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“Il concorso della scuola, lotteria futuro”, di Walter Passerini

Sembra una lotteria. E in tempi di crisi uno le prova tutte per il lavoro, compreso il gioco d’azzardo, che sta diventando la maggior in dustria nazio nale. Il concorsone, stando alle cifre, è davvero un mostro mai visto, oltre ogni previsione. Alla prova, che scatterà nelle prossime settimane, ci sono 28 aspiranti per ciascun posto. Sui 321 mila candidati, in 215 mila non hanno una grande esperienza di insegnamento nella scuola e non vengono dalle graduatorie in esaurimento. Otto su dieci sono donne. Hanno in media 39 anni, ma ci sono quasi 3 mila over 55. Del resto, per iscriversi era necessario avere una laurea da almeno dieci anni. Giovani esclusi, quindi. Forse per abbassare l’età media si sarebbero dovuti lasciare entrare i neolaureati senza distinzione di età. Tanto, un terno al lotto rimane.
Nessuna precedenza per i 220 mila precari, solo la metà si sono iscritti. Il pieno lo fa il Sud (165 mila domande), in testa la Campania (57 mila). Ci vuole rispetto per i seguaci di Pierre De Coubertin: l’importante non è vincere ma partecipare. Tra gli ordini prescelti c’è una certa omogeneità, con una leggera preferenza per le superiori (27%). Che cosa spinga un esercito della speranza di queste proporzioni a gettarsi nella mischia per ottenere un posto a scuola non è dato sapere, ma possiamo immaginare: forse più della motivazione può la disoccupazione. Eppure, l’insegnamento, una delle professioni più belle e meno pagate del mondo, esige vocazione. Ci sono degli eroi nelle scuole, che per meno di 1.500 euro al mese ci mettono l’anima e a volte anche soldi propri: per fotocopie, materiali didattici, anche carta igienica o acqua ossigenata.
La differenza è tra chi «fa» o «è» insegnante. L’identità professionale deve essere forte per nuotare controcorrente, contro la fatica, i bassi stipendi, l’autoformazione, scansando i genitori sindacalisti accaniti dei propri figli e sfidando il disprezzo per una figura sociale che ha goduto di maggior prestigio. Ci basterebbe che intorno al concorsone si sviluppasse una discussione sulle finalità della nostra scuola. Abbiamo una scuola dell’infanzia e una scuola primaria che tutti ci invidiano. E’ dalle medie inferiori che appare l’anello debole, che crea dispersione e che non aiuta alla successiva selezione. Così tanti scelgono le superiori a 13 anni senza saper bene che fare. E quasi lo stesso succede per il dopo superiori. Non scarichiamo le colpe sugli insegnanti, né corresponsabilizziamo le famiglie. E’ contro chi disprezza lo studio come ascensore sociale che dovremmo gridare. L’educazione primaria e secondaria non è così male. Certo dovremmo migliorare il mix tra studi tecnici e umanistici, tra licei e istituti professionali.
C’è un deficit di orientamento che condanna alla dispersione e allo spreco di risorse e che non fa amare la scuola. Ma il vero anello mancante su cui dovremmo discutere e decidere è l’introduzione con pari dignità della cosiddetta educazione terziaria, che non può essere solo universitaria. Francia, Germania, Regno Unito e Svizzera hanno da anni un’educazione post diploma di livello elevato e professionale. Noi ci balocchiamo ancora con deboli sperimentazioni. Allora, se vogliamo investire su un maggior dialogo tra scuola e mondo del lavoro è qui che dobbiamo puntare. E’ da qui che dovranno uscire quei tecnici che determinano una domanda inevasa di oltre 100 mila figure professionali. Intanto anche il concorsone un po’ di lavoro lo sta già creando: per i commissari d’esame, per la formazione dei formatori, per informatici ed esperti di dati e archiviazione, per avvocati esperti di ricorsi al Tar. E per stilare le domande dei quiz e dei test, almeno questa volta, confidiamo, a prova di errore.
La Stampa 09.11.12

"Scuole senza soldi stop al riscaldamento", di Mariachiara Giacosa e Stefano Parola

Una chiusura anticipata delle scuole questo inverno perché mancano «i soldi per pagare il riscaldamento nelle aule». Così Antonio Saitta, presidente dell’Unione Province d’Italia (Upi) per protestare contro la spending review e la legge di stabilità, soprattutto per i «500 milioni di tagli ai bilanci per il 2012 e 1,2 miliardi per il 2013». Le Province gestiscono 5179 edifici di scuola secondaria, composti da 117.348 classi che accolgono quasi 2 milioni e 600mila alunni. Riscaldamenti spenti e vacanze lunghe: nel suo primo giorno da presidente dell’Upi (l’Unione delle Province italiane) il torinese Antonio Saitta (Pd) si scaglia contro la spending review del governo Monti, annuncia un ricorso al Tar contro i tagli e la chiusura delle scuole in anticipo rispetto alle normali vacanze di Natale. «La nostra protesta non è contro la scuola, ma per difenderla» spiega.
E difenderla significa anche renderla sicura. Lo sa bene Saitta che ha vissuto da vicino, quattro anni fa, la tragedia del liceo Darwin di Rivoli, a pochi chilometri da Torino, dove un ragazzo ha perso la vita per il crollo di un controsoffitto, nella sua aula. E solo la settimana scorsa un altro torinese, il pm Raffaele Guariniello, ha denunciato che la sicurezza è la prima emergenza della scuola. Contro i tagli le Province faranno ricorso al Tribunale ammini-strativo, ma intanto annunciano la mobilitazione permanente. E nei prossimi giorni decideranno come mettere in atto la protesta.
La «dichiarazione di guerra» del presidente piemontese ha fatto infuriare il ministro della Pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi che ha replicato invitandolo ad avere «comportamenti più consoni all’istituzione che rappresenta». «Vogliamo rispetto — gli ha risposto Saitta — perché ci tagliano 500 milioni. Dall’inizio dell’anno sono già 1 miliardo e 400». Toni duri che però gli hanno aperto, ieri, le porte di via XX Settembre per un incontro, che attendeva da agosto, con il responsabile dell’Economia Vittorio Grilli e il commissario Enrico Bondi. Per quest’anno non ci sarà nessun ripensamento, ha assicurato il ministro, ma una verifica sui tagli della spending review potrà essere fatta nel 2013.
È però la provocazione di Saitta a tenere banco e a suscitare qualche preoccupazione, prima di tutto tra i presidi. No a ricatti sulla scuola, dice il presidente dell’associazione dei dirigenti scolastici Giorgio Rembaudo: «Spero sia solo una forma di pressione — dice — altrimenti potrebbe apparire come un sabotaggio all’istruzione, ma a tutto c’è un limite, anche alle ritorsioni ». Tra i presidenti di provincia, Vinicio Guasticchi (Pd), da Perugia, è d’accordo sull’ipotesi di allungare le vacanze. E rincara la dose: «A questo punto occorrerebbe chiudere le scuole visto che abbiamo già smesso di asfaltare le strade secondarie». A Venezia la leghista Patrizia Zaccariotto ha messo in vendita un pezzo di aeroporto «per coprire i 7 milioni di buco e fare un po’ di manutenzione straordinaria». Anche a Sud si fanno i conti con i tagli. A Caserta il riscaldamento non è un problema, ma i soldi sono così pochi che il presidente della Provincia, e parlamentare dell’Udc, Domenico Zinzi, ha imposto ai suoi dirigenti di non spendere più un euro fino a fine anno. Ancora più drastico il salernitano Antonio Iannone (Pdl) che propone di restituire le fasce azzurre. Frena invece Leonardo Muraro di Treviso: «Da leghista sono sempre pronto alla battaglia, ma sarebbe interruzione di pubblico servizio. Meglio fermare le Province per 15 giorni per far capire gli effetti sui servizi ai cittadini». Molto critici invece i presidenti leghisti di Bergamo e Sondrio, Ettore Pirovano e Massimo Sertori: «Protestiamo contro i tagli, ma non tagliamo i servizi».
E la scuola, insieme a fisco, incentivi ai magistrati e riduzione dei patronati, è uno dei punti su cui ieri si è sfiorata la rottura tra i relatori alla legge di stabilità e a quella di bilancio Renato Brunetta (Pdl), Pier Paolo Baretta (Pd) e Amedeo Ciccanti (Udc). Oggi alle 10 è previsto un incontro con il ministro Grilli che ha chiesto ai relatori di arrivare a un pacchetto di emendamenti da votare in aula. Con i tagli dovranno fare i conti anche gli ospedali: sempre ieri il ministro della Salute Renato Balduzzi ha annunciato che con la spending review spariranno 7389 posti letto in tutta Italia.
La Repubblica 09.11.12

“Scuole senza soldi stop al riscaldamento”, di Mariachiara Giacosa e Stefano Parola

Una chiusura anticipata delle scuole questo inverno perché mancano «i soldi per pagare il riscaldamento nelle aule». Così Antonio Saitta, presidente dell’Unione Province d’Italia (Upi) per protestare contro la spending review e la legge di stabilità, soprattutto per i «500 milioni di tagli ai bilanci per il 2012 e 1,2 miliardi per il 2013». Le Province gestiscono 5179 edifici di scuola secondaria, composti da 117.348 classi che accolgono quasi 2 milioni e 600mila alunni. Riscaldamenti spenti e vacanze lunghe: nel suo primo giorno da presidente dell’Upi (l’Unione delle Province italiane) il torinese Antonio Saitta (Pd) si scaglia contro la spending review del governo Monti, annuncia un ricorso al Tar contro i tagli e la chiusura delle scuole in anticipo rispetto alle normali vacanze di Natale. «La nostra protesta non è contro la scuola, ma per difenderla» spiega.
E difenderla significa anche renderla sicura. Lo sa bene Saitta che ha vissuto da vicino, quattro anni fa, la tragedia del liceo Darwin di Rivoli, a pochi chilometri da Torino, dove un ragazzo ha perso la vita per il crollo di un controsoffitto, nella sua aula. E solo la settimana scorsa un altro torinese, il pm Raffaele Guariniello, ha denunciato che la sicurezza è la prima emergenza della scuola. Contro i tagli le Province faranno ricorso al Tribunale ammini-strativo, ma intanto annunciano la mobilitazione permanente. E nei prossimi giorni decideranno come mettere in atto la protesta.
La «dichiarazione di guerra» del presidente piemontese ha fatto infuriare il ministro della Pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi che ha replicato invitandolo ad avere «comportamenti più consoni all’istituzione che rappresenta». «Vogliamo rispetto — gli ha risposto Saitta — perché ci tagliano 500 milioni. Dall’inizio dell’anno sono già 1 miliardo e 400». Toni duri che però gli hanno aperto, ieri, le porte di via XX Settembre per un incontro, che attendeva da agosto, con il responsabile dell’Economia Vittorio Grilli e il commissario Enrico Bondi. Per quest’anno non ci sarà nessun ripensamento, ha assicurato il ministro, ma una verifica sui tagli della spending review potrà essere fatta nel 2013.
È però la provocazione di Saitta a tenere banco e a suscitare qualche preoccupazione, prima di tutto tra i presidi. No a ricatti sulla scuola, dice il presidente dell’associazione dei dirigenti scolastici Giorgio Rembaudo: «Spero sia solo una forma di pressione — dice — altrimenti potrebbe apparire come un sabotaggio all’istruzione, ma a tutto c’è un limite, anche alle ritorsioni ». Tra i presidenti di provincia, Vinicio Guasticchi (Pd), da Perugia, è d’accordo sull’ipotesi di allungare le vacanze. E rincara la dose: «A questo punto occorrerebbe chiudere le scuole visto che abbiamo già smesso di asfaltare le strade secondarie». A Venezia la leghista Patrizia Zaccariotto ha messo in vendita un pezzo di aeroporto «per coprire i 7 milioni di buco e fare un po’ di manutenzione straordinaria». Anche a Sud si fanno i conti con i tagli. A Caserta il riscaldamento non è un problema, ma i soldi sono così pochi che il presidente della Provincia, e parlamentare dell’Udc, Domenico Zinzi, ha imposto ai suoi dirigenti di non spendere più un euro fino a fine anno. Ancora più drastico il salernitano Antonio Iannone (Pdl) che propone di restituire le fasce azzurre. Frena invece Leonardo Muraro di Treviso: «Da leghista sono sempre pronto alla battaglia, ma sarebbe interruzione di pubblico servizio. Meglio fermare le Province per 15 giorni per far capire gli effetti sui servizi ai cittadini». Molto critici invece i presidenti leghisti di Bergamo e Sondrio, Ettore Pirovano e Massimo Sertori: «Protestiamo contro i tagli, ma non tagliamo i servizi».
E la scuola, insieme a fisco, incentivi ai magistrati e riduzione dei patronati, è uno dei punti su cui ieri si è sfiorata la rottura tra i relatori alla legge di stabilità e a quella di bilancio Renato Brunetta (Pdl), Pier Paolo Baretta (Pd) e Amedeo Ciccanti (Udc). Oggi alle 10 è previsto un incontro con il ministro Grilli che ha chiesto ai relatori di arrivare a un pacchetto di emendamenti da votare in aula. Con i tagli dovranno fare i conti anche gli ospedali: sempre ieri il ministro della Salute Renato Balduzzi ha annunciato che con la spending review spariranno 7389 posti letto in tutta Italia.
La Repubblica 09.11.12

"Ilva, così si chiude", di Mariantonietta Colimberti

I custodi tagliano i rifornimenti. Oggi Clini incontra l’azienda
Se Clini oggi non tirerà fuori un coniglio dal cappello (ma quale?) quando incontrerà i vertici dell’Ilva, la lunga e controversa storia del più grande siderurgico d’Europa potrebbe avviarsi davvero verso un esito drammatico.
Ieri i custodi giudiziali hanno vietato all’azienda di scaricare quantitativi di minerali superiori a 15 mila tonnellate. La disposizione è arrivata dopo un sopralluogo nello stabilimento. «L’Ilva consuma 50 mila tonnellate di materie prime al giorno – è stata la risposta immediata venuta da fonti interne – limitare lo scarico a 15 mila tonnellate e porre il vincolo della giacenza di 15 giorni vuol dire una cosa sola: chiudere tutti gli impianti nel giro di pochi giorni». Non solo, aggiungono le fonti aziendali, intervenire in questo modo significa anche chiudere male gli impianti perché non ci sono più le materie prime per alimentarli, non si rispettano le procedure di sicurezza per la fermata e li si danneggia. A questo punto – è la minacciosa conclusione filtrata dall’azienda – «non è più questione di autorizzazione integrata ambientale o meno perché la fabbrica chiude e tutti gli impianti devono essere spenti. Uno scenario verso il quale siamo incamminati nel giro di pochissimi giorni se la linea dei custodi non cambierà ».
La situazione, dunque, potrebbe subire una accelerazione dalla quale sarebbe sempre più difficile tornare indietro. Il braccio di ferro che da quattro mesi circa oppone l’Ilva e la procura, nonostante l’iniziale effetto “calmierante” dell’ex prefetto Bruno Ferrante, arrivato a presiedere la società per conferirle un’immagine più “buona”, non accenna a risolversi. Al contrario, sembra indurirsi ancora. Nemmeno l’arrivo della nuova autorizzazione ministeriale sembra aver compiuto il miracolo. Le ragioni sono più d’una e attengono a diversi ordini di fattori.
Innanzitutto, le disposizioni di Clini sul risanamento degli impianti nella loro versione finale sono risultate più severe di quanto la stessa Ilva si attendesse, soprattutto sotto il profilo dei tempi di applicazione e dei costi complessivi. In secondo luogo, non si è mai risolto l’aspetto giudiziario della vicenda, le cui conseguenze incombono su impianti e persone (Emilio Riva, il figlio Nicola e l’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso sono tuttora agli arresti domiciliari) e l’azienda non ha alcuna intenzione di impegnarsi in costosi investimenti senza una sicurezza sull’utilizzo degli impianti sotto sequestro. Infine, secondo i maligni, l’Ilva sta tirando la corda perché in realtà non vuole ottemperare alle prescrizioni del ministero, tanto più in un momento in cui il settore incomincia a risentire della crisi di mercato: la cassa integrazione annunciata per duemila dipendenti a partire dal 19 novembre e per 13 settimane non riguarda l’area a caldo sotto sequestro, bensì l’area a freddo. Ne sarebbe prova la lettera inviata due giorni fa dall’Ilva al ministro Clini in cui si chiede il dissequestro degli impianti allo scopo di presentare non il piano attuativo dell’Aia, bensì un nuovo piano industriale.
L’allarme, a questo punto, è massimo. Tanto perché sia chiaro il clima che regna in fabbrica, i lavoratori dell’area “movimento ferroviario”, dove la scorsa settimana c’è stato un incidente mortale, hanno mandato deserta l’assemblea che era stata indetta unitariamente dai sindacati. «Lo stato ci aiuti» è l’appello rivolto ieri in una lettera a Giorgio Napolitano dal sindaco di Taranto, Ippazio Stefano.
da Europa Quotidiano 09.11.12

“Ilva, così si chiude”, di Mariantonietta Colimberti

I custodi tagliano i rifornimenti. Oggi Clini incontra l’azienda
Se Clini oggi non tirerà fuori un coniglio dal cappello (ma quale?) quando incontrerà i vertici dell’Ilva, la lunga e controversa storia del più grande siderurgico d’Europa potrebbe avviarsi davvero verso un esito drammatico.
Ieri i custodi giudiziali hanno vietato all’azienda di scaricare quantitativi di minerali superiori a 15 mila tonnellate. La disposizione è arrivata dopo un sopralluogo nello stabilimento. «L’Ilva consuma 50 mila tonnellate di materie prime al giorno – è stata la risposta immediata venuta da fonti interne – limitare lo scarico a 15 mila tonnellate e porre il vincolo della giacenza di 15 giorni vuol dire una cosa sola: chiudere tutti gli impianti nel giro di pochi giorni». Non solo, aggiungono le fonti aziendali, intervenire in questo modo significa anche chiudere male gli impianti perché non ci sono più le materie prime per alimentarli, non si rispettano le procedure di sicurezza per la fermata e li si danneggia. A questo punto – è la minacciosa conclusione filtrata dall’azienda – «non è più questione di autorizzazione integrata ambientale o meno perché la fabbrica chiude e tutti gli impianti devono essere spenti. Uno scenario verso il quale siamo incamminati nel giro di pochissimi giorni se la linea dei custodi non cambierà ».
La situazione, dunque, potrebbe subire una accelerazione dalla quale sarebbe sempre più difficile tornare indietro. Il braccio di ferro che da quattro mesi circa oppone l’Ilva e la procura, nonostante l’iniziale effetto “calmierante” dell’ex prefetto Bruno Ferrante, arrivato a presiedere la società per conferirle un’immagine più “buona”, non accenna a risolversi. Al contrario, sembra indurirsi ancora. Nemmeno l’arrivo della nuova autorizzazione ministeriale sembra aver compiuto il miracolo. Le ragioni sono più d’una e attengono a diversi ordini di fattori.
Innanzitutto, le disposizioni di Clini sul risanamento degli impianti nella loro versione finale sono risultate più severe di quanto la stessa Ilva si attendesse, soprattutto sotto il profilo dei tempi di applicazione e dei costi complessivi. In secondo luogo, non si è mai risolto l’aspetto giudiziario della vicenda, le cui conseguenze incombono su impianti e persone (Emilio Riva, il figlio Nicola e l’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso sono tuttora agli arresti domiciliari) e l’azienda non ha alcuna intenzione di impegnarsi in costosi investimenti senza una sicurezza sull’utilizzo degli impianti sotto sequestro. Infine, secondo i maligni, l’Ilva sta tirando la corda perché in realtà non vuole ottemperare alle prescrizioni del ministero, tanto più in un momento in cui il settore incomincia a risentire della crisi di mercato: la cassa integrazione annunciata per duemila dipendenti a partire dal 19 novembre e per 13 settimane non riguarda l’area a caldo sotto sequestro, bensì l’area a freddo. Ne sarebbe prova la lettera inviata due giorni fa dall’Ilva al ministro Clini in cui si chiede il dissequestro degli impianti allo scopo di presentare non il piano attuativo dell’Aia, bensì un nuovo piano industriale.
L’allarme, a questo punto, è massimo. Tanto perché sia chiaro il clima che regna in fabbrica, i lavoratori dell’area “movimento ferroviario”, dove la scorsa settimana c’è stato un incidente mortale, hanno mandato deserta l’assemblea che era stata indetta unitariamente dai sindacati. «Lo stato ci aiuti» è l’appello rivolto ieri in una lettera a Giorgio Napolitano dal sindaco di Taranto, Ippazio Stefano.
da Europa Quotidiano 09.11.12

"Dallo champagne alle case a un euro tutti i privilegi della casta dei generali", di Fabio Tonacci

Le mandorle salate dell’ammiraglio Giuseppe De Giorgi non si toccano. I benefit dei generali nemmeno. Le pensioni devono rimanere dorate, anche se calcolate in base a logiche risalenti ai tempi della Guerra Fredda. La spending review delle forze armate faccia pure il suo sporco lavoro, ma da un’altra parte. Si riduca la truppa, se serve, o si taglino i marescialli, però i privilegi delle alte sfere militari devono rimanere. In tempi di austerity c’è ancora qualcuno che lucida le maniglie d’oro degli sfarzosi appartamenti di rappresentanza. Chi sono oggi i privilegiati della Difesa italiana? Quali sono i benefit arcaici ancora concessi?
IL BUFFET DELL’AMMIRAGLIO
Bisogna leggerla tutta la mail che il Capitano di Vascello Liborio Francesco Palombella spedisce ai suoi sottoposti, il 3 maggio 2012, alla vigilia della visita dell’ammiraglio Giusppe De Giorgi sulla “Caio Duilio” ormeggiata a La Spezia. «All’arrivo del Cinc (Comandante in capo della squadra italiana,
ndr) prevedere in quadrato l’aperitivo con vino bianco ghiacciato, mandorle salate, grana, olive verdi, pizzette, rustici, tartine. Prepararsi a servire caffè d’orzo o tè verde». In un’altra mail, un ufficiale ricorda a tutti i gusti dell’ammiraglio, guai a sbagliare: «Il caffè con orzo in tazza grande, senza zucchero, macchiato caldo. Il tè verde, senza zucchero».
Quell’accoglienza da impero borbonico riservatagli a Taranto l’8 settembre scorso a bordo dell’incrociatore Mambella (camerieri, tartine, champagne e ovviamente mandorle), di cui hanno dato conto i giornali, non era dunque un caso. E mentre a la Spezia si domandano se l’ammiraglio gradisca il caffè in tazza grande o piccola, a Kabul ai soldati italiani non è più concesso di andare a mangiare alla mensa americana, più abbondante e costosa. Stona, in tempi di crisi, qualsiasi forma di sperpero di denaro pubblico. E quella dell’ammiraglio De Giorgi è solo una delle 400 e passa casi di benefit e favori goduti da chi ha il grado di generale.
COMANDANTI E COMANDATI
Parlano i numeri. Tra Esercito, Marina e Aeronautica ci sono 425 generali per 178 mila militari. Negli Stati Uniti sono 900, ma guidano un comparto che con 1.408.000 uomini è quasi dieci volte quello italiano. Per dire, noi abbiamo più generali di Corpo D’Armata, 64, che Corpi d’armata, circa una trentina. «A essere generosi, in Italia basterebbero 150 generali per svolgere gli stessi compiti — scrive Andrea Nativi nel rapporto 2011 della Fondazione Icsa, che si occupa di Difesa e intelligence — gli esuberi concentrati nei gradi apicali degli ufficiali devono essere smaltiti in fretta attraverso provvedimenti straordinari, altrimenti rimarranno una zavorra costosa e penalizzante».
Siamo arrivati al paradosso che i comandanti sono più dei comandati: 94 mila ufficiali e sottoufficiali, 83.400 uomini e donne della truppa. Nei prossimi due anni il personale, civile e militare sarà tagliato di 8.571 unità. Entro il 2024, si legge nel ddl di revisione appena approvato dal Senato, i 178 mila scenderanno a 150 mila. Ma i generali no, loro non si toccano. Perché avere la greca sulla spallina significa godere di uno status privilegiato. Un generale di Corpo d’armata (il grado più alto, tre stellette) percepisce in servizio uno stipendio annuale di 120 mila euro, circa 7 mila euro netti al mese. Non ha limitazione alle ore di straordinario che può fare. Ha diritto all’alloggio di servizio a canone agevolato nelle zone migliori della città, al telefonino, in alcuni casi all’autista (l’anno scorso sono state acquistate dalla Difesa 19 Maserati per gli alti ufficiali), a soggiorni low cost nelle decine di foresterie della Difesa, alcune in località turistiche di pregio come Bardonecchia o Milano Marittima. E quando raggiunge la pensione, per effetto di indennità varie, del sistema retributivo ancora in vigore per gli anziani e della cessazione del versamento dei contributi all’Inpdap, si ritrova con un mensile superiore a quello in servizio.
IL SUPERSTIPENDIO DEL VICE
Si chiama Sip l’eldorado dei generali. Speciale indennità pensionabile, un emolumento ad personam che fa schizzare lo stipendio dei dirigenti in alto. Molto in alto. Spetta al Capo di stato maggiore della Difesa, il generale Biagio Abrate, (482.019 euro all’anno), ai tre Capi di stato maggiore di Esercito, Aeronautica e Marina (481.006 euro), al comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Leonardo Gallitelli (462.642 euro) e al segretario generale della Difesa Claudio De Bertolis (451.072). Cifre che superano ampiamente i 294 mila euro annuali (il trattamento riservato al Primo presidente di Cassazione) indicati dal “decreto salva-Italia” come tetto per gli stipendi dei manager pubblici. In sei costano al ministero 2,8 milioni di euro. Gli stessi soggetti, quando lasciano, ricevono una liquidazione che sfiora il milione di euro e una pensione da 15 mila euro netti al mese.
Una Sip, anche se ridotta nel valore, viene misteriosamente concessa anche al vice comandante dei Carabinieri. «Ciò aveva un senso fino a quando c’era un generale dell’Esercito a ricoprire il ruolo di vertice dell’Arma, non ancora promossa a forza armata — spiega una fonte qualificata del Cocer, l’organismo di rappresentanza militare interna — era un modo per gratificare il carabiniere più alto in grado. Dal 2000 però c’è un Comandante carabiniere ma la Sip al suo vice è rimasta». E non è un caso che per quel ruolo si siano avvicendati, dall’inizio del 2012 ad oggi, già tre ufficiali e di media non si rimane in carica più di un anno.
LE PROMOZIONI DI CARTA
Si scopre poi che la carriera della dirigenza militare, e solo quella, è un moto inarrestabile verso l’alto. Nelle amministrazioni pubbliche si viene promossi quando si libera un posto. Qualcuno esce, qualcuno entra, elementare principio di contenimento degli sprechi. Sotto le armi no. I generali vengono promossi a prescindere dall’esistenza di un posto vacante. La commissione Difesa della Camera l’ha messo nero su bianco, prevedendo che il generale di Divisione (2 stellette) con almeno un anno di permanenza in quella posizione possa avanzare al grado superiore anche se in soprannumero.
Altro regalo che ha resistito ai tagli è la promozione automatica immediatamente prima del congedo. Il giorno antecedente alla pensione si sale di grado. Più stelle sulle spalline, più benefit.
Il sistema delle “promozioni di carta” riesce anche ad aggirare il blocco delle buste paga imposto alle amministrazioni pubbliche fino al 2014 grazie all’istituto della omogeneizzazione stipendiale: gli ufficiali dopo 23 anni in servizio senza demerito ottengono, a prescindere dal grado ricoperto, la retribuzione fissa del generale di brigata, circa 3.100 euro netti. «Certo, gli stipendi medi dei soldati italiani sono nel complesso inferiori rispetto a quelli dei colleghi inglesi o francesi — sostiene Emilio Ammiraglia, segretario nazionale di Assodipro, associazione di militari in pensione che punta a introdurre nelle forze armate un sindacato con una vera autonomia operativa — ma quando si parla dei capi, il discorso cambia». E più guadagnano, meno devono spendere.
GLI APPARTAMENTI EXTRALUSSO
A oggi sono 44 i generali e gli ammiragli a cui è stato concesso l’alloggio di servizio e rappresentanza, il famoso Asir, l’extralusso del parco immobiliare della Difesa. Per mantenerli tutti, lo stato spende 4 milioni di euro all’anno. Del resto si devono lucidare appartamenti con 400 metri quadri di parquet, 143 mq di marmo, 188 mq di maioliche, ascensore con moquette e terrazzo di 275 mq, come nel caso della residenza riservata al Capo di stato maggiore dell’Aeronautica in via del Pretoriano a Roma.
Nessuno mette in dubbio che il ministro, i quattro Capi di stato maggiore, i sottocapi, gli alti comandanti abbiano diritto agli Asir, anche perché devono ricevere ambasciatori e cariche estere. Ma andando a sfogliare l’elenco di chi li occupa, qualche perplessità sorge.
Ad esempio, non si capisce quale siano i compiti di rappresentanza del comandante della 1° Regione aerea dell’Aeronautica, che pure vive in via Gaio a Milano in un alloggio di 450 mq rivestito in parquet, leggermente più ampio del collega delle Operazioni aeree, che ne ha uno di 445 mq in via Cavour a Ferrara. A Firenze il Comandante dell’Isma si deve stringere in 233 mq, ma può sfruttare un balcone da 158 mq. A Pozzuoli il direttore dell’Accademia aeronautica ha un alloggio di 189 mq, con un terrazzo faraonico da 287 mq. «La metà dei 44 Asir concessi — sostiene la stessa fonte del Cocer — rappresentano oggi un retaggio superfluo del passato».
Chi li occupa si difende sostenendo di pagare regolarmente l’affitto mensile sulla parte residenziale, cioè le camere, la cucina, il soggiorno e i bagni. Verissimo. Ma a canoni più che vantaggiosi: 1 euro a metro quadrato. Che sia
in centro a Roma o a Pozzuoli o nella strada più in di Firenze, sempre quello è il prezzo.
UFFICIALE E CAPPELLANO
Equiparato per grado e stipendio al generale di corpo d’armata è anche l’ordinario militare, ruolo attualmente coperto da monsignor Vincenzo Pelvi, che è a capo di un’arcidiocesi speciale composta dai 182 cappellani militari, tutti inquadrati come ufficiali che svolgono l’attività pastorale nelle caserme. Il vicario equivale a un generale di brigata (6000 euro al mese lordi), il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono equiparati al tenenti colonnello. Alla Difesa nel complesso costano 10 milioni di euro in buste paga annuali, più altri 7 milioni per la liquidazione di 160 pensioni, che mediamente ammontano a 43 mila euro all’anno ciascuno, tranne quella dell’ordinario a cui vanno 4 mila euro al mese. L’attuale presidente della Conferenza episcopale italiana, Angelo Bagnasco, nei fatti è un baby-pensionato. È stato arcivescovo ordinario militare dal 2003 al 2006, a 63 anni ha ottenuto il vitalizio dalla Difesa, un po’ meno di 4 mila euro, con appena tre anni di contributi. Il suo successore, monsignor Pelvi, ha mandato una lettera al presidente della Repubblica, a cui spetta la nomina, e a Papa Ratzinger per chiedere una proroga fino al 2014, così da maturare gli anni necessari per la pensione da generale.
I Radicali qualche giorno fa hanno provato a sganciare questi compensi dal bilancio della Difesa con un emendamento al ddl di revisione. Respinto.
L’EREDITÀ DELLA GUERRA FREDDA
Discorso a parte merita l’indennità di ausiliaria. Una volta in congedo per il raggiungimento dei limiti di età (tra i 60 e i 65 anni), ufficiali e sottoufficiali possono chiedere di restare per 5 anni a disposizione della Difesa, nell’eventualità di essere richiamati in servizio in caso di necessità. «È un’eredità della Guerra Fredda – sostiene Luca Comellini, ex maresciallo dell’Aeronautica ora segretario del Partito per la tutela dei diritti per i militari – quando lo scoppio di un conflitto rientrava nel ventaglio delle ipotesi. Ma che senso ha oggi, per chi ha già ha una pensione cospicua da 7000 mila euro netti al mese?» Il “disturbo” di restare a casa, ma a disposizione, viene comunque pagato. L’ausiliaria, introdotta per il fatto che i militari escono dal servizio per limiti di età prima degli altri dipendenti statali, è pari al 70 per cento della differenza tra il trattamento percepito in pensione e quello spettante nel tempo al pari grado in servizio. Un calcolo complesso. E con il blocco delle retribuzioni per l’impiego pubblico, non è nemmeno più vantaggiosa per gli ufficiali intermedi. Per un generale di corpo d’armata invece può raggiungere 700 euro al mese alla pensione. Inizialmente c’era un bacino relativamente stretto di 35 ufficiali e 500 sottoufficiali a cui spettava. Oggi in deroga viene concessa a centinaia di militari.
Nel 2011 la Difesa ha speso per l’ausiliaria 326 milioni, quest’anno 355. «Ma i casi di richiamo in servizio sono rarissimi », sottolinea Comellini. Qualche generale ha partecipato alle commissioni di concorso interno, qualcun altro è stato richiamato durante l’emergenza rifiuti a Napoli. E quando un pezzo grosso torna al lavoro, lo fa con tutti i crismi. Stipendio pre-congedo, macchina con l’autista, alloggio, spese di diaria, straordinari. Che uno torni in servizio o rimanga a casa, i cinque anni di ausiliaria vengono comunque conteggiati ai fini del trattamento pensionistico e della liquidazione. La casta dei generali non sventola mai bandiera bianca.
La Repubblica 09.11.12

“Dallo champagne alle case a un euro tutti i privilegi della casta dei generali”, di Fabio Tonacci

Le mandorle salate dell’ammiraglio Giuseppe De Giorgi non si toccano. I benefit dei generali nemmeno. Le pensioni devono rimanere dorate, anche se calcolate in base a logiche risalenti ai tempi della Guerra Fredda. La spending review delle forze armate faccia pure il suo sporco lavoro, ma da un’altra parte. Si riduca la truppa, se serve, o si taglino i marescialli, però i privilegi delle alte sfere militari devono rimanere. In tempi di austerity c’è ancora qualcuno che lucida le maniglie d’oro degli sfarzosi appartamenti di rappresentanza. Chi sono oggi i privilegiati della Difesa italiana? Quali sono i benefit arcaici ancora concessi?
IL BUFFET DELL’AMMIRAGLIO
Bisogna leggerla tutta la mail che il Capitano di Vascello Liborio Francesco Palombella spedisce ai suoi sottoposti, il 3 maggio 2012, alla vigilia della visita dell’ammiraglio Giusppe De Giorgi sulla “Caio Duilio” ormeggiata a La Spezia. «All’arrivo del Cinc (Comandante in capo della squadra italiana,
ndr) prevedere in quadrato l’aperitivo con vino bianco ghiacciato, mandorle salate, grana, olive verdi, pizzette, rustici, tartine. Prepararsi a servire caffè d’orzo o tè verde». In un’altra mail, un ufficiale ricorda a tutti i gusti dell’ammiraglio, guai a sbagliare: «Il caffè con orzo in tazza grande, senza zucchero, macchiato caldo. Il tè verde, senza zucchero».
Quell’accoglienza da impero borbonico riservatagli a Taranto l’8 settembre scorso a bordo dell’incrociatore Mambella (camerieri, tartine, champagne e ovviamente mandorle), di cui hanno dato conto i giornali, non era dunque un caso. E mentre a la Spezia si domandano se l’ammiraglio gradisca il caffè in tazza grande o piccola, a Kabul ai soldati italiani non è più concesso di andare a mangiare alla mensa americana, più abbondante e costosa. Stona, in tempi di crisi, qualsiasi forma di sperpero di denaro pubblico. E quella dell’ammiraglio De Giorgi è solo una delle 400 e passa casi di benefit e favori goduti da chi ha il grado di generale.
COMANDANTI E COMANDATI
Parlano i numeri. Tra Esercito, Marina e Aeronautica ci sono 425 generali per 178 mila militari. Negli Stati Uniti sono 900, ma guidano un comparto che con 1.408.000 uomini è quasi dieci volte quello italiano. Per dire, noi abbiamo più generali di Corpo D’Armata, 64, che Corpi d’armata, circa una trentina. «A essere generosi, in Italia basterebbero 150 generali per svolgere gli stessi compiti — scrive Andrea Nativi nel rapporto 2011 della Fondazione Icsa, che si occupa di Difesa e intelligence — gli esuberi concentrati nei gradi apicali degli ufficiali devono essere smaltiti in fretta attraverso provvedimenti straordinari, altrimenti rimarranno una zavorra costosa e penalizzante».
Siamo arrivati al paradosso che i comandanti sono più dei comandati: 94 mila ufficiali e sottoufficiali, 83.400 uomini e donne della truppa. Nei prossimi due anni il personale, civile e militare sarà tagliato di 8.571 unità. Entro il 2024, si legge nel ddl di revisione appena approvato dal Senato, i 178 mila scenderanno a 150 mila. Ma i generali no, loro non si toccano. Perché avere la greca sulla spallina significa godere di uno status privilegiato. Un generale di Corpo d’armata (il grado più alto, tre stellette) percepisce in servizio uno stipendio annuale di 120 mila euro, circa 7 mila euro netti al mese. Non ha limitazione alle ore di straordinario che può fare. Ha diritto all’alloggio di servizio a canone agevolato nelle zone migliori della città, al telefonino, in alcuni casi all’autista (l’anno scorso sono state acquistate dalla Difesa 19 Maserati per gli alti ufficiali), a soggiorni low cost nelle decine di foresterie della Difesa, alcune in località turistiche di pregio come Bardonecchia o Milano Marittima. E quando raggiunge la pensione, per effetto di indennità varie, del sistema retributivo ancora in vigore per gli anziani e della cessazione del versamento dei contributi all’Inpdap, si ritrova con un mensile superiore a quello in servizio.
IL SUPERSTIPENDIO DEL VICE
Si chiama Sip l’eldorado dei generali. Speciale indennità pensionabile, un emolumento ad personam che fa schizzare lo stipendio dei dirigenti in alto. Molto in alto. Spetta al Capo di stato maggiore della Difesa, il generale Biagio Abrate, (482.019 euro all’anno), ai tre Capi di stato maggiore di Esercito, Aeronautica e Marina (481.006 euro), al comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Leonardo Gallitelli (462.642 euro) e al segretario generale della Difesa Claudio De Bertolis (451.072). Cifre che superano ampiamente i 294 mila euro annuali (il trattamento riservato al Primo presidente di Cassazione) indicati dal “decreto salva-Italia” come tetto per gli stipendi dei manager pubblici. In sei costano al ministero 2,8 milioni di euro. Gli stessi soggetti, quando lasciano, ricevono una liquidazione che sfiora il milione di euro e una pensione da 15 mila euro netti al mese.
Una Sip, anche se ridotta nel valore, viene misteriosamente concessa anche al vice comandante dei Carabinieri. «Ciò aveva un senso fino a quando c’era un generale dell’Esercito a ricoprire il ruolo di vertice dell’Arma, non ancora promossa a forza armata — spiega una fonte qualificata del Cocer, l’organismo di rappresentanza militare interna — era un modo per gratificare il carabiniere più alto in grado. Dal 2000 però c’è un Comandante carabiniere ma la Sip al suo vice è rimasta». E non è un caso che per quel ruolo si siano avvicendati, dall’inizio del 2012 ad oggi, già tre ufficiali e di media non si rimane in carica più di un anno.
LE PROMOZIONI DI CARTA
Si scopre poi che la carriera della dirigenza militare, e solo quella, è un moto inarrestabile verso l’alto. Nelle amministrazioni pubbliche si viene promossi quando si libera un posto. Qualcuno esce, qualcuno entra, elementare principio di contenimento degli sprechi. Sotto le armi no. I generali vengono promossi a prescindere dall’esistenza di un posto vacante. La commissione Difesa della Camera l’ha messo nero su bianco, prevedendo che il generale di Divisione (2 stellette) con almeno un anno di permanenza in quella posizione possa avanzare al grado superiore anche se in soprannumero.
Altro regalo che ha resistito ai tagli è la promozione automatica immediatamente prima del congedo. Il giorno antecedente alla pensione si sale di grado. Più stelle sulle spalline, più benefit.
Il sistema delle “promozioni di carta” riesce anche ad aggirare il blocco delle buste paga imposto alle amministrazioni pubbliche fino al 2014 grazie all’istituto della omogeneizzazione stipendiale: gli ufficiali dopo 23 anni in servizio senza demerito ottengono, a prescindere dal grado ricoperto, la retribuzione fissa del generale di brigata, circa 3.100 euro netti. «Certo, gli stipendi medi dei soldati italiani sono nel complesso inferiori rispetto a quelli dei colleghi inglesi o francesi — sostiene Emilio Ammiraglia, segretario nazionale di Assodipro, associazione di militari in pensione che punta a introdurre nelle forze armate un sindacato con una vera autonomia operativa — ma quando si parla dei capi, il discorso cambia». E più guadagnano, meno devono spendere.
GLI APPARTAMENTI EXTRALUSSO
A oggi sono 44 i generali e gli ammiragli a cui è stato concesso l’alloggio di servizio e rappresentanza, il famoso Asir, l’extralusso del parco immobiliare della Difesa. Per mantenerli tutti, lo stato spende 4 milioni di euro all’anno. Del resto si devono lucidare appartamenti con 400 metri quadri di parquet, 143 mq di marmo, 188 mq di maioliche, ascensore con moquette e terrazzo di 275 mq, come nel caso della residenza riservata al Capo di stato maggiore dell’Aeronautica in via del Pretoriano a Roma.
Nessuno mette in dubbio che il ministro, i quattro Capi di stato maggiore, i sottocapi, gli alti comandanti abbiano diritto agli Asir, anche perché devono ricevere ambasciatori e cariche estere. Ma andando a sfogliare l’elenco di chi li occupa, qualche perplessità sorge.
Ad esempio, non si capisce quale siano i compiti di rappresentanza del comandante della 1° Regione aerea dell’Aeronautica, che pure vive in via Gaio a Milano in un alloggio di 450 mq rivestito in parquet, leggermente più ampio del collega delle Operazioni aeree, che ne ha uno di 445 mq in via Cavour a Ferrara. A Firenze il Comandante dell’Isma si deve stringere in 233 mq, ma può sfruttare un balcone da 158 mq. A Pozzuoli il direttore dell’Accademia aeronautica ha un alloggio di 189 mq, con un terrazzo faraonico da 287 mq. «La metà dei 44 Asir concessi — sostiene la stessa fonte del Cocer — rappresentano oggi un retaggio superfluo del passato».
Chi li occupa si difende sostenendo di pagare regolarmente l’affitto mensile sulla parte residenziale, cioè le camere, la cucina, il soggiorno e i bagni. Verissimo. Ma a canoni più che vantaggiosi: 1 euro a metro quadrato. Che sia
in centro a Roma o a Pozzuoli o nella strada più in di Firenze, sempre quello è il prezzo.
UFFICIALE E CAPPELLANO
Equiparato per grado e stipendio al generale di corpo d’armata è anche l’ordinario militare, ruolo attualmente coperto da monsignor Vincenzo Pelvi, che è a capo di un’arcidiocesi speciale composta dai 182 cappellani militari, tutti inquadrati come ufficiali che svolgono l’attività pastorale nelle caserme. Il vicario equivale a un generale di brigata (6000 euro al mese lordi), il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono equiparati al tenenti colonnello. Alla Difesa nel complesso costano 10 milioni di euro in buste paga annuali, più altri 7 milioni per la liquidazione di 160 pensioni, che mediamente ammontano a 43 mila euro all’anno ciascuno, tranne quella dell’ordinario a cui vanno 4 mila euro al mese. L’attuale presidente della Conferenza episcopale italiana, Angelo Bagnasco, nei fatti è un baby-pensionato. È stato arcivescovo ordinario militare dal 2003 al 2006, a 63 anni ha ottenuto il vitalizio dalla Difesa, un po’ meno di 4 mila euro, con appena tre anni di contributi. Il suo successore, monsignor Pelvi, ha mandato una lettera al presidente della Repubblica, a cui spetta la nomina, e a Papa Ratzinger per chiedere una proroga fino al 2014, così da maturare gli anni necessari per la pensione da generale.
I Radicali qualche giorno fa hanno provato a sganciare questi compensi dal bilancio della Difesa con un emendamento al ddl di revisione. Respinto.
L’EREDITÀ DELLA GUERRA FREDDA
Discorso a parte merita l’indennità di ausiliaria. Una volta in congedo per il raggiungimento dei limiti di età (tra i 60 e i 65 anni), ufficiali e sottoufficiali possono chiedere di restare per 5 anni a disposizione della Difesa, nell’eventualità di essere richiamati in servizio in caso di necessità. «È un’eredità della Guerra Fredda – sostiene Luca Comellini, ex maresciallo dell’Aeronautica ora segretario del Partito per la tutela dei diritti per i militari – quando lo scoppio di un conflitto rientrava nel ventaglio delle ipotesi. Ma che senso ha oggi, per chi ha già ha una pensione cospicua da 7000 mila euro netti al mese?» Il “disturbo” di restare a casa, ma a disposizione, viene comunque pagato. L’ausiliaria, introdotta per il fatto che i militari escono dal servizio per limiti di età prima degli altri dipendenti statali, è pari al 70 per cento della differenza tra il trattamento percepito in pensione e quello spettante nel tempo al pari grado in servizio. Un calcolo complesso. E con il blocco delle retribuzioni per l’impiego pubblico, non è nemmeno più vantaggiosa per gli ufficiali intermedi. Per un generale di corpo d’armata invece può raggiungere 700 euro al mese alla pensione. Inizialmente c’era un bacino relativamente stretto di 35 ufficiali e 500 sottoufficiali a cui spettava. Oggi in deroga viene concessa a centinaia di militari.
Nel 2011 la Difesa ha speso per l’ausiliaria 326 milioni, quest’anno 355. «Ma i casi di richiamo in servizio sono rarissimi », sottolinea Comellini. Qualche generale ha partecipato alle commissioni di concorso interno, qualcun altro è stato richiamato durante l’emergenza rifiuti a Napoli. E quando un pezzo grosso torna al lavoro, lo fa con tutti i crismi. Stipendio pre-congedo, macchina con l’autista, alloggio, spese di diaria, straordinari. Che uno torni in servizio o rimanga a casa, i cinque anni di ausiliaria vengono comunque conteggiati ai fini del trattamento pensionistico e della liquidazione. La casta dei generali non sventola mai bandiera bianca.
La Repubblica 09.11.12