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"Il patto indecente del Pirellone", di Roberto Rho

Che quello tra Pdl e Lega Nord, sul piano nazionale e ancor più in Lombardia, sia un (altro) matrimonio di convenienza è risultato fin dal principio chiaro a tutti. È perfino esplicito nelle varie occasioni in cui i nuovi dirigenti del Carroccio lo hanno speso come il motivo per cui l’alleanza – indigesta alla base del partito – andava necessariamente rimessa insieme, come il mezzo che giustifica il fine supremo della conquista, con la Lombardia, dell’intero fronte del Nord. Ma ciò che questa campagna elettorale ha progressivamente dispiegato è qualcosa di più e di peggio: quella tra la Lega e il Pdl, tra Maroni e Formigoni, cioè il “pezzo” del Pdl che in Lombardia ha governato per oltre tre lustri, è più di un’alleanza elettorale: è un patto indecente. Che, se mai fosse suggellato dai risultati elettorali, garantirebbe la sopravvivenza di entrambi. Della leadership tremebonda, e ora anche sfregiata dall’inchiesta sui vertici di Finmeccanica, di Maroni, che nella partita lombarda si gioca tutto: il futuro della Lega – se perde in Lombardia destinata a un declino probabilmente irreversibile – e quello suo personale. Difficile resistere con il suo manipolo di fedelissimi alla prevedibile smania di rivincita dei bossiani, ancora forti in Veneto, e di tutti coloro che gli intesteranno l’errore strategico dell’alleanza con Berlusconi e Formigoni.
Ma il patto indecente garantirebbe anche la sopravvivenza, se non del Formigoni politico, quantomeno dell’imponente sistema di potere che ha penetrato fin negli angoli più remoti l’istituzione pubblica e tutti i settori dell’economia che da essa dipendono: la sanità, i trasporti, l’edilizia, la formazione professionale, i servizi più o meno avanzati, dal facility management all’informatica. Quell’apparato di potere che ha prodotto, negli anni, la progressiva degenerazione in episodi ripetuti di commistione tra interessi pubblici e privati, fino alle turbative d’asta, al peculato, alla corruzione.
Come si è arrivati al patto indecente è storia di queste settimane. Colui che in origine avrebbe dovuto sottoscriverlo con Formigoni non era Maroni, ma Gabriele Albertini. Il Celeste per settimane ha ripetuto ossessivamente che Albertini era il candidato, anzi il vincitore certo, e che mai e poi mai la Lega – causa della sua caduta – avrebbe fatto parte del futuro governo della Lombardia. Non aveva fatto i conti con Berlusconi e con la sua necessità imprescindibile di un nuovo accordo con la Lega. Formigoni, costretto a un’inversione di 180 gradi, ha spregiudicatamente rinnegato nel giro di tre giorni il sodalizio con Albertini e si è dedicato alla costruzione meticolosa del patto indecente con Maroni.
Ha deglutito senza apparenti scompensi gastrici la polpetta dello slogan sul 75% delle tasse trattenute in Lombardia – l’unica idea della Lega – ha scritto di suo pugno il programma di Maroni nelle parti che incrociano gli interessi di Cl e della Compagnie delle Opere – sanità, dote scuola, famiglia – ha portato per mano Maroni nella redazione del settimanale d’area, Tempi, al quale il leader dei barbari sognanti ha scritto una lettera che pare ispirata dall’ufficio stampa della Cdo: tutto un fiorire di espressioni come “sostegno alla natalità”, “sussidiarietà”, “la nostra comune visione dove al centro ci sono l’uomo e la comunità”.
Poi Maroni, in disgraziata coincidenza temporale con la notifica della chiusura delle indagini su Formigoni, sul direttore generale della Sanità Carlo Lucchina, sul braccio destro del governatore Nicola Sanese, sui faccendieri e gli altri membri della cricca del Pirellone, ha annunciato che il suo assessore alla Sanità sarà Mario Melazzini. Fedelissimo del Celeste, già vice di Lucchina nelle stanze dove si cucinavano le delibere “tailor made” per San Raffaele e Maugeri, nonché assessore alla Sanità dell’ultima giunta Formigoni. E infine ieri, dopo qualche comprensibile titubanza, Maroni ha finalmente garantito che in caso di vittoria Formigoni continuerà a girare il mondo nelle vesti di commissario generale per l’Expo, portandosi appresso le accuse di corruzione e associazione a delinquere che gli sono mosse dalla Procura di Milano.
Difficile immaginare Maroni folgorato e caduto da cavallo sulla via di Damasco. Più agevole intravedere dietro lo scambio di cortesie tra i due ex cordiali antipatizzanti il disperato bisogno l’uno dell’altro. Per far sopravvivere se stessi, il sistema perverso che si regge sull’appartenenza invece che sul merito e la conseguente ragnatela di rapporti, di affari, probabilmente – se hanno ragione le Procure – di malaffare. Questa è la musica che suonano insieme le due anime della destra in Lombardia. Questo è il rischio che la Lombardia corre se, dopo 18 anni, non sarà capace di voltare finalmente pagina. Come suggerisce il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, in questa sinfonia i solisti non sono destinati al successo: non una sola nota va dispersa, lo spartito del cambiamento non ammette assoli o divagazioni.

La Repubblica 14.02.13

Bersani: saremo noi a tagliare gli sprechi «Grillo è come il Cav», di Andrea Carugati

Napoli, Caserta, Benevento, Avellino. Pier Luigi Bersani continua il suo tour nel Mezzogiorno. Ieri tappa in Campania, dove i temi chiave della campagna elettorale Pd, lavoro e legalità, sono particolarmente caldi. Il leader Pd cerca di tenersi alla larga «dai politicismi», dal risiko delle alleanze, dai quotidiani attacchi di Monti a Vendola e al Pd. Prende di petto, invece, la destra, la Lega, i populismi. A partire da Grillo. «Lui ha nominato i deputati al pari di Berlusconi, bisogna tenere ben presente come è organizzato quel movimento. In Sicilia Grillo offre mille euro a tutti per tre anni, somiglia a quell’altro che propone di abolire l’Irpef, dice via l’Irap e promette quattro milioni di posti di lavoro. Sarebbe inimmaginabile venire a patti con lui». E ancora: «Il Pd è il contrario del populismo dove c’è sempre qualcuno che suona il piffero e il popolo deve andargli dietro. Che si chiami Grillo o Berlusconi, il meccanismo del populismo è quello. Noi non siamo così, noi siamo per la libertà della gente che sceglie qualcuno finché tocca a lui. E poi si cambia».
LA SFIDA A GRILLO
L’obiettivo di questi ultimi giorni di campagna elettorale è polarizzare la sfida tra Bersani e Berlusconi: «Qui vince uno solo, chi arriva primo. O vincono la destra e il leghismo o vinciamo noi», è il messaggio che lancia ai tanti indecisi, e in particolare a chi è tentato dai 5 stelle, a chi vorrebbe interpretare questo voto come uno «sfogo» contro il sistema. «Noi possiamo offrire una possibilità di cambiamento serio a tutte queste persone», non fa che ripetere Bersani. «C’è tanta gente che è ancora disposta a riflettere». Lo faremo, spiega, «senza raccontare favole», ma puntando anche su quei temi come la sobrietà e i costi della politica che tanta presa fanno sull’elettorato mobile. La sfida a Grillo è aperta. E sarà uno de leit motiv di questi ultimi giorni di campagna. Per ricordare agli indecisi che col voto al comico non si va da nessuna parte.
MENO SOLDI AI PARLAMENTARI
Di qui l’idea di lanciare alcune proposte, prima del 24 febbraio. Di annunciare che il prossimo governo, nei primi 100 giorni, si farà sentire su temi come lo stipendio dei parlamentari, quelli dei manager pubblici, la pletora dei cda. «Non c’è ragione per cui un parlamentare guadagni più di un sindaco di una grande città», è una della convinzioni che il leader Pd ripeterà anche in questi giorni. Numeri alla mano, si tratta di un tetto intorno ai 5000 euro, meno della metà delle retribuzioni attuali degli onorevoli. «Guardate, mi hanno consigliato di spararle grosse anch’io, ma ho resistito alle pressioni», ha detto ieri sera ad Avellino. «Così come Berlusconi non può rinunciare a raccontare balle, noi non possiamo rinunciare a dire la verità». Tra queste verità, ci sarà anche un impegno diretto «del governo» a ridurre i costi della politica.
Ma una stoccata a Berlusconi non può mancare: «Vuole restituire dei soldi? Cominci coi 4,5 miliardi delle quote latte, dai 4 miliardi di Alitalia e dai 4 mancanti dal condono tombale 2002. Sono 3 volte l’Imu. Ma li deve tirare fuori di tasca sua».
Nel merito delle proposte, il leader Pd ribadisce che sull’Imu «si può fare un’operazione intorno ai 2,8 o tre miliardi di euro per ottenere uno sgravio a favore dei ceti popolari», mentre «si potrebbe caricare qualcosa in più sui grandi patrimoni immobiliari, senza fare Robespierre». «L’idea della non pignorabilità della prima casa e del luogo di lavoro va salvata: nel settore della riscossione, per intenderci Equitalia, sono d’accordo che un bene produttivo non venga pignorato e credo che si possa fare qualcosa di preciso anche per ottenere una moratoria sulla rateizzazione dei mutui», ha detto in un’intervista al Mattino di Napoli.

L’Unità 14.02.13

"Lega, Orsi, missili, fregate. Maroni dottor Stranamore trema, Bossi gode", di Francesco Lo Sardo

Bossi le navi militari. Maroni gli aerei da guerra. «Non c’è coinvolgimento mio né della Lega – tuona il nuovo capo leghista finito sulla graticola del “caso” Orsi – sono insinuazioni che chi ha fatto pagherà caro». Resta il fatto che l’insospettabile passione marinara del Senatùr portò l’ex autista e cassiere bossiano Francesco Belsito, in quota Lega, dal cda fino alla carica di vicepresidente di Fincantieri, colosso della cantieristica che con Finmeccanica progetta, realizza e vende fregate e simili. Mentre l’amicizia con Maroni avrebbe pesato molto nell’ultimo tratto di scalata di Giuseppe Orsi – il presidente di Finmeccanica arrestato martedì – da ex ad dell’Augusta Westland col cuore a Varese e poi di Finmeccanica fino al vertice del colosso italiano che produce armi, aerei, elicotteri e satelliti. è del 1 dicembre 2011, data della nomina a presidente pochi giorni dopo la nascita del governo Monti, l’intercettazione in cui Orsi ringrazia Bobo: « (…) se non c’è Maroni a fare l’ultimo miglio, col cavolo che io qua c’ero». Quel giorno «il cda ha deciso di togliermi i poteri e passare le strategie a Orsi», racconta ora Guarguaglini, l’ex presidente all’epoca indagato per false fatturazioni e recentemente prosciolto: dal 2002 “re” di Finmeccanica, sostenuto da Gianni Letta ma finito nel mirino di Tremonti e della Lega. Del cui affetto per la Rai si sa, quindi sotto a piazzare amici e fedelissimi; e poi ci sono le banche, attraverso le fondazioni. Ma ci voleva l’affaire Orsi per individuare il terzo oggetto del desiderio del Carroccio: l’industria bellica. Lontano dagli occhi della base, lontano dal cuore. Che la produzione di cacciabombardieri e portaerei c’azzecchi poco con la vocazione territoriale della Lega e col fantomatico ideale della Padania è secondario. Chi tocca Finmeccanica in Lega finisce male, ama dire Massimo Dolazza, leghista della prima ora, ex senatore, mai più ricandidato. Così coerentemente la Lega si fa anche paladina della produzione degli F35: «Nessun taglio se ci sono ricadute sull’occupazione del nord», è la linea di Maroni. Sua moglie, la signora Emilia, che come Bobo conosce bene Orsi, è dirigente Aermacchi, gruppo Finmeccanica, poi fusa con la più grossa Alenia trasferendo la testa della società dal sud a Venegono (Varese): trasloco di cui si diede una lettura politica pro-leghista e che provocò interrogazioni e polemiche. Così Bossi, che piazzava i suoi in Fincantieri mentre Bobo coltivava le relazioni con Orsi, adesso si gode lo spettacolo del ramazzatore in difficoltà. Pari siamo, è il messaggio che lancia insieme a propositi di vendetta: «Quando eravamo sotto attacco dei giudici ho dato le dimissioni per aiutare la Lega. Ma altri hanno pensato di avere il via libera per cacciare gli altri. Non va bene così». Perciò, dopo le elezioni, si ricandiderà a segretario.

da Europa Quotidiano 14.02.13

L’Italia giusta: Università e ricerca per ripartire

1. Da dove partiamo? Molte ombre e qualche luce nei dati sull’università italiana.
I tagli alla radice della crisi. L’Italia spende 4.9% del PIL in istruzione contro una media OCSE del 6.2% e UE-21 del 5.9%. In istruzione universitaria investiamo poco più della metà della media UE (-0,8% contro 1,3%). Tra il 2009 e il 2013 -13% del finanziamento statale. Negli ultimi 20 anni istruzione e ricerca sono le uniche voci del bilancio pubblico scese drasticamente (-5,4%). Una scelta inspiegabile per la strategia di crescita culturale ed economica di un paese avanzato, adottata senza alcun confronto pubblico e senza che né i cittadini né il Parlamento si siano espressi in tal senso.

La fuga dall’università. Dal picco di 338.482 (2003-2004) immatricolati, siamo crollati a 280.144 (2011-2012), con un calo del 17%. Solo nell’ultimo anno, i diplomati che si iscrivono all’Università sono calati del 10%. Per laureati nella fascia di età 25-34 anni l’Italia è al 34° posto su 37 paesi OCSE. La Strategia Europa2020 prevede entro il 2020 il 40% di laureati nella fascia 30-34 anni (siamo intorno al 20%, contro una media UE vicina al 35%) e la dispersione scolastica sotto il 10% (Italia: 19%, con punte molto più alte nel Sud e nelle isole; media UE 14%). Nel 2011 il governo Berlusconi, nel PNR, si è posto invece obiettivi minimi (26-27% di laureati, 15-16% di dispersione scolastica), che ci porterebbero nel 2020 a essere indietro addirittura rispetto ai dati europei del 2010.

Tasse alte, diritto allo studio allo stremo. L’Italia coniuga tasse molto elevate (terza in Europa dopo UK e Paesi Bassi, che però vantano una spesa per studente quasi doppia) e il peggior sistema di diritto allo studio. Ottiene una borsa di studio solo il 7% degli studenti, con 258 milioni di euro di fondi pubblici, contro il 25,6% della Francia (1,6 miliardi), il 30% della Germania (2 miliardi) e il 18% della Spagna (943 milioni). In 5 anni il nostro dato è calato (-11,2%), mentre è aumentato negli altri paesi (Francia +25,9%, Germania +18,6%, Spagna + 39%). Il diritto allo studio per i meritevoli è negato dallo scandalo italiano degli idonei senza borsa, che evidenzia drammaticamente la distanza tra Nord e Sud: nel 2010/2011, dei 181.312 studenti aventi diritto a una borsa di studio hanno avuto la borsa solo in 136.222: più della metà degli aventi diritto non beneficiari di borsa sono nel Mezzogiorno.

Calo dei docenti, fuga dei cervelli. Dal 2009 al 2012 -10% di docenti e -10% di personale tecnico e amministrativo, nonostante l’Italia abbia un rapporto tra docenti e studenti inferiore alla media UE. L’Italia è 18a su 20 Paesi OCSE per rapporto fra ricercatori e occupati (metà della media). La classe docente italiana è la più anziana d’Europa: oltre il 22% ha più di 60 anni, contro il 6,9% in Spagna, l’8,2% in Francia, il 10,2% in Germania; solo il 4,7% dei docenti ha meno di 34 anni, contro il 31,6% in Germania, il 22% in Francia e il 19% in Spagna. I giovani laureati che abbandonano l’Italia sono più che raddoppiati dal 2002 al 2011 (ISTAT).

Dati positivi da cui ripartire. I ricercatori delle nostre Università sono tra i più produttivi: siamo 7° nel mondo per citazioni su SCOPUS; 8° per produttività di articoli scientifici; nella classifica SCImago, ben 57 università statali italiane sono sopra la media mondiale per produzione scientifica.

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2. Il nostro impegno: invertire la rotta.

L’ultima legislatura è stata drammatica per l’università e la ricerca, sempre considerate come fonti di risparmio, mai come i luoghi nei quali si costruisce e sedimenta la crescita culturale, economica e sociale del Paese. Termini come “eccellenza” e “merito” sono stati usati come armi contundenti da una propaganda che non è entrata nel merito dei problemi. Si è registrata una preoccupante continuità di legislatura sull’obiettivo dichiarato di indebolire il sistema pubblico dell’istruzione superiore, ritenuto (in modo oggettivamente falso) troppo dispendioso, troppo diffuso territorialmente e inefficiente. Si è aumentato il carico burocratico, a tutti i livelli, senza mai dare una prospettiva politica sul futuro del sistema dell’istruzione e della ricerca, e, di conseguenza, del Paese. L’umiliazione sistematica delle istituzioni della conoscenza pubblica è in contraddizione con la Strategia Europa2020 e ha già contributo in modo decisivo alla crisi specifica del nostro modello di sviluppo, che precede la crisi internazionale. Il metodo italiano ha ignorato la risposta prevalente alla crisi nei paesi avanzati, in cui proprio gli investimenti in università e ricerca sono stati salvaguardati o addirittura aumentati. Insomma, abbiamo assistito a un’illustrazione pratica della formula attribuita a Derek Bok, già presidente di Harvard: “Se pensate che l’istruzione costi, provate l’ignoranza”.

All’Università italiana serve un cambiamento radicale, nella cultura, nel modello di riferimento, nel metodo di organizzazione e di attuazione delle scelte politiche, nel rapporto tra università, impresa e ricerca. È ormai chiaro che il compimento dello sciagurato disegno Tremonti-Gelmini, completato – anche con provvedimenti dell’ultim’ora adottati in modo del tutto inopportuno a Camere sciolte e in regime di ordinaria amministrazione – dall’azione del governo Monti, affossando l’Università italiana colpisce al cuore le prospettive di futuro del Paese. Dobbiamo partire da una grande azione pedagogica per ricostituire la fiducia tra gli italiani e la sua università, perché per un Paese che non “ama” la sua università, ma la disprezza e irride, non c’è alcuna speranza di sviluppo duraturo. Oltre che ingiusto, è semplicemente stupido credere che l’istruzione non debba più rappresentare una formidabile occasione per la mobilità e dunque la giustizia sociale. L’assenza di investimenti in istruzione e ricerca è la migliore garanzia per l’impoverimento collettivo e la migliore difesa per le rendite. Mario Draghi l’ha detto con chiarezza: “Una buona istruzione incide sulla efficienza delle imprese, pone le condizioni affinché il processo di selezione concorrenziale degli imprenditori più innovativi, più adatti a sospingere lo sviluppo economico, si dispieghi senza i freni esercitati da diritti di casta e da posizioni di rendita” (“Istruzione e crescita economica”,Lectio Magistralis all’Università di Roma La Sapienza, 9/11/2006).

La nostra idea dell’istruzione non è neutra, ma rientra in una scelta di campo netta: quale sia il futuro del modello sociale europeo, legato all’estensione dei diritti sociali in un’Unione in grado di competere come realtà economica avanzata e coesa, o al contrario alla divisione della società per faglie di reddito impermeabili, che usufruiscono dei servizi pubblici privatizzati secondo la loro disponibilità materiale. L’aumento della tassazione universitaria, ad esempio, si nasconde dietro un’apparente ragionevolezza, ma persegue senza dubbio la seconda soluzione. All’ideologia che intende cancellare il ruolo dell’università per lo sviluppo del Paese e per la trasmissione di cultura ed esperienze, restringendola a mero servizio individuale acquistato dagli studenti per l’arricchimento personale, contrapponiamo quella di un bene pubblico universalistico, che deve essere effettivamente alla portata di tutti i “capaci e meritevoli”, a prescindere dalla loro condizione economica e sociale. Proprio partendo dagli obiettivi europei, dobbiamo intenderci: l’università che forma un amplissimo numero di laureati, quasi la metà della popolazione, non è più la stessa di appena venti anni fa. Non è riservata a un’élite, ma contiene diverse funzioni, che devono concorrere armoniosamente all’organizzazione complessiva di un nuovo sistema, ampio, articolato e differenziato, legato a grandi scelte nazionali.

La nostra prospettiva è chiara: proponiamo un modello europeo continentale. La tassazione va ridotta, non aumentata, puntando a una maggiore progressività. Il diritto allo studio è la base di una mobilità capace di affrontare la questione sociale, e va ridotto sensibilmente il carico burocratico, portando in cattedra docenti più giovani. Per prendere sul serio la “terza missione”, dobbiamo evitare di confinare alla parola magica della governance l’articolazione del tema, ben più ampio, del rapporto tra università-impresa, che attualmente viene visto da entrambi i partner in modo utilitaristico, e non finalizzato al risultato, e ha bisogno di maggiore trasparenza.

Oltre al “costo dell’ignoranza”, bisogna avere ben presente il “costo del centralismo” e abbandonare l’approccio iper-burocratico che ha azzoppato l’autonomia, per riportare il Ministero a una logica di promozione e valutazione del pluralismo, dotandolo di competenze adeguate. Il ruolo dell’ANVUR va ripensato a fondo: la sua funzione deve essere chiarita, limitata e riportata a quella riservata a realtà simili nelle esperienze internazionali. L’ANVUR non può essere utilizzata per sostituire governo e Parlamento nell’adozione delle decisioni strategiche sul sistema universitario.

Ispirandoci a lavori come i green paper e white paper del mondo anglosassone o il Rapporto Le Déaut in Francia, per dare una prospettiva generale, superare un atteggiamento ministeriale da “torre d’avorio” e intraprendere un approccio basato su studio, conoscenza dei dati reali del sistema universitario, e su processi di riforma aperti alla partecipazione e alla consultazione pubblica, entro i primi quattro mesi di governo presenteremo un Libro Bianco per l’Università e la Ricerca, che conterrà linee d’azione e tempi di attuazione della politica del centrosinistra nella prossima legislatura.

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3. Le nostre proposte

1) Riportare gli studenti all’università: più borse, meno tasse. Contrastare la “fuga dall’università” è il primo impegno politico per il governo del sistema. Scuola e università sono i luoghi della nuova questione sociale: oggi solo il 10% dei giovani italiani con il padre non diplomato riesce a laurearsi, mentre sono il 40% in Gran Bretagna, il 35% in Francia, il 33% in Spagna. Serve un “diritto allo studio mobile”, per rendere le scelte degli studenti uno degli elementi per la valutazione e per l’assegnazione delle risorse (ad esempio attraverso l’introduzione di un costo standard per studente). Per questo, serve un sistema di diritto allo studio e di orientamento già nella scuola secondaria superiore.

A livello operativo, è essenziale trasformare il “fondo per il merito” tremontiano in uno strumento di supporto al nuovo sistema nazionale del diritto allo studio, con la realizzazione di un Programma nazionale per il merito e il diritto allo studio, finanziato con 500 milioni (per i primi anni tratti in larga parte dal Fondo ordinario per l’università, riportato alla sua dotazione precedente agli ultimi tagli), che affianchi gli interventi regionali (su cui è necessario adeguare il livello essenziale delle prestazioni). Fatti salvi i criteri di merito, il mantenimento dell’assistenza è legato alla regolarità negli studi. Per realizzare il dettato costituzionale, occorre un welfare studentesco che vada incontro a tutti i bisogni della popolazione universitaria, per incoraggiare le immatricolazioni ed abbattere la dispersione. Occorre inoltre individuare strumenti per conciliare studio e lavoro, definendo in modo chiaro la categoria degli studenti part-time, ai quali deve essere data adeguata ponderazione sui requisiti di valutazione della performance didattica degli Atenei ai fini della quota premiale.

La riduzione delle risorse non può certo essere compensata con aumenti della tassazione studentesca: al contrario, la tassazione deve essere riportata nella media dell’Europa continentale. Ciò significa ridurre decisamente le tasse universitarie e ristabilire il limite del 20% rispetto al FFO, intaccato dal governo Monti. La tassazione, inoltre, deve essere maggiormente progressiva e più omogenea territorialmente.

Le proposte: programma nazionale per merito e diritto allo studio, e standard più elevati per sistema del diritto allo studio regionale; riduzione delle tasse universitarie.

2) L’università al servizio degli studenti. Serve maggiore integrazione tra le politiche scolastiche e universitarie, attraverso l’orientamento, con l’ultimo anno di scuola superiore finalizzato alla scelta per l’università e per la formazione professionale: con investimenti mirati sui diplomandi, sulle famiglie, e soprattutto sui professori delle scuole superiori con ore dedicate, pre-test e un adeguato materiale informativo nazionale. Studiare non è inutile: i laureati hanno migliori opportunità lavorative e salari più elevati, ma la diminuzione negli ultimi 20 anni dei rendimenti dei titoli di studio ha generato una caduta delle aspettative nell’istruzione. Per invertire la tendenza, serve una politica complessiva istruzione-lavoro: un’azione congiunta e di lungo periodo sugli aspetti curricolari (le “nozioni” e capacità apprese durante gli studi), i servizi di job placement, gli uffici del lavoro, il sistema produttivo e il sistema di formazione continua, da ripensare nelle sue declinazioni regionali. Proponiamo la creazione di Poli per l’Istruzione Tecnica Superiore per tenere insieme istruzione tecnica e professionale, formazione professionale terziaria (sistema integrato), imprese, università e mondo della ricerca.

Quanto al valore legale del titolo di studio, piuttosto che la sua generica abolizione – priva di senso concreto, data la necessità di collegare lo svolgimento di determinate professioni o l’accesso all’impiego pubblico all’acquisizione di un titolo, nonché la discriminazione sociale e territoriale che essa determinerebbe, considerando l’impossibilità di esercitare il diritto alla mobilità studentesca – proponiamo di eliminarne l’uso distorto ove esso opera, ovvero nella PA.

Le proposte: potenziare orientamento; poli per l’istruzione tecnica superiore; titoli con valore legale da università accreditate, eliminando uso distorto e laureifici.

3) L’università al servizio dell’Italia. L’università che risponde alle esigenze dell’Italia non può basarsi sull’imposizione dall’alto di un unico modello, perché ha diverse funzioni sociali: eleva il livello di istruzione di base, migliora il capitale umano, trasmette la cultura e la memoria, prepara per il mondo del lavoro, accompagna i processi di revisione e innovazione del sistema produttivo, attrae talenti, forma la classe dirigente. La presenza diffusa sul territorio nazionale del primo ciclo formativo risponde all’esigenza di Europa2020 (40% di cittadini con titolo di studio universitario), ma i percorsi successivi dovrebbero rispondere a criteri rigorosi: l’articolazione virtuosa e dinamica dei compiti tra università e entro le università non va intesa come una segregazione tra atenei di serie A e atenei di serie B, ma come la necessità di garantire chiaramente la qualità delle attività e dei servizi. Serve un coordinamento macro-regionale dell’offerta formativa e delle attività di ricerca, coerente con la specializzazione dei territori.

Le proposte: università diffusa sul territorio e articolata nelle sue funzioni, con garanzia di qualità; coordinamento macro-regionale dell’offerta formativa e della ricerca.

4) Riaprire l’università a nuovi giovani docenti, con regole semplici e percorsi rapidi. Dopo l’emorragia dei docenti degli ultimi anni, su reclutamento e carriere realizzeremo le proposte avanzate coerentemente nel corso dell’ultima legislatura. Tre sono le questioni principali: a) rimuovere gli attuali vincoli al turn-over e completare rapidamente il piano associati, perché la paralisi nel reclutamento ha portato a un blocco complessivo del sistema; b) superare il circuito vizioso della precarietà e dell’incertezza; c) massima rigidità e vigilanza sulle attività gratuite nell’università, perché il lavoro all’università deve essere retribuito e svolto in modo dignitoso.

Partiremo dalla semplificazione delle figure pre-ruolo, concentrando tutti i post-doc in due tipologie: a) un Contratto unico di ricerca, con garanzie assistenziali e previdenziali; b) professori junior in tenure track, con proporzioni certe per l’ingresso in ruolo. Per gli strutturati, si adotterà il ruolo unico della docenza articolato in due fasce. Investiremo sulla mobilità, estendendo progressivamente l’efficacia delle disposizioni anti inbreeding, per impedire lo svolgimento di tutta la carriera sempre nella stessa sede. Proporremo bandi nazionali per posizioni post-doc e di tenure track che offrano ai vincitori il budget e i fondi, lasciando loro la possibilità di scelta dell’ateneo in cui svolgere l’attività (escluso l’ateneo di origine). Pensiamo, infine, a un sistema di controllo e all’introduzione di limiti per il part-time, e all’ancoraggio al beneficio dell’università delle attività libero-professionali dei docenti, come avviene in molti altri paesi.

Proposte: Stop al precariato con contratto unico di ricerca; regole chiare e accesso rapido alle carriere con professori junior in tenure track; ruolo unico di docenza; mobilità dei docenti; bandi nazionali per post-doc e tenure track; controlli e limiti per il part-time; beneficio per l’università dai proventi delle attività esterne dei docenti.

5) La bussola Erasmus, per un’università europea. Il programma Erasmus in Italia coinvolge solo l’1% degli studenti, metà della media europea, al Nord il doppio che al Sud. Puntiamo a far sì che in 5 anni si passi da 20mila a 100mila studenti Erasmus all’anno (attraverso sgravi fiscali per le famiglie, riconoscimento dei crediti, scambi di ospitalità). Dal diploma alla ricerca del lavoro il Mezzogiorno perde circa 40 diplomati su 100: proponiamo l’utilizzo dei fondi strutturali UE per il sostegno di percorsi Erasmus e “Master and back” (studio all’estero e contributi a costo occupazione per 2 anni nelle regioni d’origine).

Erasmus significa anche ricercatori europei. È essenziale cambiare paradigma, anche a livello legislativo: dalla “fuga” alla “circolazione” dei cervelli. L’Italia non deve puntare sui giovani “perduti” che “devono” tornare, ma sull’accoglienza dei talenti di qualsiasi nazionalità. Tra le nostre proposte (nel dettaglio qui in appendice) valorizzare in sede concorsuale insegnamento e ricerca all’estero, incentivi agli insegnamenti in lingua straniera, bandi nazionali per la fase post-doc (con possibilità di scegliere in autonomia l’ateneo presso il quale svolgere la propria attività) rivolti anche a studiosi stranieri, equipollenza e riconoscimento dei titoli all’estero per i titoli accademici, attivazione di un sistema di “cattedre parziali”, nell’ambito del quale sia possibile assegnare a studiosi (italiani e stranieri) che insegnano presso università straniere una parte variabile di una cattedra. È poi essenziale rendere più flessibile il sistema dei compensi, con basi retributive adeguate per tutte le attività post-doc e incremento della parte variabile della retribuzione dei docenti strutturati.

Proposte: forte potenziamento programma Erasmus, soprattutto nel Mezzogiorno; programmi Master and Back; azioni per attrazione di ricercatori italiani e stranieri.

6) Cambiare la legge Gelmini, verso l’autonomia responsabile. L’università italiana viene da anni di assurdo stress normativo. Abbiamo contrastato in ogni modo la legge Gelmini per due ragioni principali: era funzionale a rendere strutturali le manovre di definanziamento di Tremonti (accentuando così la “fuga dall’università”), e sottraeva agli atenei qualsiasi autonomia, oltre a non dare regole chiare e garanzie di diritti a studenti e ricercatori. Il risultato, dopo oltre due anni in cui le università, prive delle risorse per ripartire e, spesso, per sopravvivere, hanno dovuto affrontare una pletora (quasi cinquanta) di decreti ministeriali e legislativi, è la sostanziale sparizione dell’autonomia universitaria. Per questo, nel primo anno di governo, riteniamo indispensabile una profonda revisione della legge Gelmini: in particolare, interverremo sulla governance degli atenei (che deve presentare un maggiore bilanciamento dei poteri nella chiarezza delle responsabilità), sul reclutamento, sul contrasto del precariato, sul necessario superamento del centralismo ministeriale, dell’ossessione burocratica e della pesantissima “tutela” del Ministero dell’Economia. L’obiettivo, spesso dichiarato e mai perseguito realmente, è una vera ed effettiva autonomia responsabile nell’ambito di un sistema universitario fondato sul dinamismo, la cooperazione e la coesione. Le linee specifiche di intervento saranno contenute nel Libro bianco che presenteremo al Parlamento un Libro entro i primi tre mesi di governo.

Proposte: più azione di governo, riduzione del peso normativo; modifiche profonde a Legge Gelmini per vera autonomia responsabile degli Atenei; Libro Bianco su azioni per il cambiamento del sistema universitario entro 4 mesi dall’insediamento del governo.

7) Aumento delle risorse pubbliche, ma non solo: per stare in Europa. Non è possibile perseguire ancora l’illusione di “riforme senza risorse”. Gli investimenti in università e ricerca devono essere aumentati, con l’obiettivo di fondo di una graduale convergenza verso la media UE (se possibile, entro la legislatura). La ricerca ha già pagato pesanti costi di aggiustamento, mentre, oltre ai risparmi sull’interesse del debito, le risorse per crescere devono essere trovate nella “revisione intelligente” delle voci di spesa pubblica aumentate dal 1990 a oggi.

Riteniamo opportuno assegnare quote crescenti del FFO in base a criteri valutativi come proponevamo nel confronto parlamentare sulla L. 240: l’obiettivo è portare gradualmente fino al 50% le risorse assegnate a dipartimenti e atenei in base a specifici parametri (numero di studenti, valutazione di ricerca e didattica, contemperati da obiettivi di coesione del sistema, impatto della formazione). Ma gran parte degli atenei utilizza il 90% e oltre del proprio FFO per il pagamento degli stipendi e per altre spese incomprimibili di minore entità (come bollette e manutenzioni). Per questo, il primo obiettivo è ripristinare le risorse del FFO del 2012, rimediando al taglio di 300 milioni operato dal governo Monti, al quale ci siamo opposti invano.

Inoltre, non ha senso parlare di progetti bandiera ottenuti sottraendo risorse dal FFO in modo incoerente e senza un piano definito: i progetti bandiera devono essere finanziati con risorse aggiuntive e stabiliti secondo le priorità attribuite da Parlamento e governo.

La European University Association (EUA) ha ribadito che incrementare e diversificare le fonti di reddito costituisce un fattore di successo cui le università europee devono puntare. Il percorso non è l’aumento della contribuzione studentesca, ma un lavoro adeguato sulla revisione del sistema fiscale, sull’utilizzo delle risorse europee dei Fondi Strutturali, su un nuovo e adeguato regime giuridico per incentivare i contributi privati, sui finanziamenti derivanti dall’attività di ricerca e dalle attività esterne dei docenti.

Proposte: ripristino FFO 2013 a livelli dell’anno precedente; riattivazione investimenti nell’università, verso media UE; criteri trasparenti per assegnazione risorse agli Atenei; interventi per favorire la diversificazione delle fonti di finanziamento.

8) Valutazione, accreditamento, qualità e progetti di ricerca: semplicità vs burocrazia. Perché il sistema universitario fruisca al meglio dei benefici della valutazione e le procedure di accreditamento assicurino la qualità delle strutture accademiche, occorre un bilancio rigoroso della prima applicazione delle norme che disciplinano questi processi. Le competenze dell’ANVUR, che non hanno pari nel mondo occidentale e ne fanno ormai l’attore fondamentale del governo del sistema, devono essere ricondotte a quelle di agenzia tecnica, basata su uno staff professionale ed esperto in valutazione, con il compito di “tradurre” tecnicamente gli indirizzi delle politiche di governo. Dunque, escludendo una miriade di micro-competenze, l’Agenzia deve esercitare solo i compiti connessi con la valutazione della ricerca e la gestione dell’accreditamento della didattica, senza generare inutili appesantimenti burocratici. Quanto alle procedure di accreditamento, occorre valutare l’impatto generato dalla riduzione delle risorse sulla sostenibilità delle strutture: l’obiettivo è che il sistema, nel suo complesso e nella sua articolazione territoriale e disciplinare, non subisca una riduzione dell’offerta formativa per l’operare congiunto di calo delle risorse e applicazione dei criteri definiti, da ultimo, con un provvedimento adottato dal governo Monti. In ogni caso, massimo rigore dovrà essere adottato per le università telematiche, a cui non dovranno essere destinati finanziamenti pubblici.

Alle persone dell’università, ai ricercatori, alle strutture accademiche, va garantito un “diritto alla semplicità”. Ciò vale anche per i progetti di ricerca: occorre intervenire per rimediare all’esperienza “kafkiana” cui sono costretti i nostri ricercatori nel rapporto con il MIUR e il MiSE per i progetti di ricerca. Nel breve termine, è necessario adottare gli strumenti di buon senso che caratterizzano il Settimo Programma Quadro dell’UE. Ad esempio: un solo portale per la documentazione e gli strumenti utili; presentazione delle proposte on-line senza bisogno di firme; privilegiare, durante la fase di valutazione della proposta, il contenuto tecnico-scientifico e l’impatto rispetto agli aspetti burocratici; l’anticipazione di una somma congrua del budget. Per l’elaborazione di modelli ancora più efficaci, è inoltre necessaria una migliore rappresentanza dell’Italia nei gruppi di lavoro dell’Unione Europea.

Proposte: ridefinire competenze e ruolo dell’ANVUR; accreditamento per la qualità del sistema, senza ridurre l’offerta formativa diffusa su tutto il territorio nazionale; nessun finanziamento pubblico alle università telematiche; europeizzazione e semplificazione delle procedure per i progetti di ricerca.

9) Un vero ruolo per il dottorato di ricerca. La riduzione delle borse di dottorato, calate del 25% negli ultimi 5 anni e di importo insufficiente, è, al contempo, un’ingiustizia e un errore strategico. Noi puntiamo a potenziare il dottorato, offrendo agli studenti meritevoli l’opportunità di frequentarlo e favorendone il collegamento a opportunità professionali e di ricerca. Il dottorato di ricerca è un’attività da svolgere a tempo pieno e con una dote finanziaria di base. Per questo siamo contrari ai dottorati senza borsa: è essenziale una borsa di dottorato, o – come accade in altri paesi – l’integrazione con altre forme di compenso legate ad attività didattiche o di tutoraggio/orientamento. E’ necessario evidenziare il ruolo del dottorato nella formazione di una nuova classe dirigente: nei concorsi pubblici, tra i titoli culturali e professionali un punteggio significativo deve essere riservato al dottorato di ricerca; con il programma “Eccellenze nelle PA” (MIUR/Funzione pubblica) vogliamo immettere gli studenti, selezionati attraverso valutazioni competitive all’ultimo anno di università, in percorsi di formazione per l’accesso come dirigenti e quadri nella PA Dobbiamo inoltre stimolare la formazione di dottorati industriali in collaborazione con le imprese.

Proposte: No ai dottorati senza borsa: dote finanziaria adeguata o altre forme di compenso; riconoscimento dei dottorati nei concorsi pubblici; programma “eccellenze nella PA”; dottorati industriali.

10) Portiamo l’Europa in Italia, con la ricerca. Proponiamo la creazione di un’Agenzia di programmazione e finanziamento della ricerca, che possa accelerare le procedure e vigilare sul rispetto dei tempi dei progetti, oltre a svolgere un’attività di road-mapping università-politica-impresa. L’Agenzia deve avere funzionari di livello adeguato, formati sulla ricerca internazionale.

Lo European Research Council ci indica il metodo migliore da adottare per valutare e finanziare la migliore ricerca, puntando sull’eccellenza scientifica e non sulle assurde regole attuali applicate nelle selezioni dei PRIN. Va inoltre recuperato il finanziamento della ricerca fondamentale, in campo scientifico, tecnologico e delle scienze umane. Proporremo programmi di ricerca industriale per incentivare l’investimento privato in ricerca, con defiscalizzazione degli interventi in ricerca e in attrezzature, e incentivi all’assunzione di dottori di ricerca qualificati nelle imprese. Occorre promuovere la creazione di start-up e favorire il loro collegamento con le grandi imprese, mettendo a disposizione strategie industriali e risorse adeguate.

Sugli enti pubblici di ricerca, è necessario superare le politiche di annuncio su razionalizzazioni “lineari”, effettuando piuttosto un esame delle attività svolte per una riorganizzazione che elimini le sovrapposizioni ed imposti le necessarie distinzioni e aggregazioni.

Per superare la frammentazione, occorre ragionare in un’ottica di Sistema nazionale di ricerca, e affidare la direzione delle politiche della ricerca alla Presidenza del Consiglio.

Proposte: Sistema nazionale della ricerca, e direzione delle politiche di ricerca alla Presidenza del Consiglio; Agenzia nazionale per la programmazione e il funzionamento della ricerca; defiscalizzazione per investimenti in ricerca e attrezzature; riorganizzazione degli enti pubblici di ricerca per evitare sovrapposizioni, duplicazioni, frammentazione.

www.partitodemocratico.it

"Imprese e sindacati: equità e merito per la formazione", di Massimo Franchi

Un documento d’intenti, fatto di impegni in buona parte generici. Ma che segna una svolta nei rapporti fra le parti sociali in aperta critica con la riforma del Lavoro.Ieri mattina nella sede della Luiss Businnes school, Confindustria e Cgil-Cisl-Uil hanno sottoscritto il documento «Una formazione per la crescita economica e l’occupazione giovanile». A meno di due settimane dalle elezioni le parti sociali chiedono al nuovo governo un impegno forte nel rapporto fra scuola e imprese. «È un fortissimo segnale di svolta culturale spiega Ivan Lo Bello, vicepresidente di Confindustria con delega all’education sindacati e imprese dimostrano che equità e merito possono andare di pari passo superando l’ostacolo delle possibilità economiche delle famiglie e delle reti relazionali con cui si va ancora avanti in questa Italia asfittica». Confindustria, Cgil, Cisl e Uil chiedono che «scuola,università e formazione professionale siano al centro del dibattito pubblico, invece sono tenute in scarsa considerazione nel corso di questa campagna elettorale».
Nelle otto pagine del documento per cui le parti si sono divisi divisi i compiti,si affrontano tutti i nodi del problema. Confindustria e sindacati partono dall’assunto che «ci sono state troppe riforme nella scuola» e che ora «servono risorse» per promuovere le pratiche più positive, come gli Istituti tecnici superiori (Its) e le Scuole di alta specializzazione tecnologica post-secondaria, i fondi interprofessionali, i poli tecnico-professionali. Al centro di questa visione c’è l’idea che le competenze sono un fattore di competizione e inclusione eche l’accesso alla formazione è fondamentale per la lotta alle diseguaglianze. Sui tirocini il punto di caduta trovato per rilanciarli è quello di allargarne l’uso (come chiesto da Confindustria) in cambio di regole certe e precise sull’utilizzo dei giovani nelle imprese. Sul tema del praticantato, strumento centrale e sostanzialmente fallito della riforma del lavoro Fornero, sindacati e imprese puntano sull’aspetto formativo e a «progetti di collaborazione per accrescerne il numero».Centrale in tutto il documento è il rapporto con il territorio. La firma da parte del documento è stata fatta dagli stessi «autori»: oltre a Lo Bello, l’altro vicepresidente di ConIndustria Alessandro Laterza e i segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil, Serena Sorrentino, Francesco Lauria e Guglielmo Loy.

L’Unità 14.02.13

L’Italia giusta, l’Italia pubblica al servizio dei cittadini

1. Modernizzare le istituzioni, innovare il sistema pubblico: una strategia per la prossima legislatura.
Circa 20 giorni all’anno sottratti al lavoro. È questo il tempo medio che i cittadini italiani trascorrono ogni anno all’interno degli uffici pubblici per “adempimenti burocratici”. I ritardi dell’amministrazione sono drammatici. Per un imprenditore si calcolano 76 giorni all’anno dedicati esclusivamente a pratiche amministrative. Complessivamente l’onere burocratico per le imprese ammonta a 26 miliardi l’anno. Diritti fondamentali come l’accesso a servizi sanitari, previdenziali, scolastici, tributari, della giustizia, sono vanificati o resi difficili da richieste di documenti che sono già in possesso delle amministrazioni, rimpallo di responsabilità, corruzione.

Vogliamo una Pubblica Amministrazione con cui il Paese possa tornare a crescere e ad essere competitivo, perché buone politiche pubbliche e buone istituzioni sono fondamentali per lo sviluppo, così come per la garanzia dei diritti e dei beni comuni.

Va riacquisita pienamente la consapevolezza che l’amministrazione è l’ossatura del Paese, l’infrastruttura portante del sistema economico e sociale e che è stato dannoso pensare che invece di curarla fosse opportuno colpirla, offenderla, metterla nell’angolo. Perciò è necessario riorganizzare finalmente le pubbliche amministrazioni, semplificandole, misurandone l’efficienza, valutandole, sanzionandole o premiandole a seconda delle performance, puntare sul ringiovanimento dei dipendenti, sull’innalzamento del livello professionale e tecnologico. Il rilancio della PA non è una piccola riforma di settore, da affidare al solo ministro della funzione pubblica. È una condizione essenziale per rilanciare l’Italia e la sua competitività, un compito da affidare al governo nel suo insieme, e in primo luogo al presidente del Consiglio. Anche per questo il nostro programma è una piattaforma complessiva, che coinvolge diversi approcci e diversi ambiti tematici. La pubblica amministrazione riguarda la semplificazione degli oneri burocratici per i cittadini e le imprese, la valorizzazione dei pubblici dipendenti e delle loro professionalità, la trasformazione dell’amministrazione in rete capace di assicurare trasparenza, innovazione e partecipazione. Riguarda la riduzione dei costi della politica così come la modernizzazione istituzionale e la compiuta realizzazione di un regionalismo cooperativo e solidale, sino agli essenziali temi della formazione, dell’università e della ricerca.

Non è più il caso di perdere tempo nell’evocazione e nella declamazione di grandi riforme, che nel recente passato hanno prodotto leggi rimaste in gran parte inapplicate o vanificate da altre norme contraddittorie, in una sorta di parossistica ricerca continua di un nuovo inizio. La recente politica dell’emergenza, infine, ha aggravato la situazione, con l’aumento l’incidenza della spesa destinata a funzioni di auto-amministrazione. Amministratori e funzionari sono sempre più impegnati nel rispettare regole e vincoli, a scapito dei servizi offerti.

La crisi e le conseguenti manovre (2011 e 2012) hanno introdotto nuovi vincoli burocratici e i tagli lineari stanno peggiorando i livelli qualitativi dei servizi. Un processo di accentramento più o meno dichiarato, in nome del controllo della spesa, emargina sempre più le autonomie locali – le più vicine ai cittadini – e riporta allo Stato, l’ente più lontano, l’intero potere di borsa.

Nella nuova legislatura, dunque, serve un programma che punti a cambiamenti strutturali e interventi mirati fin dai primi 100 giorni e che, sul modello di piani industriali differenziati per tipi di amministrazione, sia orientato all’efficacia dei servizi e non solo alla riduzione della spesa in quanto tale. Serve un processo di vera e radicale trasformazione dell’intero sistema, capace di incidere in profondità sulle strutture, sulle risorse, sulle logiche di decisione, di organizzazione e di intervento. Non nuove leggi, ma cambiamenti sostanziali delle prassi e dei comportamenti delle pubbliche amministrazioni da ottenere anzitutto con regole interne che agiscano con intelligenza sulle patologie del sistema, per rimuoverle.

Tutto ciò però non si può fare dall’alto, come mostra il fallimento degli ultimi decenni, ma solo con un coinvolgimento consapevole dei diversi livelli di governo e di chi vive e lavora nel settore pubblico.

2. Agile e cooperativa: l’amministrazione come rete di reti

Più snella e molto più operativa di quella attuale. Con porte e finestre spalancate, cioè aperta alla cooperazione/collaborazione con i cittadini, le loro associazioni, il sistema delle imprese, tutti gli attori sociali. La nuova amministrazione dovrà vivere come una rete connessa con le altre reti che segnano la società contemporanea: tecnologiche, istituzionali, professionali, formative.

Un’amministrazione che garantisca la necessaria universalità dei servizi, ma al tempo stesso sappia riconoscere e promuovere la diversificazione, la personalizzazione e l’adattamento dinamico all’evolvere dei bisogni. Perché la nostra è sempre più una società di diversi, con bisogni diversi e domande specifiche che chiedono d’essere ascoltate e esaudite.

Ciò comporta il superamento di una visione “verticale”, piramidale della PA, formata da tante entità separate tra loro che dovrebbero formare un “sistema”, per abbracciare la visione della rete, i cui nodi sono rappresentati dai vari soggetti istituzionali dislocati nei diversi livelli e nelle varie funzioni. Questi soggetti (si chiamino Stato, Regioni, Province, Comuni o società pubbliche e parapubbliche) devono collaborare tra loro secondo obiettivi condivisi, puntando sulle politiche che producono i beni essenzialiper la prosperità dei territori, la sicurezza delle comunità, il benessere dei cittadini. Devono assicurare a tutti l’accesso alle informazioni e garantire processi decisionali democratici e partecipati. Quest’idea radicalmente nuova comporta un cambiamento culturale e tecnologico, un diverso rapporto tra le varie amministrazioni e tra di esse e i soggetti esterni. Con due conseguenze principali:

1) Il modello organizzativo non può più essere quello tradizionale, piramidale, monolitico, secondo il vecchio schema ottocentesco mai definitivamente superato: dev’essere invece un modello circolare, orizzontale, condiviso. Il nuovo modello si basa sulla condivisione, sull’interlocuzione e sullo scambio nella rete. Amministrazioni dunque flessibili, elastiche,capaci di adattarsi velocemente alla realtà che cambia;

2) Pertanto, se da una parte bisogna rivalutare culturalmente il lavoro pubblico, deve cambiare anche la “cultura” del personale. Oggi i processi formativi del personale sono in gran parte curati dalla singola amministrazione di appartenenza, che mira a formazioni specialistiche. La carriera del dipendente (dall’assunzione al pensionamento) si svolge tendenzialmente entro la medesima amministrazione, secondo processi di mobilità interna rigorosamente prestabiliti. Nel nuovo modello “aperto” invece il personale dovrà padroneggiare una cultura di base diffusa che consenta il dialogo con altre amministrazioni e, eventualmente, una maggiore mobilità.

3. I dipendenti, attori del cambiamento

Sfatiamo un mito: i dipendenti pubblici italiani, comparati con quelli degli altri paesi europei, non sono affatto in eccedenza: negli ultimi 10 anni sono anzi scesi del 4,7%, con meno 110 mila unità. Siamo l’unico paese con un trend in diminuzione: nel resto d’Europa, gli addetti nel pubblico impiego sono cresciuti (soprattutto in Irlanda e in Spagna +36,1% e + 29,6%, ma anche nel Regno Unito + 9,5% e in Belgio + 12,8%, in Francia + 5,1%, in Germania + 2,5%). Abbiamo oggi 58 dipendenti pubblici ogni mille abitanti (la Svezia ne ha 135, la Germania 54, la Spagna 65, la Francia 94, il Regno Unito 92). In totale sono 3 milioni e 240 mila persone, un numero perfettamente in linea con gli standard europei.

Non è dunque vero che in Italia ci sia troppo personale. Non è neppure vero che questo personale sia costituito da “fannulloni”, come amava dire l’ex ministro Brunetta. È vero invece che il personale è mal distribuito sul territorio nazionale e che i livelli della sua produttività sono, comparati a quelli europei, mediamente più bassi. Ciò dipende da molte cause, per lo più estranee alla volontà stessa dei dipendenti. Ed è da queste cause che bisogna partire.

“Fare meglio con meno” è impossibile senza coinvolgere i dipendenti, o peggio contro di loro. Si fa la riforma in nome dei cittadini, i veri sovrani dell’amministrazione, e in alleanza con i dipendenti, con la loro intelligenza e la loro volontà di cambiare.

4. La dirigenza: trasparenza e competenza.

Il cambiamento che abbiamo delineato ha bisogno di personale che condivida il progetto e vi si impegni con energia e consapevolezza. Occorre perciò innanzitutto attuare unariforma organica della dirigenza, che ne valorizzi l’autonomia professionale e l’indipendenza e che apra le carriere a giovani selezionati in base al merito e formati con criteri innovativi. Anche l’Italia, come altri grandi paesi europei, ha bisogno di un’élite di dirigenti partecipe e protagonista del progetto di cambiamento. Una dirigenza con tali caratteristiche di autonomia è inconciliabile con l’esasperazione dello spoils system, che spesso ha causato un’eccessiva fidelizzazione alla politica riducendo, e talvolta cancellando, l’indipendenza dell’alta dirigenza.

Per le funzioni di vertice, di diretta collaborazione, di alto coordinamento che si collocano in una posizione di raccordo fra politica e gestione e che richiedono una partecipazione più diretta dell’esecutore amministrativo alla direttiva politica, si può far ricorso all’affidamento di incarichi su base fiduciaria, eventualmente anche a personale esterno, ma scelto sempre con procedure di evidenza pubblica e sulla base di criteri chiaramente meritocratici e professionali, con un’adeguata valutazione dei risultati.

Per quanto riguarda invece l’ordinamento del lavoro pubblico in generale, il governo di centro-sinistra opererà innanzitutto per eliminare l’attuale precariato in tutte le sue molteplici forme e soprattutto per evitare che il fenomeno si riproduca al di là dei casi oggettivamente necessari. Riaprirà i concorsi, bandendo periodicamente un concorso unico per tutti i ministeri (con successiva destinazione alle singole amministrazioni).Riaprirà il turn-over collegandolo alla realizzazione di precisi piani industriali. Lavorerà per abbattere l’età media dei dipendenti, oggi la più alta d’Europa, agendo anche sulle norme previdenziali recentemente approvate dimostrando che in una triangolazione pensionamenti-assunzioni mirate-tecnologie si può avere un saldo positivo di tipo economico e di qualificazione dell’intero sistema. Riaprirà la contrattazionecollegandola ai già citati progetti di innovazione e per poter gestire nell’ambito di regole condivise il fenomeno della mobilità, passaggio inevitabile di ogni vera politica di organizzazione. Un’attenzione particolare sarà prestata alla riforma dei contenuti e dell’attuale assetto organizzativo della formazione (affrontando l’annoso nodo della pluralità di scuole di formazione gestite, spesso con criteri diversi, dalle singole amministrazioni).

5. Istituzioni efficienti: una democrazia decidente nel regionalismo solidale

L’efficienza della PA è condizionata dalla riforma più generale dell’assetto istituzionale del Paese. Un’amministrazione che funziona deve avere alle spalle istituzioni solide e democratiche: per questo noi adotteremo riforme che, nel solco dei principi costituzionali, portino a un parlamentarismo più efficiente e completino il processo verso un regionalismo solidale/cooperativo. Di questo quadro generale elenchiamo qui sinteticamente i punti maggiormente incidenti sulle pubbliche amministrazioni, riproposti più in dettaglio nella scheda “Riformare le istituzioni per superare la crisi della democrazia” (che riprende, attualizzandole, le linee di fondo del documento programmatico “Linee per la modernizzazione e la riforma democratica dell’ordinamento costituzionale”, approvato dall’Assemblea nazionale del PD):

§ Promozione dell’etica pubblica con trasparenza assoluta sulla situazione patrimoniale dei parlamentari e sui bilanci dei partiti e prosecuzione dell’azione di riduzione dei costi della politica intrapresa, su iniziativa del PD, nell’ultimo anno;

§ Dimezzamento del numero dei parlamentari;

§ Nuovo sistema elettorale (doppio turno di collegio);

§ Riforma del bicameralismo paritario con differenziazione delle funzioni tra Camera e Senato e nuove modalità di raccordo tra Stato, Regioni e Autonomie locali;

§ Sviluppo dell’indicazione Costituzionale secondo cui il presidente del Consiglio dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile;

§ Legge sui partiti;

§ Completamento e razionalizzazione della riforma del Titolo V della Costituzione con riduzione delle materie di competenza concorrente.

Le amministrazioni dovranno inoltre agire in un ordinamento delle autonomie regionali e locali che superi l’eccessiva ridondanza dei livelli di governo. Proprio su questa base nella prossima legislatura, oltre a completare il processo di razionalizzazione dei livelli di governo e dell’articolazione territoriale dello Stato, si dovranno rendere le strutture centrali dello Stato più snelle e integrate, applicando criteri di sussidiarietà verticale e orizzontale. Bisognerà bilanciare i rapporti tra Stato e autonomie territoriali e funzionali, superando definitivamente quegli interventi dello Stato che entrano troppo nel dettaglio e sono di conseguenza avvertiti dalle autonomie come invasivi del proprio spazio decisionale. E riconsiderare il sistema dei controlli, spesso soltanto formali mentre occorrono controlli sostanziali, di efficienza e non puramente contabili, e soprattutto non solo a posteriori.

Ci sono stati – lo abbiamo visto di recente – abusi e degenerazioni che hanno investito importanti Regioni ed enti locali. Noi siamo per combattere senza indugi queste degenerazioni, per promuovere la legalità e contrastare la corruzione in tutte le sedi e a tutti i livelli, anche con una nuova legge ancora più incisiva di quella approvata nella legislatura uscente, attraverso l’elaborazione del Piano nazionale anticorruzione e dei piani delle singole amministrazioni procedendo al relativo monitoraggio.

Un punto di grande importanza riguarda l’armonia complessiva del sistema. Nella rete delle istituzioni (centrali e periferiche) bisognerà che ciascun nodo, nel rispetto e nella chiarezza delle competenze, sviluppi la capacità di collaborare con gli altri soggetti, poiché dalla consapevolezza dell’interconnessione fra i livelli di governo dipende in gran parte la possibilità di dare attuazione alle politiche.

Puntiamo alla gestione comune e coordinata delle risorse fondamentali: personale, tecnologie, strutture edilizie, elementi patrimoniali. Per questo, agiremo sull’integrazione delle diverse strutture ministeriali anche con gestione comune di una parte delle risorse operative (personale, sedi ed edifici, tecnologie e strumenti, ecc.) e sulla riorganizzazione delle funzioni pubbliche nei territori, creando sinergie tra soggetti istituzionali e superando i rigidi confini che oggi li separano.

6. Il diritto alla semplificazione: liberare risorse per la crescita e l’innovazione

Nei primi 100 giorni di governo, sulla base di un’ampia consultazione delle imprese, dei cittadini e delle loro associazioni, verrà predisposto il programma di semplificazione e varato un primo pacchetto di interventi urgenti. Il programma (si veda anche la scheda “L’Italia giusta, l’Italia più semplice per tutti”) avrà obiettivi e tempi definiti. Per ciascun intervento dovrà essere garantita e verificata l’implementazione in modo puntuale e trasparente. Una “Unità per la semplificazione”, cabina di regia tra Stato Regioni e autonomie, con la partecipazione di tutti i livelli di governo, dovrà assicurare la massima efficacia ed operatività al programma. Alla semplificazione saranno affiancate azioni tese a prevenire il proliferare di nuovi oneri, ad assicurare qualità e chiarezza della regolazione con l’obiettivo di passare dalla quantità delle norme alla qualità di servizi. È importante soprattutto collegare i processi di semplificazione all’apertura delle amministrazioni all’innovazione tecnologica e sociale. Questo significa porre le basi per un rapporto di fiducia tra amministrazione e cittadini, che costituisce un elemento di capitale sociale rilevante anche per l’economia.

A questo fine occorre promuovere:

1) l’open government, che mette a disposizione di tutti grandi masse di dati, anche di dettaglio, da parte delle varie amministrazioni, e che costituisce un nuovo tipo di bene pubblico con una valenza economica e democratica (per approfondimenti: scheda programmatica “Italia giusta, Italia digitale”);

2) i sistemi a rete nei territori, per condividere i costi strutturali e operativi delle diverse organizzazioni. Un approccio di “scala multipla” può al tempo stesso ridurre i costi e incrementare i ricavi: ciò richiede però un deciso intervento di stimolo delle organizzazioni a cooperare per obiettivi comuni e la promozione di una cultura dinetworking, che può essere indotta da un ripensamento degli assetti di governance e dei meccanismi di finanziamento;

3) i processi di innovazione volti a creare una PA digitale, trasparente, decertificata. Punteremo alla definizione di standard univoci comuni, tra cui un solo standard SUAP a livello nazionale per tutte le imprese nella modulistica e negli iter procedurali da seguire. Si può ottenere una riduzione degli oneri amministrativi attraverso l’integrazione delle banche dati e l’obbligo generalizzato per le amministrazioni pubbliche di acquisire d’ufficio il DURC (documento unico di regolarità contributiva). Per ragioni di risparmio e di efficacia, infine, è necessario uno sforzo complessivo nella legislatura per il potenziamento dell’e-procurement e per l’adozione del Cloud computing.

7. Il nostro percorso: 100 giorni, 2013, 2018.

La nostra proposta si articola in alcuni interventi più immediati (entro i primi 100 giorni ed entro il 2013) volti ad avviare il processo di cambiamento con una forte spinta iniziale che ne evidenzi il significato e la valenza politica e sociale, e in un progetto di mandato, della durata di 5 anni, di trasformazione strutturale. Nei primi 100 giorni ed entro il 2013 agiremo sulle leve immediatamente attivabili dal governo centrale e porre le basi per coordinare gli interventi di natura più complessa, da sviluppare nell’intero arco della legislatura, che presuppongono l’interazione costante fra i diversi livelli di governo. In questo processo sarà costante la consultazione e l’affiancamento con le organizzazioni internazionali, a partire dall’OCSE, e il confronto con le strutture dell’Unione Europea e i nostri partner comunitari, al fine di poter confrontare esperienze e buone prassi.

Entro i primi 100 giorni:

§ Definizione e presentazione al Parlamento di un Piano strategico per la riorganizzazione strutturale delle PA che preveda anche l’attivazione di strutture e piattaforme per gestire e accompagnare i processi di cambiamento ;

§ Approvazione di una “lenzuolata” di misure urgenti per la semplificazionee del programma 2013-2015 per la riduzione degli oneri e dei tempi;

§ Istituzione di un “Organismo multilivello per la semplificazione”, cabina di regia tra Stato, Regioni e autonomie, con il coinvolgimento delle associazioni delle categorie produttive e dei cittadini utenti e consumatori, per assicurare la massima efficacia e operatività al programma con la partecipazione di tutti i livelli di governo;

§ Adozione dell’Agenda digitale pubblica, finalizzata ad aumentare l’uso delle tecnologie nei procedimenti amministrativi, con un piano che entro fine legislatura realizzi la completa digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni.

Entro il 2013:

§ Completamento, ulteriore sviluppo e migliore coordinamento dei provvedimenti per la trasparenza totale;

§ Modifiche che rendano più rigorosa la legge contro la corruzione;

§ Superamento dei tagli lineari della spending review del governo Monti eimpostazione di piani industriali per singole amministrazioni, per sistemi territoriali e per filiere di politiche pubbliche. Il Governo si dovrà far carico, da subito, di emanare decreti attuativi e fare in modo che si avvii il processo di aggancio della spesa ai risultati, come prevede la legge di riforma del bilancio;

§ Riforma dei ministeri e degli enti nazionali: a) Articolazione in agenzie di alcuni aspetti operativi dei ministeri; b) Piano industriale per la riorganizzazione dei ministeri centrali e impostazione dei piani industriali delle singole amministrazioni; c) Integrazione di funzioni trasversali, con servizi e funzioni logistiche comuni; d) Istituzione di una centrale di coordinamento unitaria per i processi di informatizzazione e digitalizzazione; e) Riordinamento degli uffici di diretta collaborazione dei ministri; f) Revisione delle modalità di concertazione tra i ministeri e azioni volte a favorire la mobilità tra i ministeri per riequilibrare i carichi di lavoro e il migliore utilizzo delle risorse umane;

§ Riforma della Presidenza del Consiglio dei Ministri, con l’adozione di un modello organizzativo e funzionale caratterizzato da una maggiore vocazione alla promozione e al coordinamento delle politiche pubbliche in sintonia con l’articolo 95 della Costituzione;

§ Riordino di regioni, province, unioni dei comuni e città metropolitane, conriduzione dei centri di responsabilità politica e dei costi correlati;

§ Completamento del riordino delle province come intelaiatura forte e solida di tutto il sistema delle PA, con funzioni proprie e funzioni delegate dalle regioni legate alle politiche di area vasta e di governo del territorio;

§ Superamento di enti, agenzie, consorzi, ambiti che svolgono funzioni gestionali e che si frappongono fra regioni e province;

§ Riorganizzazione del sistema istituzionale locale imperniato sui comuni per funzioni che abbiano al centro la persona, la famiglia, la comunità. Superamento della frammentazione localistica con l’organizzazione in Unioni di serviziefficaci, efficienti ed economici;

§ Completamento del riordino degli enti previdenziali e definizione della loro nuovagovernance;

§ Riavvio di normali relazioni sindacali a partire dal memorandum sottoscritto nel 2012 da governo e sindacati;

§ Revisione del blocco del turn-over in connessione con la definizione dei piani industriali;

§ Riforma delle modalità di reclutamento, per prevedere concorsi unici indetti su base territoriale e procedure affidate a un organismo indipendente, riduzione drastica dei casi in cui PA e società pubbliche o a partecipazione pubblica possono attingere a personale non assunto per concorso, divieto assoluto di ricorrere a somministrazione del personale, divieto di attivare contratti “precari” prima dell’esaurimento delle assunzioni di idonei in concorsi;

§ Accordo quadro per la gestione dei processi di mobilità e per il superamento del precariato accumulatosi nelle PA, nell’ambito di regole uniformi stabilite con legge statale per la valorizzazione, nei concorsi, dell’esperienza professionale svolta in enti pubblici o privati a titolo precario;

§ Riforma della dirigenza per un minor numero di dirigenti, una maggiore qualità professionale e il superamento degli abusi dello spoils system;

§ Piano “giovani nell’amministrazione”: 1000 assunzioni, rivolte a professionalità multidisciplinari per facilitare l’innovazione dei processi, da collocare nei livelli intermedi della PA centrale e da finanziare con i risparmi prodotti da una più elevata concentrazione in Consip dell’acquisto di beni e servizi;

§ Riduzione della frammentazione dei sistemi e definizione di standard univoci comuni, tra cui la standardizzazione dei SUAP a livello nazionale.

Entro il 2018, obiettivi di legislatura:

§ Armonizzazione del sistema delle autonomie territoriali e funzionaliattraverso un percorso partecipato e condiviso; conseguente riorganizzazione degli uffici periferici dello Stato;

§ Realizzazione, in collegamento con processi di revisione costituzionale nel senso del federalismo cooperativo e solidale, di misure di ridisegno/snellimento del reticolo di enti/strutture della PA;

§ Realizzazione di apertura e trasparenza nella PA attraverso processi di digitalizzazione, radicale semplificazione e trasparenza totale dei processi amministrativi;

§ Riduzione degli oneri regolatori e amministrativi gravanti su cittadini, imprese e sulle stesse amministrazioni pubbliche; taglio del 25% dei tempi di conclusione delle procedure;

§ Spostamento di risorse dai processi di “autoamministrazione” verso la produzione di servizi nei settori del welfare, dell’educazione e istruzione, dei beni culturali e della sicurezza;

§ Reimpostazione delle regole per la gestione del personale pubblico attraverso: a) definizione di dotazioni organiche unitarie per il livello centrale e ampi sistemi territoriali; b) radicale riforma del sistema formativo, con l’unificazione delle agenzie formative pubbliche nazionali e locali; c) valorizzazione del merito e delle condizioni di trasparenza e accessibilità nelle nomine pubbliche ad ogni livello;

§ Potenziamento dell’e-procurement, per arrivare – per tappe – almeno al 30% dell’acquisto di beni servizi della PA (risparmio stimato a regime: 7 miliardi all’anno);

§ Diffusione dell’uso del Cloud computing per ridurre i costi e aumentare allo stesso tempo l’efficacia dei servizi delle amministrazioni;

§ Riorientamento del mix professionale e generazionale del lavoro pubblico: più competenze tecnico specialistiche e manageriali nei diversi settori, meno generiche competenze amministrative e giuridiche; con organizzazioni di rete aperte all’utilizzo sistematico di risorse e competenze esterne verso privato sociale, università, fondazioni e centri di ricerca;

§ Valorizzazione del dottorato di ricerca nella PA e programma “Eccellenze nelle PA” (MIUR/Funzione pubblica), con cui immettere gli studenti, selezionati attraverso valutazioni competitive all’ultimo anno di università, in percorsi di formazione per l’accesso come dirigenti e quadri nella PA (si prevedono tre anni di studio attraverso dottorato di ricerca o in forme miste dottorato universitario/scuole di formazione PA, con periodi di 6 mesi all’estero e 6 mesi nelle PA);

§ Abbassamento dell’età media dei dipendenti, per riportarla in linea con quella europea.

8. “Felice il Paese che ha una buona amministrazione”

“Felice il Paese che ha un’amministrazione che funziona bene”. Così rispondiamo alla battuta di Silvio Berlusconi che ha avuto in anni passati una certa fortuna: “Felice il Paese che ha poca amministrazione”. Meno fortuna ha avuto il nostro Paese, che ha visto destrutturare il principio di legalità e mettere gravemente a rischio, con l’esistenza stessa dei presìdi dello Stato, la capacità di assicurare i beni pubblici essenziali per la crescita e la coesione della società.

Gli Stati contemporanei sono organizzazioni complesse, dotate di radicate articolazioni in basso (le autonomie) e di ramificazioni in alto (la cessione di sovranità verso l’Europa): in questo contesto un solido, efficiente apparato amministrativo, sia a livello centrale che locale, è la condizione stessa del benessere dei cittadini. Il progetto qui esposto richiede – è vero – tempo e costanza, e decisori che sappiano gestire con saggezza le diverse direttrici della riforma.

La politica ha il dovere di prendere un impegno con tutti i cittadini: la riforma amministrativa è un processo continuo e costante, che può e deve essere realizzato; i cittadini italiani possono, come accade in Europa, giovarsi di un’amministrazione efficace, che risolva i problemi e non li crei, che agevoli lo sviluppo e non lo ostacoli, che promuova la partecipazione democratica e non la respinga.

Un’amministrazione al servizio dei cittadini, che funziona bene, con semplicità e trasparenza, è l’amministrazione di un’Italia giusta, che il PD si impegna a realizzare.

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