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“Una cosa da democratici, in tv la forza delle primarie”, di Mario Lavia

La primissima impressione – scriviamo durante il primo “blocco” – è che insomma tanto tanto lontani non siano, Tabacci, Puppato, Renzi, Vendola e Bersani. Questo non vuol dire che Vendola non faccia Vendola, più “estremo” e come ansioso di mordere qualche polpaccio («Caro Renzi…»), è la “sua” parte, «sul fisco si viola la Costituzione», e che per converso gli altri appaiano un tantinello più ragionevoli. Il copione è un po’ questo. Ma, al dunque, i fantastici 5 che hanno scelto Sky, con contorni di polemiche e retroscena, eccoli finalmente lì, belli ritti in piedi – ed è davvero una X Factor tutta politica – a duellare, li vediamo mentre scriviamo, di fisco, tasse, Imu e patrimoniali.
È una roba “vera”? O è politica-spettacolo? Probabilmente, è solo la politica al tempo nostro, fatta anche di queste cose, con il dovuto omaggio alle novità e alla sperimentazione (bravi quelli di Sky, chissà se la Rai si sveglierà). Il format funziona bene per uno come Matteo Renzi, sarà perché è il più giovane o perché dice cose – condivisibili o meno – nei tempi giusti. Bersani sembra giocarsela a modo suo, non arrembante ma ragionatore (per quanto lo consenta una diretta così), cravatta rossa tanto per comunicare da che parte sta (quella viola di Renzi ha un significato fin troppo leggibile), senza l’aria di chi ha già vinto ma quella di chi è favorito un pochino ce l’ha, forse non se ne accorge neppure.
E Tabacci? Si accalora quando parla di lotta all’evasione, tutti gli riconoscono competenza e serietà: e poi la sua è una presenza politicamente siginificativa ma dall’inevitabile sapore decoubertiniano.
Per Laura Puppato è una grande occasione: per bucare il muro che i media le hanno costruito attorno, per spiegare col suo lento accento veneto le ragioni della giustizia sociale, declinandole al femminile.
Insomma, eccoli là: uno di loro diventerà il campione del centro-sinistra per andare a palazzo Chigi e tentare di riacciuffare l’Italia dal burrone che è lì sotto. È il bello delle primarie, quelle primarie che a sinistra ormai si considera un diritto. Tanto più dopo questo confronto.
da Europa Quotidiano 13.11.12
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“Sfida a cinque senza colpi bassi tutti contro Fornero e Marchionne e solo Bersani apre a Casini”, di GIOVANNA CASADIO
A Vendola chiedono «Se non vince, chi voterebbe poi al ballottaggio? ». E il leader “rosso” dice «no, non ce la faccio, è una domanda cattiva, siamo alla crudeltà», e non indica nessuno degli altri sfidanti, suscitando le risate di Renzi. Il clima è tranquillo, non sono volati gli stracci ma neppure ha trionfato la noia, come qualcuno temeva. Il conduttore Gianluca Semprini incalza, i candidati sforano tutti il tempo di ogni risposta che è di un minuto e 30 secondi. La “csxfactor” – la sfida tv su Skytg24 nello studio di X Factor – di Bersani, Renzi, Tabacci, Puppato e Vendola è un successo, quantomeno su twitter. Il piatto forte arriva alle fine quando dalle scaramucce e dalle ricette non lontane su fisco, anti evasione e lotta alla precarietà – si passa allo scontro. È sul finanziamento ai partiti e poi sulle alleanze. Bersani difende il patto con Casini, insieme a Tabacci. Gli altri tre, a cominciare da Renzi, non ne voglio sapere.
Il “rottamatore” sui soldi alle forze politiche cala l’asso, attaccando «chi pur avendo governato», non ha varato la norma contro il conflitto di interessi e «ha preso in giro gli italiani con una legge sul finanziamento pubblico ai partiti». È un punto per il sindaco, che però di “rottamazione” questa volta non parla. Bersani rimonta sulle ricette concrete. Quando dice: «Mai più paradisi fiscali, perché la ricchezza sa dove scappare … e poi in Italia serve una parola chiara, mai più condoni, mai più». Serve piuttosto una patrimoniale per alleggerire l’Imu. Via l’Imu sulla prima casa – anche per Vendola – e una tassa sui redditi del 75% «da un milione in su». Subito Renzi rimbrotta: «La patrimoniale per chi ha più di un milione di euro va bene, ma in Italia sono solo 786». La massima distanza è tra Vendola e Renzi e, in subordine, tra Vendola e Tabacci. Però le differenze tra i candidati si accorciano quando si parla delle riforme Fornero e di Marchionne. I 5 sfidanti per la premiership del centrosinistra esprimono sostanzialmente 5 no. Certo, la riforma delle pensioni piace a Renzi. Vendola va all’attacco sulla riforma del lavoro: «È uno sfregio alla civiltà». Bersani condivide con Renzi il fatto che «bisogna scrostare, rinnovare la società» e aggiunge che comunque «la riforma Fornero non basta».
Puppato difende i giovani, altro che choosy o bamboccioni come «li definiva Brunetta». Renzi la corregge: «Bamboccione l’ha detto Padoa-Schioppa». Bersani replica: «Dammi un occhio e poi giudicami tra due anni perché in 48 ore non si risolve la precarietà». Su Marchionne, il sindaco “rottamatore” fa autocritica: «Io che le avevo creduto…». «Io che non le avevo mai creduto», incalza Vendola. E Bersani: «Caro ingegnere, lei sta parlando con qualcuno che non le beve, lei Marchionne è un po’ osè». Tensione tra Renzi e Tabacci su alleanze, Monti-bis e costi della politica: Il “rottamatore” denuncia: «Rispetto Tabacci e la sua
storia, che ora gli ha permesso di distribuire poltrone con Monti di qua, e Casini di là. Ma così si consegna il paese a Grillo». Tabacci contro la demagogia di Renzi: «Un governo con dieci ministri non sta in piedi». Bersani bacchetta Renzi e Vendola sul no a Casini: «Non siate settari».
Sui diritti gay. Per Renzi ci vuole la civil partnership. Vendola non ricorre alla sua esperienza personale, però afferma che gli omosessuali non possono accontentarsi di spicchi di diritto: «Sì all’adozione per le coppie omosex». Bersani media: «Tra massimalismo e minimalismo bisogna trovare la strada, sono per la legislazione tedesca, ma sull’adozione sono per un principio di precauzione». Infine appelli e il pantheon. «Serve il cambiamento e un governo forte», per Bersani che cita papa Giovanni XXIII come suo punto di riferimento. Mentre Vendola (la sua bussola è il Cardinal Martini) invita al riscatto dall’era berlusconianiana: «Io un acchiappanuvole per un’Italia migliore». Renzi (Mandela il suo idolo) ironizza: «Sento dire se vince Renzi, finisce il centrosinistra, c’è chi crede alle profezie Maya e chi a D’Alema». In conclusione? Soddisfatti. Foto di gruppo e battuta di Renzi : «Io mi metto a sinistra di Vendola». Bersani twitta: «Bel confronto, siamo forti».
La Repubblica 13.11.12

“L’assalto delle lobby all’Europa del buon cibo”, di Carlo Petrini

L’Efsa festeggia il suo decimo anniversario. La sigla forse non dirà molto ai più: è l’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare. Si occupa della valutazione dei rischi di ciò che mangiamo. Dopo aver tenuto conto degli studi scientifici esistenti dà un parere all’autorizzazione per il commercio di nuovi prodotti alimentari o produzioni agricole: dagli additivi agli Ogm. La sede di questa Agenzia Europea è a Parma. Essa valuta che cosa può finire nei nostri piatti con un budget annuale di oltre 70 milioni di euro, in buona parte utilizzati per pagare i dipendenti. Un ruolo molto importante che i cittadini forse non hanno ancora imparato a riconoscere, ma di cui invece è ben consapevole chi deve trarre profitto dal mercato alimentare e considera ogni rallentamento, ogni dubbio di carattere scientifico, solo un problema di tipo economico.
L’Efsa in questi anni è stata più volte criticata per l’eccessiva morbidezza nei confronti delle pressioni delle lobbies dell’agroindustria e in più di un’occasione ha rivelato la presenza al suo interno di conflitti d’interesse. Soprattutto per ciò che è stato chiamato il meccanismo delle “porte girevoli”. Membri del suo Consiglio di Amministrazione o occupanti altri posti di rilievo che lasciano il lavoro per poi essere assunti, in tempi rapidi, dalle multinazionali di cui dovrebbero essere controllori. Un caso clamoroso fu quello di Suzy Renckens, direttrice dal 2002 al 2007 del gruppo di esperti per la valutazione del rischio Ogm dell’Agenzia, passata alla multinazionale transgenica Syngenta da un giorno all’altro, nonostante la normativa preveda di comunicare questi “passaggi” almeno due anni prima delle dimissioni. Il caso più recente è stato invece quello di Diana Banati, presidente del Cda dell’Efsa che ha accettato il posto di direttore esecutivo di una fondazione europea finanziata dall’industria agroalimentare e biotecnologica, l’Ilsi (International life sciences institute), di cui peraltro è stata membro del board e del consiglio scientifico mentre era all’Efsa. Il regolamento dell’Agenzia formalmente vieta questi conflitti d’interesse, ma, come nel caso della Banati, alla fine tutto dipende dalla sincerità dei diretti interessati: un limite notevole.
Per motivi come questo la Commissione Europea ha previsto di rivedere il regolamento istitutivo dell’Efsa, di modo che entri in vigore a partire dal 2013. Allora l’occasione dei festeggiamenti di questi ultimi giorni diventa anche un buon per il futuro del nostro cibo. Ieri, in contemporanea con gli eventi del decennale Efsa, a Parma si è svolto un contro-convegno dal titolo inequivocabile: “Efsa: dieci anni discutibili. È ora di riappropriarci della sicurezza degli alimenti e di arginare l’influenza dell’industria”. Ricercatori,
esperti di sicurezza alimentare, rappresentanti delle istituzioni, dei produttori e della società civile, hanno ripercorso gli ultimi 10 anni, cercando di chiarire
che cosa ci si attendeva da una istituzione per la sicurezza alimentare e perché ora si ritiene che alcune questioni importanti vadano cambiate.
Il problema di fondo è che l’Efsa non è un istituto di ricerca e non può condurre — da statuto — test sperimentali in proprio. L’Efsa analizza i dossier che vengono presentati dagli enti e aziende proponenti, ovvero da chi richiede l’autorizzazione, al fine di giudicare se le caratteristiche del prodotto sono compatibili con la tutela della salute pubblica. È qui l’anello debole, la regola da cambiare. L’Efsa deve essere messa in grado di condurre ricerche in proprio, indipendenti dalle indicazioni delle aziende. Questo significa anche fondi da destinare a queste ricerche, ma chi ha detto che i soldi debbano essere pubblici? Le aziende che vogliono immettere nuovi prodotti sul mercato contribuiscano a creare un fondo per la ricerca indipendente perché non ha senso sottoporsi al giudizio di un ente pretendendo di essere l’unica fonte d’informazione dello stesso.
Ferma restando la ferrea rigidità sulle regole di ammissione delle ricerche alla valutazione del rischio, che anche se indipendenti devono essere rigorose e rispettare i criteri internazionali di attendibilità, è comunque condivisibile il punto di vista di chi chiede all’Efsa di rivedere la sua politica d’indipendenza e trasparenza. E poi bisogna che si rifletta su cosa intende l’Efsa per “rischio”: capire se è solo una questione formale (il nuovo prodotto deve essere in qualche modo tracciabile e riconoscibile, ma questo non significa che sia sicuro). È necessario stabilire un sistema che includa anche i fattori sociali, economici, culturali etici e ambientali nella valutazione di questo rischio, che ampli l’area di competenza scientifica degli esperti chiamati in causa. Si chiedono più misure per controllare l’operato dell’Agenzia e che tutta la documentazione su cui essa lavora possa essere pubblicata e disponibile. Speriamo che queste richieste vengano recepite nel nuovo regolamento. In fondo si parla di soldi pubblici e della sicurezza di ciò che mangiamo: è il minimo, dopo dieci anni fatti più di ombre che di luci, pretendere maggiore trasparenza e imparzialità, e soprattutto pretendere che l’Efsa si occupi davvero della
nostra sicurezza alimentare.
La Reubblica 13.11.12

“Il prezzo dei condoni”, di Mario Tozzi

Che cosa si può fare in un Paese in cui si verifica uno smottamento ogni 45 minuti e dove, per frane a e alluvioni, muoiono otto persone al mese? In un Paese in cui oltre il 50% per cento del territorio è a rischio idrogeologico e in cui sono avvenuti, nell’ultimo mezzo secolo, circa 15.000 eventi gravi?
In un Paese in cui, infine, le piogge sono cambiate drammaticamente negli ultimi quindici anni (nella provincia di Genova, nel dicembre 2009, caddero 450 mm di pioggia in un giorno, cioè la stessa quantità che cadeva normalmente in sei mesi)? In Italia ci sono circa 6600 comuni ad elevato rischio idrogeologico: il 100% in Calabria, Molise, Basilicata, Umbria e Valle d’Aosta, il 99% di Marche, Lazio, Toscana e Liguria, oltre il 90% in Emilia Romagna, Campagna e Abruzzo. Secondo il CNR, quasi il 15% del totale nazionale delle frane, e quasi il 7% delle inondazioni, avviene in Campania (1.600 in 75 anni), dove 230 comuni (da Ricigliano a Sorrento) su 551 sono a rischio di smottamento; le vittime per questi due eventi, negli ultimi 50 anni, sono state quasi 400 sulle 4.000 nazionali. Nella sola Genova 100.000 abitanti vivono in zone a rischio, cioè a dire che un genovese su sei rischia di essere coinvolto in piene e frane.
Sono numeri da primato europeo del dissesto per una ragione ben precisa, l’Italia è il paese in cui più si costruisce e l’unico in cui si condona. Ogni anno circa 500 kmq di territorio nazionale vengono ricoperti di cemento e di asfalto. Cosa che lo rende complessivamente impermeabile alle piogge che, a quel punto, restano in superficie, invece di infiltrarsi naturalmente in profondità, e esondano inevitabilmente. Già le catastrofi naturali non esistono, nel caso italiano sono quasi interamente provocate dall’uomo che il rischio lo crea anche dove in passato non c’era. Rettificazione e cementificazione dei fiumi, insediamenti in aree pericolose, disboscamenti e incendi fanno il resto. Tutto questo in una nazione geologicamente giovane e instabile, nel bel mezzo del cambiamento climatico più grave che si conosca da quando l’uomo organizza attività produttive.
Se però torniamo al che fare, allora non si può non registrare che la prevenzione rischia di non bastare più, perché ormai quello che si doveva fare è stato fatto. L’intervento ingegneristico per bloccare frane e alluvioni potrà funzionare solo in limitati casi: non sono infatti note soluzioni di questo tipo che possano arrestare definitivamente questi fenomeni. Costruire meglio, nel caso del rischio idrogeologico, non serve. Molto spesso, anzi, le opere che si vedono in giro per le nostre montagne producono svantaggi peggiori dei benefici che volevano ottenere. Quei muri bassi di cemento o in pietra che vengono posti di traverso ai corsi d’acqua per limitarne l’azione erosiva, le cosiddette «briglie», non sono solo (quelle «statiche» soprattutto) perlopiù inutili, ma spesso risultano dannose, visto che l’acqua, da cui ci si voleva difendere, poi si scava comunque una strada aggirando la briglia e rendendola instabile. E ancora si parla di messa in sicurezza, come se fosse possibile imbrigliare un’intera catena montuosa come l’Appennino. Come se questa operazione avesse un senso geologico ed ecologico, come se, infine, servisse almeno a qualche cosa.
Insomma, si deve dolorosamente capire che da alcune zone a maggior rischio bisogna spostarsi senza se e senza ma. Non lo si farà in un mese e nemmeno in un anno, ma lo si deve mettere in progetto nella pianificazione territoriale. Spontaneamente, seppure dopo secoli di dissesti, lo si è già fatto in tutta Italia: basti pensare al paese di Craco, in Lucania, spostato per frana, o a Pentedattilo, in Calabria, o, ancora, Frattura, in Abruzzo. La delocalizzazione delle costruzioni e delle popolazioni a maggior rischio non può più essere procrastinata, ma deve essere messa nel conto delle scelte politiche future: non farlo significa ignorare colpevolmente la realtà dei fatti. E si deve capire anche che nessun territorio del mondo può reggere il ritmo di cementificazione impresso a quello italiano, dove, ogni secondo che passa, un metro quadrato di superficie viene asfaltata, cementata o disboscata e incendiata. Il consumo di suolo non è solo un emergenza estetica e paesaggistica, è prima di tutto la causa fondamentale delle nostre rovine geologiche.
La Stampa 13.11.12

Legge stabilità: Ghizzoni, 50 milioni a garanzia del diritto allo studio

“Scongiurati i tagli lineari alla scuola è stato ripristinato il diritto allo studio costituzionalmente sancito. – lo dichiara Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura, scienze e Istruzione della Camera dei deputati e presentatrice dell’emendamento per incrementare il fondo integrativo statale per la concessione delle borse di studio – Siamo il Paese europeo che investe meno in istruzione, in rapporto alla spesa pubblica complessiva: in Italia solo il 7% degli studenti ha una borsa di studio, un dato preoccupante, soprattutto se associato al dato che riporta un drastico calo delle immatricolazioni dovuto alla difficoltà di affrontare economicamente gli studi superiori.
Pertanto, con l’incremento di 50 milioni al fondo, abbiamo compiuto un passo importante per fermare la fuga dall’università e per contrastare l’immobilità sociale, che mortifica nel nostro Paese i talenti dei giovani e le loro speranze di futuro. Siamo ancora lontani da un sistema di diritto allo studio comparabile con quello dei principali continentali, ma – conclude Ghizzoni – senza l’approvazione di questo emendamento ci saremmo ancor più allontanati dalla giusta strada.”

Sisma, Ghizzoni “Provvedimento non risponde a esigenze”

“Come per la fiducia, non voterò il provvedimento di conversione del decreto 174”
La presidente della Commissione Cultura della Camera Manuela Ghizzoni, oggi impegnata a Roma per i lavori della commissione Bilancio sul Ddl stabilità, ribadisce quanto già annunciato nei giorni scorsi: domani non voterà il provvedimento di conversione del decreto 174. “Nonostante i miglioramenti apportati, – spiega Manuela Ghizzoni – il decreto presenta ancora evidenti criticità in materia fiscale a svantaggio di imprese e lavoratori”.
“Come già accaduto in occasione del voto di fiducia, domani non darò il mio voto al provvedimento di conversione del decreto 174. – lo dichiara la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, presentatrice di numerosi emendamenti al provvedimento di conversione del decreto 174 – Pur non avendo partecipato oggi alla manifestazione organizzata presso la Camera di Commercio, perché i lavori della commissione Bilancio sul DDL stabilità mi hanno impedito di prendervi parte, conosco bene le esigenze e i problemi di chi, quotidianamente, deve far fronte alle difficoltà del post terremoto. Il decreto 174 che sta per essere trasmesso al Senato, nonostante i miglioramenti apportati durante l’esame alla Camera, presenta ancora evidenti criticità in materia fiscale, a svantaggio di imprese e lavoratori. All’Esecutivo non erano chiesti favori o regalie, ma solo un sostegno concreto attraverso politiche fiscali adeguate per permettere a un territorio che della fedeltà fiscale ha fatto un elemento di coesione sociale di rimettersi in piedi. È necessario – conclude Ghizzoni – che sin da ora tutte le forze parlamentari si impegnino a indirizzare le prossime iniziative a vantaggio del mondo produttivo e dei lavoratori delle zone terremotate.”

“Asili nido, l’Europa è lontana”, di Rossella Cadeo

Obiettivi europei ancora lontani per gli asili nido. Uno strumento chiave – quello delle strutture destinate ad accogliere i più piccoli – per garantire un sostegno all’occupazione femminile e al tasso di natalità, e che invece è ancora diffuso in maniera assai difforme sul territorio. È questo lo scenario che emerge dall’ultimo dossier a cura dell’Osservatorio prezzi & tariffe di Cittadinanzattiva sull’offerta di strutture comunali. La ricerca prende in considerazione la disponibilità nelle varie aree (province, comuni capoluogo e regioni) e le rette di frequenza, basandosi sia su dati del ministero dell’Interno sia ricavati da un monitoraggio diretto.
I posti
Ebbene, le strutture comunali su cui possono contare le famiglie superano di poco quota 3.600 e sono in grado di soddisfare circa 147mila richieste di iscrizione. Ma i genitori di un bambino su quattro (il 23,5%) restano in lista d’attesa e sono costretti a rivolgersi altrove. E questo accade nella maggioranza dei comuni dal momento che, secondo il dossier di Cittadinanzattiva, il servizio è garantito in meno di un quinto dei comuni italiani. A concentrare l’offerta più cospicua sono, abbastanza prevedibilmente, le regioni del Nord (dove si localizza il 60% delle strutture), mentre Centro e Sud restano rispettivamente al 27 e al 13 per cento. A distinguersi sono in particolare la Lombardia (quasi 800 nidi) e l’Emilia Romagna (oltre 600), seguite da Toscana, Lazio e Piemonte.
Cambia decisamente la graduatoria se si considera il grado di copertura della potenziale utenza: il rapporto tra i posti disponibili e il numero di bambini 0-3 anni è pari in Italia al 13,3% considerando l’offerta nei comuni capoluogo. Ad avvicinarsi di più all’obiettivo posto dall’Agenda di Lisbona e dal Consiglio d’Europa (il 33% entro il 2010) è infatti l’Emilia Romagna: nella regione i nidi comunali (considerando quelli a gestione diretta, le strutture convenzionate, a gestione esternalizzata o mista) toccano il massimo del 20%; seguono Lazio (19,6%), Trentino Alto Adige e Lombardia (sopra il 17%). La regione più lontana dal traguardo europeo è la Calabria (1,5%) ma anche Molise, Campania e Sicilia non raggiungono il 5% (si veda il grafico in pagina). «Dall’indagine effettuata è evidente che ancora oggi manca nel Paese un sistema di servizi per l’infanzia equamente diffuso e accessibile su tutto il territorio – commenta Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva – così come mancano adeguate agevolazioni fiscali a sostegno dei nuclei familiari con bambini piccoli».
La spesa
In effetti, al di là dell’accessibilità, c’è anche il problema dei costi per la famiglia. Gli asili nido comunali rientrano tra i servizi a domanda individuale resi del comune su specifica richiesta dell’utente e il livello minimo di integrazione da parte delle famiglie si aggira sul 50% dei costi: minori sono le risorse sui cui può contare l’ente locale, maggiore è l’intervento a carico dei genitori. Ebbene secondo il dossier, una famiglia spende mediamente 302 euro per mandare il proprio figlio all’asilo (con frequenza a tempo pieno, 9 ore al giorno per cinque giorni la settimana).
Nel confronto territoriale la regione più economica risulta la Calabria (114 euro) e quella più costosa la Lombardia (403 euro). Scendendo nel dettaglio (si veda la tabella in alto) si superano anche i 500 euro a Lecco e Belluno (dati riferiti all’anno 2011/2012) mentre a Catanzaro e Vibo Valentia ne bastano rispettivamente 70 e 120.
Quanto alle variazioni rispetto all’anno precedente, la spesa annua, secondo l’Osservatorio, risulta stabile, ma ma con variazioni differenziate sul territorio (+16% nelle città settentrionali, + 6% al Centro ma -20% al Sud).
«Le misure a favore degli asili nido rappresentano un investimento intergenerazionale che produce effetti nel lungo periodo e quindi di scarso “appeal” per una classe politica concentrata sul consenso immediato – conclude Gaudioso –. D’altro canto la riduzione delle risorse a disposizione degli enti locali e la rigidità del patto di stabilità non aiutano a far ripartire gli investimenti in tal senso. Anzi contribuiscono a tagliare sempre di più le risorse destinate alla spesa sociale. Di questo passo difficilmente riusciremo a colmare il gap nei confronti dell’Europa e centrare la copertura del servizio del 33% già prevista per il 2010».
ostegno alle famiglie
ITALIA
20%
I comuni capoluogo di provincia dell’Emilia Romagna hanno il maggior tasso di copertura del servizio asili nido (posti ogni 100 bambini da 0 a 3 anni) secondo Cittadinanza attiva. Particolarmente avanti Bologna, Parma e Reggio Emilia. A livello nazionale il dato scende al 13,3%.
Il dato è difforme sul territorio in ogni caso molto lontano dall’obiettivo stabilito dall’Agenda di Lisbona già per il 2010: il 33% di copertura.
FRANCIA
2,1
La Francia vanta un tasso di fecondità di 2,1 figli per donna, superiore alla media Ocse (1,74 nel 2009) e al dato dell’Italia o della Germania pari a 1,4. Il confronto è fatto dal rapporto «Doing better for family» pubblicato dall’Ocse nel 2011 che analizza la condizione delle famiglie nei 34 Paesi membri. Francia avanti rispetto all’Italia anche considerando la fascia di età in cui si decide di avere il primo figlio: solo il 10% delle francesi nate nel 1965 non ha ancora partorito contro il 25% delle italiane.
DANIMARCA
60%
La Danimarca vanta un alto grado di diffusione dei servizi per la prima infanzia: i posti negli asili nido arrivano a coprire il 60% dei bambini di età inferiore ai tre anni (dati Fism – Osservatorio Cittadinanza attiva). Anche Svezia e Islanda si contraddistinguono con un tasso superiore al 50%.
Valori tra il 50 e il 25% in Finlandia, Paesi Bassi, Francia, Slovenia, Belgio, Regno Unito e Portogallo. Sotto al 3% Polonia e Repubblica Ceca.
GERMANIA
71,1%
Il tasso di occupazione femminile in Germania è fra i più alti nella Ue a 27, un indice che esprime la capacità di sviluppare politiche in grado di conciliare lavoro e famiglie. Altri Paesi particolarmente avanti sono l’Islanda (quasi 78%), la Norvegia e la Svezia, entrambe oltre il 77% (dati 2011 Eurostat riferiti al rapporto tra le donne occupate dai 20 ai 64 anni rispetto alla popolazione femminile della stessa età). L’Italia non raggiunge il 50%, contro una media europea del 62 per cento.
Il Sole 24 Ore 12.11.12

“Il Pd supera il 30% Grillo davanti al Pdl. Positivo l’effetto primarie”, di Carlo Buttaroni

Il clima delle primarie fa bene al Pd: nelle intenzioni di voto il Partito democratico supera il 30%. Al secondo posto il Movimento 5 Stelle che con il 15% supera il Pdl. Intanto alla vigilia di una settimana decisiva per la legge elettorale Casini smorza i toni delle polemiche e apre alle richieste del leader democratico. Sul fronte del Pdl il segretario Alfano chiude all’ipotesi di un Monti-bis e alle avances di Fini: «La sua storia con il centrodestra è finita».
Il Partito democratico è ormai l’unica grande forza politica in campo. Non solo perché raccoglie quasi un terzo dei consensi ma perché tra il partito di Bersani e gli altri, compreso il movimento di Grillo, c’è una distanza abissale. Le primarie hanno contribuito a restituire al Pd un’identità forte e riconoscibile. Il processo di selezione del leader è una competizione vera, aspra, ma iscritta indubbiamente nel campo riformista. E questo l’opinione pubblica lo avverte. La forza dei democratici non deriva più dalla debolezza degli altri partiti o dall’essere la sponda opposta al berlusconismo, ma da posizioni non equivoche sul futuro del Paese e da idee che se ancora non sono un programma politico, sembrano somigliargli molto.
Anche il Movimento 5 Stelle aumenta i consensi, ma su un terreno diverso: si nutre della crisi dei partiti e si colloca all’interno della frattura del sistema politico. Una frattura che, invece, il Pd cerca di colmare, offrendo un’alternativa sia al governo dei tecnici che alla deriva astensionista.
Un astensionismo mai così alto. Nelle elezioni del ’48 i voti che ottennero i partiti rappresentavano il 90,8% degli aventi diritto, nel ’53 arrivarono al 91,1%. Dopo il terremoto di Tangentopoli i voti validi scesero all’80,5%, calando ulteriormente due anni dopo, per arrivare al minimo storico delle politiche 2001 con il 75,4%.
LA RICHIESTA DI NAPOLITANO
Se si votasse oggi la partecipazione rischierebbe di fermarsi sotto il 50%. Una soglia da codice rosso, come hanno dimostrato le recenti elezioni siciliane, dove solo il 47% degli elettori si è recato alle urne. Servirebbe un’iniezione di buona politica e di senso di responsabilità. Ciò che chiede, da mesi, il presidente Napolitano. Purtroppo senza risultati apprezzabili, come dimostra la vicenda della riforma elettorale, impantanata tra le sabbie mobili della convenienza dei singoli partiti. Il dibattito intorno alla soglia minima per far scattare il premio di governabilità che porterebbe il partito o la coalizione vincente a ottenere almeno il 55% dei seggi è paradossale. Il principio che per governare il Paese occorre una maggioranza qualificata di voti è giusto. E sicuramente andava definito quando fu varato il Porcellum. Ma stabilire oggi, a pochi mesi dalle elezioni, una soglia così alta, come propongono Udc e Pdl, rischia di impedire al sistema di adeguarsi in tempo con un’offerta politica. E soprattutto significa non aver capito la crisi in cui è precipitato il Paese.
Nelle prime elezioni del dopoguerra più di sette elettori su dieci votarono per le due principali formazioni. Nel ’94, dopo il crollo dei partiti successivo alle inchieste di Mani pulite, il tasso di polarizzazione scese a tre elettori su dieci. La crisi non solo portò a una riduzione della partecipazione elettorale ma provocò anche una proliferazione di liste (nel ’94 furono 67, più del doppio rispetto al ’92). Nonostante questo, e in forza del sistema maggioritario, Berlusconi divenne presidente del Consiglio, non perché conquistò la grande maggioranza di voti ma perché ottenne la maggioranza dei seggi. Se ci fosse stata una soglia minima di consensi per accedere al governo, il Paese sarebbe rimasto incagliato nella crisi dei partiti della prima Repubblica. Dal ’94 in poi il sistema ha ridefinito le sue coordinate polarizzandosi intorno ai principali partiti dei due poli: nel 2001 Ds e Fi ottengono il 34,7% dei consensi, nel 2006 il 44,5%, nel 2008 il Pd e il Pdl il 54,7%.
Se l’obiettivo del Pdl e dell’Udc, come ha denunciato Bersani, è quello di impedire al centro-sinistra di andare al governo, puntando su un prolungamento dell’esperienza tecnica, è gravissimo per due ragioni. La prima è di principio giuridico: la legge elettorale non deve essere uno strumento di una parte contro un’altra e non deve predeterminare maggioranze politiche. Introdurre soltanto una soglia di governabilità al 42,5% (senza accedere al cosiddetto lodo d’Alimonte, che prevede un premio del 10% al partito più votato) significa, oggi, impedire a qualsiasi partito o coalizione di vincere le elezioni, creando di fatto le condizioni per una sola via d’uscita: un governo tecnico sostenuto dalla stessa maggioranza che appoggia Monti.
La seconda ragione è politica e riguarda l’uscita dell’Italia dalla crisi. Il Paese ha bisogno di scelte tragiche di ampio respiro, che traccino un modello di sviluppo economico e sociale. Scelte che hanno bisogno di un alto tasso di condivisione da parte dei cittadini. Il merito di Monti è stato quello di dare risposte autorevoli e immediate dopo la fine del governo Berlusconi. Ma non poteva e non può fare altro. Un Monti-bis, dopo le elezioni, sarebbe incomprensibile, tanto più se figlio di una riforma elettorale che ha come punto di ricaduta l’impossibilità di esprimere un governo nel pieno dei suoi presupposti politici.
Se il governo in carica rappresenta per alcuni un’opzione politica, allora la questione è diversa. Questi sostenitori del Monti-bis dovrebbero presentarsi agli elettori in modo chiaro, con Mario Monti (o un altro ministro) candidato premier e con un programma ispirato all’agenda dell’attuale esecutivo. Puntare, invece, sui rimbalzi tecnici di una legge elettorale pensata per non dare alcun risultato, significa sottrarre quote di sovranità ai cittadini e dare meno forza al prossimo governo, qualunque esso sia. Il contrario di ciò di cui ha bisogno l’Italia per uscire dalla crisi.
LA RESPONSABILITÀ POLITICA
D’altronde persino i mercati richiedono governi politici, forti del sostegno dei cittadini. In Francia il presidente Hollande ha vinto con un programma che, secondo le tesi economiche prevalenti nel nostro Paese, avrebbe dovuto far crollare le borse e alzare i tassi d’interesse. Non solo ciò non è avvenuto, ma la distanza tra gli indicatori economici francesi e quelli italiani si è ampliata. Segno che l’economia si governa con la politica, non il contrario.
In questo panorama il Pd appare un gigante. È in campo con idee che, piacciano o no, rappresentano un’alternativa al governo dei tecnici e alla Grillo-ribellione, mentre il deficit di leadership e di politica del centrodestra rischia di diventare una frana. Cercare espedienti tecnici, come si sta cercando di fare, per rendere inefficace il processo elettorale rappresenta un pericoloso smottamento democratico, che allontana l’Italia da quegli standard europei cui il Paese aspira.
Bisogna varare presto, come chiede Napolitano, una legge elettorale che consenta agli elettori di scegliere un governo politico, dando un mandato pieno. E non perché altrimenti il partito di Grillo rischia di arrivare all’80%, come teme il presidente del Senato Schifani, ma perché il Paese ha bisogno di risolvere la crisi politica prima di poter uscire dalla crisi economica, con un governo politico che abbia la sua forza nella legittimazione popolare.
L’Unità 12.11.12