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“Un investimento decennale e sette errori da non ripetere”, di Vittorio Emiliani

Chi, come me, scrive da decenni di queste cosiddette “calamità naturali” – che sono in realtà autentiche “calamità politiche” – potrebbe ripubblicare con poche varianti l’articolo scritto un anno fa, o quello di due anni fa per il disastro di Ognissanti, sempre in Toscana. Con l’aggravante che ad un governo Berlusconi che in Finanziaria non stanziava praticamente nulla di più dell’ordinario per la difesa del suolo è succeduto un governo Monti che, dovendo riparare ai disastri finanziari berlusconiani e avendo eletto a culto il pareggio di bilancio, si toglie da sé le risorse per un piano contro il dissesto idrogeologico.
Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, direttore generale di solida esperienza, sa bene che la prevenzione di simili disastri costa molto, mentre riparare, tamponare, rattoppare costa venti, trenta volte di più. Senza contare le vite perdute (anche stavolta numerose) e i disagi umani e sociali degli alluvionati. Ha assicurato che presenterà al Cipe «il piano contro i cambiamenti climatici e il dissesto idrogeologico e spero che se ne parli alla prossima riunione»…Non è molto.
L’Italia si trova stretta fra la necessità di tenere i conti in ordine (ma il debito pubblico continua a salire) e quella di difendere il proprio territorio più fragile e i suoi abitanti. Saprà, vorrà un governo di tecnici reclamare dall’Unione Europea l’allentamento della stretta finanziaria per poter varare un piano almeno decennale di risanamento del suolo? Ne dubito seriamente. Ieri il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, ha lanciato un’accusa precisa: «Su alcune zone sono caduti in 48 ore 400 millimetri di pioggia. Ma questi fenomeni eccezionali hanno impattato su un territorio dove la fragilità è nota e arcinota e dove si è costruito dove non si doveva costruire». Quindi, ci vuole un piano decennale di investimenti certi e ben mirati, ma senza ripetere errori e comportamenti sbagliati. Quali? Provo a riassumerli per punti.
1) Dare alle Autorità di Distretto, secondo la direttiva europea, quei poteri vincolanti negati alle Autorità di Bacino (legge n. 183 del 1989), disarticolate alla fine di un conflitto suicida Regioni-Stato (ricordate Bossi che voleva dividere in quattro pezzi la gestione del Po a seconda delle regioni attraversate?). Basta col “federalismo fluviale” che ha soltanto inceppato l’azione di risanamento/prevenzione, sì ai confini del bacino idrografico e no a quelli delle singole Regioni.
2) Ridare alla difesa del suolo fondi per la manutenzione ordinaria e redigere un piano decennale credibile di finanziamenti straordinari (dopo la tragica colata di fango a Sarno era stato quantificato in 40 miliardi di euro).
3) Vietare assolutamente ogni edificazione nelle aree di sfogo dei corsi d’acqua, negando risarcimenti agli abitanti di edifici illegali alluvionati, e cominciare a liberare le aree golenali da ogni tipo di costruzione.
4) Controllare severamente le concessioni per l’estrazione di ghiaia e sabbia da fiumi e torrenti spesso soggetti ad autentiche “rapine” e quindi a dissesti degli alvei dalle conseguenze disastrose.
5) Restituire alla natura, oltre alle aree golenali, gli argini dei corsi d’acqua e gli stessi alvei oggi in molti casi cementificati, col risultato di aumentare spaventosamente la velocità delle acque di piena (vedi Genova e dintorni).
6) Non asfaltare altre strade poderali e vicinali di collina, evitando anche di tracciare nuove arterie in zone già dissestate (come sta invece avvenendo per seminare di pale eoliche, spesso inutili, l’Appennino).
7) Nel contempo, programmare nelle zone abbandonate della montagna appenninica (in particolare) lavori sistematici di riassetto delle acque di scolo, liberando gli alvei dall’invasione di piante e arbusti e curando gli stessi boschi troppo spesso inselvatichiti, in modo da favorire la ritenzione a monte delle acque piovane.
Altri punti si potrebbero aggiungere: questi sono quelli essenziali. Sui quali però occorre trovare una convergenza durevole e “virtuosa” fra Stato e Regioni. Passata la sbornia del federalismo (che in realtà è stato sovente feder-lassismo), occorre ridare forza concreta alle virtù di uno Stato regionale coeso e operante.
L’Unità 14.11.12

“Le tasse”, di Valentina Conte

Ancora una bocciatura. E stavolta persino più severa. Il Consiglio di Stato, con un secondo parere pubblicato ieri, invita il governo a riscrivere il Regolamento che dovrebbe far pagare l’Imu a Chiesa e enti no profit nel 2013. Suggerisce frasi ed incisi da correggere o cancellare. E soprattutto avverte che, se il testo non cambia su sanità, scuola, alberghi, l’Italia rischia una procedura di infrazione europea, come esito dell’indagine aperta per aiuti di Stato illegali. Troppe esenzioni, troppi sconti, e una definizione ad hoc di ciò che non è attività commerciale. Un parere durissimo. L’aggettivo «favorevole» con cui si chiude il testo, elaborato dal consigliere Roberto Chieppa, in realtà si limita alla parte più “tecnica” e matematica del Regolamento, la sua originaria
ratio.
Laddove cioè si dice come calcolare la proporzione di immobile “misto” dedicata alla sola attività commerciale e dunque soggetta all’imposta. Questa parte andava bene nel primo parere del 4 ottobre, va bene ora.
L’ATTIVITÀ ECONOMICA
A suscitare le «osservazioni» e le «criticità » più severe è l’altra parte, quella degli “sconti”, che fissa i «requisiti» per cui un’attività non debba considerarsi commerciale e dunque esente da Imu. Requisiti che ruotano attorno al concetto di «retta simbolica», ma che per i giudici amministrativi nasconde un’attività economica in piena regola, con spese e incassi. Il Consiglio di Stato ricorda che il criterio europeo per definire un’attività “commerciale” non si basa tanto sull’utile che se ne ricava. Quanto invece dall’«offrire beni e servizi in un mercato». Nella versione del governo, al contrario, lo spazio delle esenzioni si amplia a dismisura, specie per scuola, sanità e alberghi. Travalicando norme italiane e comunitarie. Mentre proprio ai principi di Bruxelles, suggeriscono i giudici, il governo si dovrebbe riferire per «coerenza». Anche perché, annota Chieppa, «soggetti in apparenza “non commerciali” possono in taluni casi svolgere attività economiche in concorrenza con analoghi servizi offerti da altri operatori economici ». Anche il no profit può fare commercio. E dunque deve versare l’Imu sugli immobili (o loro porzioni) in cui lo fa.
LA SANITÀ
Cliniche e ospedali accreditati o convenzionati con Stato, Regioni, enti locali. Oppure attività sanitarie svolte a titolo gratuito o con retta simbolica «e comunque non superiore alla metà di quella media prevista per le stesse attività, svolte nello stesso ambito territoriale ». In questi casi alternativi (o l’uno o l’altro), zero Imu. Il Consiglio di Stato li boccia. Per avere zero Imu, le cliniche devono essere sia convenzionate che gratuite o con rette simboliche. La media del mercato non è criterio valido perché «di difficile applicazione» e «non è in assoluto idoneo a qualificare l’attività come non commerciale». D’altronde, un conto è la retta gratis o “simbolica”. Un altro conto, il 49% della media di mercato. Il governo ne fa sinonimi.
L’ISTRUZIONE
Stesso discorso per scuole e hotel. Per le prime, il criterio della «non copertura integrale del costo effettivo del servizio » non regge. Basta gonfiare di poco le spese, far pagare ai genitori una retta di poco inferiore e il gioco è fatto: zero Imu. D’altronde, anche qui, un conto è la retta “simbolica”, un conto è il 99% dei costi per l’istruzione coperti dai genitori degli alunni. In questo secondo caso l’attività economica c’è eccome. E l’Imu va pagata. Sulle «attività ricettive», è giusto esentare le strutture cui hanno accesso i «destinatari propri delle attività istituzionali», se sono stagionali. E dunque le case vacanze dei religiosi, ad esempio. Corretto esentare le strutture che fanno «ricettività sociale » e offrono ricovero temporaneo a indigenti e svantaggiati. Come gli ostelli della Caritas. Ma il riferimento alla retta «non superiore alla metà» della media di mercato, dice Palazzo Spada, deve saltare. Perché lì si annidano zone d’ombra di esenzioni.
IL CODICILLO
Il Consiglio di Stato, infine, ricorda che la seconda parte del Regolamento ieri bocciata esiste solo perché il governo ha ampliato la delega concessa dalla legge, inserendo tre righe nel decreto Enti locali. Ma, appunto, per ora è solo un decreto. E tutto può cambiare in Senato.
La Repubblica 14.11.12

“Cinque sfidanti un vincitore”, di Curzio Maltese

Il vero vincitore del confronto televisivo è stato il Partito democratico che esce dalla campagna per le primarie con un’immagine nuova. Per il primo partito italiano, finalmente un’immagine moderna e perfino compatta. L’altra sera i cinque candidati erano o sembravano d’accordo su tutto o quasi, comunque molto di più di quanto immaginassero i cittadini abituati a considerare il Pd delle cento anime e altrettante correnti, in perenne rissa. Erano d’accordo contro, che è più facile. Contro Marchionne e il ministro Fornero, contro la rincorsa al centro di Casini, al quale soltanto Bersani ha lasciato aperto uno spiraglio. Ma erano d’accordo anche a favore, per esempio a favore delle unioni gay e di una riforma del mercato del lavoro per favorire l’inserimento di donne e giovani. Naturalmente rimangono le differenze e sono diverse le storie. Ma per la prima volta il Partito democratico ha dato l’impressione di aver finalmente identificato un common ground, un campo di valori condivisi da tutti, il comune denominatore che sembrava mancare ai tempi dei duelli rusticani fra Veltroni e D’Alema o degli scontri ideologici, soprattutto sul tema dei diritti civili, fra ex democristiani e post comunisti. Tanto che non si capisce perché Nichi Vendola ne rimanga ancora fuori. In fondo il radicalismo del governatore della Puglia è meno distante dalla linea di Bersani di quanto non lo siano le ali estreme del Labour o dei socialisti francesi e tedeschi dai rispettivi leader. Senza contare che dentro il Pd l’intelligenza politica e la passione di Vendola potrebbero avere effetti molto positivi.
Piaccia o meno, magari per demeriti altrui più che per meriti propri, il Pd è oggi l’unica realtà solida in un panorama di partiti devastato dalla crisi. È l’unica forza che assomiglia a un partito classico delle democrazie occidentali. Non è un partito padronale all’italiana, come tutti gli altri, i vecchi e incistati al potere e i nuovi presunti alternativi. Dall’Idv, dove Di Pietro
è il padrone di casa, alla lettera, al Movimento 5 Stelle, dove ormai Grillo sguinzaglia contro i dissidenti torme di avvocati a tutelare il marchio depositato, manco fosse la Nestlè o la CocaCola. Ma finora l’assenza di una personalità carismatica di demiurgo era vissuta dagli elettori come una carenza, l’indizio di una mancanza di personalità del Pd, simbolo di un indistinto spirito democratico che non era né questo né quello, né socialista né liberal, imprigionato nelle pesanti e in qualche modo inconciliabili eredità del Pci e della sinistra democristiana. Ma se perfino Tabacci riconosce i diritti civili degli omosessuali, se Vendola si apre alle ragioni della libera impresa, allora significa che esiste un’anima del Pd capace di imporsi ai singoli candidati e delimitare un territorio comune.
Certo, il Pd è stato molto favorito dal format del dibattito di Sky. Il confronto all’americana dell’altra sera sta a quella che sarà, si spera, la nuova politica esattamente come il talk show padronale degli ultimi vent’anni è stato ai partiti azienda e ai loro leader carismatici. Lo stesso Grillo sfrutta benissimo la simpatia dei conduttori per le personalità autoritarie. Vieta i talk show ai militanti perché sa di potervi andare quando e soprattutto come vuole, senza contraddittorio. Ma se si affermasse il modello Sky, sarebbe complicato anche per l’ultimo padrone della politica italiana rifiutare il confronto.
L’unico lato oscuro dello spettacolo democratico dell’altra sera è la reale possibilità dei candidati premier del centrosinistra di governare alla fine il Paese. La storia degli ultimi decenni è andata da un’altra parte. Dal ’92 a oggi abbiamo avuto soltanto due politici puri a palazzo Chigi, Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Il primo non è stato rimpianto da nessuno e il secondo si era presentato con la maschera del governo tecnico. Per il resto, da Berlusconi a Prodi, da Ciampi a Monti, si è ormai affermata l’idea che la politica non sia più capace in proprio di esprimere uomini di governo come nelle altre democrazie. Fra tutte le anomalie del sistema politico italiano, questa è la più difficile da risolvere. Diciamo la verità, la più motivata.
La Repubblica 14.11.12

Grazie al PD 50 milioni per il diritto allo studio

Bersani: “Voler studiare e non poterlo fare è un insulto alla dignità umana”. Meloni: “La legge di stabilità non sembra dare alcuna certezza sulla riduzione delle risorse per l’università. L’unico segnale positivo è rappresentato dall’approvazione dell’emendamento del PD, presentato da Manuela Ghizzoni, grazie al quale viene rifinanziato con 50 milioni il Fondo statale per il diritto allo studio”.
L’istruzione pubblica e di qualità per tutti, senza distinzione di censo e di appartenenza geografica è infatti un tema fondamentale per il Partito democratico che ha presentato, con la presidente della Commissione Cultura, scienze e Istruzione della Camera dei deputati, Manuela Ghizzoni, un emendamento per incrementare il fondo integrativo statale per la concessione delle borse di studio. Emendamento che è stato approvato oggi in Commissione e grazie al quale viene rifinanziato con 50 milioni il Fondo statale per il diritto allo studio.
Ghizzoni ha commentato che “con l’incremento di 50 milioni al fondo, abbiamo compiuto un passo importante per fermare la fuga dall’università e per contrastare l’immobilità sociale, che mortifica nel nostro Paese i talenti dei giovani e le loro speranze di futuro. Ma siamo ancora lontani – ha concluso – da un sistema di diritto allo studio comparabile con quello dei principali continentali, ma – ha commentato – senza l’approvazione di questo emendamento ci saremmo ancor più allontanati dalla giusta strada”.
“Scongiurati i tagli lineari alla scuola è stato ripristinato il diritto allo studio costituzionalmente sancito – ha concluso Ghizzoni – siamo il Paese europeo che investe meno in istruzione, in rapporto alla spesa pubblica complessiva. In Italia solo il 7% degli studenti ha una borsa di studio, un dato preoccupante, soprattutto se associato al dato che riporta un drastico calo delle immatricolazioni dovuto alla difficoltà di affrontare economicamente gli studi superiori”.
Marco Meloni, il responsabile università e ricerca del PD si è comunque dichiarato “molto preoccupati perché, per la prima volta dopo tre anni nei quali si era comunque trovato il modo di limitare la riduzione delle risorse per l’università, la legge di stabilità non sembra dare alcuna certezza al riguardo. Per questo al governo, e in particolare al ministro Profumo, il PD, chiede un impegno più forte ed esplicito”.
Per Meloni “l’unico segnale positivo è rappresentato dall’approvazione, oggi in Commissione, dell’emendamento presentato da Manuela Ghizzoni, per il resto, nel 2013 l’intervento dello Stato a favore degli studenti sarà molto vicino a quello di quest’anno. Risorse di entità assai inferiore ai principali paesi europei, e del tutto insufficienti rispetto alle necessità degli studenti italiani, tanto più che le Regioni hanno ridotto il loro contributo, caricandolo sull’aumento della tassazione studentesca. Per questo da mesi chiediamo al governo, purtroppo invano, di cambiare del tutto l’impostazione delle politiche per il diritto allo studio, e faremo di questo tema un centrale della nostra azione di governo per aumentare il livello di istruzione e l’eguaglianza di opportunità dei giovani italiani”.
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“Vita da precari”, di Saviana Colazza

Siamo senza certezze, e intanto facciamo lezione, consigli di classe, verbali, prospetti gite, correzioni, in una scuola che cade a pezzi… In una scuola con alunni difficili, in una scuola dove mancano ancora professori, dove bisogna consolare i colleghi che escono in lacrime perché non riescono a fare lezione, perché sono considerati Nessuno Ci sono alcuni giorni che non si amano per se stessi ma per l’attesa che lì prepara.
Uno di questi, è il primo giorno di scuola per noi precari di terza fascia. Quelli che, come me, non hanno passato il test Tfa, quelli che non possono fare il concorso perché troppo giovani (laureati dopo il 2003). Quelli che ogni hanno mandano avanti la scuola pubblica.
Il nuovo anno scolastico inizia così, nell’attesa di ricevere un sms, una mail, una telefonata.
Nel frattempo, faccio il solito giro di fax e raccomandate alle scuole paritarie, almeno lì ci assicurano la continuità, almeno lì, sottopagati, ci assicurano punteggio.
I giorni passano nell’attesa e nello scambio di telefonate consolatorie con amici–colleghi.
Ecco che agli inizi di ottobre, avviene il miracolo, la casella di posta elettronica, contiene una mail di convocazione; il mio cuore sussulta come quello di un bambino che varca le porte della scuola media. Non posso cantare vittoria, però, le convocazioni, per noi di terza fascia, sono collettive, quindi bisogna sperare di essere i primi della lista e che si presentino poche persone.
Il giorno tanto atteso arriva, la notte passa insonne per l’emozione.
Arrivo a scuola e siamo una ventina di colleghi, ci scrutiamo come belve feroci, impaurite e impotenti di fronte al volere degli Dei (il Miur nel nostro caso). Arriva il segretario, legge i primi nomi della lista, ci sono anche io tra quei primi nomi, gli Dei mi hanno ascoltato!
Gli altri, come in un provino da reality, vengono rispediti a casa con un “grazie sarà per la prossima volta”.
Inizia così il mio primo giorno di scuola… inizia così il mio viaggio, il nostro viaggio, un viaggio di speranza, di passione, di amore, un viaggio senza meta, senza coordinate, il viaggio degli “AVENTI DIRITTO”. Siamo come Ulisse: i “Nessuno” della scuola.
“Avente diritto”, è il nostro contratto, senza infamia ,senza lode, senza gloria e soprattutto senza data.
Aspettiamo di ricevere notizie dagli Dei dell’Olimpo, ogni mattina aspettiamo di conoscere la nostra sorte, cosa sarà di noi? Resteremo fino a fine anno? Ci cambieranno scuola? Torneremo a casa?
Intanto facciamo lezione, consigli di classe, programmazioni, verbali, prospetti gite, compiti in classe, correzioni, in una scuola che cade a pezzi, che si sgretola giorno dopo giorno. In una scuola con alunni difficili, problematici, in una scuola dove a metà novembre mancano ancora professori (nella mia classe ne mancano tre). In una scuola dove bisogna consolare i colleghi che escono in lacrime dalle classi perché non riescono a fare lezione, perché sono considerati Nessuno.
Come possiamo dare stabilità a questi ragazzi? Come possiamo creare empatia e fiducia reciproca quando non possiamo nemmeno mantenere la promessa di portarli in gita a primavera perché non sappiamo se restiamo? Come è sostenibile a fine novembre che si devono sistemare le graduatorie?
Non dovrebbe essere questo un Paese civile? Non dovrebbe essere la scuola le fondamenta di tale civiltà?.
Qui non si tratta di lavagne elettroniche ed effetti speciali. Qui si parla di persone. Non è questione di forma, ma di ri-forma mentis.
Io vorrei aiutare i ragazzi a scovare i talenti, le passioni, sfidarli, metterli alla prova, cercando di non farli illudere a viver di sogni campati in aria, ma allo stesso tempo insegnargli a sognare e ad acquisire la pazienza necessaria per realizzarli quei sogni, facendoli diventare progetti.
Aiutarli ad essere liberi , ricordargli che non esiste Unità d’Italia se non sono loro i primi ad essere uniti.
Ricordargli quanto è bello il nostro paese facendogli venir voglia di scoprirlo
Renderli forti non nascondendogli le battaglie ma donandogli il coraggio per affrontarle
Spendersi in questo mestiere è faticoso e non sono rari i casi in cui viene voglia di attenersi allo stretto necessario o all’abbandonarsi alla routine, senza impegnare la propria creatività per stanare qualche studente spento o semplicemente per portare un po’ di bellezza tra le mura della scuola.
Per essere me stessa sono chiamata a insegnare bene e scrivere bene. Fosse anche solo per uno, in una classe. Il mio lavoro è quello del postino che permette alla lettera di arrivare al destinatario, il mio lavoro è quello del contadino che lancia i semi su vari tipi di terreno. Quel seme viene a volte soffocato, a volte strappato via, a volte accolto.
TUTTO DIPENDE DAGLI DEI DELL’OLIMPO MIUR….e DAGLI DEI GOVERNANTI….
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“Legge elettorale, Pd e Pdl si parlano ma l’intesa è lontana”, di Simone Collini

Resta alta la tensione sulla riforma del sistema di voto. Casini: «Possibile compromesso sul premio al 10%». Ma i berlusconiani fanno muro.
E’ ancora alta tensione sulla legge elettorale. Le distanze tra Pd e Pdl restano anche dopo gli ultimi contatti tra gli sherpa dei due partiti (Maurizio Migliavacca e Denis Verdini) e a meno che questa mattina non si riesca a trovare un’intesa in extremis, oggi pomeriggio la riunione della commissione Affari costituzionali del Senato farà registrare una nuova spaccatura che non sarebbe certo di buon auspicio in vista del passaggio in aula della discussione.
L’Udc, dopo che all’ultima seduta ha votato insieme a Pdl e Lega l’introduzione della soglia minima del 42,5% per poter accedere al premio di governabilità, ha aperto al cosiddetto lodo D’Alimonte (rilanciato per primo dal Pd) e sta lavorando affinché i due principali partiti che sostengono Monti trovino un accordo su questo terreno. Il problema è che il Pdl non ne vuole sapere di prevedere un premio da assegnare al primo partito nel caso nessuna coalizione riesca a raggiungere la soglia minima, se non di misura assai ridotta.
Il Pd, appoggiato in questo dall’Udc, sostiene che per garantire la governabilità sia necessario abbassare al 40% l’asticella e, se il premio non scattasse, assegnare un 10% di seggi aggiuntivi alla lista più votata. Il Pdl ha fatto sapere di essere disponibile a votare l’abbassamento di 2,5 punti percentuali della soglia, ma non a dare il via libera a un premio di quelle dimensioni al primo partito nel caso non venisse raggiunta.
Angelino Alfano si limita a sottolineare che sarebbe «un’anomalia» se il prossimo governo fosse sostenuto da una coalizione che ha incassato il 35% dei voti (a tanto viene data nei sondaggi l’alleanza dei progressisti), evitando di confrontarsi nel merito della questione, che in questa fase della discussione prevede la soglia (accettata dal Pd) e un premio di governabilità del 12,5% (il Pd voleva il 15). Ed evitando, anche, di confrontarsi col fatto che nel suo partito c’è già chi, come Daniela Santanchè, definisce il Porcellum un sistema migliore della bozza in discussione e chi, come Sandro Bondi, annuncia che voterà no in caso vengano mantenute le preferenze.
Gli equilibri tra le forze politiche, rispetto alla scorsa settimana, si sono modificati dopo l’apertura dell’Udc al lodo D’Alimonte. E potrebbero esserlo anche in misura maggiore se al Pd riuscirà di lavorare sulle contraddizioni che agitano Pdl e Lega, magari rilanciando sula proposta Calderoli, che prevede un premietto al primo partito pari al 25% dei seggi presi con proporzionale (il Pd potrebbe essere interessato se si ragionasse sul 30%). Ma i falchi, nel partito di Berlusconi, sembrano ancora prevalere e un’intesa appare dunque lontana.
NORMA ANTI CAMBIO DI CASACCA
In questa situazione un buon segnale arriva da Gaetano Quagliariello (nel Pdl è tra quanti lavorano per arrivare a un accordo col Pd) che insieme al vicecapogruppo del Pd Luigi Zanda ha presentato un emendamento che prevede possano essere costituiti nuovi gruppi parlamentari «solo se risultanti dalla fusione di gruppi preesistenti». Una norma anti-casacca, insomma, sulla quale il Pd si batte da tempo. Sul resto però le distanze rimangono, tanto da spingere Pier Ferdinando Casini a lanciare questo appello: «Non possiamo darla vinta all’antipolitica e a coloro che sperano solo, e stanno facendo danze propiziatorie in questo momento, che la politica non si metta d’accordo». Per il leader dell’Udc un’intesa si può e si deve trovare, altrimenti «saremo spazzati via». E se al Pd assicura che «nessuno vuole metterlo in minoranza», e che «il compromesso su un premio di maggioranza del 10% può essere benissimo accettato», al Pdl fa notare che il rischio è che rimanga in vigore il Porcellum: «Se lasciamo la legge così nulla di più facile che chi ha il 30% nelle urne prenda il 55% dei seggi. Un conto è un premio del 6 o 7%, un conto del 25%».
Anche Enrico Letta fa notare che «ogni momento che si aspetta è un aiuto al Movimento 5 Stelle e all’antipolitica». Però spiega anche che quella approvata «sarà una legge di compromesso», che quindi come tale «sarà transitoria».
L’Unità 13-11-12

“La patrimoniale si paga già in Francia e Svizzera. Berlino punta a quota 2 milioni” di Giuditta Marvelli

Francia e Svizzera ce l’hanno da sempre. La Spagna l’ha resuscitata per far fronte alla crisi. La Germania l’ha dismessa nel 1997, ma alcune forze politiche vorrebbero rimetterla in pista, come accade anche in Austria. La Gran Bretagna non l’ha mai avuta: e ora ci pensa. La patrimoniale è tornata di gran moda e fa capolino nei dibattiti politici di molti Paesi europei. L’accenno («nessun annuncio», ha precisato il premier) fatto ieri da Mario Monti a una tassa sul valore complessivo della ricchezza posseduta dagli italiani si inserisce quindi in un filone internazionale assai prolifico.
In realtà l’Italia — che non figura tra gli Stati titolari di una vera e propria patrimoniale sistematica — ha adottato per il momento uno «spezzatino» di genere. Nell’ultimo anno, infatti, oltre all’Imu (la patrimoniale sugli immobili che ha sostituito l’Ici), è arrivata anche la «patrimonialina» sui rendiconti degli investimenti finanziari, pari allo 0,1% nel 2012 e allo 0,15% a partire dal 2013, con un minimo di 34,2 euro.
Ma come sono quelle degli altri? Nell’euro brilla il caso francese. Con un nome che sembra uscito da un romanzo di Honoré de Balzac, impôt de solidarieté sur la fortune, si chiede di più ai contribuenti benestanti con beni mobili e immobili da 1,3 milioni di euro in su. Nell’imponibile case, investimenti, polizze sulla vita, barche, aerei da turismo, cavalli da corsa e gioielli, non le opere d’arte e i beni produttivi. L’imposta, introdotta nel 1981 da François Mitterrand e addolcita da Nicolas Sarkozy, è stata appena rinvigorita da François Hollande, con un’aliquota dello 0,55% per i possedimenti compresi tra 1,3 e 3 milioni di euro e dell’1,8% per chi va oltre i 3 milioni. Nel 2011 ha messo nelle casse del Fisco 4,4 miliardi di euro. Ora, se il piano di Hollande funziona, dovrebbe rendere di più. L’applicazione è complessa e prevede delle franchigie per chi supera di poco le soglie minime che fanno scattare le diverse aliquote.
Di un meccanismo simile si è discusso negli ultimi mesi anche sul tavolo politico della Germania. Alcuni deputati della Spd (il partito social democratico tedesco) vorrebbero reintrodurre dal 2014 la tassazione sui patrimoni superiori a 2 milioni di euro, con un’aliquota dell’1%. Anche in questo caso ci sarebbero delle franchigie per rendere meno duro l’impatto della tassa. «Per i tedeschi si tratterebbe di un revival — spiega Giuseppe Corasaniti, professore associato di diritto tributario nell’Università di Brescia — . La patrimoniale, Vermögensteuer, che colpiva immobili e attività finanziarie fu infatti bocciata dalla Corte costituzionale tedesca nel giugno del 1995». In seguito allo stop, dovuto alla disparità di trattamento nella valutazione di beni immobili, più favorevole rispetto alle attività finanziarie ai fini della determinazione dell’imponibile, l’imposta non fu più prelevata a decorrere dal 1997. Nel piano della Spd si tasserebbero si persone fisiche che società, con una previsione di gettito pari a 11,5 miliardi, l’1,8% del Pil tedesco.
Anche gli svizzeri e i norvegesi pagano una patrimoniale sulla ricchezza: nella Confederazione ogni cantone decide aliquote e franchigie. In Norvegia si paga a partire da 700 mila corone (circa 100 mila euro): una tassazione ad ampio raggio rispetto al modello francese, giustificata dal fatto che il prelievo sui redditi è piuttosto basso (28%). «Tra gli Stati che hanno provvisoriamente stabilito una patrimoniale per fra fronte alla crisi del debito c’è la Spagna», spiega uno studio a cura dello studio associato Bernoni di Milano. Si versa oltre i 700 mila euro con aliquote comprese tra lo 0,2% e il 2,5%. A mitigare il tutto, un’esenzione sul valore della prima casa.
Il Corriere della Sera 13-11-12