Non voglio buttarla sul vittimismo, tantomeno sulla dietrologia. Ma è indubbio che nei mesi scorsi c’è stata la volontà, neanche tanto nascosta, si azzerare “questo” Pd. Un’operazione politica nata attraverso i soliti sermoni di alcuni cosiddetti opinion leader e passata attraverso le conduzioni dei noti milionari di alcuni talk show televisivi che preconizzavano, settimanalmente, la fine di “questo” Pd ormai inadatto alle nuove sfide politiche.
E l’occasione propizia per azzerare questo soggetto politico ormai fuori moda erano proprio le primarie del Pd, cioè lo strumento che permetteva ai cittadini del centro sinistra di scegliere il candidato a premier della coalizione. Un disegno comunque pericoloso perché partiva dal presupposto che un partito così organizzato e che metteva insieme culture politiche troppo diverse tra di loro non poteva che implodere a vantaggio di formazioni più moderne e più collaudate per reggere le sfide dei “tempi nuovi”. È persino inutile aggiungere che la “rottamazione”, al di là forse degli intenti di chi la propugnava in modo anche violento, era il grimaldello decisivo capace di far saltare il banco e di dare la svolta politica finale all’operazione disegnata da alcuni grandi organi di informazione.
Poi, paradossalmente e forse misteriosamente, il giocattolo è saltato e il Pd progressivamente è diventato il perno attorno al quale può partire una stagione di governo capace di contrastare l’ondata antisistema, avventuristica e massimalista apertamente sostenuta da fette crescenti della pubblica opinione del nostro paese. Insomma, la tesi strampalata e goliardica di Flores D’Arcais ha cominciato a vacillare, anche se il suo autore, cioè lo stesso Flores, continua a sostenerla con profonda convinzione e coerenza. E cioè, votare Renzi alle primarie del Pd per contribuire a far saltare “questo” Pd e poi votare Grillo alle politiche per far saltare l’intero sistema democratico e rappresentativo del nostro paese. E, sempre durante questa inversione di rotta, forse casualmente il segretario nazionale del Pd Bersani ha cominciato a salire nei sondaggi nella competizione interna al partito per la leadership del centro sinistra – che comunque vanno sempre letti con molta prudenza e cautela – e il Pd è ridiventato forza decisiva per un’alternativa democratica e riformista nel paese.
Ora, al di là di questa ricostruzione che è quasi una fotografia di ciò che realmente è accaduto in queste settimane nel panorama politico del nostro paese, forse è bene chiedersi come è potuta accadere questa inversione, peraltro positiva, di rotta. Per un semplice motivo. A volte, anche nella politica, il reale supera e annienta il virtuale e i disegni preparati a tavolino si scontrano con la crudezza e la concretezza della realtà. Cioè, non sempre i voleri e disegni dei grandi gruppi editoriali e dei vari guru televisivi, tutti comunque strapagati e benpensanti, centrano gli obiettivi che si sono prefissati e anche la volontà di inseguire e cavalcare l’onda montante può giocare brutti scherzi.
Del resto, quanti articoli e quanti editoriali avevano già previsto la fine ingloriosa di “questo” Pd per sostituirlo con uno nuovo di zecca dove i padri fondatori del partito venivano spazzati via come inutile inciampo da una classe dirigente rinnovata e carica di energie positive e modernizzanti. Insomma, una palingenesi totale capace di rinnovare, per l’ennesima volta e forse in modo definitivo, la prospettiva del più grande partito riformista del paese.
Tutto ciò non è avvenuto.
Almeno per il momento. E, d’ora in poi, il Pd, a prescindere dal risultato delle primarie, può guardare con maggior sollievo al suo futuro e alla sua prospettiva politica.
Ma un insegnamento si può trarre da questa vicenda politica e giornalistica, editoriale e di potere.
A volte, quando si fa riferimento al radicamento sociale e territoriale di un partito, alla valenza e alla qualità della sua classe dirigente, alla fecondità e allo spessore del suo retroterra culturale ed ideale, non si evocano parole vuote o banali. Semmai, si delinea il profilo e l’identità di un partito che nessun disegno a tavolino, nessuna rottamazione violenta e nessun condanna preventiva possono mettere in discussione.
E il Pd, proprio da questa vicenda, ha confermato di essere un partito solido, moderno, attuale ma con radici profonde. Radici, come dice spesso con una metafora Bersani, che producono foglie e che non possono essere cancellate, o sradicate, con qualche format televisivo o con una fucilata di editoriali dei soliti noti.
da Europa Quotidiano 09.11.12
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Errani, assoluzione piena «La verità si è fatta strada», di Giulia Gentile e Claudio Visani
Assolto con formula piena dall’accusa di falso ideologico «perchè il fatto non sussiste». Vasco Errani come Nichi Vendola. La campagna del Giornale e della destra su Terremerse, per tentare di accomunare i due governatori a «Batman», agli scandali nelle Regioni Lazio, Piemonte e Lombardia, è fallita. Gioisce il popolo democratico. Plaudono i sindaci del terremoto, le istituzioni regionali e il centrosinistra a Roma. «Sull’onestà, il rigore e la correttezza di Errani non ho mai avuto un dubbio al mondo. Anzi ne sono buon testimone», commenta Pier Luigi Bersani che è legato al presidente dell’Emilia-Romagna da una lunga collaborazione, da amicizia e stima reciproca. «Vorrei sottolineare – aggiunge il segretario Pd – lo stile che Vasco ha avuto, il grande rispetto per l’inchiesta e per il lavoro dei magistrati. Quando la gente è tranquilla, non ha paura di nulla». E in serata a Bologna, dov’è per una iniziativa dei comitati Bersani, l’ex premier Massimo D’Alema sembra ora “prenotare” Errani per un ruolo nel governo nazionale che verrà: «È una delle personalità di governo più significative che ci siano nel nostro Paese e nell’ambito del Pd», afferma. Ma da Bologna il centrosinistra replica: «Roma chiama, ma Errani deve rimanere qua. Per il terremoto. Per portare a termine la legislatura».
Dopo l’intera giornata di mercoledì chiuso nel palazzo dell’ufficio Gip al piano terra di via Farini, ad ascoltare le ragioni di Procura e avvocati sul caso che lo vedeva imputato, ieri il governatore ha preferito attendere di conoscere il suo destino, giuridico ma non solo, nella quiete di casa. Per tirare un lungo sospiro di sollievo alla telefonata del difensore, Alessandro Gamberini, pochi minuti dopo le dieci del mattino. «Sono contento. Vedo che la verità si è fatta strada – scrive in una breve nota il presidente della Regione, Vasco Errani, all’ora di pran- zo – . In questi lunghi mesi non ho speso troppe parole e non lo farò adesso: ho seguito tutto il procedimento con fiducia e rispetto per il lavoro della magistratura e della giustizia». Ma ora l’incubo è finito: nella vicenda del contributo da un milione di euro assegnato dalla Regione alla coop Terremerse presieduta nel 2009 dal fratello Giovanni Errani, ieri il Gup Bruno Giangiacomo l’ha assolto in rito abbreviato perché il fatto non sussiste. Assolvendo pure, ma perché il fatto non costituisce reato, i due dirigenti della Regione Emilia-Romagna (Filomena Terzini e Valtiero Mazzotti), che materialmente stilarono la memoria difensiva sull’assegnazione del contributo a Terremerse, per la costruzione di una cantina vitivinicola che non venne terminata entro i termini contenuti nel bando.
Allo rivelazione del caso sulle colonne de Il Giornale della famiglia Berlusconi, il governatore accompagnò quel dossier fatto avere ai Pm con una lettera, certo che la ricostruzione dei suoi tecnici avrebbe chiuso la vicenda una volta per tutte. E invece, paradossalmente, proprio quel documento difensivo convinse i magistrati ad iscriverlo sul registro degli indagati, quando emerse che la ricostruzione conteneva delle incongruenze. «Non posso spiegarvi il perché della mia decisione, li leggerete fra 60 giorni nelle motivazioni della sentenza», dice Giangiacomo. Ma il ragionamento del Gup dovrebbe ruotare intorno a questo assunto: la memoria è sì un atto pubblico con delle imprecisioni, ma Terzini e Mazzotti non avrebbero agito con dolo. Avrebbero pasticciato, o commesso errori: ma non si trattò di bugie intenzionali, come ipotizzato dalla Procura. Di una posizione, cioè, architettata appositamente per sviare le indagini sulla truffa nell’assegnazione dei fondi a Terremerse. Così, né i dirigenti né tantomeno Errani possono essere condannati. Mentre sul filone principale dell’inchiesta, quello sulla ipotetica truffa alla Regione con sei indagati compreso Giovanni Errani, deciderà sul rinvio a giudizio o meno un altro Gip, a febbraio. Per Gamberini, «la promozione dell’azione penale a carico del Presidente» non aveva ragione di essere. Errani «è una persona lineare: un’eventuale condanna avrebbe provocato le sue dimissioni».
L’Unità 09.11.12
"Il dinosauro tra le macerie", di Massimo Giannini
L’«Ufficio di presidenza » del Pdl è la rappresentazione plastica dell’agonia di un partito mai nato. Lo spettacolo andato in scena ieri a Palazzo Grazioli, un tragico Berlusconi che come Crono divora i suoi figli e un patetico Alfano che azzarda un impossibile parricidio, certifica la penosissima fine dell’anomala e incompiuta «destra italiana». Un gruppo dirigente tremebondo e allo sbando, per anni incapace di un pensiero autonomo, tenuto in ostaggio da un vecchio caudillo al tramonto.
Quella di Berlusconi è la tragedia di un uomo confuso. Le sue parole galleggiano nel vento, in una spirale vorticosa di nonsensi e di contraddizioni. Le sue conferenze stampa sono un misto tra il Teatro dell’Assurdo di Jonesco e la Deriva Situazionista di Debord. Nel videomessaggio di Villa San Martino annuncia il ritiro definitivo dalla scena (nuovo «gesto d’amore per l’Italia»), sostiene le primarie e rilancia Alfano. Nell’intervista al Tg5 dopo la condanna a 4 anni nel processo Mediaset proclama la sua ridiscesa in campo («contro la dittatura dei magistrati »), affonda le primarie e ignora Alfano. Nell’editto di Villa Gernetto nega una sua corsa alla premiership (ma non il suo ingresso in Parlamento), ripesca le primarie, riabilita Alfano e ipotizza una sfiducia a Monti.
Ora, nell’one-man-show di Palazzo Grazioli, glissa sulla sua candidatura, («serve un Berlusconi del ’94»), boccia drasticamente le primarie «inutili e tutt’altro che salvifiche», sconfessa pubblicamente il povero Alfano. E divaga, elude, cerca capri espiatori. Per coprire i conclamati fallimenti del suo governo, si avventura in una spiegazione illogica e grottesca sul «disgusto della gente per la politica», che sarebbe nato «per colpa del governo dei tecnici». Salvo rimangiarsi di nuovo tutto, solo un’ora dopo, nella cervellotica conferenza stampa in cui accetta le primarie, si modera su Monti e rifà pace con Alfano (ma non certo con la coerenza).
Cosa possa nascere, da questa forsennata entropia tattica e psicologica, è impossibile capirlo. E come possa rinascere, da questa dissennata miseria politica e strategica, un centrodestra «normale » compiutamente conservatore e finalmente europeo, è impossibile immaginarlo. La morte del Pdl? È già nei fatti, e non solo sul piano simbolico. Una nuova «creatura» partorita dalla mente del Cavaliere, che non per caso minaccia «vedrete, tirerò fuori un dinosauro dal cilindro»?
A parte il lapsus evidente (un dinosauro, per quanto enorme, è il simbolo della preistoria, non del nuovo che avanza) questo sarebbe l’atto finale di una messinscena che non aiuta né il Paese né il centrodestra, ma serve all’Unto del Signore per continuare a difendersi dai processi, dimostrando a se medesimo e alla sua corte dei miracoli che dopo di lui c’è solo lui stesso. La verità è che Berlusconi, a cinque mesi dalle elezioni del 2013, non sa dove andare. Eppure ci va. Creando un continuo scompiglio nella sua metà campo. E risucchiando nel suo abisso privato l’intero partito che lui stesso ha forgiato, a freddo, sul Predellino di Piazza San Babila. Come il morto che afferra il vivo.
Quella di Alfano, di fronte a tanta decomposizione e dissipazione, è la commedia di un leader a sua volta mai nato. Per la prima volta nella sua vita, ora Angelino prova a combattere a viso aperto la «battaglia del quid». Per non fare la solita fine del tonno, il delfino accenna a una ribellione nei confronti del Cavaliere, che prima lo designa, poi lo delegittima. La sua reazione stizzita, nella forma e nella sostanza, è un promettente segnale di «esistenza in vita».
Dire in faccia al più colossale e triviale raccontatore di barzellette della Prima e della Seconda Repubblica «non possiamo fare la fine dei barzellettieri » (o dei barzellettati, fa lo stesso) è come varcare un Rubicone finora mai varcato da nessuno, in quel partito personale e padronale. Gridare «non stiamo a inseguire i gelatai» è un azzardo che ricorda quasi le invettive di Rino Formica contro i «nani e ballerine» del Psi dell’ultimo Craxi. Ripetere «non voglio essere designato al nulla» è quasi il gesto di «lesa maestà» di un aspirante al trono che non vuole aspettare l’investitura ipotetica dal suo sovrano, ma vuole conquistarsela sul campo combattendo qualche guerra, se serve.
Benché timida, e ancora tutta da misurare, questa è la prima prova di leadership che Alfano cerca di esercitare, non più «secondo» la volontà del suo Capo. Ed è un bene, almeno sul via libera alle primarie, che la prova sia riuscita, e che almeno per ora Berlusconi si sia acconciato ad un sofferto passo indietro. Ma è troppo presto, per dire che siamo a una svolta: lo dimostra la scena muta alla quale l’ex premier ha ridotto il segretario, proprio nella conferenza stampa successiva all’ufficio di presidenza.
Ed è al tempo stesso troppo tardi, per immaginare che Alfano sia riuscito a riesca in quel miracolo che gli infaticabili corifei berlusconiani sognano
per lui, e cioè «prendere sulle spalle un Reame fantasioso, guidato dal carisma dispotico e pop del Cav., e trasformarlo in una Repubblica disciplinata ». Questa è davvero una missione impossibile. Prima di tutto, perché il «Reame fantasioso» è stato in realtà un quasi Ventennio disastroso. E poi perché non si può ereditare il «carisma dispotico del Cav.» con il suo consenso. Se esiste davvero un centrodestra che vuole costruire una «Repubblica disciplinata» andando «oltre» Berlusconi, deve trovare una volta per tutte il coraggio di farlo mettendosi «contro» Berlusconi. Non c’è altra via, se si vuole ricostruire qualcosa tra quelle rovine.
La Repubblica 09.11.12
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“Il cannibale che divora le sue figurine”, di FILIPPO CECCARELLI
Dice, tace, ridice, smentisce, sparisce (in Africa), si sfoga, si pente, ritorna a parlare con i giornalisti a tarda sera, ma tanto ormai è lo stesso. «Adesso dobbiamo salvare la storia di tutti noi» pare abbia fatto presente il povero Alfano, ma rispetto alla Storia, che pure scorre senza chiedere il permesso ad alcuno, occorre riconoscere che c’è qualcosa di grandioso nel modo in cui neanche quattro anni fa Silvio Berlusconi ha creato il Pdl e adesso lo va distruggendo. Sempre. Tutto. Da solo. L’ALTRO giorno sul Giornale, sotto l’occhiello «Le mosse del Cavaliere », si é potuto leggere il seguente titolo: «Silvio fa contento Alfano: domani sarà al vertice del Pdl». Capito? Al fianco al Cavaliere, in effetti, ogni giorno più cereo, è comparso infine lo pseudo- figlioccio «che mi ricambia», una figurina che pure ieri ha osato l’inosabile evocando le barzel-lette, tema assai sensibile a Palazzo Grazioli, anche se poi non s’è capito se nella sua temeraria perorazione Alfano abbia paventato il rischio di fare la figura dei «barzellettari» o dei «barzellettati », là dove nel primo caso sarebbe un oltraggio a Sua Maestà e nel secondo un mezzo affronto, e non solo alla lingua italiana.
Chissà se all’ex Guardasigilli, fra i tanti miracolati di una remota stagione, è tornato in testa che agli esordi del Berlusconi quater il Foglio assicurò che sarebbe stato «il governo del Buonumore». Ecco, nel malanimo e fra i rancori del
cupio dissolvi si consuma la «rivoluzione carismatica», come intese a suo tempo designarla il senatore Quagliariello, che tanto si è dedicato a de Gaulle.
Acclamato nel marzo del 2009 presidentissimo a vita e salutato dalle note congressuali di «Meno male che Silvio c’è», adesso Berlusconi vuole chiudere gli uffici di via dell’Umiltà e soprattutto si rifiuta di scucire i quattrini per delle primarie che ritiene del tutto inutili, anzi dannose. Già alcuni mesi orsono gli avevano attribuito frasi tipo: «Il Pdl non c’è più, esiste solo nella testa dei nostri dirigenti». Riguardo a questi ultimi, è sempre il Giornale di
casa ad aver indicato, sia pure senza virgolette, lo stato d’animo del fondatore: fatico a sopportarli, quando vengono a casa mia mi viene voglia di andarmene.
Così, stanco di adattarsi alle continue richieste, esausto di quelle facce, oltre che delle ingrate miserie che ogni volta regolarmente gli gettano addosso coordinatori, capigruppo, ex ministri e maggiorenti, Berlusconi ha preso a scavalcarli rivolgendo le proprie residue speranze ad amazzoni, fidati buontemponi, sospetti millantatori, più o meno ignoti e talvolta ignari imprenditori, ad esempio quei «gelatai» rispetto a cui Alfano ha riaffermato il primato della «politica», nientemeno.
In dodici minuti — e allora fu un vanto — venne sciolta Forza Italia per dare vita a quel «Popolo » della libertà che Berlusconi volle battezzare con un finto referendum. In mancanza di un impossibile se stesso ringiovanito, a 76 anni per la nuova Forza Italia il Cavaliere pensa ora ad arruolare Briatore, di cui deve aver dimenticato certe cosette niente affatto simpatiche che diceva di lui al telefono; e addirittura s’incanta con l’idea di Montezemolo, che tutte le volte gli ha sempre detto no e che poche settimane prima della caduta del 12 novembre 2011, a un passo dal dileggio, fermò l’automobile come per entrare a Palazzo Grazioli; e quando vide che attorno a sé cresceva l’agitazione dei giornalisti di colpo fece dietro front e risalì in macchina ridacchiando.
Su un tovagliolo di un’enoteca di Montecatini, dove è andato a farsi curare con il laser, l’uomo che ha cambiato l’arte del potere in Italia ha scritto del «suo» nuovo soggetto ancora desolatamente senza nome: «Nuovo e pulito» per andare «oltre il 50 per cento», che forse non ci credeva nemmeno il proprietario ultraberlusconiano del locale, che pure ha promesso di mettere quell’impegnativo reperto di stoffa dietro una teca.
Ma il pensiero più triste rubricato nei progetti del tardo berlusconismo al tramonto gli è sfuggito di bocca come un sospiro: «Se fossero ancora vivi, ci metterei dentro Vianello e la Mondaini ». E c’è ormai un aria mortifera da quelle parti, un rincorrersi di ombre a loro modo tenebrose, un accavallarsi di immagini sempre più perturbanti come quella di lui che estrarrà dal cilindro un dinosauro, e nessuno giustamente ride più, e tutto precipita in rovina, come ampiamente
preannunciato.
La Repubblica 09.11.12
“Il dinosauro tra le macerie”, di Massimo Giannini
L’«Ufficio di presidenza » del Pdl è la rappresentazione plastica dell’agonia di un partito mai nato. Lo spettacolo andato in scena ieri a Palazzo Grazioli, un tragico Berlusconi che come Crono divora i suoi figli e un patetico Alfano che azzarda un impossibile parricidio, certifica la penosissima fine dell’anomala e incompiuta «destra italiana». Un gruppo dirigente tremebondo e allo sbando, per anni incapace di un pensiero autonomo, tenuto in ostaggio da un vecchio caudillo al tramonto.
Quella di Berlusconi è la tragedia di un uomo confuso. Le sue parole galleggiano nel vento, in una spirale vorticosa di nonsensi e di contraddizioni. Le sue conferenze stampa sono un misto tra il Teatro dell’Assurdo di Jonesco e la Deriva Situazionista di Debord. Nel videomessaggio di Villa San Martino annuncia il ritiro definitivo dalla scena (nuovo «gesto d’amore per l’Italia»), sostiene le primarie e rilancia Alfano. Nell’intervista al Tg5 dopo la condanna a 4 anni nel processo Mediaset proclama la sua ridiscesa in campo («contro la dittatura dei magistrati »), affonda le primarie e ignora Alfano. Nell’editto di Villa Gernetto nega una sua corsa alla premiership (ma non il suo ingresso in Parlamento), ripesca le primarie, riabilita Alfano e ipotizza una sfiducia a Monti.
Ora, nell’one-man-show di Palazzo Grazioli, glissa sulla sua candidatura, («serve un Berlusconi del ’94»), boccia drasticamente le primarie «inutili e tutt’altro che salvifiche», sconfessa pubblicamente il povero Alfano. E divaga, elude, cerca capri espiatori. Per coprire i conclamati fallimenti del suo governo, si avventura in una spiegazione illogica e grottesca sul «disgusto della gente per la politica», che sarebbe nato «per colpa del governo dei tecnici». Salvo rimangiarsi di nuovo tutto, solo un’ora dopo, nella cervellotica conferenza stampa in cui accetta le primarie, si modera su Monti e rifà pace con Alfano (ma non certo con la coerenza).
Cosa possa nascere, da questa forsennata entropia tattica e psicologica, è impossibile capirlo. E come possa rinascere, da questa dissennata miseria politica e strategica, un centrodestra «normale » compiutamente conservatore e finalmente europeo, è impossibile immaginarlo. La morte del Pdl? È già nei fatti, e non solo sul piano simbolico. Una nuova «creatura» partorita dalla mente del Cavaliere, che non per caso minaccia «vedrete, tirerò fuori un dinosauro dal cilindro»?
A parte il lapsus evidente (un dinosauro, per quanto enorme, è il simbolo della preistoria, non del nuovo che avanza) questo sarebbe l’atto finale di una messinscena che non aiuta né il Paese né il centrodestra, ma serve all’Unto del Signore per continuare a difendersi dai processi, dimostrando a se medesimo e alla sua corte dei miracoli che dopo di lui c’è solo lui stesso. La verità è che Berlusconi, a cinque mesi dalle elezioni del 2013, non sa dove andare. Eppure ci va. Creando un continuo scompiglio nella sua metà campo. E risucchiando nel suo abisso privato l’intero partito che lui stesso ha forgiato, a freddo, sul Predellino di Piazza San Babila. Come il morto che afferra il vivo.
Quella di Alfano, di fronte a tanta decomposizione e dissipazione, è la commedia di un leader a sua volta mai nato. Per la prima volta nella sua vita, ora Angelino prova a combattere a viso aperto la «battaglia del quid». Per non fare la solita fine del tonno, il delfino accenna a una ribellione nei confronti del Cavaliere, che prima lo designa, poi lo delegittima. La sua reazione stizzita, nella forma e nella sostanza, è un promettente segnale di «esistenza in vita».
Dire in faccia al più colossale e triviale raccontatore di barzellette della Prima e della Seconda Repubblica «non possiamo fare la fine dei barzellettieri » (o dei barzellettati, fa lo stesso) è come varcare un Rubicone finora mai varcato da nessuno, in quel partito personale e padronale. Gridare «non stiamo a inseguire i gelatai» è un azzardo che ricorda quasi le invettive di Rino Formica contro i «nani e ballerine» del Psi dell’ultimo Craxi. Ripetere «non voglio essere designato al nulla» è quasi il gesto di «lesa maestà» di un aspirante al trono che non vuole aspettare l’investitura ipotetica dal suo sovrano, ma vuole conquistarsela sul campo combattendo qualche guerra, se serve.
Benché timida, e ancora tutta da misurare, questa è la prima prova di leadership che Alfano cerca di esercitare, non più «secondo» la volontà del suo Capo. Ed è un bene, almeno sul via libera alle primarie, che la prova sia riuscita, e che almeno per ora Berlusconi si sia acconciato ad un sofferto passo indietro. Ma è troppo presto, per dire che siamo a una svolta: lo dimostra la scena muta alla quale l’ex premier ha ridotto il segretario, proprio nella conferenza stampa successiva all’ufficio di presidenza.
Ed è al tempo stesso troppo tardi, per immaginare che Alfano sia riuscito a riesca in quel miracolo che gli infaticabili corifei berlusconiani sognano
per lui, e cioè «prendere sulle spalle un Reame fantasioso, guidato dal carisma dispotico e pop del Cav., e trasformarlo in una Repubblica disciplinata ». Questa è davvero una missione impossibile. Prima di tutto, perché il «Reame fantasioso» è stato in realtà un quasi Ventennio disastroso. E poi perché non si può ereditare il «carisma dispotico del Cav.» con il suo consenso. Se esiste davvero un centrodestra che vuole costruire una «Repubblica disciplinata» andando «oltre» Berlusconi, deve trovare una volta per tutte il coraggio di farlo mettendosi «contro» Berlusconi. Non c’è altra via, se si vuole ricostruire qualcosa tra quelle rovine.
La Repubblica 09.11.12
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“Il cannibale che divora le sue figurine”, di FILIPPO CECCARELLI
Dice, tace, ridice, smentisce, sparisce (in Africa), si sfoga, si pente, ritorna a parlare con i giornalisti a tarda sera, ma tanto ormai è lo stesso. «Adesso dobbiamo salvare la storia di tutti noi» pare abbia fatto presente il povero Alfano, ma rispetto alla Storia, che pure scorre senza chiedere il permesso ad alcuno, occorre riconoscere che c’è qualcosa di grandioso nel modo in cui neanche quattro anni fa Silvio Berlusconi ha creato il Pdl e adesso lo va distruggendo. Sempre. Tutto. Da solo. L’ALTRO giorno sul Giornale, sotto l’occhiello «Le mosse del Cavaliere », si é potuto leggere il seguente titolo: «Silvio fa contento Alfano: domani sarà al vertice del Pdl». Capito? Al fianco al Cavaliere, in effetti, ogni giorno più cereo, è comparso infine lo pseudo- figlioccio «che mi ricambia», una figurina che pure ieri ha osato l’inosabile evocando le barzel-lette, tema assai sensibile a Palazzo Grazioli, anche se poi non s’è capito se nella sua temeraria perorazione Alfano abbia paventato il rischio di fare la figura dei «barzellettari» o dei «barzellettati », là dove nel primo caso sarebbe un oltraggio a Sua Maestà e nel secondo un mezzo affronto, e non solo alla lingua italiana.
Chissà se all’ex Guardasigilli, fra i tanti miracolati di una remota stagione, è tornato in testa che agli esordi del Berlusconi quater il Foglio assicurò che sarebbe stato «il governo del Buonumore». Ecco, nel malanimo e fra i rancori del
cupio dissolvi si consuma la «rivoluzione carismatica», come intese a suo tempo designarla il senatore Quagliariello, che tanto si è dedicato a de Gaulle.
Acclamato nel marzo del 2009 presidentissimo a vita e salutato dalle note congressuali di «Meno male che Silvio c’è», adesso Berlusconi vuole chiudere gli uffici di via dell’Umiltà e soprattutto si rifiuta di scucire i quattrini per delle primarie che ritiene del tutto inutili, anzi dannose. Già alcuni mesi orsono gli avevano attribuito frasi tipo: «Il Pdl non c’è più, esiste solo nella testa dei nostri dirigenti». Riguardo a questi ultimi, è sempre il Giornale di
casa ad aver indicato, sia pure senza virgolette, lo stato d’animo del fondatore: fatico a sopportarli, quando vengono a casa mia mi viene voglia di andarmene.
Così, stanco di adattarsi alle continue richieste, esausto di quelle facce, oltre che delle ingrate miserie che ogni volta regolarmente gli gettano addosso coordinatori, capigruppo, ex ministri e maggiorenti, Berlusconi ha preso a scavalcarli rivolgendo le proprie residue speranze ad amazzoni, fidati buontemponi, sospetti millantatori, più o meno ignoti e talvolta ignari imprenditori, ad esempio quei «gelatai» rispetto a cui Alfano ha riaffermato il primato della «politica», nientemeno.
In dodici minuti — e allora fu un vanto — venne sciolta Forza Italia per dare vita a quel «Popolo » della libertà che Berlusconi volle battezzare con un finto referendum. In mancanza di un impossibile se stesso ringiovanito, a 76 anni per la nuova Forza Italia il Cavaliere pensa ora ad arruolare Briatore, di cui deve aver dimenticato certe cosette niente affatto simpatiche che diceva di lui al telefono; e addirittura s’incanta con l’idea di Montezemolo, che tutte le volte gli ha sempre detto no e che poche settimane prima della caduta del 12 novembre 2011, a un passo dal dileggio, fermò l’automobile come per entrare a Palazzo Grazioli; e quando vide che attorno a sé cresceva l’agitazione dei giornalisti di colpo fece dietro front e risalì in macchina ridacchiando.
Su un tovagliolo di un’enoteca di Montecatini, dove è andato a farsi curare con il laser, l’uomo che ha cambiato l’arte del potere in Italia ha scritto del «suo» nuovo soggetto ancora desolatamente senza nome: «Nuovo e pulito» per andare «oltre il 50 per cento», che forse non ci credeva nemmeno il proprietario ultraberlusconiano del locale, che pure ha promesso di mettere quell’impegnativo reperto di stoffa dietro una teca.
Ma il pensiero più triste rubricato nei progetti del tardo berlusconismo al tramonto gli è sfuggito di bocca come un sospiro: «Se fossero ancora vivi, ci metterei dentro Vianello e la Mondaini ». E c’è ormai un aria mortifera da quelle parti, un rincorrersi di ombre a loro modo tenebrose, un accavallarsi di immagini sempre più perturbanti come quella di lui che estrarrà dal cilindro un dinosauro, e nessuno giustamente ride più, e tutto precipita in rovina, come ampiamente
preannunciato.
La Repubblica 09.11.12
"La scuola ha anche bisogno di rinnovarsi radicalmente" di Benedetto Vertecchi
Credo che nessuno si lasci ingannare dalle centinaia di migliaia di domande per la partecipazione al concorso per il reclutamento degli insegnanti per trarne la conclusione che fra i nostri giovani sia diffuso un forte orientamento nei confronti dell’impegno nella scuola. Sarebbe una conclusione ben strana se si considera che quella degli insegnanti è una professione mal pagata, che si svolge in condizioni spesso penose, che sono incerti gli intenti per i quali si lavora e che, per tutto ciò che non soddisfa nell’educazione di bambini e ragazzi, ci si deve abituare a subire atteggiamenti critici che sarebbe meglio rivolgere nei confronti di chi, avendo la possibilità di assumere decisioni, evita di farlo o, al più, solleva cortine fumogene proponendo alle scuole innovazioni di facciata. Ci si deve chiedere, quindi, per quale ragione una tale folla di candidati si contenda il numero modesto di cattedre a disposizione (che poi non si sa bene neanche quante siano realmente, perché è probabile che una frazione più o meno consistente dei posti a disposizione sarà utilizzata per il cambiamento dello stato giuridico di personale già in servizio). La prima ragione, e la più semplice, è che coi livelli di disoccupazione raggiunti nelle fasce d’età giovanili quella che si sta aprendo nelle scuole appaia come una fessura nella quale si può ancora sperare di inserirsi. Questa spiegazione sarebbe anche più convincente se gli aspiranti all’insegnamento fossero distribuiti fra i diversi settori di competenza. Invece, non è così. La crisi sta coprendo un vuoto di personale nei settori matematico-scientifici che non tarderà a manifestarsi di nuovo non appena appaiano segnali di ripresa del sistema economico. Purtroppo, la ripresa non aiuterà in alcun modo a migliorare il quadro dell’occupazione nei settori in cui l’offerta è più consistente, ossia in quelli umanistici.
Se, invece di continuare nella politica delle toppe (destinate, come si sa, ad accrescere gli strappi in un tessuto così mal ridotto com’è il nostro sistema scolastico) sarebbe possibile comporre in un’interpretazione coerente i troppi fattori di disagio che colpiscono sia gli insegnanti in servizio, sia quelli che vorrebbero intraprendere tale professione. Per cominciare, c’è bisogno di rinnovare in misura ben più radicale, nell’ambito di un ridisegno delle condizioni di funzionamento delle scuola, l’organico del personale. L’età media degli insegnanti è troppo elevata. Sia chiaro: non si tratta di fare operazioni di ricambio generazionale forzato. Gli insegnanti con lunga esperienza di servizio sono una risorsa. Non ci sarebbe nulla da eccepire, e anzi sarebbe un vantaggio, se insegnanti con maggiore esperienza potessero interagire con insegnanti da poco inseriti negli organici o che sono ancora ai primi passi. In secondo luogo, per quel che riguarda il profilo delle competenze professionali non si può continuare a far finta che nelle nostre università esistano risorse conoscitive e tecniche che è sufficiente distribuire per assicurare agli aspiranti all’insegnamento la competenza professionale di cui hanno bisogno. È vero, invece, che tutti i limiti che si riscontrano nelle pratiche educative delle scuole potrebbero, in maggior misura, essere rilevati nelle università. In breve, queste ultime dovrebbero insegnare ad altri ciò che hanno dimostrato, ad abundantiam, di non saper fare in proprio. Terzo punto, prima ancora di pensare a questioni di profilo professionale, c’è bisogno di accrescere i repertori culturali disponibili fra i candidati all’insegnamento. Se invece di pensare a ridicoli corsi in inglese per improbabili studenti, ci si impegnasse in un progetto serio di ricostruzione delle competenze linguistiche, della capacità di scrivere, di leggere pubblicamente, di sviluppare l’argomentazione, di approfondire interpretazioni e significati, di collegare fra loro i diversi campi della cultura non avremmo ancora gli insegnanti che tutti speriamo, ma saremmo sulla buona strada.
Infine (ma solo perché si tratta di un problema contingente, almeno in apparenza), bisognerebbe evitare che quello del concorso per gli insegnanti diventasse solo un’occasione di arricchimento per chi è fin troppo interessato (persone e organizzazioni) a trar profitto dall’ansia e dal disagio dei candidati per offrire – ovviamente a caro prezzo – la competenza, in genere supposta e autoaccreditata, di cui dispongono. Non sarebbe un segnale di moralizzazione se, almeno in questo caso e per far fronte all’emergenza in cui ci si trova, la tecnologia fosse usata in modo meno ideologico di quanto finora è avvenuto, e si offrisse gratuitamente ai candidati al concorso una gamma di opportunità per ridefinire il loro profilo culturale nelle direzioni che prima si indicavano?
L’Unità 09.11.12
“La scuola ha anche bisogno di rinnovarsi radicalmente” di Benedetto Vertecchi
Credo che nessuno si lasci ingannare dalle centinaia di migliaia di domande per la partecipazione al concorso per il reclutamento degli insegnanti per trarne la conclusione che fra i nostri giovani sia diffuso un forte orientamento nei confronti dell’impegno nella scuola. Sarebbe una conclusione ben strana se si considera che quella degli insegnanti è una professione mal pagata, che si svolge in condizioni spesso penose, che sono incerti gli intenti per i quali si lavora e che, per tutto ciò che non soddisfa nell’educazione di bambini e ragazzi, ci si deve abituare a subire atteggiamenti critici che sarebbe meglio rivolgere nei confronti di chi, avendo la possibilità di assumere decisioni, evita di farlo o, al più, solleva cortine fumogene proponendo alle scuole innovazioni di facciata. Ci si deve chiedere, quindi, per quale ragione una tale folla di candidati si contenda il numero modesto di cattedre a disposizione (che poi non si sa bene neanche quante siano realmente, perché è probabile che una frazione più o meno consistente dei posti a disposizione sarà utilizzata per il cambiamento dello stato giuridico di personale già in servizio). La prima ragione, e la più semplice, è che coi livelli di disoccupazione raggiunti nelle fasce d’età giovanili quella che si sta aprendo nelle scuole appaia come una fessura nella quale si può ancora sperare di inserirsi. Questa spiegazione sarebbe anche più convincente se gli aspiranti all’insegnamento fossero distribuiti fra i diversi settori di competenza. Invece, non è così. La crisi sta coprendo un vuoto di personale nei settori matematico-scientifici che non tarderà a manifestarsi di nuovo non appena appaiano segnali di ripresa del sistema economico. Purtroppo, la ripresa non aiuterà in alcun modo a migliorare il quadro dell’occupazione nei settori in cui l’offerta è più consistente, ossia in quelli umanistici.
Se, invece di continuare nella politica delle toppe (destinate, come si sa, ad accrescere gli strappi in un tessuto così mal ridotto com’è il nostro sistema scolastico) sarebbe possibile comporre in un’interpretazione coerente i troppi fattori di disagio che colpiscono sia gli insegnanti in servizio, sia quelli che vorrebbero intraprendere tale professione. Per cominciare, c’è bisogno di rinnovare in misura ben più radicale, nell’ambito di un ridisegno delle condizioni di funzionamento delle scuola, l’organico del personale. L’età media degli insegnanti è troppo elevata. Sia chiaro: non si tratta di fare operazioni di ricambio generazionale forzato. Gli insegnanti con lunga esperienza di servizio sono una risorsa. Non ci sarebbe nulla da eccepire, e anzi sarebbe un vantaggio, se insegnanti con maggiore esperienza potessero interagire con insegnanti da poco inseriti negli organici o che sono ancora ai primi passi. In secondo luogo, per quel che riguarda il profilo delle competenze professionali non si può continuare a far finta che nelle nostre università esistano risorse conoscitive e tecniche che è sufficiente distribuire per assicurare agli aspiranti all’insegnamento la competenza professionale di cui hanno bisogno. È vero, invece, che tutti i limiti che si riscontrano nelle pratiche educative delle scuole potrebbero, in maggior misura, essere rilevati nelle università. In breve, queste ultime dovrebbero insegnare ad altri ciò che hanno dimostrato, ad abundantiam, di non saper fare in proprio. Terzo punto, prima ancora di pensare a questioni di profilo professionale, c’è bisogno di accrescere i repertori culturali disponibili fra i candidati all’insegnamento. Se invece di pensare a ridicoli corsi in inglese per improbabili studenti, ci si impegnasse in un progetto serio di ricostruzione delle competenze linguistiche, della capacità di scrivere, di leggere pubblicamente, di sviluppare l’argomentazione, di approfondire interpretazioni e significati, di collegare fra loro i diversi campi della cultura non avremmo ancora gli insegnanti che tutti speriamo, ma saremmo sulla buona strada.
Infine (ma solo perché si tratta di un problema contingente, almeno in apparenza), bisognerebbe evitare che quello del concorso per gli insegnanti diventasse solo un’occasione di arricchimento per chi è fin troppo interessato (persone e organizzazioni) a trar profitto dall’ansia e dal disagio dei candidati per offrire – ovviamente a caro prezzo – la competenza, in genere supposta e autoaccreditata, di cui dispongono. Non sarebbe un segnale di moralizzazione se, almeno in questo caso e per far fronte all’emergenza in cui ci si trova, la tecnologia fosse usata in modo meno ideologico di quanto finora è avvenuto, e si offrisse gratuitamente ai candidati al concorso una gamma di opportunità per ridefinire il loro profilo culturale nelle direzioni che prima si indicavano?
L’Unità 09.11.12
"Il concorso della scuola, lotteria futuro", di Walter Passerini
Sembra una lotteria. E in tempi di crisi uno le prova tutte per il lavoro, compreso il gioco d’azzardo, che sta diventando la maggior in dustria nazio nale. Il concorsone, stando alle cifre, è davvero un mostro mai visto, oltre ogni previsione. Alla prova, che scatterà nelle prossime settimane, ci sono 28 aspiranti per ciascun posto. Sui 321 mila candidati, in 215 mila non hanno una grande esperienza di insegnamento nella scuola e non vengono dalle graduatorie in esaurimento. Otto su dieci sono donne. Hanno in media 39 anni, ma ci sono quasi 3 mila over 55. Del resto, per iscriversi era necessario avere una laurea da almeno dieci anni. Giovani esclusi, quindi. Forse per abbassare l’età media si sarebbero dovuti lasciare entrare i neolaureati senza distinzione di età. Tanto, un terno al lotto rimane.
Nessuna precedenza per i 220 mila precari, solo la metà si sono iscritti. Il pieno lo fa il Sud (165 mila domande), in testa la Campania (57 mila). Ci vuole rispetto per i seguaci di Pierre De Coubertin: l’importante non è vincere ma partecipare. Tra gli ordini prescelti c’è una certa omogeneità, con una leggera preferenza per le superiori (27%). Che cosa spinga un esercito della speranza di queste proporzioni a gettarsi nella mischia per ottenere un posto a scuola non è dato sapere, ma possiamo immaginare: forse più della motivazione può la disoccupazione. Eppure, l’insegnamento, una delle professioni più belle e meno pagate del mondo, esige vocazione. Ci sono degli eroi nelle scuole, che per meno di 1.500 euro al mese ci mettono l’anima e a volte anche soldi propri: per fotocopie, materiali didattici, anche carta igienica o acqua ossigenata.
La differenza è tra chi «fa» o «è» insegnante. L’identità professionale deve essere forte per nuotare controcorrente, contro la fatica, i bassi stipendi, l’autoformazione, scansando i genitori sindacalisti accaniti dei propri figli e sfidando il disprezzo per una figura sociale che ha goduto di maggior prestigio. Ci basterebbe che intorno al concorsone si sviluppasse una discussione sulle finalità della nostra scuola. Abbiamo una scuola dell’infanzia e una scuola primaria che tutti ci invidiano. E’ dalle medie inferiori che appare l’anello debole, che crea dispersione e che non aiuta alla successiva selezione. Così tanti scelgono le superiori a 13 anni senza saper bene che fare. E quasi lo stesso succede per il dopo superiori. Non scarichiamo le colpe sugli insegnanti, né corresponsabilizziamo le famiglie. E’ contro chi disprezza lo studio come ascensore sociale che dovremmo gridare. L’educazione primaria e secondaria non è così male. Certo dovremmo migliorare il mix tra studi tecnici e umanistici, tra licei e istituti professionali.
C’è un deficit di orientamento che condanna alla dispersione e allo spreco di risorse e che non fa amare la scuola. Ma il vero anello mancante su cui dovremmo discutere e decidere è l’introduzione con pari dignità della cosiddetta educazione terziaria, che non può essere solo universitaria. Francia, Germania, Regno Unito e Svizzera hanno da anni un’educazione post diploma di livello elevato e professionale. Noi ci balocchiamo ancora con deboli sperimentazioni. Allora, se vogliamo investire su un maggior dialogo tra scuola e mondo del lavoro è qui che dobbiamo puntare. E’ da qui che dovranno uscire quei tecnici che determinano una domanda inevasa di oltre 100 mila figure professionali. Intanto anche il concorsone un po’ di lavoro lo sta già creando: per i commissari d’esame, per la formazione dei formatori, per informatici ed esperti di dati e archiviazione, per avvocati esperti di ricorsi al Tar. E per stilare le domande dei quiz e dei test, almeno questa volta, confidiamo, a prova di errore.
La Stampa 09.11.12
