La direzione ha segnalato la nostra visione politica, dopodiché il percorso dei prossimi giorni e delle prossime settimane è affidato all’opera del presidente della Repubblica, verso la quale abbiamo grandissima fiducia».

L’Unità 20.03.13

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La doppia partita di Pierluigi “Ho i numeri per andare alle Camere il Colle e il mio partito lo sappiano”, di GOFFREDO DE MARCHIS

È ANCHE il passaggio chiave che lo divide dal presidente della Repubblica. Perché appare ormai chiaro: dalle consultazioni che cominciano oggi, non uscirà una maggioranza certificata al Senato. Il Movimento 5stelle e la Lega infatti non daranno un via libera ufficiale. Solo Scelta civica è pronta a pronunciare il suo sì davanti al capo dello Stato. A questo punto, non è difficile pronosticare un braccio di ferro tra il Colle e il centrosinistra. Per allentare la tensione, Napolitano sta già pensando a un secondo giro di consultazioni.
Sul piano formale il rapporto col Quirinale è stato ricucito negli ultimi giorni da Bersani e da altri interlocutori democratici. Ma la sostanza dei numeri non è cambiata, nemmeno dopo il colpo di scena dell’elezione di Laura Boldrini e Pietro Grasso. Con i senatori di Mario Monti, il Pd può contare su 146 voti (il neopresidente non vota). Ne mancano 12 per avere la maggioranza assoluta. Questo “buco”, il segretario è convinto di poterlo colmare col programma e con una lista di ministri ispirata al metodo “Grasso-Boldrini”: volti nuovi e a sorpresa. Con una sola eccezione: la casella dell’Economia è già sicura per Fabrizio Saccomani, attuale direttore generale di Bankitalia. Rappresenta la polizza di garanzia presso i mercati e la Bce.
Al centrosinistra non mancano gli esterni e le competenze, anche fra i neoeletti. Non si va lontano dalla realtà indicando come possibili ministri Carlo Petrini, inventore di Slow Food e padre fondatore del Pd; Giampaolo Galli, ex direttore generale di Confindustria e neodeputato; Massimo Mucchetti, senatore ex editorialista del Corriere; Fabrizio Barca. Accanto a loro resistono gli identikit di Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà, graditi ai movimenti e ai 5stelle.
Profili e programma però non sono sufficienti. Il rischio della falsa partenza, ossia di un governo che si presenta in Parlamento ma non ottiene la fiducia,
resta alto. Bersani si richiamerà ad alcuni precedenti. A cominciare
dal primo governo Berlusconi, partito nel 1994 senza la maggioranza al Senato, maggioranza strappata grazie al voto di tre senatori a vita. «Ma c’è anche il De Gasperi VIII nel ‘53, che non ottenne la fiducia — ricorda ai suoi il leader
del Pd —. E nel ‘76, Andreotti non era certo di avere l’astensione del Pci per l’esecutivo di solidarietà nazionale». Saccomani è certamente la figura giusta per confermare gli impegni internazionali e la stabilità economica in vista «della scadenza di un pacchetto enorme di titoli pubblici tra maggio e luglio», spiega Bersani. Ma ancora non basta.
In Parlamento, il premier designato si presenterebbe annunciando non un governo di legislatura, ma un esecutivo a termine, «anche di un anno. Poi si verifica se ci sono le condizioni per andare avanti». Sono argomenti che Napolitano ha già avuto modo di ascoltare nei colloqui informali, ma che non allontano lo spettro di un salto nel buio.
Per agganciare i grillini, il Pd è pronto a votare i loro candidati questori e vicepresidenti senza chiedere in cambio il sostegno ai propri candidati. Le dichiarazioni di Roberto Maroni, che pure si presenterà al Colle con Berlusconi, vengono considerate a Largo del Nazareno un’apertura, seppure timida. Su Monti, invece, si può contare da subito: i parlamentari di Scelta civica voteranno Bersani. In questo modo, il premier conta di rientrare nel gioco, dopo il pasticcio sulle presidenze delle Camere. Nel suo mirino infatti c’è sempre l’elezione del nuovo capo dello Stato, anche se al Pd considerano in ascesa le quotazioni di Grasso. Un candidato da offrire anche al Pdl, molto pentito di aver puntato su Schifani sabato, e che ha avviato il dialogo con Grillo tagliandosi l’indennità del 30 per cento.
Il sentiero stretto preoccupa anche il Partito democratico. Soprattutto quelli che puntano a un “dopo”, se Bersani fallisce. «Il timore c’è», ammette un bersaniano. Da Massimo D’Alema a Matteo Renzi, una parte del Pd considera sbagliato entrare in carica senza avere la fiducia. Un primo segnale di dissenso alla linea del segretario è stato registrato ieri durante la votazione del capogruppo alla Camera Roberto Speranza. Novanta voti dispersi su 290 sono tanti, anche se non è insolito lo “sfogatoio” nel segreto dell’urna. Chi scommette su elezioni vicine, come il sindaco di Firenze, non è convinto che il modo migliore per arrivarci sia avere Bersani a Palazzo Chigi, sconfitto nelle urne e nelle aule parlamentari. Altri, come D’Alema, continuano a non escludere il piano B, ossia un governo del Presidente con il Pdl, sapendo che il Quirinale comincia il giro di consultazioni con una sola certezza: «Il presidente farà tutto il possibile per evitare un altro scioglimento delle Camere».

La Repubblica 20.03.13