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“I principi del montismo”, di Ilvo Diamanti

È passato un anno. Il premier Monti e il suo governo non sono più una novità e neppure un dilemma. Hanno assunto un profilo preciso: dal punto di vista del programma, dello stile di comunicazione, del disegno politico e istituzionale. Lo possiamo riassumere in una parola, ormai usata con una certa familiarità.
Il Montismo. Per analogia e differenza – anzi: distacco – rispetto al Berlusconismo. Travolto dalla crisi, ma anche dalla sfiducia. Delle istituzioni internazionali e dei cittadini. Il Montismo ne costituisce il controcanto. Ne sancisce la fine. Anche se, per alcuni versi, ne è la prosecuzione con altri mezzi e con altri esiti. Sul piano del programma economico, in particolare. Il governo Monti ha, infatti, realizzato i principali punti delle politiche (solo) annunciate dal governo Berlusconi. Su indicazione (imposizione?) della Ue e della Bce. Monti le ha tradotte in leggi, riforme e decreti. Con i limiti posti dalla maggioranza, ampia e variegata, che lo sostiene. E con una differenza sostanziale, da chi lo ha preceduto. Berlusconi quel programma l’aveva subìto. E ne aveva promesso l’attuazione, a malincuore – fra i risolini degli altri leader europei. Mentre Monti ne è un garante. Visto che a scrivere a dettare quel programma sono ambienti finanziari e istituzionali di cui egli fa parte.
Ma il Montismo è diverso e alternativo rispetto al Berlusconismo anche per altri, importanti motivi.
Anzitutto, interpreta un diverso modello di governo. Non la Democrazia del Pubblico, ma l’Aristocrazia democratica. Monti. Non è il leader eletto dal popolo che si presenta al popolo come uno del popolo. “Uno come voi”. Che potete imitare, perché anche voi potete diventare come me. Visto che anch’io imito – e interpreto – i vizi e le virtù degli italiani. Anzi, i vizi più delle virtù. E voi mi votate proprio per questo. Perché sono l’italiano medio (–basso). Dal punto di vista dell’etica pubblica e privata. Monti, invece, è il Tecnico. Distante dalla “gente comune”. Non finge nemmeno di assomigliare agli elettori. Non gli dà del tu. D’altronde non è stato eletto, ma scelto e incaricato dal Presidente. E ha ottenuto la fiducia del Parlamento proprio perché non è un politico (del nostro tempo). Perché è diverso e lontano rispetto ai cittadini. Migliore. Un Aristocratico. Competente e accreditato negli ambienti che contano. In Italia. Ma soprattutto in Europa e nel Mondo. Nessuno si azzarderebbe a ridere alle sue spalle. Il Montismo, per questo, segna il ritorno del governo di “quelli che si distinguono dal popolo”. E dai politici. Gli esperti.
Il Montismo, per questo, riflette il clima del tempo. E, per quanto aristocratico, accarezza l’antipolitica. Non perché i tecnici al governo – per primo Monti – siano estranei alla politica e ai partiti. Molti di essi – Monti stesso – hanno ricoperto per anni ruoli di responsabilità negli organismi economici e istituzionali – italiani ed europei. E hanno confidenza con i diversi livelli di governo, ma anche con gli attori politici. Monti e i suoi ministri: fanno politica, ci mancherebbe. I temi affrontati in questi mesi sono al centro dei principali conflitti politici, economici e sociali della nostra epoca. Tuttavia, Monti è stato designato in quanto “Tecnico”. Cioè, “Non-Politico”. Perché non eletto. Perché non deve rispondere ai cittadini delle sue scelte. (Napolitano l’ha nominato senatore a vita).
Peraltro, Monti stesso non manca mai di ribadire quanto sia alto il suo credito “politico” rispetto a quello dei partiti e dei politici.
Il Montismo è stile di comunicazione. Coerente con la forma di governo che esprime. Cioè: l’Aristocrazia Democratica. Anzi: l’Aristocrazia pop. Mario Monti è consapevole dell’importanza del consenso, per il governo. E dell’importanza dei media, per il consenso. Per questo, non rinuncia a frequentare i media. Lui e i suoi ministri: affollano le reti e i talk politici con maggiore audience. Ma, appunto, con distacco. Aristocratico. Soprattutto Monti. Determinato a marcare la differenza rispetto a quelli che lo hanno preceduto – e che ancora strepitano, intorno a lui.
Il Montismo: decreta e declama la fine del Berlusconismo. Ma echeggia, in qualche misura, la nostalgia della Prima Repubblica. Acuita dai nefasti della Seconda Repubblica. Perché, dopo quasi vent’anni di bipolarismo antagonista e intollerante, ripropone un governo di larghe intese. Come, in fondo, erano i governi guidati dalla Dc. Il Centro che teneva dentro tutto e tutti. Destra e sinistra. E che assorbiva e aggregava tutti. Socialisti e laici. La Dc. Riusciva a convivere – e a condividere le scelte sostanziali – anche con il Pci.
Il Montismo è governo condiviso, non diviso. Fondato su larghissime intese. Perché, la marginalizzazione di Berlusconi – insieme al suo doppio genetico: Di Pietro – ha reso possibile la coabitazione fra i nemici di ieri. In nome del vincolo esterno: dei mercati, delle autorità monetarie e delle istituzioni internazionali. Ma anche sulla spinta della sfiducia dei cittadini. Stanchi di piazzate e di piazzisti al governo.
Per questo il consenso di Monti continua ad essere alto, malgrado che le sue politiche piacciano sempre di meno. Dopo un anno di governo, resiste intorno al 50%. Nonostante la crisi morda sempre più a fondo.
Per questo si fanno largo progetti di legge elettorale con l’obiettivo di impedire a qualcuno di vincere davvero. Per costringere le principali forze politiche al compromesso. Come nella Prima Repubblica. Per riproporre Monti al governo. L’aristocrazia democratica. Il Tecnico al governo con il voto dei politici.
Per questo, e non a caso, la principale opposizione, oggi, è quella, per ora, extra-parlamentare del M5S. Ispirato, anzi, inventato da Beppe Grillo. Che gli dà volto e voce. Oltre al marchio, di cui è proprietario. Grillo è profondamente diverso, quasi opposto, a Monti. Per stile di comunicazione, oltre che per proposta politica e istituzionale. Alternativo, eppure speculare. Perché Grillo, come Monti, emerge dallo sfascio del Berlusconismo. Che ha prodotto la dissociazione della democrazia rappresentativa. Di cui Monti e Grillo interpretano le due facce. Monti: l’aristocrazia democratica. L’élite non elettiva. Il ceto degli Eletti non eletti. Grillo: attore e predicatore della democrazia diretta. Attraverso la Rete. Il Montismo e l’Anti-montismo. Il Grillo-Montismo. Riassumono l’eredità difficile del Berlusconismo. La ricerca della fiducia nei rappresentanti e della partecipazione dei rappresentati. La difficile ricostruzione della democrazia rappresentativa. Logorata da vent’anni di democrazia im-mediata (mediata esclusivamente dei media). E da partiti ridotti a oligarchie senza fiducia.
La Repubblica 12.11.12

Legge Stabilità: Ghizzoni, Parlamento ha modificato una norma nata male

“Per la scuola, ed in particolare per tutelare l’orario di lavoro degli insegnanti, ognuno ha fatto la sua parte – lo dichiara Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura, Scienze e Istruzione della Camera dei Deputati e relatrice della Legge di stabilità nella commissione che presiede, dopo l’approvazione in Commissione Bilancio dell’emendamento presentato dal Governo –
In Commissione Cultura tutte le forze politiche hanno concorso per scongiurare il pericolo di aumento dell’orario dei docenti a 24 ore a parità di salario.
Il Ministero dell’istruzione, convenendo con la necessità di stralciare un provvedimento di materia contrattuale e ordinamentale, che non poteva essere affrontato all’interno di una legge di stabilità, ha lavorato per rispettare gli obiettivi dettati dalla Spending Review senza compromettere il funzionamento dell’istruzione e della formazione superiore.
C’è da rilevare, positivamente, che anche il Tesoro ha fatto la sua parte: la ragioneria dello Stato ha finalmente certificato un capitolo di fondi da ripartire, il 1296, ci cui sino a ieri non erano disponibili i dati.
Abbiamo dato prova che il Parlamento, quando c’è l’impegno e il lavoro delle forze politiche, è in grado di rispettare la sua autonomia costituzionale dall’esecutivo e – conclude Ghizzoni – arrivare a modificare in via definitiva una norma nata male.”

Scuola, Profumo ai prof «L’orario non aumenterà», di Mariolina Iossa

Non ci sono soltanto professori, studenti e rappresentanti sindacali alla manifestazione romana contro l’aumento dell’orario di lavoro settimanale dei docenti e per la difesa della scuola pubblica italiana. Davanti al ministero ci sono anche tante famiglie con i figli, bambini nei passeggini, come ad una passeggiata domenicale senza auto.
La scuola è in fibrillazione, anche se in commissione Bilancio alla Camera, dove si sta discutendo la legge di stabilità, è emersa nettamente la linea politica che dice no alle 24 ore, una linea confermata dal ministro Francesco Profumo che ieri a Torino ha dichiarato: «Non faremo l’intervento sull’incremento di ore». Ma gli insegnanti vogliono essere sicuri: «Non ci fermeremo fino a che la norma non sarà cancellata», hanno detto, e stamattina si incontreranno davanti al Miur per un flash mob. Martedì, poi, nuova mobilitazione: scioperano la Cgil e i sindacati di base.
Non c’è ancora la cancellazione della norma ma è sicuro che ci sarà. I lavori in commissione sono stati interrotti l’altra sera per permettere a governo e ministeri di trovare una strada ma oggi i lavori riprendono e, si augura il sottosegretario al Miur Marco Rossi Doria, «ci sono ottime possibilità che la vicenda si chiuda e si possa tornare a parlare di futuro della scuola. Non ci sarà nulla di cambiato sull’orario dei docenti. Troveremo, con il ministero dell’Economia, la soluzione. La scuola ha già dato, ha risparmiato 8 miliardi e mezzo, è stato un atto generoso che però deve finire. Solo i Paesi che investono su scuola e ricerca riescono ad uscire dalla crisi».
Il nodo della questione sono quei 183 milioni di risparmi che il governo ha chiesto al ministero della Pubblica Istruzione. «Le 24 ore sono un’ipotesi tramontata — conferma Manuela Ghizzoni, Pd, presidente della commissione Cultura —. Su questo c’è un accordo politico. Purtroppo la protesta non si è fermata perché c’è stata un’errata interpretazione di come stavano andando i lavori in commissione. Il Miur ha lavorato per trovare una strada diversa riuscendo a risparmiare altri 99 milioni senza intaccare la funzionalità della scuola».
In pratica il ministero risparmierebbe assottigliando l’apparato centrale (per esempio, tra le possibilità c’è quella di dismettere l’affitto della sede di piazzale Kennedy a Roma) e con il mancato turnover. Ma all’appello mancano ancora 84 milioni. «Ci vuole buona volontà — continua la presidente Ghizzoni — e comprensione da parte dei relatori della legge di stabilità, Baretta e Brunetta, che mi sembra ci sia: loro hanno dato disponibilità per altri 40 milioni. Bisogna ora trovare la copertura per gli ultimi 43 milioni, e per questo speriamo di coinvolgere Grilli, il ministro dell’Economia, perché si vada a guardare altrove. E soprattutto per evitare altri tagli “lineari” alla scuola».
Tutti i partiti in commissione, contrari all’aumento dell’orario settimanale, avrebbero anche indicato a Grilli dove cercare i soldi: per esempio, continua la Ghizzoni, «nella dismissione degli affitti del patrimonio pubblico, secondo l’articolo 7 punto 2 del ddl Stabilità. Gli effetti di quella norma dovrebbero produrre un’eccedenza di risparmio di 100 milioni di euro, si potrebbe dirottare una parte di questo denaro sulla scuola».
La partita in gioco è grande: anche altri ministeri chiedono al governo una fetta di quei soldi.
Il Corriere della Sera 11.11.12
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“La scuola in piazza. Profumo: no alle 24 ore per i prof”, di Luciana Cimino
Nessun aumento delle ore di lavoro per i docenti. Il ministro Profumo rassicura e questa volta pone la parola fine alla questione. L’occasione, dopo l’allarme delle ultime ore, è il convegno di ieri «Il futuro del liceo classico» organizzato a Torino. Il ministro è chiaro: «Non faremo l’intervento nella legge di Stabilità». Ma non rinuncia alla sua idea di insegnante del futuro: «Si è
aperta la discussione su questo tema e insieme alle componenti della scuola, le parti sociali e i partiti avvieremo un ragionamento di come dovrà essere questa figura». Il docente, comunque, «dovrà avere una presenza diversa all’ interno della scuola». Profumo rivendica i buoni risultati raggiunti da questo governo sulla sicurezza nelle scuole, sebbene sia «un tema che si porta dietro una storia e che ha bisogno di una programmazione pluriennale». Il ministro si dice disponibile a incontrare il presidente dell’Upi, Saitta, che nei giorni scorsi aveva minacciato di spegnere il riscaldamento negli istituti, ma soprattutto ci tiene a distinguersi da Elsa Fornero: «I giovani non sono choosy. Non si può essere sempre d’accordo su tutto dichiara, aggiungendo rivolto ai giovani se devo confrontarvi con la mia generazione, voi siete molto più bravi perché vivete in una realtà più complessa, con meno sicurezze».
Tuttavia ieri è stata ancora una giornata di protesta. Diverse le occupazioni, le assemblee, i presidi in tutta Italia (a Bologna si è tenuto un flash mob) tutto in vista delle manifestazioni del 14 e 17 novembre. Mentre a Roma si è svolto un corteo regionale molto partecipato (al quale hanno aderito anche l’Anpi, la Flc Cgil di Roma e Lazio, l’Unicobas Scuola, l’Usb e l’Usi Scuola, il Coordinamento Scuole Roma e il Coordinamento Precari Scuola) conclusosi proprio sotto la scalinata del ministero al grido di «dimissioni». Trenta, forse 50mila i manifestanti tra studenti, personale Ata, insegnanti di ruolo e precari, genitori. Come le mamme dell’istituto comprensivo di viale Venezia Giulia che riunisce 4 scuole. Hanno portato un lungo striscione fatto con la carta igienica che ormai da anni sono costrette a comprare per le aule dei loro figli. «Lo avevamo fatto per la Gelmini, pensavamo di riporlo invece siamo ancora qui perché è sempre peggiodicono Da un governo tecnico ci saremmo aspettati più attenzione per la scuola pubblica, per quella privata è pure troppa». Michela, che insegna francese alle medie, vede «molti elementi di decadenza nella scuola pubblica. I genitori ci comprano le carte geografiche, io faccio le fotocopie a mie spese per le mie 9 classi, un mio alunno diversamente abile quest’anno non poteva fare il campo scuola perché né il Comune né l’istituto potevano pagare l’assistente. Io correggo 250 compiti al mese senza essere retribuita per questo e vengo accusata di lavorare poco».
DEMAGOGIA SENZA DIDATTICA
Interviene anche Maria, insegnante da 25 anni: «Mi parlano di tablet quando a me mancano i soldi per le fotocopie, troppa demagogia non sostituisce la didattica». Genitori e docenti di una scuola media di Centocelle (periferia romana) mostrano uno striscione con scritto «meno F35, più istruzione». «Abbiamo fatto seminari per parlare dello stermino dei rom e abbiamo portato in aula i partigiani spiega una mamma -, è chiaro che se passa il ddl Aprea nella nostra scuola di periferia non investirà nessuno». La stessa preoccupazione dei ragazzi del Liceo Amaldi di Tor Bella Monaca, altra zona della capitale. «Con quella legge la nostra sarà una scuola di serie C, per reietti dice Matteo (18 anni) La smettano di chiamarle “riforme della scuola”, sono leggi di bilancio, la formazione non c’entra». C’è una professoressa del Falcone-Pertini che dice: «Io sono di ruolo ma voglio dire che i precari sono stati massacrati, è indice di uno scarso riconoscimento sociale della figura del docente. I presidi, poi, sono diventati dirigenti che devono pensare ai conti non alla didattica». Le parole pronunciate dal ministro nella mattinata sono accolte con speranza ma anche con diffidenza. «Lo deve mettere nero su bianco», dice una professoressa del Turistico. Mentre quelle del Liceo Aristotele sfilano con tutti i compiti in classe attaccati fino a formare un lungo striscione, «Difendiamo il nostro diritto a lavorare bene e quello dei ragazzi a essere educati, è sulla Costituzione». «Basta con i balletti. L’aumento dell’orario di lavoro per i docenti deve essere ritirato come tutti i tagli alla scuola», chiede il segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo.
l’Unità 11.11.12

“Emilia, la protesta delle imprese”, di Natasha Ronchetti

Allo studio la presentazione della dichiarazione dei redditi senza versamenti. Nel Modenese si stima che per la fine dell’anno si registrerà un calo del fatturato intorno al 40%. Per ora paventano il rischio di forti tensioni sociali. Ma non è escluso che le aziende emiliane colpite indirettamente dal terremoto del 20 e 29 maggio mettano in atto una sorta di sciopero fiscale. Protesta che potrebbe prendere forma attraverso la regolare presentazione della dichiarazione dei redditi entro la scadenza del 16 dicembre ma senza versamento di imposte e tributi. Una scelta drastica di fronte al decreto 174 che, convertito in legge, corre verso l’approvazione da parte del Senato, per ora senza le modifiche chieste dalle associazioni di categoria per ampliare la platea dei beneficiari della rateizzazione delle tasse (con interessi a carico dello Stato, a partire dal 30 giugno 2013), anche alle imprese che non hanno subito danni materiali ma sono collassate dopo il blocco forzato delle attività di fornitori e committenti colpiti dal sisma.
Nel Modenese e nel Ferrarese, le due aree più colpite, il sistema produttivo è sul piede di guerra. Solo nell’area di Modena la Cna ha stimato un crollo del fatturato che a fine anno raggiungerà il 40%. «Il risultato – osserva Claudio Carpentieri, responsabile delle politiche fiscali della Cna – sarà che le imprese non pagheranno perché sono in ginocchio. Sceglieranno di aspettare la contestazione bonaria da parte dell’Agenzia delle entrate per poi concordare un pagamento rateizzato in cinque anni». Praticamente un tragico paradosso. Per le associazioni di categoria sarebbero infatti bastate poche decine di milioni di euro per includere tra i beneficiari della rateizzazione anche chi, operando nella filiera delle imprese terremotate, ha visto crollare il proprio volume d’affari. L’estensione delle agevolazioni anche agli agricoltori e ai lavoratori dipendenti, unica concessione fatta fino ad ora, costerà infatti allo Stato sette milioni in più. «Noi avevamo chiesto una rateizzazione decennale per chi ha subito danni materiali – spiega a sua volta Davide Pignatti, responsabile Servizi di Cna Modena – e quinquennale per chi ha subito danni indiretti». Niente da fare, invece. Potrebbe restare in piedi solo il meccanismo messo a punto, che prevede il pagamento entro il 16 dicembre grazie a un finanziamento bancario, con la restituzione in due anni, a partire dal 30 giugno, senza interessi.
Le imprese emiliane, che non chiedono esenzioni, ricordano che dopo il terremoto de L’Aquila fu scelta la strada del condono per il 60% delle imposte, con rateizzazione in dieci anni del restante 40%. E temono, di fronte alla fiducia posta dal Governo sul provvedimento legislativo, che non ci siano più i margini per strappare una copertura anche per le imprese colpite solo indirettamente. «E’ importante che si faccia riferimento al protocollo firmato con i commissari per la ricostruzione – dice l’assessore regionale alle Attività produttive Gian Carlo Muzzarelli – anche se è estremamente complesso stabilire quali sono i danni indiretti in un territorio dove ci sono 70mila aziende». Ciò che serve ora, secondo Muzzarelli, è una forte accelerazione della macchina dei risarcimenti, con i 6 miliardi stanziati con la legge sulla spending review. «Dobbiamo trovare le condizioni – dice – affinchè l’accordo tra l’Abi e la Cassa depositi e prestiti diventi da subito operativo».
Il Sole 24 Ore 11.11.12

Affile, «il governo non chiuda gli occhi», di Michele Meta e Roberto Morassut

Oggi in tutta Europa si stanno riproponendo i movimenti ispirati alle varianti più radicali dell’ideologia fascista e nazista. E anche in Italia prendono corpo movimenti negazionisti, che soffiano sul fuoco della crisi economica e che giocano la carta di un nazionalismo etnico e di sangue contro la globalizzazione. Si pone per tutte le forze democratiche e per le istituzioni il tema di un’azione culturale profonda e del pieno rispetto delle leggi. Purtroppo, in molti casi, in Italia occorre prendere atto di una insufficienza dell’attenzione di molte istituzioni che non solo tollerano, ma alimentano certi fenomeni. A pochi chilometri da Roma, per esempio, il sindaco di Affile, Comune con 1500 abitanti, ha deciso di utilizzare fondi pubblici regionali per erigere un Mausoleo alla memoria di Rodolfo Graziani, Ministro della Difesa della Repubblica di Salò e responsabile di crimini di guerra in Etiopia durante il colonialismo fascista.
«Patria» e «Onore» sono scolpite dall’amministrazione comunale di Affile sul monumento a Graziani, ai lati della bandiera italiana. Parole fuori luogo per un criminale che avrebbe dovuto essere processato a Norimberga perché responsabile della deportazione dalla Cirenaica di centomila uomini, donne e bambini, di 1400 religiosi massacrati sempre in Africa perché anticoloniali, della deportazione da Roma di 2.500 carabinieri nell’ottobre del 1943, dieci giorni prima del rastrellamento del Ghetto ebraico del 16 Ottobre, per lasciare le mani libere alle SS. Il sindaco di Affile, decidendo di dedicare un mausoleo al «macellaio» Graziani, nega e stravolge la memoria. È offensivo per la storia della nostra Repubblica italiana, nata dall’antifascismo, pensare di intitolare un monumento a Graziani. La dedica ufficiale di un monumento da parte di un sindaco, ovvero di un pubblico ufficiale, impegna lo Stato democratico.
Non ci può essere continuità tra l’azione criminale condotta da Rodolfo Graziani e la vita democratica della Repubblica . La mobilitazione dell’Anpi, di decine di personalità, di storici e studiosi, di alcuni quotidiani italiani che ieri hanno promosso una petizione per rimuovere il sacrario di Affile, ha avuto un’eco eccezionale. Abbiamo chiesto al governo di sapere cosa intende fare per dissociare la responsabilità delle istituzioni dal monumento a Graziani, per demolire il manufatto e per restituire all’Italia quel profilo di affidabilità nei valori della libertà e della democrazia. In aula alla Camera ci è stato risposto che per il governo si tratta di una questione «locale», provocando in noi tanta delusione rispetto al fatto che la funzione di un governo – peraltro di un Paese democratico che ha vissuto sulla propria pelle gli orrori del nazifascismo pagandone prezzi atroci – non può limitarsi in questi casi ad una presa d’atto ma tra i suoi compiti è quello di operare per il pieno rispetto della legge e della Costituzione. Confidiamo pertanto che la vicenda di Affile non finisca in un carteggio burocratico tra uffici amministratici ma sia l’occasione per trasmettere un messaggio forte a tutti i cittadini e spinga anche ad una corretta ricostruzione storiografica di certi momenti della nostra storia nazionale combattendo con la forza della legge e dei valori della democrazia tante confuse, pericolose teorie negazioniste.
Pretendiamo da un governo che giura sulla Costituzione davanti al Capo dello Stato atti coerenti perché non si tratta di un fatto locale ma di una vicenda che disonora la Costituzione della Repubblica italiana.
* Deputati Pd
L’Unità 11.11.12
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Attila Mestherhàzi: «Ungheria, la Ue fermi la deriva fascista». Leader del Mszp, il Partito socialista ungherese.Per la sua opposizione al regime di Orbàn è finito anche in carcere, di Umberto De Giovannangeli
L’Unione Europea non può chiudere gli occhi e restare silente di fronte all’ennesimo scempio di legalità messo in atto dal primo ministro Orbàn. Siamo alla “schedatura preventiva”, un ulteriore passo verso il compimento di una “dittatura istituzionalizzata”, e bene ha fatto l’Unità a denunciarlo». A parlare è Attila Mestherhàzi, 38 anni, leader del Partito socialista ungherese (Mszp). Per la sua opposizione al «governo-regime» di Viktor Orbàn, Mestherhàzi ha conosciuto il carcere. «Ogni misura presa da Orbàn denuncia il leader dei socialisti ungheresi è ispirata da una logica autarchica che non guarda al futuro, ma trova il suo humus in un passato oscuro, funesto, segnato da una politica liberticida in ogni campo: dai diritti civili a quelli sociali».
Gli elettori ungheresi dovranno iscriversi a una lista degli elettori prima del prossimo voto nel 2014. Lo prevede una modifica della Costituzione, votata dalla maggioranza di destra del premier Orbàn. «Si tratta di un altro tassello per il compimento di quella dittatura istituzionalizzata che è nei disegni di Orbàn. Un disegno che il primo ministro sta perseguendo scientemente infischiandosene degli appelli alla moderazione che giungono dall’Europa».
Qual è la ricaduta concreta di questa modifica costituzionale? L’obiettivo dei legislatori, secondo il capogruppo della maggioranza Antal Rogan, è di «escludere i disinteressati».
«Siamo ad una schedatura preventiva. Secondo sondaggi e analisti, più di 1 milione su 8 milioni di elettori saranno così esclusi dal voto, soprattutto nelle campagne. Questa è la “democrazia” di Viktor Orbàn. Siamo al fascismo. L’Europa non può far finta di niente, in Ungheria gli standard minimi di democrazia sono stati abbattuti. L’iscrizione obbligatoria è l’ultimo tasto di una contro riforma completa del sistema elettorale in Ungheria imposta dalla maggioranza di Orbàn. Prima hanno ridotto il numero dei deputati a 200 dai 386 precedenti. Poi hanno riscritto le circoscrizioni elettorali a favore della destra e accordato il diritto di voto agli ungheresi oltrefrontiera (circa 500.000 persone), il che potrebbe far rinascere vecchie ostilità con Serbia, Slovacchia e soprattutto Romania. Hanno pure soppresso il secondo turno (servito finora per formare coalizioni, ndr). Nella Costituzione imposta dal partito Fidesz (il partito di Orbàn, ndr) e dei suoi alleati di estrema destra non è garantito alcun diritto alle minoranze etniche. La politica di Orbàn non contempla il dialogo. Non c’è alcun tipo di scambio, di confronto non solo con le opposizioni parlamentari ma anche con le organizzazioni della società civile. Nulla. Solo l’imposizione».
Come intendete portare avanti la vostra protesta?
«Vogliamo portare questa vicenda in tutti i fori internazionali competenti e coinvolgere in questa battaglia di libertà tutte le forze democratiche europee. Un giornale che certamente non può essere definito socialista, Nepszabadsag (liberale, ndr), ha paragonato le prossime elezioni in Ungheria a quelle in Belorussia ed Ucraina, qualificate truccate dagli osservatori del Consiglio d’Europa. Insisto su questo punto: l’Ungheria è un Paese membro della Nato, è parte dell’Unione Europea, di cui è stata presidente di turno. E l’Europa insignita del Nobel per la Pace, l’Europa che si fonda su valori e principi di libertà e democrazia non può assistere passivamente alla “fascistizzazione” dell’Ungheria».
Cosa rappresenta l’Europa per la destra al potere in Ungheria?
«Una minaccia da combattere. L’Europa come nemica e non come opportunità di crescita. Una entità ostile da sfidare. Dietro questa ostilità manifesta, reiterata, c’è una ideologia che riprende la retorica fascista. Dio e Patria, l’orgoglio della nazione magiara, lo Stato definito nella sua essenza nazionale, etnica, non più come Repubblica, meno poteri alla Consulta, più poteri dell’esecutivo su magistratura e media. È un inquietante ritorno al passato. Mi lasci aggiungere che l’Europa dovrebbe preoccuparsi di questa deriva sciovinista e reazionaria dell’Ungheria anche perché questo “modello” può divenire un punto di riferimento per i partiti populisti e antieuropei che si stanno sempre più radicando nell’Est europeo ed oltre ad esso».
L’Unità 11.11.12

"La truffa? Sì, della storia", di Michele Prospero

Ieri sul Corriere della Sera la polemica contro le proposte del Pd per la riforma della legge elettorale ha raggiunto i tetti di una rara falsificazione storiografica. Massimo Teodori ha scritto che il Pd vorrebbe un “sistema super-truffa” grazie al quale il partito che prende il 35 per cento dei voti si aggiudica il 55 per cento dei seggi. Non è proprio così. Il premio al partito maggioritario dovrebbe aggirarsi attorno al 10 per cento e scatterebbe comunque, come suggerisce il lodo D’Alimonte, solo nel caso in cui nessuna coalizione varcasse la soglia del 40 per cento. Questo accorgimento serve affinché l’incentivo alla coalizione non si trasformi in potere di ricatto dei vari cespugli. Dov’è la “supertruffa”? Un dispositivo analogo (con un premio al primo partito che in verità è vicino al 20 per cento dei seggi) ha appena consentito alla Grecia di non precipitare in una condizione istituzionale simile a quella di Weimar.
Quanto alla legge truffa (l’espressione non fu coniata dal Pci ma da Calamandrei, e anche il liberale Corbino avvertiva la fondatezza dell’epiteto) ciò che è stato pubblicato dal “Corriere” è davvero uno strafalcione storiografico. Teodori ha spiegato infatti che il congegno del 1953 prevedeva, per la coalizione che avesse percepito il 50 più 1 dei voti, l’attribuzione del 55 per cento dei deputati. Non è vero. Le opposizioni insorsero non per impedire un esiguo premio per la stabilizzazione in senso maggioritario del sistema ma perché la legge garantiva al vincitore circa il 65 per cento dei seggi (385 seggi su 590), e quindi la possibilità di mettere mano alla costituzione senza neppure l’opportunità per i soccombenti di ricorrere al referendum.
Quello del 1953 non era un premio per la governabilità perché la coalizione vincente comunque disponeva già dei seggi per andare avanti. Consentiva invece di avere numeri utili per manovre di rilievo costituzionale. Altro che “modesto premio di maggioranza di ieri”, di cui si è fantasticato sul “Corriere”. Quel “modesto” premio indusse alle dimissioni il presidente del senato (Paratore) ostile alle forzature regolamentari. L’etica politica è ormai un ricordo, si rammaricava Teodori. Ma anche la rispondenza ai dati storici più elementari lo è.
L’Unità 11.11.12

“La truffa? Sì, della storia”, di Michele Prospero

Ieri sul Corriere della Sera la polemica contro le proposte del Pd per la riforma della legge elettorale ha raggiunto i tetti di una rara falsificazione storiografica. Massimo Teodori ha scritto che il Pd vorrebbe un “sistema super-truffa” grazie al quale il partito che prende il 35 per cento dei voti si aggiudica il 55 per cento dei seggi. Non è proprio così. Il premio al partito maggioritario dovrebbe aggirarsi attorno al 10 per cento e scatterebbe comunque, come suggerisce il lodo D’Alimonte, solo nel caso in cui nessuna coalizione varcasse la soglia del 40 per cento. Questo accorgimento serve affinché l’incentivo alla coalizione non si trasformi in potere di ricatto dei vari cespugli. Dov’è la “supertruffa”? Un dispositivo analogo (con un premio al primo partito che in verità è vicino al 20 per cento dei seggi) ha appena consentito alla Grecia di non precipitare in una condizione istituzionale simile a quella di Weimar.
Quanto alla legge truffa (l’espressione non fu coniata dal Pci ma da Calamandrei, e anche il liberale Corbino avvertiva la fondatezza dell’epiteto) ciò che è stato pubblicato dal “Corriere” è davvero uno strafalcione storiografico. Teodori ha spiegato infatti che il congegno del 1953 prevedeva, per la coalizione che avesse percepito il 50 più 1 dei voti, l’attribuzione del 55 per cento dei deputati. Non è vero. Le opposizioni insorsero non per impedire un esiguo premio per la stabilizzazione in senso maggioritario del sistema ma perché la legge garantiva al vincitore circa il 65 per cento dei seggi (385 seggi su 590), e quindi la possibilità di mettere mano alla costituzione senza neppure l’opportunità per i soccombenti di ricorrere al referendum.
Quello del 1953 non era un premio per la governabilità perché la coalizione vincente comunque disponeva già dei seggi per andare avanti. Consentiva invece di avere numeri utili per manovre di rilievo costituzionale. Altro che “modesto premio di maggioranza di ieri”, di cui si è fantasticato sul “Corriere”. Quel “modesto” premio indusse alle dimissioni il presidente del senato (Paratore) ostile alle forzature regolamentari. L’etica politica è ormai un ricordo, si rammaricava Teodori. Ma anche la rispondenza ai dati storici più elementari lo è.
L’Unità 11.11.12