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“Blitz di Forza Nuova alla festa per i bimbi immigrati”, di Massimo Solani

Non hanno avuto rispetto neanche per i bambini o per la festa che era stata preparata proprio per loro. Per farli sentire italiani davvero, loro che in Italia sono nati e cresciuti. Che hanno imparato la nostra lingua prima ancora di quelle dei paesi di provenienza dei genitori, che hanno studiato la nostra storia a scuola e che, nonostante questo, sono costretti da una legge assurda ad essere italiani di serie B. Sabato pomeriggio erano 603 quelli riuniti insieme alle proprie famiglie al teatro Era di Pontedera, in provincia di Pisa, per ricevere dal Comune la cittadinanza italiana. Una festa, appunto, rovinata da una decina di militanti di Forza Nuova che hanno fatto irruzione in sala gridando slogan contro l’immigrazione e lanciando in aria volantini che riportavano una frase di Platone: «Quando il cittadino accetta che chiunque gli capiti in casa, da qualunque parte venga, possa acquisirvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e c’è nato c’era scritto quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine: così muore la democrazia, per abuso di se stessa e, prima che nel san- gue, nel ridicolo».
Qualche minuto di scompiglio, poi è stata la sicurezza e alcune delle persone presenti in platea, fra cui i genitori di alcuni bambini e l’ex sindaco di Pontedera Paolo Marconcini, a respingere il gruppetto di neofascisti e a costringerli a lasciare il teatro assieme ai loro striscioni. Pochi minuti di gazzarra che hanno lasciato però una ferita profonda alla città e l’indignazione di una intera comunità. In lacrime il sindaco Simone Millozzi che ha stigmatizzato «l’atteggiamento squadrista e nazista di pochi idioti contro una cerimonia che, riunendo italiani e stranieri, adulti e bambini, dava un forte senso di comunità». Solidarietà al sindaco è stata espressa dal collega di Pisa Marco Filippeschi: «si è voluto sporcare una cerimonia che celebrava il sacrosanto diritto di questi bambini a sentirsi ed essere italiani ha commentato Ma queste azioni non devono intimidire, bensì spingere ad andare avanti nella tutela dei diritti». Da parte sua, travolta dalle polemiche, Forza Nuova ha provato a spiegare il senso della propria iniziativa parlando di una protesta «assolutamente platonica e non violenta» non diretta contro gli immigrati «e men che meno contro dei bambini» ma rivolta ad una «classe politica che sta portando l’Italia alla rovina sociale». «Nessuno spiegava la nota è stato minimamente aggredito dai militanti di Fn nonostante i patetici e isterici tentativi di provocazione da parte di alcuni presenti. Abbiamo la coscienza a posto». Parole che non spostano di un millimetro la questione relativa alle scorribande neofasciste che si ripetono sempre più spesso in Italia. Per Gianluca Mengozzi, presidente di Arci Toscana, e Paolo Beni, presidente nazionale dell’Arci, è infatti arrivata «l’ora di affermare senza reticenze che Forza Nuova è un’organizzazione fascista, agli antipodi della democrazia», e che «va contrastata l’agibilità politica di forze che si ispirano a parole e messaggi di chiara marca fascista».
Ieri intanto il sindaco di Pontedera Simone Millozzi, che per domani ha indetto un consiglio comunale aperto su quanto accaduto, ha presentato una denuncia al commissariato di polizia per i fatti di sabato. «L’iniziativa bellissima di sabato pomeriggio ci dice che il percorso è quello giusto. Si tratta di una grande battaglia di civiltà e di dignità che deve provare unito tutto il Paese», ha commentato il primo cittadino. Che ha invitato tutti i sindaci a seguire l’esempio di Pontedera e ad organizzare iniziative analoghe. Un invito condiviso anche dal presidente dell’Arci, e sindaco di Reggio Emilia, Graziano Del Rio. «Quanto avvenuto sabato scorso è un attacco alla convivenza pacifica, all’idea stessa di futuro dell’Italia ha spiegato Lo dico come cittadino, come sindaco e presidente dell’Anci, ma anche in nome della campagna “L’Italia sono anch’io”, di cui ho l’onore di presiedere il Comitato promotore». «Manifestare in forma violenta la propria chiusura di fronte ad una società che cambia, e farlo coinvolgendo i bambini, è semplicemente vergognoso aggiunge Delrio sono segnali che non vanno in alcun modo sottovalutati, e ai quali le istituzioni devono saper rispondere con determinazione, coraggio e tempestività».
L’Unità 13-11-12

Sisma: deputati Pd, impegno del Governo per sciogliere nodi fiscali

Passa alla Camera odg dei deputati modenesi a sostegno delle popolazioni terremotate. La Camera ha approvato l’ordine del giorno promosso dai deputati modenesi del Pd Manuela Ghizzoni, Giulio Santagata e Ivano Miglioli a favore delle popolazioni terremotate. L’ordine del giorno approvato impegna il Governo a sciogliere i nodi ancora irrisolti per aziende, attività commerciali, lavoratori e professionisti. Di seguito la dichiarazione congiunta dei deputati modenesi del Pd.
«Il Governo, già nel prossimo passaggio al Senato per la conversione del decreto, è impegnato a risolvere i principali problemi ancora aperti sul versante fiscale. – lo dichiarano i deputati modenesi del Pd Manuela Ghizzoni, Giulio Santagata e Ivano Miglioli, dopo l’approvazione nell’Aula della Camera del loro Ordine del giorno a favore delle popolazioni terremotate. – Il provvedimento in discussione affrontava solo parzialmente il tema delle scadenze e delle rateizzazioni degli adempimenti fiscali e contributivi e non teneva conto delle esigenze di omissione fiscale per favorire la ripresa economica dell’area. Ora, con l’approvazione del nostro ordine del giorno, il Governo si è impegnato a inserire le modifiche atte a sciogliere i nodi ancora irrisolti per le aziende e gli esercenti di attività commerciali o agricole che hanno avuto un danno al reddito della propria impresa, per i lavoratori, per i quali non è stato previsto il meccanismo della cessione del quinto dello stipendio per i contributi previdenziali e assistenziali e dei premi assicurativi e per i professionisti, fino ad ora esclusi da ogni intervento di sostegno. Siamo certi che i colleghi al Senato si impegneranno affinché vengano rispettati gli impegni e giunga alle popolazioni terremotate un sostegno concreto attraverso politiche fiscali adeguate.»

“Scuola e insegnanti meritano di più”, di Dacia Maraini

La scuola è in agitazione. Non solo i tagli, ma ora pure il tentativo, per fortuna fallito, di aumentare le ore di lezione! Sempre con l’idea che l’insegnamento sia un lavoro minore. Se non fosse così d’altronde non occuperebbe soprattutto le donne. È stato dimostrato che le professioni, nella storia, sono strettamente legate ai generi. Appena una carica scade di valore e di pregio, viene affidata in massa al mondo femminile. Tipico il caso delle infermiere e dei dottori. Delle insegnanti delle scuole inferiori e degli insegnanti di università e così via.
Secondo le classifiche internazionali lo stipendio medio italiano a fine carriera è pari a 43.666 dollari, ben 4 mila dollari in meno, circa, rispetto alla media Ocse (47.721). In Germania alle medie a fine carriera un professore guadagna 68.592 dollari, in Francia 51.301, in Spagna, 58.065, nel Regno Unito, 44.145 dollari. Un segnale anche simbolico della scarsa considerazione in cui sono tenute le scuole. Quasi che l’educazione fosse una cura minore, un impegno che pesa sulla comunità senza rendere nulla. Gli insegnanti d’altronde, come leggo in una lettera della Cida, (Associazione nazionale dirigenti e altre professionalità della scuola), non negano la necessità di rendere piu efficiente e qualificata la professione. Non negano neppure la possibilità di un aumento delle ore di scuola, purché sia accompagnata da un progetto di riqualificazione dell’insegnamento nel suo insieme. Essi chiedono «l’innovazione metodologica e disciplinare, le iniziative di recupero e di sostegno, la valutazione degli apprendimenti e di istituto, la certificazione delle competenze, la formazione e l’aggiornamento culturale e professionale, la promozione degli accordi di rete tra scuole e dei rapporti con i territori nell’ottica del sistema formativo integrato». Il lavoro dei docenti è «implicitamente considerato di così poco momento da poterne variare l’entità in qualunque misura e in qualunque occasione, senza alcuna condivisione con gli interessati e senza corrispettivi sostanziali».
Ecco, credo che l’ira degli insegnanti si possa interpretare soprattutto come una reazione a quello schiaffo, che si aggiunge ai tanti altri schiaffi dati alla scuola in questi anni di riforme mai realizzate, di promesse deluse, di tagli sconsiderati, di colpevole abbandono. Siamo tutti d’accordo che bisogna fare dei sacrifici per ripagare i debiti, condizione necessaria per rimanere in Europa. Ciò che si discute è il modo di pretendere questi sacrifici e il modo di distribuirli, lasciando intatte le grandi ricchezze, ritirandosi timidamente di fronte alle potenti lobby, non punendo le speculazioni finanziarie, soprattutto chiudendo un occhio e anche due, sugli inquietanti contributi dati alla politica che, dal canto suo, li ha spesi male, con tracotanza, inseguendo prima di tutto i suoi interessi privati. La scuola è il piu grande investimento di un Paese per il futuro e noi abbiamo bisogno di futuro.
Il Corriere della Sera 13.11.12

“I sondaggi: Bersani in testa Renzi punta al ballottaggio”, di Marcella Ciarnelli

Le rilevazioni Tecnè danno al leader Pd un vantaggio di 14 punti che cala a 12 se al voto vanno oltre 2 milioni e mezzo di elettori. C’è un dato di fatto verificato a risultati acquisiti al termine di numerose consultazioni primarie. E cioè, conferma Carlo Buttaroni presidente dall’istituto di ricerca Tecnè, che «c’è un tasso di corrispondenza molto elevato tra gli elettori delle politiche e quelli delle primarie» e che «circa un elettore su quattro partecipa, presumibilmente, ad entrambe le consultazioni con un voto coerente».
Di conseguenza è particolarmente interessante il sondaggio condotto da Tecné che fornisce i dati su quale candidato si accingono a scegliere gli elettori che in questi giorni stanno richiedendo il certificato elettorale. Il campione, raccolto su tutto il territorio nazionale e composto da soggetti maggiorenni, è rappresentativo per sesso, classi di età, area geografica ed è stato estratto in modo casuale dagli elenchi telefonici. Le interviste realizzate dal 6 al 9 novembre hanno riguardato duemila soggetti più un sovracampionamento di mille elettori di centrosinistra.
FOTOGRAFIA DI UN FENOMENO
«L’indagine fotografa il fenomeno» dice Carlo Buttaroni. Per farlo i riflettori sono stati puntati su quel 5,2 per cento che «sicuramente» o «molto probabilmente» si recheranno al seggio per partecipare alle primarie. C’è anche un «probabilmente sì» al 2,1 per cento e un «più si che no» all’1,8.
Gli altri sono «meno analizzabili» perché il loro livello di mobilitazione è destinato a cambiare nell’avvicinarsi della scadenza e gli attuali «incerti» potrebbero andare a rendere più pesante la dote di voti di ogni singolo candidato. Gli incerti sono infatti una variabile e aumentano con il crescere dei votanti. Se alle urne si recheranno 1 milione e quattrocentomila elettori Bersani dovrebbero incassare il 40 per cento dei voti, Renzi il 26 per cento, Vendola il 19, Puppato il 3 e Tabacci l’1 con gli indecisi all’11 per cento. Scende di due punti il segretario Pd se al voto vanno in 2,5 milioni, Renzi sale di un punto, scende Vendola di due mentre Puppato resta fissa così come Tabacci e gli incerti passano al 14 per cento. Se cresce la partecipazione (consulta la scheda) Bersani registra uin calo e Renzi aumenta i consensi. Crescono anche gli indecisi.
La stima con due milione e mezzo di votanti, facendo una distribuzione in prercentuale degli incerti, porterebbe Bersani al 44 per cento, Renzi al 31, Vendola al 20 per cento, Puppato al 4 e Tabacci all’ uno.
Rispetto ad altri sondaggi condotti nei giorni precedenti a quest’ultimo c’è da registrare, man mano che ci si avvicina al voto, un maggiore impegno dell’elettorato di centrosinistra, innanzitutto del Pd, mentre si allontanano gli elettori di centrodestra, pur interessati in precedenza ad esprimere la loro opinione. Questo avviene perché le primarie sono viste dall’elettore, comunque si collochi, come uno strumento positivo di partecipazione collettiva. Questa volta poi a incoraggiare un già verificato atteggiamento di distacco c’è anche la possibilità, per ora confermata, di possibili primarie nel centrodestra.
Questo per quanto riguarda il primo turno. Se nessuno dei candidati supererà il 51 per cento si andrà al ballottaggio. Presumendo anche sulla base delle risposte al sondaggio, che si svolgerà tra Bersani e Renzi e limitandosi sempre a quel 5,2 per cento di campione, il segretario del Pd dovrebbe arrivare al 42 per cento mentre il sindaco di Firenze è accreditato di un 30 per cento. Gli incerti sono molti: il 28 per cento.
L’Unità 13.11.12

“Ha vinto il centrosinistra”, di Pietro Spataro

Oggi si discuterà su chi è stato il più bravo, chi il più affidabile, chi il più aggressivo, chi il più mediatico. Si discuterà e ci si dividerà, com’è normale. Ma al di là delle pagelle, il confronto tv di ieri sera tra i cinque candidati alla premiership del centrosinistra è stata una grande prova di vitalità politica in uno dei momenti più confusi dell’Italia. In un paesaggio nel quale ogni singolo elemento del sistema è sottoposto a una micidiale forza centrifuga, la sfida delle primarie diventa quasi un fattore di sicurezza democratica.
Anche con tutti gli scontri e i toni aspri che ha avuto finora e che si sono ripetuti in diretta tv. Per la prima volta infatti, come si è visto, la leadership è davvero contendibile e la partecipazione degli elettori e il loro voto avranno un peso non scontato. E chiunque vincerà ai gazebo avrà in cassaforte un patrimonio di energia e di passione che sarà utile nella campagna elettorale e nel lavoro di ricostruzione del Paese. Se ci guardiamo attorno – tra le convulsioni del Pdl, gli editti di Grillo e le divisioni che attraversano il Centro – è sicuramente un segnale importante di dinamismo. Ma c’è un altro aspetto che rende quel confonto la prova che l’Italia può farcela a cambiare. Questa volta, infatti, la politica ha riconquistato, anche in tv, il suo spazio vero: quello della battaglia delle idee, del confronto-scontro sui programmi e sulle scelte strategiche, del coinvolgimento dei cittadini. Si è creata attenzione e tensione non per le malefatte di un Fiorito o di un Daccò né per le urla «sono tutti uguali» che agitano tanti talk show e nemmeno per i guai combinati da Berlusconi. È accaduto invece per una sfida tra cinque aspiranti candidati premier che hanno parlato del Paese, si sono punzecchiati e si sono giocati le loro carte con intelligenza o con astuzia. E dall’altra parte dello schermo gli spettatori-elettori erano lì, questa volta, per ascoltare qualcuno che si occupasse finalmente dell’interesse generale e non di qualche inconfessabile interesse privato. Se il Pd e il centrosinistra fossero più consapevoli di avere questa marcia in più, che può far bene a se stessi e soprattutto all’Italia, forse il nostro orizzonte già oggi sarebbe meno nuvoloso di quel che è.
L’Unità 13.11.12
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“Bersani: «Primo, mai più condoni». Scontro Vendola-Renzi”, di di Maria Zegarelli
All’inizio un po’ tesi, poi sempre più sciolti. Scintille fra Matteo Renzi e Nichi Vendola, pragmatico e conciso Pier Luigi Bersani, sobria e critica con il governo Monti Laura Puppato nel suo completo nero bordato di bianco, disinvolto Bruno Tabacci. Rossa la cravatta del leader Pd, viola quella del sindaco fiorentino, grigia quelle del governatore pugliese e dell’ex assessore milanese. I «fantastici cinque», candidati alla leadership del centrosinistra si schierano dietro i podi trasparenti, un format da quiz alla Mike Bongiorno calato in una scenografia da «X factor» con uno sguardo al rigore degli States. Bianco rosso e verde (predominanza di rosso Sky) lo sfondo, un minuto e mezzo per ogni risposta, con il timer che scorre sullo schermo. Si inizia da tasse e euro, si finisce con l’appello agli elettori, passando per il Pantheon del centrosinistra. A sorpresa un Papa e un cardinale per i candidati più di «sinistra»: Bersani ci mette Papa Giovanni XXIII, Vendola il cardinal Carlo Maria Martini, mentre Renzi sceglie Nelson Mandela e la blogger tunisina Lina Ben Mhenni; Laura Puppato due donne, Tina Anselmi e Nilde Iotti. Tabacci sceglie Alcide De Gasperi e Giovanni Marcora.
Si parte dalle tasse: non si possono più alzare, spiega Renzi, bisogna stringere l’accordo con la Svizzera per i capitali esportati e l’Imu va tenuta così come è; vanno abbassate ai redditi medio-bassi per Bersani che insiste sugli incentivi alle imprese che investono su giovani e donne nel Mezzogiorno, sulla tracciabilità e la tassazione i grandi patrimoni immobiliari e finanziari. Un secco no, invece, per il segretario Pd, agli accordi con la Svizzera perché «così come sono non possiamo accettarli», ma soprattutto «mai più con i condoni». Vendola come il leader Pd insiste su tracciabilità e lotta all’evasione ma propone l’eliminazione dell’Imu sulla prima casa. Altro tema caldo è il patto di stabilità: toccarlo vorrebbe dire far male al Paese per il sindaco; per Bersani bisogna «aggiungere» qualcosa come misure per la crescita e un allentamento del rigore in cambio di investimenti per far ripartire l’economia nella zona Ue; Vendola propone un’Europa più forte a partire dal sistema di welfare, Tabacci non esclude un ritocco del patto di stabilità purché ci sia l’accordo tutti i partner. Ecco che si sta passando alla domanda successiva quando Laura Puppato fa notare al conduttore che tocca a lei, è il suo turno. È la prima gaffe di questa sfida tv in stile Usa.
La domanda su Marchionne è l’occasione per Renzi di «riscattarsi» per quel «con Marchionne senza se e senza ma». : «Caro ingegner Marchionne», mi hai deluso, la sintesi. Sassolino dalla scarpa: lo invita ad andare a Firenze, un «città che non è né piccola né povera». Nichi Vendola sembra ribattere polemicamente più al sindaco che all’Ad Fiat: «Caro ingegner Marchionne io non le ho mai creduto…». Applausi.
Sorride Bersani: «Guardi ingegnere che lei non sta parlando a qualcuno a cui si può raccontare di tutto… voglio sapere l’anno prossimo cosa succede per le politiche produttive dell’automobile». Aggiunge: «Osè» il piano aziendale. Un confronto che sembra soprattutto un botta e risposta tra Renzi e Vendola. Differenze sulla riforma del lavoro della Fornero: drastico Vendola per il quale «è uno sfregio alla civiltà del lavoro del Paese»; più morbido Bersani che tuttavia dice che «qualcosa va ritoccato: vanno bene le regole ma se non si dà una possibilità vera al lavoro con le regole si va avanti poco». Distanze sui diritti gay. «Tra massimalismo e minimalismo bisogna trovare la strada». Si piazza qui Bersani, tra Vendola e Tabacci. Indica la via tedesca come soluzione, dal riconoscimento delle coppie di fatto ai diritti dei bambini che vivono in coppie omosessuali. Tabacci cita l’Albo delle unioni civili decise dal sindaco di Milano, invita alla prudenza sul matrimonio tra coppie gay, Renzi propone la civil parternship e dice che il «problema ancora non è sciolto nel nostro programma» mentre Vendola non fa mistero: matrimonio e adozione anche per le coppie omosessuali. Laura Puppato è sulla stessa linea. Tutti d’accordo sul fatto che sia uno scandalo che l’Italia ancora non si sia dotata di una legge. A citare la legge contro l’omofobia, invece, è soltanto il segretario Pd, ricordando che per la terza volta è stata affossata. Guarda agli Usa Renzi per il finanziamento ai partiti: sì ma solo da privati; invita a non fare «demagogia» Tabacci; Bersani cita le proposte di legge del Pd al riguardo, dal dimezzamento del numero dei parlamentari alla diminuzione del finanziamento ai partiti. Piccolo colpo di scena: Vendola alla domanda di una sostenitrice di Puppato, sull’ordine di preferenza alla primarie se non fosse lui candidato, esordisce con un «ma siamo alla crudeltà». Ammette: «Non ce la faccio, non posso rispondere». Bersani, a cui viene chiesto se proseguirà con le lenzuolate risponde che sì: a partire da quella sulla moralità, il segnale più forte reintrodurre il falso in bilancio. Sintonia tra Bersani, Tabacci e Puppato sulle alleanze: progressisti e moderati. Vendola chiude a Casini, Renzi dice che segue lo «schema di Nichi». Annuncia 10 ministri, metà donne. Esclude Casini. Anche lui. Tabacci e Puppato replicano: demogogico dire che si governa l’Italia con 10 ministri. Chi ha vinto? Sul web arriva la prima risposta sicura: il centrosinistra.
L’Unità 13-11-12

“Il messaggio della patrimoniale”, di Stefano Lepri

Meglio così, sulla patrimoniale: mettere le carte in tavola subito, prima che avveleni la campagna elettorale. Oportet, come dicevano i professori di latino. A parte l’equivoco di comunicazione iniziale, le parole di Mario Monti ieri possono aiutare a discutere in modo più posato. Alla destra, pronta ad agitare lo spauracchio dell’esproprio, il presidente del Consiglio ricorda che imposte pa trimoniali esistono in molti Paesi «estremamente capitalisti» e si può proporle anche per motivi di efficienza dell’economia di mercato.
Alla sinistra, ricorda che parecchio in questo campo il suo governo lo ha fatto, con l’Imu, la tassa sugli yacht, il prelievo aggiuntivo sui capitali «scudati», e che andare oltre è in parte rischioso, in parte arduo: tassare i patrimoni finanziari può farli fuggire all’estero, mentre altre ricchezze, come oro e gioielli, al fisco non sono note.
Nell’insieme, secondo dati Ocse, nel 2011 le imposte sul patrimonio pesavano per il 4,1% del prodotto lordo in Gran Bretagna, 3,7% in Francia, 3,5% in Canada, 3% negli Stati Uniti, 2,8% in Giappone, solo il 2,2% in Italia. Con l’Imu, ora, ci siamo portati più in linea con gli altri.
Tassare i patrimoni ha motivi sia di equità sia di efficienza. Di equità, perché i patrimoni sono più inegualmente distribuiti dei redditi (la ricchezza si eredita), e in Italia i patrimoni privati sono particolarmente consistenti rispetto ai redditi. Di efficienza, perché colpire i patrimoni scoraggia poco o nulla l’iniziativa economica e la produzione di nuovo reddito.
Fin qui i dati. Dopo, ci sono i sogni di «far piangere i ricchi» da una parte, le paure irrazionali dall’altra, spesso più intense in chi detiene patrimoni piccoli e non può facilmente occultarli. Inoltre, svariati tecnici non catalogabili politicamente hanno proposto forme di maxi-patrimoniale straordinaria tale da ridurre una volta per tutte il peso del debito pubblico italiano.
Con la sfiducia nei meccanismi di decisione politica che circola nel Paese, per una operazione straordinaria tipo «oro alla patria» mancano i requisiti di base. Quanto ai patrimoni finanziari, in astratto una maggiore tassazione può apparire equa. Ma far parte di una unione monetaria reputata instabile dai mercati è la situazione peggiore per adottarla.
L’esperienza del luglio 1992, con il prelievo del 6 per mille sui depositi bancari, fu negativa: impopolarità somma per il governo («continuano ancora a rimproverarmelo quando cammino per strada» usa dire Giuliano Amato, che lo decise) e una accresciuta insicurezza che forse contribuì al successivo crollo della lira in settembre, invece di evitarlo.
Non dimentichiamo però che esistono anche forme di prelievo patrimoniale occulto. Il peggiore, e pesantissimo, sarebbe uscire dall’euro. Il ritorno alla lira, con inevitabile default finanziario, ridimensionerebbe brutalmente sia i patrimoni sia, attraverso l’aumento dei prezzi, i redditi.
La Stampa 13.11.12
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“Monti e il giallo sulla patrimoniale: lancia il sasso e nasconde la mano”, di Raffaella Cascioli
In una nota palazzo Chigi smentisce che sia allo studio la tassa sui patrimoni che piace al Pd. Una patrimoniale «generalizzata». Non un blitz notturno. Non una misura che favorisca l’allontanamento dei capitali. Nessuna volontà di mettere in fuga gli investitori con una tassa non equa. Contrordine: nessun intervento di tassazione sui patrimoni. Nessun annuncio di una patrimoniale alle porte. Il tutto mentre da Monti arriva una dichiarazione di guerra all’evasione alla vigilia dell’esordio del nuovo redditometro.
A poco più di un mese da un altro annuncio, timido ma anche allora esplicito, sulla prima tappa per un calo delle tasse entro la legislatura, poi smentito con una nota ufficiale di palazzo Chigi ma successivamente concretizzatosi nella legge di stabilità varata dal governo, il presidente del consiglio Mario Monti torna sul tema fiscale. Di nuovo. Proprio mentre in parlamento si discute la delega fiscale, appprodata in commissione bilancio della camera, e la legge di stabilità con un non ancora ben compreso scambio fiscale, in via di licenziamento da parte della commissione bilancio sempre della camera. E, proprio come ad ottobre, l’intervento-annuncio del premier è seguito dalla consueta nota esplicativa di palazzo Chigi che sottolinea come Monti «non ha affatto annunciato un intervento di tassazione sui patrimoni».
Intervistato al forum del Financial Times a Milano, Monti – che ha detto senza mezzi termini che «non mi piacerebbe di rimanere premier» e ha ricordato come gli euroscettici che siedono in parlamento hanno messo a rischio a volte il governo («sono stato accusato di essere un servo sottomesso alla cancelliera Merkel») – spiega a metà tra passato e futuro, le intenzioni che un anno fa circa lo spinsero ad escludere un intervento sui conti correnti nel salva-Italia e quelle che oggi non lo vedono contrario a una tassa patrimoniale. «Dipenderà – ha spiegato Monti – da come funzionerà e da come sarà utilizzata: come strumento fiscale o come misura una tantum da parte di governi che vogliono dare un taglio al passato». Il problema, e Monti da economista lo sa bene, è che il capitale è di per sé mobile e segue una tassazione più conveniente, come bene sa la Francia di François Hollande. Non è un caso che, come peraltro ha ieri ricordato, a dicembre dello scorso anno si è deciso di reintrodurre una patrimoniale sugli immobili (Imu) che oggi grava anche sulla prima casa. Le case non si trasferiscono all’estero, i capitali sì. A meno di un blitz notturno come fu quello operato da Giuliano Amato sui conti correnti giusto vent’anni fa. E di blitz notturni Monti non vuole sentir parlare. Semmai, ha spiegato, ha un approccio laico a questo tipo di tassazione che lo spinge a sdrammatizzare: «La tassa patrimoniale esiste già in alcuni paesi estremamente capitalistici». Tanto è bastato perché da palazzo Chigi si è intervenuti con una nota per specificare che Monti ha parlato di patrimoniale «come spiegazione delle decisioni allora adottate, non come premessa di futuri interventi ».
Eppure che la patrimoniale, tanto più dopo l’annuncio dell’appena rieletto presidente Usa Obama di voler aumentare le imposte ai ricchi, sia in cima alla lista delle cose da fare del centrosinistra, almeno di una parte consistente del Pd, non c’è dubbio. Che l’efficacia di una patrimoniale tout court senza essere inserita in una rivisitazione complessiva della tassazione sui redditi sia minima è innegabile. Soprattutto quando nella legge di stabilità non c’è ancora chiarezza su quale direzione, prima di tutto fiscale, si intende intraprendere. Già perché respinto il mix di aumento ridotto dell’Iva e riduzione delle prime due aliquote Irpef proposto dal governo, al momento si sarebbe circoscritto l’aumento dell’aliquota Irpef a quella ordinaria mentre dal 2013 sarebbe istituito un fondo per il calo delle tasse alimentato con le maggiori entrate della lotta all’evasione, dal calo degli spread e dalla riduzione degli sconti fiscali.
da Europa Quotidiano 13.11.12

“La manovra”, di Luisa Grion

Niente tagli alle aliquote Irpef, via al tetto sulle detrazioni e interventi per un miliardo sugli “sconti” per figli a carico. Aumento delle deduzioni Irap – a partire dal 2014 – a vantaggio delle imprese per lavoratori assunti a tempo determinato o nelle regioni del Meridione. Ecco il cuore dell’emendamento fiscale che sarà presentato stamattina dalla Commissione Bilancio e che è destinato a modificare pesantemente il ddl varato lo scorso ottobre dal governo.
Le aliquote Irpef restano ferme, ma aumenta di cento euro la detrazione per figli a carico (180 se sotto i tre anni). Non sarà ritoccata l’Iva del 10 per cento, ma resta confermato – dal prossimo luglio l’aumento dell’aliquota dal 21 al 22 per cento.
La maggioranza parlamentare ha trovato una soluzione, approvata stavolta anche dalla Ragioneria, all’emergenza esodati: se le risorse non basteranno salterà l’indicizzazione delle pensioni di 3000-3500 euro. Ma dalla platea dei tutelati resteranno esclusi i licenziati per fallimento delle aziende nel 2011. C’è il ritorno di un Fondo destinato alle politiche sociali (aiuti alla non autosufficienza e ai malati di Sla). C’è un Fondo taglia tasse, attivo dal 2013 e destinato a convogliare i risultati della lotta fiscale – ma anche della riduzione dello “spread” (purché gli obiettivi di bilancio siano stati rispettati) – ad una riduzione della pressione a carico di famiglie e imprese.
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Addio ai tagli salta il tetto per deduzioni e detrazioni
L’IDEA aveva fatto sognare solo per poche ore: in realtà, l’ipotesi che il taglio di due punti alle prime due aliquote fiscali potesse portare vantaggi ai bilanci delle famiglie era subito crollata sotto i colpi inferti alle detrazioni. Il ddl presentato lo scorso ottobre dal governo proponeva infatti che, dal primo gennaio 2013 – per i redditi sotto ai 15 mila euro l’aliquota Irpef passasse dal 23 al 22 per cento; quella fino ai 28 mila si abbassasse dal 27 al 26. Ma a corollario di ciò prevedeva interventi su detrazioni e deduzioni pronti a scattare già sui redditi 2012: una franchigia di 250 euro e soprattutto un tetto di tremila euro alle detrazioni destinato a penalizzare i contribuenti che pagano un mutuo, le famiglie con figli, le monoreddito e quelle a reddito basso. L’emendamento della Commissione Bilancio che sarà presentato stamattina fa scomparire il taglio alle due aliquote. Scompare anche il tetto (in un primo tempo si era pensato di modificare solo la tipologia delle spese ammesse). «Salteranno i tagli a detrazioni e deduzioni, comprese le franchigie» hanno infatti anticipato i due relatori della maggioranza.
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L’aliquota del 10% non sarà aumentata Colpite le gestioni di portafoglio
NIENTE aumento di un punto per l’Iva al dieci per cento. É l’aliquota più comune, quella applicata su buona parte dei generi alimentari, sul gas e l’energia elettrica, sui mezzi di trasporto, ristrutturazioni edilizie. Anche il questo caso la notizia sarà contenuta nell’emendamento fiscale presentato stamattina, ma i due relatori Baretta e Brunetta confermano l’impianto.
Resta invece attivo, almeno per il momento, l’aumento dell’aliquota dal 21 al 22 per cento, destinato a scattare dal primo luglio 2013. Colpirà quindi beni quali abbigliamento, auto, telefonia, tabacchi, carburanti e mobili. Consumatori e commercianti sono solo parzialmente soddisfatti dalle novità: l’aumento dell’aliquota al 21 per cento va di fatto a inserirsi in un fase di pesante crollo dei consumi e blocca la domanda interna. Le commissioni delle gestioni individuali di portafoglio titoli non saranno più esentati dall’Iva: su di loro sarà applicata l’aliquota del 21 per cento che dal luglio 2013 salirà al 22 per cento.
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Famiglie numerose con più detrazioni si sale a 1080 euro per bimbi sotto 3 anni
OBIETTIVO condiviso è la riduzione del cuneo fiscale: da lì, non dal taglio delle aliquote previsto inizialmente nel ddl del governo dovrà partire il rilancio della politica fiscale a vantaggio delle famiglie (nel 2013) e delle imprese (nel 2014). É la parte sulla quale Commissione Bilancio e Ragioneria stanno ancora lavorando con simulazioni e conteggi, ma i capisaldi restano confermati dalle anticipazioni fornite ieri dai relatori della maggioranza Brunetta e Baretta .
L’emendamento alla legge di Stabilità che stamattina sarà ufficializzato prevede infatti un aumento delle detrazioni per figli a carico, che passano dagli 800 ai 900 euro. Quelle per bambini sotto ai tre anni passano invece dai 900 ai 1080 euro annui. Si è scelta questa strada perché considerata la più incisiva per i redditi dei lavoratori. Per quanto riguarda invece il pagamento dell’Irap versata dalle aziende è previsto un aumento (dal 2014) delle deduzioni forfettarie per le assunzioni a tempo indeterminato (da 4.600 a 7.500 euro) e per quelle riservate ai giovani (da 10.600 a 13.500). La misura vale 1,2 miliardi, «sconti» maggiori al Sud.
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Sugli esodati arriva la soluzione anche la Ragioneria dà il via libera
DOVREBBE essere la volta buona: è stata trovata la copertura finanziaria per risolvere l’emergenza esodati. L’ultima versione dell’emendamento varato in proposito è stato infatti approvato dalla Ragioneria dello Stato. Al compromesso si è arrivati modificando in parte la platea dei destinatari: è scomparso il riferimento (previsto nella versione precedente) ai lavoratori licenziati prima del 2011 per il fallimento della propria società, e al loro posto c’è la categoria di chi è entrato in mobilità entro il 4 dicembre 2011. La copertura prevede (oltre al Fondo di 100 milioni stanziato dalla legge di Stabilità) l’utilizzo degli eventuali risparmi sui 9 miliardi di euro già stanziati (grazie al buon fine alle politiche attive del lavoro). Se le risorse non basteranno si ricorrerà alla deindicizzazione delle pensioni di sei volte superiori al minimo (quelle tra i 3.000-3.500 euro), recuperando una cifra bastante per coprire il 2014. Per quanto riguarda le cifre, si tratta di 554 milioni di euro per il periodo 2013-2020: 64 milioni nel 2013, 134 nel 2014, 135 milioni nel 2015, 107 nel 2016, 46 nel 2017, 30 nel 2018, 28 nel 2019 e 10 a partire dal 2020. Cgil: «soluzione parziale».
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Calamità naturali e malati di Sla dal prossimo anno pronti 900 milioni
TROVATE le risorse per coprire gli aiuti ai non autosufficienti e ai malati di Sla, per finanziare un pacchetto di borse di studio e prevedere interventi nelle aree colpite dai recenti disastri naturali. La Commissione Bilancio ha dato il via libera all’istituzione del Fondo sociale (ex Fondo Letta) finanziato nel 2013 con 900 milioni di euro totali. Un tetto destinato a coprire molte voci di spesa. Di questi 900 milioni, infatti, 200 milioni andranno alla non autosufficienza e agli affetti da sclerosi laterale amiotrofica e 300 milioni al fondo nazionale per le politiche sociali. Dei restanti 365 milioni, 50 sono stati destinati alle borse di studio e altre risorse sono state stanziate per affrontare le recenti calamità naturali: dalle alluvioni in Liguria, Toscana, Veneto, provincia di Messina e Marche, ai danni per le nevicate di quest’anno e per i terremoti in Calabria e Basilicata e per L’Aquila. Altri interventi riguardano il finanziamento delle Università, ai policlinici gestiti da università non statali, il fondo per il servizio civile, l’accoglienza dei minori stranieri, le missioni di pace. «Una goccia nel mare, ma un segnale positivo» commenta il Pd.
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La lotta all’evasione alimenterà un fondo che servirà a ridurre le tasse
ARRIVA un Fondo ad hoc per ridurre la pressione fiscale. Partirà dal prossimo anno e secondo quanto previsto dall’emendamento approvato dalla Commissione Bilancio sarà alimentato grazie alle risorse derivate dalla lotta all’evasione fiscale, «dalla riduzione delle spese fiscali» e dagli effetti positivi generati dal calo dello spread (ovvero dalla differenza fra la spesa per il debito pubblico prevista e spesa effettivamente erogata). In quest’ultimo caso però il passaggio delle risorse al Fondo taglia-tasse non sarà automatico: il co-relatore Brunetta (Pdl), ha precisato che «in sede di definizione del Def, una volta ottemperati tutti gli obiettivi di bilancio, ciò che risulta in più verrà finalizzato alla riduzione fiscale per famiglie e imprese».
Gli obiettivi, per Burnetta, sono il «taglio di Imu e Irap». Lo stesso Documento di economia e finanza, dal 2013, dovrà contenere «una valutazione relativa all’anno precedente delle maggiori entrate» derivanti dalle tre voci da destinare alla riduzione della pressione fiscale. Brunetta definisce il Fondo come «epocale».
La Repubblica 13-11-12