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Legge di stabilità: Ghizzoni, Governo favorirà emendamento soppressivo

In Commissione cercheremo coperture alternative. “Il Governo, durante l’esame della Legge di stabilità in Commissione, ha annunciato formalmente che intende favorire una proposta emendativa per sopprimere l’attuale testo sul tema dell’orario dei docenti. – lo fa sapere Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura, scienze e Istruzione della Camera dei Deputati e relatrice della legge, al termine della discussione generale, che si è svolta in commissione alla presenza del sottosegretario Rossi Doria – In commissione tutte le forze politiche si sono espresse per un cambiamento correttivo del testo. Ora, con la presentazione di un emendamento unitario, lavoreremo – conclude Ghizzoni – per reperire le risorse a copertura della somma prevista dalla Spending Review.”

Senza le piccole librerie storiche le città italiane perdono l'identità", di Aldo Cazzullo

Arrivi a Firenze, fai un giro di librerie, e non le trovi più. Nel tempo hanno chiuso Marzocco, Martelli, Le Monnier, la libreria del Porcellino, quella dell’Editrice fiorentina, Seber, Sp44, Aleph, la Cima (la prima ad aprire una caffetteria); e ora sta chiudendo pure Edison. Praticamente la città che ha inventato la lingua e la letteratura italiana è rimasta con due sole librerie «omnibus», rivolte a tutti i lettori: entrambe di catena, per quanto gestite con amore; e una attaccata all’altra.
Arrivi a Napoli, sali al quartiere borghese, il Vomero, e vedi che di librerie non ce ne sono più: chiusa la storica Guida, sta chiudendo pure la Fnac; mentre la Treves ha sbarrato l’antica sede di via Roma per riaprirne un’altra, molto più piccola.
Accade in tutta Italia. A Venezia chiude la libreria di calle Vallaresso, a un passo da San Marco. A Verona chiude la storica Barbato di via Mazzini, la spina dorsale della città, per riaprire in periferia. E gli esempi potrebbero continuare.
Molte librerie indipendenti sono in grande difficoltà. La crisi addenta i Piccoli, anche in questo cruciale settore. Perché non sono a rischio soltanto posti di lavoro e volumi d’affari; sono pezzi di città che svaniscono, luoghi di aggregazione che vanno perduti, un patrimonio di cultura e di storia che si impoverisce. E’ evidente che si deve fare qualcosa.
Il fenomeno non è nuovo. Ma con la crisi sta precipitando. La legge pensata per bloccare gli eccessi di ribasso, vale a dire gli sconti, alla fine si è rivelata controproducente. Perché, se girano meno soldi, e se la promozione diventa più difficile, si vendono meno libri.
Va trovata un’altra soluzione. Che non può consistere nell’andare contro la modernità. L’e-commerce si ricaverà spazi crescenti, proprio come gli e-book (sia pure a ritmi diversi da quelli americani, dove sono messe male pure le grandi catene). L’unico modo per uscire dall’attuale crisi del libro, e per prevenire le crisi prossime venture, è lavorare sia sulla domanda che sull’offerta, sia sul fronte del cliente che su quello del commerciante, sia sul lettore sia sul libraio.
Non c’è dubbio che la cultura della parola scritta — e stampata — stia vacillando, proprio mentre si diffondono l’interesse per la vita pubblica e per il mondo globale, insieme con la consapevolezza che l’informazione e i legami di interdipendenza tra i vari Paesi e i vari mercati condizioneranno sempre di più le nostre vite. Occorre diffondere l’abitudine al libro e il piacere della lettura fin dalla scuola. Non sarebbe male che la televisione dedicasse più spazio ai libri. Ma occorre anche formare meglio i librai.
Come in tutti i mestieri che si tramandano di padre in figlio, può accadere che il talento passi attraverso le generazioni, o si smarrisca. Se qualcuno pensava che il mercato del libro garantisse una rendita, ora ha senz’altro capito di essersi sbagliato. Il mercato è anzi in continua flessione: a settembre di quest’anno faceva segnare meno 9 per cento rispetto al 2011, che pure era stato un anno negativo. A questo si aggiungono il caro-affitti, in particolare per i locali nei centri storici, e le difficoltà nell’accesso al credito. Si spiegano così i fallimenti, le rinunce, le chiusure.
Per fortuna, i librai italiani sono capaci di resistenza e di reazione. Il loro amore per i libri e per il mestiere li salverà. La passione, da sola, non è una condizione sufficiente; ma è necessaria. Il libraio del futuro dovrà sempre di più fare delle scelte. In Italia si pubblicano sin troppi libri. Si tratta di tenere quelli che incontrano il gusto della propria clientela— a costo di non fare entrare novità che l’editore vorrebbe imporre —, e di ritagliare uno spazio per classici ed “evergreen” oggi introvabili. Una via può essere la specializzazione. Ma è importante anche mantenere aperto il canale con il pubblico, continuare o tornare a consigliare il cliente, investire tempo ed energie non solo nelle defatiganti operazioni di esposizione ma anche nel conoscere e suggerire il contenuto dei libri. Salvare le librerie storiche, e i loro librai, è nell’interesse di tutti: di chi i libri li scrive, di chi li pubblica, di chi li compra. E degli italiani consapevoli che una libreria fa parte del paesaggio di una città, concorre a definirne l’identità, ne custodisce un frammento di anima che non deve volare via.
Il Corriere della Sera 25.10.12

"Il ruolo nazionale del sindacato", di Michele Prospero

Non ci sono toni celebrativi nel libro-intervista di Susanna Camusso (Il lavoro perduto, editori Laterza). La «ragazza con la sciarpa rosa», che continua ad amare Hobsbawm anche ora che è alla guida della Cgil, avrebbe potuto solleticare l’orgoglio di sindacato.
Cosa sarebbe l’Italia senza la Cgil? In anni turbolenti, che hanno sconvolto la repubblica dei partiti e spezzato simboli, organizzazioni, identità, il mondo del lavoro è rimasto, con le sue strutture di mobilitazione, un presidio per una democrazia smarrita. Questo anello della continuità storica della nazione nonché garante della tenuta sociale in un sistema sfilacciato nelle sue istituzioni, ha consentito al Paese di reggere il carico di sfide difficili.
Più che rivendicare i meriti acquisiti, a Camusso preme ragionare sulle difficoltà del sindacato oggi, costretto a divincolarsi in «una stagione difensiva» entro cui il lavoro percepisce il suo scivolamento verso una condizione di povertà. Il segretario della Cgil avrebbe potuto accentuare il ritratto a tinte fosche di un’età di capitalismo irresponsabile inginocchiato dinanzi ad una aggressiva finanza speculativa («Prima della crisi le imprese hanno goduto a lungo di alti profitti. Hanno scelto di spostare gli asset nella finanza, immaginando di ricavarne un guadagno alto e a breve»). E invece la sua ossessione è di ricercare la via dell’innovazione culturale e organizzativa per riparare ad un deficit di rappresentanza (delle professioni precarie, autonome e flessibili).
Disgregato dalle delocalizzazioni, frantumato dal micro capitalismo, disarticolato dalle invenzioni giuridiche di una miriade di tipologie contrattuali, intrappolato dall’indebolimento della contrattazione nazionale, il mondo del lavoro deve cicatrizzare le ferite e inventare strategie per rappresentare i nuovi e antichi ceti subalterni. Certo che la rappresentazione dei nuovi lavori invisibili e la sorte disperata delle due generazioni usa e getta, sfidano anche il sindacato, spesso percepito come la trincea dei garantiti («Dove le assunzioni si fanno, i nostri iscritti sono anche i giovani», ricorda Camusso). Ma il sindacato penetra nell’universo del lavoro atipico, nei call center o negli studi professionali è la vittima di questa cieca propensione del capitale ad edificare un regime dell’insicurezza permanente (anche a chi lavora in un cantiere fanno aprire una partita Iva!), non certo l’artefice di gabbie di esclusione. Nondimeno Camusso riconosce che la linea della solidarietà con i precari si è infranta e che «abbiamo sbagliato a non usare la forza collettiva dei più garantiti per difendere anche le persone senza contratto o con contratto atipico».
Il blocco parassitario insediato in Italia non è riconducibile al sindacato dei diritti, che invoca mutazioni di processo e di prodotto, ma a un capitalismo che accumula ricchezza senza alcuna innovazione, che compete nel mercato globale senza effettuare gli investimenti adeguati. Solo con il contenimento del costo del lavoro e con la precarizzazione di massa non si determina però la crescita, si sparge anomia e inefficienza. Rispetto all’asfissia dell’impresa e ai ritardi delle istituzioni, il sindacato pratica da sé l’apertura universalistica che solo il lavoro può sprigionare. Andando oltre le stratificazioni etniche, riconosce un ruolo all’immigrato (il 15 per cento degli iscritti è straniero) sulla base dell’assunto di Camusso che «il sudore del corpo che lavora ha un solo colore».
Le contraddizioni del tempo non giustificano i ritardi (Camusso trova strano che i giudici con «interpretazioni ardite» abbiano letto l’art. 18 come il divieto di licenziamento in assoluto) nella costruzione della postmoderna rappresentanza sociale (gli autonomi precari pagano la stessa aliquota di un dipendente senza avere però uguali prestazioni previdenziali, assicurative, sanitarie). La lotta alle diseguaglianze non esclude per Camusso un momento di cooperazione con una impresa che davvero interpreti l’innovazione e smetta di sognare un soggetto insicuro, precario, più povero. Non Marchionne, con le sue venature dispotiche, ma Squinzi («Un imprenditore che ama la sua azienda, non punta a dividere i sindacati e non vuole entrare in politica») può essere un interlocutore nel ridefinire il rapporto tra impresa e lavoro.
Nella debolezza del sistema produttivo una redistribuzione del reddito passa più che su una strategia del conflitto su una leva fiscale che combatta l’evasione come fattore di diseguaglianza. Per Camusso il conflitto va declinato in forme nuove. La figura centrale della classe (il bracciante, l’operaio di fabbrica) non è oggi disponibile e anzi la categoria con la maggiore quota di iscritti nella Cgil è quella dei lavoratori del terziario (commercio, servizi, turismo dove peraltro l’età media dei delegati è sotto i 30 anni). Ciò impone al sindacato un potenziamento della sua natura confederale e la rinuncia a sirene corporative. Il richiamo al generale non è estraneo al sindacato che non respinge le politiche di rigore, quando necessarie. Per il carico di sacrifici connessi alla pratica della concertazione, Camusso polemizza con le deformazioni semantiche di Monti che descrive un fantasioso paradiso di concessioni e di sprechi. La classe lavoratrice non ha mai avuto bisogno di lezioni edificanti per rispolverare il senso dello Stato, appannato proprio nei ceti dominanti.
La crescita per Camusso scavalca gli accordi tra le parti sociali ed evoca un nuovo governo pubblico (grandi opere, politica industriale, riacquisizioni, investimenti di qualità e di indirizzo a utilità differita, cura di aziende strategiche). Il nesso con la politica è ineludibile: «Il sindacato deve essere autonomo da ogni governo, non indifferente a chi governa». Il ruolo politico del sindacato non significa, come ha ritenuto la Fiom, costruire uno specifico soggetto. Implica invece per Camusso la possibilità di guardare con attenzione agli sforzi per recuperare un radicamento sociale dopo le scorciatoie del Lingotto. Dinanzi a un partito che con Bersani torna a cimentarsi sulla rappresentanza del lavoro, la Cgil non può restare indifferente.
Oggi Camusso rimarca un connubio insidioso tra liberismo e antipolitica proposto dai poteri dell’economia che hanno sostenuto il ventennio berlusconiano con la sua grottesca fabbrica della devianza. Il lavoro è rimasto l’unico principio di realtà in un Paese che proprio nelle sue classi dirigenti si è lasciato incantare da stupide narrazioni. Le velleità di ricollocare la sinistra sul terreno del liberismo (la vita come un eterno centro commerciale in cui il consumatore trova appagamento simbolico e cestina cultura, civismo, beni pubblici e comuni) appaiono sorprendenti.
Riscoprire il lavoro perduto secondo Camusso è la risposta a queste derive. Senza il lavoro si spezza l’identità del soggetto, si infrange la via della responsabilità, si inaridisce il percorso dell’autonomia. Non si combatte la disuguaglianza, l’esclusione, la marginalità e il declino senza provare a rappresentare il lavoro. Il lavoro è in Camusso la condizione per la restituzione di visibilità allo spazio pubblico, che pare sempre più colonizzato dalle potenze del denaro. Riemergono così antiche questioni di libertà e liberazione. Camusso le ripropone con una bella immagine di Trentin: «Un operaio deve poter imparare a suonare il violino se vuole».
L’Unità 25.10.12
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“Mi fa paura l’autoritarismo del movimento di Grillo”. Camusso: è un’organizzazione considerata come proprietà del leader, di Stefano Lepri
Quello che segue è un estratto del libro intervista di Stefano Lepri al leader della Cgil Susanna Camusso L’ irrigidimento delle strutture dei vecchi partiti favorisce il formarsi di partiti nuovi Il Movimento 5 Stelle è un misto singolare di partecipazione volontaria e di leaderismo…
«A me fanno paura le formazioni politiche o i partiti, diciamo così, personali, perché hanno in sé una quota di autoritarismo, di non costruzione dell’interesse collettivo. L’ho pensato e lo penso del berlusconismo, e lo penso ora di Beppe Grillo. Paradossalmente, lo penserei anche di Sinistra e Libertà nel momento in cui diventasse un raggruppamento costruito attorno al nome di Vendola e non una vera organizzazione. Anche nell’Italia dei Valori è presente, almeno in parte, questo problema. Purtroppo esistono anche esiti pessimi, come dimostra la Lega Nord, quando le generazioni successive sono già indicate, quando ci sono i discendenti del capo. Ovvero quando si ha un’idea della politica come luogo del proprio potere personale anziché come luogo di rappresentanza. Nel movimento di Grillo intravedo già alcuni fenomeni di questo tipo, di un’organizzazione considerata come proprietà personale del leader. Va detto tuttavia che Grillo è sicuramente un innovatore: il modello che ha costruito (sempreché lo rispetti), e cioè l’organizzazione aperta sulla Rete, il fatto di non andare in televisione (non so se per scelta o per obbligo) suggerisce un’idea nuova. Fa capire che forse non c’è un solo modo di fare politica, tutto molto formalizzato e virtuale (la tv), ma che si può usare l’informatica in maniera diversa. Anche se la Rete è anch’essa una realtà virtuale: in teoria è interattiva, poi non so quanto lo sia davvero».
Nelle ultime esperienze, Internet serve molto più a sfogarsi che a interagire con gli altri. Spesso quello che emerge è il peggio delle persone.
«Talvolta è così. In partenza è un modello che può essere anche interattivo; poi succede che siccome Internet è una forma di anonimato diffuso, vale il fatto ben noto da sempre che nelle lettere anonime la gente non dà il meglio di sé. Però usare la Rete per organizzare l’attività politica è sicuramente un’innovazione importante; ha risposto a una spinta che indubitabilmente esisteva. La sua fortuna è l’autoreferenzialità del sistema politico, così è facile apparire vicini alle persone, comunicare con loro. Su questa base, Grillo fa poi un’operazione di rottamazione violenta, ed io non sono affatto convinta che la rottamazione di per sé sia un valore. Per quel che vedo, Grillo non ha un’idea del Paese, non la comunica; la sua idea, per quanto è dato capire, è che si deve buttare via tutto. Secondo lui, nulla di ciò che è stato fatto è degno di essere salvato. Questo modo di pensare mi lascia quantomeno perplessa, perché in fondo se siamo qua… Certo, l’Italia ha tanti problemi, ma siamo diventati anche un grande Paese, abbiamo tante risorse, idee, cultura. Prendere tutto e buttarlo dalla finestra insegue la logica della contestazione per il gusto di protestare; ti consente anche di non dire cosa vuoi fare tu. Gridare che tutti fanno schifo fa molta audience, non c’è dubbio, raccoglie un sentimento popolare, ma poi? Se è vero che l’elezione del sindaco di un Comune disastrato da tante vicende di malgoverno come Parma si è giocata sulla questione dell’inceneritore, e l’ha vinta chi dice che l’inceneritore è la morte, ho seri dubbi che solamente su questo si possa costruire un’altra politica».
Spesso il «fanno tutti schifo» si lega al rifiuto di qualsiasi novità: non si deve costruire nulla, nemmeno le pale eoliche, stiamo bene così. Sui blog dell’antipolitica, siparlapocodisindacato, ma se si fa una ricerca sul nome di Susanna Camusso, si trovano soprattutto insulti perché ha detto sì alla Tav.
«La Cgil, nel suo congresso, ha detto sì alla Torino-Lione con il discernimento che ha sempre cercato di avere. Ci accusano di aver ceduto soltanto perché crea posti di lavoro. Ma non è affatto vero che qualunque opera pubblica ci vada bene. Per esempio, ci siamo opposti al ponte sullo Stretto di Messina. Non condividiamo invece l’idea che qualunque opera pubblica, siccome può essere frutto di corruzione, può avere gli appalti truccati, spende denaro pubblico, o potrà provocare in futuro impatti ambientali oggi imprevedibili, allora no, non si deve fare mai. Che idea di Paese ne viene fuori? Dove vogliamo andare? Qual è la struttura del Paese che si immagina? ».
La Stampa 25.10.12

"Il bromuro all’informazione" di Luca Landò

Attenzione, quello che state per leggere è un articolo diffamatorio. Perché nelle righe finali contiene affermazioni vere ma che risulteranno sicuramente sgradite ad alcune persone. E il punto è proprio questo. Se il disegno di legge sulla diffamazione che il Senato sta esaminando in queste ore dovesse entrare in vigore senza modifiche, un articolo in qualche modo scomodo o sgradito potrà facilmente venire considerato diffamatorio: a quel punto per il giornalista che l’ha scritto e il giornale che l’ha pubblicato si aprirebbero le porte di un inferno burocratico, economico e penale. A cominciare dalla rettifica, che secondo le norme in esame dovrebbe essere pubblicata entro due giorni senza commento e senza tagli: anche se falsa, anche se non documentata, anche se dovesse occupare intere pagine di giornale. Bisogna stamparla e basta. In caso contrario, il direttore si vedrebbe arrivare un ordine di pubblicazione e una sanzione da 15.000 a 25.000 euro. Se poi la notizia è stata pubblicata su un sito, chi si ritiene diffamato può chiederne l’immediata cancellazione dai motori di ricerca, pena un altro ordine di rimozione e una multa da 5.000 a 100.000 euro. Poco importa che il sito abbia ragione e il richiedente abbia torto: prima si toglie, poi si discute.
Superata la fase della rettifica obbligatoria che a differenza di quanto avviene in altri Paesi non servirà a evitare la causa l’autore di un articolo “diffamatorio” rischia di vedersi comminata una sanzione da 5.000 a 100.000 euro con l’obbligo da parte dell’editore di risarcire un danno che non potrà mai essere inferiore a 30.000 euro.
Calcolando che un giornale riceve in media 50-70 querele l’anno, la legge proposta provocherebbe un fatto tanto prevedibile quanto inaccettabile: che mentre le grandi testate potranno comunque scegliere se correre o meno il rischio di affrontare una causa per diffamazione, i giornali medio-piccoli dovranno starne ampiamente alla larga onde evitare di affossare bilanci sempre più in bilico soprattutto in questi tempi di crisi. Un bromuro legislativo su redazioni e libertà di informazione, insomma, ma che solo i grandi gruppi editoriali potrebbero avere la forza di rifiutare. Sempre che vogliano, ovviamente.
Andiamo avanti? Il giornalista che sbaglia, anche se in buona fede, viene trattato come un diffamatore di professione, perché entrambi vengono sospesi dal lavoro (e dallo stipendio). L’unica differenza riguarda la durata della sospensione: da uno a sei mesi se si tratta della prima condanna, da sei mesi a un anno per la seconda e da uno a tre anni per le diffamazioni prodotte in serie.
È vero, il disegno di legge contiene un aspetto positivo perché non prevede più il carcere per chi diffama, tanto che qualcuno l’ha definita legge salva-Sallusti. Peccato che questo innegabile passo avanti sia accompagnato da molti, inaccettabili balzi indietro.
Per liberare un giornalista, insomma, si finisce per ingabbiare tutta l’informazione. Lo hanno detto a chiare lettere commentatori di ogni schieramento politico e provenienza: «Un attentato alla libertà di stampa, una follia assoluta, norme allucinate» (Carlo Federico Grosso, docente di diritto penale); «Un’azione liberticida e dal sapore fascista», (Roberto Siddi, segretario della federazione nazionale della stampa); «L’interdizione dalla professione è fascistoide» (Mauro Paissan); «Una legge pericolosa, una minaccia» (Paolo Gentiloni); «Una normativa intimidatoria, un’indole vendicativa» (Vittorio Feltri), «Norme assurde e pericolose, un disprezzo assoluto per la libertà di stampa» (Giulio Anselmi, presidente della federazione degli editori).
Frasi dure ma realmente pronunciate e che qualcuno, gli autori del disegno di legge ad esempio, potrebbe d’ora in avanti ritenere sgradite se non diffamatorie. A meno che le norme che il Senato sta discutendo in questo momento non vengano cestinate e riscritte. Prima che sia troppo tardi.
L’Unità 25.10.12

Profondo rosso

In Italia viene uccisa una donna ogni due giorni ma il femminicidio è solo l’ultimo atto di violenze di ogni tipo. Sono crimini e vanno combattuti con le leggi e con l’educazione. “Oltre 100 donne uccise. Uccise perché donne. Nel nostro Paese crescono il dolore, lo sdegno e la preoccupazione. Ma si avvertono anche segni di rassegnazione. Non ce lo possiamo permettere. Occorre reagire subito con atti concreti. E’ necessaria una nuova legge organica contro il femminicidio anche secondo le piú recenti convenzioni internazionali”. Lo afferma la senatrice del Pd Anna Serafini.
“Noi – aggiunge – abbiamo giá presentato in bozza questo progetto di legge sul femminicidio, con l’aggravante per i delitti di genere, ma soprattutto con azioni di prevenzione. E’ stata firmata finalmente la Convenzione di Istanbul. Ora, come ha annunciato il ministro Fornero, ci attendiamo la ratifica. Da subito però occorrono due interventi: un investimento certo e sicuro per i Centri antiviolenza e per il sistema dei servizi di prevenzione che si occupano della violenza sulle donne e in secondo luogo occorre rompere ogni indugio e unificare tutte le informazioni in un’unica banca dati, che consenta a tutte le forze dell’ordine e all’intero sistema dei servizi dei antiviolenza di reperire in tempi rapidi le notizie sulle vittime e sugli autori del reato”.
“Oggi non è così. Le Forze dell’ordine hanno sistemi divisi. I dati non sono disaggregati per genere e per grado di parentela e questo rende difficile l’azione di prevenzione. E’ fondamentale anche fondamentale, come richiesto dalle associazioni firmatarie della Convenzione contro la violenza maschile sulle donne, di verificare l’efficacia e l’attuazione del Piano nazionale contro la violenza che termina nel 2013, una immediata ed efficace revisione con il contributo dei soggetti promotori della Convenzione”, conclude Serafini.
“No a lasciare le donne nella prigione di pratiche discriminatorie o perfino in balia della violenza domestica”. Questo il commento del segretario del PD, Pier Luigi Bersani.
“E’ necessario che chi ha responsabilità pubbliche e istituzionali faccia tutto quanto è in proprio potere per fermare il femminicidio. – lo dichiara Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, in occasione della manifestazione per l’avvio dei processo agli autori dei femminicidi di Barbara Cuppini, avvenuto a Serramazzoni il 18 Giugno 2011, e di Giuseppa Caruso, avvenuto a Carpi il 22 marzo 2011 – E’ il momento del protagonismo, è il momento della denuncia di un contesto culturale maschilista e ipocrita e di una politica inadeguata e talvolta inerte. I femminicidi non possono più essere considerati come fatti isolati: siamo di fronte ad un vero e proprio bollettino di guerra che annovera tra le sue vittime 90 donne dall’inizio del 2012. Eppure – prosegue Ghizzoni – c’è chi ancora si ostina a definire gli omicidi basati sul genere ‘delitti passionali’, se compiuti da un connazionale e ‘delitti d’onore’ causati dall’effetto di pratiche religiose o culturali, se compiuti da uno straniero. Sono, in realtà, crimini di Stato. Ce lo dicono le statistiche, ce lo dice l’Onu quando afferma che sono ‘tollerati dalle pubbliche istituzioni per l’incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita, ce lo dice la realtà che osserviamo e viviamo quotidianamente. E’ un fenomeno dalle proporzioni allarmanti e nei confronti del quale la politica ha mostrato finora la sua inadeguatezza e colpevole disattenzione. E’ necessario che il Parlamento agisca con urgenza e prima della fine della legislatura ratifichi la convenzione di Istanbul e che faccia proprie le raccomandazioni Onu rivolte alle Istituzioni italiane per il contrasto alla violenza maschile sulle donne e la prevenzione del femminicidio. Già a partire dai prossimi giorni – conclude la Presidente Ghizzoni – porterò all’attenzione della Commissione che presiedo il fenomeno del femminicidio, affinché si possa giungere ad una risoluzione condivisa che impegni il Governo ad attuare misure efficaci a sovvertire lo stato di cose esistente, anche a partire dai percorsi educativi”.
www.partitodemocratico.it

"Bersani: «Riforme radicali per il Paese», di Nini Andriolo

Puntare su «una strategia di crescita» da «mettere in movimento a livello europeo», così Bersani durante il vertice di ieri a Palazzo Chigi. Puntare sullo sviluppo, quindi, anche attraverso modifiche alla legge di stabilità che avvantaggino «i ceti medi e quelli popolari». Così il leader Pd, mentre il premier è convinto che «prima di porsi problemi sulla distribuzione della ricchezza» l’Italia «debba porsi il tema di come non restare troppo indietro nella creazione di ricchezza». Riforme strutturali, su queste insiste Mario Monti. «Il moderatismo non è l’atteggiamento adatto a descrivere ciò che serve al Paese in questo momento – ha spiegato ieri durante la presentazione del libro di Bruno Tabacci – Non c’è affatto bisogno di politiche moderate, ma di politiche e riforme radicali».
In questi giorni, però, è la legge di stabilità il tema all’ordine del giorno. Monti per primo si rende conto che «non si può andare avanti» con un provvedimento che «da una parte dà e dall’altra toglie», spiegano dal Pd. «Nel dialogo con le forze politiche si troveranno soluzioni più plausibili», sottolinea Bersani, dopo l’incontro di ieri a Palazzo Chigi. Il Presidente del Consiglio media tra il suo ministro dell’economia e il segretario Pd che aveva contestato a Grilli la visione, ultra ottimistica, di una legge di stabilità vantaggiosa per la maggioranza dei contribuenti.
E il leader democratico, ieri, ha ribadito a Grilli che «se si considera solo il tema Irpef, si può anche dire che il beneficio arriva ad un certo numero di italiani», ma «se si mettono insieme anche altre cifre come le detrazioni e l’Iva, i conti cambiano e l’idea che i ceti popolari ci guadagnino è del tutto infondata».
MODIFICHE, MONTI DISPONIBILE
Un’ora e mezza di confronto. Monti e Grilli da una parte, Bersani dall’altra. Si è concluso con il segretario del Pd il «giro d’orizzonte» tra il presidente del Consiglio e i leader della maggioranza. A Bersani il premier «è parso disponibile a modifiche» della legge di stabilità, anche se l’approdo del lavoro che si svolgerà in Parlamento non dovrà modificare «i saldi» ai quali «è affezionato il governo». Pd, Pdl e Udc, adesso, proveranno a trovare un’intesa da sottoporre a un esecutivo che non intende blindare il testo. Per Palazzo Chigi, in ogni caso, il ddl ha già un impianto «coerente» che garantisce «equità» ed «effetti positivi» per l’economia. Ma che contiene, secondo Bersani, più di un «difetto».
Al di là di ciò, tuttavia, il fatto nuovo dell’incontro di ieri riguarda il cuneo fiscale del quale, come ha rivelato il leader Pd, si è discusso durante il vertice. Per i democratici si potrebbe destinare una parte delle risorse che servono per ridurre l’Irpef all’alleggerimento del cuneo a vantaggio di pensionati e lavoratori dipendenti.
«Buono» l’incontro secondo il segretario Pd che batte su scuola, detrazioni, sanità ed enti locali. «In questo Paese l’istruzione «è stata troppo colpita», rileva, «bisogna fermarsi e poi con calma fare un ragionamento di riforma dialogando con tutti». Sul fisco, poi, la preoccupazione del Pd è che si realizzino vantaggi effettivi per «ceti medi e popolari» e che si aiuti per questa via anche «la domanda». Correzioni alla legge di stabilità da valutare «anche con le altre forze politiche», quindi. Compresa quella sul cuneo fiscale e sulla revisione del «meccanismo delle detrazioni» perché «l’abolizione di alcune» di esse «così com’è non funziona».
NON SONO INDISPENSABILE
Si alla riduzione dei costi, poi. «Costi della politica e di gestione». In alcuni casi «siamo anche pronti a rafforzare» le misure già previste – sottolinea Bersani – A patto, però, che non si limiti «l’impianto delle autonomie», rendendo «ancora più difficile la vita pratica dei cittadini». E il leader Pd spezza una lancia a favore dell’esecutivo. Lo stesso Monti, da giorni, esprime «amarezza» per quella che considera – spiegano dal governo – «un prendere di mira la legge di stabilità a fini elettorali». Mentre Maroni, che ha riallacciato il dialogo con Berlusconi, annuncia che il governo «non mangerà il panettone» perché cadrà entro la fine dell’anno.
«Troveremo l`accordo sul ddl stabilità – smentisce Bersani – Diremo la nostra, ma alla fine non è certo in dubbio il governo». Monti, aggiunge, «sta cercando, tra l’altro, di porre rimedio agli impegni assunti dal governo precedente sul pareggio di bilancio nel 2013, mettendo sul piatto 20 miliardi di Iva in più». E anche il premier smentisce passi indietro prima del 2013 e allude al suo futuro. «Non bisogna che gli altri si facciano la strana idea che una persona sia indispensabile», spiega. Ieri, durante la conferenza stampa con il cancelliere austriaco Faymann, Monti ha garantito che il governo che si insedierà dopo le politiche del 2013 «si muoverà all’interno delle regole e delle politiche decise nell’ambito dell’Unione europea». Un bis a Palazzo Chigi? «Ringrazio per gli attestati di stima nei miei confronti – risponde il presidente del Consiglio – Ma… please relax».
L’Unità 25.10.12

"Senza ricercatori. Ecco come muore la prevenzione", di Jolanda Bufalini

C’è da chiedersi chi stia smantellando il delicato meccanismo che sta alla base della attività di previsione e prevenzione dei rischi sismici, vulcanologici, ambientali. Chi stia, cioè, smantellando l’interfaccia scientifico della Protezione civile, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Un giudice a L’Aquila che, nella solitudine della sua coscienza, ha ritenuto un gruppo di «clerici» della scienza responsabili del tradimento della propria missione per essersi prestati a un gioco mediatico di rassicurazione? Oppure un burocrate della spending review che ha deciso di mandare a casa, dal 31 dicembre 2012, quasi la metà (più del 40 per cento) dei ricercatori che ogni giorno controllano i movimenti della terra, delle sue faglie sismiche, dei suoi impetuosi o silenti vulcani, nel nostro dissestato Paese? Si tratta di cose molto diverse fra loro e l’Ingv non ha mancato di esprimere solidarietà e preoccupazione per la sentenza de L’Aquila: «Quale scienziato si sentirà ora libero di esprimersi al di fuori della discussione accademica?». Sta di fatto che da un paio di settimane il Centro nazionale terremoti, che fornisce il servizio di sorveglianza sismica dell’intero paese, ha difficoltà a funzionare. Assemblee dei lavoratori, ferie arretrate accumulate durante le emergenze dell’Emilia Romagna e del Pollino, da smaltire per legge entro l’anno, fanno saltare i turni di controllo della rete sismica. Cosa è successo? Il nuovo direttore generale, Massimo Ghilardi, ha disdetto un accordo firmato dalla precedente direzione che prevedeva il rinnovo, fino al 2016, dei contratto a termine dei precari storici, gli «stabilizzandi», considerati indispensabili per «le pressanti esigenze operative», «personale perfettamente inserito in tutte le attività istituzionali dopo essere stato formato a svolgerle». Ghilardi, si ricorderà, faceva di mestiere l’assicuratore a Brescia. È stato portato al ministero della Ricerca da Maria Stella Gelmini. Come dirigente del Miur ha seguito la pratica che ha portato alla nomina di Stefano Gresta a presidente dell’Ingv. Ora è il braccio destro del nuovo presidente. La sua proposta è indire un concorso, azzerando un decennio. I protagonisti di questo gioco dell’oca non sono, per usare un’espressione del ministro Fornero, choosyboys, ragazzi schizzinosi. Simone Atzori ha 39 anni, lavora all’Ingv da quando ne aveva 29, è ingegnere ambientale, dottorato in telerilevamento. L’estate scorsa, con una aspettativa non pagata ha lavorato in Svizzera per alcuni mesi. Se non gli rinnoveranno il contratto alzerà il telefono, perché in Svizzera gli hanno subito offerto di restare con loro, guadagnerebbe circa tre volte i 1700 euro al mese che riceve a Roma. Il problema riguarda l’Italia, «la mia formazione», spiega Raffaele Di Stefano, 41 anni, geologo, dottorato in Svizzera, «è costata allo Stato circa mezzo milione di euro». Cosa va in crisi se escono i precari storici? Nei prossimi 3 mesi si prevedono difficoltà per la manutenzione della rete sismica nazionale in Campania, in Sicilia orientale, in Calabria, a Roma, da dove i dati del monitoraggio raccolti su tutto il territorio nazionale vengono trasmessi alla Protezione civile. Sarà difficile anche mantenere in funzione la rete Gps grazie alla quale si rilevano spostamenti del terreno anche minimi, di un millimetro. Per capire cosa tutte queste difficoltà significano per il cittadino comune bisogna risalire con la memoria fino al 1980, al terremoto dell’Irpinia. Allora, per localizzare i luoghi del terremoto e l’entità dei danni, per capire dove erano le popolazioni isolate e mandare gli aiuti ci vollero settimane. Le colonne di camion con gli aiuti intasarono le vie di comunicazione con ritardi che causarono danni pesantissimi e costo di vite umane. Adesso la zona epicentrale si localizza in tempo reale, il monitoraggio registra scosse anche minime, e fino ad una magnitudo inferiore a uno, entro mezz’ora, si comunica alla Protezione civile posizione, profondità, magnitudo della scossa, elenco dei comuni interessati. Se la magnitudo è più di 2.5 la Protezione civile viene avvertita per telefono entro due minuti, 5 minuti dopo c’è il primo algoritmo, dopo mezz’ora la Protezione civile ha tutte le coordinate e l’intensità finale. Ancora più veloce la procedura con magnitudo 5. È il presupposto per aiuti veloci e coordinati ma è anche lo strumento per arricchire il database sugli eventi sismici in Italia che consente di affinare gli strumenti di previsione e prevenzione. Metodologie rimaste uguali dopo il terremoto de L’Aquila. Se errori ci sono stati, si è valutato, non sono avvenuti al livello della struttura allora diretta da Giulio Selvaggi. Ma si tratta di un sistema di hardware e software elaborato in contatto con i maggiori centri di ricerca nel mondo, che va mantenuto in efficienza, anche in modo banale: la memoria che si esaurisce, il vandalo che distrugge la stazione di rilevamento. È un campo nel quale l’attività pratica, i turni di notte, le partenze in missione se si verifica un evento come il terremoto dell’Emilia, la reperibilità, si mescolano in modo indissolubile alla ricerca, che porta all’Istituto milioni di finanziamenti europei. La situazione è così grave che a Catania un ordine di servizio ha proibito ai precari che dal 1 gennaio saranno mandati a casa di non prendere le ferie.
L’Unità 25.10.12