Non sarà una Tribuna politica con quel vecchio stile, un po’ ingessato; ma neppure un talk show gridato. Il confronto fra i cinque candidati alle primarie del centrosinistra che questa sera Sky manda in onda alle 20.30, e che potrebbe segnare una nuova via della comunicazione elettorale, si ispira semmai al modello americano. Regole ferree, scenografia ad effetto, puntare sui contenuti. «Vogliamo garantire a tutti e cinque i candidati la stessa opportunità di parlare agli elettori», spiega Sarah Varetto, direttore del canale All news, che già sta cercando di organizzare analogo confronto per le primarie del centrodestra.
La cornice è quella del Teatro della Luna che a Milano ospita la trasmissione X Factor: ma le analogie con il programma musicale finiscono qui. I candidati saranno in piedi, avranno un leggio trasparente per i propri appunti e potranno muoversi verso il pubblico. Un orologio segnerà il count down, perché per ogni domanda si avrà a disposizione un minuto e mezzo; in caso di replica, il tempo concesso è invece di un minuto e c’è la possibilità di chiedere tre sole repliche. Previsto anche l’appello finale, proprio come nei faccia a faccia americani, durante il quale non si potranno fare riferimenti agli avversari.
Le regole sono state riviste con i rappresentanti dei cinque candidati, che si sono riuniti giovedì negli studi di Sky con Varetto e con il conduttore del confronto di questa sera, Gianluca Semprini. «Sarà difficile riuscire a parlare in modo efficace di contenuti, con regole così tassative e tempi così stretti», temono nello staff di Renzi. Lo stesso sindaco di Firenze, ieri mattina a Milano, lamentava che «io che sono accusato di parlare per slogan, poi però vado sui giornali solo se parlo di Bersani, della zia di Bersani e della pompa di benzina. E quando spiego i contenuti, niente..». Le polemiche della vigilia, insomma, non sono mancate. A partire dalla scelta di Sky, mentre i renziani pare avrebbero preferito Fabio Fazio. Simona Bonafè, del comitato elettorale del sindaco, ha inviato una lettera aperta al conduttore di «Che tempo che fa»: «Trovo singolare che un protagonista come te della tv pubblica intesa anche come esperimento civico possa essere considerato inadeguato a ospitare il confronto televisivo delle primarie di centrosinistra». Replicano i bersaniani: «Scelta fatta insieme». E proprio Stefano Di Traglia, dallo staff del leader pd, è convinto che «questo appuntamento tivù rappresenterà comunque un fatto storico». Piace anche il fatto che il confronto sarà lanciato su tutte le piattaforme: satellite, digitale, social e rete: «Solo così riusciremo a far circolare le idee e arginare le polemiche». Bruno Tabacci, un altro dei candidati, pensa che «questo importante appuntamento costringerà anche la Rai, cioè il servizio pubblico, a proporre dibattiti di questo genere».
Ma come si ci prepara allo scontro? «Ci auguriamo che Renzi riesca a farsi un bel sonno, visto le ore che sta perdendo in queste giornate così frenetiche». Ieri, intanto, per allenarsi, il «rottamatore» ha dovuto ingaggiare un nuovo duello con D’Alema, il quale ha commentato lapidario: «Nulla dietro la rottamazione». Replica: «Per noi ambiente, cultura e Internet sono tutto».
Per Bersani vigilia casalinga: «Il suo stile — garantiscono i suoi — sarà sempre il solito, sobrio, sicuro e rassicurante. Di certo non staremo a discutere il colore della cravatta». Così Nichi Vendola, che ha passato la domenica a fare comizi in Toscana: «Il confronto è una opportunità cui aderiamo volentieri — assicurano i suoi collaboratori — e sicuramente punteremo soprattutto su alcuni contenuti che vogliamo far passare per spiegare il nostro modello di governo. L’abbigliamento? Decide Nichi, come sempre». La candidata Laura Puppato è soddisfatta di questa «che sarà da affrontare come una sperimentazione»: «Non so quanto riusciremo a far capire in tempi così contingentati, ma sicuramente questo tipo di format sarà utile perché riscuoterà un forte interesse popolare visto che le persone hanno forte bisogno di capire e conoscere». Unica donna su un palco tutto maschile, Puppato non è assillata dall’immagine: «Mi presento per quello che sono. Certo, un po’ di emozione va messa in conto e comunque non ho ancora neppure pensato a come vestirmi. Ci ragionerò all’ultimo momento, ma so che saranno più importanti le cose che dirò degli abiti o del modo di gesticolare».
Il Corriere della Sera 12.11.12
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“Se gli Usa fanno i conti con debito e crescita”, di Giuliano Amato
Dopo le prime reazioni, vediamo invece le lezioni fornite a noi, noi italiani e noi europei, dal voto americano del 6 novembre. La lezione numero uno è per noi italiani e ci invita a smetterla di decantare la migliore qualità (rispetto al nostro) del sistema istituzionale americano, che consente agli elettori di sapere subito dopo il voto chi li governerà nel quadriennio successivo.
Sì, quegli elettori sanno subito chi sarà il loro Presidente, ma se contemporaneamente hanno eletto un Congresso nel quale la maggioranza va al partito opposto a quel Presidente, quest’ultimo dovrà quotidianamente negoziare con quella maggioranza le sue misure e ne uscirà o un governo condiviso o un governo addirittura bloccato. Né si tratta di un caso eccezionale, giacché è quello che è capitato a più presidenti prima di Obama, a lui durante il suo primo mandato e gli sta ricapitando ora dopo queste elezioni. La differenza dal nostro sistema non offre perciò particolari motivi di invidia, tanto più che i nostri governi dispongono dell’arma della fiducia, che non c’è negli Stati Uniti, e possono imporre (c’è chi ritiene anche troppo) la propria volontà al Parlamento con maxiemendamenti e decreti, che penso alla Casa Bianca guardino, loro sì, con invidia.
Sia chiaro, noi ne abbiamo tante di cose da aggiustare nella nostra forma di governo e sarà bene che lo facciamo con qualche idea chiara in testa. Mentre gli ondeggiamenti senza bussola ai quali assistiamo nei tentativi di riforma della legge elettorale dimostrano che per il momento di sicuro non è così. Ma non partiamo dalla premessa che l’erba del vicino è sempre più verde e che possa bastarci importarne un po’.
Il che ci porta alla lezione numero due. Nei mesi scorsi Washington ha ansiosamente monitorato i rischi promananti dall’eurozona per la crescita e la stessa stabilità dell’economia mondiale e per questo Obama ha ricevuto e chiamato i nostri leader. Ebbene ora dovremo noi seguire le vicende americane esattamente per gli stessi motivi.
Il rieletto Presidente ha infatti davanti a sé una brutta gatta da pelare e se non riesce a farlo già nelle prossime settimane, gli Stati Uniti potrebbero cadere in una pesante recessione, che si cumulerebbe alla nostra con effetti disastrosi su tutti noi. Ci riuscirà con il Congresso che si trova davanti?
Sta entrando in questi giorni nel lessico comune la locuzione “fiscal cliff”, che si avvia ad affiancare lo spread fra le fonti dei nostri incubi diurni e notturni. Si tratta del precipizio (cliff, che alla lettera vuol dire roccia scivolosa a perpendicolo), nel quale gli Stati Uniti possono scivolare se a gennaio diventeranno operative le misure imposte mesi fa dai repubblicani per spingere a un’azione vigorosa sul debito. Tali misure, se non rimpiazzate, comporteranno la automatica adozione di tagli di spese e di aumenti fiscali a carico dei ceti medi, che farebbero sparire oltre 600 miliardi dall’economia e le darebbero un colpo che finirebbe, come l’onda di uno tsunami, per attraversare gli oceani.
Il Presidente e il Congresso hanno la responsabilità di trovare un accordo per evitarlo e sebbene l’esperienza della trascorsa legislatura testimoni il contrario, è ragionevole attendersi che quel muro contro muro possa ora non ripetersi. Lo scopo prioritario dei Repubblicani durante il primo mandato di Obama era stato quello di estremizzare le sue difficoltà per impedire la sua rielezione. Ora quello scopo non ha più ragion d’essere e il merito delle questioni dovrebbe prevalere.
Ma qui tocca in primo luogo al Presidente trovare proprio in noi europei l’ispirazione per misure di risanamento finanziario, alle quali si è finora sottratto. Noi abbiamo ecceduto e continuiamo ad eccedere nell’austerità a senso unico, ma una lezione incoraggiante per noi è che possiamo dare lezione all’America sui modi per riportare sotto controllo i programmi di spesa che ne sono usciti.
Non basta far pagare più tasse ai ricchi, come il Presidente ha appena annunciato. Il programma di assistenza per gli anziani, Medicare, con il formidabile aumento di beneficiari dovuto al ciclo demografico e all’allungamento della vita (noi lo sappiamo bene), corre dritto verso la bancarotta nel giro di un decennio. E le spese per la difesa hanno raggiunto livelli insostenibili.
Noi, Grecia compresa, stiamo superando difficoltà e resistenze enormi per riportare in equilibrio i nostri bilanci. C’è da augurarsi che Obama e il Congresso sappiano fare altrettanto, senza essere fermati, fra l’altro, dai veti di coloro che hanno tanto, troppo finanziato le loro campagne elettorali.
Anche qui, nel freno imposto alle spese elettorali e ai condizionamenti che possono portare con sé, Europa docet.
Ma quali che siano le misure che verranno adottate per il bilancio, rimarrà comunque il problema della crescita, che esse, almeno nel breve periodo, potranno solo aggravare. E qui viene la lezione numero tre. Abbiamo già preso a condividere con gli americani, e potremmo condividere ancora di più nel prossimo futuro, le conseguenze negative della non crescita. Perché non provare a condividere i modi per porvi rimedio e per bilanciare l’austerità fiscale dalla quale saremo accomunati con azioni congiunte per rinvigorire le nostre economie?
Già oggi le nostre economie sono profondamente intrecciate, grazie al lavoro di tante imprese, europee e americane, che distendono le loro attività su entrambe le sponde dell’Atlantico. Sono un’ottima piattaforma di collaborazione, ma non bastano evidentemente loro ad impostare e promuovere vere e proprie politiche di sviluppo, che si risolvano in benefici comuni. Qui le strade da battere possono essere diverse e c’è chi sarebbe in grado di indicarle molto meglio di me. Io riesco a pensare alla rivoluzione in atto nelle fonti energetiche, con gli Stati Uniti che diverranno fra poco esportatori del loro shale gas (il gas da rocce scistose, che l’Europa ha rinunciato a produrre per ragioni ambientali) e noi europei che abbiamo interesse a ridurre la dipendenza dai gasdotti russi e nord africani a cui siamo attaccati. Penso inoltre all’altra e più grande rivoluzione, quella tecnologica in cui stiamo entrando, che promette una nuova ondata di beni e servizi per migliorare e rendere meno costose le nostre vite. In essa gli americani sono, ancora una volta, più avanti di noi. Ma potremmo collaborare per mettere l’Europa al loro passo, con sicuri benefici comuni.
Penso infine all’idea a lungo carezzata, ma mai realizzata, di una autentica free trade area transatlantica, che ha certo i suoi rischi in tempi di imprese e di posti di lavoro marginali difesi comprensibilmente con i denti, ma che alla lunga può soltanto allargare i polmoni alle nostre produzioni migliori.
Obama sembra aver ripreso a pensare in grande. Facciamolo anche noi e spingiamolo così a continuare a farlo.
Il Sole 24 Ore 12.11.12
«Election day, il governo sbaglia Polverini abusa del suo potere», di Jolanda buffalini
Sono 46 giorni che stiamo immersi nel gran pasticciaccio delle elezioni nel Lazio, quando Renata Polverini si dimise sibilando «questi li mando a casa io» nessuno si aspettava che questo significasse diventare ostaggi di un presidente che non fissa la data del voto.
Nicola Zingaretti, quali sono gli ostacoli che si frappongono al voto?
«Quello che sembra un pasticciaccio è in realtà una cosa semplicissima, non ci sono ostacoli né economici né giuridici per andare al voto subito. C’è solo un ostacolo partitico ed è il terrore di una parte del Pdl di affrontare i cittadini, per la crisi politica gravissima, per la difficoltà a individuare le candidature. Ma il costo di questo comportamento ostruzionistico è insopportabile. Il consiglio dimissionario, fermo, costa ogni giorno 350.000 euro. Questo vedono i cittadini. Solo il voto democratico è la risposta alla rabbia che, altrimenti, prenderà la strada del populismo e dell’astensionismo, come, abbiamo visto, è già avvenuto altrove».
350 mila euro al giorno sono circa 70 milioni fino ad aprile, più del doppio di quanto costerebbe la consultazione nel solo Lazio?
«Non c’è solo il costo della consultazione, Lazio e Lombardia insieme rappresentano il 32 per cento del Pil italiano. Il Lazio da solo ha un prodotto interno lordo maggiore di quello del Portogallo, siamo alla disperata ricerca di segnali di ripresa ed è una follia teorizzare che due aree così importanti del paese possano rimanere bloccate per quasi un anno. Turismo, commercio, piano rifiuti non possono aspettare. Ci sono 180 milioni di fondi per l’innovazione che rischiano di polverizzarsi insieme a 350 milioni di fondi europei per lo sviluppo regionale, rurale, sociale, ci sono i fondi del Miur per la ricerca e l’innovazione tecnologica. Senza governo tutto questo rischia di restare fermo o addirittura di perdersi. È pazzesco ed infatti tutta l’imprenditoria, da Confindustria a FederLazio, all’associazione dei costruttori, ai sindacati, si sono espressi per votare al più presto».
Il governo sembra aver cambiato orientamento, dal voto al più presto all’Election Day. Addirittura il capo segreteria di Antonio Catricalà ha fatto l’avvocato difensore di Renata Polverini di fronte al Tar?
«Su questo condivido ciò che ha detto il sindaco di Milano Giuliano Pisapia nella sua veste istituzionale: il governo deve assumersi la propria responsabilità. Qui è in ballo una questione democratica enorme e vi è la necessità di dare segnali inequivocabili e ancora più chiari. Se si vuole votare si può, il ministero degli Interni ha chiesto un parere alla Avvocatura dello Stato e la risposta è stata chiarissima: la legge dice che si deve votare entro 90 giorni dalle dimissioni. Va bene il dibattito ma bisogna mettere fine ad un ostruzionismo scandaloso, io faccio un appello perché prevalga il bene comune e la Regione sia messa nelle condizioni di lavorare a pieno, al di là delle diverse collocazioni politiche». Resta però che il compito di indire le elezioni spetta al presidente della Re- gione«Non c’è alcun dubbio, ma avere un potere non significa abusarne, la pre- sidente Polverini sta commettendo un errore molto grave, il suo è un comportamento contrario al bene comune».
Non è stato però risolto il problema se si debbano eleggere 70 o 50 consiglie- ri.
«Renata Polverini si è dimessa il 27 settembre, questo argomento poteva valere nella prima settimana ma ora sono passati 45 giorni e la presidente non ha fatto nulla, non ha messo in moto alcun processo per superare queste difficoltà, le ha solo agitate per fare melina. I cittadini vedono tagliare migliaia di posti letto negli ospedali, i lavoratori dell’Idi, di Alitalia, quelli in cassa integrazione, quelli che hanno paura di essere licenziati o che lo sono già stati, vedono che ogni giorno si spendono 350.000 euro per pagare stipendi inutili».
Quegli stessi cittadini hanno anche visto sciogliere l’assemblea regionale a causa del malaffare dilagante. «Proprio per questo io sono convinto che per chiudere questa brutta pagina ci vuole un processo democratico, ci vogliono le elezioni che consentano di ricostruire il rapporto di fiducia con i cittadini e di aprire una fase radicalmente nuova. L’alternativa è l’implosione, il muro di gomma che una parte della destra sta opponendo è ciò che alimenta l’antipolitica. Il prolungarsi di questa situazione non è più giustificabile e, chi piega la decisione sulla data del voto a esigenze partitiche, rischia di consegnare al declino una regione che, al contrario, ha la possibilità di ripartire e necessità di riforme e di sviluppo»
Quando ha compiuto la sua scelta non era ancora scoppiato il caso dell’Idv nel Lazio. Si è pentito di essersi candidato alla Regione lasciando il Campidoglio? «Niente affatto, con quella scelta il centro sinistra ha assunto un ruolo da protagonista investendo in una proposta di forte discontinuità. Il Lazio ha bisogno di una nuova classe dirige te, la politica si deve rinnovare radicalmente investendo nelle energie migliori del territorio, nei movimenti civici».
Con quali alleanze?
«Sono 45 giorni che incontro i cittadini in strada e non è questo il loro problema, i loro problemi sono il lavoro, i treni dei pendolari, la speranza di avere ancora lo stipendio il 27 del mese, i tempi di attesa per la Tac. Non ci dobbiamo preoccupare di alchimie politiciste ma lavorare a un radicale rinnovamento con lo sguardo al futuro».
L’Unità 12.11.12
Che fine faranno i docenti di “Quota 96”?, di P.A. da La Tecnica della Scuola
“Con l’emendamento che abbiamo depositato stasera il nodo degli esodati viene risolto non solo con i 100 milioni già previsti, ma anche con i risparmi che si potranno ricavare dai 9 miliardi già stanziati per la platea dei primi 120mila salvaguardati.” A parlare è Pier Paolo Baretta, capogruppo Pd in commissione Bilancio e relatore del Ddl Stabilità ma che nulla dice sull’emendamento, inserito in questo che salva gli esodati, relativo al riconoscimento del diritto a circa 3.500 lavoratori della scuola il cui torto è stato quello di nascere qualche secondo dopo il 1951 e quindi di non partecipare ai benefici pensionistici bloccati inesorabilmente dal ministro tecnico al lavoro alla fatidica data del 31 dicembre del 2011.
E’ vero che ogni legge e disciplina legislativa ha bisogno di un inizio, ma è anche vero che questo gruppo di docenti aveva già da tempo, e fini a qualche mese prima della sventagliata legislativa di Fornero, pianificato la propria vita futura e progettato l’avvenire. E’ anche vero che la legge è dura ma è Legge, pur tuttavia viene tirannicamente misconosciuto la specificità della scuola che apre il primo settembre e chiude il 30 agosto e quindi deve barcamenarsi all’interno di queste date, sia per deontologia professionale e sia per i diritti che hanno gli studenti alla stabilità e continuità didattica. Un diritto del resto riconosciuto da tutti i sindacati della scuola che hanno protestato e si sono pure rivolti alla magistratura insieme col gruppo di “Quota 96”, dove oltre un migliaio di questi lavoratori della conoscenza si sono ritrovati.
E anche questo spaccato la dice lunga sulla considerazione che questo Governo ha della scuola, su cui scarica con abulico senso tutte le contraddizioni, gli sprechi, le saccenterie e perfino le gnoccherie che altri ambiti e altre scelte hanno creato. Che colpe hanno i docenti e il personale di “Quota 96”? Fra l’altro, dicono le agenzie, la proposta di modifica prevede che “le norme che tutelano gli attuali esodati vengano estese anche ai lavoratori che maturano i requisiti per il pensionamento dopo il 31 dicembre del 2011 nei seguenti casi: Se il rapporto di lavoro è cessato entro il 30 settembre del 2012 e i lavoratori sono stati collocati in mobilità ordinaria o in deroga in seguito di accordi governati o non governati, stipulati entro il 31 dicembre 2011 e che abbiamo perfezionato i requisiti utili al trattamento pensionistico entro il 31 dicembre 2014”. E quale danno erariale ci sarebbe stato se all’interno di questa dicitura fosse stato inserito che tali possibilità si “estendono anche al personale della scuola”? Baretta, il relatore, è soddisfatto e pure Bersani, il segretario del Pd, canta vittoria: ma di questi docenti chi si occupa? L’on. Manuela Ghizzoni, Pd e presidente della Commissione cultura alla camera, ha fatto di tutto, ci dicono i docenti della “Quota96”, per portare a soluzione onorevole una evidente ingiustizia, ma a quanto sembra si è alzato il classico e mefistofelico muro di gomma contro cui, quando le cose non piacciono a grappoli di politici, si va a sbattere inesorabilmente.
Restano tuttavia aperte le strade, per dare soluzione al problema dei 3500 docenti trattenuti nel pantano, della magistratura, sia contabile e sia costituzionale, anche per capire se sia eticamente corretto sciogliere le borse per le pensioni d’oro dei grossi funzionari dello Stato e chiuderle invece inesorabilmente per un manipolo di lavoratori che vogliono solo tirare a campare sugli scarni proventi di una pensione conquistata col sudore.
La Tecnica della Scuola 11.11.12
“Insulti e nomi storpiati la gogna di Grillo”, di Francesco Merlo
Napolitano è Morfeo, Monti è Rigor Montis, la Fornero è Frignero, Veronesi è Cancronesi, Bersani è Gargamella, Formigoni è Forminchioni. La setta ha un codice di riconoscimento che è fatto di nomi storpiati come Fabio Strazio, di soprannomi come Azzurro Caltagirone, di gogna per tutti: «Dopo che il M5S avrà vinto le elezioni, sono pronti un bel pigiama a righe e una palla al piede per tutti». E è uno sfogatoio triste, la pattumiera del risentimento dove Gad Lerner diventa Gad Vermer e Gad Merder e «io non mi fiderei mai di uno con il naso adunco» e «lo spedirei a passeggiare per Gaza con la papalina da ebreo in testa». Ma Beppegrillo. it è anche la tribù antimoderna che odia i treni: «Le ferrovie sono confini per la natura, bisogna farne il meno possibile». E non per tornare alla civiltà del cavallo ma alla bicicletta, sessanta milioni di biciclette «come i danesi» che sono trasfigurati in eroi del beppegrillismo, proprio come in passato le danesi furono le eroine di Lando Buzzanca: «In Danimarca i ministri girano in bicicletta, così come la gran parte della popolazione, indipendentemente dalle condizioni climatiche». La Danimarca per gli italiani è sempre stata l’altrove di tutte le corbellerie: è la nostra ‘Danimarca di fabbrica’ canta il magico Paolo Poli. Ma il Manitù, l’Autostrada del Sole dell’Avvenire è la banda larga: «il nuovo rinascimento», «la democrazia diretta».
E si capisce la benevolenza degli ex colleghi di Grillo, di Mina e Celentano, dei comici e degli autori che gli scrissero i testi sin dai tempi di Fantastico e del viaggio di Craxi a Pechino: «Ma se in Cina sono tutti socialisti, a chi rubano?». Non si capisce invece come intellettuali e professionisti solitamente ragionevoli non ridano a crepapelle dinanzi alle profezie delfiche dell’ideologo Casaleggio, alla sua descrizione del nuovo ordine mondiale, chiamato Gaia, il governo planetario che sarà eletto dalla Rete il 14 agosto 2054, dopo la terza guerra mondiale e quando gli uomini sulla Terra saranno ridotti a un miliardo. E’ un messianesimo squinternato che Casaleggio illustra, ovviamente su Youtube, con un video raffazzonato che, tra tamburi, triangoli isosceli e materia cerebrale, annunzia «la fine delle religioni, delle ideologie, dei partiti … e parodizza — credo inconsapevolmente — Campanella, il mito di Atlantide e Walt Disney. Nel riassumere il cammino del mondo verso Gaia e la sua «Intelligenza Collettiva », Casaleggio insieme all’impero romano, al cristianesimo, alla rivoluzione francese mette il v-day del «famous italian comedian Beppe Grillo»: paranoie recitate nell’inglese del cretino cognitivo che rimandano all’ultimo romanzo di Umberto Eco, alle congiure, all’idea che si possa aggiustare il legno storto dell’umanità inseguendo cosmogonie, un po’come fece Licio Gelli che voleva anche lui nuove forme di democrazia ma senza truccare il web con sottigliezze ‘nerdy’: solo in apparenza c’è il confronto, nei forum del portale del Movimento, tra i grillini e i loro capi che in realtà non dialogano ma controllano tutto ed emettono sentenze inappellabili.
Neppure le espulsioni sono state discusse con Grillo che non parla con nessuno, solo con le tv che vuole spegnere. Lo stesso dibattito tra militanti sparisce subito dal web. E la linea politica è fissata con i comunicati che il “famous comedian” mette in rete con la numerazione progressiva, come le Br. Ci sono i luoghi comuni di tutti gli estremila di destra e di sinistra, degli ultimi 40 anni e un programma che prevede, alla voce Economia, perle come questa: «Disincentivi alle aziende che generano un danno sociale (es. distributori di acqua in bottiglia) ». Negli slogan rituali gli esodati sono «le pantere grigie», i partiti «zombie», i tecnici «vampiri», gli evasori fiscali «asini volanti», il Parlamento «una larva vuota», gi esattori di Equitalia «i piranha», le agenzie di rating «le parche della mitologia greca».
Giuliano Santoro nel suo bel libro Un Grillo qualunque (Castelvecchi), ricorda che il nome storpiato è una tecnica antica della destra italiana che «chiamava per esempio il padre costituente Piero Calamandrei ‘Caccamandrei’ e l’azionista Luigi Salvatorelli era ‘Servitorelli’». Ed Emilio Fede durante il G8 di Genova nel 2010 «chiamava Luca Casarini e Vittorio Agnoletto Casarotto e Agnolini». Aggiungo che il re dei nomi storpiati è Dagospia al cui linguaggio il grillismo deve moltissmo: la Santadeché, Luca di Monteprezzemolo, Pierfurby, Aledanno, Sergio Marpionne, Colao Meravigliao… Dino Risi raccontò alla giornalista del
Corriere Angela Frenda che sul set del film “Scemo di guerra” Grillo rimase affascinato da Coluche, il comico francese che nel 1980 annunziò la candidatura alla presidenza della repubblica con lo slogan «tutti insieme a dargli in culo con Coluche». I sondaggi gli assegnavano il 16 per cento ed era appoggiato da alcuni intellettuali di sinistra, tra cui Pierre Bourdieu, Alain Touraine e Gilles Deleuze. Disse Risi di Grillo: «Ha intuito che dire cose da bar è un’attività redditizia. Ed è più attore oggi che fa politica di quanto tentava di fare l’attore». Altro che ex comico.
Nessuna persona alfabetizzata pensa che davvero la Rete sia «la democrazia diretta che sostituirà quella rappresentativa». La democrazia è ancora «la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre». E tuttavia i grillini si appassionano all’idea che i candidati alle politiche «saranno scelti dai cittadini con il voto della Rete che è più democratico del televoto a Sanremo». E però prima bisogna iscriversi al Movimento riempiendo un modulo che si scarica dal portale. E solo in ottobre Beppe Grillo ha comunicato che per votare non basta essere iscritti ma bisogna essere certificati, il che significa avere mandato per posta «entro il 30 settembre» allo stesso Grillo la fotocopia di un documento di identità valido. Sembra il famoso comma 22, quello che solo i pazzi possono andare in licenza, ma se vuoi andare in licenza vuol dire che non sei pazzo.
Quanti sono gli iscritti certificati che potranno votare i candidati? Grillo e Casaleggio ne custodiscono gli elenchi. Peggio dei “signori delle tessere” della Dc. Scrivono alcuni militanti nel forum del Piemonte: «Qui rischiamo uno sputtanamento planetario». D’altra parte per proporsi come candidati al Parlamento innanzitutto bisogna già essersi stati candidati in una lista «certificata da Beppe». I potenziali parlamentari hanno ricevuto una mail e, come ha fatto sapere lo staff (da chi è composto e dove lavora?), avevano tempo sino a ieri per decidere. Nessuno saprà chi sono i prescelti finché i loro nomi non verranno messi al voto sul web dove faranno la loro campagna negli spazi che Grillo e Casaleggio concederanno: «Erano zucche e ne ho fatto parlamentari» disse Berlusconi con molta più sincerità. Come si vede la democrazia diretta è di nuovo una turlupinatura. Questa Rete di Grillo somiglia alla Demo-Karasy che Gheddafi venne a spiegare nella Roma di Berlusconi, il cavallo dei furbi dalle pessime azioni: perfidia del rais Grillo e l’ingenuità del militante grillino.
E tuttavia quando non ci sono le espulsioni e le epurazioni — per violazioni a uno Statuto che è chiamato, senza ironia, “Non Statuto” — il blog è noioso, con l’ossessione della terza guerra mondiale: «… a manovrare tutto sono ebrei americani e governo Israeliano», e «bomba o non bomba, arriveremo a Teheran ». Vengono richiamati in servizio i vecchi fantasmi, la k di Amerika e l’imperialismo anglosassone che resero più leggera la complicità intellettuale di tanti ragazzi con gli eroi dell’anticapitalismo, da Castro a Mao… E poi il crollo, la crisi economica pilotata dai Bilderberg: «Banche e partiti sono gemelli siamesi ». Animalismo, ecologia, No Tav, «basta con l’Europa», «basta con l’euro», «basta con gli immigrati »: «un clandestino è per sempre», «vanno cacciati per il loro bene», «l’Italia usi i cacciabombardieri acquistati dagli Stati Uniti da La Russa e lanci i tunisini con il paracadute e un permesso di soggiorno valido su Parigi». Pacifismo e atomica all’Iran, ecologismo e odio verso Israele, pansessualismo e antipartitocrazia, c’è un pezzo di Pannella storpiato e tutto il radicalismo immaginabile, ma sempre prepolitico: cattivo umore e irresponsabilità. E c’è l’eredità del giornalismo berlusconiano senza più mascherature: disprezzo, insulto, gogna, neppure una parola è ispirata alla vera carità. Non sembra un mondo giovanile ma un verminaio di vecchi verghiani che usano il turpiloquio come viagra.
Anche il sondaggio qui cessa di essere la sfera di cristallo berlusconiana e diventa sentenza che scimmiotta i tribunali popolari. Chi è stato il peggior presidente della Repubblica? Napolitano. Aboliremo le Regioni? Sì. E i senatori a vita? Sì. E poiché bisogna bruciare simbolicamente il nemico si precisa l’età di ciascun senatore: vanno aboliti perché sono vecchi, «basta con i rimbambiti ». E ogni volta che si spegne la tv si accende un rogo: « I giornalisti sono o indipendenti (pochi, eroici e spesso emarginati) o schiavi (tantissimi, sfruttati e pagati 5/10/20 euro a pezzo) o Grandi Trombettieri del Sistema, nominati in posizioni di comando dai partiti». Da questa premessa si arriva a un programma che sembra sovietico ma è soltanto mattoide: «Nessun quotidiano e nessun canale tv con copertura nazionale possono essere posseduti a maggioranza da un soggetto privato, l’azionariato deve essere diffuso con proprietà massima del 10 per cento».
Se la politica fosse appena normale dovremmo preoccuparci solo per loro, per la salute di Grillo e Casaleggio, che sognano l’Italia come una sottoumanità, la presa del potere delle creature di Hieronymus Bosch. Ho contato 17.300 basta! 9940 culo, 9090 cazzo, 8130 merda, 7610 computer, 4720 consumatori. E 4350 nazismo o nazisti, 2710 Hitler. La prima cosa che mi hanno insegnato i miei maestri informatici è la legge di Godwin: in ogni dibattito sulla rete è inevitabile che compaiano le parole Hitler e nazismo. Ma quando arrivano vuol dire che tutto è già degenerato, peggio che finito.
La Repubblica 12.11.12
“La Ragioneria frena: esodati ancora in bilico”, di Bianca di Giovanni
Ancora un brivido per gli esodati. Dopo il sospiro di sollievo tirato l’altroieri con la presentazione dell’emendamento che punta a coprire tutti i non tutelati da quest’anno al 2014, ieri sono piombate in commissione Bilancio le osservazioni della Ragioneria. Il testo così com’è non va. Per i tecnici è da riscrivere sia nelle parti che definiscono la platea di riferimento, sia in quelle sulle coperture. Il confronto è andato avanti per tutta la giornata, per ora senza esito. I parlamentari hanno chiesto un confronto con i ministri di Economia e Lavoro e con i tecnici per sbloccare la situazione. ,Ancora una volta ci sono problemi di copertura per la Ragioneria dichiara Cesare Damiano Ma noi pensiamo che le misure siano coperte. Per noi la proposta dei relatori non può essere abbassata». Il nodo ha impegnato i relatori e il governo per gran parte della giornata domenicale. E in Parlamento a seguire la vicenda è arrivato di corsa il vice-ministro al Lavoro Michel Martone. La soluzione fino a pomeriggio inoltrato ancora non c’era anche se i relatori minimizzano. di problema non c’è. Lei ha parlato con la Ragioneria?» ha chiesto Renato Brunetta (Pdl) ribattendo ad un giornalista che gli chiedeva chiarimenti.
LE OSSERVAZIONI Due le linee su cui i tecnici hanno sollevato dubbi e su cui si è intrapresa la trattativa: sulla platea individuata e sulle coperture. Riguardo al primo punto la Ragioneria ha ,bocciato» in toto il paragrafo D dell’emendamento, quello che allarga la platea anche ai ,lavoratori licenziati, entro il 31 dicembre 2011, anche in conseguenza di fallimento o di altra procedura concorsuale nonché di cessazione dell’attività dell’impresa, purché privi di occupazione, che e maturino il diritto a pensione entro i successivi 24 mesi». Insomma, i relatori hanno incluso nei salvaguardati anche chi non ha sottoscritto accordi, ma si ritrova fuori dal lavoro per altre cause. Le risorse individuate, invece, poggiano su un meccanismo di ,autocopertura» cioè di utilizzo delle risorse già stanziate considerando di scontare dal computo degli esodati i periodi di ,non lavoro» coperti finanziariamente grazie agli scivoli economici presi dal lavoratore come buonuscita dall’impiego. A settembre è prevista una sorta di clausola di salvaguardia: se le risorse non saranno sufficienti, si rivedrà in maniera restrittiva ,l’indice di rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici di importo più elevato». La Ragioneria avrebbe evidenziato che la copertura, vista l’estensione della platea, non è più sufficiente. Sul tavolo del confronto è arrivato quindi un sub-emendamento del governo che proporrebbe l’utilizzo della stretta sulle pensioni più alte non più come clausola di salvaguardia ma come copertura tout court da subito. Sul dibattito si abbatte comunque la bocciatura totale della Cgil. ,Non ci sembra che l’emendamento concordato in commissione bilancio possa costituire, neppure lontanamente, la soluzione del problema dei cosiddetti esodati dichiara Vera Lamonica, segretario nazionale Cgil Aspettiamo di vedere i testi finali, soprattutto alla luce dei sub-emendamenti del governo che come sempre sono ulteriormente peggiorativi, ma si smetta di dire che è stato inventato il paracadute per tutti, perché semplicemente non è vero. Va bene, ed è un passo avanti, l’idea del Fondo che possa essere alimentato anno per anno prosegua ma non si può prescindere dalla definizione certa degli aventi diritto, così come proposti dall’emendamento della commissione lavoro poi ritenuto inammissibile».
L’Unità 11.12.11
“Esodati, stop al salvataggio “Troppi, mancano i fondi” Scuola, per i prof restano le 18 ore”, di Lucio Cillis
Stallo in commissione Bilancio della Camera sulla questione degli esodati mentre per la scuola e gli insegnanti si è trovata la soluzione per bloccare l’aumento delle ore di lavoro.
I conti sugli esodati (secondo la Ragioneria dello Stato) non tornano e la palla torna a rimbalzare nel campo dei parlamentari che non accettano il nuovo stop. Per superare l’impasse, i vertici del ministero del Lavoro e del ministero dell’Economia si incontreranno oggi alle 8.30. Si cerca una soluzione condivisa per approvare nelle prossime ore gli emendamenti pro-esodati al ddl Stabilità. La partita si gioca tutta sull’esile filo dei numeri, di quanto è (realmente) ampia la platea dei lavoratori sospesi prima della pensione; e di quante risorse occorrano per salvarli senza mandare in tilt i conti. Fino ad oggi, per poco meno di 130mila persone, si pensava ad una somma-paracadute di circa 9,1 miliardi.
Secondo la Ragioneria questi dati sono parziali, e rischiano di mandare fuori controllo la spesa: le stime fatte in commissione non tornerebbero perché da qui al 2025, bisognerà prevedere una spesa ben più elevata e prossima ai 20 miliardi visto che i lavoratori tutelati dal fondo di salvaguardia da 9,1 miliardi sarebbero 315 mila – come sostenuto dall’Inps e non 130 mila. Nel dettaglio, a leggere le tabelle della Ragioneria si scopre che i lavoratori effettivamente coinvolti sarebbero 314.576 per un totale di fondi necessari pari a 19,6 miliardi (10,5 in più di quanto preventivato, fino ad oggi, in commissione Bilancio).
I relatori, Renato Brunetta (Pdl) e Pier Paolo Baretta (Pd), hanno cercato di trovare una mediazione accettabile da governo e deputati per tutta la giornata. Ma uno dei nodi che rischia di acuire le tensioni, oltre alla questione delle risorse, riguarda alcuni passaggi contenuti negli emendamenti presentati dai relatori. Si tratta di modifiche che metterebbero a rischio, in particolare, le donne madri lavoratrici che hanno proseguito volontariamente a versare contributi. E’ il caso classico delle donne che lasciano il lavoro per la maternità, ma che successivamente scelgono di pagare di tasca propria l’Inps. Le correzioni apportate al testo oggi limitano la salvaguardia solo agli esodati o ai “prosecutori volontari” che non abbiano dichiarato un reddito superiore ai 7.500 euro. E quindi le donne madri e lavoratrici oggi “esodate” sarebbero automaticamente escluse dai benefici.
Altro nodo al centro del braccio di ferro tra parlamentari da una parte e governo-Ragioneria dall’altra riguarda la proposta di bloccare l’indicizzazione delle pensioni che siano tra le sei e le otto volte il tetto minimo (tra 40 e 50 mila euro circa l’anno). Risorse che potrebbero servire, in caso di bisogno, a coprire le necessità di copertura del fondo-esodati.
Renato Brunetta, visibilmente contrariato, parla di «rinvio» e rimanda ogni commento al nuovo round previsto per oggi. Secondo Marialuisa Gnecchi (Pd) «occorre rivedere la questione dei “prosecutori volontari” che penalizza soprattutto le donne», mentre per Giuliano Cazzola (Pdl) «le nuove difficoltà sulla copertura per l’allargamento del numero degli esodati dimostrano quanto sia complicato risolvere, nell’attuale quadro di finanza pubblica, questo problema che pure assilla decine di migliaia di persone».
Tirano invece un sospiro di sollievo gli insegnanti, che non dovranno incrementare l’orario di lavoro da 18 a 24 ore settimanali. L’emendamento alla legge di Stabilità, presentato dal governo in commissione Bilancio, prevede per il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca tagli per 183 milioni nel 2013. Dopo questi risparmi, non ci sarà più bisogno di chiedere agli insegnanti l’incremento delle ore lavorate.
Nella notte, infine, la notizia che Mario Monti si è attivato, questo fine settimana, per assicurare che gli aiuti Ue per il terremoto in Emilia Romagna (670 milioni) non vengano bloccati. Il premier italiano ha sentito Barroso e Schulz (presidente del Parlamento europeo) bollando come «inaccettabile» un eventuale alt ai fondi.
La Repubblica 12.11.12
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“L’Imu:La definizione di ente no profit favorirà le realtà ecclesiastiche”, di VALENTINA CONTE
IL GOVERNO, costretto ad accelerare il varo del regolamento che imponga anche alla Chiesa e agli enti no profit, laddove producono utili, di pagare nel 2013 l’Imu, tenta un colpo di mano. Far passare una definizione ad hoc di ciò che non è attività commerciale. Che vale per questi enti, ma non per il resto degli italiani. E che li solleverebbe dal versamento dell’imposta sulle porzioni di immobili ad uso “misto” da cui traggono profitti (cliniche, alberghi, ostelli, mense, sedi varie), con una semplice modifica del loro statuto, da apportare in corsa entro dicembre. Un rischio grosso, avverte il Consiglio di Stato, perché l’Europa guarda. E la Commissione di Bruxelles potrebbe multare l’Italia per aiuti di Stato illegali e recuperare tali somme “condonate”, a partire dal 2006. Un danno che può valere fino a 3 miliardi, considerati gli incassi stimati dal governo (300-500 milioni l’anno).
GLI SCONTI
In base alla nuova definizione, ecco gli sconti possibili. Non c’è attività commerciale, dunque non si paga l’Imu, se nello statuto dell’ente no profit si prevede il divieto di distribuire utili o l’obbligo di reinvestirli esclusivamente a fini di solidarietà sociale. O ancora se si inserisce l’obbligo di devolvere il patrimonio, quando l’ente si scioglie, ad altro ente no profit con attività analoga. E ancora, cliniche e ospedali sono fuori dall’Imu se accreditate o convenzionate con Stato ed enti locali, le loro attività assistenziali svolte «in maniera complementare o integrativa rispetto al servizio pubblico», a titolo gratuito o – e qui viene il bello – dietro pagamento di rette «di importo simbolico». Scuole e convitti esentati se l’attività è “paritaria” rispetto a quella statale e non “discrimina” gli alunni. Le strutture ricettive, se la ricettività è «sociale ». E infine, per le attività culturali, ricreative e sportive fa fede ancora il compenso. Se «simbolico », zero Imu. Con tutto ciò che “simbolico” possa voler dire. E il rischio di esentare molto, se non tutto.
LA BOCCIATURA
Il pasticcio parte dalla bocciatura, il 4 ottobre scorso, del regolamento del ministero dell’Economia (arrivato, tra l’altro, in ritardo di tre mesi) da parte del Consiglio di Stato, tenuto a un parere obbligatorio ma non vincolante. Il regolamento doveva spiegare come compilare la dichiarazione (entro dicembre). Una sorta di autocertificazione, che l’ente no profit fa, dei metri quadri dell’immobile di proprietà riservati agli affari. Ma c’era bisogno di un decreto ministeriale per un’operazione tutto sommato semplice? Evidentemente sì, visto che la delega in tal senso al governo viene dal Parlamento. I giudici del Consiglio di Stato, tuttavia, bocciano il regolamento. Proprio perché quella delega è stata travalicata e il governo ha inserito anche gli “sconti”, corpi del tutto estranei che mutano l’ordinamento italiano.
AZIONE LAMPO
Che cosa fa allora il governo per superare le obiezioni del Consiglio di Stato? Prima allarga la delega concessa dal Parlamento. E lo fa con tre righe inserite nel decreto Enti locali (che si occupa di tutt’altro, ovvero di costi della politica), passato alla Camera. Poi tenta il blitz. La tentazione originaria è di pubblicare lo stesso testo con gli sconti – quello “bacchettato” dai giudici amministrativi – in Gazzetta ufficiale.
Poi si ferma. Annulla la pubblicazione e spedisce, secondo la prassi, il testo per un secondo parere ai giudici, che lo (ri)esaminano giovedì 8 novembre. Le righe che sbloccano l’empasse sono nel decreto Enti locali: il numero 174, all’articolo 9, comma 6. Poche parole che ampliano la delega modificando l’articolo 91 bis, della legge liberalizzazioni di febbraio. Quello che introduceva l’Imu anche per la Chiesa e il no profit (altre religioni, partiti, sindacati, onlus). Così il governo conferma gli “sconti”. Nonostante i moniti del Consiglio di Stato.
La Repubblica 12.11.12
