Ho letto con estremo interesse quanto ha pubblicato ieri Mila Spicola su l’Unità: insegnanti palermitani si riuniranno oggi per discutere del tema dell’orario da un punto di vista che sento di condividere. Come maestro elementare prima ancora che per il ruolo istituzionale che ricopro. È sempre importante, infatti, quando si creano degli spazi per parlare della scuola e di cosa significhi oggi fare il complesso mestiere di insegnante.
Stiamo lavorando in questi giorni in Parlamento per modificare la legge di Stabilità: sono convinto che non sia pensabile intervenire sull’organizzazione del lavoro dei docenti e delle scuole all’interno delle norme sui conti pubblici, provocando ulteriori perdite di posti di lavoro. Serve una grande discussione nazionale, fondata sulla partecipazione di chi va a scuola tutti i giorni, di chi può offrire, come scrivono i docenti palermitani, una «narrazione collettiva» al di fuori di stereotipi e luoghi comuni. Questa discussione deve basarsi sulla necessità di innovare la nostra scuola e di garantire a tutti apprendimenti solidi in un contesto fortemente cambiato nel tempo.
L’innovazione che serve alla scuola deve fondarsi sulla rottura dello standard – una didattica uguale per tutti – per andare con coraggio verso attività organizzate in modi anche diversi dal gruppo classe, frutto di una programmazione collegiale dei docenti, di una riflessione ed autovalutazione su punti di forza e debolezza delle strategie e azioni messe in campo, come in parte già avviene in molte scuole.
Il tema che la politica e le istituzioni devo- no affrontare è trovare le risorse, mano a mano che l’economia nazionale darà segni di ripresa. Infatti quei Paesi che hanno inve- stito in sapere sono stati quelli che si sono difesi meglio dalla crisi. Conoscenze diffuse, acquisite in modo rigoroso e nuovo, creeranno maggiore crescita.
È in questa visione che può trovare spazio la importante discussione tra i docenti palermitani. So bene, per la mia esperienza, che il nostro dovere non termina alla fine delle lezioni. Ci sono i compiti da correggere, il materiale didattico da preparare. Un progettare e riflettere educativo per il quale serve il confronto nella comunità docente. Oggi, tranne che per la scuola primaria, questo è un lavoro svolto prevalentemente a casa, che dunque fatica ad emergere, ad essere riconosciuto dalla collettività. E ci sono poi le numerose «attività funzionali»: collegi dei docenti, colloqui con le famiglie, riunioni. Attività oggi quantificate con un monte ore annuale. Infine vi sono le attività in più: i corsi di recupero, i progetti inseriti nel piano dell’offerta formativa, le uscite didattiche. Questi sono considerati degli extra – poco e mal pagati – ma sono in realtà parte integrante della vita ordinaria delle scuole.
Ritengo allora che il punto di partenza di un vero confronto sul mestiere di insegnare debba puntare a rendere esplicito, riconoscibile e riconosciuto il lavoro svolto nel suo complesso. Un tema non separabile da quello della retribuzione: i nostri insegnanti sono tra i mal pagati in Europa, non è prevista alcuna forma di carriera e si fatica a riconoscere economicamente e professionalmente chi compie sforzi maggiori in termini di programmazione ed attività. Penso sia inevitabile che anche questi aspetti entrino nella discussione. È tempo di ridare slancio e prospettiva a un dibattito culturale e pedagogico sulla scuola che serve al Paese per il 2020.
L’Unità 26.10.12
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“Scuola: Ichino e Porro tutto questo lo sanno?”, di Mila Spicola
Se un merito ha avuto la proposta dell’aumento delle ore di lezione frontale per i docenti in mezzo a tutti i demeriti, è quello di aver attivato una riflessione doverosa sul tema del riconoscimento collettivo sociale del lavoro dei docenti. Riconoscimento quasi assente per adesso, checchè ne pensiamo noi insegnanti.
Da un sondaggio presentato sere fa nella trasmissione Ballarò viene fuori che il 45% degli intervistati è favorevole all’innalzamento del monte ore frontali dei docenti. E anche molti commentatori noti e letti sono tra questi, da Ichino a Porro. Non sono rimasta sorpresa affatto, perché penso che la “narrazione collettiva” mistificata sul lavoro docente (non dei bachi del sistema, quello sì da aggredire, ma del lavoro del docente) ha ragioni concrete e individuabili. Il più immediato è la semplicità con cui viaggia nelle menti un numero. “18 ore”. Nella mente di tutti, compresa in quella di coloro che di scuola non ne sanno nulla (a parte averla frequentata), si configura sempre la sindrome dell’allenatore della domenica e ciascuno ha la sua ricetta pur sapendone pochissimo. Anche su questa questione delle 18 ore del lavoro del docente. Aggiungo: e perché dovrebbero saperne? Aggiungo ancora: e perché, se dimostrano di saperne nulla, ne commentano? Comunque, andiamo avanti.
Noi docenti ci siamo opposti categoricamente all’innalzamento del monte orario di lezioni. Ma il riconoscimento collettivo del nostro lavoro non può decisamente affidarsi a quel no. L’effetto tangibile è il coro di proteste che si solleva dal paese.
Serve altro. Ben altro. Dobbiamo smontare una “credenza”. E tutti sappiamo quanto è difficile smontare le credenze.Possiamo farlo non con la difesa o l’attacco, ma coi mezzi adulti della contrattazione collettiva del lavoro e delle condizioni contrattuali.
E’ inutile che tutti ci affanniamo a dire ad amici, parenti, tv e giornali, che lavoriamo di più e oltre quelle ore, è inutile che ci affanniamo nel ribadire che la funzione educativa del lavoro docente va oltre le quantificazioni. Non gliene potrebbe fregare di meno a chiunque. In tempi di magra, di precari, di numeri e di quantità. Magari hanno pure delle ragioni.
Non è linguaggio che “passa” nel paese, anche a causa della macchinosità tecnica e organizzativa di un sistema complesso quale è quello della scuola.
Quello che passa è che noi lavoriamo solo 18 ore e non vogliamo lavorare di più. Non credono ad altro e non vedono altro. Ma il nostro dovere, come lavoratori statali, è pretendere in tutti i modi il racconto della verità.
Tutto il resto del lavoro che facciamo oltre le 18 ore di lezione è “discrezionale” agli occhi di tutti, “dipende dalla buona volontà del singolo”. E non è così. C’è una mole di lavoro, non conteggiata nelle 18 ore, condivisa da tutti i docenti, “volenterosi” e non, obbligatoria e quantificabile ma, siccome non rientra nel conteggio “raccontato”, passa in cavalleria nella “credenza popolare” appunto.
Penso che i cittadini italiani (parte della collettività e caricati di tasse) meritano la chiarezza della verità ed è a loro che dobbiamo spiegare, oltre che a Ichino e a Porro, senza presunzioni e frasi scontate, il nostro lavoro, e renderne giustamente conto, cercando di non farci sommergere dalle leggi perverse della comunicazione e dagli stereotipi.
Perchè, a voglia ripetere che il nostro è un lavoro difficile, usurante e impegnativo, che siamo affetti da malattie alle corde vocali e da disturbi psicofisici crescenti da lavoro usurante, a voglia. Non basta, anzi, con una sottile sadismo, sembra quasi una necessaria pena per una colpa non chiarita. Non possono crederci perché la narrazione che si impone, anche nelle menti più acute e pronte, è quella con cui parliamo e su cui dibattiamo: “18 ore”.
E’ dunque una questione di “ore”. L’organizzazione e il monte ore sono discorsi funzionali al racconto nel paese, alla necessaria semplificazione quantitativa dei sistemi di lavoro. E, nel nostro caso, diventa complessa, spesso rimossa dagli stessi docenti, coscienti come siamo che in mezzo alle ore si opera un riduzionismo educativo al quale mai ci vorremmo arrendere.
Però e’ necessario separare la funzione docente, che è una funzione educativa, non quantificabile, non temporizzabile, dalla funzione “docente lavoratore”, perché il lavoro vada riconosciuto e pagato.
Un docente non lavora con la categoria tempo, no, a parte la retorica (per chi legge e non è insegnante) della correzione dei compiti (e per chi è insegnante è vita impiegata a correggere), si è docente soprattutto fuori dalla scuola, quando si legge un libro, quando si va al cinema, quando si vede una mostra, quando si viaggia, quando si nutrono il cervello e l’anima di tutti quegli elementi necessari che poi saranno la cassetta degli strumenti di lavoro. Noi insegnanti, nella funzione educativa, non saremo mai assimilabili a un impiegato. Mai. Se ne facciano tutti una ragione. E invidiateci pure per questo. Non per altro.
Ma nell’organizzazione e nel riconoscimento quantitativo orario dobbiamo mettere dei puntini sulle “i”, perché poi ci fregano su quell’indistinto di cui sopra. Su questo terreno possiamo ragionare, contrattare e recriminare. Non sulla nostra essenza. Sul valore e sulla funzione educativa non c’è nulla su cui ragionare se non la verità che si è insegnanti 24 ore su 24, quella funzione è nostra, è incommensurabile, è libera, è insindacabile e va oltre la morte, perché vive nei nostri alunni, nel bene e nel male.
Il paese, questo pensiero altissimo, sancito nella Costituzione, non può elaborarlo oggi. Non può condividerlo perché ne ha perso il senso, e nemmeno alcuni nostri colleghi, lo sappiamo benissimo.
Ma questo pensiero altissimo va difeso sull’unico terreno su cui oggi si può difendere, quello del riconoscimento del lavoro, e tale riconoscimento, oggi, può passare per un discorso quantitativo avendo chiarala coscienza, noi docenti, che si tratta di un compromesso contrattuale perchè miserevole piano su cui impostare il dibattito del “valore dei docenti”.
Ma se l’attacco alla qualità, al ruolo, al senso e alla funzione viene fatto nel paese nei termini della quantità, e quella quantità riguarda le condizioni del lavoro, allora quello deve essere il terreno di ragionamento. Molti colleghi non sono d’accordo lo so.
Veniamo al succo. Un docente, se proprio volessimo quantificare in ore una professione sostanzialmente non quantificabile e operare un riduzionismo educativo a cui noi docenti non ci siamo mai voluti adeguare, trascorre già adesso a scuola delle ore, aggiuntive alle ore di lezione, in attività certificate e obbligatorie. Dentro il nostro luogo di lavoro noi lavoriamo con foglio di presenza in collegi dei docenti, consigli di classe, dipartimenti disciplinari, organi di programmazione, ricevimenti obbligatori, scrutini. E penso che dobbiamo gioco forza piegarci alla richiesta di formalizzazione di queste quantità prima che ledano la qualità del nostro lavoro.
Quelle che oggi nel contratto sono indistintamente definite come “attività funzionali all’insegnamento”, non sono ore “bianche” o discrezionali ma lavoro svolto effettivamente dentro un luogo di lavoro, appunto. Ichino e Porro sanno a quanto ammontano prima di parlare di “casta”?
Lo so che siamo allergici noi docenti alla misura “oraria” del nostro impegno, però comincio a pensare che in questa allergia quelli che ci rimangono fregati siamo noi. E, come ricaduta diretta, i nostri allievi.
Forse sarebbe il caso di riflettere sulla possibile separazione tra il senso e la funzione educativa docente,- immateriale, incommensurabile, qualitativa – e il senso e la funzione di docente come lavoratore all’interno del sistema complessivo dei lavoratori dello Stato. Funzione questa ultima necessariamente da quantificare in termini di salario, di condizioni, di tutele, di diritti e di doveri. E su quello ragionare. Per parlare su dati e analisi e non su anatemi.
Io non lavoro dentro il mio luogo di lavoro 18 ore, è falso affermarlo ed è falso certificarlo, ma un tot monte di ore settimanali (che superano di parecchio le 24, ma proprio di parecchio) e che per adesso rimangono nel limbo delle “attività obbligatorie funzionali all’insegnamento”.
Mi chiedo: è giusto non conteggiarle insieme?
Posto che sia giusto operare una misura quantitativa delle ore di lezione frontale, così come oggi accade, è giusto non farlo anche per le ore, funzionali a quell’ora, obbligatoriamente svolte a scuola e separarle da quel conteggio? Eppure siamo a scuola a lavorare in quelle ore, non altrove. Chi lo sa? A parte noi docenti? Ichino e Porro lo sanno?
Se faccio un calcolo veloce e per difetto si tratta, in media, di un’ora di attività, corollario obbligatorio dell’ora di lezione, e dunque sarebbero 18+18. Bene che vada. Perché a me è successo di stare per scrutini a scuola dalle 8 del mattino alle 22 per tre giorni di fila. E non sono un’eccezione. Anche il mitico “insegnante lavativo” è obbligato a svolgere quelle ore.
Che tutela ho avuto in quei tre giorni da punto di vista di: salario, tutela della salute, tutela del luogo di lavoro, tutela delle condizioni (spazi, strumenti, condizioni e cibo..)?
Perché non rivendicarlo ufficialmente nel contratto? Non si chiama rispetto personale per il valore del proprio lavoro?
E il tempo? E non sto parlando del “tempo per correggere compiti o preparare le lezioni”, (quello che nessuno di noi ha mai quantificato né lo vorrebbe quantificare pensando che ne scada il “valore educativo della funzione docente”), parlo di ore reali di lavoro a scuola. Decisamente oltre le 18 ore.
Il tempo è un diritto-dovere che va calcolato per tutti i lavoratori del sistema statale. Non è un’offesa al concetto di lavoro minimizzare il tempo, non conteggiarlo? Considerato che tutto il paese ragiona ad “ore”?
Se l’insegnamento non va misurato in ore mi si tolga dal contratto anche il numero 18, o il numero 24. Come ad altre professioni intellettuali: magistrati, manager pubblici, …
A scuola la quantità non coincide con la qualità, lo stiamo ripetendo tutti. Riferendoci all’insegnamento. Ed è vero. Tutto ciò ingenera confusione e fraintendimenti: quale quantità e quale qualità? Come è difficile definire la qualità del lavoro di un magistrato o di un manager pubblico e anche la quantità di lavoro connessa a quella quantità, così è ancor più difficile definirle nel caso del lavoro di un docente. E non bastano le 24 ore a definirlo. E nemmeno una vita. Però siamo in un sistema statale e dobbiamo farlo.
Perché attenti arriva la fregatura: con questa frase, manomettendola, hanno tolto tempo alle ore di lezione dei ragazzi. Proprio con la stessa identica frase. Aggiungi ore ai docenti, ma togli ore ai ragazzi. In palese malafede. Le parole e i tempi sono importanti, vengono manomesse subito se non facciamo attenzione e la fregatura pesa sempre dalla nostra parte.
E allora ragioniamo sullo stesso terreno semplificatorio le condizioni di lavoro. Se è la semplificazione a dover guidare le scelte. Cercando di mantenere intatta la difesa strenua della complessità (in quantificabile, incommensurabile) della funzione educativa. Chiediamo che si formalizzi nella contrattazione nazionale il numero vero di lavoro a scuola intanto, il resto verrà subito dopo. Per un dovere reale e insopprimibile di fornire al paese e ai cittadini che pagano tasse una fotografia reale e non un fotomontaggio.
Non siamo quelli delle 18 ore e nessuno lo sa o vuol saperlo. E’ necessario pretendere il riconoscimento reale del lavoro docente, non di più ma non di meno. Reale: la fotografia adesso. Hic et nunc.
Se il paese legga sulla carta contrattuale e riassuma in un numero vero e non mistificatorio il mio lavoro per quello che è (visto che siamo innamorati dei riassunti, ma che siano fatti bene però). Già adesso è fatto di 28, 30, 35 ore settimanali di lavoro obbligatorio svolto a scuola (e non dipendente dalla mitica “buona volontà del singolo docente”), costituito da ore di lezione, ricevimenti obbligatori, collegi, consigli di classe e d’istituto, programmazioni, scrutini, obbligatori, fino ad arrivare a quella quantità di ore di cui sopra. E se la quantità è 30 ore, di lavoro intellettuale, nei ranghi contrattuali di funzionario dello Stato (tale è il nostro inquadramento) nessuno si permetterà di stupirsi se chiederò adeguamenti salariali (che il paese non vuole darmi..mentre c’è chi addirittura ne ha supposto, in modo giuridicamente sconnesso, la gratuità), tutele per la salute (a partire dal “numero” alunni per classe e dal minimo contrattuale per non ammalarsi), tutele connesse al luogo di lavoro (sempre meno sicuri e vivibili), benefici necessari (buoni pasto o mense). E si parlerà anche di flessibilità ragionando sul vero e non sul manomesso.
Non sarò considerata, come accade di fatto oggi, come “una privilegiata che pure si lamenta”, ma come un’ idiota che non ha rivendicato prima tutto quello che le spetta di diritto. Perché, come diceva mia nonna, “ti trattano sempre per come ti fai trattare”. Beh. Basta.
Eliminiamo anche questa credenza popolare, dopo le streghe, la terra al centro del mondo, le danze della pioggia, eliminiamo anche il 18. Rispetto per la verità e nessun arraffazzonamento ideologico, di sinistra o di destra che sia. Se ci sono dei privilegi che siano tolti (il mitico “docente incapace”? Se c’è scovatelo, con criteri reali e veri, e formatelo; non è colpa mia se c’è e continua indisturbato, per una buona volta, è colpa vostra) i 30 gg supposti di ferie (non 3 mesi, 30 gg)? Allineateli agli altri e datemi però la possibilità, data agli altri, di prendermi permessi durante l’intero anno.
Se volete, cari Ichino e Porro, li spalmiamo durante l’anno come tutti gli altri impiegati e vi creiamo un bel casino organizzativo a casa (posto che un infermiere prende in media 75 gg di permesso retribuito oltre le ferie in un anno, un docente 10 gg, fate una facile somma e poi commentate).
Se volete, oltre alle circa 30 ore svolte adesso a 1.300 euro al mese, metteteci pure ste sei ore in più, come straordinario pagato, considerando la fascia economica di funzionari delle Stato quali saremmo. Perché non parlate a degli idioti e voi, sicuramente non lo siete è logico e matematico che le ore di straordinario di un funzionario dello Stato che ha un contratto di base di 30 ore vadano adeguatamente corrisposte.
Ma se ci sono dei diritti non rispettati (e sono tutti non rispettati in questo momento: salario equo, tutela della salute, salubrità del luogo di lavoro,..continuo?) dovete avere l’onestà intellettuale di raccontarla tutta e per intero la questione, che vengano finalmente messi in campo, sul tavolo contrattuale, quei diritti. E vi assicuro che la bilancia penderebbe dalla nostra parte e altro che atti di generosità al paese abbiamo fatto in questi sessantanni di repubblica . Per quale privilegio?
Ripeto, per noi li potete eliminare tutti quei fantomatici privilegi, perché non ci sono, e anche andare a colpire con la pistola in fronte il lavativo (pistola fatta di formazione in servizio, di riorganizzazione, di controllo e non di anatema demagogico fine a se stesso), ci fareste un enorme favore. E dirmi anche come lo valutate, e poi chiedetemi come valuto io il vostro lavoro, che certo non è pagato con soldi statali ma diffonde commenti in taluni casi distorti da ideologia, da ricordi, da supposizioni personali, ma non basati su dati reali. Eliminiamo, valutiamo e commentiamo, dopo però aver calcolato e verificato la realtà; e se il corollario è che dovreste, insieme all’eliminazione dei fantomatici privilegi (che non ci sono più), assicurare i diritti base, vi dico che non ci sono risorse per farlo.
Il diritto base da verificare è la verità: e cioè che oggi noi lavoriamo a scuola circa 26/30 ore settimanali. E per queste ore siamo decisamente sottopagati.
Se poi, avendo capito che non era il caso di sollevare questo coperchio scandaloso, perché di scandalo si tratta, voi commentatori, vi rendeste conto che forse le cose vanno prima conosciute e analizzate, con pacatezza, con “le carte” sul tavolo, con la comune voglia di migliorare le cose e solo dopo commentaste il tutto fareste solo onore all’onestà dei fatti.
E allora potremmo parlare di qualità del servizio offerto, se il problema è quello, in base ad altri parametri, più adeguati e pertinenti. In modo onesto, maturo e competente. Valutando i sistemi e non il capro espiatorio.
Non è su base oraria che si agisce “sulla casta dei docenti”, quella serve solo a battere cassa, si agisce intervenendo sul sistema di formazione (oggi ridicolo e si apre il baratro sul sistema universitario di formazione), sul sistema di immissione in ruolo (oggi grottesco), sul sistema di formazione e aggiornamento in servizio (oggi assente e affidato alla discrezionalità del dirigente o del singolo). Cercando di eliminare i possibili elementi di discrezionalità.
Ma coloro che devono comprenderlo adesso sono i cittadini, dobbiamo raccontarla a loro la verità, chiedere a loro di valutare dati, analisi, ore e se il paese lo comprende, le forze politiche, i governi, non potranno far altro che prenderne atto, senza strumentalizzare a proprio esclusivo vantaggio le mistificazioni.
Intanto riscriviamo per benino sto contratto dando onore ai numeri e non alle streghe.
l’Unità 25.10.12
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Va rilevata la coincidenza degli argomenti portati da Marco Rossi Doria e Mila Spicola con la mia relazione alla legge di stabilità, che, limitatamente alla questione delle 24 ore di lezione frontale, trovate in questo post https://preview.critara.com/manughihtml/?p=36658
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Giornalisti, perché i cittadini non tifano per noi", di Cesare Martinetti
Le convulsioni trasversali che attraversano la politica nell’imbarazzato e imbarazzante dibattito sulla diffamazione a mezzo stampa sono da considerarsi un altro capitolo del disfacimento della seconda Repubblica. Ora siamo alla resa dei conti, al duello finale: questo rappresenta il disegno di legge che lunedì sarà votato in Senato. La burocratica e caricaturale contabilità di spazi e di risarcimenti che i giornali devono dedicare alle riparazioni di diffamazioni ed inesattezze non costituiscono una difesa dell’onorabilità dei cittadini, ma tradiscono l’incapacità di vivere responsabilmente un’idea liberale del rapporto tra stampa e pubblici poteri.
Affermare per legge l’obbligo alla rettifica di affermazioni ritenute diffamatorie o semplicemente errate senza la possibilità di replica quando anche si potesse dimostrare la verità di quanto è stato scritto, l’obbligo di pubblicazione delle rettifiche nella parte alta della pagina, senza limite di spazio a disposizione di chi si ritiene diffamato, è irrealistico, irragionevole. Nella sostanza una minaccia rivolta contro i giornali, giornalisti ed editori dettata dal risentimento e dalla voglia di vendetta.
Ciò detto sarà bene non cadere nell’errore opposto e rendere a sua volta caricaturale, ideologica ed opportunistica l’opposizione civile e legittima a una legge che declina in modi assurdi la giusta esigenza di difendere il singolo cittadino nell’intangibile bene della propria onorabilità.
Il dibattito e la legge nascono dal caso Sallusti, il direttore de «il Giornale» condannato a 14 mesi di carcere per la diffamazione di un giudice. Lo diciamo senza equivoci: il carcere è una misura sbagliata e va cancellata dall’ordinamento. Sallusti, poi, è chiaramente vittima di un accanimento ad personam. Ciò detto, però, dato che la sua condanna è dovuta a diffamazione, non ad un’opinione, perché lui e il suo giornale non hanno mai rettificato una notizia falsa? Ci voleva tanto? Correggere un errore è segno di onestà, non di debolezza. Una stampa credibile è una stampa che non fa sconti a nessuno, nemmeno a se stessa. L’autorevolezza non deriva dalla furbizia dei titoli con cui si fa il giornale, ma con la qualità di quel che c’è scritto dentro, la libertà e l’indipendenza delle opinioni, la trasparenza delle proprietà, la capacità di leggere i fenomeni sociali, di interpretare la domanda di informazione dei propri lettori.
È su questo punto che giornali e giornalisti devono riflettere. Se provassimo a fare di questa vicenda una battaglia generale, non credo che troveremo folle disposte a scendere in piazza per difendere «questa» nostra libertà di stampa. Quando è successo, recentemente, è stato contro l’ipotesi di vietare la pubblicazione delle intercettazioni, si trattava però di movimenti girotondini – rispettabili e legittimi – ma partigiani, votati soltanto alla caduta dell’arcinemico Berlusconi. Certo, i giornali non ideologici sono strumenti di informazione, per natura problematici e pluralisti, non smuovono le masse. Ma l’impressione è che i cittadini vivano tutto questo come lo scontro tra due caste, l’una assediata dall’antipolitica (rappresentata simbolicamente dalle percentuali di Grillo in ascesa costante nei sondaggi) che cerca di rivalersi sulla seconda a cui attribuisce tutta la colpa della sua caduta.
È la fine di un compromesso a suo modo storico nella storia italiana, dove i giornali sono sempre stati vissuti come l’altra faccia della politica e mai come ora appaiono lontani dal quel modello di «cane da guardia del potere» rappresentato dalla stampa americana o semplicemente da un modello liberale di informazione. Andate a leggere un po’ di blog sparsi, fate un tuffo nel «giornalismo cittadino» della nuova web-era. I giornalisti sono spesso considerati lecchini e carrieristi, non «cani da guardia», bensì cani «da compagnia e spesso da riporto», per l’appunto una casta accanto alla casta. Quella che non si sente è la voce di una cultura democratica dell’informazione, l’accettazione di un potere che comporta responsabilità da parte di chi lo fa e di chi lo subisce.
Vecchio vizio italiano. Prendiamo uno come Andreotti: di lui, i giornali hanno veramente scritto di tutto, eppure non smentiva mai. Era il «Belzebù della storia d’Italia». E oramai è lecito pensare che tutto fosse vero o quasi vero; o anche tutto falso o quasi falso. Chissà. Diceva Andreotti, se tu mandi una richiesta di rettifica al giornale, quello pubblica la tua lettera, ma gli attacca una risposta. Nessuno dei due aveva – spesso – qualsivoglia prova: né che la notizia pubblicata fosse vera, né falsa. E così, la richiesta di rettifica, diventava una notizia data due volte.
L’autorevolezza di una classe politica si misura anche nella capacità di confrontarsi con una stampa libera, nella qualità della propria comunicazione, nei contenuti delle cose che ha da dire. E qui siamo al disfacimento della seconda Repubblica. Come non vedere invece in questa regolamentazione assurda delle rettifiche anche una guerra tutta interna alla politica tra chi sa usare e chi non sa usare i giornali, tra quelli che sanno far filtrare le loro indiscrezioni e quelli che invece vengono regolarmente sorpassati da queste quando non messi regolarmente alla berlina? In questo disegno di legge c’è anche l’evidente vendetta (trasversale) degli esclusi, quelli che finiscono sui giornali nei retroscena politici solo su citazioni altrui, insinuanti e avvelenate. E quelli che tentano goffamente di difendersi (ignorando l’aureo insegnamento andreottiano) inviando ai giornali impettite richieste di smentita inevitabilmente destinate alla scontata – spesso con fondamento ma anche no – risposta beffarda del giornalista: «Confermo quanto ho scritto».
Costume e malcostume, di qua e di là, in una battaglia il cui vero dramma è l’estraneità dal mondo reale, di un vero interesse pubblico. Come ha scritto l’altro ieri sul nostro giornale Carlo Federico Grosso, cancelliamo il carcere e lasciamo le cose come stanno. I politici facciano della buona politica, e i giornalisti dei buoni giornali.
La Stampa 26.10.12
"Quel Welfare che costa alle Famiglie 22 Miliardi" di Dario Di Vico
Le famiglie italiane spendono ogni anno tra i 20 e i 22 miliardi di euro per aiutare i propri membri in difficoltà. Le tipologie di spesa sono le più diverse, si va dall’aiuto economico a fondo perduto (10,1%) alla compagnia a persone sole o malate (15,9%), dal fare la spesa o portare pasti pronti (9,9%) ai prestiti senza interessi (8,2%), dall’assistenza agli anziani (9,8%) a tenere i bambini (17,3%) fino al trasporto di persone bisognose (7,8%). In molti di questi casi la solidarietà familiare scatta per la natura diseguale del reddito tra le generazioni ma più in generale svolge una funzione di supplenza di un sistema di protezione sociale in profonda crisi. Il dato emerge dal progetto «Welfare, Italia» l’indagine annuale promossa dal Censis e dall’Unipol, che punta ad analizzare strumenti e strategie che le famiglie italiane adottano per fronteggiare il presente e attrezzarsi per il futuro. Altrettanto interessante è quanto accade nella spesa sanitaria: cresce la tendenza a pagare direttamente — in gergo si dice out of pocket, prendendo i soldi dalla tasca — una serie di prestazioni. In sostanza gli italiani risparmiano sui beni durevoli facendo slittare la decisione di acquisto ma sulla salute non transigono e infatti la spesa out of pocketcresce del 2,8% l’anno (un’eccezione nel campo dei consumi). Il 78,2% del campione di famiglie indagato da Censis e Unipol ha pagato nel corso dell’ultimo anno per ticket sui farmaci o acquistati a prezzo intero mentre più del 60% ha sostenuto costi per prestazioni di specialistica ambulatoriale. A questi va aggiunto il 38,6% di famiglie che ha sostenuto nell’ultimo anno costi per visite o prestazioni odontoiatriche private.
Commenta Giuseppe Roma, direttore del Censis: «Si tratta di un’autogestione e autoregolazione familiare che in molti casi risulta efficace ma che mostra due grandi criticità: da un lato è destinata a non poter tenere più in futuro quando i redditi dei pensionati saranno sensibilmente più contenuti e dall’altro rimangono fuori da questo meccanismo di ridistribuzione di risorse le famiglie più vulnerabili sotto il profilo socio-economico». Insomma, se il welfare familiare sostitutivo ancor oggi funziona è comunque un modello a termine.
La spesa più onerosa risulta il mantenimento dei figli maggiorenni che non studiano e non lavorano (i Neet), spesa stimata in media attorno a 4 mila euro l’anno e indicata circa dal 7% delle famiglie mentre un valore molto simile viene fuori a proposito del mantenimento dei figli che fanno l’università fuori casa, che costano mediamente 3.865 euro l’anno. Un altro costo diffuso è quello legato all’acquisto di prestazioni assistenziali private (badanti) per parenti non autosufficienti, indicato dal 6,6% delle famiglie e che richiede una spesa di circa 3 mila euro l’anno. Per rimanere nel campo dei costi annui la ricerca segnala come l’out of pocket valga mediamente 1.156 euro l’anno ma sale a 1.829 euro per chi non vuole rinunciare — come pure inizia ad accadere — alle cure odontoiatriche.
Ma se le famiglie intervengono così ampiamente a surrogare il welfare pubblico (pescando dai risparmi) e se nel medio termine questo modello non è protraibile che cosa dobbiamo fare? Negli anni passati la strategia che è andata per la maggiore è stata quella della cosiddetta «seconda gamba», in sostanza si è tentato di mettere in equilibrio il sistema sviluppando pensioni e polizze integrative. Questa strategia però non sembra aver conquistato gli italiani: solo il 20% degli occupati ha aderito alle pensioni integrative e solo il 12,1% degli interpellati da Censis-Unipol possiede uno strumento previdenziale o assicurativo integrativo. Manca l’informazione (nonostante il legislatore abbia puntato molto sulla seconda gamba) ma anche la fiducia verso gli operatori di mercato. «La cultura assicurativa da noi stenta ancora a decollare» commenta Giuseppe De Rita. Poi la crisi ha complicato il quadro, infatti se solo un anno fa prevaleva una specie di preclusione ideologica a integrare il welfare pubblico, oggi scatta un niet perché la spesa aggiuntiva è insostenibile per il budget familiare. In tutte queste decisioni pesa un’incertezza sull’ammontare futuro della propria pensione. Aumenta infatti in modo consistente il numero dei capifamiglia che vorrebbe conoscere l’importo del reddito di cui potrà disporre nella fase di ritiro dal mondo del lavoro.
C’è dunque necessità di sbloccare la situazione prima che la crisi scavi ancor di più nel disagio sociale e mettendo in difficoltà le famiglie mini le reti di protezione. La tesi del Censis è che quei 20-22 miliardi di euro che le famiglie tirano fuori per le cure odontoiatriche, per mantenere gli studi dei figli e assistere gli anziani, sono una spesa disorganizzata e inefficiente. Ci sarebbe molto da guadagnare da una (sua) migliore organizzazione e da economie di scala più favorevoli rispetto all’acquisto in prima persona sul mercato. «Il bisogno sociale è diventato una costellazione e richiede nuove policy» sostiene De Rita. La prima si chiama welfare aziendale, la seconda potrebbe passare per casse mutue territoriali, la terza tramite interventi e accordi con le categorie. Il welfare quindi si autoriforma dal basso «industrializzando» quanto le famiglie già oggi spendono. Non si parte da zero, anzi la straordinaria diffusione degli accordi di welfare aziendale, a partire dall’esperienza pilota di Luxottica alla quale Unipol ha fornito know how e prodotti, indica proprio una nuova strada che magari rinunci alla pedagogia capitalistica dall’alto e crei invece le condizioni di una contrattazione dal basso. Il welfare quindi si ridisegna partendo dalla periferia. Ma il mondo assicurativo è pronto a questa discontinuità? «Il capitalismo collaborativo fa parte del nostro Dna — risponde Carlo Cimbri, amministratore delegato di Unipol — e per rispondere ai nuovi bisogni sociali non abbiamo paura di innovare».
Il Corriere della Sera 26.10.12
"Perchè difendo quel contributo", di Cesare Damiano
Il problema dei lavoratori rimasti senza reddito a causa della riforma delle pensioni del ministro Fornero torna in primo piano. Lo scorso mercoledì alla commissione Lavoro della Camera è stato votato all’unanimità un emendamento alla legge di Stabilità che affronta questo tema e che si propone di tutelare altri lavoratori al di là dei 120 mila salvaguardati in precedenza. Il governo, in quella sede, ha dato ancora una volta un parere contrario sul tema delle coperture finanziarie. L’emendamento rappresenta un passo importante verso la soluzione di un problema di così ampia rilevanza sociale. Ed è significativo che sotto il nome del primo firmatario, il Presidente della commissione Silvano Moffa, ci siano le firme di tutti i capigruppo, di maggioranza e di opposizione.
In precedenza la commissione Lavoro aveva approvato la proposta di legge 5103, di cui ero il primo firmatario, trasformata in testo unico con l’abbinamento di altre due proposte dell’Idv e della Lega. Contro di essa si erano levati gli strali della Ragioneria dello Stato che aveva contabilizzato la necessità di coperture miliardarie (nella somma delle voci qualcuno aveva azzardato la cifra di 30 miliardi di euro), di alcuni commentatori politici e di rappresentanti di partito che insistevano sul fatto che la «proposta Damiano» avesse l’obiettivo di smontare la riforma pensionistica del ministro Fornero. In particolare si puntava l’indice su un articolo (articolo 1 comma 1) che veniva accusato di voler ritornare alle pensioni di anzianità e ai «gradini». Lo stesso governo si associava al coro dimenticando un piccolo particolare: che la proposta era stata suggerita dallo stesso ministro del Lavoro nella seduta alla Camera del 20 giugno scorso. Riportiamo, per precisione, il passo del discorso: «Da ultimo, sempre nella valutazione del costo collettivo e dell’impatto sul trattamento previdenziale, si potrebbe considerare di ricorrere ad una norma per estendere il retroattivo contributivo anche per gli uomini – ricordo che tale norma è già in vigore per le donne (con 57 anni di età e 35 di contributi possono andare in pensione, ndr) – come opzione di scelta da demandare a lavoratore e azienda». Per iniziativa di un parlamentare del Pdl, questa proposta è stata inserita nella mia proposta di legge. Domanda: chi voleva smontare la riforma?
Dopo la cortina fumogena sollevata ad arte da buona parte dei media, noi abbiamo continuato a lavorare con ostinazione per risolvere il problema di persone disperate che hanno visto allontanarsi il traguardo della pensione anche di quattro o cinque anni e che, essendosi licenziate nel corso del 2011, rimarranno per lungo tempo senza reddito. Nessuno vuole fare spot elettorali o cancellare riforme: il nostro obiettivo è semplicemente quello correggere un errore. Il nuovo emendamento ha tenuto conto di alcuni suggerimenti: in primo luogo abbiamo eliminato la proposta Fornero, quella che consentiva anche agli uomini, con il calcolo tutto contributivo, di andare in pensione con 57 anni di età e 35 di contributi (la Ragioneria ha stimato un costo di sette miliardi, anche se il ministro ha detto che solo poche donne l’avevano utilizzata. Potenza delle cifre!). Inoltre abbiamo circoscritto la salvaguardia a due anni cruciali: il 2013 e 2014. Le cosiddette famiglie di lavoratori da tutelare sono state individuate in modo specifico, come del resto già indicato dalla precedente 5103: lavoratori esodati o che hanno sottoscritto accordi di mobilità territoriale; lavoratori che hanno proseguito volontariamente il versamento dei contributi volontari; lavoratori che sono stati licenziati individualmente; insegnanti ai quali è stato calcolato l’anno solare e non quello scolastico; macchinisti delle ferrovie e alcuni lavoratori del settore marittimo; dipendenti del settore creditizio. Si tratta di situazioni da risolvere, i cui esempi abbiamo indicato più volte al governo. Infine, per le coperture finanziarie, abbiamo adottato lo schema del fondo proposto dall’esecutivo già nella legge di Stabilità. Un fondo che deve essere previdenziale e non assistenziale, nel quale far confluire diverse risorse: i nove miliardi già stanziati per salvaguardare i primi 120.000 lavoratori, vincolando gli eventuali risparmi per tutelare altre persone; i 100 milioni stanziati dal governo; le risorse che si ricavano da una tassa di solidarietà per la parte eccedente i redditi di 150.000 euro; infine, la clausola di salvaguardia già individuata in precedenza (quella relativa ai tabacchi), nel caso le risorse non fossero sufficienti. È stato fatto un ottimo e serio lavoro unitario, durato alcuni mesi, che ha ricevuto nella giornata di ieri il plauso di tutti i sindacati e che ha l’obiettivo di ascoltare il Paese reale. Mi è parsa stonata la voce di Confindustria contraria alla tassazione degli alti redditi, «gli unici che consumano…». Vogliamo rassicurare viale Dell’Astronomia: se quelle risorse di solidarietà chieste ai redditi alti aiutano a mandare in pensione chi oggi non ha reddito, otteniamo due obiettivi: ridiamo spazio ai consumi, in questo caso popolari, e offriamo un segnale di equità al Paese. Non ci dispiace il fatto che i sacrifici, per una volta, vengano equamente distribuiti. La legge di Stabilità ha bisogno di radicali cambiamenti: tra le priorità abbiamo sicuramente anche quella di una correzione al sistema pensionistico nel senso dell’equità sociale.
L’Unità 26.10.12
"Bertolaso ordinò: niente verità", di Giuseppe Caporale ed Elena Dusi
“La sequenza in corso può evolversi con successive scosse di terremoto di magnitudo confrontabile a quelle di questi giorni”. Questo scrivevano gli scienziati dell’Ingv il 9 aprile 2009, tre giorni dopo la scossa principale nel documento che Repubblica è in grado di pubblicare, ma che all’epoca fu “occultato” da Guido Bertolaso. LE ZONE adiacenti all’area epicentrale hanno una probabilità non trascurabile di essere interessate da attività sismica. In particolare la zona sud-orientale potrebbe essere sede di futuri terremoti di magnitudo moderata o forte”. Quelli del sismologo Enzo Boschi (presidente dell’Ingv) e Franco Barberi (presidente vicario della commissione) furono però tentativi inutili di far conoscere all’opinione pubblica gli ulteriori rischi che correva l’Abruzzo. Bertolaso bloccò infatti la conferenza stampa e il comunicato.
“NESSUN VERBALE”
Ma questa è solo l’ultima delle azioni tese a anestetizzare la paura per lo sciame sismico.
Perché era «la verità che non si deve dire», di cui Bertolaso il 9 aprile parlava nella telefonata con Boschi, intercettata dai Ros di Firenze che indagavano sulla cricca del G8 e che finirà agli atti del secondo filone d’inchiesta sulla commissione Grandi Rischi.
I sette membri dellacommissione sono stati condannati lunedì scorso a sei anni di reclusione e all’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici per omicidio colposo, proprio a causa della riunione del 31 marzo 2009, quando Bertolaso li “mandò” all’Aquila per smentire l’allarme lanciato da Giampaolo Giuliani, il tecnico di laboratorio che attraverso il sistema di rilevazione del gas radon annunciava da giorni l’arrivo di una tremenda scossa a Sulmona.
E per eseguire l’ordine del capo del dipartimento — che pretese quel giorno dagli scienziati una conferenza stampa — gli stessi sismologi finirono con il tranquillizzare la popolazione. Ma non fu vera riunione: convocata da Bertolaso, che non aveva titolo per farlo, si tenne (prima e unica volta) fuori dalla sede ufficiale del dipartimento, quella di via Ulpiano a Roma. E durò appena 45 minuti. Al termine non fu redatto nemmeno il verbale: verrà confezionato in gran fretta dagli uomini del dipartimento e firmato dagli scienziati il 6 aprile 2009 (ma datato 31 marzo). Quando la città era già in macerie. Perché doveva essere solo «un’operazione mediatica », come ammette lo stesso Bertolaso al telefono con Daniela Stati, allora assessore regionale alla Protezione Civile dell’Abruzzo.
“QUELLO SCEMO DI GIULIANI”
12 marzo 2009, ore 21,46. Fabrizio Curcio, collaboratore di Bertolaso, chiama il suo capo. Curcio: «Volevo avvertirla che in Abruzzo, all’Aquila in particolare… C’è di nuovo quello scemo che ha iniziato a dire che stanotte ci sarà il terremoto devastante». Bertolaso: «Eh». Curcio: «Noi stiamo cercando con Mauro (Dolce, capo ufficio rischio sismico della Protezione Civile, ndr) di far fare un comunicato all’Ingv… In modo che siano loro a definire questa cosa, perché all’Aquila si è sviluppata un’ansia bestiale. C’è insomma parecchio movimento, telegiornali e quant’altro».
Bertolaso: «Ma chi è questo?». Curcio: «È un tal Giuliani che ogni tanto se ne esce con queste dichiarazioni… «. Bertolaso: «Fai fare un comunicato dove annunciamo che verrà denunciato per procurato allarme e saranno denunciati con lui quegli organi di stampa che riportano notizie che sono notoriamente false. Okay?». Curcio: «Okay, grazie».
Nei giorni seguenti Bertolaso denuncerà Giuliani, ma il tribunale di Sulmona, dopo il sisma, archivierà il fascicolo.
“ SITUAZIONE NORMALE”
30 marzo 2009, ore 15.38. All’Aquila c’è l’ennesima scossa, questa volta di magnitudo più intensa (4.1). La città è nel caos. Migliaia di persone escono dalle case e dagli uffici e corrono in strada. Persino i ragazzi della Casa dello Studente — che poi crollerà — evacuano l’edificio e chiedono un’ispezione al responsabile della struttura. Ma gli studenti vengono
rassicurati e fatti rientrare. Intorno alle 19 il capo della Protezione Civile chiama Daniela Stati, assessore regionale. «Sono Guido Bertolaso». Stati: «Che onore». Bertolaso: «Ti chiamerà De Bernardinis il mio vice, gli ho detto di fare una riunione all’Aquila domani, su questa vicenda di questo sciame sismico che continua, in modo da zittire subito qualsiasi imbecille, placare illazioni, preoccupazioni… Io non vengo, ma vengono Zamberletti (l’unico che poi non parteciperà, ndr), Barberi, Boschi, i luminari del terremoto in Italia. Li faccio venire all’Aquila, da te o in prefettura. In modo che è più un’operazione mediatica, hai capito? Così loro, che sono i massimi esperti di terremoti, diranno: è una situazione normale. Sono fenomeni che si verificano… Meglio che ci siano cento scosse di quattro scala Richter piuttosto che il silenzio, perché cento scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa quella che fa male… Hai capito? (…) Tu parla con De Bernardinis e decidete dove fare questa riunione domani, poi fatelo sapere (alla stampa, ndr)
che ci sarà questa riunione. E che non è perché siamo spaventati e preoccupati, ma è perché vogliamo tranquillizzare la gente. E invece di parlare io e te, facciamo parlare i massimi scienziati nel campo della sismologia». Stati: «Va benissimo».
“NASCONDERE LA VERITÀ”
9 aprile 2009, ultimo giorno di intercettazioni sulle utenze di Bertolaso, che fa due telefonate importanti: a Boschi, per impartire l’ordine di nascondere la verità sulle nuove scosse, e all’allora sottosegretario Gianni Letta, al quale chiede di «zittire i giornali» sulle polemiche intorno alla Grandi Rischi.
La Repubblica 26.10.12
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“Noi eravamo preoccupati ma comandava e decideva lui alla fine ci impose il silenzio”
«Bertolaso era preoccupato, non voleva causare allarme. Così la nostra relazione sui rischi di nuove forti scosse all’Aquila non fu discussa. La Commissione Grandi Rischi non si è mai riunita. Né è mai stato emanato il famoso comunicato stampa che Bertolaso aveva chiesto di visionare prima della pubblicazione». Il sismologo Enzo Boschi all’epoca del terremoto dirigeva l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). Oggi non ci sta a passare come lo scienziato asservito ai diktat di un capo della Protezione Civile interessato più che altro a minimizzare l’allarme. Cita come prova il rapporto tutt’altro che rassicurante che l’Ingv redasse due giorni dopo la scossa del 6 aprile 2009.
Come andò esattamente?
«L’8 aprile all’Ingv mettemmo insieme tutti i dati sismologici. La situazione era preoccupante. Lo sciame minacciava di durare a lungo e di generare altre scosse forti come quella del 6 aprile. Scrivemmo un rapporto e lo inviammo a Franco Barberi alla Commissione Grandi Rischi. Anche lui si preoccupò e decise di convocare per il giorno successivo una riunione congiunta. Si scontrò però contro la decisione negativa di Bertolaso. Lui non voleva assolutamente che si creasse ulteriore allarmismo.
La riunione fu cancellata e si decise di pubblicare solo un comunicato stampa, che Bertolaso chiese di controllare prima della pubblicazione. Intervenne a quel punto Mauro Dolce, sempre della Protezione Civile. Lui era dell’idea di non diffondere neanche quel comunicato. Così alla fine non se ne fece niente».
Non è stato scorretto nascondere il documento?
«In quei giorni eravamo molto tesi e divisi. Una parte di noi riteneva che fosse giusto diffondere ogni notizia. Altri si preoccupavano dell’allarme che ne sarebbe seguito. In fondo le persone erano già fuori delle case, in sicurezza. Che senso aveva annunciare il rischio di nuove forti scosse? Bertolaso era dell’idea di calmare prima di tutto la gente».
Voi siete stati molto cooperativi con lui.
«Io non sono cooperativo. Tutta la Grandi Rischi è stata cooperativa. Durante le emergenze ci deve essere qualcuno che comanda. È giusto che sia il capo a scegliere le strategie. In passato, al di fuori delle situazioni di crisi, io con Bertolaso ho avuto scontri molto forti. E in quel frangente lui era soprattutto
preoccupato che io facessi comunicazioni allarmanti. Di quella telefonata in cui lui parla di “operazione mediatica” poi non sapevo niente, come del resto tutti noi. Lo abbiamo saputo dalla stampa».
Nella riunione all’Ingv si parlò del rischio di crollo della diga di Campotosto?
«Se ne parlò qualche giorno più tardi. A Gian Michele Calvi, l’ingegnere che dirige Eucentre, fu affidato il compito di fare i calcoli per verificare la tenuta della diga. Ma i risultati della sua analisi furono rassicuranti».
Una volta lei disse che le vittime di un sisma sono proporzionali alla corruzione di un paese. Pensava all’Aquila?
«No. Sono i risultati di uno studio scientifico che mi è capitato di leggere. Si riferiva alla pessima qualità degli edifici nei paesi corrotti. Ma non ho fatto io quel calcolo ».
La Repubblica 26.10.12
"Fiat, a Pomigliano torna la CIG", di Giuseppe Vespo
Ancora cig a Pomigliano. Gli oltre duemila operai della Fiat torneranno ai riposi forzati dal 26 novembre al nove dicembre. Lo stop è stato annunciato ieri dal Lingotto ai sindacati e sarà preceduto da un’altra pausa già in programma: da lunedì prossimo al 12 novembre. Il motivo del ricorso alla cassa integrazione è sempre lo stesso: «Esigenze di mercato». L’industria automobilistica è tornata ormai ai livelli di venti anni fa, in uno scenario in cui Ford ha appena annunciato l’intenzione di chiudere nel 2014 l’impianto di Genk in Belgio tagliando 4.300 lavoratori e Psa Peugeot Citroen ha ottenuto dallo Stato francese garanzie finanziarie a sostegno del suo ramo bancario. Il Lingotto non fa eccezione.
LA DISCRIMINAZIONE In questo quadro, al Gianbattista Vico di Pomigliano d’Arco, dove si produce la nuova Panda, si discute della sentenza della Corte d’Appello di Roma che impone alla Fiat di assumere nello stabilimento campano 145 lavoratori iscritti alla Fiom. Una decisione che conferma quanto già stabilito in primo grado dal Tribunale di Roma: il fatto che tra i 2.093 assunti al momento dell’apertura della fabbrica campana non vi fossero iscritti alla Fiom, rappresenta una discriminazione dell’azienda nei confronti del sindacato guidato da Maurizio Landini. Contro questa doppia sentenza la Fiat pensa al ricorso alla Corte di Cassazione e ribadisce che il numero attuale dei dipendenti di Pomigliano «è più che adeguato». Sarà per questo che tra alcuni degli operai campani del Lingotto serpeggia una strana paura: e se il rientro dei colleghi imposto dai giudici pregiudicasse il posto di chi sta dentro? Qualcuno ieri ha pensato bene di cominciare a raccogliere delle firme contro i 145 colleghi che dovranno entrare nella fabbrica con poco lavoro. Lo dice apertamente il segretario generale della Fim di Napoli, Giuseppe Terracciano: «Senza entrare nel merito, la sentenza sta generando una serie di tensioni fra i lavoratori», preoccupati appunto di dover «far posto a quelli della Fiom». «Chi è stato assunto dice Terracciano teme che Fiat decida di farlo uscire, vista la situazione di difficoltà del mercato. Chi è fuori non capisce perché qualcuno dovrebbe avere inquesta fase un diritto di preferenza su altri, non per ragioni collegate alla sua condizione di lavoratore, ma di precedente appartenenza ad un’organizzazione sindacale».
I CAPI IN AZIENDA Appreso delle firme, Maurizio Landini segretario della tute blu Cgil, parla di «atto gravissimo», che spiega così: «I capi Fiat nello stabilimento di Pomigliano stanno girando per le linee di montaggio e, attraverso l’ennesimo ricatto, stanno chiedendo ai lavoratori di firmare un testo in cui si schierano contro il rientro dei 145 lavoratori della Fiom». Landini e il suo sindacato propongono invece una contro-petizione perché tutti vengano assunti entro Natale. L’iniziativa, discussa nel corso del direttivo regionale di ieri, è stata presentata da Andrea Amendola, segretario provinciale Fiom di Napoli, che ha fatto sapere che le tute blu Cgil ne parleranno ai lavoratori nell’assemblea che si terrà martedì a Pomigliano. «Risponderemo con una nostra petizione per chiedere l’assunzione di tutti i lavoratori in Fabbrica Italia Pomigliano riprende Landini Entro dicembre tutti devono rientrare a lavoro nello stabilimento, utilizzando come già succede nelle altre fabbriche, gli ammortizzatori sociali, a partire dai contratti di solidarietà. Riteniamo che le forze politiche e le Istituzioni debbano esprimersi e intervenire per garantire le libertà nel gruppo Fiat. E ci auguriamo che le altre organizzazioni sindacali prendano distanza da questo comportamento dell’azienda». E il governo cosa fa di fronte a quanto avviene alla Fiat? si domanda l’ex sindacalista (Fiom) e ora parlamentare Italia dei Valori Maurizio Zipponi: «La nuova cig per i lavoratori di Pomigliano è l’ennesima prova che la Fiat sta ingannando le istituzioni italiane e gli operai. Tutti ricordano quando Marchionne promise lavoro e investimenti ai dipendenti dello stabilimento di Pomigliano se questi avessero rinunciato ai diritti fondamentali previsti dai contratti nazionali. In realtà, l’amministratore delegato della Fiat ha utilizzato tale ricatto per discriminare quanti non erano d’accordo».
L’Unità 26.10.12
“Basta uomini al comando” l’Europa si scopre femminista, di Andrea Bonanni
Bocciato perché maschio. Per la prima volta nella sua storia l’Europa respinge un candidato ad un incarico di prestigio con la sola motivazione che è del genere “sbagliato”. ETRA il Parlamento europeo e i governi nazionali si apre una guerra dei sessi in cui la Banca centrale compare sul banco degli imputati sotto l’accusa di essere un’istituzione maschilista. Gli eurodeputati hanno respinto ieri con un voto in seduta plenaria la candidatura del presidente della Banca centrale del Lussemburgo, Yves Mersch, al board della Bce. La bocciatura, decisa «a prescindere dalle qualità del candidato», ha voluto essere un atto di protesta per il fatto che i 23 membri del Consiglio della Banca centrale europea (composto dai diciassette governatori delle banche centrali nazionali dell’eurozona più sei membri del board) sono tutti maschi e che nella lista dei possibili candidati non figurava neppure una donna.
La scelta di Mersch, che dovrebbe sostituire un banchiere spagnolo, era stata fatta a luglio dai ministri finanziari e confermata all’unanimità dal vertice dei capi di governo. Si tratta di una personalità ben conosciuta e la cui competenza è indiscussa. Ma il Parlamento da tempo reclama un riequilibrio dei generi nelle istituzioni e in particolare al vertice della Bce, che è la più “maschilista” di tutte: «Un club di vecchi ragazzi», ha ironizzato ieri il verde Philippe Lambert.
Già a settembre la Commissione parlamentare per gli affari economici aveva rinviato l’audizione di Mersch con queste motivazioni. Due giorni fa, a Strasburgo, il lussemburghese è stato ascoltato e interrogato, ma alla fine la commissione, presieduta dalla deputata britannica Sharon Bowles (che, guarda caso, è candidata alla guida della Bank of England) ha dato parere negativo senza neppure entrare nel merito del valore del candidato. Lo stesso giudizio è stato confermato ieri dal voto in plenaria, con 300 eurodeputati (in prevalenza del Ppe) a favore di Mersch, 325 contrari (soprattutto socialisti, verdi, liberali ed estrema sinistra) e 49 astensioni.
La bocciatura del Parlamento non chiude definitivamente la corsa di Mersch verso la poltrona di Francoforte. Il voto degli eurodeputati, infatti, in questo caso ha solo valore consultivo. Il Consiglio, composto dai rappresentanti dei governi, potrebbe dunque decidere di confermare la propria scelta e nominare comunque il lussemburghese nel comitato esecutivo della Banca centrale. Ma certo lo schiaffo ricevuto ieri dal Parlamento apre un grosso problema politico. Come possono i governi dei diciassette Paesi dell’eurozona fingere di ignorare l’accusa di sessismo e di discriminazione a danno delle donne? Tanto più che i fatti confermano questa realtà. Nella storia della Bce ci sono in effetti state solo due donne sedute nel board, prima una finlandese e poi un’austriaca. Ma quando il mandato di quest’ultima è scaduto nel 2011, è stata sostituita da un belga (maschio) che ha superato una candidata slovacca. La prossima scadenza di un membro del board è prevista solo nel 2018.
La patata bollente ora è nelle mani dei ministri. Si sa che la Germania tiene molto alla nomina di Mersch, considerato un “falco” del rigore alla tedesca.
Ma se vorranno insistere su questa candidatura, i governi dovranno offrire in cambio all’opinione pubblica qualcosa di più che “le belle parole” inutilmente spese da Van Rompuy per convincere il parlamento a votare il banchiere dal sesso sbagliato.
La Repubblica 26.10.12
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“Solo grisaglie, non è la società l’Europa difenda i suoi principi”, di ANAIS GINORI
«HO pubblicato la foto sul mio sito per smuovere un po’ le coscienze ». L’immagine è quella del consiglio direttivo della Bce, di cui fanno parte i sei membri del board più i diciassette governatori della zona euro. Solo grisaglie, nessuna donna. «Una foto che mostra un establishment arcaico dell’Europa, tagliato fuori dalla società» commenta Sylvie Goulard, eurodeputata francese all’origine della campagna che ha portato al voto di ieri del parlamento di Strasburgo. «Ma non chiamatemi “pasionaria” » precisa subito Goulard, già consigliere politico di Romano Prodi alla presidenza della Commissione europea. Una guerra tra sessi ai vertici dell’Ue?
«Nessuna guerra. Al parlamento europeo ci sono molti uomini che mi sostengono. Non ho niente contro Yves Mersch (il candidato al board Bce, ndr), così come rispetto il lavoro della Banca Centrale. Mi batto per una giusta rappresentanza democratica nelle istituzioni.
L’Europa non è solo banche e moneta. Dobbiamo difendere anche dei principi». Il voto dell’Europarlamento rischia di non aver alcun effetto. «Giuridicamente il Consiglio può procedere comunque. Ma io spero in un ripensamento. Sarebbe grave dare uno schiaffo all’Europarlamento, organismo eletto dai cittadini. Oltretutto, significa disattendere i principi iscritti nella nostra Carta fondamentale. Non possiamo dare lezioni alla Tunisia sul rispetto dei diritti delle donne e poi ignorare regole elementari in casa nostra. La sede della Bce non è a Riad né al Vaticano».
E se la nomina di Mersch fosse solo una questione di merito?
«È una fesseria. La zona euro ha 330 milioni di cittadini di cui la metà sono donne. Mi volete dire che non ce n’è neppure una che sia all’altezza? Non scherziamo. Con alcuni eurodeputati abbiamo sottoposto al Consiglio una lista informale di possibili candidate al board. Non sono i nomi che mancano, è la volontà di cambiare le cose». Il mondo della finanza è ancora troppo maschile?
«Non penso che le donne al potere siano migliori o che prendano meno rischi degli uomini. Credo però che sia importante reagire all’attuale crisi con la ricerca di nuovi talenti, aprendo procedure di nomina più trasparenti anziché andare avanti con la vecchia cooptazione. Lo stesso Mario Draghi, nel suo ultimo discorso da governatore della Banca d’Italia, aveva parlato dell’importanza della parità per la competitività di un sistema economico. È logico visto che il 60% dei neolaureati sono donne. L’Europa deve essere la prima a dare l’esempio».
La Repubblica 26.10.12
